Pensiero
L’equazione del collasso
Albert Hirschman era, a suo tempo, un economista famoso. La sua specialità era l’economia dello sviluppo. Tuttavia, Hirschman passerà alla storia per un lavoro del 1970 che parla di qualcosa che sviluppo non è: Exit, Voice and Loyalty: Response to Decline in Firm, Organizations, and States, tradotto in italiano da Il Mulino come Lealtà, defezione, protesta. Rimedi alla crisi delle imprese, dei partiti e dello Stato.
Il libro di Hirschmann fu il primo a descrivere in modo dettagliato come le organizzazioni rispondono al declino.
Nel modello proposto dallo studio, le persone reagiscono alla decadenza patente dell’istituzione in cui operano in tre modi diversi.
Il primo modo, è, semplicemente, andarsene – quella che lo studioso chiama opzione Exit, tradotta in italiano come «defezione».
Il secondo tipo di reazione è lamentarsi e cercare di ottenere un cambiamento nel contesto – Hirschman chiama questa possibilità Voice, o «protesta».
La terza modalità è la continuazione nella obbedienza all’istituzione, perché c’è ancora fede nella causa e si ha l’ambizione di migliorare quello che non va – nel gergo del saggio, Loyalty.
Da economista, Hirschman spiega che le tre componenti sono dosate a seconda del loro costo. In pratica, è possibile comprendere il collasso di un sistema sociale a partire da semplici equazioni.
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Facciamo degli esempi: se si è un investitore in un’azienda che si considera gestita male, si può tranquillamente vendere le proprie quote e investire in altro – ecco l’Exit, parola usata anche in termini finanziari per il disinvestimento. A meno che non vi sia un contesto particolare, l’azionista può scegliere di andarsene senza grandi costi, e non è quindi motivato a partecipare alla vita della società.
Diverso è il caso per un dipendente dell’azienda, che condivide l’opinione per cui l’azienda non è diretta in modo adeguato: per qualcuno che da quell’istituzione tira lo stipendio che consente la sopravvivenza sua e della famiglia (i bambini vanno nutriti, vestiti, mandati a scuola), il costo di uscita è straordinariamente alto. Ecco che il lavoratore quindi si trova ad optare per l’opzione Voice, il coinvolgimento critico: le proteste parasindacali, in teoria, almeno in origine, rappresentavano proprio questo caso.
Nel terzo caso, quello della Loyalty, della lealtà, semplicemente le cose vanno avanti come prima, perché il declino viene interpretato come un fenomeno superficiale, quindi transitorio, che non intacca la dimensione ideale della propria appartenenza all’organizzazione. La squadra può perdere dieci partite di fila, ma il tifoso continua ad andare allo stadio, perché la sua lealtà va al di là delle contingenze di una stagione. Qui paradossalmente, il costo per uscire è praticamente nullo, eppure, a livello psicologico, altissimo: perché la convinzione è qualcosa che definisce il carattere profondo della persona.
È chiaro da subito che quella della lealtà è una categoria complessa, e potente. Di fatto, la lealtà è richiesta, per legge, dallo Stato stesso (che comprende il reato di tradimento) e perfino all’interno di un matrimonio civile – con l’esclusione degli omosessuali che, nelle unioni civili introdotte con la Cirinnà, non hanno obbligo di fedeltà (quindi, sì, si potrebbe dire che tecnicamente godono di un diritto in più rispetto agli eterosessuali, ma non ditelo al generale Vannacci).
La Loyalty, l’obbedienza, interviene in realtà come ingrediente anche nelle altre opzioni.
L’opzione Voice, la protesta, è più efficace quando l’Exit è possibile, ma non tropo facile da conseguire. Tuttavia, per generare l’opposizione, giocoforza si ha bisogno di una qualche quantità di lealtà.
Se non c’è lealtà e l’uscita è impossibile, quello che avviene è che la gente soffre in silenzio – per decenni. È il caso dei Paesi comunisti e della repressione totale, dove più nessuno ha un briciolo di lealtà verso un governo disfunzionale e tirannico, ma al contempo teme la violenza dello Stato e non riesce ad immaginare come attraversare il filo spinato per fuggire. Al di fuori della storia dei totalitarismi, non è sbagliato pensare che tante esistenze siano incasellabili in questo modo, e la nostra personale e non scientifica idea è che, prima che il vaccino creasse il turbocancro, gran parte degli eventi oncologici potrebbero essere legati a tale disperazione soffocata per anni.
