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Pensiero

L’apparenza del volo del Drago

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Qualche mese fa, mio figlio, che ha una spiccata curiosità per le cose complicate che suo padre non sa, mi ha chiesto quale fosse il carattere giapponese più difficile.

 

Ho guardato su internet. Si tratta di quello che chiamano taito. È considerato il più complesso perché per realizzarlo servono 84 tratti di pennello.

 

Diciamo che uno ci mette un po’.

 

 

Il bambino, senza che me ne accorgessi, ci si è messo sopra: dopo qualche giorno, lo sapeva riprodurre al volo, senza nemmeno guardarlo.

 

Non solo: aveva cominciato a sfidare chiunque a vergare l’impossibile ideogramma, il nonno, la nonna, l’altra nonna, sua madre, se stesso: l’asticella via via si alzava, la missione diventava quella di riuscire a riprodurre il taito all’interno di un singolo quadretto di quadernone (impossibile, una roba nanometrica: ma il ragazzino ci prova sul serio).

 

Quanto a me, ricordo di essere stato svegliato più volte alle 5:30 dal 6enne che mi mette sotto il naso il foglio con sopra il kanji, il carattere giapponese ripetuto mille volte. «Papà, guarda…»

 

È durata qualche settimana.  Poi piano piano la frenesia ideogrammatica è scemata (anche se non del tutto).

 

Il problema è che il taito è disconosciuto da tantissimi giapponesi, i quali sono tenuti dallo Stato a sapere  1937 caratteri (in via di diminuzione), figurarsi quelli difficilissimi e misteriosi come questo. I kanji sono la vera barriera della lingua nipponica – anche per gli stessi giapponesi, che fingono di avere un’alfabetizzazione altissima, ma fuori dal loro settore di competenza possono aver difficoltà a capire cosa ci sia scritto.

 

Nessuno utilizza il taito. C’è una foto di un locale che fa ramen, in un qualche paesino periferico, che lo ha messo nell’insegna, rendendolo solo in tempi recenti una vera parola riconosciuta.

 

Ancora peggio: nessuno sa davvero cosa significhi il taito.

 

La vulgata principale, tra i pochi che se lo sono chiesto, è che il carattere significhi qualcosa come «l’apparenza del volo del drago».

 

L’apparenza del volo del drago. Quanta poesia. È quella bellezza risonante che si ha quando si traduce dal giapponese, un po’ per la struttura della lingua un po’ perché il Giappone, fuori dagli orari di lavoro, sa essere proprio così, struggente ed immaginoso. (Anche le sigle dei cartoni, tradotte debitamente, possono risultare come poemi aulici e struggenti).

 

Devo dire che in questi mesi ho pensato spesso di scrivere un articolo intitolato così.

 

Perché, lo abbiamo capito, il Drago sopra l’Italia era fatto soprattutto di apparenza. Immagine. Pura forma. Cliché senza riscontri nella realtà.

 

Era ritenuto intelligente, bravo. Abbiamo invece visto una creatura astiosa, goffa. Insulta una discreta parte della popolazione – come del resto ieri nel suo discorso ha insultato i partiti. Molte scelte, che abbiamo condannato su Renovatio 21, ci sono sembrate al limite del comprensibile: offende la Russia, difende gli articoli che parlano dell’assassinio del suo presidente Vladimir Putin, poi il giorno dopo lo chiama per avere il gas.

 

Non fa una grinza. E avevamo letto sui giornali italiani ad inizio conflitto ucraino che Putin lo avrebbe voluto come negoziatore, perché anche lui ammaliato dalla bravura e dal prestigio dell’alto burocrate romano. Si poteva sparare una cazzata così?

 

Massì, perché, appunto, c’è l’apparenza del volo del Drago, cui si aggrappa all’establishment, lo Stato profondo e quella fetta di popolo mascherato – quella che chiamiamo qui massa vaccina – che per continuare ad esistere abbisogna di dosi sempre più massicce di ipnosi.

