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I cattolici e la sottomissione islamica

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La settimana scorsa ci hanno segnalato un articolo apparso su uno dei siti più seguiti, quello di Maurizio Blondet.

 

Leggiamo il titolo: «L’unico rimpianto degli abitanti del Paradiso». Poetico, non sappiamo quanto teologicamente allineato, pensiamo. Poi scopriamo che si tratta di una vera e propria omelia di un religioso islamico.

 

Una predica musulmana allo stato puro, in linguaggio maomettano totale, con tanto di «Profeta» con la maiuscola seguito dalle espressioni obbligatorie («pace e benedizioni su di lui») e Dio chiamato costantemente «Allah». Coloro che muoiono, dice il testo «rimpiangeranno le ore trascorse sulla Terra senza ricordare Allah».

 

«Ricordare Allah significa ricordarLo e riflettere sulla Sua creazione. Tutto ciò che ricorda Allah è necessario e inestimabile per il credente. Ricordare gli Amici di Dio, i Profeti e i Compagni, in questo risiede il beneficio più grande». Notiamo l’ulteriore raffica di maiuscole.

 

Il discorso si fa tecnico, settario, para-esoterico: «quando ascoltate gli Amici di Dio, i Compagni e i credenti sinceri, allora vi ricordate. È proprio per questo che onorarli e rispettarli è uno dei principi (adab) della nostra tariqa. A chiunque rispetti l’etichetta della Via, la Via gli rivelerà la sua bellezza».

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L’autore è segnato come tale «Mawlana Shaykh Muhammed Adil ar-Rabbani», da Costantinopoli (Renovatio 21 si è ripromessa di mai scrivere «Istanbul», nome ufficializzato solo negli anni Trenta del Novecento). Si tratta di qualcuno che, nella nostra crassa ignoranza, mai avevamo sentito prima: se abbiamo capito bene, è l’attuale leader di un ordine sufi, lo sceicco Mehmet ‘Adil, nato nel 1957 (cioè, più giovane di una dozzina d’anni di Blondet) a Damasco dal padre sceicco Muhammad Nazim Adil Al-Qubrusi Al-Haqqani (1922-2014), turco-cipriota leader della tariqa (cioè, «ordine») sufi Naqshbandi. Tanta roba.

 

Quindi: uno dei siti più trafficati d’Italia, specie da cattolici, conservatori e destroidi, si becca così una bella predica islamica, con pedigree annesso.

 

E pazienza per chi, come noi, ogni giorno cerca di servire ai lettori un’omelia di qualche religioso cattolico: da monsignor Viganò a monsignor Strickland, dal cardinale Burke al cardinale Sarah, dallo svizzero monsignor Eleganti alll’argentino monsignor Aguer, dal superiore generale della FSSPX don Pagliarani a monsignor Williamson (pace all’anima sua) a monsignor Schneider, ripescando magari talvolta pure qualche discorso dell’arcivescovo Lefebvre – senza contare la quantità di semplici sacerdoti cui abbiamo dato spazio, per temi che vanno dai vaccini fatti con i feti abortiti alla crisi patente della gerarchia vaticana. Qualsiasi cosa, pur di far arrivare parole sensate, necessarie all’esistenza nell’ora presente, da labbra consacrate. Un lavoro vero e proprio, a volte anche un po’ ingrato.

 

E niente, qui sul pulpito è salito un maomettano. Il discorso, ma è solo un’opinione personale, non ci è sembrato particolarmente profondo – sulla teologia di esso, cioè sulla sua compatibilità con il catechismo, non ci esprimiamo. Il lettore medio del sito, cosa deve pensare? Se viene pubblicato sulle pagine curate dal grande giornalista e scrittore, allora deve essere importante… È un segnale, un bip che appare sul radar: forse è il caso di cominciare a sentire anche le prediche islamiche….?

 

Noi non ci stupiamo più di tanto. Discorsi anfiboli sull’islam avevano cominciato a spuntare anche negli ultimi anni della gloriosa esperienza di Blondet su EFFEDIEFFE, per anni il sito più intenso e importante di tutta la galassia cattolica. All’epoca, quando uscivano negli articoli certi lancetti rispetto al credo musulmano, mi dissero che attorno a lui si erano messe persone convertite all’islam, un’informazione che non ho mai verificato, ma che in fondo non so quanto abbia importanza. Di personaggi che, più o meno sulla scorta di Réné Guénon – il primo grande pensatore della destra europea a convertirsi all’islam – zampettano sempre più lontani dall’ortodossia cattolica il nostro piccolo mondo antico è pienissimo – se poi come i pesci pilota si mettono davanti al pesce grande, mica ci sconvolgiamo.

 

Certo all’epoca era bizzarro vedere cenni filomusulmani su un sito che aveva la Croce di Gerusalemme come simbolo. Un sito creato da un uomo, Fabio De Fina (pace all’anima sua), che in uno dei suoi ultimi articoli aveva buttato lì una tesi estremista, ma non senza ragioni: «chi controlla l’islam e la sua storia?» aveva chiesto in un suo scritto uscito ai tempi in cui l’allarme per il terrorismo jihadista era ancora sui giornali. La risposta la poteva immaginare il lettore.

