Bioetica
In Nuova Zelanda i bambini vengono lasciati morire se nascono vivi dopo gli aborti
I dati governativi hanno confermato che in Nuova Zelanda i bambini nascono vivi dopo un tentativo di aborto almeno una volta al mese e, come prassi, muoiono senza ricevere assistenza medica. Lo riporta LifeSite.
L’aborto in terra neozelandese è legale su richiesta fino alla 20ª settimana di gravidanza e viene spesso praticato anche oltre, se un medico ne autorizza la necessità per motivi di «salute».
«Family First New Zealand ha riferito di aver ottenuto dati governativi dopo una richiesta ufficiale, scoprendo che i feti sopravvivono regolarmente ai tentativi di aborto», ha riportato Live Action News. «Dal 2020, 80 tentativi di aborto hanno portato a nascite vive, anche se il numero reale potrebbe essere superiore, poiché alcuni distretti non hanno fornito queste informazioni. Le sopravvissute all’aborto avevano una gestazione compresa tra le 20 e le 30 settimane e non hanno ricevuto cure salvavita».
Il rapporto ha inoltre rilevato che l’assistenza medica veniva concessa solo ai neonati desiderati dai genitori: «È preoccupante che il distretto di Te Tai Tokerau abbia affermato che l’assistenza di sostegno vitale è presa in considerazione solo per i “neonati desiderati a 22 settimane + 5 giorni”. A Waikato, c’è la discrezionalità dei genitori di accettare o meno la rianimazione». Canterbury aveva precedentemente consigliato che il «neonato venga avvolto in una coperta e tenuto in braccio fino al decesso».
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Casi specifici di questo protocollo sono emersi in passato. Nel 2021, Gript ha riferito che «un bambino sano sarebbe nato vivo dopo un aborto tardivo fallito ed è stato lasciato morire in un ospedale neozelandese», aggiungendo che «il bambino è stato lasciato ansimare per due ore mentre gli operatori sanitari si rifiutavano di intervenire, prima di morire». Uno studente di medicina, profondamente traumatizzato dall’aver assistito alla morte del bambino, ha affermato che la madre era incinta da oltre 21 settimane.
«Non faremmo mai una cosa del genere a un animale. Ero inorridita», ha detto la studentessa, che usa lo pseudonimo Nicola. «Non abbiamo dato potere a questa donna lasciando che suo figlio soffrisse e morisse in quel modo. Quando ha lasciato l’ospedale, aveva ancora bisogno di sostegno e aiuto per la sua situazione. Tutto quello che abbiamo fatto è stato porre fine alla vita del suo bambino in modo prolungato e crudele. È davvero vile e disgustoso che un essere umano venga trattato in quel modo».
L’anno precedente, il parlamentare Simon O’Connor aveva proposto un emendamento al disegno di legge sull’aborto del Primo Ministro Jacinda Ardern, che imponeva l’obbligo di assistenza ai bambini sopravvissuti a un tentativo di aborto. Il governo, inclusa la stessa Ardern, si oppose all’emendamento. «Ci è stato detto che il mio emendamento non era necessario, eppure eccoci qui in una situazione con un bambino nato vivo, lasciato morire da solo – ed è semplicemente orribile», ha detto O’Connor.
«Non siamo sorpresi da questi dati [del governo], ma sono comunque davvero scioccanti. Che il nascituro sia alla 15ª, 20ª, 30ª o 40ª settimana di gravidanza, lotterà naturalmente per la propria vita», ha affermato Bob McCoskrie, CEO di Family First New Zealand. «Questo è il nostro istinto umano. Dovremmo proteggere la vita dei bambini innocenti che sopravvivono ai tentativi di aborto. Dovremmo chiarire con estrema chiarezza che questo è un obbligo per i professionisti sanitari». McCroskie ha osservato che ora ci sono dati governativi che confermano ciò che i pro-life sostengono da tempo: che a volte i bambini sopravvivono agli aborti.
Il ministro della Salute e del Lavoro Andrew Little aveva precedentemente respinto queste affermazioni, affermando: «vorrei vedere i dati scientifici sulla nascita di un bambino dopo un aborto». McCroskie ha risposto: «Ecco le prove. Non si tratta di politica, si tratta di avere un cuore». Ha ragione. Ci sono persino alcune sopravvissute all’aborto che sono sopravvissute per raccontare le loro storie, per l’industria dell’aborto, quelle che se l’erano cavata».
Il caso che viene in mente a tutti è quello di Gianna Jessen, abortita ma sopravvissuta anche se con una vita con la paralisi cerebrale. Si tratta con probabilità di una delle migliori speaker pro-life al mondo.