 

Draghi, ci ripetono anche i giornali stranieri, è quello che dà stabilità all’Italia, specie ora con la crisi economica, energetica e bellica con la Russia. Anche qua: com’è possibile credere ad una cosa del genere, quando è emerso (e questo sito è stato praticamente l’unico a parlarne in Italia a questo livello) che il Drago, come la Von der Leyen e la Yellen, avrebbe ideato il sequestro di 300 miliardi di dollari di valuta russa depositati nelle Banche Centrali straniere? Il Financial Times, che fece lo scoop che nessuno qui si è filato, non ebbe paura a chiamarlo per quello che è: il primo vero episodio di «guerra economica» mai registrato dalla storia umana.

 

E quindi, il Drago è colui che ci protegge? In apparenza, dicono i giornali mondiali e mondialisti, dicono i maggiordomi italiani e europeisti, sì. L’uomo cui affidare i tuoi figli è quello che ha appena spaccato le vetrate del vaccino a sassate, nascondendo un po’ la mano ma continuando a inveire. Il vicino è armato e determinato, l’uomo che dovrebbe difendere la nostra prole no – è difficile che abbia mai visto un’arma in vita sua.

 

Tuttavia, il drago vola. Lui stesso ne è convinto: se no, la boria con cui ha trattato i parlamentari non si spiega. L’uomo che non ha mai visto un voto in vita sua, è andato a dire loro che sarebbe stato «il popolo italiano» a volerlo lì, a chiedere di procedere.

 

Ma come può anche lontanamente pensare di dire una cosa del genere?

 

Ma con che faccia?

 

Per capirlo, dobbiamo tornare al taito. L’ideogramma più difficile al mondo in realtà si può scomporre in due serie di ideogrammi ripetuti.

 

Uno, appunto, è il drago: 龍, ryu  in giapponese.

 

L’altro è 雲: kumo, «nuvola».

 

In pratica, il taito (che qualcuno chiama anche daito, o otodo), nella sua variante principale, si scompone in: nuvola-nuvola-drago-nuvola-drago-drago.

 

 

Quindi, una commistione fra qualcosa di immateriale, rarefatto – la nuvola – e una bestia mitica, solida e minacciosa, il drago.

 

L’opera politica di Draghi, finora, è stata pura nuvola. Possiamo dire, addirittura, che è stata perfino più imbranata di quella di Monti, che alla fine se ne era uscito con un suo partito biodegradabile – e invece Super Mario neanche questo ha fatto, forse per pigrizia, o peggio, perché conscio del fatto che siamo nella fase terminale dello Stato-partito, e quindi i partiti tout court non servono più, servono al massimo tecnocrati di cui lui è la massima espressione.

 

Abbiamo tutti sopravvalutato Draghi: lui stesso, in primis, nonostante la  troppa considerazione di sé derivi dalla visione lucida della realtà post-elettorale, post-costituzionale, post-democratica che in Italia è avanzatissima.

 

Tuttavia non ci nascondiamo che il drago, cioè il mostro leggendario raro e devastante, nella politica di Draghi c’è tutto.

 

Chiedetelo ai greci. Ora i giornali strillano che sta tornando lo spread, e che i nostri titoli di Stato valgono come quelli della Grecia: simpatico che non notino in ambo i casi il Drago aveva messo la zampa, e soffiato il suo fuoco.

 

Soprattutto, il drago emerge in tutta la sua forza quando Draghi partecipa ai discorsi di «distruzione creativa» dell’economia discussi dal Gruppo dei 30 a cui prende parte.

 

Vedendo quello che sta succedendo al nostro Paese, non possiamo avere dubbi: c’è un dragone distruggitore che lavora per la rovina del mondo per come ce lo ricordiamo. I risparmi, lo sviluppo economico, i carburanti, il riscaldamento, la luce elettrica, il costo del cibo… Il drago è ovunque, negli USA come in Germania, in Francia, ovviamente anche in Italia.

 

Il volo del mostro produce devastazione nazionale. Come le nuvole, è sopra tutto il cielo. Le nuvole, placide e poetiche nella loro quotidianità, in realtà forse lo coprono. Dietro le nuvole c’è il drago, il cui alito infuocato vi sta vaporizzando – vi sta rendendo, a vostra volta, nuvole, atomi allo stato gassoso senza più concretezza, né radice alcuna sulla terra.

