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La superstizione del dio lavoro. E la sua festina ebete

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Negli ultimi anni, il 30 aprile, Renovatio 21 ha offerto ripetutamente articoli sulla notte di Valpurga, che cade il 30 aprile, cioè ieri, la notte delle streghe. Nelle scorse annate eravamo spinti dalle offensive ucraine, con tutte le storie che questo sito ha scavato riguardo al neopaganesimo militare ucraino, ai riferimenti al Monte Calvo di Kiev (quello di Musorgskij e di Walt Disney), al ritorno del sacrificio umano slatentizzato nel conflitto.

 

La Walpurgisnacht, era, in tempi precristiani – ma anche più tardi… – il momento in cui i pagani europei festeggiavano la primavera – cioè la sua dea, Ostara. I celti chiamavano questa data Beltane, la festa del fuoco luminoso. Più a Sud dicevano «Calendimaggio».

 

La primavera: la promessa della fertilità, dell’abbondanza. L’invocazione del tempo in cui la natura fiorisce è da raccolto. In epoca romana il primo maggio diveniva quindi la festa delle dee primaverili della fecondità: Maia (da cui la parola maius, maggio) e Flora, dea italica della fioritura dei cereali, dei vigneti, dei frutteti.

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Se ci pensiamo, quindi, l’inserzione del «lavoro» in questo giorno non è esattamente fatta con grazia – del resto, grazia e comunismo sono cose incompatibili fra loro.

 

Il primo maggio, si dirà, ha una nobile tradizione marxista alle spalle: celebra quel giorno del 1889 dove la Seconda Internazionale, riunita a Parigi, decise di lanciare su tutto il globo una manifestazione dei lavoratori. Un dato storico che non solo non conosce nessuno, ma non interessa a nessuno, e neppure spiega perché mai dovremmo ricordarcene (in un’epoca dove gran parte della popolazione può pensare che la Seconda Internazionale sia una misura di reggiseno – e giustamente).

 

Vediamo: pochi giorni fa, durante il Venerdì Santo, siamo stati tutti a lavorare. Quindi: il giorno della morte di Nostro Signore è un giorno qualsiasi, mentre il giorno del lavoratore, con le sue origini futili e oscure, tutti a casa, tutti al mare, lago, montagna, etc. E concertone fricchettone blasfemo in Piazza San Giovanni a Roma pagato dalla triplice sindacale, con diretta RAI garantita.

 

Spero sia chiaro a tutti che se festeggiamo il lavoro è perché la Repubblica Italiana ha chiare origini semicomuniste. Tra le forze che composero l’Italia post-fascista, il PCI aveva un grande peso. Il partito di Togliatti, adultero cui l’URSS dedicò un’intera città, era di stretta obbedienza staliniana: prendeva ordini, e non solo ordini, da un Paese che aveva di fatto abolito il cristianesimo per impiantarvi una sua religione civile asfissiante, dove il lavoro, specie quello industriale, era di fatto divinizzato.

 

Silvio Berlusconi amava dire che la Costituzione Italiana ha un sapore sovietico: la Carta parte con il primo articolo proprio parlando di quello, definendo – incredibile – il lavoro come la base della Repubblica stessa. Qualcosa che ci sconvolge personalmente anche oggi. Anche dopo aver visto la Repubblica stessa negare l’articolo 1 del suo testo fondante istituendo il green pass. (Acqua passata? no)

 

È difficile, oggi, non vedere la follia settaria dietro tutto questo. Il lavoro come dio, da festeggiare ed onorare. Il lavoro come fine dell’esistenza. Il lavoro come prima cifra dell’essere umano. Si tratta, senza dubbio, di una pazzia che viene da un culto gnostico di secoli fa. Questo è, certamente, il marxismo. E le istituzioni che esso ha contribuito a fondare ne portano il segno.

 

 

Chi scrive ritiene il lavoro come qualcosa di più di un’attività: è un fatto quasi istintuale, una necessità, un bisogno spirituale. Il lavoro, dicevano un tempo i cattolici, è la continuazione dell’opera di Dio. Non è solo la produzione del futuro, per me, per la mia famiglia, per tutti: il lavoro per me è l’azione del mio completamento. La prova è che, come vedete, sto lavorando anche oggi.

 

Ciò detto, come si possa poggiare filosoficamente, strutturalmente, ufficialmente, uno Stato sul lavoro mi rimane un enigma che posso spiegarmi solo in termini mistici: il lavoro era un grande ingrediente del numinoso credo comunista, inflitto a certe dosi anche all’Italia.

 

Tuttavia, dopo la morte del PCI e l’avvio della sua decomposizione (PDS, DS, PD), anche quella religione, con tutti i suoi dei, è morta. Quello che resta, quindi, è la sua superstizione – etimologicamente, appunto, quello che rimane.

 

Anche perché sempre meno, tra i tanti affiliati allo Stato-partito piddino permanente che oggi crede di festeggiare qualcosa (quelli che «buon primo maggio!» con tono da «buon Natale»), crede nel lavoro. E su diversi livelli.

