Pensiero
I cattolici e la sottomissione islamica
La settimana scorsa ci hanno segnalato un articolo apparso su uno dei siti più seguiti, quello di Maurizio Blondet.
Leggiamo il titolo: «L’unico rimpianto degli abitanti del Paradiso». Poetico, non sappiamo quanto teologicamente allineato, pensiamo. Poi scopriamo che si tratta di una vera e propria omelia di un religioso islamico.
Una predica musulmana allo stato puro, in linguaggio maomettano totale, con tanto di «Profeta» con la maiuscola seguito dalle espressioni obbligatorie («pace e benedizioni su di lui») e Dio chiamato costantemente «Allah». Coloro che muoiono, dice il testo «rimpiangeranno le ore trascorse sulla Terra senza ricordare Allah».
«Ricordare Allah significa ricordarLo e riflettere sulla Sua creazione. Tutto ciò che ricorda Allah è necessario e inestimabile per il credente. Ricordare gli Amici di Dio, i Profeti e i Compagni, in questo risiede il beneficio più grande». Notiamo l’ulteriore raffica di maiuscole.
Il discorso si fa tecnico, settario, para-esoterico: «quando ascoltate gli Amici di Dio, i Compagni e i credenti sinceri, allora vi ricordate. È proprio per questo che onorarli e rispettarli è uno dei principi (adab) della nostra tariqa. A chiunque rispetti l’etichetta della Via, la Via gli rivelerà la sua bellezza».
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L’autore è segnato come tale «Mawlana Shaykh Muhammed Adil ar-Rabbani», da Costantinopoli (Renovatio 21 si è ripromessa di mai scrivere «Istanbul», nome ufficializzato solo negli anni Trenta del Novecento). Si tratta di qualcuno che, nella nostra crassa ignoranza, mai avevamo sentito prima: se abbiamo capito bene, è l’attuale leader di un ordine sufi, lo sceicco Mehmet ‘Adil, nato nel 1957 (cioè, più giovane di una dozzina d’anni di Blondet) a Damasco dal padre sceicco Muhammad Nazim Adil Al-Qubrusi Al-Haqqani (1922-2014), turco-cipriota leader della tariqa (cioè, «ordine») sufi Naqshbandi. Tanta roba.
Quindi: uno dei siti più trafficati d’Italia, specie da cattolici, conservatori e destroidi, si becca così una bella predica islamica, con pedigree annesso.
E pazienza per chi, come noi, ogni giorno cerca di servire ai lettori un’omelia di qualche religioso cattolico: da monsignor Viganò a monsignor Strickland, dal cardinale Burke al cardinale Sarah, dallo svizzero monsignor Eleganti alll’argentino monsignor Aguer, dal superiore generale della FSSPX don Pagliarani a monsignor Williamson (pace all’anima sua) a monsignor Schneider, ripescando magari talvolta pure qualche discorso dell’arcivescovo Lefebvre – senza contare la quantità di semplici sacerdoti cui abbiamo dato spazio, per temi che vanno dai vaccini fatti con i feti abortiti alla crisi patente della gerarchia vaticana. Qualsiasi cosa, pur di far arrivare parole sensate, necessarie all’esistenza nell’ora presente, da labbra consacrate. Un lavoro vero e proprio, a volte anche un po’ ingrato.
E niente, qui sul pulpito è salito un maomettano. Il discorso, ma è solo un’opinione personale, non ci è sembrato particolarmente profondo – sulla teologia di esso, cioè sulla sua compatibilità con il catechismo, non ci esprimiamo. Il lettore medio del sito, cosa deve pensare? Se viene pubblicato sulle pagine curate dal grande giornalista e scrittore, allora deve essere importante… È un segnale, un bip che appare sul radar: forse è il caso di cominciare a sentire anche le prediche islamiche….?
