Pensiero
I cattolici e la sottomissione islamica
La settimana scorsa ci hanno segnalato un articolo apparso su uno dei siti più seguiti, quello di Maurizio Blondet.
Leggiamo il titolo: «L’unico rimpianto degli abitanti del Paradiso». Poetico, non sappiamo quanto teologicamente allineato, pensiamo. Poi scopriamo che si tratta di una vera e propria omelia di un religioso islamico.
Una predica musulmana allo stato puro, in linguaggio maomettano totale, con tanto di «Profeta» con la maiuscola seguito dalle espressioni obbligatorie («pace e benedizioni su di lui») e Dio chiamato costantemente «Allah». Coloro che muoiono, dice il testo «rimpiangeranno le ore trascorse sulla Terra senza ricordare Allah».
«Ricordare Allah significa ricordarLo e riflettere sulla Sua creazione. Tutto ciò che ricorda Allah è necessario e inestimabile per il credente. Ricordare gli Amici di Dio, i Profeti e i Compagni, in questo risiede il beneficio più grande». Notiamo l’ulteriore raffica di maiuscole.
Il discorso si fa tecnico, settario, para-esoterico: «quando ascoltate gli Amici di Dio, i Compagni e i credenti sinceri, allora vi ricordate. È proprio per questo che onorarli e rispettarli è uno dei principi (adab) della nostra tariqa. A chiunque rispetti l’etichetta della Via, la Via gli rivelerà la sua bellezza».
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L’autore è segnato come tale «Mawlana Shaykh Muhammed Adil ar-Rabbani», da Costantinopoli (Renovatio 21 si è ripromessa di mai scrivere «Istanbul», nome ufficializzato solo negli anni Trenta del Novecento). Si tratta di qualcuno che, nella nostra crassa ignoranza, mai avevamo sentito prima: se abbiamo capito bene, è l’attuale leader di un ordine sufi, lo sceicco Mehmet ‘Adil, nato nel 1957 (cioè, più giovane di una dozzina d’anni di Blondet) a Damasco dal padre sceicco Muhammad Nazim Adil Al-Qubrusi Al-Haqqani (1922-2014), turco-cipriota leader della tariqa (cioè, «ordine») sufi Naqshbandi. Tanta roba.
Quindi: uno dei siti più trafficati d’Italia, specie da cattolici, conservatori e destroidi, si becca così una bella predica islamica, con pedigree annesso.
E pazienza per chi, come noi, ogni giorno cerca di servire ai lettori un’omelia di qualche religioso cattolico: da monsignor Viganò a monsignor Strickland, dal cardinale Burke al cardinale Sarah, dallo svizzero monsignor Eleganti alll’argentino monsignor Aguer, dal superiore generale della FSSPX don Pagliarani a monsignor Williamson (pace all’anima sua) a monsignor Schneider, ripescando magari talvolta pure qualche discorso dell’arcivescovo Lefebvre – senza contare la quantità di semplici sacerdoti cui abbiamo dato spazio, per temi che vanno dai vaccini fatti con i feti abortiti alla crisi patente della gerarchia vaticana. Qualsiasi cosa, pur di far arrivare parole sensate, necessarie all’esistenza nell’ora presente, da labbra consacrate. Un lavoro vero e proprio, a volte anche un po’ ingrato.
E niente, qui sul pulpito è salito un maomettano. Il discorso, ma è solo un’opinione personale, non ci è sembrato particolarmente profondo – sulla teologia di esso, cioè sulla sua compatibilità con il catechismo, non ci esprimiamo. Il lettore medio del sito, cosa deve pensare? Se viene pubblicato sulle pagine curate dal grande giornalista e scrittore, allora deve essere importante… È un segnale, un bip che appare sul radar: forse è il caso di cominciare a sentire anche le prediche islamiche….?
