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Nucleare

Tentazione nucleare per il prossimo inverno tedesco: sondaggio

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Un sondaggio d’opinione condotto dall’Istituto Infratest per il mensile televisivo nazionale tedesco Deutschlandtrend ha mostrato che il 61% è favorevole a mantenere aperte le centrali nucleari oltre la chiusura definitiva prevista per la fine del 2022.

 

Solo il 32% si è attenuto al programma di chiusura.

 

Mentre questo è una direzione chiara a favore dell’energia nucleare almeno per un periodo di transizione, il governo è determinato a rispettare il programma mortale per la chiusura del nucleare.

 

C’è, tuttavia, uno slancio all’interno dei liberaldemocratici (partito FDP) nel governo a favore del mantenimento in funzione delle restanti tre centrali nucleari dopo la fine del 2022.

 

Il ministro delle Finanze Christian Lindner, membro FDP, ha dichiarato durante il talk show Maybrit Illner che «non dobbiamo permetterci alcun tabù… Tutti noi vogliamo importare idrogeno verde… Sono anche pronto ad acquistare idrogeno rosso dalla Francia… realizzato con l’energia nucleare».

 

«Sarei pronto anche per una discussione per continuare a utilizzare le restanti centrali nucleari in Germania per un po’, per utilizzare tutto per ridurre i prezzi» dell’energia e altri costi inflazionistici, il ministro ha poi ha pure  rivelato.

 

Come riportato da Renovatio 21, il Lindner non è nuovo da questo tipo di discorsi. Due settimane fa aveva proposto di prolungare l’eliminazione graduale dei reattori nucleari che dovrebbero cessare le operazioni entro la fine dell’anno.

 

«Dobbiamo parlare della questione dell’approvvigionamento energetico in modo non ideologico», ha detto Lindner, membro del Partito Liberaldemocratico FDP, al canale televisivo nazionale tedesco ARD il 7 giugno.

 

Per sopperire alla catastrofe energetica ed economica iattuale il governo germanico ha appena preso in prestito altri 40 miliardi di euro .

 

La politicaenergetica«verde» dei governi Merkel è ancora in piedi nonostante il suo innegabile e pericolosissimo fallimento: basti pensare che la Germania non ha vento per far funzionare i mulini a vento.

 

I prezzi dei supermercato tedeschi sono già aumentati fino al 50%; i giornali e ora anche politici spiegano ai cittadini tedeschi che devono farsi meno docce per aiutare nel totale dissesto energetico della Nazione.

 

Un blackout parziale, che ha lasciato fermi i treni cargo, ha già colpito il sistema ferroviario tedesco.

 

Il governo di Berlino non fa mistero di aspettarsi rivolte a causa del disastro energetico causato dalle interruzioni di forniture russa. L’idea di disordini civili è stata ribadita in continuazione dal ministro dell’economia, il verde Robert Habeck,

 

Il nucleare, ad ogni modo, sta continuando imperterrito la sua corsa tuttavia in vari altri Paesi. Mentre Berlino dichiarava la rinunzia alle centrali atomiche , la Francia continuava ad investire sull’energia dell’atomo, pur dovendo chiudere metà dei reattori per «manutenzione o difetti».

 

Anche Israele non ha fermato la ricerca, mentre la Cina fatto sapere di aver compiuto un passo in avanti in fatto di tecnologia con una dimostrazione di un reattore atomico raffreddato ad alta temperatura su modulo a letto di ghiaia (HTR-PM).

 

Nella corsa al nuovo nucleare trova posto anche onnipresente Bill Gates, il quale starebbe costruendo una centrale nucleare sperimentale in una piccola cittadina americana.

 

Gates giuoca a fare Montgomery Burns. Nel mentre, la Germania denuclearizzata vola verso il buio.

 

 

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Nucleare

«La Russia non rinuncerà alle armi nucleari mentre la sua sicurezza è minacciata»

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«In questa fase, il possesso di armi nucleari rappresenta l’unica risposta possibile a minacce esterne molto specifiche che non solo si stanno indebolendo ma, al contrario, stanno crescendo sempre più». A parlare è l’ambasciatore russo in Giappone Mikhail Galuzin in una tavola rotonda sul disarmo nucleare a Hiroshima. Lo riporta l’agenzia russa TASS.

 

«Una rinuncia immediata alle armi nucleari indebolirebbe drasticamente la sicurezza del nostro Paese e aumenterebbe il rischio di un grande confronto militare con l’Occidente, che rifiuta di riconoscere i nostri interessi di sicurezza di base».

 

Galuzin ha affermato che la Russia ha condiviso gli impegni di azione per il raggiungimento di un mondo non nucleare.

 

«Tuttavia, i passi in una sfera così sensibile non dovrebbero minare la stabilità globale o approfondire la frammentazione internazionale», ha affermato.

 

Qualsiasi reale progresso verso il disarmo nucleare potrebbe essere compiuto solo utilizzando misure graduali e calibrate che non ostacolino né la parità di sicurezza né gli sforzi per mantenere un equilibrio strategico, ha dichiarato l’ambasciatore.

 

Galuzin ha anche respinto la speculazione secondo cui la Russia avrebbe usato armi nucleari in Ucraina.

 

«Ci sono molte accuse sulla posizione della Russia, con speculazioni sul possibile uso di armi nucleari contro l’Ucraina. Ma la nostra dottrina su questo argomento è del tutto chiara: ipoteticamente, non escludiamo una risposta nucleare, ma solo a seguito di un’aggressione con l’uso di armi di distruzione di massa o con l’uso di armi convenzionali quando la mera esistenza dello stato è a palo. Le nostre azioni sulla smilitarizzazione e denazificazione dell’Ucraina non hanno nulla a che fare con questi scenari», ha spiegato Galuzin.