Vi è anche il caso in cui la lealtà è totale. In quel caso, nessuno, o quasi, dà voce all’opposizione. I primi anni dei totalitarismi europei, dove i dittatori avevano indici di gradimento spaventosi, cadono in questa fattispecie. Pur ricorrendo alla repressione violenta, i totalitarismi potevano soffocare le proteste semplicemente sommergendole con manifestazioni massive di fede nello Stato e nel partito.
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In pratica, è possibile misurare la prossimità al collasso di una società osservando queste variabili. Il collasso ha un’equazione, che è spesso pienamente visibile.
Quando, dopo il muro, l’URSS cominciò a crollare, la corruzione dilagò in tutto l’enorme Paese, e in modo sempre più evidente. È qui che nascono gli oligarchi, che si comprano – da funzionari corrotti che li svendono – immensi gruppi energetici o industriali, magari utilizzando i danari occidentali: si dice che Khodorkovskij, l’oligarca anti-Putin liberato da questi poco prima delle Olimpiadi di Sochi, fosse spalleggiato dai Rothschild, verso uno dei quali fece pure testamento prima di essere messo in galera nel 2004.
Non solo: i costi di Exit per l’élite sovietica erano bassissimi. Chi poteva, mandava i capitali accumulati all’estero. Davanti alla distruzione dell’URSS vari politici avevano vie di fuga evidenti: Eltsin da presidente del Soviet Supremo poté diventare Presidente della Federazione Russa; il ministro degli Esteri Eduard Shevarnadze avrebbe avuto la presidenza della Georgia divenuta indipendente.
L’opzione della protesta, Voice, fu quella a Mikhail Gorbachev, che, pur corteggiato in tutti i modi in Occidente dove era assurto a celebrità bonaria, scelse di rimanere nel Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Di fatto, nel collasso dell’URSS, la sua posizione fu quella perdente.
Restava dentro lo Stato russo, tuttavia, una base di funzionari che mantenevano un senso di lealtà, se non all’URSS, alla patria russa, cioè allo Stato senza il quale non era possibile per loro vivere. Vengono chiamati i siloviki, gli uomini della «forza» («sila»), cioè gli agenti degli apparati di sicurezza e di Intelligence come il KGB e il GRU. Chiaramente, l’esempio più noto di questo tipo, è Vladimir Putin.
Putin stette per qualche tempo al gioco degli oligarchi, e poi agì ripristinando il primato della politica sulla corruzione, che magari non è sparita, ma è sottomessa al potere (un esempio: un oligarca che, per un piccolo incidente stradale, insultò, senza saperlo, la figlia e il genero di Putin, ebbe a pentirsene).
Il risultato fu spettacolare: le pensioni aumentarono anche di sette volte, gli stipendi ancora oggi fanno impressione agli ucraini (quando la Crimea venne riannessa, gli insegnanti, si disse, videro triplicati i loro stipendi). La lealtà dei russi verso Putin e lo Stato russo stesso divenne un fatto statistico inoppugnabile.
Il collasso era stata fermato.
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Nella sua intervista con Oliver Stone, Putin descrive a sorpresa quello che dice essere un ingrediente base dello spirito russo, ossia l’incapacità di vivere al di fuori dell’istituzione che governa la Russia, sia esso l’impero dello Zar, l’Unione Sovietica o la Federazione dei nostri anni.
Di fatto, quello che suggerisce l’esempio russo è che la lealtà è l’unica possibilità di fermare il collasso di una società, di uno Stato, di una Civiltà.
La lealtà, il senso di appartenenza, l’obbedienza ad un principio che trascende la condizione visibile sono ciò che mantiene unito un gruppo umano – e lo fa prosperare.
Ora, bisogna guardare con franchezza a cosa sta accadendo qui, oggi, in Italia, in Europa, in Occidente.
Fateci caso: tutti i vostri politici hanno opzioni di Exit garantite: dai ministri e commissari e capi di partito che vengono assunti da Università straniere (perché?) al bestiario grillino che, vittima della regola autoinflitta del limite dei due mandati, si è ritrovato seduto comodamente in nuove ricche poltrone parastatali, abbiamo visto che di fatto a guidare la loro azione politica, più che la lealtà agli ideali (quali? Dove?) o agli elettori, è la preparazione, magari da parte di poteri noti, dell’uscita assicurata, stipendio d’oro e privilegi inclusi.
