Pensiero
Sacrificati ai Draghi. L’obbligo vaccinale è in arrivo
Qualche giorno fa ci eravamo chiesti su questo sito cosa sarebbe successo il 1 di ottobre. Di fatto, tante questioni, dai tamponi in farmacia alle dichiarazioni del Figliuolo, indicano tutte, per bizzarra coincidenza, la data di scadenza del 30 settembre.
Ci domandavamo: «Quale altra fase di questo inferno di schiavitù biotica ci aspetta dal 1 ottobre?»
Ammettiamolo, la domanda era retorica, e stupidina. Perché sappiamo bene cosa ci aspetta. Sapevamo già che il programma era di continuare l’inferno vaccinale e renderlo ancora più bruciante, e ora abbiamo certezza sulla fornitura del fuoco necessario a carbonizzare gli ultimi residui della nostra sovranità biologica: le fiamme ce le metteranno i Draghi.
Nonostante ancora un po’ ci interroghiamo su certi lampi di ingenuità del personaggio, la conferenza stampa di ieri, come altre sue precedenti, è stata concisa e chiarissima. Si va verso l’obbligo vaccinale. Punto.
Vi proibiranno i treni? Lo hanno già fatto? Piscine? Fatto. Lavoro? Fatto. Ristoranti? Fatto. Andranno più in fondo ancora, vi toglieranno l’assistenza medica, vi toccheranno i figli? Non lo sappiamo
Lasciamo perdere l’estensione del Green Pass e la terza dose (un domani sarà la quarta, la quinta, etc.). L’unica vera notizia è questa: il marchio deve essere esteso alla popolazione intera. Finalmente lo dicono. Non importa se non danno ancora i dettagli, con il premier che si permette di rispondere seccamente «sì» alla domanda in merito, senza aggiungere nulla.
Non importa se Speranza, seduto a fianco del Draghi, ha detto che in fondo è una cosa equa, perché una parte della popolazione, i sanitari, già vive l’obbligo: è verissimo.
Non importa se non avete idea di come verrà implementato: non ce l’abbiamo neanche noi. Vi proibiranno i treni? Lo hanno già fatto? Piscine? Fatto. Lavoro? Fatto. Ristoranti? Fatto. Andranno più in fondo ancora, vi toglieranno l’assistenza medica, vi toccheranno i figli? Non lo sappiamo.
Sappiamo solo che saremo immolati ai Draghi. Volenti o nolenti. Capitelo, si tratta davvero di un sacrificio, e ve lo abbiamo descritto tante volte: quel segmento non-conforme della popolazione da lungo tempo è già stato calcolato come spendibile. Se leggete queste righe, è molto facile che voi ne facciate parte.
(Pensate solo a questo dato: l’articolo di Renovatio 21 più letto questo mese si intitola «Le dieci fasi del genocidio. A che punto siamo?»)
Ora, chi mastica di bioetica può pensare che si tratti della famosa slippery slope, quel «pendio scivoloso»: un primo passo relativamente piccolo porta a una catena di eventi correlati che culminano con un effetto totale. Inizia a parlare di «biotestamento», finisci a legalizzare il suicidio assistito, o meglio, l’assassinio del consenziente. Il lettore conosce la Finestra di Overton, che è il sistema con cui la trasformazione sociale, partendo da una piccola frangia radicale, viene legalizzata per le masse.
Non c’è gradualità in quanto sta accadendo. Si tratta di un piano, varato in Italia prima che altrove, che ha molti decenni – forse ha un paio di secoli
Ebbene, non si tratta di nulla di tutto questo. Non c’è Overton, non c’è gradualità in quanto sta accadendo. Si tratta di un piano, varato in Italia prima che altrove, che ha molti decenni – forse ha un paio di secoli.
Il progressismo massonico ottocentesco aveva in mente una cosa che chiamava «vaccinazione universale». Come ripetuto varie volte anche in questo ultimo lustro, per i grembiuli si tratta di un vero «battesimo» che deve sostituire quello cristiano. L’uso di feti abortiti per la sua industria non costituisce, pensiamo da mo’, un dettaglio secondario.
L’obbligo vaccinale totale non è una cosa nuova: in vari Paesi lo si è visto negli ultimi due secoli. Il movimento antivaccinista, per quanto cerchino di dirvi che è un effetto dell’ignoranza del web, è vecchio tanto quanto il siero malefico. E, cosa più rilevante, nella guerra contro il potere ha vinto numerose partite.