Noi non ci stupiamo più di tanto. Discorsi anfiboli sull’islam avevano cominciato a spuntare anche negli ultimi anni della gloriosa esperienza di Blondet su EFFEDIEFFE, per anni il sito più intenso e importante di tutta la galassia cattolica. All’epoca, quando uscivano negli articoli certi lancetti rispetto al credo musulmano, mi dissero che attorno a lui si erano messe persone convertite all’islam, un’informazione che non ho mai verificato, ma che in fondo non so quanto abbia importanza. Di personaggi che, più o meno sulla scorta di Réné Guénon – il primo grande pensatore della destra europea a convertirsi all’islam – zampettano sempre più lontani dall’ortodossia cattolica il nostro piccolo mondo antico è pienissimo – se poi come i pesci pilota si mettono davanti al pesce grande, mica ci sconvolgiamo.
Certo all’epoca era bizzarro vedere cenni filomusulmani su un sito che aveva la Croce di Gerusalemme come simbolo. Un sito creato da un uomo, Fabio De Fina (pace all’anima sua), che in uno dei suoi ultimi articoli aveva buttato lì una tesi estremista, ma non senza ragioni: «chi controlla l’islam e la sua storia?» aveva chiesto in un suo scritto uscito ai tempi in cui l’allarme per il terrorismo jihadista era ancora sui giornali. La risposta la poteva immaginare il lettore.
Non abbiamo remore a definire Maurizio Blondet il più grande scrittore italiano. Nessuno ha il suo stile, nessuno ha la sua capacità di affabulare, avvincere, gettare il lettore verso conclusioni abissali ed emozionanti. Nel mainstream, il suo talento, il suo genio, sono introvabili: non una «grande penna» dei giornaloni, non un autore da Premio Strega può riuscire ad avvicinarsi.
Sì, Blondet è decisamente di un livello letterario superiore, un campione della scrittura senza pari. O almeno, lo è stato fino a quando qualcuno impaginava con decoro suoi pezzi. Nel sito attuale, è difficile capire chi dice cosa, chi è l’autore degli articoli (a volte, nella zuppa finiscono copincollati anche articoli di Renovatio 21, ci dicono), districandosi tra un diluvio di pubblicità insopportabili. Tra tweet e screenshot, titoli grandi e piccoli messi a caso, è difficile orientarsi, affogati da cascate di banner inguardabili.
Ciò non cancella il passato dello scrittore, che ha meriti straordinari. Il superpotere letterario di Blondet è arrivato con una super-responsabilità, adempiuta per anni stupendamente: grazie a lui masse enormi di persone si sono avvicinate non solo a temi programmaticamente assenti dall’informazione ufficiale, ma alla spiritualità cristiana tradizionale. Non è possibile calcolare quanti abbiano cominciato a seguire la Messa tridentina grazie a ciò che traspirava dai suoi articoli e dai libri pubblicati da EFFEDIEFFE. Ne conosciamo, tuttavia, diversi.
Ora, c’è da comprendere che tale responsabilità metafisica è ancora attiva. E quindi ci chiediamo: lasciare la parola all’islam sui propri spazi, che conseguenze può avere?
Se lo possono domandare in tanti, anche fra quelli che senza essere cattolici praticanti hanno con l’invasione musulmana problemi pratici: il quartiere invaso da spacciatori e devastatori maghrebini, la moschea più o meno che fa crollare il valore immobiliare della casa comprata con il mutuo e due vite di sforzi, i trapper che oggi parlano di auto e orologi di lusso ma domani bombarderanno le città convertiti al jihadismo nelle no-go zone, i maranza pronti a bruciarti la macchina o a picchiarti i figli (che, ancora peggio, possono arrivare ad ammirare la loro spavalderia giovanile e finire per emularli), le figlie che potrebbero venire molestate dalle orde stupratrici nella tahurrush gamea – come sotto il Duomo di Colonia, come sotto il Duomo di Milano – o ancora peggio potrebbero sposarsi un arabo che poi, come accade spesso, si porta via i figli (realtà di cui già nel 1989 parlava monsignor Lefebvre).