Considerate anche la seconda categoria: in realtà, più nessuno fa davvero opposizione. La riprova è l’attuale principale partito di governo italiano: in teoria, era all’opposizione ai tempi di vaccini, green pass etc., ma una volta salito al potere si è preso per ministro della Salute uno specialista del CTS che prima in teoria contestava, tanto per dire. Lo schiacciamento della Meloni su ogni tema sostenuto anche dal PD, dall’aborto all’Ucraina, parla del fatto che no, l’opposizione non esiste più.
O meglio, più nessuno dispone della voce per fare opposizione, anche da dentro al sistema. La censura totale a cui siamo stati sottoposti in questi anni su internet e su ogni altro mezzo d’informazione fa comprendere che il caso mediano, quello in cui si può uscire ma si rimane abbastanza leali da restare, non deve più esistere.
Hirschman chiamava la facoltà di protestare davanti al declino Voice, ma nel momento dove siete imbavagliati, perfino elettronicamente, parlare non è più possibile.
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Cosa resta quindi? Semplice: un mondo fatto di exit, cioè di una classe dirigente corrotta (oltre ai politici, pensate ai vari capitalisti nazionali che in Italia non hanno più alcuna sede, pur continuando a trarre profitto dal Paese) con sotto, senza filtro, una popolazione di beoti normaloidi che si bevono ancora, per lealtà, qualsiasi cosa: il successo del programma di vaccinazione in Italia sta tutto qui, nel fatto che la popolazione, senza voce né possibilità di vedere uscite possibile, è rimasta nella casella dell’obbedienza, sparandosi in tranquillità multiple dosi di sieri genici sperimentali.
Perché, di fatto, il costo per uscire dal sistema a quel punto lo avevano aumentato: se non volevi obbedire, ti mettevano alla fame, niente lavoro, niente vita sociale, stigma collettivo a go-go.
Renovatio 21 ha spesso chiamato l’insieme delle persone che bovinamente si sono fatte pascolare verso i campi dell’mRNA massa vaccina.
La realtà è che la massa vaccina è perfettamente funzionale, come torniamo a ripetere, alla ridefinizione del mondo in corso. Niente di intermedio deve esistere, tra l’élite e ciò che resta del popolo. Ecco perché è stata disintermediata la classe media, quella che è in grado di pensare e reagire, dando voce all’opposizione pur mantenendo la lealtà e l’incapacità davvero di uscire dal sistema (perché la casa paterna, perché la famiglia, la tradizione etc.)
La distruzione della classe media, economica e morale, è di fatto la censura di ogni voce in grado di reagire al sistema in via di caricamento.
Il collasso dell’Italia e dell’intero mondo occidentale parte da qui: dall’impoverimento di famiglie un tempo prospere, e dalla trasformazione, con l’immigrazione pro-anarco-tirannide, delle masse in accozzaglie tristi che, non avendo via di fuga, soffrono in silenzio.
Ognuna delle persone che ci stanno sopra può andarsene. Non vive nei quartieri sempre più infestati dalla mafia nigeriana, non tornerà mai a lavorare come voi se le cose dovessero andare male, e in caso arrivasse davvero il caos, hanno pronte magari case all’estero.
Messa così, potrebbe sembrare che la situazione sia disperata, non più recuperabile.
Forse a questa fenomenologia del declino di Hirschman manca una categoria: quella in cui la decadenza è arrestata, combattuta e vinta.
Lasciamo al lettore pensare come ciò possa avvenire. Noi abbiamo già detto troppo.
Roberto Dal Bosco
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Pensiero
Pizzaballa incontra il privilegio israeliano. Aspettando il Golem e l’Anticristo
I have instructed the relevant authorities that Cardinal Pierbattista Pizzaballa, the Latin Patriarch, be granted full and immediate access to the Church of the Holy Sepulchre in Jerusalem.