 

Non può credere nel lavoro una persona parcheggiata in un qualche ente inutile, in qualche società parastatale creata come mangiatoia elettorale. Un DOGE italiano, quanti ne scoprirebbe? Quanti impiegati del parastato riuscirebbero a rispondere convincentemente alla mail in cui si chiede loro «elenca cinque cose che hai fatto questa settimana»?

 

Non può credere nel lavoro chi lavora solo per lo stipendio. Una ricerca americana di anni fa mostrava – dato sconvolgente, assai – che nelle aziende fino all’80% dei lavoratori è disengaged, cioè non coinvolto. Lavora quel poco che deve, quanto basta per portare a casa lo stipendio.

 

Quindi, più che il lavoro, è il salario: lo sappiamo perché abbiamo visto la «democrazia» premiare forze politiche finite nell’occhio del ciclone, ma con tanti tentacoli tra pubblico e privato che producono stipendi sicuri: filiere infinite di enti, interessi, giri. Immaginate: uno scandalo che riguarda i bambini, e il partito politico coinvolto vince lo stesso le elezioni. Tipo, avete presente? Da dove credete che siano arrivati i voti.

 

Allora non sarebbe più giusta chiamarla «festa dello stipendio»? Ma andiamo oltre.

 

Non può credere nel lavoro quanti hanno per rappresentanti persone che hanno fatto gli occhi dolci a Davos e a tutto il cascame della Quarta Rivoluzione Industriale: quanti dei politici post-comunisti accettano senza problemi l’automazione assoluta proposte dalle élite che li hanno cooptati?

 

Il robot è, ovviamente, la fine del lavoro, ma la cosa non sembra turbare nessuno. Musk agli investitori poche settimane fa ha detto che l’androide di Tesla, Optimus, sarà il prodotto più venduto della storia. Un robot sostituirà qualsiasi mansione, da quelle operaie a quelle sanitarie a quelle domestiche – e non parliamo di quelle intellettuali, dal giornalista al programmatore, cancellate dall’AI tranquillamente disponibile online.

 

Avete per caso sentito un qualche accento, come dire, antirobotico, nei discorsi intorno al primo maggio? Noi no, al massimo abbiamo visto il capo della CGIL, tra mascherine psicopandemiche, parlare di guerra alla Russia e – testuali parole – Nuovo Ordine Mondiale (come del resto, certi esponenti del PD). Mettetela via: i robot stanno arrivando (forse persino per darvi la caccia) e non aspettatevi che il sindacalista, il politico, la Repubblica fondata sul lavoro possa salvarvi.

 

In ultimo, aggiungiamo forse il tassello più importante.

 

Non può credere nel lavoro chi non crede nella vita. Chi la vita la odia, chi in realtà giunge a lavorare contro la vita. Chi accetta la balla della sovrappopolazione e il «diritto» al controllo delle nascite (aborto, contraccezione, provetta) non può credere nel lavoro, perché il lavoro è espansione, mentre quello che la Necrocultura ha inculcato nelle masse progressiste è l’imperativo di contrazione.

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Lo aveva capito un filosofo marxista, Gianni Collu (1946-2016), già nel 1973, quando scrisse Apocalisse e rivoluzioneCollu aveva realizzato come non solo guardando alle consorterie delle élite planetarie come il Club di Roma, ma respirando la cultura (letteraria, politica, filosofica, artistica) messa in circolazione in quegli anni, diveniva chiaro che non si andava più verso l’espansione della rivoluzione, ma verso un’implosione programmata, un’apocalisse. Un programma di riduzione non solo dell’opera umana, ma dell’uomo stesso.

 

Di qui, mi ripeteva Gianni in quelle telefonate notturne che tanto mi mancano, la costruzione di una cultura che avrebbe favorito il ritorno del sacrificio umano. Un tempo dove la vita umana non solo non varrà più nulla, ma dove la sua sua terminazione sarà ritualizzata, spettacolarizzata, resa massiva, a beneficio sadico degli dèi, «come quelle alluvioni antiche del Gange, o del Brahmaputra, con quelle stragi infinite», mi disse una sera, scolpendomi indelebilmente questa immagine nella mente.

 

Non divinità della primavera, della fecondità, della rinascita: no, il nuovo ordine è fatto per festeggiare gli dèi della morte, e la loro goduria nel vedere l’essere umano patire e morire, sottomettersi al loro comando – sottomettersi al Male.

 

Chi non comprende che il mondo moderno è un lavoro antiumano, può amare davvero il lavoro? Può credere in quello che fa, sapendo di contribuire ad un progetto di morte, di dolore, di estinzione? Probabilmente no: al massimo può mantenersi nel senso del lavoro come superstizione, al pari del sale sulla tavola, il gatto nero, la toccata magico-tattica allo scroto.

 

E allora, a voi che credete di credere nel lavoro, «buon primo maggio». Riposatevi, incolonnatevi, gozzovigliate nella vostra festina ebete.

 

Mentre sputano sul vostro lavoro, sui vostri diritti, sulla vostra umanità.