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Il segreto più orribile dell’industria dell’aborto, scrive LSN, è che i bambini nascono regolarmente vivi dopo tentativi di aborto e vengono lasciati morire dai medici che hanno appena tentato di ucciderli. Ci sono esempi frequenti e documentati di questo tipo solo negli ultimi anni in Gran Bretagna, negli Stati Uniti, in Canada e in Irlanda, dove l’aborto è legale solo dal 2019.
Come riportato da Renovatio21, a inizio anno la Camera USA aveva approvato la legge per proteggere i bambini nativi vivi dopo l’aborto.
Come riportato da Renovatio 21, anche l’eutanasia galoppa alla grande in Nuova Zelanda, dove è stata approvata per referendum. In un impeto di creatività, tre anni fa si cominciò a parlare nel Paese di possibilità di eutanatizzare i pazienti COVID.
Ricordiamo che si tratta del Paese dei lockdown draconiani, inflitti anche per un solo caso di positività, sotto l’imperio della premier Jacinda Andern, allevata dal World Economic Forum e pronta a progettare una «società a due livelli» (vaccinati e non vaccinati), a chiedere ai propri cittadini di non chiacchierare col vicino (per evitare i contagi), a istigare la delazione dei dissidenti politici ora etichettati come «terroristi», a proibire del tutto il tabacco, e a garantire in lockdown il diritto di fare orge da 25 persone a chi avesse acquisito il diritto pandemico ad uscire di casa.
Come riportato da Renovatio 21, il Parlamento neozelandese ha concesso lo status di persona a una montagna, proprio come in precedenza lo aveva concesso ad un fiume e a un pezzo di terra: cose che sono quindi tecnicamente più protette dallo Stato di un feto umano.
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La bambina risucchiata dal bocchettone della piscina e la morte cerebrale
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Si fa largo l’idea delle sanzioni penali per le donne che abortiscono
Oltre 60 leader e personalità influenti del movimento pro-vita e conservatore auspicano l’introduzione di sanzioni penali per le donne che ricorrono all’aborto. Lo riporta LifeSite.
Il fenomeno mostra come la cosiddetta Finestra di Overton si stia muovendo in senso opposto a quanto visto nelle ultime decadi.
Guidata da Seth Gruber e dalla White Rose Resistance, la «Dichiarazione a sostegno della tutela dei diritti uguali» sostiene che la crescente diffusione dei farmaci abortivi chimici ha minato le leggi statali a tutela della vita. I firmatari, tra cui l’ex dipendente di Planned Parenthood convertita di attivista pro-life Abby Johnson, la nuotatrice attivista contro i trans nello sport femminile Riley Gaines, il commentatore di Turning Point USA Alex Clark e diversi pastori protestanti, sostengono che siano necessarie sanzioni penali per le donne che abortiscono al fine di fermare l’uccisione di bambini innocenti.
«La parità di trattamento richiede che chiunque tolga consapevolmente e volontariamente la vita a un bambino non ancora nato – compresi gli autori principali, i complici e i co-cospiratori – sia soggetto a responsabilità legale», dichiara la risoluzione. Allo stesso tempo, lascia spazio alla discrezionalità del pubblico ministero, affermando: «Le leggi giuste distinguono tra coloro che agiscono per ignoranza, paura o coercizione e coloro che agiscono con piena consapevolezza, volontà e intenzione».
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La dichiarazione formula fermamente due risoluzioni:
«Affermiamo il principio di pari protezione per i nascituri, riconoscendo che le stesse leggi che proteggono le persone nate dalla violenza e dalla distruzione, o leggi che forniscono un grado di protezione sostanzialmente equivalente, devono proteggere anche i bambini non ancora nati; e che i legislatori dovrebbero eliminare le immunità legali che consentono che l’uccisione intenzionale dei bambini non ancora nati continui, e promulgare leggi che garantiscano una protezione piena e uguale, ai sensi della legge, dalla violenza e dalla distruzione, fin dal momento del concepimento».
Tra gli altri firmatari di spicco figurano altri nomi dell’attivismo pro-vita Mark Lee Dickson, fondatore di Sanctuary Cities for the Unborn; Trevor e Christen Pollo di Protect Life Michigan; e Catherine Short, fondatrice della Life Legal Defense Foundation.
Personalità influenti del mondo conservatore, tra cui Allie Beth Stuckey, Eric Metaxas, Kaitlin Bennet e Maison Dechamps (il cosiddetto «Spiderman pro-life», che si arrampica sui grattacieli per riportare attenzione sulla tragedia dell’aborto), hanno anch’esse appoggiato la dichiarazione.