Noi non ci stupiamo più di tanto. Discorsi anfiboli sull’islam avevano cominciato a spuntare anche negli ultimi anni della gloriosa esperienza di Blondet su EFFEDIEFFE, per anni il sito più intenso e importante di tutta la galassia cattolica. All’epoca, quando uscivano negli articoli certi lancetti rispetto al credo musulmano, mi dissero che attorno a lui si erano messe persone convertite all’islam, un’informazione che non ho mai verificato, ma che in fondo non so quanto abbia importanza. Di personaggi che, più o meno sulla scorta di Réné Guénon – il primo grande pensatore della destra europea a convertirsi all’islam – zampettano sempre più lontani dall’ortodossia cattolica il nostro piccolo mondo antico è pienissimo – se poi come i pesci pilota si mettono davanti al pesce grande, mica ci sconvolgiamo.
Certo all’epoca era bizzarro vedere cenni filomusulmani su un sito che aveva la Croce di Gerusalemme come simbolo. Un sito creato da un uomo, Fabio De Fina (pace all’anima sua), che in uno dei suoi ultimi articoli aveva buttato lì una tesi estremista, ma non senza ragioni: «chi controlla l’islam e la sua storia?» aveva chiesto in un suo scritto uscito ai tempi in cui l’allarme per il terrorismo jihadista era ancora sui giornali. La risposta la poteva immaginare il lettore.
Non abbiamo remore a definire Maurizio Blondet il più grande scrittore italiano. Nessuno ha il suo stile, nessuno ha la sua capacità di affabulare, avvincere, gettare il lettore verso conclusioni abissali ed emozionanti. Nel mainstream, il suo talento, il suo genio, sono introvabili: non una «grande penna» dei giornaloni, non un autore da Premio Strega può riuscire ad avvicinarsi.
Sì, Blondet è decisamente di un livello letterario superiore, un campione della scrittura senza pari. O almeno, lo è stato fino a quando qualcuno impaginava con decoro suoi pezzi. Nel sito attuale, è difficile capire chi dice cosa, chi è l’autore degli articoli (a volte, nella zuppa finiscono copincollati anche articoli di Renovatio 21, ci dicono), districandosi tra un diluvio di pubblicità insopportabili. Tra tweet e screenshot, titoli grandi e piccoli messi a caso, è difficile orientarsi, affogati da cascate di banner inguardabili.
Ciò non cancella il passato dello scrittore, che ha meriti straordinari. Il superpotere letterario di Blondet è arrivato con una super-responsabilità, adempiuta per anni stupendamente: grazie a lui masse enormi di persone si sono avvicinate non solo a temi programmaticamente assenti dall’informazione ufficiale, ma alla spiritualità cristiana tradizionale. Non è possibile calcolare quanti abbiano cominciato a seguire la Messa tridentina grazie a ciò che traspirava dai suoi articoli e dai libri pubblicati da EFFEDIEFFE. Ne conosciamo, tuttavia, diversi.
Ora, c’è da comprendere che tale responsabilità metafisica è ancora attiva. E quindi ci chiediamo: lasciare la parola all’islam sui propri spazi, che conseguenze può avere?
Se lo possono domandare in tanti, anche fra quelli che senza essere cattolici praticanti hanno con l’invasione musulmana problemi pratici: il quartiere invaso da spacciatori e devastatori maghrebini, la moschea più o meno che fa crollare il valore immobiliare della casa comprata con il mutuo e due vite di sforzi, i trapper che oggi parlano di auto e orologi di lusso ma domani bombarderanno le città convertiti al jihadismo nelle no-go zone, i maranza pronti a bruciarti la macchina o a picchiarti i figli (che, ancora peggio, possono arrivare ad ammirare la loro spavalderia giovanile e finire per emularli), le figlie che potrebbero venire molestate dalle orde stupratrici nella tahurrush gamea – come sotto il Duomo di Colonia, come sotto il Duomo di Milano – o ancora peggio potrebbero sposarsi un arabo che poi, come accade spesso, si porta via i figli (realtà di cui già nel 1989 parlava monsignor Lefebvre).