Viviamo un mondo che con l’islam – grande strumento dei signori del mondo nel programma calergista di installazione dell’anarco-tirannia in Europa – deve averci a che fare pragmaticamente, e che non ha nemmeno iniziato a pensare a soluzioni, cosa che appunto dovrebbe avvenire grazie allo sforzo degli intellettuali su siti dove si ragiona, senza blocchi politici di sorta, sul presente.
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Mi sono ricordato che questa situazione era già stata descritta con dovizia in un libro di oramai una diecina di anni fa, Sottomissione, del romanziere francese Michel Houellebecq. Lessi la versione francese d’un fiato durante un viaggio aereo, e ne rimasi profondamente scosso. Era appena stato pubblicato: il giorno dell’uscita coincise esattamente con l’attentato a Charlie Hebdo. Mi rendo conto di non averne praticamente scritto mai, e oggi quanto immagina lo scrittore mi sembra più giusto che mai.
Storia ucronica, ambientata in un futuro prossimo alternativo al nostro ma con sullo sfondo gli stessi personaggi (Marine Le Pen, François Bayrou Michel Onfray, etc.), nel libro si immagina l’avanzata irresistibile dell’islam in politica, con un partito che riesce a vincere le elezioni grazie all’aiuto della sinistra che di fatto preferisce una teocrazia aliena piuttosto che vedere la destra al potere, e in tutta la società. Il partito islamico è legato ai Fratelli Musulmani, che però ora posano come «moderati», non diversamente da quanto stiamo vedendo ora nella Siria di al-Jolani e dei «jihadisti educati».
Il protagonista, un professore di storia della letteratura alla Sorbona, vede il suo ateneo sempre più invaso dai musulmani, con sgherri che si presentano a lezione solo per vedere se viene detto qualcosa che non va o viene fatto qualcosa alle ragazze velate cui è ancora concesso di studiare. Al contempo, viene spiegato come con miliardate di petrodollari le monarchie del Golfo abbiano ingoiato le università e le istituzioni nazionali francesi più prestigiose (il riferimento qui è forse agli accordi come quello del Louvre ad Abu Dhabi o della Sorbona in Qatar).
La situazione si fa sempre più insostenibile, al punto che vi è persino un accenno di guerra civile, con morti e feriti, il giorno delle elezioni, mai i media non ne fanno alcun cenno. Poi viene allontanato dall’insegnamento all’università, oramai di fatto totalmente islamizzata. Si chiude in casa, esce solo per andare alla cassetta delle lettere del suo palazzo e ritirare i pacchi che ordina su Amazon. Si rifugia nel consumo, di libri e di sesso, per non pensare al suo vuoto interiore (non ama più insegnare, né ha rapporti con la famiglia di origine) e alla sua impotenza rispetto al processo epocale in corso, cioè a quell’islamizzazione che ha reso instabile, almeno in quella fase transitoria, la società francese.
Eppure qualche dubbio lo attanaglia. Houellebecq qui ha una trovata stupenda, che è quella di mettere la parabola del professore a fianco a quella del suo oggetto di studio, lo scrittore decadente francese Joris-Karl Huymans (1948), che, partito con una vita da dandy tra prostitute e frequentazioni artistiche (leggibili nel libro del 1884 À rebours, in italiano Controcorrente), passa per rapporti con le cerchie sataniste parigine (dove troneggiava il satanista ex prete Joseph-Antoine Boullan, i cui misteri e orrori sono descritti nel romanzo del 1891 Là-bas, tradotto in italiano come L’abisso) per poi finire oblato benedettino: una storia di vera conversione, che non può non parlare al cuore del protagonista.
Di fatto, Huymans attraversa le fasi di confusione, disincanto e terrore che toccano il nostro professore nell’ora del caos, e se ne esce con questa soluzione pulita, grandiosa, altissima: la conversione. Sono eccezionali le pagine in cui Houellebecq descrive uno degli ultimi viaggi fuori casa del suo personaggio, alla ricerca dei luoghi di Huymans, finendo in un monastero benedettino nella pace della campagna. I frati, che avevano accolto lo scrittore decadente un secolo e mezzo prima, sono ancora lì. Dall’intreccio, apprendiamo che anche i movimenti catto-tradizionisti francesi vi sono ancora, e pur capendo perfettamente la gravità della situazione, non riescono a crescere davvero in una società oramai completamente intossicata.