 

 

Non abbiamo remore a definire Maurizio Blondet il più grande scrittore italiano. Nessuno ha il suo stile, nessuno ha la sua capacità di affabulare, avvincere, gettare il lettore verso conclusioni abissali ed emozionanti. Nel mainstream, il suo talento, il suo genio, sono introvabili: non una «grande penna» dei giornaloni, non un autore da Premio Strega può riuscire ad avvicinarsi.

 

Sì, Blondet è decisamente di un livello letterario superiore, un campione della scrittura senza pari. O almeno, lo è stato fino a quando qualcuno impaginava con decoro suoi pezzi. Nel sito attuale, è difficile capire chi dice cosa, chi è l’autore degli articoli (a volte, nella zuppa finiscono copincollati anche articoli di Renovatio 21, ci dicono), districandosi tra un diluvio di pubblicità insopportabili. Tra tweet e screenshot, titoli grandi e piccoli messi a caso, è difficile orientarsi, affogati da cascate di banner inguardabili.

 

Ciò non cancella il passato dello scrittore, che ha meriti straordinari. Il superpotere letterario di Blondet è arrivato con una super-responsabilità, adempiuta per anni stupendamente: grazie a lui masse enormi di persone si sono avvicinate non solo a temi programmaticamente assenti dall’informazione ufficiale, ma alla spiritualità cristiana tradizionale. Non è possibile calcolare quanti abbiano cominciato a seguire la Messa tridentina grazie a ciò che traspirava dai suoi articoli e dai libri pubblicati da EFFEDIEFFE. Ne conosciamo, tuttavia, diversi.

 

Ora, c’è da comprendere che tale responsabilità metafisica è ancora attiva. E quindi ci chiediamo: lasciare la parola all’islam sui propri spazi, che conseguenze può avere?

 

Se lo possono domandare in tanti, anche fra quelli che senza essere cattolici praticanti hanno con l’invasione musulmana problemi pratici: il quartiere invaso da spacciatori e devastatori maghrebini, la moschea più o meno che fa crollare il valore immobiliare della casa comprata con il mutuo e due vite di sforzi, i trapper che oggi parlano di auto e orologi di lusso ma domani bombarderanno le città convertiti al jihadismo nelle no-go zone, i maranza pronti a bruciarti la macchina o a picchiarti i figli (che, ancora peggio, possono arrivare ad ammirare la loro spavalderia giovanile e finire per emularli), le figlie che potrebbero venire molestate dalle orde stupratrici nella tahurrush gamea – come sotto il Duomo di Colonia, come sotto il Duomo di Milano – o ancora peggio potrebbero sposarsi un arabo che poi, come accade spesso, si porta via i figli (realtà di cui già nel 1989 parlava monsignor Lefebvre).

 

Viviamo un mondo che con l’islam – grande strumento dei signori del mondo nel programma calergista di installazione dell’anarco-tirannia in Europa – deve averci a che fare pragmaticamente, e che non ha nemmeno iniziato a pensare a soluzioni, cosa che appunto dovrebbe avvenire grazie allo sforzo degli intellettuali su siti dove si ragiona, senza blocchi politici di sorta, sul presente.

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Mi sono ricordato che questa situazione era già stata descritta con dovizia in un libro di oramai una diecina di anni fa, Sottomissione, del romanziere francese Michel Houellebecq. Lessi la versione francese d’un fiato durante un viaggio aereo, e ne rimasi profondamente scosso. Era appena stato pubblicato: il giorno dell’uscita coincise esattamente con l’attentato a Charlie Hebdo. Mi rendo conto di non averne praticamente scritto mai, e oggi quanto immagina lo scrittore mi sembra più giusto che mai.

 

Storia ucronica, ambientata in un futuro prossimo alternativo al nostro ma con sullo sfondo gli stessi personaggi (Marine Le Pen, François Bayrou Michel Onfray, etc.), nel libro si immagina l’avanzata irresistibile dell’islam in politica, con un partito che riesce a vincere le elezioni grazie all’aiuto della sinistra che di fatto preferisce una teocrazia aliena piuttosto che vedere la destra al potere, e in tutta la società. Il partito islamico è legato ai Fratelli Musulmani, che però ora posano come «moderati», non diversamente da quanto stiamo vedendo ora nella Siria di al-Jolani e dei «jihadisti educati».

 

Il protagonista, un professore di storia della letteratura alla Sorbona, vede il suo ateneo sempre più invaso dai musulmani, con sgherri che si presentano a lezione solo per vedere se viene detto qualcosa che non va o viene fatto qualcosa alle ragazze velate cui è ancora concesso di studiare. Al contempo, viene spiegato come con miliardate di petrodollari le monarchie del Golfo abbiano ingoiato le università e le istituzioni nazionali francesi più prestigiose (il riferimento qui è forse agli accordi come quello del Louvre ad Abu Dhabi o della Sorbona in Qatar).