Viviamo un mondo che con l’islam – grande strumento dei signori del mondo nel programma calergista di installazione dell’anarco-tirannia in Europa – deve averci a che fare pragmaticamente, e che non ha nemmeno iniziato a pensare a soluzioni, cosa che appunto dovrebbe avvenire grazie allo sforzo degli intellettuali su siti dove si ragiona, senza blocchi politici di sorta, sul presente.
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Mi sono ricordato che questa situazione era già stata descritta con dovizia in un libro di oramai una diecina di anni fa, Sottomissione, del romanziere francese Michel Houellebecq. Lessi la versione francese d’un fiato durante un viaggio aereo, e ne rimasi profondamente scosso. Era appena stato pubblicato: il giorno dell’uscita coincise esattamente con l’attentato a Charlie Hebdo. Mi rendo conto di non averne praticamente scritto mai, e oggi quanto immagina lo scrittore mi sembra più giusto che mai.
Storia ucronica, ambientata in un futuro prossimo alternativo al nostro ma con sullo sfondo gli stessi personaggi (Marine Le Pen, François Bayrou Michel Onfray, etc.), nel libro si immagina l’avanzata irresistibile dell’islam in politica, con un partito che riesce a vincere le elezioni grazie all’aiuto della sinistra che di fatto preferisce una teocrazia aliena piuttosto che vedere la destra al potere, e in tutta la società. Il partito islamico è legato ai Fratelli Musulmani, che però ora posano come «moderati», non diversamente da quanto stiamo vedendo ora nella Siria di al-Jolani e dei «jihadisti educati».
Il protagonista, un professore di storia della letteratura alla Sorbona, vede il suo ateneo sempre più invaso dai musulmani, con sgherri che si presentano a lezione solo per vedere se viene detto qualcosa che non va o viene fatto qualcosa alle ragazze velate cui è ancora concesso di studiare. Al contempo, viene spiegato come con miliardate di petrodollari le monarchie del Golfo abbiano ingoiato le università e le istituzioni nazionali francesi più prestigiose (il riferimento qui è forse agli accordi come quello del Louvre ad Abu Dhabi o della Sorbona in Qatar).
La situazione si fa sempre più insostenibile, al punto che vi è persino un accenno di guerra civile, con morti e feriti, il giorno delle elezioni, mai i media non ne fanno alcun cenno. Poi viene allontanato dall’insegnamento all’università, oramai di fatto totalmente islamizzata. Si chiude in casa, esce solo per andare alla cassetta delle lettere del suo palazzo e ritirare i pacchi che ordina su Amazon. Si rifugia nel consumo, di libri e di sesso, per non pensare al suo vuoto interiore (non ama più insegnare, né ha rapporti con la famiglia di origine) e alla sua impotenza rispetto al processo epocale in corso, cioè a quell’islamizzazione che ha reso instabile, almeno in quella fase transitoria, la società francese.
Eppure qualche dubbio lo attanaglia. Houellebecq qui ha una trovata stupenda, che è quella di mettere la parabola del professore a fianco a quella del suo oggetto di studio, lo scrittore decadente francese Joris-Karl Huymans (1948), che, partito con una vita da dandy tra prostitute e frequentazioni artistiche (leggibili nel libro del 1884 À rebours, in italiano Controcorrente), passa per rapporti con le cerchie sataniste parigine (dove troneggiava il satanista ex prete Joseph-Antoine Boullan, i cui misteri e orrori sono descritti nel romanzo del 1891 Là-bas, tradotto in italiano come L’abisso) per poi finire oblato benedettino: una storia di vera conversione, che non può non parlare al cuore del protagonista.