Il protagonista si distacca dall’idea che una conversione al cattolicesimo come quella di Huymans può risolvere qualcosa – tanto più che per essere ri-accettato negli ambienti universitari sarebbe meglio, gli fanno capire, convertirsi all’islam… Qui il romanziere dà pennellate da capolavoro, descrivendo il personaggio del rettore della Sorbona, un uomo in vista per tutta la società francese, celebre e ricco (grazie ai finanziamenti dal Golfo), con più mogli, alcune anche giovani, cosa che genera stupore e forse desiderio nel protagonista, che viene vellicato dal magnifico rettore con riferimenti all’erotismo letterario.
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Il rettore, quest’uomo di successo che sembra aver indovinato la combinazione per prosperare nel disordine cosmico del presente, invita a cena il protagonista, con il chiaro intento di reintegrarlo nell’insegnamento. Gli racconta semplicemente di quando capì che resistere all’ondata dell’islam era futile. Il momento della verità non fu, dice, un momento di estasi filosofica, ma una sensazione che ebbe a Bruxelles, quando vide che tutto un quartiere che amava era divenuto musulmano. Va notato che il rettore aveva, come tanti islamizzanti nostrani, studiato Guénon, facendoci pure una tesi. Apprendiamo inoltre che in gioventù era stato cattolico tradizionalista…
Spoiler: il protagonista, infine, capisce cosa deve fare: deve sottomettersi. Islam significa sottomissione. Eccolo quindi che, vestito come di rito, si prepara dinanzi ai testimoni alla shahada, la professione di fede musulmana, primo dei cinque pilastri dell’Islam: «non c’è divinità all’infuori di Allah e Maometto è il suo Profeta» , Ecco, ora è pronto a tornare all’insegnamento universitario e iniziare a progettare matrimoni combinati con plurime studentesse islamiche.
Il monito è enorme. Se non resisteremo, se non ritroveremo le vere radici per poi farci crescere, con fatica e sacrificio, un albero, un bosco, la foresta dell’Europa tutta, verrà il deserto arabo dell’islam. Senza Gesù Cristo, diverremo noi stessi agenti della desertificazione, saremo noi stessi ad accettare il deserto, o perfino ad invocarlo.
La peer pressure, con tanto di meccanismo non diversi da quelli vissuti nel lockdown, sarà tremenda. Le tentazioni tante. Sì, tanta parte della destra italiana, come della sinistra e soprattutto del centro, può divenire islamica. Senza un fondamento spirituale cristiano puro, il nostro destino è segnato.
È spaventoso, ma è la realtà: o cattolici, o sottomessi.
Tertium non datur.
Roberto Dal Bosco
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Immagine generata artificialmente
Pensiero
Il Grande Grande Reset: il mondo dei banchieri muore, inizia quello dei costruttori
Perché il mondo dei banchieri sta morendo e perché i costruttori erediteranno il secolo.