 

Quindi, ripetiamo quello che abbiamo già scritto su queste colonne: il volo del drago continua. Perché Draghi è solo un effetto di un sistema soggiacente – un effetto di maturità, esperienza ed affidabilità impressionati: pensate, dalla scuola dei Gesuiti alla Banca d’Italia al Britannia alla Goldman Sachs BCE a Palazzo Chigi. Un bollino per ogni possibile centrale di potere finanziario.

 

È difficile, lo capite, che si priveranno di lui. Lo abbiamo già detto: non siamo fra quelli che pensano che Draghi non possa più divenire Presidente della Repubblica. In realtà, può succedere domani: Mattarella, che è anche lui stato portato a suon di applausi fantozziani ad un «anomalo» secondo mandato, può fare come il suo predecessore, dimettersi di colpo e far strada ad un altro nome gradito allo Stato profondo nazionale e non solo.

 

E chi meglio del Drago? E quale partito oserebbe non prendere in considerazione la cosa? La figura extrapartitica –che se ne fotte della politica e dei partiti al punto di farsi andare bene Di Maio – garantita ad vitam dai poteri sovranazionali che di fatto creano e disfano i governi italiani… come non volerne ancora? Come fare senza?

 

No, non ci siamo liberati dei Draghi.

 

La realtà è che, come dicevamo, le elezioni super-ravvicinate sono una manna per il potere costituito: nessuna realtà alternativa ai partiti presenti in Parlamento avrà il tempo e la forza di imporsi e sperare di arrivare in Parlamento. Non c’è il tempo tecnico, la censura impazza, ed ad una certa oltre alle liste di proscrizioni magari salta fuori anche la magistratura… I partiti, andando al voto immediatamente, hanno fatto la scelta più logica di autoconservazione.

 

Perché qualcuno può averlo intuito: ci sono 8 milioni di voti grillini a spasso. Visto che il partito è collassato – si è biodegradato in un paio di tronconi feudali, a loro volta biodegradabili – è molto improbabile che, escludendo qualche focolaio in meridione, tutti tornino a votare la torma venduta di Grillo.

 

Il numero di voti divenuto liquido può alterare gli equilibri – può soprattutto essere assorbito da soggetti che si presentino come anti-sistema (come fingeva il M5S fino a poco fa). Chi fa politica non può non aver notato che il dissenso, grazie al green pass, ha assunto dimensioni materiali notevoli motivazioni politiche irriducibili: le continue manifestazioni dei sabati del 2021, con la mobilitazione di milioni di persone in tutta Europa, non sono un segno da prendere alla leggere. In Italia, come in Germania, hanno dovuto piegarle con la repressione poliziesca dura.

 

Ecco: votiamo subito, così magari un po’ di questi voti tornano all’ovile. Già si sentono certe voglie di votare, nonostante quello che ci hanno fatto, Salvini, la Meloni, perfino Berlusconi… Alla fine va bene anche al PD, perché abbiamo appena visto che a votare non ci va più nessuno, tranne gli zombi piddificati nei decenni con il salario della greppia coop-statale: Zingaretti è servito per comprendere che più in basso di così, anche mettendocela tutta, il Partito non può andare, e anzi, si è compreso che anche la catastrofe di consenso attuale è per il PD, politicamente ed economicamente, sopravvivibile, sostenibile.

 

Certo, è un disastro. Era meglio aspettare un anno ancora, lavorare per creare soggetti di alternativa vera, credibile: perché quelli che oggi si offrono sul mercato, tra blogger ambigui, dottori spiantati, avvocati strampalati e leaderini che sguazzano negli stagni del loro narcisismo, sono davvero inaccettabili inaffrontabili, irricevibili, invotabili. Fanno schifo. E tanto.

 

E allora, non c’è davvero nulla da festeggiare. Questa crisi di governo è fatta per continuare l’opera di attacco alla popolazione, è fatta per mantenere lo status quo necessario a proseguire con il Reset, con la Sostituzione, con la decrescita, con tutti i programmi che la centrale della Cultura della Morte e i suoi maggiordomi locali ci stanno scagliando addosso da anni.

 

Non pensate di esservi liberati dei mostri che stanno decidendo il nostro futuro di miseria e distruzione. La loro ombra è proiettata sulle vite di ognuno.