Di fatto, Huymans attraversa le fasi di confusione, disincanto e terrore che toccano il nostro professore nell’ora del caos, e se ne esce con questa soluzione pulita, grandiosa, altissima: la conversione. Sono eccezionali le pagine in cui Houellebecq descrive uno degli ultimi viaggi fuori casa del suo personaggio, alla ricerca dei luoghi di Huymans, finendo in un monastero benedettino nella pace della campagna. I frati, che avevano accolto lo scrittore decadente un secolo e mezzo prima, sono ancora lì. Dall’intreccio, apprendiamo che anche i movimenti catto-tradizionisti francesi vi sono ancora, e pur capendo perfettamente la gravità della situazione, non riescono a crescere davvero in una società oramai completamente intossicata.
Il protagonista si distacca dall’idea che una conversione al cattolicesimo come quella di Huymans può risolvere qualcosa – tanto più che per essere ri-accettato negli ambienti universitari sarebbe meglio, gli fanno capire, convertirsi all’islam… Qui il romanziere dà pennellate da capolavoro, descrivendo il personaggio del rettore della Sorbona, un uomo in vista per tutta la società francese, celebre e ricco (grazie ai finanziamenti dal Golfo), con più mogli, alcune anche giovani, cosa che genera stupore e forse desiderio nel protagonista, che viene vellicato dal magnifico rettore con riferimenti all’erotismo letterario.
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Il rettore, quest’uomo di successo che sembra aver indovinato la combinazione per prosperare nel disordine cosmico del presente, invita a cena il protagonista, con il chiaro intento di reintegrarlo nell’insegnamento. Gli racconta semplicemente di quando capì che resistere all’ondata dell’islam era futile. Il momento della verità non fu, dice, un momento di estasi filosofica, ma una sensazione che ebbe a Bruxelles, quando vide che tutto un quartiere che amava era divenuto musulmano. Va notato che il rettore aveva, come tanti islamizzanti nostrani, studiato Guénon, facendoci pure una tesi. Apprendiamo inoltre che in gioventù era stato cattolico tradizionalista…
Spoiler: il protagonista, infine, capisce cosa deve fare: deve sottomettersi. Islam significa sottomissione. Eccolo quindi che, vestito come di rito, si prepara dinanzi ai testimoni alla shahada, la professione di fede musulmana, primo dei cinque pilastri dell’Islam: «non c’è divinità all’infuori di Allah e Maometto è il suo Profeta» , Ecco, ora è pronto a tornare all’insegnamento universitario e iniziare a progettare matrimoni combinati con plurime studentesse islamiche.
Il monito è enorme. Se non resisteremo, se non ritroveremo le vere radici per poi farci crescere, con fatica e sacrificio, un albero, un bosco, la foresta dell’Europa tutta, verrà il deserto arabo dell’islam. Senza Gesù Cristo, diverremo noi stessi agenti della desertificazione, saremo noi stessi ad accettare il deserto, o perfino ad invocarlo.
La peer pressure, con tanto di meccanismo non diversi da quelli vissuti nel lockdown, sarà tremenda. Le tentazioni tante. Sì, tanta parte della destra italiana, come della sinistra e soprattutto del centro, può divenire islamica. Senza un fondamento spirituale cristiano puro, il nostro destino è segnato.
È spaventoso, ma è la realtà: o cattolici, o sottomessi.
Tertium non datur.
Roberto Dal Bosco
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Pensiero
Dall’aborto alla strage figlicida, il ritorno della strega Medea
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Pensiero
Cos’è lo Stato e chi lo controlla?
Renovatio 21 traduce e pubblica questo articolo del Brownstone Institute.
Che cos’è lo Stato, da dove proviene e chi lo controlla? Si potrebbe pensare che queste domande abbiano risposte ovvie. In realtà la risposta è sfuggente, non facilmente identificabile nemmeno da chi fa parte del sistema.
Trump lo ha scoperto durante il suo primo mandato. Dava per scontato che il presidente avrebbe avuto il controllo, almeno per quanto riguarda il potere esecutivo. Si è ricreduto quando le agenzie governative collaborarono strettamente con i media per minarlo a ogni passo. Dopo una pausa di quattro anni, tornò con la ferma intenzione di diventare presidente.