 

Roberto Dal Bosco

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Immagine di Viktor Lazić via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

 

 

 

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La catastrofe dei filosofi francesi e la nascita del wokismo

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Renovatio 21 pubblica un testo apparso su X di Brivael Le Pogam, è un imprenditore, ingegnere informatico e programmatore francese, noto nel panorama tecnologico per essere il co-fondatore di Argil, una startup innovativa specializzata nella creazione di video automatizzati tramite intelligenza artificiale. In grande sintesi, Le Pogam spiega il disastro del post-strutturalismo e decostruzionismo, cioè la filosofia nefasta proveniente dalla Francia postbellica, e il suo effetto altamente distruttivo sul mondo di oggi, perfino nel campo dell’Intelligenza Artificiale.   Vorrei porgere le mie scuse, a nome dei francesi, per aver dato alla luce la Teoria francese (che a sua volta ha generato la peggiore di tutte le mostruosità ideologiche: il wokismo).   Abbiamo dato al mondo Cartesio, Pascal, Tocqueville. E poi, tra le rovine intellettuali del dopoguerra, abbiamo dato Foucault, Derrida, Deleuze. Tre uomini brillanti che hanno forgiato, nell’eleganza del nostro linguaggio, l’arma ideologica che oggi paralizza l’Occidente.   Dobbiamo capire cosa hanno fatto. Foucault insegnava che la verità non esiste, che esistono solo rapporti di potere mascherati da conoscenza. Che la scienza, la ragione, la giustizia, l’istituzione medica, la scuola, la prigione, la sessualità – tutto è solo una messa in scena di dominio.   Derrida insegnava che i testi non hanno un significato stabile, che ogni significante sfugge, che ogni lettura è un tradimento, che l’autore è morto e il lettore regna sovrano.   Deleuze insegnava che dovremmo preferire il rizoma all’albero, il nomade al sedentario, il desiderio alla legge, il divenire all’essere, la differenza all’identità.   Prese singolarmente, queste sono tesi discutibili. Combinate, esportate e divulgate, formano un sistema. E questo sistema è un veleno.  

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Ecco cosa è successo. Questi testi, illeggibili in Francia, hanno attraversato l’Atlantico. I dipartimenti di Yale, Berkeley e Columbia li hanno assorbiti negli anni Ottanta. Lì hanno trovato un terreno fertile che non esisteva tra noi: il puritanesimo americano, il suo senso di colpa razziale, la sua ossessione per l’identità.   La teoria francese ha sposato questo substrato, e il figlio di questa unione si chiama wokismo. Judith Butler legge Foucault e inventa il genere performativo. Edward Said legge Foucault e inventa il postcolonialismo accademico. Kimberlé Crenshaw eredita la struttura e inventa l’intersezionalità.   Ad ogni passo, la matrice è francese: non esiste la verità, esiste solo il potere, quindi ogni gerarchia è sospetta, ogni istituzione è oppressiva, ogni norma è violenza, ogni identità è costruita e quindi negoziabile, ogni maggioranza è colpevole.   È così che tre filosofi parigini, che probabilmente non immaginavano le conseguenze pratiche delle loro azioni, hanno fornito il software operativo a un’intera generazione di attivisti, burocrati universitari, responsabili delle risorse umane, giornalisti e legislatori.   È così che ci ritroviamo con una civiltà che non sa più dire se una donna è una donna, se la propria storia merita di essere difesa, se il merito esiste, se la verità si può distinguere dall’opinione. È una schifezza per una semplice ragione, che va espressa con calma.   Una civiltà si fonda su tre pilastri: la convinzione che esista una verità accessibile alla ragione, la convinzione che esista un bene distinto dal male, la convinzione che esista un patrimonio da trasmettere.   La teoria francese si è prefissata di far saltare in aria tutti e tre. Non per cattiveria. Nate da un gioco intellettuale, dalla fascinazione per il sospetto, dall’odio per la borghesia che le aveva alimentate. Ma il risultato è evidente. Un’intera generazione ha imparato a decostruire, ma non ha mai imparato a costruire. Un’intera generazione sa sospettare, ma non sa più ammirare. Un’intera generazione vede potere ovunque e bellezza da nessuna parte.   Mi scuso perché noi francesi abbiamo una responsabilità particolare. È la nostra lingua, le nostre università, i nostri editori, il nostro prestigio che hanno dato a questo nichilismo la sua elegante veste. Senza la legittimità della Sorbona e di Vincennes, queste idee non avrebbero mai varcato l’oceano.   Abbiamo esportato il dubbio come altri esportano armi. Ciò che si sta costruendo ora, nella Silicon Valley, nei laboratori di Intelligenza Artificiale, nelle startup, nei laboratori, in tutti quei luoghi dove le persone ancora creano invece di decostruire, questa è la risposta.   Una civiltà si ricostruisce da costruttori, non da commentatori. Da coloro che credono che la verità esista e che valga la pena dedicarsi ad essa. Da coloro che abbracciano una gerarchia del bello, del vero, del bene, e non si vergognano di trasmetterla.   Quindi, perdonateci. E torniamo al lavoro.   Brivael Le Pogam

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Contro la Prima Comunione consumista

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La cerimonia della Prima Comunione oggi è diventata una festa dal sapore mondano e consumista. Famiglie, per lo più separate, gareggiano nello sfoggio di regali al pargolo che — non dimentichiamolo — fa il suo primo incontro con Cristo tramite la Santa Eucaristia. Forse i più oggi dimenticano il focus centrale di questa celebrazione, il cuore pulsante che è Cristo, la potenza spirituale di quella particola.

