Pensiero
La superstizione del dio lavoro. E la sua festina ebete
Negli ultimi anni, il 30 aprile, Renovatio 21 ha offerto ripetutamente articoli sulla notte di Valpurga, che cade il 30 aprile, cioè ieri, la notte delle streghe. Nelle scorse annate eravamo spinti dalle offensive ucraine, con tutte le storie che questo sito ha scavato riguardo al neopaganesimo militare ucraino, ai riferimenti al Monte Calvo di Kiev (quello di Musorgskij e di Walt Disney), al ritorno del sacrificio umano slatentizzato nel conflitto.
La Walpurgisnacht, era, in tempi precristiani – ma anche più tardi… – il momento in cui i pagani europei festeggiavano la primavera – cioè la sua dea, Ostara. I celti chiamavano questa data Beltane, la festa del fuoco luminoso. Più a Sud dicevano «Calendimaggio».
La primavera: la promessa della fertilità, dell’abbondanza. L’invocazione del tempo in cui la natura fiorisce è da raccolto. In epoca romana il primo maggio diveniva quindi la festa delle dee primaverili della fecondità: Maia (da cui la parola maius, maggio) e Flora, dea italica della fioritura dei cereali, dei vigneti, dei frutteti.
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Se ci pensiamo, quindi, l’inserzione del «lavoro» in questo giorno non è esattamente fatta con grazia – del resto, grazia e comunismo sono cose incompatibili fra loro.
Il primo maggio, si dirà, ha una nobile tradizione marxista alle spalle: celebra quel giorno del 1889 dove la Seconda Internazionale, riunita a Parigi, decise di lanciare su tutto il globo una manifestazione dei lavoratori. Un dato storico che non solo non conosce nessuno, ma non interessa a nessuno, e neppure spiega perché mai dovremmo ricordarcene (in un’epoca dove gran parte della popolazione può pensare che la Seconda Internazionale sia una misura di reggiseno – e giustamente).
Vediamo: pochi giorni fa, durante il Venerdì Santo, siamo stati tutti a lavorare. Quindi: il giorno della morte di Nostro Signore è un giorno qualsiasi, mentre il giorno del lavoratore, con le sue origini futili e oscure, tutti a casa, tutti al mare, lago, montagna, etc. E concertone fricchettone blasfemo in Piazza San Giovanni a Roma pagato dalla triplice sindacale, con diretta RAI garantita.
Spero sia chiaro a tutti che se festeggiamo il lavoro è perché la Repubblica Italiana ha chiare origini semicomuniste. Tra le forze che composero l’Italia post-fascista, il PCI aveva un grande peso. Il partito di Togliatti, adultero cui l’URSS dedicò un’intera città, era di stretta obbedienza staliniana: prendeva ordini, e non solo ordini, da un Paese che aveva di fatto abolito il cristianesimo per impiantarvi una sua religione civile asfissiante, dove il lavoro, specie quello industriale, era di fatto divinizzato.
Silvio Berlusconi amava dire che la Costituzione Italiana ha un sapore sovietico: la Carta parte con il primo articolo proprio parlando di quello, definendo – incredibile – il lavoro come la base della Repubblica stessa. Qualcosa che ci sconvolge personalmente anche oggi. Anche dopo aver visto la Repubblica stessa negare l’articolo 1 del suo testo fondante istituendo il green pass. (Acqua passata? no)
È difficile, oggi, non vedere la follia settaria dietro tutto questo. Il lavoro come dio, da festeggiare ed onorare. Il lavoro come fine dell’esistenza. Il lavoro come prima cifra dell’essere umano. Si tratta, senza dubbio, di una pazzia che viene da un culto gnostico di secoli fa. Questo è, certamente, il marxismo. E le istituzioni che esso ha contribuito a fondare ne portano il segno.
Chi scrive ritiene il lavoro come qualcosa di più di un’attività: è un fatto quasi istintuale, una necessità, un bisogno spirituale. Il lavoro, dicevano un tempo i cattolici, è la continuazione dell’opera di Dio. Non è solo la produzione del futuro, per me, per la mia famiglia, per tutti: il lavoro per me è l’azione del mio completamento. La prova è che, come vedete, sto lavorando anche oggi.