Ci troviamo a un punto di svolta storico. E sono profondamente convinto che questa svolta darà vita a un mondo radicalmente migliore. Non “migliore” nel senso degli slogan di Davos. Migliore nel senso più concreto che ci sia: più giusto, più efficiente, più vero. Per capire dove stiamo andando, dobbiamo prima guardare con lucidità da dove veniamo.— Brivael Le Pogam (@brivael) July 7, 2026
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Il vecchio mondo: prenditori e banchieri
Per decenni, il mondo è stato governato da due caste. I predatori e i banchieri. I «prenditori» [takers, ndt] e i banchier. La loro alleanza non ha mai prodotto valore. Ha prodotto sistemi. Sistemi stratificati, narrazioni sovrapposte l’una sull’altra, progettate non per servire ma per estrarre. Un’intera architettura la cui funzione primaria non è mai stata quella di creare, ma di catturare: catturare la rendita, catturare l’attenzione, catturare il potere e poi rendersi indispensabile al flusso stesso che aveva deviato. Quel mondo non produce costruttori. Produce personaggi. Uomini plasmati dalla macchina: selezionati, confezionati, spinti dalle reti intrecciate di finanza, media e istituzioni. Macron, Obama: prodotti puri di quel software. Brillanti manager del nulla. Non hanno mai costruito nulla che esista nel mondo reale. Hanno amministrato, incarnato, interpretato un ruolo scritto altrove, da altri. Il talento era reale, ma era il talento dell’attore, non dell’ingegnere. E la gente lo percepiva. Confusamente, ma con certezza. Percepiva che la correttezza aveva abbandonato i sistemi. Che qualcosa non quadrava nel meccanismo. È da qui che nasce la tensione permanente della nostra epoca: da quell’intuizione condivisa che chi prende le decisioni non sia né competente, né legittimo, né in contatto con la realtà. Ray Dalio ha dedicato la sua vita allo studio dei cicli dei grandi imperi. La sua conclusione è agghiacciante e si riassume in una sola frase: le civiltà non muoiono quasi mai per mano di nemici esterni. Si decompongono dall’interno, attraverso la decadenza delle loro élite, la finanziarizzazione di ogni cosa e il silenzioso crollo della qualità delle loro decisioni. Ed è proprio in questa situazione che ci troviamo. L’incompetenza non è più un’anomalia del sistema. È diventata il sistema operativo.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
L’altra specie di uomo: il costruttore
Naval, il filosofo della Silicon Valley, lo ha riassunto in una frase che ha fatto il giro del mondo: «È l’era dei costruttori. (ci dispiace per i finanzieri e i chiacchieroni)».Soffermiamoci un attimo su quello specchio quasi perfetto. I finanzieri e i chiacchieroni sono esattamente i miei banchieri e i miei prenditori. Due uomini che non si sono mai coordinati, un’intuizione rigorosamente identica. Questo è il segno che ciò che stiamo descrivendo non è un’opinione o un capriccio ideologico, ma un cambiamento epocale che ormai tutti possono percepire sotto i propri piedi. Di fronte a quella casta, è sempre esistita un’altra specie di uomo: il costruttore. Colui che non narra il mondo, ma lo costruisce. Colui per cui la verità non è un’opinione da imporre, ma un vincolo da rispettare. Il reale non negozia: il razzo vola o esplode. L’auto si muove o non si muove. Il software funziona o si blocca. Nessuna narrazione, nessuna rete, nessun bicchiere di champagne salverà un oggetto che non funziona. Questo è ciò che rende incorruttibile il costruttore, laddove il prenditore è infinitamente malleabile: egli risponde a qualcosa di più grande di sé. E l’incarnazione assoluta del costruttore degli ultimi vent’anni, colui che condensa l’intero cambiamento di paradigma in un’unica figura, è Elon Musk.It’s the Age of Builders.