È più facile a dirsi che a farsi. I funzionari di gabinetto si lamentano spesso in privato di dover affrontare burocrazie inflessibili che possiedono tutta la conoscenza istituzionale. Spesso si sentono come dei sostituti o dei manichini. Trump è un raro esempio di presidente che ha persino tentato di essere al comando. La maggior parte si accontenta degli emolumenti della carica e degli elogi che ne derivano.
In ogni caso, chiunque raggiunga i vertici di un qualsiasi apparato statale scopre che la realtà è ben diversa da quella descritta nei libri di testo.
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Platone concepiva lo Stato come parte integrante della vita stessa, rispecchiando la struttura dell’anima umana. La società era divisa tra i governanti (i re-filosofi), i guardiani (i guerrieri) e i produttori (i lavoratori). Lo Stato esiste per realizzare la giustizia, dove ogni classe svolge il proprio ruolo assegnato in armonia.
Aristotele offrì una visione più realistica. Sebbene lo Stato sia un’entità organica, non è dotato di anima. Ha funzioni ben precise per promuovere il benessere di tutti attraverso leggi ed istruzione, bilanciando gli interessi delle diverse classi. Aristotele era favorevole a un governo misto per prevenire la tirannia e promuovere la stabilità.
Passando al periodo dell’Illuminismo, le teorie sullo Stato in Occidente si evolsero di pari passo con i progressi tecnologici ed economici. Thomas Hobbes considerava lo Stato essenziale per prevenire la guerra civile tra le fazioni. Senza di esso, la vita sarebbe stata solitaria, sgradevole, brutale e breve. Va detto che scriveva nel pieno della Guerra civile inglese.
Anche John Locke, nel suo Secondo trattato sul governo, considerava lo Stato essenziale ma estremamente limitato. Il suo compito era quello di proteggere la proprietà e i diritti fondamentali. Poteva anche essere rovesciato in condizioni di tirannia. La questione gli stava particolarmente a cuore, essendo stato vittima del trauma della guerra, della rivoluzione e della censura.
Locke fu l’autore del modello di quello che in seguito divenne la Dichiarazione d’Indipendenza. In essa troviamo la visione secondo cui lo Stato è un «male necessario», una prospettiva ampiamente accettata come vera dai Padri Fondatori degli Stati Uniti.
Poco dopo, all’interno della tradizione platonica, nacque la visione hegeliana. G.F.W. Hegel valorizzò lo Stato come un dio che marcia sulla terra, la forza convergente del firmamento sociale destinata a piegare la storia all’inevitabile vittoria dei legittimi vincitori. Questa visione fu ripresa sia a destra (nazionalsocialismo) che a sinistra (socialismo internazionale) per infondere ad altre concezioni dello Stato un’aura di inevitabilità.
Tutto questo parlare del carattere organico ed essenziale dello Stato apparve a una tradizione di pensiero più radicale come irrimediabilmente ingenuo. Franz Oppenheimer scrisse che lo Stato è una forza inorganica invasiva, una forza conquistatrice, sempre sgradita, un’istituzione esogena alla società stessa.
Questa visione fu sostenuta da Albert Jay Nock e in seguito da Murray Rothbard, entrambi convinti che lo Stato fosse intrinsecamente sfruttatore. La soluzione era semplice: eliminarlo una volta per tutte, ma non nel modo immaginato da Marx. Il risultato dell’assenza dello Stato non sarebbe stata un’utopia, bensì qualcosa di più simile a ciò che Locke aveva immaginato: una società pacifica e ben funzionante, organizzata sulla base della proprietà e della cooperazione volontaria.
Bertrand de Jouvenel offre una prospettiva storica profondamente informata sullo Stato . A suo avviso, lo Stato si organizza a partire dal tessuto stesso della società, man mano che le élite naturali conquistano la fiducia del pubblico nella risoluzione delle controversie. Le élite si costituiscono come arbitri e figure culturali, acquisendo gradualmente il controllo monopolistico sull’uso legale della coercizione nella società. Questa visione è stata sostenuta da Erik von Kuehnelt-Leddihn , Hans-Hermann Hoppe e, ai giorni nostri, da Auron MacIntyre . Ognuno di loro ha interpretato i dettagli che tratta, ma tutti concordano sul fatto che lo Stato sia un prodotto delle élite, con i suoi pregi e difetti.