 

La situazione si fa sempre più insostenibile, al punto che vi è persino un accenno di guerra civile, con morti e feriti, il giorno delle elezioni, mai i media non ne fanno alcun cenno. Poi viene allontanato dall’insegnamento all’università, oramai di fatto totalmente islamizzata. Si chiude in casa, esce solo per andare alla cassetta delle lettere del suo palazzo e ritirare i pacchi che ordina su Amazon. Si rifugia nel consumo, di libri e di sesso, per non pensare al suo vuoto interiore (non ama più insegnare, né ha rapporti con la famiglia di origine) e alla sua impotenza rispetto al processo epocale in corso, cioè a quell’islamizzazione che ha reso instabile, almeno in quella fase transitoria, la società francese.

 

Eppure qualche dubbio lo attanaglia. Houellebecq qui ha una trovata stupenda, che è quella di mettere la parabola del professore a fianco a quella del suo oggetto di studio, lo scrittore decadente francese Joris-Karl Huymans (1948), che, partito con una vita da dandy tra prostitute e frequentazioni artistiche (leggibili nel libro del 1884 À rebours, in italiano Controcorrente), passa per rapporti con le cerchie sataniste parigine (dove troneggiava il satanista ex prete Joseph-Antoine Boullan, i cui misteri e orrori sono descritti nel romanzo del 1891 Là-bas, tradotto in italiano come L’abisso) per poi finire oblato benedettino: una storia di vera conversione, che non può non parlare al cuore del protagonista.

 

Di fatto, Huymans attraversa le fasi di confusione, disincanto e terrore che toccano il nostro professore nell’ora del caos, e se ne esce con questa soluzione pulita, grandiosa, altissima: la conversione. Sono eccezionali le pagine in cui Houellebecq descrive uno degli ultimi viaggi fuori casa del suo personaggio, alla ricerca dei luoghi di Huymans, finendo in un monastero benedettino nella pace della campagna. I frati, che avevano accolto lo scrittore decadente un secolo e mezzo prima, sono ancora lì. Dall’intreccio, apprendiamo che anche i movimenti catto-tradizionisti francesi vi sono ancora, e pur capendo perfettamente la gravità della situazione, non riescono a crescere davvero in una società oramai completamente intossicata.

 

Il protagonista si distacca dall’idea che una conversione al cattolicesimo come quella di Huymans può risolvere qualcosa – tanto più che per essere ri-accettato negli ambienti universitari sarebbe meglio, gli fanno capire, convertirsi all’islam… Qui il romanziere dà pennellate da capolavoro, descrivendo il personaggio del rettore della Sorbona, un uomo in vista per tutta la società francese, celebre e ricco (grazie ai finanziamenti dal Golfo), con più mogli, alcune anche giovani, cosa che genera stupore e forse desiderio nel protagonista, che viene vellicato dal magnifico rettore con riferimenti all’erotismo letterario.

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Il rettore, quest’uomo di successo che sembra aver indovinato la combinazione per prosperare nel disordine cosmico del presente, invita a cena il protagonista, con il chiaro intento di reintegrarlo nell’insegnamento. Gli racconta semplicemente di quando capì che resistere all’ondata dell’islam era futile. Il momento della verità non fu, dice, un momento di estasi filosofica, ma una sensazione che ebbe a Bruxelles, quando vide che tutto un quartiere che amava era divenuto musulmano. Va notato che il rettore aveva, come tanti islamizzanti nostrani, studiato Guénon, facendoci pure una tesi. Apprendiamo inoltre che in gioventù era stato cattolico tradizionalista…

 

Spoiler: il protagonista, infine, capisce cosa deve fare: deve sottomettersi. Islam significa sottomissione. Eccolo quindi che, vestito come di rito, si prepara dinanzi ai testimoni alla shahada, la professione di fede musulmana, primo dei cinque pilastri dell’Islam: «non c’è divinità all’infuori di Allah e Maometto è il suo Profeta» , Ecco, ora è pronto a tornare all’insegnamento universitario e iniziare a progettare matrimoni combinati con plurime studentesse islamiche.

 

Il monito è enorme. Se non resisteremo, se non ritroveremo le vere radici per poi farci crescere, con fatica e sacrificio, un albero, un bosco, la foresta dell’Europa tutta, verrà il deserto arabo dell’islam. Senza Gesù Cristo, diverremo noi stessi agenti della desertificazione, saremo noi stessi ad accettare il deserto, o perfino ad invocarlo.

 

La peer pressure, con tanto di meccanismo non diversi da quelli vissuti nel lockdown, sarà tremenda. Le tentazioni tante. Sì, tanta parte della destra italiana, come della sinistra e soprattutto del centro, può divenire islamica. Senza un fondamento spirituale cristiano puro, il nostro destino è segnato.

 

È spaventoso, ma è la realtà: o cattolici, o sottomessi.

 

Tertium non datur.