Ciò detto, come si possa poggiare filosoficamente, strutturalmente, ufficialmente, uno Stato sul lavoro mi rimane un enigma che posso spiegarmi solo in termini mistici: il lavoro era un grande ingrediente del numinoso credo comunista, inflitto a certe dosi anche all’Italia.
Tuttavia, dopo la morte del PCI e l’avvio della sua decomposizione (PDS, DS, PD), anche quella religione, con tutti i suoi dei, è morta. Quello che resta, quindi, è la sua superstizione – etimologicamente, appunto, quello che rimane.
Anche perché sempre meno, tra i tanti affiliati allo Stato-partito piddino permanente che oggi crede di festeggiare qualcosa (quelli che «buon primo maggio!» con tono da «buon Natale»), crede nel lavoro. E su diversi livelli.
Non può credere nel lavoro una persona parcheggiata in un qualche ente inutile, in qualche società parastatale creata come mangiatoia elettorale. Un DOGE italiano, quanti ne scoprirebbe? Quanti impiegati del parastato riuscirebbero a rispondere convincentemente alla mail in cui si chiede loro «elenca cinque cose che hai fatto questa settimana»?
Non può credere nel lavoro chi lavora solo per lo stipendio. Una ricerca americana di anni fa mostrava – dato sconvolgente, assai – che nelle aziende fino all’80% dei lavoratori è disengaged, cioè non coinvolto. Lavora quel poco che deve, quanto basta per portare a casa lo stipendio.
Quindi, più che il lavoro, è il salario: lo sappiamo perché abbiamo visto la «democrazia» premiare forze politiche finite nell’occhio del ciclone, ma con tanti tentacoli tra pubblico e privato che producono stipendi sicuri: filiere infinite di enti, interessi, giri. Immaginate: uno scandalo che riguarda i bambini, e il partito politico coinvolto vince lo stesso le elezioni. Tipo, avete presente? Da dove credete che siano arrivati i voti.
Allora non sarebbe più giusta chiamarla «festa dello stipendio»? Ma andiamo oltre.
Non può credere nel lavoro quanti hanno per rappresentanti persone che hanno fatto gli occhi dolci a Davos e a tutto il cascame della Quarta Rivoluzione Industriale: quanti dei politici post-comunisti accettano senza problemi l’automazione assoluta proposte dalle élite che li hanno cooptati?
Il robot è, ovviamente, la fine del lavoro, ma la cosa non sembra turbare nessuno. Musk agli investitori poche settimane fa ha detto che l’androide di Tesla, Optimus, sarà il prodotto più venduto della storia. Un robot sostituirà qualsiasi mansione, da quelle operaie a quelle sanitarie a quelle domestiche – e non parliamo di quelle intellettuali, dal giornalista al programmatore, cancellate dall’AI tranquillamente disponibile online.
Avete per caso sentito un qualche accento, come dire, antirobotico, nei discorsi intorno al primo maggio? Noi no, al massimo abbiamo visto il capo della CGIL, tra mascherine psicopandemiche, parlare di guerra alla Russia e – testuali parole – Nuovo Ordine Mondiale (come del resto, certi esponenti del PD). Mettetela via: i robot stanno arrivando (forse persino per darvi la caccia) e non aspettatevi che il sindacalista, il politico, la Repubblica fondata sul lavoro possa salvarvi.
In ultimo, aggiungiamo forse il tassello più importante.
Non può credere nel lavoro chi non crede nella vita. Chi la vita la odia, chi in realtà giunge a lavorare contro la vita. Chi accetta la balla della sovrappopolazione e il «diritto» al controllo delle nascite (aborto, contraccezione, provetta) non può credere nel lavoro, perché il lavoro è espansione, mentre quello che la Necrocultura ha inculcato nelle masse progressiste è l’imperativo di contrazione.
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Lo aveva capito un filosofo marxista, Gianni Collu (1946-2016), già nel 1973, quando scrisse Apocalisse e rivoluzione. Collu aveva realizzato come non solo guardando alle consorterie delle élite planetarie come il Club di Roma, ma respirando la cultura (letteraria, politica, filosofica, artistica) messa in circolazione in quegli anni, diveniva chiaro che non si andava più verso l’espansione della rivoluzione, ma verso un’implosione programmata, un’apocalisse. Un programma di riduzione non solo dell’opera umana, ma dell’uomo stesso.