 

Galuzin ha specificato che gli Stati Uniti sono l’unico Paese che ha usato armi nucleari in guerra e che non ce neera alcuna necessità militare.

 

Allo stesso tempo, «l’espansione ostile» della NATO e la creazione di «una roccaforte anti-russa in Ucraina” hanno attraversato le linee rosse della Russia e «hanno violato direttamente gli interessi di sicurezza nazionale della Russia», ha affermato.

 

«Dopo aver affrontato il risoluto rifiuto della Russia a questa espansione, gli Stati Uniti e i loro alleati sono caduti in un duro confronto ibrido con il nostro Paese, in equilibrio pericoloso sull’orlo del conflitto armato diretto», ha detto il diplomatico alla tavola rotonda di Hiroshima.

 

Qualsiasi scontro armato tra potenze nucleari deve essere prevenuto, poiché «è gravido di escalation a livello nucleare», ha avvertito il diplomatico.

 

«Questo è ciò che la Russia mette in guardia riguardo alle potenziali conseguenze dell’aggressione diretta della NATO contro il nostro Paese nel contesto di la crisi ucraina. Un passo del genere potrebbe innescare uno dei due scenari straordinari descritti nella nostra dottrina».

 

L’ambasciatore ha sottolineato ulteriormente che la Russia non vuole ciò. «Ma se i paesi occidentali sceglieranno di mettere alla prova la nostra risolutezza, la Russia non si ritirerà. Questo non è un linguaggio di minacce, è una logica di deterrenza».

 

Come nota EIRN, Mosca attende ancora una seria proposta dell’amministrazione Biden sul controllo degli armamenti.

 

Ricorre oggi l’anniversario della distruzione atomica di Hiroshima, perpetrata dalle forze americane il 6 agosto 1945, la prima e penultima volta che un tale ordigno viene scatenato contro degli esseri umani.

 

Nella foto, vedete il genbaku dome, «il Duomo della bomba atomica», un palazzo liberty di Hiroshima le cui rovine sono state conservate a memoria dell’orrore nucleare inflitto alla pacifica cittadina giapponese.

 

 

 

 

 

 

Immagine di Max Nossin via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported (CC BY 3.0).

 

 

 

 

 

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Necrocultura

«Megamorte». L’aborto uccide più della bomba atomica

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Chi ha vissuto ai tempi della Guerra Fredda può averlo dimenticato. Le nuove generazioni certo non lo sanno.

 

C’è stato un tempo in cui l’umanità viveva sotto l’incubo costante dell’annientamento planetario. Immediato, istantaneo.

 

Un attacco da parte di una delle due superpotenze avrebbe avuto come conseguenza diretta la reazione della triade nucleare (missili intercontinentali, bombardieri volanti, razzi lanciati da sottomarino) avversaria, incendiando l’intero mondo con il fuoco atomico.

 

L’umanità emersa dalle rovine radioattive di Nagasaki era conscia di trovarsi  sul bordo di questo baratro: lo aveva essa stessa creato, ma di esso non vedeva il fondo.

 

Lo scienziato John Von Neumann la chiamò M.A.D., mutual assured distruction: distruzione mutuale assicurata. Eppure, nonostante il marchio della catastrofe definitiva fosse ben visibile sulla guerra ventura,  la dottrina militare atomica aveva una sua strategia.

 

Gli americani affidarono larga parte della sua elaborazione ad un think tank finanziato dal Pentagono e da privati, la RAND Corporation. Capofila degli strateghi atomici era Herman Kahn. Esperto di teoria dei giochi, Kahn relativizzò la portata dell’opzione atomica, e cominciò ad affermare – scandalizzando i più – che una guerra nucleare non solo è possibile, ma che essa può anche essere vinta.

 

Kahn osava pensare l’impensabile, come suggerisce il titolo di un suo libro del 1962, Thinking the Unthinkable:

 

«Nel nostro tempo, la guerra termonucleare può sembrare impensabile, immorale, insana, orrenda, molto improbabile, ma essa non è impossibile (…). Nonostante i nostri sforzi un giorno potremmo trovarci faccia a faccia con la scelta netta di arrenderci o andare in guerra» (1).

 

Realista, smaliziato, nel 1960 Kahn raccolse i suoi pensieri in un libro che sortì uno shock su entrambi i lati della cortina di ferro: On Thermonuclear War, cioè «Sulla guerra termonucleare», con richiamo evidente al Von Clausevitz di Sulla guerra. Il testo produsse un impatto notevole anche su Stanley Kubrick, che pensò al suo capolavoro Il Dottor Stranamore leggendo Kahn, e ispirando a lui vari personaggi della pellicola.

 

Lo stratega americano dipinse un quadro completo: prevedeva che, nel dopobomba, gli anziani avrebbero dovuto mangiare il cibo contaminato, riservando alle nuove generazioni la precedenza sugli alimenti non radioattivi; il fallout nucleare sarebbe divenuto solo uno dei tanti contrattempi della vita; le deformazioni fetali prodotte dalle radiazioni vi sarebbero state, sì, ma un certo numero di bambini sarebbe comunque nato sano. Tutti questi sono «tragic but distinguishable postwar states» (2), stati postbellici tragici ma percepibili, descrivibili. Life goes on, la vita continua, sembra dire lo Stranamore della RAND.