 

Roberto Dal Bosco

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Papa Leone «medical dimension»

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«I medici mi hanno trovato un nodulo al polmone allo stato iniziale e ben localizzato. I medici ritengono opportuno intervenire e allora seguendo i loro consigli ho deciso di operarmi per toglierlo. L’intervento è già programmato per i prossimi giorni»: è lo scioccante annuncio del papa ieri in piazza San Pietro.   Il portavoce vaticano Matteo Bruni aveva pronta la puntualizzazione: «L’intervento è previsto per i primi giorni della prossima settimana e il tempo previsto per il ricovero post-operatorio è di circa una settimana». Tutto al Gemelli, comme d’habitude. L’agenda resterebbe quasi del tutto invariata, compreso il viaggio apostolico nell’amato Perù (Paese di cui ha la cittadinanza) il prossimo novembre.   Non pare ci sia un’emergenza sanitaria preoccupante: Un nodulo polmonare (un’opacità circolare di diametro inferiore a 3 cm) è considerato pericoloso o sospetto di malignità principalmente quando presenta dimensioni superiori agli 8 mm, margini irregolari o «spinati», una crescita rapida nel tempo e si sviluppa in persone ad alto rischio. Il papa non ha dettagliato millimetricamente, tuttavia possiamo capire che l’emergenza non è assoluta.

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Tuttavia, non ci interessa qui il rilievo medico-chirurgico, ma la novità dell’annuncio fatto dal pontefice stesso.   Non riusciamo a trovare, andando indietro con la memoria, un caso in cui una diagnosi medica venga annunciata all’Angelus dal papa in persona.   Papa Francesco, grande novatore della materia, più volte ha parlato all’Angelus dei propri problemi di salute. Tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025 ha detto che la bronchite gli rendeva faticoso leggere e ha fatto leggere il testo a un collaboratore. Nel 2021, dopo l’intervento al colon, ha recitato l’Angelus dalla finestra del Policlinico Gemelli e ha ringraziato per le preghiere. Durante il ricovero del 2025 l’Angelus è stato diffuso in forma scritta, con riferimenti alla sua condizione.   Giovanni Paolo II ha recitato più volte l’Angelus dall’ospedale Gemelli, ad esempio dopo l’intervento del 1992. Nel maggio 1981, dopo l’attentato, il Regina Caeli fu trasmesso in audio dal ricovero, e lì ebbe parole di perdono per l’attentatore Ali Agca. Negli ultimi anni mostrava apertamente la sua sofferenza, ma non risulta che abbia mai nominato il Parkinson dalla finestra.   Paolo VI e altri predecessori comunicavano di solito le malattie tramite la Sala Stampa vaticana o con messaggi, non con una dichiarazione all’Angelus (a parte quella volta che diede una smentita – cioè una notizia data due volte – riguardo l’accusa di omosessualità mossagli sui giornali a partire dalla rivelazione dello scrittore e diplomatico francese Roger Peyrefitte).   Insomma, l’annuncio diagnostico dettagliato in un momento sacro, per quanto sfiorato in precedenza, non ci pare fosse mai capitato: non è un’allusione alla malattia, qui Leone ha detto esattamente di cosa si tratta.   Il galateo non vieta in modo assoluto di parlare di salute, ma sconsiglia fortemente di farlo in determinati contesti—soprattutto a tavola o in occasioni formali—perché argomenti legati a malattie, dolori e disturbi fisici possono turbare l’appetito e la serenità altrui.   Secondo esperti ed accademici del Galateo, malattie, interventi chirurgici e problemi fisici sono considerati argomenti tabù. Se qualcuno vi chiede come state per pura cortesia, si risponde in modo breve e generico (ad esempio «Bene, grazie») senza dilungarsi sui propri acciacchi. È per questo che ricordo con un certo disagio quando un conoscente, noto per la sua lagneria, un giorno al mio «ciao» mentre gli offrivo la mano mi rispose «Vobevto ho il cancvo». Il cancro non provocava la erre moscia, che era diacronica, ma era probabilmente riferito a qualcosina di non terrificante alla prostata (credo).   Ad ogni modo, c’è da sapere che la questione della pubblicità della propria condizione medica è talmente codificata che il galateo moderno ritiene poco educato dire «Salute!» quando qualcuno starnutisce. Tale gesto, anziché essere gentile, richiama l’attenzione su un fatto intimo o involontario, mettendo in imbarazzo chi lo ha emesso; la regola vuole che si faccia finta di nulla. (Parentesi: non si dice nemmeno «buon appetito», espressione amatissima da papa Francesco, perché in origine era rivolta da Lorenzo il Magnifico ai servi che potevano da quel momento consumare gli avanzi dei luculliani pranzi strategici del signore di Firenze)