 

Sono sempre più reticente ad accettare inviti da parte di coetanei per festeggiare i figli che si apprestano a ricevere il Sacramento. Non ne ho più voglia; anzi, provo quasi disgusto nel vedere una moltitudine di regali sfarzosi quanto inutili, che questi ragazzini, già oltremodo viziati, ricevono senza apprezzare. È un esercizio di ostentazione messo in atto da nonni e parenti che vogliono, in qualche modo, dimostrarsi superiori alla «fazione» dell’altro coniuge.

 

In particolare, la battaglia più aspra si gioca nelle coppie separate: nessuno vuole essere da meno dell’altro e si tenta di colmare la vacuità indotta nel bambino dalla separazione — spesso egoistica — con doni che riflettono ricchezza materiale e non valori.

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Ricordo la mia Prima Comunione: era un’epoca già avviata al consumismo, ma ancora ancorata a quelle sane tradizioni secolari tramandate di generazione in generazione. Il regalo più bello, profondo e prezioso fu la poesia che mi dedicò mia zia Maria. Una donna illibata, timida e devota che ha sempre vissuto con noi e che, di fatto, ha cresciuto mio babbo mentre i miei nonni lavoravano tutto il giorno. La bontà e la riservata tenerezza della zia la elevano ai miei occhi a un’entità quasi divina e angelica, salita al cielo oltre venticinque anni fa.

 

Quella poesia, insieme ad altre che scrisse per me e per i miei genitori, è purtroppo andata perduta. Ricordo però la cura amanuense nel decorare quei fogli, dove erano impressi i versi semplici di una donna che non aveva terminato nemmeno le elementari, ma che erano carichi di amore, tenerezza e autentica cristianità.

 

Giorni fa, prendendo un caffè in un bar, sono stato fermato da una vicina di casa che non vedevo da anni: «Ciao Francesco, come stai? Ho una cosa da farti leggere che ho ritrovato da poco». Prende il telefono e mi mostra un testo scritto su un foglio di carta. Leggo e rimango di stucco. È una poesia di mia zia. Bene, essendo questa signora al tempo una ragazzina, la zia Maria, secondo le regole del buon vicinato, per la sua prima comunione volle farle un regalo. Il regalo fu questa poesia.

 

Cara Francesca è giunto il più bel giorno 

in cui per te tutto sorride attorno

e in questo giorno che ricorderai eternamente

tu hai intorno a te tutti i parenti.

Sono arrivati alle prime ore

Per fare a te la scorta di onore.

Giunta ai piedi del Santo altare

Tu senti il cuore già palpitare.

E quando nel tuo cuoricino

Hai ricevuto Gesù Divino,

una simil gioia hai mai provata

e in estasi al ciel sei trasportata.

E in un devoto raccoglimento

L’hai certo fatto un proponimento,

di essere buona ed obbediente, ai genitori ed ai parenti. 

E le avrai detto mio buon Gesù

In questo mio sforzo aiutami tu, 

io non ti chiedo ricchezze e onori, 

ma solo proteggi i miei genitori.

Così vi prego Gesù e Maria,

la mia preghiera esaudita sia».

«Fiorin fiorello, vi prego qualche minuto d’intervallo che adesso farem volar qualche stornello.

Fior d’ogni fiore, stamane ti facevan la scorta d’onore a te sposina del Signore.

Fior di mughetti, facciamo auguri cordiali e schietti alla sposina di Gesù Francesca M***etti.

Fior d’amaranto, tu questo giorno l’hai sognato tanto e mai vorresti il suo tramonto.

Fior di viola, l’emozione ti stringe la gola che non sei capace di dire una parola.

Fior di cicoria, in mezzo a questa gran baldoria è emozionata pure la Vittoria.

Fior d’ogni fiore, ed ora tu Francesca rivolgi gli onori a tutti questi bravi signori.

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A fronte di questa semplicità evangelica, le definizioni dogmatiche ci ricordano la grandezza di ciò che stiamo celebrando. Ricordiamo, infatti, che Gesù Cristo ha istituito la santissima Eucaristia per tre principali ragioni: perché sia sacrificio della nuova legge, perché sia cibo dell’anima nostra e perché sia un perpetuo memoriale della sua passione e morte, ed un pegno prezioso dell’amor suo verso di noi e della vita eterna.

 

Per i disattenti e gli ignari che conferiscono a questa festa la sola e vacua mondanità, riportiamo alcuni passaggi del Catechismo di San Pio X:

 

Che cosa è il sacramento dell’Eucaristia?

L’Eucaristia è un sacramento nel quale per l’ammirabile conversione di tutta la sostanza del pane nel Corpo di Gesù Cristo e di quella del vino nel suo prezioso Sangue, si contiene veramente, realmente e sostanzialmente il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità del medesimo Gesù Cristo Signor Nostro sotto le specie del pane e del vino per essere nostro nutrimento spirituale.

 

Vi è nell’Eucaristia lo stesso Gesù Cristo che è nel cielo e che nacque in terra dalla santissima Vergine?