 

Ma vi è, in particolare, uno specifico termine per il quale bisogna essere grati a Kahn. Ancora nei primi anni Cinquanta, quando cominciò a definirsi il paesaggio  dell’apocalisse dell’atomo (l’URSS rese pubblico il suo primo esperimento nel 1949), lo stratega notò che «era difficile per le persone di distinguere  tra 2 milioni di morti e 100 milioni di morti. Oggi, dopo una decade di valutazione di questi problemi, possiamo fare queste distinzioni forse anche troppo chiaramente». (3)

 

Per dare un metro che orientasse questo scenario di morte, Kahn si inventò una nuova unità di misura, il megadeath, o megacorpse: la «megamorte», il «megacadavere».

 

Un megadeath corrisponde a un milione di morti. Little Boy, la bomba atomica da 16 kilotoni sganciata su Hiroshima il 6 agosto 1945, produsse sul momento 66 mila morti, pari a 0,06 megadeath.

 

Fat Man, l’ordigno da 21 kilotoni che tre giorni dopo distrusse la città cattolica di Nagasaki, può essere misurato in 0,135 megadeath. Nella prospettiva di un conflitto con la tecnologia atomica successiva, queste cifre (gli zero virgola) vanno del tutto dimenticate.

 

La potenza delle bombe successive si misura difatti in megatoni: sono, cioè, centinaia di volte più distruttive di quelle giapponesi. Un megatone equivale a mille kilotoni, e un kilotone  equivale a mille tonnellate di TNT. Tanto per dare un’idea di quello di cui stiamo parlando, la «Bomba Zar» – l’arma atomica sovietica rivelatasi la più devastante mai testata dall’uomo – sortì nel 1961 una esplosione da 58 megatoni. Sarebbe a dire, dalle 20 alle 30 mila volte quella di Hiroshima e Nagasaki. Possiamo immaginare che, lanciata su zone altamente popolate – come le regioni italiane (4) – la quantità di megadeath procurati possa avvicinarsi alla doppia cifra.

 

Ebbene, è ora di realizzare che una strage misurabile in diversi megadeath è avvenuta pure senza che venisse sganciata una sola bomba. Sappiamo che dall’attuazione della legge 194, ben 6 milioni di italiani sono stati annientati. Nei termini della dottrina militare termonucleare, questo è un danno da 6 megadeath. In modo molto pratico, si può pensare che è come se avessero sganciato sul nostro Paese almeno una cinquantina di vecchie bombe atomiche da venti kilotoni.

 

Non è difficile immaginarlo: 6 milioni di persone uccise, sono perfettamente pensabili come un attacco atomico che cancella tutto il Triveneto, o la Sicilia e la Calabria assieme, o l’Emilia-Romagna con l’Umbria e le Marche, o tutto il Lazio e zone limitrofe, o due terzi della Lombardia.

 

Per quanto possa sembrare allucinante, dobbiamo guardare in faccia la realtà: l’Italia è una rovina post-atomica. E neppure lo sa.

 

Chi è credente sa che siamo davanti ad uno delle più riuscite opere del demonio nei nostri secoli: il massacro degli umani senza distruzione ambientale. Come una bomba al neutrone – l’arma di nuova generazione che uccide la vita biologica ma mantiene intatti i palazzi – piantata nel ventre della Nazione. Strage senza conflitto, morte infertile, delitto che rende la madre – sommo capolavoro infernale – una volenterosa carnefice dei suoi stessi figli.

 

Questo è, in termini politici, autogenocidio a spese del contribuente: lo Stato incoraggia e finanzia la costruzione di bombe nucleari che poi fa detonare nel suo stesso grembo. La Repubblica Italiana ha pagato perché venissero inferte al suo popolo almeno 50 Nagasaki.

 

Davanti alla follia di questa realtà, comprendiamo quanto abbia ragione Kahn: la guerra atomica è sopravvivibile. E perfino, osiamo dire, preferibile: la guerra atomica è un evento nel quale l’uomo può percepire nettamente il bene e il male. La società dell’aborto, invece, no: nella notte relativista, a Moloch possono essere sacrificate milioni di vite, senza che in capo al consorzio umano sia chiaro che ciò che si ha innanzi è il Male vero.

 

Ne consegue, che, considerati gli obbiettivi di riduzione della popolazione terrestre che informano le centrali di potere planetarie, l’aborto diviene un surrogato della bomba all’idrogeno: gli effetti, misurabili in megamorti, sono gli stessi.

 

L’aborto è la continuazione della guerra atomica con altri mezzi. Ciò è vero da un punto di vista numerico e statistico, militare ed umano.

 

«Sento che oggigiorno il più grande distruttore di pace è l’aborto, perché è una guerra diretta, una diretta uccisione, un diretto omicidio per mano della madre stessa» (5): le parole di Madre Teresa, pronunziate in occasione del Premio Nobel per la Pace 1979, sono vere alla lettera. L’aborto mina alla pace perché l’aborto è guerra: è quindi, nell’era tecnica odierna la guerra dell’aborto diviene proporzionale alla guerra atomica.

 

D’un tratto, comprendiamo meglio anche la dottrina militare e socio-riproduttiva cinese.

 

Diceva Mao che «la bomba atomica è una tigre di carta di cui i reazionari americani si servono per far paura alla gente. Ha un aspetto terribile, ma di fatto non è terribile. Certamente, la bomba atomica è un’arma che può provocare massacri immensi, ma soltanto il popolo decide l’esito di una guerra, e non una o due armi nuove».(6)

 

In sostanza, Mao con scaltra concretezza orientale, era già arrivato al realismo apocalittico di Kahn e dei megadeath intellectuals: la guerra atomica può essere sopravvissuta. Potete infierire alla Cina Popolare anche 100, 200, 300 milioni di morti… Avremmo sempre altre centinaia di milioni di sopravvissuti pronti a combattere, a lanciarsi in una nuova Lunga Marcia tra rottami radioattivi.