Di qui, mi ripeteva Gianni in quelle telefonate notturne che tanto mi mancano, la costruzione di una cultura che avrebbe favorito il ritorno del sacrificio umano. Un tempo dove la vita umana non solo non varrà più nulla, ma dove la sua sua terminazione sarà ritualizzata, spettacolarizzata, resa massiva, a beneficio sadico degli dèi, «come quelle alluvioni antiche del Gange, o del Brahmaputra, con quelle stragi infinite», mi disse una sera, scolpendomi indelebilmente questa immagine nella mente.
Non divinità della primavera, della fecondità, della rinascita: no, il nuovo ordine è fatto per festeggiare gli dèi della morte, e la loro goduria nel vedere l’essere umano patire e morire, sottomettersi al loro comando – sottomettersi al Male.
Chi non comprende che il mondo moderno è un lavoro antiumano, può amare davvero il lavoro? Può credere in quello che fa, sapendo di contribuire ad un progetto di morte, di dolore, di estinzione? Probabilmente no: al massimo può mantenersi nel senso del lavoro come superstizione, al pari del sale sulla tavola, il gatto nero, la toccata magico-tattica allo scroto.
E allora, a voi che credete di credere nel lavoro, «buon primo maggio». Riposatevi, incolonnatevi, gozzovigliate nella vostra festina ebete.
Mentre sputano sul vostro lavoro, sui vostri diritti, sulla vostra umanità.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di Viktor Lazić via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Pensiero
Arriva la «scomunica marinata»?
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Pensiero
Peter Thiel: Benedetto XVI «credeva di vivere negli ultimi tempi»
L’investitore miliardario Peter Thiel, che ha recentemente tenuto una serie di conferenze sull’anticristo a Roma, a due passi dal Vaticano, ha spiegato che il motivo principale per cui ha parlato pubblicamente dell’anticristo è «perché nessun altro ne parla», aggiungendo che, per gran parte della storia cristiana, sarebbe sembrato un chiaro segno del suo imminente arrivo (2Pietro 3, 3-4).
In un lungo saggio intitolato «Il papa e l’anticristo», pubblicato sulla prestigiosa testata cattolica statunitense First Things, Thiel afferma che papa Benedetto XVI credeva di vivere negli ultimi tempi.
Thiel ha introdotto il suo articolo per First Things, scritto in collaborazione con il Sam Wolfe, affermando: «Non spetta a me dire alla Chiesa che ora è», aggiungendo: «Benedetto lo ha già fatto».
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La fascinazione del magnate già socio di Elone Musk per le opinioni di papa Benedetto sull’anticristo e sulla fine dei tempi è sorprendente, considerando che è nato in una famiglia protestante (i genitori sono tedeschi immigrati in America, e sono religiosi, a quanto è dato di sapere) che ha accumulato un’enorme ricchezza – ha co-fondato PayPal, è stato uno dei primi investitori di Facebook e ora è a capo di Palantir – e che è anche omosessuale «sposato» con un uomo e con figli ottenuti via utero in affitto.
Pur non essendo cattolico, Thiel si è chiaramente immerso negli insegnamenti e nella storia della Chiesa cattolica ben oltre la media dei fedeli cattolici, nota LifeSite. È noto ai lettori di Renovatio 21, tuttavia, che egli sia stato discepolo diretto all’Università di Stanford del filosofo cattolico Réné Girard, di cui ha assimilato certamente la teoria del sacrificio così come quella della teoria mimetica, che sembra aver guidato la sua fortunatissima carriera di investitore in grado di discernere tra un investimento rilevante e uno fatto perché è desiderato anche da altri.
Nell’articolo su First Things Thiel ha espresso rammarico per il fatto che Benedetto XVI sia rimasto in silenzio sull’anticristo durante tutto il suo pontificato e abbia aspettato fino alle sue dimissioni per esprimere il suo parere. Come riportato da Renovatio 21, ciò non è del tutto vero.