Over the past several days, Iran has repeatedly targeted the holy sites of all three… — Benjamin Netanyahu – בנימין נתניהו (@netanyahu) March 29, 2026
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A livello più microscopico, abbiamo registrato alcune reazioni inaspettate, come quella di Erik Prince, miliardario ex Navy Seal fondatore del gruppo mercenario Blackwater, convertitosi al cattolicesimo ancora decenni fa. «Per la prima volta in secoli, dai tempi del dominio ottomano, ai cristiani è negata la messa nella Chiesa del Santo Sepolcro. Un evento davvero senza precedenti (…) Non esiste una ragione legittima per vietare alle persone di partecipare alla messa… un orribile affronto al cristianesimo. Ogni cattolico, evangelico, ogni ortodosso in America dovrebbe essere indignato». Il Prince, che immaginiamo nel corso della sua carriera possa aver avuto rapporti diretti con la sicurezza israeliana, pare avere avuto alienata ogni simpatia filo-israeliana, pure lui.My statement re Prohibiting the Latin Patriarch of entering Church of Holy Sepulcher on Palm Sunday: While all Holy sites in the Old City are closed due to safety concerns for mass gatherings including the Western Wall, Church of the Holy Sepulcher and Al Aqsa Mosque, the action…
— Ambassador Mike Huckabee (@GovMikeHuckabee) March 29, 2026
PRINCE: This is a really bad look. Israeli police blocking Cardinal Pizzaballa from entering the Church of the Holy Sepulcher for Palm Sunday mass only adds to the anger of Muslims over access to Al Aqsa Mosque. A completely unforced, stupid error by Israeli security forces. pic.twitter.com/0E7MH7DnjB
— Bannon’s WarRoom (@Bannons_WarRoom) March 29, 2026
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🇮🇱 Israeli soldiers point rifles at CNN journalists… then choke one on camera
All while documenting an illegal settler outpost in the West Bank, where a 75-year-old man was reportedly beaten inside his home. Source: CNN https://t.co/C9BxBBrd9e pic.twitter.com/sXBtgW05j0 — Mario Nawfal (@MarioNawfal) March 28, 2026
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Il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich è un “terrorista ebreo che non è in prigione”, mentre il ministro della Sicurezza Itamar Ben-Gvir è “il seguace di un gruppo terroristico ebreo”, sostenitore dell’omicidio del primo ministro israeliano Ytzak Rabin, avvenuto il… pic.twitter.com/3sLTIVytGC
— giorgio bianchi (@Giorgioaki) March 28, 2026
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OH. MY. GOD. There it is… from his mouth
🚨 Netanyahu Funded Hamas $35M a Month via Qatar, using U.S. Tax Dollars, and tells Investigators: “This is confidential and can’t be leaked, okay? We have neighbors here, sworn enemies. I’m constantly passing them messages. I confuse… https://t.co/pROxaO7aWY pic.twitter.com/sMK8xMZmvd — MJTruthUltra (@MJTruthUltra) March 28, 2026
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Pensiero
Mao e il «blocco storico» che ha vinto il referendum
Il referendum per la riforma della magistratura è stato perduto, ma di pochi punti: 54%, un po’ poco per festeggiare con «Bella Ciao» e tric-trac in piazza – come tuttavia i fautori del No hanno fatto.
54%: significa che, grosso modo, il Paese è spaccato a metà. A questo punto, bisogna capire quali sono le metà.
Le variazioni sono non solo leggibili su scala partitica ed ideologica, ma anche territoriale. Tre regioni hanno visto la vittoria del Sì: Veneto, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia – in pratica, una grossa fetta del Nord. Da notare come ha prevalso il Sì anche nel voto all’estero, per quanto significante.
Il Sud – come il Piemonte, regione fortemente oggetto di emigrazione meridionale – ha votato compattamente per No, con picchi interessanti nella città di Napoli. Va detto che il No è stato trainato dalle grandi città. A Milano,il distacco è stato di ben 16 punti, un risultato che il sindaco Beppe Sala ha interpretato come il segnale di una «radicata forza progressista» che va oltre il cosiddetto «partito della ZTL». Anche a Torino il centro città ha spinto il risultato verso il No, mentre l’affluenza è crollata nelle zone periferiche.
Parallelamente, in diverse aree, le periferie hanno mostrato una tendenza opposta o un maggiore astensionismo. A L’Aquila, mentre in città ha vinto il No, il Sì è rimasto in vantaggio nelle frazioni e nelle aree più decentrate. In Trentino, il voto è salomonico: il No ha vinto nei centri urbani (50,38%), ma nelle valli e nei territori montani ha prevalso il Sì. In pratica: città contro periferia. Ma non solo.