Ci piace ricordare la «revolta da vacina», quando il governo Brasiliano tentò nel 1904 di vaccinare chiunque mandando soldati e infermieri casa per casa. I moti che ne seguirono, unitisi anche i cadetti di un’accademia militare, potevano sfociare addirittura in un rovesciamento del potere, per cui i governanti ritirarono tutto, e la protesta si sgonfiò.
Non fidatevi di chi vi dice che non possono farlo perché sarebbe contro la Costituzione: in ogni Paese del mondo oggi le carte costituzionali (quelle nazionali, quella dell’ONU, i trattati vari, etc.) sono carta straccia. Sono tutti stati violati migliaia di volte – e solo ricordate che il centro di tutto, il vaccino genetico che dovete iniettarvi, è in palese violazione di uno dei document con i quali il mondo si tirava fuori dalla guerra e dal totalitarismo più spaventoso dicendo «mai più», il Codice di Norimberga.
A chi importa, oramai, della legge? A nessuno. Vige un diritto positivo assoluto, un diritto penale totale soggetto al puro arbitrio del potere
A chi importa, oramai, della legge? A nessuno. Vige un diritto positivo assoluto, un diritto penale totale soggetto al puro arbitrio del potere. Abbiamo segnalazioni di casi in cui nemmeno le esenzioni previste dalle leggi pandemiche come il dl 44/21 sono osservate. Esiste sono l’imposizione integrale del potere pandemico, di cui il vaccino è il marchio più carnale e visibile.
Ancora molte cose possono succedere da qui ad ottobre: magari qualche giudice si pronuncia contro, magari addirittura in sede europea, magari si sveglia qualcuno all’ONU, magari i Paesi limitrofi… Noi non ci facciamo affidamento, in nessun modo. Qualsiasi giudizio, qualsiasi esempio, qualsiasi condanna, si può ignorare in questo momento: pensateci, ignorano, e in milioni, la logica stessa (io non mi vaccino, perché tu vaccinato hai paura di me? Perché puoi andartene in giro se contagi quanto me? etc.) nella sua forma più elementare, comprensibile perfino ai bambini.
Non conta nulla, conta solo il piano. Sappiamo dal 2014, da quando alla Casa Bianca qualcuno firmò il protocollo di obbligo vaccinale per i bambini italiani, che il nostro Paese è, per qualche ragione, una cavia apripista. È più o meno da allora che abbiamo iniziato a lottare, osservando come tante cose cominciavano a mettersi in fila. Prima dissero che bisognava vaccinare i bambini, poi fecero grandi campagne per vaccinare gli anziani (che fino a qualche anno fa, secondo la medicina, non andavano vaccinati…).
In innumeri conferenze su è giù per l’Italia abbiamo provato ad esporre la nostra teoria: è un panino, hanno piazzato la fetta sotto (i bimbi), la fetta sopra (i vecchi), ma quello che interessa loro è quello che è in mezzo: loro vogliono tutta la popolazione adulta, perché senza di loro, la maggioranza, non ottengono il fine del loro piano, la vaccinazione universale.
Ora la hanno ottenuta.
Ci hanno riso dietro, ci hanno insultato, minacciato, segnalato, censurato. Sghignazzi e delazioni contro Renovatio 21. Non importa. Non è una consolazione aver avuto ragione.
Il COVID è un processo di allineamento, ma possiamo usare anche un’altra parola per il fenomeno: sottomissione
Vi diciamo solo: fidatevi di noi. Fidatevi quando vi diciamo che, comunque, non è finita. Obbligo o meno, non si fermeranno. Perché, come vi abbiamo ripetuto, questo è un piano preciso. È il piano a cui dovete consegnare la vostra libertà, la vostra sovranità biomolecolare, la vostra vita, e soprattutto la vostra anima.
Perché il COVID non è un’epidemia, è un allineamento.
Una volta i media mainstream dicevano cose assai diverse da quelle che si poteva leggere sui social: ora dicono tutti la stessa cosa.
Una volta gli Stati avevano modi differenti di affrontare le emergenze: ora fanno tutti le medesime cose, con i medesimi sistemi (lockdown, PCR, etc.) perfino con i medesimi farmaci (quattro in tutto, in occidente).