Si, nell’ Eucaristia vi è veramente lo stesso Gesù Cristo che è nel cielo e che nacque in terra dalla santissima Vergine.

 

Dopo la consacrazione che cosa è l’ostia?

Dopo la consacrazione l’ostia è il vero Corpo di Nostro Signor Gesù Cristo sotto le specie del pane.

 

Che cosa è la consacrazione?

La consacrazione è la rinnovazione, per mezzo del sacerdote, del miracolo operato da Gesù Cristo nell’ultima cena di mutare il pane ed il vino nel suo Corpo e nel suo Sangue adorabile, dicendo: questo è il mio corpo, questo è il mio sangue.

 

Crogiolati nel benessere effimero del mondo occidentale, facciamo fatica a scorgere l’enorme privilegio che abbiamo nell’onorare Nostro Signore. Qualora ce ne fossimo dimenticati, basta affacciarsi a quella parte di mondo martorizzato dalle guerre e dai conflitti senza fine che è il Medio Oriente. Mille bambini iracheni, l’anno passato, hanno ricevuto la Prima Comunione. Che l’esempio di questi pargoli ci dia la forza di apprezzare maggiormente i nostri valori cristiani, affinché le nostre sante tradizioni non vadano perdute e non vengano in alcun modo banalizzate.

 

Francesco Rondolini

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Immagine: Elizabeth Nourse (1859 – 1938), La prima comunione (1895), Cincinnati Art Musem

Immagine di Sailko via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported; immagine tagliata

 

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La democrazia è diventata una forma di superstizione?

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Per quanto si sforzino di nasconderli, i corpi finiscono sempre per venire a galla. Se la democrazia moderna sembra essere entrata in crisi e aver abbracciato forme totalitarie, è perché sta tornando alle sue vecchie abitudini e si sta rivelando per quello che è sempre stata: un regime dispotico al servizio della Rivoluzione Industriale e delle sue ambizioni imperialiste.   L’unica differenza è che ora la democrazia, nella sua fase terminale e con il suo ciclo storico concluso, combatte apertamente contro tutti coloro che le resistono – o meglio, che potrebbero resisterle – nel suo disperato processo di adattamento alla Rivoluzione Digitale. Equiparare la democrazia al totalitarismo, all’omogeneizzazione forzata o alla soppressione dei diritti individuali e familiari può sembrare controintuitivo, se non un pericoloso errore di chi cerca di imitare Salvador Sostres, Jano García o altri anarchici e filosofi che disprezzano la maggioranza in nome di minoranze illuminate.   Ma non è né l’una né l’altra cosa. Il rapporto tra democrazia e totalitarismo diventa chiaro se consideriamo che il lungo XX secolo, il cosiddetto secolo della democrazia, è stato il secolo degli stermini. Possiamo considerare che ebbe inizio nel 1915 con il genocidio armeno per mano del Comitato di Unione e Progresso – che cercava di attuare l’omogeneizzazione nell’Impero Ottomano secondo il Codice Civile Napoleonico – e che ora sta per concludersi con il genocidio dei palestinesi perpetrato da Israele, «l’unica democrazia in Medio Oriente».

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La democrazia moderna, dalle sue origini illuministe-protestanti, rivoluzionarie e napoleoniche, ha optato per il fondamentalismo e l’omogeneizzazione forzata, sia attraverso la creazione di uno stato mondiale liberale o «di destra» – in cui siamo tutti uguali nel mercato – sia di uno socialista o «di sinistra» – in cui siamo tutti uguali all’interno dello Stato – culminando infine in una fusione dei due, ormai diffusa in numerose parti del pianeta.   Se analizziamo i vari genocidi commessi nel corso del XX secolo, dal regime nazista a quello della Kampuchea Democratica (Cambogia), passando per il regime stalinista, ci renderemo conto che in tutti i casi i massacri vengono perpetrati in nome di un presunto nuovo ordine rivoluzionario razionale, giustificato dal bene comune di un popolo eletto.   Possiamo certamente discutere se questi regimi totalitari si ispirino maggiormente al modello «democratico» della Rivoluzione francese, come nel caso del Terzo Reich o dell’URSS, o a quello della Rivoluzione americana teocentrica e ai suoi orpelli del destino manifesto, come nel caso di Israele (non dimentichiamo, a questo proposito, che mentre gli Stati Uniti si sono imposti su un territorio che non apparteneva loro attraverso un innegabile genocidio delle popolazioni indigene, Israele sionista tenta di fare lo stesso da oltre settant’anni in Palestina).   In un modo o nell’altro, dietro l’idea di democrazia moderna si cela il dispotismo di Hegel, che celebrava Napoleone come lo «spirito del mondo» che «si diffonde in tutto il mondo e lo domina», imponendo con la forza valori omogeneizzanti (esito a definirli egualitari).   O forse è il dispotismo di Alexander Kojève, che, modernizzando questo totalitarismo rivoluzionario hegeliano, ha immaginato e plasmato l’Unione Europea come lo spazio democratico per eccellenza – e quindi post-storico, post-umano e distopico – in cui la politica sarebbe infine sostituita dall’amministrazione in nome di un ordine che trasforma gli esseri umani in automi condannati all’obbedienza una volta soddisfatti i loro bisogni primari.    In altre parole, i grandi difensori della democrazia come emblema della modernità non intendono la democrazia come proclamazione e tutela dei diritti individuali e collettivi così come li immaginiamo (individui, famiglie, territori), bensì come la loro distruzione e sostituzione con un grande e omogeneo Stato mondiale.   Mettere in discussione la natura totalitaria della democrazia non significa, quindi, invocare la disuguaglianza o manifestare una decadente plebefobia volta a privare i cittadini dei diritti politici e a centralizzare le decisioni in un gruppo di esperti. È esattamente il contrario.   In breve, la democrazia moderna è stata il metadone che la Rivoluzione Industriale ha dato alla gente comune, permettendoci di distaccarci gradualmente dai diritti e dalle libertà che un tempo avevamo, ma che – ci viene detto – non possiamo più godere appieno a causa della mentalità di gregge del mondo moderno tecnologicamente avanzato.   Tuttavia, la democrazia moderna è qualcosa di ben più pericoloso. È una forma di fondamentalismo religioso, come riconobbe Tocqueville negli ultimi anni della sua vita, quando rivide alcune delle sue tesi sulla democrazia analizzando la Rivoluzione francese come una forma di assolutismo, perché:   «Forse sarebbe più corretto dire che essa stessa divenne una sorta di nuova religione, una religione imperfetta, certamente, senza Dio, senza culto né vita eterna, ma che, nondimeno, inondò tutta la terra con i suoi soldati, i suoi apostoli e i suoi martiri, proprio come l’Islam».