Thiel ha osservato che solo quando il papa emerito è diventato anziano ha «iniziato a parlare con la chiarezza che fino ad allora aveva negato a tutti tranne che ai suoi lettori più intimi». In un’intervista del 2018 ha affermato che «la società moderna sta formulando un credo anticristiano e opporsi ad esso viene punito con la scomunica sociale. È naturale temere questo potere spirituale dell’anticristo e ha davvero bisogno dell’aiuto delle preghiere di un’intera diocesi e della Chiesa mondiale per resistergli».
Tre anni prima, inaspettatamente, il politico slovacco Vladimír Palko aveva ricevuto una lettera da Benedetto XVI che elogiava il suo libro Die Löwen Kommen («Arrivano i leoni»). La lettera includeva queste parole: «Vediamo come il potere dell’anticristo si stia espandendo e non possiamo che pregare che il Signore ci dia pastori forti che difendano la sua Chiesa in quest’ora di bisogno dal potere del male».
«Il cristiano sa che nulla dura per sempre, perché questo mondo ha un inizio e una fine. L’apocalisse, la rivelazione di tutti i segreti e la fine di tutte le interpretazioni, prima o poi arriverà», ha osservato Thiel a conclusione del suo avvincente saggio. «C’è un tempo e un luogo per l’esoterismo, il cui contrario è la rivelazione. Ma non in questioni che riguardano il destino del mondo e delle nostre anime. Perché quando il tempo stringe e l’ora è tarda, chi può sperare nella salvezza nella reticenza filosofica?»
Come riportato da Renovatio 21, a giugno il Festival di Vienna aveva revocato la prevista partecipazione di Thiel, a causa delle crescenti critiche da parte degli sponsor e del massiccio ritiro di altri partecipanti. Thiel avrebbe dovuto parlare di anticristo, tema che lo ossessione pubblicamente al punto da essere canzonato lungo un’intera stagione del popolarissimo cartone satirico americano South Park.
Palantir Founder Peter Thiel makes his first appearance on South Park, mocking his recent lectures in San Fransisco on the Antichrist pic.twitter.com/8leMiG4IBV
— HOT SPOT (@HotSpotHotSpot) October 16, 2025
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Due settimane fa il Thiel ha alzato il tiro sul papato dichiarando, ad un incontro elitario ad Aspen che papa Leone XIV «lavora per i comunisti cinesi».
Come riportato da Renovatio 21, in settimana è emerso che Thiel, in previsione di un collasso statunitense o mondiale, si è trasferito in Argentina.
Le tensioni tra il miliardario del settore tecnologico e il Vaticano non sono una novità. A marzo, il Thiel ha tenuto una serie di conferenze sull’Anticristo a Roma, a pochi isolati dalla Santa Sede, su invito. Le conferenze avrebbero innervosito il Vaticano e spinto due università cattoliche a dichiarare pubblicamente di non essere coinvolte nell’organizzazione degli eventi.
Thiel, cofondatore di Palantir e PayPal, è stato uno dei primi sostenitori del presidente Donald Trump nella Silicon Valley, contribuendo al lancio della carriera del vicepresidente JD Vance: Vance, convertito al cattolicesimo, lavorava presso Mithril Capital, una società di investimenti cofondata da Thiel, prima che quest’ultimo appoggiasse il suo ingresso in politica.
In realtà, a differenza di quanto creduto da Thiel, Ratzinger aveva esposto anche prima del suo ritiro idee precise, e complesse, sull’anticristo e sui tempi ultimi – e sul ruolo che avranno le macchine.
Come riportato da Renovatio 21, il 15 marzo 2000 il cardinale Joseph Ratzinger parlò a Palermo in un incontro con sacerdoti e seminaristi.
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«Nel loro orrore, [i campi di concentramento] hanno cancellato, cancellato volti e storia, nomi, cancellato persone. Hanno trasformato l’uomo in un numero, l’uomo non è che un numero, è un pezzo di un macchinario, l’uomo non è che un pezzo di un macchinario, di un ingranaggio, non è più che una funzione» aveva detto il futuro papa Benedetto.
«Ai nostri giorni non dovremmo dimenticare che queste mostruosità della storia hanno prefigurato il destino di un mondo che corre il rischio di adottare la stessa struttura dei campi di concentramento, se viene accettata la legge universale della macchina»
«Le macchine che sono state costruite impongono questa stessa legge, questa stessa legge che era adottata nei campi di concentramento. Secondo la logica della macchina, secondo i padroni della macchina, l’uomo deve essere interpretato da un computer, e questo è possibile solamente se l’uomo viene tradotto in numeri» aveva continuato colui che un lustro dopo sarebbe salito al Soglio di Pietro.