 

Come non vedere che questa stessa mentalità post-apocalittica è quella che ha spinto il successore di Mao, Deng Xiaoping, verso la politica di controllo delle nascite e la conseguente strage assoluta: 336 milioni di aborti dal 1971, secondo dati diffusi lo scorso marzo dal governo di Pechino. 336 megadeath: la tigre di carta ha colpito davvero. Testate atomiche da diversi megatoni sono state gettate su tutte le iperpopolate aree metropolitane della Cina. Pechino, Shanghai, Guangzhou, Shenzhen, Wenzhou, Tianjin, Chengdu, Chongqing, Xian, Harbin, Hong Kong, Nanchino: la cifra di 336 megadeath copre multipli della somma delle vittime di uno strike nucleare simultaneo su tutte queste megalopoli. La Cina, come l’Italia, ha fatto deflagrare infinite Nagasaki sui propri figli.

 

Non è diverso il discorso da fare per gli Stati Uniti, che dal 1973 (l’anno della Roe v. Wade, ossia l’inizio dell’aborto legale in USA) al 2007 hanno ospitato 48.460.950 aborti chirurgici. Questo, fornito dal Guttmacher Institute – il braccio di «ricerca e sviluppo» della multinazionale dell’aborto Planned Parenthood – è un numero molto blando: vuoi perché tenuto basso per questioni di PR (agli abortisti ora conviene dire che i feticidi sono pochi), vuoi perché gli aborti chimici, i feti scartati in IVF, le pillole del giorno dopo, i concepiti uccisi dai contraccettivi abortivi (come la pillola di tipo 2) non sono qui conteggiati.

 

L’attivista cattolico americano Michael Voris suggerisce di aggiungervi il ghost number della generazione perduta: le 6.392.900 femmine abortite tra il 1973 e il 1982 avrebbero oggi 25-40 anni, e quindi con alta probabilità almeno un figlio di media (chi due, chi cinque, chi zero). Otteniamo così la cifra di 54.853.850 persone spazzate via dall’anagrafe, sottratte alla società statunitense.

 

Un danno di quasi 55 megadeath: come se il temuto showdown nucleare con la Russia, fosse avvenuto – e senza che i sovietici sparassero un solo colpo. Basandosi sulle attuali statistiche demografiche americane, è possibile calcolare che tra questi 55 milioni vi potrebbero essere stati 7 giudici della Corte Suprema, 31 premi Nobel, 6000 atleti professionisti, 11.010 suore, 1.102.403 insegnanti, 553.821 camionisti, 224.518 camerieri, 336.939 spazzini, 134.028 contadini, 109.984 poliziotti, 39.447 pompieri, 17.221 barbieri.

 

Soprattutto, e questo deve essere meditato profondamente dalle femministe, in questo immane turbine di morte sono state disintegrate 27.426.925 donne. Le quali sono, senza dubbio alcuno, il bene più prezioso che esista sulla Terra: ogni cellula uovo che la donna ovulerà in tutta la sua vita, è già formata dal feto a poche settimane dal concepimento. La prima cellula del nostro corpo – l’ovocita – già esisteva dentro nostra madre quando era un feto, venti, trenta, quaranta anni prima che venissimo alla luce. Un’autentica, insondabile meraviglia: la vita contenuta dentro la vita.

 

L’aborto interrompe questa catena superiore. Come diceva un detto ebraico: chi uccide un uomo uccide l’umanità; ammazzi qualcuno e rovini per sempre le generazioni che seguiranno. Peggio di un fallout radioattivo, l’aborto reca un danno aberrante, che si accumula distruggendo il futuro – i figli, i figli dei nostri figli – su una scala che non possiamo immaginare. Chi non crede a queste romanticherie scientifiche e umanistiche, pensi ai soldi: i 55 megadeath causati dall’aborto in USA rappresentano 55 milioni di lavoratori e consumatori americani che non pagano le tasse e non partecipano al mercato nazionale. Dal PIL, è  possibile calcolare che l’aborto abbia causato all’economia americana un danno di $37.600.000.000.000.

 

Rileggiamo: 37 trilioni e 600 miliardi di dollari. Una quantità di danaro astronomica, con la quale, per darci un’idea, sarebbe possibile comprare 169.802.662 case (ecco perché nessuno oggi in America riesce a vendere la casa, hanno sterminato i clienti), 1.321.428.571 automobili nuove (bello notare come le case automobilistiche – in Italia la FIAT – siano tra i finanziatori delle Lobby della Morte).

 

Il budget federale USA  di 2 trilioni e 600 miliardi di dollari è contenuto 14 volte nella ricchezza che avrebbero prodotto i morti per aborto. Il danno finanziario della Roe v. Wade è peggiore di quello di una ordigno atomico innescato sotto Wall Street.

 

Se questo ancora non bastasse, per realizzare le dimensioni della sciagura si prenda una mappa degli Stati Uniti, e si immagini che  sottraendo 55 milioni di persone (come se si abbattesse una pioggia di testate atomiche da 55 megadeath), sparirebbero l’Alaska, il South Dakota, il South Carolina, il Nevada, il Vermont, il Mississippi, l’Idaho, il West Virginia, il New Mexico, il Maine, il Kansas, il Minnesota, il Kentucky, lo Utah, l’Arkansas, il Montana, il Nebraska, il North Dakota, l’Oklahoma, Il Wyoming, il New Hampshire, l’Iowa, l’Indiana.