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Per quanto provocatoria possa sembrare questa affermazione, la verità è che la democrazia moderna non ha mai difeso l’esercizio civico della politica (ha sempre tentato di sradicare le forme politiche civiche e statali), né la razionalità (pensare al di là di essa è considerato tabù), e tanto meno il secolarismo, poiché si è sempre presentata come un fondamentalismo religioso dispotico, in stile Antico Testamento, che esige fede assoluta e innumerevoli martiri (non c’è dubbio che, dopo la catastrofe del COVID, la guerra contro la Russia potrebbe diventare una delle più grandi).   La democrazia moderna è una divinità in nome della quale si può violare qualsiasi diritto e commettere i crimini più abietti. Non è un caso che i difensori del genocidio israeliano a Gaza affermino che Israele è «l’unica democrazia in Medio Oriente» e che, pertanto, può difendersi come meglio crede.   Ma se c’è qualcosa che dovrebbe sorprendere anche i più scettici oggi, è che la democrazia moderna, prendendo l’Unione Europea come piattaforma privilegiata, stia attaccando quattro principi che dovrebbero essere indiscutibili per qualsiasi difensore dei diritti dei cittadini e del bene comune: la libertà di espressione, il suffragio universale, lo svolgimento di elezioni libere e – cosa ovvia sin dall’attuazione di politiche dannose per la salute come il green pass covidiano – l’integrità fisica di ogni singolo cittadino (ovvero, la nostra sicurezza da ogni tipo di coercizione o intimidazione).   La libertà di espressione è stata sottoposta a un vero e proprio assedio in nome dell’adattamento delle nostre libertà alla rivoluzione digitale. Ciò include non solo leggi come la legge sui servizi digitali, la persecuzione dei giornalisti in Germania e il finanziamento pubblico della propaganda filoeuropea e antirussa , ma anche la promessa di Ursula von der Leyen di creare uno «scudo europeo per la democrazia» che schiererà verificatori di fatti ovunque per prevenire la contaminazione delle informazioni e le interferenze straniere (ovvero, per combattere la libertà di espressione).   La prova che questa guerra contro la libertà di espressione sia seria sta nel fatto che l’intellettuale dell’establishment Jordi Gracia ha recentemente dichiarato, in un insipido articolo su El País, la necessità di porre fine alla libertà di espressione per preservare la democrazia ed evitare malintesi e inganni tra i cittadini.   Per quanto riguarda l’attacco alle elezioni libere, non possiamo che concludere che, dopo la squalifica di Georgescu in Romania e di Le Pen in Francia, sembra destinato a diventare una prassi comune all’interno dell’Unione Europea. Ma ciò che è forse ancora più sinistro è la proliferazione nei media di dichiarazioni apparentemente sensate e «democratiche» contro il suffragio universale – ovvero, propaganda plebea e reazionaria – al fine di impedire esiti indesiderati come la Brexit o il trionfo di politici simili a Trump.   Mentre Alan C. Grayling auspica una riforma del sistema elettorale per impedire la vittoria di opzioni che considera abiette, il politologo Bryan Caplan appare sulle pagine dei più importanti quotidiani del nostro Paese affermando che, per salvare la democrazia dall’ignoranza del popolo, il diritto di voto dovrebbe essere limitato a quei cittadini in grado di superare un esame di cultura storica ed economica. Ma guardate la coincidenza e la benevolenza, perché se qualcuno non avesse capito il messaggio, Máximo Pradera, lo showman di sangue blu, un paio di settimane fa ha gridato la stessa cosa su un giornale digitale senza che nessuno definisse lui, Copland, Grayling o Von der Leyen fascisti.   Questo è in qualche modo comprensibile, perché se volessimo fare loro la morale, dovremmo fare lo stesso con il nostro amato re eurocrate Felipe VI, che un paio di settimane fa, agendo come «idraulico» e saccheggiatore di fogne della corrotta Von der Leyen , non solo le ha conferito un premio in lode delle sue macchinazioni, ma ha anche invocato la persecuzione di tutti coloro che, come chi scrive, mettono in discussione l’adeguatezza dell’Unione Europea.   Felipe VI, con la sua voce zeppolante alla Valle-Inclán, in quel momento di infamia e attacco alla cittadinanza – un momento imperdibile che dovrebbe passare negli annali del tradimento monarchico – è sembrato simile al suo antenato Ferdinando VII che incitava i Centomila Figli di San Luigi a prepararsi a invadere la Spagna e a disciplinare i dissidenti. (Che dire? Non sono contro la monarchia costituzionale, ma la storia ci insegna che ogni volta che incontriamo un Borbone che difende la democrazia, dovremmo darcela a gambe levate).