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Per i protocolli di bon-ton parlare di cure mediche, diete restrittive o terapie prolungate con persone poco conosciute risulta noioso, invadente e privo di eleganza. È preferibile riservare questi argomenti a rapporti di profonda confidenza.   Non possiamo dire che il papa, re di uno Stato millenario, possa sottrarsi ai protocolli. Non solo per questioni d’uso diplomatico, ma per la mistica stessa del corpo del papa. Ricordiamo come, fino a Giovanni XXIII che chiese la fine dell’espressione, L’Osservatore Romano scriveva sistematicamente, quando si doveva virgolettare il papa, «come abbiamo appreso dalle auguste labbra» del Santo Padre. Lo stesso Paolo VI, nell’epica smentita in piazza San Pietro riguardo le accuse di avere un amante attore milanese, parlò di «ingiuria alla Nostra augusta persona».   La persona del Santo Padre era «augusta», come le sue labbra, le parti del suo corpo – che è appunto, il corpo di un Santo Padre. Questo è il motivo, mi spiegavano quando ancora piccino mi ponevo domande sulla morte improvvisa di papa Luciani, per cui un’autopsia nemmeno lontanamente era pensabile, un vero spasso per qualsiasi cospiratore, americano, vaticano, massone che fosse.   Eccoci quindi precipitati nel Kali Yuga in cui il papa dettaglia con minuzia i suoi problemi medici. Qualcuno può dire che è un effetto della sinodalità, cioè, in soldoni, della democratizzazione della chiesa: il re si rivolge ai sudditi come ai suoi confidenti, il padre parla ai figli come fossero suoi amici, il discorso sacro diviene una chiacchiera al bar, con tutte le sue sfumature di realtà ed amarezza.   In realtà, un altro pensiero si fa avanti. È quello del vaticano invaso da spin doctor oramai indistinguibili da sceneggiatori televisivi, quello del papato come fiction.   È quanto profeticamente suggeriva, oramai una decade fa o più, il leggendario padre Florestano Pizzarro, personaggio creato dal genio di Corrado Guzzanti, probabilmente inconsapevole di quanto stesse, in realtà, non tratteggiando una caricatura, ma descrivendo la situazione iperrealisticamente.     Padre Pizzarro è molto ricco nel suo discorso sullo showbusiness papale: non solo c’è il rischio che l’attenzione degli spettatori sia dirottata altrove – con l’idea che padre Georg Gänswein, ora vescovo, potesse essere «rubato» dal Trono di spade –, ma evvi anche la necessità di creare colpi di scena, di utilizzare inventi narratologici per mantenere alto l’intrattenimento, l’engagement, del popolo consumatore dello spettacolo vaticano.   È così. A questo punto bisogna considerare quanto all’audience (sì, dall’udienza all’audience) piacciano le serie TV di carattere medico. C’è da ricordare il successo, anni fa, del Dottor House, che era in pratica uno Sherlock Holmes claudicante ed infinitamente antipatico – cioè esponente di quel teatro della crudeltà che, come con i talent show culinari, oramai ha conquistato il gusto pubblico rendendolo sadico – che operava forsennatamente in ambito nosocomiale.   La passione della gente per le fiction mediche era resa con parodia irresistibile nella stupenda, insuperata serie comica Boris, basata sulle avventure di una sgangherata troupe alle prese con la produzione della serie Gli occhi del cuore, ambientata tra dottori e pazienti di una clinica. Gli stessi personaggi venivano poi spinti a raddoppiare lo sforzo realizzando un’ulteriore inguardabile serie ospedaliera, chiamata, proprio per non lasciare dubbi, Medical Dimension.  

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Nella storia di Boris, Medical Dimension era progettata come una serie avveniristica, dove finalmente regista e sceneggiatori potevano osare con colpi di scena drammatici, morti e feriti, salvataggi – tutto basato sui fatti sanitari dei personaggi. Il problema è che, alla fine, si scopre che la rete nemmeno vuole mettere in onda la serie, gli invisibili despoti (politici, burocratici) a capo della televisione italiana l’hanno commissionata solo per dimostrare che una televisione di qualità non era possibile, che il popolo doveva continuare a sorbirsi prodotti scadenti, senza possibilità di avanzamento.   Ora, sembra proprio che, galateo a parte, il papato si dirige verso Medical Dimension. Se il papato ora, per eterogenesi dei fini, finisca fuori dagli schermi, sepolto dal grottesco, dal materiale, dal laido non lo sappiamo.   Ma gli spin dottori papali ce la stanno mettendo tutta. Il lettore di Renovatio 21 sa che il dubbio se stiano facendo apposta ce lo abbiamo davvero, e da anni.   La nostra fortuna è che, come annunziato da Nostro Signore, non prevalebunt. No, non prevarranno: nemmeno gli orrendi sceneggiatori invertiti della chiesa conciliare.   Roberto Dal Bosco

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 Immagine di Catholic Church England and Wales via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-NC-ND 2.0)  
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Essere genitori

Ossitocina contro il divorzio, una proposta

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Palmer Luckey è con certezza una delle figure più interessanti del nostro tempo. Giovanissimo, la sua carriera è piena di ottenimenti straordinari – e di invenzioni che segnano punti nella storia del mondo.

 

Luckey è conosciuto come il fondatore di Oculus, l’azienda che creò il primo visore di Realtà Virtuale davvero sostenibile: in precedenza i caschi VR facevano, letteralmente, vomitare, quello inventato dal neanche ventenne praticamente nel garage di casa con amici conosciuti online risolveva il problema della motion sickness, aprendo definitivamente la via del mercato di massa per il VR. Dopo aver sconvolto il settore con la sua tecnologia (Sony fece una proposta, il genio videoludico John Carmack, creatore degli sparatutto 3D come Doom, chiese di lavorare per lui) Luckey vendette Oculus a Facebook per circa 2 miliardi di dollari. Mark Zuckerberg è talmente eccitato dalle possibilità del visore virtuale che si tuffa nel concetto di «metaverso» e cambia pure il nome della mega-società in Meta.