 

Come evidente, questo è un incubo da guerra fredda, uno scenario di distruzione termonucleare.

 

Il problema è che dell’abisso di cui stiamo parlando non vi è stata ancora nessuna rappresentazione adeguata alla sua immensità apocalittica. Né la polemologia (la disciplina che nel Novecento si è dedicata allo studio della guerra), né la psicologia, né la filosofia paiono comprendere questo Inferno per intero.

 

Due secoli fa,  Hegel, sconvolto dalle guerre illuministe e dall’uso delle armi da fuoco, ebbe a scrivere che «questa guerra non è di famiglie contro famiglie, ma di popoli contro popoli (…) la morte va a finire nell’universale, così come proviene dall’universale ed è senza collera che si crea come pure si sopprime. L’arma da fuoco è la scoperta dell’arma universale, indifferente, impersonale» (6).

 

Il filosofo idealista non si immaginava quale «arma, universale, indifferente, impersonale» sarebbe entrata in opera con la bomba H. Di più, non poteva intuire che la violenza e la perversione della tecnologia sarebbero sorte non tra «famiglie contro famiglie» o tra «popoli contro popoli», ma nei popoli stessi, all’interno della famiglia in sé: più annientante, universale ed impersonale dell’atomica c’è solo l’aborto, che distrugge numericamente il popolo dal di dentro, sconquassando per sempre la sua unità-base, la famiglia, invertendone oscenamente il ruolo di matrice di vita. E il tutto in apparente tempo di pace.

 

Ma Hegel è un caso di incomprensione a sé, poiché il filosofo idealista mai è sfiorato dalla sensazione che, diffondendo egli stesso un pensiero di negazione del Primato dell’Essere, egli preparasse la mente dell’uomo a guerre ancora più cruente di quelle napoleonidi, finanche alla guerra biologica dell’aborto, Aufhebung suprema di un mondo che ha negato Dio.

 

Lo psicanalista Franco Fornari nei suoi studi sulla minaccia atomica risalenti agli anni Sessanta notava che «la guerra è sempre stata una strana agenzia di import-export di distruzione: il fatto nuovo che si verifica con l’avvento dell’era atomica è la prospettiva pantoclastica, per cui l’ingorgo delle aggressività nello Stato non può più essere drenato attraverso l’esportazione, e rischia quindi di determinare una specie di crescenza tumorale che assorbe in modo sempre più vistoso le energie di ciascuna nazione – specie di quelle atomizzate». (8)

 

Lo studioso suggerisce che le Nazioni, private della valvola di sfogo della guerra dal tabù dello scontro atomico, finiscano per dover somatizzare con dolore nel loro stesso corpo sociale questa quantità di violenza inespressa.

 

La realtà è che la «prospettiva pantoclastica» di cui parla Fornari è stata già rovesciata in una prospettiva «autoclastica»: l’aborto di Stato è infatti lo scenario in cui la distruzione è inflitta dall’umanità a se stessa, in totale consonanza numerica e morale con l’aggressività sterminatoria di un eventuale conflitto atomico.

 

Fornari fallisce nel riconoscere come la mortido, il todestrieb, l’impulso di morte pensato dal suo maestro Freud, finisca per torcersi contro l’altra enantiodromica radice dell’essere umano, la libido. La libido, il cui fine per il riduzionismo scientifico della psicanalisi è la continuazione della specie, è nell’aborto aggredita e negata dalla annichilente volontà di morte del suo impulso speculare.

 

Nella disarmonica devastazione dei costrutti psichici primari dell’uomo – un impulso contro l’altro, la Morte contro la Vita – possiamo vedere come degno di essere chiamato «prospettiva pantoclastica», lo scenario di rovina totale di cui scrive Fornari, sia in realtà – più che il conflitto atomico – proprio l’aborto. L’uomo dell’era dell’aborto è scisso, schizofrenico. È al contempo assassino e suicida, è nel medesimo istante genitore e carnefice.

 

Un altro psicanalista, l’inglese Edward Glover, intuì che sul piatto del gioco atomico non vi era solo la salvezza fisica dell’uomo, ma la sua stessa sostanza psichica.

 

A  pochi mesi dalle detonazioni di Hiroshima e Nagasaki, Glover scrisse che la bomba atomica « è più un’arma di sterminio più che un’arma bellica [e per questo] ben adatta alle più sanguinarie fantasie di cui l’uomo è segretamente preoccupato durante la fase di frustrazione acuta (…) La capacità così dolorosamente acquisita dagli uomini normali di distinguere tra sonno, illusione, allucinazione è la realtà oggettiva della vita da svegli è stata, per la prima volta nella storia umana, seriamente indebolita». (9)

 

Anche qui, viene da pensare che l’arma di distruzione di massa dell’aborto supera la bomba H, pervertendo la mente dell’uomo in modo ulteriore, distruggendo per sempre il limite tra il bene e il male, cancellando l’amore per i suoi figli, invertendone la natura, indebolendo la realtà oggettiva della vita da svegli che – con la legge naturale – gli dice: non uccidere, ama la tua prole, sii responsabile di quello che fai.

 

Glover sostiene che il pericolo della bomba atomica sia quello di vellicare le fantasie sanguinarie profonde dell’uomo, con grande rischio che un frequentatore di quelle «fasi di frustrazione acuta» possa essere anche una di quelle persone in possesso, per esempio, dei codici di lancio dei missili termonucleari; ebbene, lo stesso può dirsi dell’aborto, con l’aggiunta che i codici di lancio per gli ordigni di morte sono forniti dallo Stato all’intera classe medica e paramedica mondiale.