«La Bestia è un numero, e ci trasforma in numeri. Dio nostro Padre invece ha un nome, e chiama ciascuno di noi per nome. È una persona, e quando guarda ciascuno di noi vede una persona, una persona eterna, una persona amata». Ecco che, parlando della Bestia e di numeri Benedetto sembra avvicinarsi al pensiero di Thiel su anticristo e AI.
Mentre molti nel mondo cattolico esprimono fastidio per le riflessioni di Thiel, si tratta, come evidenti, di questioni che ora vanno poste senza esitazione. Perché l’apocalisse potrebbe essere davvero alle porte, e non possiamo confidare nella capacità di guida e di lotta di un Vaticano occupato da modernisti invertiti.
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Immagine di Gage Skidmore via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
Pensiero
Ecône e il vero ordine mondiale
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Le famiglie felici, diceva Leone Tolstoj, si assomigliano tutte. È la verità: il maschio, spesso giovane, è in giacca e cravatta, magari con un elegante cappello di paglia in testa, mentre i figli – in genere quattro o più – gli corrono biondissimi innanzi, sotto lo sguardo attento della madre, che, fasciata in un tipo di mise che qualcuno chiama lefebvrian-hippy-chic (cioè vestito leggero lungo con stampa, apparentemente spensierato e al contempo estremamente femminile, materno. Va anche aggiunto: le persone in sovrappeso sono pochissime. Persone con sguardo triste praticamente non ci sono.
È una pianta viva, vitale, sana, rigogliosa. La sua energia, moltiplicata a migliaia, è travolgente.
Ho passato buona parte delle sei ore di cerimonia di consacrazione a pochi metri dall’altare, dove avevano messo, invisibile a tutti, un gabbiotto per la stampa. Se dico «gabbiotto» è perché in effetti era una vera prigione per i giornalisti – sì, una razza infida: conveniamo – accreditati. In pratica si era a poche file di suore di distanza dall’altare, ma non si poteva uscire: se beccavano un giornalista sul prato, i ragazzotti bénévoles, frutto dell’esercito elvetico dove militano almeno 20 giorni l’anno, lo rimandavano indietro scortato.
«On se sent controllés», mi ha sussurrato sardonica la vecchia inviata del giornale ultragoscista e rothschildiano Libération. Ho realizzato, tuttavia, che con questa precisione logistica e di sorveglianza, se volessero fare un golpe in Vaticano potrebbero compierlo in trenta minuti netti.
La cerimonia è durata più di cinque ore. La precisione liturgica, la ricchezza di paramenti sacri, la potenza del canto gregoriano che risuonava in tutta la valle, erano solo alcuni degli elementi che rendevano questa cerimonia come la più impressionante mai vista. Un sacerdote della Fraternità mi ha raccontato che, tra i riti perduti con il Concilio, c’è proprio quello della consacrazione dei vescovi, che ora nella Chiesa modernista è liturgicamente corrotto.
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Il celebrante, monsignor De Gallareta (il vescovo più anziano rimasto degli ordinati da monsignor Lefebvre) stava consacrando l’ostia. Il cielo da qualche minuto era divenuto nerissimo, e pareva di essere dentro una nuvola scura, e del resto siamo praticamente in montagna.
Ecco che quando il vescovo abbassa l’ostia dopo averla consacrata un tuono squarcia l’aria. Il fragore è potentissimo, scuote le ossa delle migliaia di persone. La portata simbolica della scena, con il cielo che urla nel momento più sacro di questa messa così importante, è innegabile, si innesta direttamente nella mente di chiunque.
Io stesso, che ero inginocchiato come altri giornalisti nel gabbiotto-stampa, ricordo di aver tremato. Cosa sta succedendo?