Una volta i partiti, pure, avevano idee differenti: ora, ad ogni latitudine, i partiti tendono tutti da un’unica parte. La medicina aveva più voci: ora quella che dissente (magari non contestando tutto l’impianto della scienza medica moderna, ma permettendosi appena di suggerire un altro farmaco) viene disintegrata, letteralmente.
Una volta era lecito discutere con familiari e amici delle proprie scelte personali, sanitarie, politiche: ora, lo sa perfettamente ognuno di voi, non più.
Tutti perfettamente allineati – e marchiati, biologicamente ed elettronicamente. Chi non si allinea è fuori – va cancellato, sacrificato. Il COVID è un processo di allineamento, ma possiamo usare anche un’altra parola per il fenomeno: sottomissione.
E quindi, davanti al drago, sottomettetevi, tremate, offrite le vostre vergini, immolate voi stessi. Placate la sua ira. Obbeditegli.
Tuttavia, avevamo detto mesi fa, non siamo del tutto sicuri che il mitologico sputafuoco sappia quello che sta facendo:
«Draghi non ha esperienza, la sua politica non ha carisma, sa che è sostenuto dal nulla dei partiti, per cui – anche se sentisse il sostegno della sovrastruttura mondialista occulta e non – giocoforza deve temere l’unico fattore reale, imprevedibile, adirato, di tutta questa equazione: il popolo».
Scrivevamo così. Non c’erano ancora le manifestazioni in piazza, i giornali che gridano alla violenza, la repressione strisciante – dinanzi alle quali i potenti paiono voler comunque tirare dritto. Il concetto tuttavia crediamo rimanga valido.
Il sacrificio programmatico di una cosa ampia fetta della popolazione, nessuno sa bene a cosa può portare.
I racconti che ci tramandiamo da millenni in effetti sono pieni di draghi sconfitti.
Roberto Dal Bosco
Pensiero
Maldini, povera Italia
Siamo un Paese vittima dell’odio e del risentimento nei confronti di chi cerca un piano culturale superiore, in qualsiasi campo, compreso quello sportivo. Una vendetta verso coloro che riescono a emergere, verso chi fa quel qualcosa in più che lo eleva dal mare di mediocrità massificata in cui gran parte del Belpaese è immerso.
Il caso Maldini, ultimamente onnipresente sulle pagine di tutti i giornali nazionali – sportivi e non – mi ha fatto tornare alla mente quell’odio atavico dell’italiano medio per chi, per cultura o capacità, riesce a spiccare. Paolo Maldini è uno dei nostri calciatori più rispettati e conosciuti a livello internazionale, e vanta un palmares e una carriera da giocatore del Milan che pochissimi altri al mondo possono solo vagamente sognare.
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Si è letto di tutto in questi giorni sul toto-CT della Nazionale italiana di calcio. Pare che Maldini – affiancato dal sempreverde Leonardo – esponendo un piano per rilanciare l’esanime struttura calcistica italiota, sia stato messo tempestivamente da parte in favore di quello che di fatto è uno status quo inscalfibile: il neopresidente FIGC Malagò ha imposto il nome di Roberto Mancini, il quale fuggì dall’Italia dopo l’amara esclusione dai Mondiali attratto da dorate sirene arabeggianti. Una sorta di mossa di badogliana memoria.
Dopo aver sondato il terreno sfoggiando profili d’immagine per la piazza quali Pep Guardiola e Carletto Ancelotti, Paolino e Leo hanno annunciato di volere il «maestro» Andrea Pirlo alla guida della selezione azzurra.
Nome che, giustamente, ha fatto storcere il naso ai più, in quanto il curriculum del bresciano come coach è poca cosa rispetto alle figure sopracitate, compreso lo stesso Mancini. Non dobbiamo dimenticarci che Luis de la Fuente, fresco campione del mondo con la Spagna, e Lionel Scaloni, vice campione del mondo con l’Argentina e campione del mondo con l’albiceleste nel 2022, al momento del loro approdo sulle panchine delle rispettive nazionali avevano un modesto curriculum da coach.
Per rimanere a casa nostra, Enzo Bearzot e Azeglio Vicini, non erano certo mister blasonati prima di dirigere la Nazionale (il primo campione del mondo nel 1982 e il secondo ci ha portato a un passo dal sogno a Italia Novanta).
Pirlo è stato fatto fuori dal palazzo e prontamente bollato come «filorusso», per suoi legami commerciali con una società di scommesse sportive che parla la lingua di Dostoevskij, Fonbet.