Esiste una vasta letteratura su questo argomento, naturalmente. Ogni ideologia offre una teoria su cosa sia lo Stato e cosa dovrebbe essere. Una visione che mi sembra vicina alla mia migliore intuizione sul funzionamento dello Stato nel secolo scorso proviene da Gabriel Kolko nella sua storia dell’era progressista.
A suo avviso, non sono le élite qualsiasi a guidare le politiche statali, ma in particolare le élite industriali. Analizzando la storia dell’industrializzazione moderna, ha individuato le industrie dominanti al centro di ogni agenzia. Il Safe Food and Drug Act del 1906 fu concepito dall’industria in cerca di un’alleanza con il potere per soffocare la concorrenza di mercato. La Federal Reserve è un cartello di banche. Anche il Dipartimento del Commercio e il Dipartimento del Lavoro sono frutto dell’organizzazione sindacale industriale.
Tutte queste istituzioni incarnano ciò che James Burnham definì la rivoluzione manageriale. Essa consiste nell’esaltazione da parte delle élite industriali della propria competenza scientifica e capacità organizzativa, che esse consideravano superiori al caos della società naturale e dei mercati. Date potere e risorse ai meritocrati, ed essi saranno in grado di portare razionalità nella vita economica e nell’organizzazione sociale e culturale molto meglio del popolo. Altri autori che scrivono in questa tradizione sono C. Wright Mills, Philip H. Burch, G. William Domhoff e Carroll Quigley.
Da questa letteratura, ricaviamo un quadro dello Stato che abbiamo ereditato ai giorni nostri. In effetti, nessuna persona vivente ne ha mai conosciuto un altro. Al di là di tutti gli slogan di democrazia e libertà, lo Stato, così come lo conosciamo, consiste in un cartello ambizioso di interessi industriali dominanti in ogni settore, impegnati in continue cospirazioni contro un mercato libero e competitivo. Normalmente non pensiamo allo Stato in questo modo, ma questa sembra la concezione più realistica di ciò che effettivamente è e fa.
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Consideriamo la FDA. La sua forza trainante è l’industria, che ne finanzia metà e condivide i diritti di proprietà intellettuale con essa, così come con le agenzie sorelle e madri del NIH, del CDC e dell’HHS. L’industria farmaceutica esercita di gran lunga la maggiore influenza sul funzionamento di queste agenzie, ed è per questo che Robert F. Kennedy Jr., acerrimo nemico del settore, ha enormi difficoltà a gestirle e a riorientarne le priorità. Ciò non dovrebbe sorprendere, dato che questa è stata la sua stessa origine: l’industria in cerca di legittimità e protezione dalle insidie della sovranità dei consumatori.
Lo stesso dramma influenza tutti i tentativi di riforma presso la Federal Reserve (banche), il dipartimento dell’Agricoltura (le grandi aziende agricole), il dipartimento per l’Edilizia e lo Sviluppo Urbano (i costruttori edili), il Dipartimento dell’Istruzione (i sindacati degli insegnanti), il Dipartimento dei Trasporti (treni e automobili) e il Dipartimento della Difesa/Guerra (i produttori di munizioni). Ovunque si guardi oggi a Washington, si trova la mano dei potenti attori industriali. È così nella maggior parte del mondo.