Le richieste di penalizzare le donne che ricorrono all’aborto si inseriscono nel contesto di un nuovo rapporto della Society for Family Planning, secondo il quale nel 2025 si sono verificati circa 1,13 milioni di aborti. Di questi, circa 180.000 sarebbero stati praticati illegalmente in Stati con leggi anti-aborto, stando all’analisi della stessa organizzazione.
La dichiarazione ha suscitato l’interesse del New York Times, che l’ha contrapposta alla posizione prevalente tra i sostenitori del movimento pro-vita, secondo cui le donne non dovrebbero essere perseguite per aver abortito.
Il giornale neoeboraceno riportava che «un numero crescente di leader conservatori sta iniziando a sostenere che l’unico modo per impedire alle donne di interrompere la gravidanza potrebbe essere quello di arrestarle».
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Il quotidiano di Nuova York ha fatto notare che l’idea ha suscitato critiche da parte di alcuni direttori di centri per la gravidanza, i quali sostengono che le donne sarebbero meno propense a rivolgersi a loro per chiedere aiuto, per timore di essere perseguite penalmente. Anche i gestori delle cliniche che praticano l’aborto, ovviamente, si oppongono alle sanzioni, scrive il NYT.
Nel frattempo, due organizzazioni nazionali pro-vita mantengono la loro posizione contraria alle sanzioni. «Non sosteniamo alcuna legge che preveda sanzioni penali per le donne e le renda passibili della pena di morte», ha dichiarato al Times Kelsey Pritchard, direttrice della comunicazione di Susan B. Anthony Pro-Life America. «Nessuna legge statale pro-vita prevede questo e la situazione non cambierà, dato che nessuna di queste proposte di legge è mai stata approvata da un’assemblea legislativa statale».
«Il mio messaggio è “non ora”, ma non sto dicendo ‘mai’», ha dichiarato al NYT Kristan Hawkins, presidente di Students for Life of America.
Tuttavia, altri sono entusiasti dell’idea. «Sono incredibilmente orgoglioso di essere menzionato in questo articolo del NYT», ha scritto Alex Clark su X in risposta all’articolo. «Avanti tutta sulla criminalizzazione dell’aborto».
L’idea di sanzioni penali nei confronti delle donne che abortiscono costituiva, anche nel mondo pro-life, una pura bestemmia sino a pochi anni fa. Poi arrivò Donald Trump, che da candidato presidente, nel 2016, si lasciò sfuggire l’opzione. Alla domanda riguardante l’eventuale galera per le donne che abortiscono, The Donald rispose che alcuni nel Partito Repubblicano lo pensavano.
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«Ci deve essere una qualche forma di punizione per le donne che abortiscono» aveva dichiarato in uno scambio di battute televisivo sul canale MSNBC. Gli stessi pro-life americani rimasero in larga parte scioccati, e molti – si era ancora nel periodo in cui si pensava impossibile una vittoria di Trump nella corsa alla Casa Bianca – non persero l’occasioni di attaccare il presidente che aveva mostrato di essere più pro-vita dei pro-vita.
In breve, il candidato presidente aveva dimostrato apertura alla faccenda. Secondo le dinamiche ideo-politiche descritte dal compianto sociologo statunitense Joseph P. Overton (1960-2003), si trattava del fondamentale passaggio dalla categoria dell’«impensabile» a quella del «radicale». La nuova spinta pare portare la criminalizzazione dell’aborto dal «radicale» all’«accettabile».
In pratica Trump aveva dimostrato, e con una certa disinvoltura, la possibilità di aprire la Finestra di Overton in senso contrario: a passare da essere impensabili ad essere leggi dello Stato non sono solo leggi contrarie alla vita (e quindi considerate nella società della Necrocultura come «progressiste»). Ogni sentimento politico, in realtà, può seguire il percorso verso la piena espressione sociale e legale.
È stata la Corte Suprema popolati di giudici scelti da Trump ad abbattere, nel 2022, la sentenza Roe v. Wade, che garantiva il feticidio come «diritto federale» da applicarsi in tutti gli Stati.
Non si capisce quindi come ciò si spieghi con le ultime dichiarazioni di Tucker Carlson, che in un podcast ha sostenuto come in privato Trump sia molto disturbato dai cristiani e dalla loro opposizione all’aborto.
Come riportato da Renovatio 21, la moglie Melania Trump durante la campagna elettorale si era dichiarata convintamente abortista, e qualcuno speculò sul fatto che dietro vi fosse una manovra per attrarre le elettrici deluse dai democratici.
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Immagine di Franciscans of the Immaculate via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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