È bastata questa scusa per mandare in aria il piano Maldini e timbrare quello già probabilmente preconfezionato del presidente Malagò. Il marchio di «filorusso» è ancor oggi sinonimo di emarginazione da qualsivoglia dibattito. Un po’ come l’etichetta di «no-vax», tirata da sempre fuori per impallinare persone apparentemente scomode al sistema e metterle ai margini.
Vale la pena leggere l’articolo de La Gazzetta dello Sport per comprendere da dove arriva il fuoco amico.
«Fonbet è infatti una società russa e la Russia come noto è un Paese da cui l’Italia ha preso le distanze dopo l’attacco all’Ucraina. «Chi fa o ha fatto propaganda per la Russia dopo il 2022 non dovrebbe ricoprire cariche nazionali», ha commentato il leader di Azione, Carlo Calenda, scrive la Gazza.
«Dopo l’ennesima disfatta e un’altra qualificazione mondiale mancata, il calcio italiano avrebbe avuto bisogno di una rivoluzione culturale, etica e gestionale. La scelta di Andrea Pirlo – ha postato su X la vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno – va nella direzione opposta. Pirlo è stato un campione straordinario. Da allenatore, fin qui, ha mostrato ben poco. E c’è un tema che non può essere liquidato come irrilevante».
«Non interessa se Pirlo sia filorusso o meno. Conta ciò che ha scelto di fare: prestare, liberamente e ripetutamente, il proprio prestigio a un’operazione di normalizzazione del regime di Putin, partecipando a iniziative sfruttate dalla propaganda del Cremlino mentre l’Ucraina veniva bombardata. Per questo la scelta di Pirlo è stata un grave errore. E la scelta della FIGC lo è ancora di più. Non il piano B di Guardiola. Il piano Z del calcio italiano».
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Arriva poi il deputato di +Europa, Benedetto Della Vedova: «Pirlo pochi mesi fa ha fatto una scelta per me incomprensibile e sbagliata, quella di diventare ambasciatore nel mondo di Fonbet, prima agenzia di scommesse in Russia. Il settore delle scommesse non è colpito dalle sanzioni europee, ma questo non toglie che un personaggio pubblico della levatura di Andrea Pirlo dovrebbe riflettere sul significato pubblico di scelte private e di affari».
«Personalmente mi auguro che il nuovo CTdella Nazionale senta l’esigenza di rescindere il contratto con Fonbet, anche considerando la posizione attuale dell’Italia nei confronti della Russia. Anzi, voglio pensare che lo abbia già fatto».
Arriva quindi anche Mauro Berruto, responsabile Sport nella segreteria del Partito Democratico ed ex CT della nazionale maschile di pallavolo: «i auguro con tutto il cuore che se Pirlo fosse scelto come ct la prima cosa che farà sarà quella di risolvere questo imbarazzo rinunciando a questo suo ruolo. Parla a un movimento, a un mondo, ha un ruolo istituzionale che richiede una modalità di esecuzione esemplare».
C’è da aggiungere, come sottolineato da Sky TG24, che «un eventuale incarico come commissario tecnico degli Azzurri avrebbe posto infatti un evidente problema di compatibilità con il contratto sottoscritto con un operatore di scommesse», ma sarebbe bastato semplicemente risolvere quel contratto e avrebbe potuto serenamente allenare.
Sul piano etico il discorso potrebbe anche reggere, ma basta aprire un qualsivoglia sito per vedere calciatori che prestano liberamente il proprio volto ad agenzie di scommesse. C’è di più: due dei nostri big azzurri, quali Sandro Tonali e Nicolò Fagioli, sono stati travolti da un giro di scommesse clandestine con pesanti sanzioni comminate ad entrambi. La moralità e l’etica vengono spesso tirate per la giacchetta a seconda delle convenienze e degli interessi del momento.
Evidenzio inoltre che l’etica e la moralità nel calcio sono da sempre patinate e a tratti fortemente ipocrite. Come ha sottolineato il giornalista Giorgio Terruzzi proprio su Renovatio 21, il calcio è l’antitesi della correttezza: «non ho interesse per uno sport che tratta i simulatori come normali, che tratta gente che protesta con l’arbitro come normale, oppure gli allenatori che fanno continuamente queste scene a bordo campo inutili. Aggiungo anche che i rapporti tra alcuni uomini di calcio e gli ultras mi fanno schifo».