 

La bomba demografica dei milioni di aborti è infatti possibile solo grazie ad operosi, entusiasti boia in camice bianco, sulle cui fantasie di morte attualizzate in ambulatorio ancora troppo poco si è scritto.

 

Ma torniamo a Herman Kahn e alla sua dottrina. Pragmatico, Kahn si chiede, in un capitolo di On Thermonuclear War: «i sopravvissuti invidieranno i morti?»[10]. La risposta che si dà – veniva da una famiglia di ebrei praticanti ma divenne col tempo totalmente ateo – è che alla fine no, i vivi non invidieranno i morti. Per l’uomo del dopo-bomba, è Business as usual.

 

I cattolici possono però pensarla in modo diverso. Perché in maniera opposta si è espressa la Santa Vergine apparsa il 13 ottobre 1973 ad Akita, in Giappone, nell’ultima apparizione mariana ufficialmente approvata dalla Chiesa di Roma (in particolare, a seguire il caso a suo tempo fu il Cardinale Ratzinger).  Alla veggente Suor Agnese Sasagawa, la Vergine, Marya-sama, disse: «Hi ga Ten kara kudari».

 

Verrà il fuoco dal cielo. Suor Agnese prosegue nel racconto delle parole della Madonna: «una grande parte dell’umanità verrà distrutta, e né i preti né i fedeli saranno risparmiati. I sopravvissuti invidieranno i morti».

 

La promessa di Nostra Signora di Akita risponde dettagliatamente al pensiero post-atomico di Kahn. Il vero castigo che Dio abbatterà sulla terra, sarà peggiore della devastazione termonucleare del pianeta immaginata da strateghi e generali.

 

Non è difficile vedere come l’aborto, il più terribile dei peccati dei quali la Madonna in Giappone ha chiesto il pentimento immediato dell’Umanità, sia una blasfema anticipazione di questa apocalisse con l’uomo che si erige a giudice della Vita quasi fosse Dio, e allo stesso tempo sia il delitto che più di ogni altro chiama la punizione divina. La pioggia di fuoco che dal Paradiso si abbatterà sui figli di Dio.

 

Prima che questa avvenga, però, facciamo i conti con il nostro mondo umano.

 

Da ulteriori dati emersi dal documento dell’Istituto Guttmacher Abortion Worldwide: A Decade of Uneven Progress, si ottiene che il numero degli aborti commessi negli ultimi 40 anni potrebbe andare al di là di ogni immaginazione: se il 2003 ha visto a livello mondiale 41,6 milioni di interruzioni di gravidanza, è facile presumere che dagli anni Settanta ad oggi il numero totale di aborti ecceda il miliardo.

 

Avete letto bene: un miliardo di morti.

 

In termini di guerra atomica, per un effetto simile ci vuole un ordigno-fine-del-mondo, una bomba in grado di spazzare via un continente intero. Una simile arma, ad oggi, non esiste.

 

Un miliardo di morti non si conta più nemmeno in megadeath; un miliardo di morti  è un gigadeath. Mille milioni di morti: un concetto che lo stesso Kahn nel suo libro non arriva ad usare. Eppure, questa strage è avvenuta, è qui: questa bomba è scoppiata.

 

La Storia dell’Arte ci mostra come dalla peste nera del 1348 scaturì un nuovo tema iconografico, chiamato il «trionfo della morte»: dipinti che mostravano  la morte stessa – rappresentata come uno scheletro dotato di falce – mentre decima indiscriminatamente la popolazione, qui raffigurata nei suoi diversi ceti sottolineando in dettaglio come Re, papi e gente comune siano uguali innanzi ad essa, mentre diavoli e demoni aiutano il mietitore in questo compito tremendo.

 

Ebbene, quello che abbiamo davanti a noi, con la distruzione massiva dell’aborto, non ha ancora trovato modo di essere dipinto, perché di fatto eccede la fantasia più oscura.

 

È il trionfo della mega-morte. Perché, appunto, qui non parliamo più di morte, ma di megadeath, di megamorte,  di milioni – miliardi! – di vittime.

 

E quanto ai diavoli che assistono la mega-morte trionfante, pensiamola così: sappiamo che una bomba atomica da un megatone sganciata su di una città demolisce ogni muro producendo un cratere di 400 metri di diametro e 70 metri di profondità.

 

La bomba abortista, invece, distrugge non metropoli, ma intere nazioni e crea nella terra abissi talmente profondi da arrivare all’Inferno. I demoni, così liberati dal loro arcano rifugio, hanno quindi con l’aborto un canale aperto per giungere diretti in superficie.

 

È bene che si comincino a prendere le misure di questa storia, che è senza dubbio alcuno la più grande tragedia mai occorsa nella Storia, la più terrificante minaccia mai comparsa sul cammino dell’uomo.

 

È bene che tutti noi comprendiamo, una volte per tutte, che ci hanno scagliato contro un diluvio di testate nucleari – qualcosa come otto-diecimila Nagasaki –  e al momento non pare che nessuno voglia davvero prendere provvedimenti.

 

Chi disconosce questa fatale realtà, è una ingenua vittima di questa guerra infinita: è una scoria radioattiva ambulante, è uno zombie apocalittico, un barbaro post-atomico incapace di pensare al di fuori dei propri micro-interessi alimentari.

 

Chi crede che l’aborto non sia una priorità assoluta non solo per la Chiesa, ma per l’Umanità tutta, chi ritiene che anzi esso sia una stupida «ossessione» di cui i cattolici devono cominciare fare a meno, è complice della bomba del Male, è collaboratore di questo sterminio demoniaco, è un Quisling della giga-morte che cancella generazioni e generazioni dei nostri fratelli, dei nostri figli.