(sorry financiers and talkers) — Naval (@naval) June 18, 2026
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Elon Musk, l’uomo che ha cambiato le regole
Bisogna valutare ciò che rappresenta veramente. Musk non è semplicemente un imprenditore di successo. È la prova vivente che il vecchio mondo era un bluff. Che si possono costruire cose ritenute impossibili – far atterrare verticalmente uno stadio di un razzo, industrializzare l’auto elettrica, connettere il pianeta dall’orbita – non nonostante ci si rifiuti di stare al gioco delle sciocchezze aziendali, ma proprio perché ci si rifiuta di starci. Non è mai entrato nel gioco dello status. Non è mai entrato nel silenzioso teatro delle sale riunioni, nelle reti di favoritismi, nello scambio di favori. Dove il vecchio mondo punta sull’apparenza, lui punta sulla realtà. Dove il vecchio mondo assume in base al pedigree, lui assume in base alla capacità di ottenere risultati. Questa ossessione per il concreto – quasi maniacale – è esattamente ciò che i prenditori non sono mai stati in grado di comprendere, ed è esattamente ciò che li rende obsoleti. Tuttaviala mossa più importante di Musk sta altrove. Non si tratta né di SpaceX né di Tesla. Significa aver compreso che l’ultimo territorio rimasto da conquistare non era quello industriale, bensì quello narrativo. Per decenni, i costruttori hanno regnato sulla produzione e sono rimasti in silenzio sulla storia. Hanno fabbricato la realtà, ma hanno lasciato che i prenditori ne scrivessero la storia. Acquistando la piazza pubblica, rifiutandosi di lasciare il monopolio del discorso alla casta che lo aveva sempre detenuto, Musk ha fatto qualcosa che nessun costruttore aveva mai osato fare: ha portato la guerra sul terreno delle idee. Ha strappato dalle mani dei prenditori l’ultima cittadella. Ecco perché è odiato con tanta intensità. Non perché abbia torto. Perché dimostra, ogni giorno, pubblicamente, che il re è nudo.Iscriviti al canale Telegram ![]()
Un aneddoto che dice tutto
Un’esperienza vissuta in prima persona, che cattura l’intero cambiamento meglio di qualsiasi saggio. Quando lavoravo per Y Combinator [celebre programma della Silicon Valley per la formazione delle startup, ndt], la stragrande maggioranza degli eventi era priva di sfarzo. Niente tartine, niente calici di champagne, niente rituali da alta società. Burritos, pizze, un po’ di birra. Parlavamo di prodotto, di fatturazione, di realizzazione. Pragmatismo allo stato puro, perché questa è la vera cultura dei costruttori: la realtà prima di tutto, il decoro mai. Gli unici eventi sfarzosi erano quelli in cui ricevevamo gli investitori, persone provenienti dal vecchio mondo, più riservato. Allora sì, spuntavano i tartine, lo champagne e gli abiti eleganti. Allora ci lanciavamo nel gioco dello status. Indossavamo la maschera. Ma è proprio questo il punto: è un costume. Un indumento che si indossa per parlare la lingua del vecchio mondo per la durata di un incontro, non un’identità, non una cultura, non un modo di essere. Il prenditore è il suo costume. Chi lo crea lo indossa e lo toglie. L’intera differenza di civiltà risiede in questo dettaglio.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Quel mondo sta morendo
Diciamolo chiaramente: il vecchio mondo è in agonia. È proprio per questo che resiste con tanta violenza. Un sistema morente non si arrende in silenzio: morde, si chiude a riccio, demonizza, criminalizza. Ciò che scambiamo per potere è spesso solo la resistenza di un corpo che si rifiuta di morire. Ma in fondo, sa già di aver perso. Perché le esigenze del popolo sono cambiate. Non chiedono più discorsi o simboli: chiedono servizi. Sempre più efficienti, sempre più concreti, sempre più rapidi. E le élite sanno, meglio di chiunque altro, di essere strutturalmente incapaci di fornirli. Non si crea efficienza con persone addestrate a gestire la narrazione. Quel terreno appartiene ai costruttori – e come tutto ciò che toccano, se lo prenderanno con le prove, non con il permesso.L’IA ha rimescolato le carte