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La natura reazionaria e religiosa della democrazia moderna

Se c’è qualcosa che spiega gli sfoghi dispotico-democratici di Filippo VI, è la natura stessa della democrazia moderna, profondamente reazionaria fin dalle sue origini.   La democrazia moderna non è una conquista della civiltà, ma un’invenzione dell’Illuminismo (voltariana per alcuni, montesquieana per altri) che cerca di cancellare gran parte della storia occidentale conosciuta (certamente sia le origini cattoliche della modernità sia le sue radici medievali) al fine di instaurare un regime politico il cui mito fondativo è un impossibile e controverso ritorno all’ordine cortese greco.   In questo senso, è necessario chiarire perfettamente: parlare di democrazia non implica sostenere la dittatura o un regime militare (in realtà, democrazia e dittatura formano un nodo gordiano moderno che le rende inseparabili), tanto meno esprimere nostalgia per un passato idilliaco che, se esiste in un immaginario collettivo, è quello della democrazia e delle sue lontane pretese ateniesi.   L’idea di democrazia non è altro che un salafismo o un puritanesimo tipico del protestantesimo calvinista – un’ideologia suprematista – che cerca un ritorno alle origini di una certa concezione della cultura occidentale, basandosi su teoremi di nuova formulazione privi di un’effettiva applicazione pratica, come ad esempio la separazione dei poteri.   Le origini protestante-calviniste della democrazia spiegano molti dei suoi difetti , oltre al suo carattere, a mio avviso, profondamente reazionario, poiché, come sottolinea Chesterton, «lo scisma del XVI secolo [la Riforma protestante] fu in realtà una ribellione tardiva dei pessimisti del XIII secolo. Fu una regressione del vecchio puritanesimo agostiniano contro il liberalismo aristotelico».   In altre parole, se qualcosa ha ucciso la modernità di matrice cattolica (egualita e razionalista) che, per molti versi, continua a illuminare il mondo contemporaneo, è stata la regressione alle caverne platoniche del protestantesimo, che ha trionfato geopoliticamente dal XVIII secolo. È per questo motivo che la democrazia moderna, invece di optare per politiche razionali e per il perfezionamento dei diritti dei cittadini e per una reale «separazione dei poteri» che esisteva nel Medioevo e si è sintetizzata nel XIX e XIX secolo, ha abbracciato un approccio più conservatore.   Nei testi ispanici di carattere decisamente anti-imperialista, i paragrafi 16 e 17 propugnano un repubblicanesimo platonico simile a quello della Città di Dio di Agostino, ma in una versione secolarizzata e umanizzata. La democrazia moderna difende quindi l’ideale platonico di una repubblica perfetta, strutturata su principi teoricamente impeccabili, come l’illuminata separazione dei poteri, ma praticamente inefficaci, che prevalgono sull’effettivo esercizio della politica, la quale dovrebbe essere orientata al bene comune e necessariamente soggetta a modifiche.   In questo modo, il potere viene «diviso» tra un’oligarchia spesso collusa con potenze economiche esterne e distaccata dal popolo, privando il soggetto, ora chiamato «cittadino», di molti dei suoi diritti e prerogative fondamentali.   La democrazia moderna, in questo senso, è una religione sostitutiva con legioni di fedeli pronti a lapidare chiunque osi criticarla. In Spagna, ad esempio, le difese teoriche di Antonio García-Trevijano di una democrazia formale basata sulla Rivoluzione americana sono state e continuano ad essere molto influenti . Ma è opportuno notare che, sebbene Trevijano denunci giustamente il dirottamento della democrazia da parte della politica partitica (direi anche del filantropia capitalistica e dei grandi monopoli), le sue tesi sono un esercizio reazionario di platonismo illuminato.   Trevijano, ammaliato dalla dottrina di Weber sulla modernità protestante, sostiene che abbiamo sostituito la vera democrazia – la democrazia politica – con una concezione sociale di essa incentrata sulla redistribuzione della ricchezza che ignora le libertà politiche. In altre parole, la confusione tra democrazia sociale e democrazia politica impedirebbe, secondo Trevijano, l’emergere della grande invenzione democratica americana e della buona novella puritana della modernità: la libertà politica.   Tuttavia, l’idea che la libertà possa esistere senza proprietà (ovvero, senza un sistema minimo di giustizia distributiva) è tanto moderna quanto reazionaria, oltre a essere una rozza derivazione della retrograda divisione liberale tra libertà positiva e negativa.   Essa fa parte di una visione del mondo protestante-calvinista che espropria gli ideali universali cattolico-ortodossi di uguaglianza e li trasforma in forme di uguaglianza selettiva per pochi eletti. Non dovrebbe quindi sorprendere nessuno supporre che la democrazia formale e rappresentativa concepita negli Stati Uniti e celebrata da Trevijano nella sua forma originaria non abbia «democratizzato» la vita dei suoi cittadini, ma abbia piuttosto eretto un sistema di caste in cui, per gran parte della democrazia americana, le minoranze come cattolici ed ebrei sono state perseguitate, mentre la popolazione nera è stata ridotta in schiavitù o di fatto privata dei diritti.   Il tentativo di Trevijano di stabilire un legame tra il puritanesimo e la difesa dei «diritti naturali eterni di libertà, uguaglianza e proprietà» è assurdo, riproducendo gli abbecedari della propaganda calvinista , intento a celare la forte gerarchizzazione della società che la democrazia moderna cerca di imporre dopo le varie teorie di uguaglianza umana universale emerse nel vasto mondo cattolico del XVI e XVII secolo.   Se esiste, ripeto, un Paese oggi che difende una concezione formale e calvinista della democrazia come quella americana, ancorata al destino manifesto, alla supremazia degli eletti e a un teocentrismo esplicito ma edulcorato («una nazione sotto Dio»), questo è Israele sionista. (A proposito, gli Stati Uniti o Israele sono forse le società aperte che l’Occidente antinatalista e amante degli animali cerca di contrapporre al fondamentalismo islamico, prodigo di figli, famiglie e nemico degli animali domestici?)