 

La storia prosegue in modo intrigante: Zuckerberg, anche se non lo può ammettere pubblicamente, caccia Luckey da Meta perché diviene noto il suo sostegno a Trump nel 2016. In realtà, Luckey ha affermato di aver scritto lettere a Trump anni prima che calasse in politica per chiedergli di correre come presidente.

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Dopo il licenziamento, Luckey, frustrato dalla situazione degli Stati Uniti e del mondo, di cui sembra avere incredibile contezza, crea Anduril (nome tolkieniano: è il segno che ci investe Peter Thiel), una startup di tecnologia militare che costruisce droni aerei e marittimi (uno è stato catturato dagli iraniani giorni fa) e sistemi di difesa che paiono al limite della fantascienza: missili intercettori AI, sottomarini autonomi, caschi che forniscono ai soldati una consapevolezza situazionale totale. Di fatto, conoscendo la sua passione per film, romanzi e videogiochi del genere (al punto che è ripreso a fare cosplay a Tokyo nel tempo libero), è possibile dire che si tratta di un personaggio che riesce a trasporre – caso notevole di vita che imita l’arte – la fantascienza in realtà.

 

Ascoltarlo nei vari podcast cui va ospite è sempre un’esperienza densa: che parli di geopolitica (è filoucraino, e dice di essere bandito dalla Cina per le forniture a Taiwano), di tecnologia, di letteratura, di politica o anche solo di retrogaming (sua altra grande passione, per la quale ha una startup che produce repliche attualizzate del Nintendo Game Boy) è sempre un’esperienza densa. Le sue idee sono non solo innovative, ma profondamente meditate – anche quando sembrano molto provocatorie.

 

Va sentito quello che dice anche quando parla di famiglia. Racconta dell’homeschooling impartito dai suoi genitori, che quindi gli hanno fatto iniziare i corsi universitari a 14 anni. Dice di aver sposato la compagna del liceo che aveva fatto piangere durante un dibattito. Divenuto padre, intima che chi fa meno di tre figli va considerato come un traditore. Luckey, ma questo non lo dice mai, è il cognato dell’ex deputato floridiano Matt Gaetz, molto inviso ad Israele, la cui candidatura ad Attorney General, guardasigilli americano, fu silurata ad inizio mandato Trump. C’è da dire che il Gaetz e la bellissima Ginger Luckey costituiscono una coppia che non è sgradevole guardare.

 

Ora Luckey ha alzato il tiro, ad un evento, ha rivelato il tipo di startup che creerebbe oggi: costruirebbe un’azienda di doping a base di ossitocina per porre fine al divorzio.

 

«Cercherei di porre fine alla tragedia del divorzio con il doping con ossitocina per la terapia di coppia» ha dichiarato il giovanissimo tecnologo miliardario. «Conosciamo piuttosto bene il legame di coppia nei mammiferi. Ci sono molte persone che vogliono stare insieme. La maggior parte delle persone che non vogliono stare insieme dovrebbero farlo, soprattutto per i loro figli».

 

L’ossitocina è un neuropeptide prodotto dall’ipotalamo e rilasciato sia nel sangue, tramite l’ipofisi posteriore, sia direttamente nel cervello. Nei mammiferi è nota per il ruolo nel parto e nell’allattamento, ma agisce anche su circuiti legati alla socialità e all’attaccamento. Gli studi più celebri riguardano le arvicole della prateria, specie monogama in cui il legame di coppia dipende dall’azione dell’ossitocina e della vasopressina in aree cerebrali del sistema di ricompensa, mentre nelle specie affini non monogame questi recettori sono distribuiti diversamente.

 

Nelle pecore l’ossitocina favorisce il riconoscimento e l’accettazione dell’agnello subito dopo il parto, e nei roditori incentiva le cure materne.

 

Luckey non si pone problemi bioetici riguardo la creazione del doping ossitocinico. «Possiamo farlo, se la gente pensa che gli SSRI vadano bene, cosa che non è, ma se lo fossero, allora il doping con ossitocina per restare insieme sarebbe sicuramente accettabile». La stoccatina agli psicofarmaci inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina gli fa guadagnare, nel computo di Renovatio 21, altri mille punti.

 

«È la sostanza chimica che lega le coppie nei mammiferi» continua Luckey. «Ci sono cose che si possono fare per aumentarne l’assorbimento, ed è ben compresa. Inoltre, è totalmente non regolamentata, il che è fantastico. Gli spazi non regolamentati sono molto più facili da gestire. Puoi andare a comprare un chilo di ossitocina su Sigma Aldrich Chemical Supply proprio ora, e se lo fai, forse non morirai da solo».

 

 

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«È pura biologia. Viene utilizzato per le donne che non riescono a instaurare un legame con i propri figli, e ora anche per le donne che non riescono a creare un legame con i propri mariti. Viene utilizzato anche per i bambini con vari problemi neurologici, e per alcuni bambini autistici che faticano a creare legami».

 

«La cosa interessante è che si tratta di un circolo virtuoso. Lo sappiamo benissimo. A differenza della maggior parte dei farmaci, non crea dipendenza chimica. Anzi, libera dalla dipendenza chimica».