Eppure, restava un’ultima linea di difesa. Il regno delle idee, dei concetti, della teoria. L’unico terreno in cui il prenditore manteneva un reale vantaggio, perché produrre narrazioni su larga scala era un’arte a sé stante, riservata alla loro casta: giornalisti, comunicatori, intellettuali televisivi, opinionisti. Chi costruiva, storicamente, era muto. Sapeva fare, ma non sapeva dire. Poteva costruire un impero industriale senza mai intervenire nella battaglia culturale. L’IA ha appena fatto saltare quel lucchetto. Ora chi costruisce può anche pensare, scrivere, strutturare e distribuire – su larga scala, senza intermediari, senza dover implorare per avere accesso al microfono. Il monopolio della narrazione è appena crollato. Il costruttore non è più condannato al silenzio. Entra a sua volta nella guerra delle idee e la vincerà, per una ragione semplice e inconfutabile: parla dal reale. Non sta difendendo un’astrazione; sta descrivendo ciò che ha costruito con le proprie mani. È l’ultimo baluardo dei prenditori che crolla. Ed è quello a cui si sono aggrappati con più tenacia.Il vero reset
Ecco perché il vero reset non è quello che ci è stato promesso. Il «Grande Reset» dei banchieri è stata un’operazione di conservazione mascherata da trasformazione: mantenere il potere cambiando il vocabolario, consolidando un ordine morente sotto il linguaggio del progresso. La nostra è l’esatto opposto. È una liberazione. Il trasferimento del potere da chi narra a chi agisce. Da figure costruite ad uomini reali. Da sistemi di sfruttamento a macchine di creazione. Il Grande Grande Reset. Ed è già iniziato. Brivael Le PogamIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Pensiero
Deputata inglese, cattolica e pro-life, assassinata
Ann Widdecombe, ex parlamentare britannica e star televisiva, è stata assassinata.
La polizia britannica sta indagando sulla morte della Widdecombe, 78 anni, trovata ferita e senza vita nella sua casa nel Devon, in Inghilterra, il 9 luglio. Secondo il Daily Telegraph, la polizia del Devon e della Cornovaglia sta cercando «un uomo bianco» come sospetto della sua morte. La notizia del decesso della Widdecombe è stata diffusa dai giornali britannici questa mattina senza alcun riferimento a un atto criminoso.
Secondo le ultime notizie, un uomo di 26 anni, descritto dalla polizia come un «cittadino britannico bianco», è stato arrestato in relazione al suo omicidio.
Convertita al cattolicesimo e attivista pro-vita, la Widdecombe si è fatta amare dai britannici grazie alle sue apparizioni sorprendentemente popolari nei programmi televisivi Strictly Come Dancing e Celebrity Big Brother.
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La Widdecombe è stata deputata conservatrice dal 1987 al 2010, successivamente membro del Brexit Party e poi del Reform Party.
Si tratta del secondo omicidio di un politico cattolico pro-life di alto profilo in Inghilterra in questo decennio. Sir David Amess, membro del Parlamento per 38 anni e amico di Widdecombe, è stato assassinato sul posto di lavoro nel 2021 dall’islamista Ali Harbi Ali.
La figlia di Amess, Katie, ha rilasciato una dichiarazione. «Sono profondamente addolorata per la scomparsa di Ann Widdecombe», ha scritto. «Ann è stata un’amica leale e di lunga data di mio padre, Sir David Amess, e la nostra famiglia le sarà sempre grata per la gentilezza, la forza e la dignità che ha dimostrato nei momenti più difficili della nostra vita».
«L’elogio funebre che ha pronunciato per mio padre nella Cattedrale di Westminster, e la compassione che ci ha dimostrato nei giorni e nei mesi successivi alla sua scomparsa, hanno rispecchiato il meglio del suo carattere: caloroso, integerrimo e incrollabile nel suo sostegno a coloro a cui voleva bene», ha continuato Katie Amess. «L’amicizia di Ann significava moltissimo per mio padre, e le sue parole hanno portato conforto a tantissime persone che gli volevano bene. Oggi la ricordiamo con affetto e rispetto, e porgiamo le nostre più sentite condoglianze alla sua famiglia e ai suoi amici. Possa riposare in pace».
L’assassino di Amess, secondo alcuni, aveva legami con i terroristi islamisti somali al-Shabbab, ai quali il governo italiano, tempo prima, aveva pagato un lauto riscatto per una cooperante rapita e poi tornata sorridente e convertita all’islam.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
Geopolitica
L’Europa verso la guerra contro la Russia. Senza USA e NATO
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