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La popolazione italiana è quindi fortemente divisa. Da una parte chi, magari pensando ai disastri visti in questi anni, o peggio capitati personalmente, voleva riprogrammare la Giustizia, blindata dalla «Costituzione più bella del mondo», quella che si può buttare nel fosso in caso di epidemia, e sin dall’articolo 1 (che poteva essere riscritto come «L’Italia è un Paese fondato sul green pass»: fateci pure un referendum confermativo).
Dall’altra parte una schiera interessante formata dalla sinistra parlamentare e pure extraparlamentare, ma soprattutto dai dipendenti di quello che chiamiamo lo Stato-partito: l’insieme delle strutture pubbliche infiltrate e comandate dal PD, colosso inscalfabile che gestisce le nostre vite e – soprattutto – distribuisce magnifici salari garantiti ad almeno 4,7 milioni dipendenti della Pubblica Amministrazione e di enti parastatali (INPS, INAIL, ACI, Poste, Ferrovie, Municipalizzate).
Si tratta in realtà di un numero ancora più alto: l’indotto di Stato e para-Stato sono, secondo stime basate su flussi della spesa pubblica, almeno altri 2,5 milioni, ma si tratta di una cifra che riteniamo molto conservativa.
Aggiungiamoci il mondo sommerso delle cooperative, che sono, in larghissima parte, ingenerate dentro il noto mondo politico di riferimento: si tratta di altri 1,2 milioni di cittadini. Anche qui, il numero mi pare per difetto.
Diciamo che abbiamo una diecina di milioni di persone il cui stipendio dipende dallo Stato. Anche considerando che molti fra questi possono aver votato contro lo Stato-partito, abbiamo qui molti più voti in ballo: costoro tengono famiglia, il nonno pensionato, il figlio universitario… insomma la mangiatoia serve ben al di là del singolo.
Capite che l’analisi spannometrica che stiamo facendo è impietosa: com’è possibile che il Paesi cambi qualsiasi cosa per via democratica, se il popolo stesso è narcotizzato dal benessere salariale?
Non si tratta di un impasse casuale: è un effetto preciso, programmatico del sistema. Più stipendi, più voti. Più mangiatoia, più palude. La Nazione diventa immobile, per disegno del potere che lo comanda nel profondo. Ecco che quindi il Paese diviene conservatore: e ricordo ancora come 25 anni fa l’etichetta fu appioppata bonariamente dai giornali al segretario del sindacato CGIL Sergio Cofferati, che più di tanto non sembrava nemmeno dispiacersone.
Il sistema si conserva perché ha costruito pian piano, anche molto sotto la percezione pubblica, microsistemi che lo sostengono e ne impediscono il cambiamento. Di qui un tema completamente sottotraccia che è quello della cooperativizzazione dei servizi, con le cooperativa che stanno entrando di prepotenza – con leggine, regolette, pressioni continue – nel mondo della Sanità: rimpiazzi il lavoratore ospedaliero con uno che viene da una cooperativata, e quello che ottiene è un’omogeneizzazione politica maggiore, un tentacolo sistemico più forte dentro la società.
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Scrivo queste parole memore dell’esperienza delle elezioni regionali in Emilia nel 2020, quelle che si tennero a poche settimane dal disastro di Wuhano, le elezioni che parevano essere quelle della «liberazione» dell’Emilia-Romagna. Possiamo dire che Renovatio 21 aveva un «suo» candidato: una signora stupenda, che ancora oggi ci legge, che aiutammo – tra conferenze, articoli, post – il più possibile in quella campagna elettorale, dove tra i temi, ricordiamo, c’era quello del caso degli affidi.
Negli ultimi giorni prima del voto l’atmosfera era elettrizzante. Circolava un audio interno della Lega, dove la voce di un signore (il classico nerd statistico-politico) parlava di uno scarto di 10 punti del candidato presidente regionale leghista. Era fatta: un altro nostro lettore, al termine di una conferenza a ridosso della domenica fatale, cominciò ad organizzare i festeggiamenti – ci troviamo lunedì mattina davanti al palazzo della regione in via Stalingrado. Confesso che avevo pianificato di portare il bambino all’asilo e poi partire alla volta Bologna, dove programmavo di salire sopra il tetto dell’auto e magari cantare un canto nuovo: «in via Stalingrado passano».