 

Chi non capisce che la guerra atomica dell’aborto va fermata ora, è complice di Akuma, come chiamano in Giappone il Principe di questo mondo. Disse Nostra Signora ad Akita: «Akuma ha, Kyōkai no naka made hairikomi».

 

Il demonio entrerà sin dentro la Chiesa. «Cardeinaru ha Cardeinaru ni, Shikyō wa Shikyō ni tairetsu suru deshō». Cardinali serreranno le proprie fila contro altri Cardinali, Vescovi contro Vescovi. Akuma guiderà molti preti e religiosi lontano da Dio. Quei preti che mi riveriscono saranno disprezzati ed attaccati. Chiese ed altari saranno dissacrati. «Kyōkai ha, dakyō suru mono de ippai ni nari». La Chiesa sarà riempita di compromessi. Akuma si concentrerà specialmente sui consacrati.

 

Dunque, è giunta l’ora di chiedere a noi stessi: fino a quando?

 

Fino a quando dovremo tollerare questa guerra nucleare in cui – inermi, inerti, impotenti –  vediamo i nostri fratelli morire a migliaia di milioni?

 

Fino a quando dovremo sopportare la mano dei carnefici che preparano l’apocalisse?

 

Fino a quando incasseremo passivi questa ondata senza fine di morte, senza pensare mai che si va à la guerre comme à la guerre?

 

Sta scritto: «Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: “Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette”». (11)

 

Abbiamo perdonato, sì. Ma qui siamo andati ben oltre le settanta volte sette. I nostri fratelli assassini, hanno peccato contro gli innocenti – uccidendoli –  almeno un miliardo di volte.

 

La misericordia di Dio è infinita. Quella dell’uomo, logicamente, non può esserlo.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

NOTE

1) Herman Kahn, Thinking About the Unthinkable, Horizon, New York 1962; p.21.

2) Herman Kahn, On Thermonuclear War, Transaction Publishers, Piscataway 2011; p.20.

2) Herman Kahn, On Thermonuclear War, cit.; p.169.

5) Nikita Khrushev, in quell’aprile 1959 in cui l’Italia firmò per ospitare i missili Jupiter americani, fu chiarissimo: promise che «in caso di guerra, l’Italia sarebbe stata uno dei primi obbiettivi di distruzione atomica». Paolo Cacace, L’atomica europea, Fazi, Roma 2004; p.81. In particolare, dai pochissimi file declassificati, si è potuto apprendere del destino di annientamento a cui sarebbero andate congiuntamente incontro l’Alta Italia e a Baviera. In uno studio sulla strategia degli eserciti del Patto di Varsavia in caso di scontro frontale col mondo libero, lo storico ceco-americano Vojtech Mastny ha raccolto materiale per affermare che «sul fianco meridionale, il compito dell’esercito ungherese era quello di far parte di un’operazione in cui Monaco, Verona e Vicenza sarebbero state incenerite da un bombardamento atomico, così come lo sarebbe stata Vienna, capitale della neutrale Austria». Vojtech Mastny, A cardboard castle? An inside history of the Warsaw Pact 1955-1991, Central European University Press, Budapest 2005; p.23. I dettagli dell’operazione, come spiegano con dovizia di particolare gli studiosi Suppan e Mueller, sono contenuti in una grande manovra di esercitazione militare che Mosca e Budapest lanciarono nel maggio 1965: «ad un possibile attacco dell’Occidente con 30 ordigni atomici, il Patto di Varsavia avrebbe risposto con un immediato contrattacco nucleare da 7405 kilotoni su Baviera Austria e Alta Italia (…) armi nucleari occidentali avrebbero colpito Budapest, Debrecen, Miskole, Szekesfehervar e altre città alle ore 07:00. Nello stesso preciso istante Vienna avrebbe dovuto essere distrutta da due bombe atomiche da 500 kilotoni l’una, seguita alle 07:02 da Monaco, Oberammergau, Verona, e Vicenza». Arnold Suppan – Wolfgang Mueller, Peaceful Coexistence or Iron Curtain? Austria, Neutrality, and Eastern Europe in the Cold War and Détente, LIT Verlag Muensterm, Berlino-Muenster-Vienna 2009; p.209).

5) Gregg Watts, Mother Theresa: Faith in the Darkness, Lion Books, Oxford 2009; p.130.

6) Si tratta della famosa zhǐlǎohǔ, l’espressione mandarina (composta letteralmente dagli ideogrammi “carta” “vecchia” “tigre”) divenuta proverbiale anche in Occidente con la traduzione di «tigre di carta». Mao spiegò il concetto nell’agosto 1948 durante l’intervista alla giornalista americana Anna Louise Strong. In Mao Tse-Tung, Opere scelte, 4 voll., Casa editrice in lingue estere, Pechino 1969-1975, p.99. Mao tornò sul concetto della bomba atomica come tigre di carta a Mosca durante l’Incontro Internazionale dei Partiti Comunisti ed Operai (18 novembre 1957), e durante un discorso al Convegno di Wuchang (1 dicembre 1958) dell’Ufficio Politico del Partito Comunista Cinese.

7) In Claudio Cesa (a cura di), Hegel. Antologia di scritti Politici, il Mulino, Bologna 1977.

8) Franco Fornari, Psicanalisi della Guerra, Feltrinelli, Milano 1970; p.21

9) Edward Glover, War, Sadism and Pacifism, George Allen & Unwin, Londra 1946; p.274.

10) Herman Kahn, On Thermonuclear War, cit. p.40.