«È uno sport che non si modernizza. Se un presidente fosse veramente evoluto, ogni suo giocatore che prende un’ammonizione per proteste dovrebbe pagare cinquecento mila euro di multa, vedrai poi che non succede più. Ognuno che simula, cento mila euro di multa. Ma purtroppo ciò non accade».
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Questo direttivo della FIGC, che oggi vuole moralizzare oltremodo tacciando Andrea Pirlo come sgradito per un discorso d’immagine, forse un piccolo esame di coscienza dovrebbe farselo.
L’intervento del giornalista Paolo Bargiggia sui suoi canali social va più al fondo della questione. «Il progetto di Maldini e Leonardo era un progetto veramente profondo che avrebbe potuto forse con pazienza cambiare il calcio italiano. Chi lo ha visto, chi ha capito come sarebbe andato, dava fastidio. A chi dava fastidio? Dava fastidio soprattutto ai club di serie A, alle persone che muovono più le fila, De Laurentiis, Marotta e poi si è aggiunto Cairo, il presidente del Torino. Dava fastidio alla Lega e anche all’Assocalciatori, guarda caso i due grandi elettori di Giovanni Malagò alla presidenza della Federcalcio. Perché dava fastidio direte voi? Perché andava a spostare i privilegi, lo status quo, la gestione delle convocazioni, dei raduni, dei giovani… avrebbe in pratica smosso un sistema incrostato da anni, marcio, ma di potere e di finanza che contraddistingue tutto il calcio italiano e i suoi apparati».
«Il progetto era molto buono, quantomeno era un progetto abbastanza sostanzioso visto che qui non se ne fanno da oltre dieci anni. Poi esce il nome di Pirlo. Si scatenano le penne armate; cominciano a scrivere contro Pirlo un po’ tutti i giornali, ma in particolare il Corriere della Sera e La Gazzetta dello Sport. Hanno attaccato Pirlo […] per attaccare Maldini e Leonardo e attaccare quel progetto e metterli nella condizione di andarsene. Perché questo fuoco di fila si è scatenato in particolare sul Corriere della Sera e sulla Gazzetta? L’editore di questi due giornali è Urbano Cairo, […] perché essendo un presidente di un club di serie A, ha i suoi interessi o la sua volontà a fare convergenza di opinioni. Malagò per non far partire Maldini e Leonardo ha aperto all’ingaggio di Thiago Motta, perché era la seconda scelta di Maldini e Leonardo. Maldini e Leonardo bene hanno fatto, capito qual è l’aria impestata, capito che il calcio italiano non vuole cambiare, capito che è un ambiente pericolosissimo e scivoloso, se ne sono andati. Malagò […] avrebbe dovuto tenere il punto e prendere Pirlo. Malagò è ostaggio dei suoi grandi elettori».
Si ha la netta sensazione che Paolo Maldini sia stato prontamente messo da parte perché la sua idea era troppo a lungo termine, con una visione di rifondazione del sistema orientata al dopodomani e non al domani del «tutto e subito». Mi pare abbia alzato lo sguardo a qualcosa di serio, di programmato con uno scadenzario che con molta probabilità avrebbe richiesto più tappe e più tempo; basta osservare i risultati della Nazionale e il livello del campionato di Serie A per capire che viviamo un tempo di arretratezza, di mediocrità, di crisi economica, di crisi d’identità e di consapevolezza.
Invece c’è uno sport ideologico praticato da troppe persone: quello del discredito, dell’autocommiserazione e della vacua autocritica fine a se stessa. Molti italiani pare godano nel piangersi addosso e nel sentirsi masochisticamente inferiori agli altri. Un malcostume le cui radici andrebbero ricercate a qualche decennio fa. Lascio ai sociologi volenterosi questa palla avvelenata.
Questo perenne clima svalutante si riverbera nello sport, tant’è che molti campioni nostrani sono stati, e sono, oggetto di pareri da bar che tendono a svilire e infangare l’immagine di tali fuoriclasse.
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Andando indietro di pochi anni, ricordo il campionissimo di ciclismo Marco Pantani: tutti lo hanno applaudito dopo le prodezze eterne dell’estate 1998, per poi crocifiggerlo ed etichettarlo come dopato dopo il blitz notturno al Giro d’Italia dell’anno successivo.