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La democrazia moderna, dunque, fin dalla sua comparsa più di due secoli fa (sia nella forma di dispotismo illuminato, costituzionalismo liberale, democrazia liberale o tecnocrazia, tra le altre), è una religione sostitutiva. Ha un’aspirazione universalista, in linea di principio simile a quella del cristianesimo o dell’islam, ma il suo universalismo è imperialista, predatorio e quindi fals . Non difende, come il cristianesimo cattolico-ortodosso, dogmi e diritti naturali che siano efficaci in qualsiasi territorio ma non esigano la sottomissione politica né eliminino ogni elemento di differenza.   Al contrario, la democrazia moderna, nella sua logica calvinista, è una religione artificiosa ma capricciosa che cambia arbitrariamente i suoi dogmi in tempi record, privilegiando sempre gli interessi dei Paesi più forti, poiché sono le oligarchie di questi Paesi – mai le loro popolazioni – a trarre veramente vantaggio dalla farsa democratica .   Se, ad esempio, il Sinedrio «democratico» decidesse che solo le società con leggi sul matrimonio tra persone dello stesso sesso, sull’autodeterminazione di genere o sulla protezione degli animali sono democratiche – e quindi meritevoli di diritti umani e dignità – anche se esse stesse ne erano sprovviste solo pochi anni prima, tutte le altre società verrebbero considerate disumane e potrebbero essere attaccate e private delle loro risorse più essenziali in nome della democrazia.   Se, ad esempio, solo i Paesi che riconoscono la personalità giuridica agli animali (come ha fatto l’Argentina con l’orango Sandra) fossero considerati democratici, qualsiasi altro territorio che non facesse lo stesso potrebbe essere punito. Ma non è tutto. Se, sotto l’influenza della cultura giapponese, dovessimo trasformare l’usanza giapponese di vendere mutandine usate, opportunamente macchiate di urina o mestruazioni, come oggetti erotici nei distributori automatici, in un simbolo identitario per le società democratiche, qualsiasi Paese che non partecipasse a questo scambio commerciale vulcanico e batterico potrebbe essere accusato di arretratezza e attaccato senza pietà.   (Non mi credete? Ricordate come nacquero le Guerre dell’Oppio, promosse dal governo liberale della Gran Bretagna per proteggere il diritto dei cinesi di assumere droghe a loro piacimento, senza che il loro paese illiberale e dispotico si opponesse al libero scambio di oppio, che, curiosamente, arricchì le oligarchie britanniche e distrusse la società cinese.)   Per essere concilianti, potremmo dire che la democrazia, nel bene e nel male, pur consumando enormi quantità di sangue umano, ha funzionato negli ultimi duecentocinquanta anni come un ideale regolatore dispotico. Tuttavia, una volta che la società industriale di matrice protestante che l’ha strutturata e dotata di una certa filosofia è entrata in crisi, la democrazia ha raggiunto i suoi limiti e ha serie difficoltà a continuare ad affascinarci.   Pertanto, di fronte al collasso totalitario della democrazia, e proprio prima che essa tenti di instaurare uno stato omogeneo e universale (un tema che affronterò nel mio prossimo articolo), vale la pena chiedersi se la democrazia non sia diventata più una forma di superstizione che ci rende schiavi che una garanzia minima di diritti.   David Souto Alcalde   Articolo ripubblicato con permesso da Brownstone Spain  

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