 

Le parole del giovane imprenditore sono di precisione assoluta. Non solo per la considerazione dell’ossitocina, sostanza che in passato ha suscitato qualche polemica. Ricordiamo come a luglio 2018 un epistemologo del CNR proponeva di «combattere il razzismo» potenziando i circuiti biologici dell’altruismo tramite l’ossitocina. In pratica, «ormone dell’amore» per accettare l’invasione calergista del Terzo Mondo. Parimenti, la reporter Annie Jacobsen nel suo libro The Pentagon Brain raccontava di aver appreso che il reparto tecnologico dell’esercito USA stava considerando l’uso dell’ossitocina per aiutare in futuro soldati umani ad accettare la presenza di commilitoni androidi.

 

Questi sono, tuttavia, obiettivi innaturali, se non malvagi. Luckey parla di qualcosa di diverso: è la prima voce che sentiamo, da anni ed anni, a scagliarsi contro il divorzio, considerando il danno immane che esso cagione a tutta la società e all’umanità tutta.

 

Sappiamo quali effetti ha avuto il divorzio: bambini feriti (che spesso si colpevolizzano per la separazione dei genitori) divengono adulti instabili, che ripetono gli errori che hanno subito, e creano altre famiglie devastate. È il ciclo che abbiamo visto spiegato perfettamente dal poeta Robert Bly e da storie come quella di Fight Club, l’interruzione della figura paterna, e dell’iniziazione che da essa è impartita al ragazzo, crea una Società di eterni adolescenti che cura la sua percepita incompletezza con dipendenze drogastiche e sessuali, creando caos, crimine e disagio sociale, e soprattutto replicando, più o meno involontariamente, quanto subito alla generazione successiva di bambini abbandonati – via divorzio, se per caso vi è stato il matrimonio.

 

Nessuno lo fa, ma Renovatio 21 non esclude la questione omosessuale: più divorzi significano più madri sole, e quindi meno figure paterne, e quindi secondo lo schema psicologico noto, più omosessuali.

 

Qui è possibile capire dunque come il divorzio abbia agito come vera catastrofe nella società mondiale, creando disordine ed infelicità per miliardi di individui. Come ciò non sia compreso dalle menti illuminate di politici ed intellettuali, è un mistero, o forse no: tutta l’élite ha un divorzio alle spalle, o uno in canna, o la brama di potersene avvantaggiare.

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Il divorzio è un dogma, una vacca sacra: nessuno osa parlarne, nemmeno coloro che, timidamente, accennano all’ingiustizia dell’aborto: come se la legge sul divorzio non avesse preparato giuridicamente (la cancellazione della morale cristiana dalla legge pubblica) e spiritualmente (la distruzione della famiglia nucleare, la disintegrazione del potere paterno) il Paese all’assassinio figlicida legalizzato.

 

Il divorzio fu introdotto in Italia, ma guarda, dai democristiani. Sì, i sedicenti cattolici furono coloro che introdussero nel 1974 la legge che distruggeva le famiglie, e quindi la società italiana. Lo stesso accadde quattro anni dopo con la legge sull’aborto. Il primo ministro del divorzio era il doroteo vicentino Mariano Rumor, la legge sul feticidio di massa di Stato la firmò Giulio Andreotti.

 

La società da allora ci ha dato milioni di individui compromessi da questo immane errore. Persone che soffrono, finite in un ciclo del dolore che ha devastato tutto il consorzio umano transgenerazionalmente.

 

Crediamo che aiuti psicochimici per risolvere questa catastrofe debbano essere presi in seria considerazione. Bravo Palmer.

 

Roberto Dal Bosco

 

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Peter Thiel contro Leone XIV per l’allarmismo sull’AI: vuole «distogliere l’attenzione dagli abusi su minori»

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Secondo Peter Thiel, l’investitore ultramiliardario cofondatore di Paypal e Palantir (e primo investitore in Facebook), papa Leone starebbe usando le paure diffuse sull’Intelligenza Artificiale per spostare l’attenzione dagli scandali di abusi sessuali su minori ancora aperti nella Chiesa cattolica. Il miliardario americano, omosessuale con figli surrogati, ha inoltre accusato l’ex presidente Barack Obama di aver piegato l’opposizione all’IA a scopi politici.   Le parole arrivano mentre gli stessi sviluppatori avvertono che la tecnologia potrebbe presto uscire dal controllo umano. Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, ed Elon Musk, proprietario di xAI, hanno sostenuto gli appelli a frenare la costruzione di modelli sempre più potenti, dopo che Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, ha messo in guardia dal rischio che sistemi fuori controllo possano impadronirsi di vaste porzioni di Internet nel giro di pochi mesi, con danni per centinaia di miliardi di dollari.   Questi allarmi hanno rafforzato la domanda di una vigilanza più stretta sull’IA: i grandi gruppi tecnologici concorrenti chiedono garanzie contro una tecnologia che temono possa sfuggire di mano.