Maddeché. Il risveglio fu brutale. La destra aveva perso di netto. Il PD, che aveva fatto una campagna talmente insulsa che perfino nei bar si vedevano contestazioni del candidato, aveva vinto, come se non fosse accaduto nulla. Qualche giornalista se lo chiese: questa storia dei sondaggi che sbagliano di dieci punti non si era mai vista. Cosa era successo?
Anche lì, potevi capirlo guardando la mappa del voto: in pratica, il PD aveva vinto solo nel continuum urbano tra Bologna-Modena-Reggio nell’Emilia. Tutt’intorno, aveva vinto la Lega. Il rosso era letteralmente circondato dal verde: la costa, le montagna, la pianura erano verdissime. Le città, dove si concentra il lavoro delle PA e soprattutto l’indotto delle cooperative, erano rossissime.
Avevo immaginato che ad un certo punto, vista la possibilità concreta di perdere la regione, doveva essere scattato un ordine di scuderia: andate a votare sennò perdete il lavoro, e portate anche la nonna centenaria. È una mia fantasia: nessun giornalista o sociologo ha fatto un’analisi post-voto.
Quello che importa è notare, tuttavia, la natura della divisione politica: centro contro periferia, città contro campagna – davvero, la dottrina di Mao resa visibile da elezioni locali. Lo Zedongo sosteneva che la Cina con i Paesi della «campagna del mondo» fatta dei lavoratori unificati nel socialismo dovesse combattere il centro, la metropoli occidentale del Grande Capitale mondiale.
La situazione, ora che la sinistra è sposa del megacapitalismo (qualcuno ricorda Soros socio COOP? Io sì) e madre degli apparati di Stato, non è cambiata: il paradigma campagna contro città è ancora validissimo. I mandarini del centro contro i contadini della periferia. i boiardi della ZTL e i loro camerieri contro il popolo delle Partite IVA. Insomma, siamo alle solite: c’è un potere oppressore, e ci sono gli oppressi.
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È a questo punto che vale la pena di ritirare fuori il pensiero di un altro idolo della sinistra mondiale, Antonio Gramsci, in merito a quello che chiamava «blocco storico». Per lo scapigliato pensatore sardo, il blocco storico è l’unità dialettica tra struttura (base economica) e sovrastruttura (ideologia, cultura, politica), attraverso cui una classe dirigente esercita l’egemonia. Non è una semplice alleanza politica, ma un complesso sistema che unifica le masse attraverso il consenso, legittimando il dominio.
Il blocco storico, secondo Gramsci, rappresenta la saldatura tra la struttura economica e la sovrastruttura etico-politica in una data epoca. Di più: il blocco storico dominante riesce a imporre la propria visione del mondo come «senso comune».
Ecco, quindi, chi ha vinto davvero il referendum: l’ha vinto il blocco storico dello Stato-partito. L’ha vinto il tappo non solo di ogni possibile rivoluzione gramsciana, ma banalmente di qualsiasi riforma politica importante.
Se c’era bisogno di un’ulteriore prova dello stato terminale della democrazia italiana, l’abbiamo avuta.
Qualsiasi forza politica che intende avanzare senza colpire i gangli del blocco storico non ha nessuna speranza, perde solo il suo tempo, fa perdere il vostro, o ancora peggio cerca di diventare parte del sistema ed arricchirsene.
Il cambiamento del Paese passa attraverso il malcontento di decine di milioni di salariati garantiti, il cui stipendio serve sempre più ad assicurarsi che non muovano un dito anche quando lo Stato – contro la sua stessa Carta, contro i suoi stessi principi – censura, esclude, droga, uccide.
Lo Stato moderno, lo ripetiamo, è una macchina di morte: è un dispositivo della Necrocultura, che non è più solo una sovrastruttura etico-politica, fa parte della struttura stessa. Gli ospedali statali uccidono (con aborti, predazioni degli organi), gli apparati dello Stato finanziano e fomentano guerre contrarie agli interessi e all’esistenza stessa dei suoi cittadini (come avviene armando una guerra contro la maggiore superpotenza atomica planetaria).
Un blocco di milioni di persone è mantenuto per generare il consenso attorno ad sistema sempre più votato alla morte – della loro stessa morte, dello sterminio dei cittadini. Realizzarne una radicale riforma non è cosa facile. Ma diverrà, anno dopo anno, sempre più necessaria.
Roberto Dal Bosco
Pensiero
Perché votiamo Sì al referendum
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