Penso infine alle due fazioni create da Valentino Rossi, leggenda del motociclismo: una sequela di tifosi accaniti contro uno stuolo di detrattori altrettanto feroci.
Oggi c’è il tennista Jannik Sinner che sta facendo numeri assoluti in una disciplina sportiva che per troppi anni è stata nell’ombra a livello internazionale, rinvigorendo fortemente un sistema che oggi richiama numerosissimi giovani. Sinner stesso è tacciato di non essere italiano per via delle sue origini altoatesine, della sua freddezza caratteriale, della residenza a Montecarlo per non pagare le draconiane gabelle di Stato e persino per non aver partecipato ad alcuni tornei.
Con questo non dico che tutti dobbiamo o dovremmo tifare i nostri sportivi, ma quantomeno evitare di affossarli gratuitamente, anche perché tengono alto il nome del nostro Paese con risultati e prestigio riconosciuti in tutto il mondo.
Concludo tornando a Maldini. Non c’è da stupirsi per ciò che è avvenuto, perché sembra proprio che l’elevazione culturale di questa povera Italia non esista più. La politica stessa – a cui andrebbe attribuito questo compito, di concerto con le altre istituzioni – ha svuotato il suo respiro culturale a favore di gretti clientelismi. Il calcio, che è lo sport più nazional-popolare che abbiamo, è lo specchio perfetto delle storture italiane che pervadono ogni ganglio della nostra società e della nostra quotidianità.
Francesco Rondolini
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Geopolitica
Le bande degli stupratori pakistani e oltre. Intervista video al direttore di Renovatio 21
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Pensiero
Arriva la «scomunica marinata»?
Nel momento in cui il Vaticano bombarda 600 mila e più persone con lo scomunicone anti-FSSPX, diviene naturale rifugiarsi nei sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863), che da romano vero conoscitore della Città der papa non poteva non aver trattato il tema nella sua poesia in vernacolo romanesco.
Havvi, ad esempio, Er cedolone der vicario, sonetto scritto il 22 aprile 1834, che bene illustra la minaccia di scomunica e le pene per chi trattiene i beni ecclesiastici. Si parla di un «cedolone», cioè un manifesto pubblico, affisso a Roma. Il cedolone era un avviso ufficiale del vicario del papa che imponeva, pena la scomunica, la restituzione dei beni di un sacerdote defunto. La scomuniica è quindi qui intesa come strumento di pressione burocratica e poliziesca.
La scummunica è uguale ar marfrancese,
Che tte penetra l’osse a la sordina,
E tte manna a fà fotte in men d’un mese.
Chi ssarà ll’animaccia ggiacubbina
Che nnun ridìi le cose che ss’è pprese,
Doppo der cedolon de stammatina?
Notare come, con sprezzo totale, il Belli paragona la scomunica al «marfrancese» – cioè alla sifilide – una malattia che agisce «a la sordina» (di nascosto) consumando da dentro l’individuo: il poeta vuole qui parlarci della devastante azione dello Stato Pontificio sulla vita interiore dei cittadini posti sotto la minaccia di essere scomunicati. «Animaccia ggiacubbina», era l’etichetta usata per indicare chiunque si opponesse all’autorità ecclesiastica, che oggi che li giacobini sono al comando dello Stato pontificio, suona buffissima.
L’espressione «sta ffresco» evidenzia la rassegnazione del popolo di fronte alla potenza ecclesiastica dotata della superarma scomunicante, il cui effatto megatonico sull’animo umano è ancora brandito con sicumera dal (già) Sant’Uffizio.
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Evvi poi un ulteriore sonetto del Belli riguardo al tema della scomunica. Si tratta di quello intitolato, appunto, La scummunica, scritto il 25 agosto 1825.
La scummunica inzomma è una parola
Che ddisce er Papa, e appena Iddio l’ha intesa,
L’ubbidissce ar momento, e vve conzola
Cór cacciàvve dar gremmo de la Cchiesa.
Abbasta una scummunica, una sola,
Pe’ sbattezzavve; e gguai chi sse l’è ppresa!
Pò vvenì Ggesucristo co’ la stola
A bbenedillo, bbutta via la spesa.
Domenica er Curato l’ha spiegata,
E ha detto: “Iddio ne guardi, si pprennete
La scummunica nata e mmarinata.