11) Matteo 18, 21-23.

 

 

 

 

Articolo del 2014 già apparso su Riscossa Cristiana, poi su Ricognizioni, con il titolo «Il trionfo della megamorte. Meditazione su aborto e bomba atomica».

 

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Nucleare

Il mondo è «a un errore di calcolo dall’annientamento nucleare» dice il capo delle Nazioni Unite

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Le crescenti tensioni geopolitiche in tutto il mondo hanno messo la popolazione mondiale a maggior rischio di essere spazzata via dalle armi nucleari dalla fine della Guerra Fredda, ha avvertito il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres.

 

«Oggi, l’umanità è solo un malinteso, un errore di calcolo dall’annientamento nucleare», ha detto Guterres lo scorso lunedì alla conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione (NPT) a New York. Il portoghese ha esortato le nazioni del mondo a «mettere l’umanità su un nuovo percorso verso un mondo libero dalle armi nucleari».

 

Il capo delle Nazioni Unite ha affermato che i conflitti in tutto il mondo, le violazioni dei diritti umani, la crisi climatica e la pandemia di COVID-19 «hanno messo il nostro mondo sotto uno stress maggiore di quello che ha dovuto affrontare nelle nostre vite». I rischi di una guerra nucleare sono ai massimi livelli dal culmine della Guerra Fredda, ha aggiunto .

 

«L’umanità rischia di dimenticare le lezioni forgiate nei terrificanti fuochi di Hiroshima e Nagasaki», ha detto Guterres, riportato da Sputnik.

 

«Le tensioni geopolitiche stanno raggiungendo nuove vette. La competizione sta vincendo sulla cooperazione e sulla collaborazione. La sfiducia ha sostituito il dialogo e la disunione ha sostituito il disarmo».

 

 

Il NPT dovrebbe essere rafforzato per «adattarsi al mondo preoccupante che ci circonda», ha affermato il segretario generale, citando il conflitto Russia-Ucraina e le tensioni in Medio Oriente e nella penisola coreana.

 

«Quasi 13.000 armi nucleari sono ora detenute negli arsenali di tutto il mondo. Tutto questo in un momento in cui crescono i rischi di proliferazione e si indeboliscono i guardrail per prevenire l’escalation».

 

Guterres si è lamentato del fatto che i Paesi stiano cercando sicurezza investendo centinaia di miliardi di dollari per accumulare «armi del giorno del giudizio che non hanno posto sul nostro pianeta».

 

Il vertice ONU ha dinque affermato che cercare di ridurre il rischio che scoppino guerre non è sufficiente perché «l’eliminazione delle armi nucleari è l’unica garanzia che non verranno mai utilizzate».

 

Il capo delle Nazioni Unite ha detto che si recherà in Giappone per l’anniversario del 6 agosto del bombardamento nucleare statunitense di Hiroshima, quindi si fermerà in altri paesi dell’Asia-Pacifico per colloqui con i loro leader sulla non proliferazione.

 

Secondo quanto riferito, gli Stati Uniti, l’unico paese ad aver mai schierato una bomba nucleare in guerra, hanno speso 44,2 miliardi di dollari in tali armi nel 2021, superando i 38,2 miliardi di dollari spesi dalle altre otto nazioni armate messe insieme.

 

La Cina si è classificata seconda nella spesa nucleare, con 11,7 miliardi di dollari, mentre la Russia era la terza con 8,6 miliardi di dollari.

 

«Per più di 50 anni, il TNP ha reso il nostro mondo più sicuro e più prospero e il trattato non è mai così importante come in tempi di crisi», ha affermato lunedì il segretario di Stato americano Antony Blinken. «Gli Stati Uniti sono pronti a lavorare con tutti i nostri partner per garantire un mondo più sicuro per tutti».

 

Come riportato da Renovatio 21, il vertiginoso aumento del rischio di conflitto termonucleare globale era stato dichiarato l’anno scorso in un documento militare USA reso pubblico.

 

A inizio conflitto la Russia aveva accusato l’Ucraina di voler sviluppare armi nucleari.

 

Come ricorda William Engdahl, il 19 febbraio scorso, alla conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera, il presidente ucraino Zelens’kyj aveva minacciato di schierare armi nucleari sul territorio ucraino.

 

Lo Zelens’kyj aveva espresso l’idea di una possibile revoca unilaterale del Memorandum di Budapest del 1994, sebbene l’Ucraina non fosse uno dei firmatari dell’accordo.

 

Secondo un recente grafico condiviso da Renovatio 21, la Russia e gli Stati Uniti possiedono ancora circa il 90% di tutte le testate nucleari del mondo.

 

Cina e la Francia, che hanno iniziato a testare armi nucleari rispettivamente nel 1964 e nel 1960, seguono a distanza. ILa Gran Bretagna è quinta, sebbene sia stato il terzo Paese al mondo ad arrivare alla bomba atomica dopo gli Stati Uniti e la Russia nel 1952.

 

Vi sono quindi Paesi con meno di 200 armi nucleari come gli arcinemici India e Pakistan, che per primi hanno testato armi nucleari negli anni ’70, e la Corea del Nord, che ha iniziato a gestire impianti di fabbricazione dell’uranio e condurre test esplosivi negli anni ’80.

 

Bisogna quindi considerare che lo Stato di Israele potrebbe avere circa 200 armi nucleari;  il suo programma di armamento atomico daterebbe agli anni ’60. Tuttavia, lo Stato ebraico mai ha confermato il possesso della bomba.

 

Il totale ufficiale, quindi, sarebbe di 13.132 armi nucleari al mondo.

 

 

 

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