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In una serie di conferenze a porte chiuse a Nashville, Thiel ha preso di mira entrambi i leader, intensificando i suoi avvertimenti sull’Anticristo, figura profetica tradizionalmente legata all’inganno e all’opposizione agli insegnamenti di Gesù. A suo dire, quella figura potrebbe sfruttare i timori sull’AI e su altre minacce catastrofiche per bloccare il progresso tecnologico e imporre un «governo mondiale» fortemente regolamentato. Le dichiarazioni, rese il 28 settembre e il 5 ottobre, sono state divulgate giovedì da Politico.   «Molte persone sanno che l’intelligenza artificiale è politicamente impopolare e vogliono sfruttare questa situazione per accrescere la propria popolarità», ha detto Thiel. «Sia Obama che il papa rientrano in questa categoria. Obama sa che i Democratici non hanno idee, ma almeno possono opporsi all’AI». Obama ha di recente invitato i democratici a elaborare una strategia più organica sull’IA.   Il miliardario repubblicano, dichiaratamente gay e titolare di un’azienda di sorveglianza, ha poi accusato Leone XIV di aver usato il dibattito sull’AI per distogliere lo sguardo da decenni di scandali di abusi sessuali nella Chiesa cattolica.   «Aveva bisogno di qualcosa di politicamente popolare per distogliere l’attenzione dagli scandali di abusi sessuali su minori nella Chiesa, e l’ha trovato nell’AI», ha detto Thiel, riferendosi alla prima enciclica del papa, pubblicata a maggio.   Come riportato da Renovatio 21, mesi fa il Thiel ha alzato il tiro sul papato dichiarando, ad un incontro elitario ad Aspen che papa Leone XIV «lavora per i comunisti cinesi».   Le tensioni tra il miliardario del settore tecnologico e il Vaticano non sono una novità. A marzo, il Thiel ha tenuto una serie di conferenze sull’Anticristo a Roma, a pochi isolati dalla Santa Sede, su invito. Le conferenze avrebbero innervosito il Vaticano e spinto due università cattoliche a dichiarare pubblicamente di non essere coinvolte nell’organizzazione degli eventi.   Thiel, cofondatore di Palantir e PayPal, è stato uno dei primi sostenitori del presidente Donald Trump nella Silicon Valley, contribuendo al lancio della carriera del vicepresidente JD Vance: Vance, convertito al cattolicesimo, lavorava presso Mithril Capital, una società di investimenti cofondata da Thiel, prima che quest’ultimo appoggiasse il suo ingresso in politica.

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Leone XIV ha messo l’IA al centro del pontificato, mettendo in guardia dai rischi di uno sviluppo senza freni e dai suoi effetti sulla dignità umana, sulle libertà individuali e sulla concentrazione del potere.   Come riportato da Renovatio 21, la scorsa estate in un lungo saggio intitolato «Il papa e l’anticristo», pubblicato sulla prestigiosa testata cattolica statunitense First Things, Thiel ha affermato che papa Benedetto XVI credeva di vivere negli ultimi tempi. «Non spetta a me dire alla Chiesa che ora è» ha scritto il Thiel. «Benedetto lo ha già fatto». In realtà, a differenza di quanto creduto da Thiel, Ratzinger aveva esposto anche prima del suo ritiro idee precise, e complesse, sull’anticristo e sui tempi ultimi – e sul ruolo che avranno le macchine.   Pur non essendo cattolico, Thiel si è chiaramente immerso negli insegnamenti e nella storia della Chiesa cattolica ben oltre la media dei fedeli cattolici. È noto ai lettori di Renovatio 21, tuttavia, che egli sia stato discepolo diretto all’Università di Stanford del filosofo cattolico Réné Girard, di cui ha assimilato certamente la teoria del sacrificio così come quella della teoria mimetica, che sembra aver guidato la sua fortunatissima carriera di investitore in grado di discernere tra un investimento rilevante e uno fatto perché è desiderato anche da altri.   Come riportato da Renovatio 21, a giugno il Festival di Vienna aveva revocato la prevista partecipazione di Thiel, a causa delle crescenti critiche da parte degli sponsor e del massiccio ritiro di altri partecipanti. Thiel avrebbe dovuto parlare di anticristo, tema che lo ossessione pubblicamente al punto da essere canzonato lungo un’intera stagione del popolarissimo cartone satirico americano South Park.

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Come riportato da Renovatio 21, all’inizio di questa settimana il capo di OpenAI, Sam Altman, ha dichiarato che il mondo dovrebbe accettare alcuni «aspetti negativi» dell’IA — tra cui attacchi informatici, truffe e abusi — in cambio dei benefici. Ha però fissato un limite ai «rischi veramente catastrofici», compresa «una grave perdita di controllo a favore dell’IA».   Anche il patron di Microsoft, Bill Gates, ha chiesto – invertendo le sue posizioni precedenti – una regolamentazione pubblica, avvertendo che l’intelligenza artificiale in mano a soggetti ostili potrebbe innescare eventi capaci di causare «un miliardo di morti». Allo stesso modo il premio Nobel per l’informatica Geoffrey Hinton ha avvertito che sistemi sempre più potenti potrebbero sfuggire al controllo umano, con conseguenze catastrofiche per l’umanità.   Come riportato da Renovatio 21, in settimana è emerso che Thiel, in previsione di un collasso statunitense o mondiale, si è trasferito in Argentina.  

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Immagine di Gage Skidmore via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic 
 
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