Un libbro, un c…., un scappellotto a un prete,
Un sputo, una scorreggia, una pissciata
Ve pò scummunicà cquanno volete.„
Nelle prime quartine si satireggia sul paradosso teologico: le gerarchie universali sono invertite: il papa comanda e Dio esegue cecamente. La scomunica diventa una formula magica o un atto burocratico a cui persino Nostro Signore deve «ubbidire al momento». Nemmeno Gesù Cristo in persona, scendendo sulla terra con tanto di paramento liturgico, avrebbe il potere di annullare la scomunica del papa. La grazia divina viene così sottomessa alla burocrazia eclesiastica.
Interessante l’elenco, messo in bocca ad un parroco durante l’omelia domenicale, dei motivi per cui si può essere scomunicati: leggere un «libbro» proibito, aggredire un sacerdote («un scappellotto a un prete»), così come atti di volgarità corporale: uno sputo, un peto, una minzione («una pissciata»). La lista grottesca serve ad indicare come all’epoca (solo all’epoca?) la Chiesa utilizzasse l’arma della scomunica in modo indiscriminato: la scomunica serviva a punire sia il dissenso intellettuale sia, volendo, i comportamenti triviali, riducendo un grave provvedimento spirituale ad uno strumento di sottomissione politica continua.
Tra i peccati qui listati non vi è, curiosamente, la consacrazione dei vescovi senza mandato.
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Vi è poi da rivelare al lettore cosa il poeta intenda con «scummunica nata e marinata»: si tratta di come il popolano, soggetto enunciante della poesia bellica, capisce l’espressione «scomunica Maranathà», ossia la scomunica usque Dominus veniet (tradotto letteralmente: «fino a quando verrà il Signore»), la forma estrema e permanente di sanzione religiosa utilizzata storicamente dalla Chiesa cattolica, inflitta per colpe considerate talmente gravi da non poter essere perdonate da nessuna autorità umana terrena. La rimozione della scomunica veniva rimandata direttamente al Giudizio Universale, lasciando il verdetto finale a Dio, con il colpevole colpevole escluso in modo perpetuo dalla comunità dei fedeli e dai sacramenti – una scappatoia di perdonanza terrena, dicono dalla regia, da qualche parte c’era comunque.
La scomunica Maranathà veniva riservata a reati eccezionali, come le eresie ostinate, le profanazioni estreme o i gravi crimini contro la figura del papa. Si trattava di una scomunica che poteva prevedere anche un preciso cerimoniale di maledizione, sempre presente nel pontificale romano, benché caduto in disuso praticamente già nell’età moderna, con rare eccezioni.
Interessante pure ricordare come, in epoca pre-codiciale – cioè antecedente al Codice di Diritto Canonico (Codex Iuris Canonici), promulgato nel 1917 da Papa Benedetto XV – chi ordinava vescovi senza mandato pontificio veniva semplicemente sospeso fino a dispensa – di fatto, ‘na bazecola. Anzi, la scomunica per la consacrazione illecita di vescovi è perfino successiva, è stata introdotta da Pio XII in risposta alle ingerenze del regime comunista in Cina, che oggi invece, nella Chiesa invertita, ordina i vescovi che gli pare senza incorrere in scomunica e ricevendo poco dopo, dopo un mezzo silenzio di qualche ora, la ratifica del Sacro Palazzo.
A questo punto ci chiediamo quanto vescovi, sacerdoti e fedeli FSSPX siano andati vicini alla scomunica marinata. La quale, sì, è sparita con l’arrivo del Codice, ma col Fernandezzo non si sa mai, magari resuscita pure quella per far danno ai mostri tradizionalisti.
Il cardinale orgasmologo infatti, in punta di diritto positivo assoluto, potrebbe usare le parole del sonetto belliano Li soprani der monno vecchio (21 gennaio 1831), rese immortali dal Marchese del Grillo del democristiano Alberto Sordi.
C’era una vorta un Re cche ddar palazzo
Mannò ffora a li popoli st’editto:
“Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo,
Sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.”
Eccoci che torniamo alla grande saggezza del poeta vernacolare, che visse i suoi 72 anni sotto sei papi, descrivendo una città sordida e in abbandono, di plebi tra le più incolte d’Italia, dove il papa era anche temuto, ha scritto un critico, «come capo della fatiscente società del putrido Stato pontificio».
I tempi sono cambiati, o forse, nella Rroma eterna e nelle sue cloache umane, no.
Anvedi.
Roberto Dal Bosco
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