Questo stato industriale ha almeno tre livelli. C’è un livello profondo composto dalle agenzie di Intelligence e dai loro benefattori e partner nell’industria. La NSA e la CIA esternalizzano la maggior parte delle loro attività a società digitali del settore privato, con risultati classificati. C’è poi il livello superficiale (o di vendita al dettaglio) in cui le industrie regolamentate eseguono i desideri delle agenzie asserviti; ecco perché CVS ha rimosso le terapie tradizionali dai suoi scaffali a favore delle iniezioni di mRNA modificato e perché l’establishment medico ha aderito con tanto entusiasmo alla risposta al COVID. E infine c’è il livello intermedio, costituito dalle agenzie stesse che hanno orchestrato tutti i trasferimenti.
Se questa è la situazione ai nostri giorni, che dire del passato? Il modello è ancora valido? Forse, se consideriamo la Chiesa come un’industria, possiamo individuare le stesse forze all’opera nel Medioevo. Se pensiamo agli apparati militari come a delle industrie, otteniamo una prospettiva diversa su ciò che animava gli stati antichi di Roma e Atene.
Come si concilia questa visione concreta e leggermente cupa della genesi e del funzionamento dello Stato con le teorie precedenti? Essa mette a tacere l’idealismo di Platone e Hegel, introduce un elemento di realismo tipico di Hobbes e Locke, arricchisce le teorie di Marx e Rothbard e dà maggiore sostanza a quelle di de Jouvel e Hoppe.
Per quanto ne sappiamo, si tratta della descrizione più accurata della realtà dello statalismo moderno attualmente disponibile. E questo sottolinea ulteriormente l’enorme sfida che si presenta a qualsiasi amministratore temporaneo che pretenda di prosciugare la palude, eliminare la cattura delle agenzie o comunque arginare la corruzione. Il problema è che l’intero apparato statale è di fatto la palude. La cattura del regolatore è essenziale. La corruzione è intrinseca al funzionamento dello Stato.
Tutto ciò non significa che non valga la pena tentare una riforma. Ma è fondamentale comprendere che nessuno degli apparati statali è concepito per adattarsi ai riformatori e alle pressioni democratiche. L’inerzia è sempre nella direzione opposta. Già quanto accaduto con Trump 2.0, pur con i limitati successi che abbiamo visto, rappresenta un’anomalia. Ci vorrà un miracolo per ottenere ulteriori cambiamenti, ma è possibile.
Una delle affermazioni più sagge nella storia della teoria politica proviene da David Hume. A suo avviso, il ruolo dell’opinione pubblica è cruciale in ogni esercizio del potere. Quando il pensiero pubblico cambia, lo Stato non ha altra scelta che adeguarsi.
«Nulla appare più sorprendente a coloro che considerano le vicende umane con occhio filosofico della facilità con cui i molti sono governati dai pochi, e dell’implicita sottomissione con cui gli uomini rinunciano ai propri sentimenti e alle proprie passioni in favore di quelli dei loro governanti. Quando ci interroghiamo su come si realizzi questo prodigio, scopriremo che, poiché la forza è sempre dalla parte dei governati, i governanti non hanno altro sostegno che l’opinione pubblica. È dunque sull’opinione stessa che si fonda il governo; e questa massima si estende ai governi più dispotici e militaristi, così come a quelli più liberi e popolari».
Cambiare l’opinione pubblica: questo è il compito essenziale.
Jeffrey A. Tucker
Jeffrey Tucker è fondatore, autore e presidente del Brownstone Institute. È inoltre editorialista senior di economia per Epoch Times, autore di 10 libri, tra cui Life After Lockdown , e di migliaia di articoli pubblicati su riviste accademiche e divulgative. Tiene numerose conferenze su temi di economia, tecnologia, filosofia sociale e cultura. È inoltre un tabarrista.
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Civiltà
La devastazione prodotta dalla Scuola di Francoforte
The Most Destructive Intellectual Project of the Twentieth Century.
The Frankfurt School. You should know what it was, what it built, and why you are still living inside it. 1. The Institute for Social Research was founded in Frankfurt in 1923 and relocated to Columbia… https://t.co/tuqvEblLIN pic.twitter.com/hXnNKmqPrW — Krzysztof Szczawinski 🇵🇱 (@Kristof_Poland) August 19, 2026
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