In verità c’era chi stava messo peggio di me. Il tizio di una celeberrima agenzia stampa internazionale, che se ne stava seduto lì a fianco a gambe incrociate, si gira e mi guarda sconvolto: era in cerca, anche da uno sconosciuto, di una spiegazione a ciò che aveva appena vedute. Io, sempre genuflesso, mi sono limitato ad assentire in silenzio, beffardo ed anche soddisfatto, guardandolo di sottecchi per un attimo: «caro mio, benvenuto laddove il Cielo è qualcosa di concreto, e il Cielo reagisce alla Terra. Il Cielo e la Terra sono legati. Il Cielo e la Terra sono ordinati. Benvenuto nella realtà». Era il sottotitolo invisibile che, spero, abbia recepito.
A quel punto si è scatenata una tempesta immane. Pioggia a catinelle, che rimbalzava sul tendone principale e scendeva a cascate sulla sala stampa, obbligando quanti avevano telecamere e macchine fotografiche a spostarsi di colpo. Qualche giornalista fedele resta inginocchiato in mezzo all’acqua, come l’inviata di LifeSite che si inzuppa il gonnellone in maniera irreparabile.
La cerimonia doveva quindi prevedere la comunione per i 17.000 fedeli partecipanti, ma, con quel tempo avverso, non era possibile. Si è deciso così di procedere con un rosario, che parte cantato da preti, suore e masse di fedeli. Monsignor De Gallareta sta seduto sul trono, irradiando un misto di concentrazione e forza, una gravitas, come mai ho visto prima. «Ave Maria, grazia plena / dominus tecum…»Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/9HLHEUHqhy
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
Mi affaccio a guardare le migliaia di fedeli sul prato. Pochissimi sono andati a rifugiarsi nei tendoni preparati per il pranzo. La totalità è rimasta ferma dov’era, inginocchiata nel fango. I fedeli FSSPX non mollano la barca nella tempesta. Questo è il primo significato, direttamente evangelico, che viene alla mente guardando la scena. Esso spiega tutto, illustra tutto, riassume tutto. Dal Vangelo secondo Matteo (8, 23-27) «Entrato poi nella barca, lo seguirono i suoi discepoli. Ed ecco sollevarsi una tempesta tanto grande che la barca era coperta dalle onde; e siccome egli dormiva, i discepoli gli si accostarono e lo svegliarono, gridando: “Salvaci, o Signore, che siam perduti!”. Gesù disse loro: “Perchè temete, uomini di poca fede?”. E, alzatosi in piedi, comandò ai vènti e al mare, e subito si fece una gran calma. Del che meravigliati, tutti dicevano: “Chi è costui, al quale ubbidiscono anche i vènti e il mare?”». I fedeli della Fraternità hanno fede nei comandi di Gesù, e nella sua potenza reale.Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/xqKM7l2sEe
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
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«Quando si contemplano queste magnifiche cattedrali, si scorgono rappresentazioni artistiche della vita: viti, vegetazione, acqua che scorre. Non si tratta semplicemente di elementi naturali, ma di simboli della vita soprannaturale che ci giunge attraverso la Chiesa cattolica (…) Se la Chiesa cattolica, nella sua Tradizione, genera vita, la Chiesa modernista è un deserto. Uccide, uccide tutto ciò che tocca, uccide la vita soprannaturale, distrugge le fonti della grazia, fa appassire ogni cosa. Perché? Perché ha posto l’uomo al posto di Dio e si è così allontanato dalle fonti stesse della vita». La potenza divina della vita mi è stata chiara guardando queste migliaia di famiglie stupende, da ogni parte del globo terracqueo, che perseverano nonostante possano piovere su di esse, e sulla propria progenie, tempeste e scomuniche. Mi è subito evidente la valutazione politica da fare: lo Stato moderno non dispone, e non può disporre, di simili cittadini, e questa è esattamente la sua condanna, la ragione della sua inevitabile disintegrazione. E quindi, lo Stato del futuro, lo Stato che agisca come garante della continuazione della vita umana, non può che essere uno Stato cristiano. In assenza di un simile popolo, ogni tentativo di creare consorzi nazionali ed internazionali è destinato a fallire nella miseria e nella morte.New SSPX bishop +Michael Goldade preaching at Vespers:
If the Catholic Church in her Tradition brings forth life, the modernist church is a desert that kills everything that it touches It kills the supernatural life, the sources of grace & has placed man in the place of God. pic.twitter.com/TaO9hKgEIq — Michael Haynes 🇻🇦 (@MLJHaynes) July 1, 2026
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