 

L’apparenza del volo del Drago incombe ancora su tutti noi.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

Eutanasia

La festa della morte in Veneto

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Come tutti sanno, mercoledì 2 settembre, vigilia della festa di San Gregorio Magno, il Consiglio regionale veneto ha approvato la legge sul «suicidio medicalmente assistito».

 

Come tutti sanno, a favore hanno votato 32 consiglieri, in 14 si sono opposti e cinque si sono voltati dall’altra parte. Come tutti sanno, il Veneto è la prima regione del centrodestra a munirsi di una legge del genere, la quarta in assoluto dopo Emilia Romagna, Toscana e Sardegna, i cui presidenti si sono congratulati alla grande.

 

C’è proprio di che far festa. Lo Stato mette a disposizione del richiedente il farewell kit e l’assistenza medica per fuggire da questa valle di lacrime, per poi finire – sst, non si dice.

 

Il punto è il trionfo della libertà senza se e senza ma. No, non quella di avere delle cure: per una TAC occorrono sempre sei mesi-un anno; porti pazienza, signora.

 

La libertà di cui si parla è quella di farla finita, andarsene, sciò, raus. Per troppo tempo si è aspettato. Intanto che si procedeva con i tira e molla, si legge, ben quattro candidati al suicidio sono morti. Scandaloso, no? Roba da chiodi. Ora però è finalmente sancito il primato della libertà di morire. «Decidi di decedere» poteva essere un bello slogan. I radicali hanno preferito il banale «Liberi fino alla fine». De gustibus.

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Ma liberi de che? Mettiamoci per un istante nei panni dei promotori, e di chi ha appoggiato l’iniziativa, e di chi l’ha votata, e di chi giubila a prosecco. Passata la sbornia, non c’è di che stare allegri.

 

Il suicidio è approvato, lodato, facilitato; si può dire incentivato? D’accordo.

 

Ma la legge soffre pur sempre, come di una tara congenita, dell’impronta asfittica dei radicali, il loro essere grigi, burocratici, conformisti, piatti e privi di fantasia. Non c’è scampo: al netto della retorica fatta di boati e giochi verbali, l’anima del radicale è quella di un impiegato di concetto.

 

Occorre infatti avvertire che a chi desidera farsi tirare le cuoia dalla Regione Veneto, la legge prevede solo una modalità: l’estinzione via farmaco. La morte viene somministrata in un letto, in un lettino, in una barella, in una poltrona, al massimo su una sedia; insomma, da sdraiati o da seduti. Prima di sgocciolare il veleno in vena, è contemplato che il morituro venga sedato e intontisca, così che non si accorga della vita che sfugge e non gli venga l’uzzolo di avere imbarazzanti ripensamenti, non si dice di pentimenti, in extremis, validi per l’aldilà.

 

Nella testa dei radicali, che come le radici affonda nella gleba, questa è la dipartita che ognuno desidera. «La morte migliore è quella nel sonno»: il mantra così volentieri ripetuto dall’uomo medio per l’eco che fa nel vuoto della zucca, e in fondo l’emblema stesso della nostra civiltà occidentale in agonia.

 

Ma ecco una dissonanza: se così non fosse? Se il candidato al trapasso avesse un’idea diversa da quella della morte in pantofole? Se volesse lasciare una traccia, un monito, fare della propria scomparsa un suggello, uno spettacolo, un’esperienza indimenticabile?

 

Non è impossibile. Un morituro che ne ha fatte un po’ troppe in passato potrebbe voler morire espiando alla Damiens, l’attentatore di Luigi XV. Fissato su una tavola, le braccia e le gambe legate con catene a quattro possenti cavalli incitati al galoppo in quattro direzioni opposte, così da squartarlo e farlo a brani. E che! Il suicida non sarebbe forse libero di chiedere, o meglio di esigere che la Regione gli metta a disposizione, anziché una mezza cartuccia di infermiere, quattro destrieri frisoni?

 

E che pensare degli appassionati delle rievocazioni storiche e della ghigliottina, tanto per rimanere in Francia? La premurosa Regione non dovrebbe adoperarsi per realizzare con venete operose maestranze, o alla peggio acquistare nel mercato dell’usato il drastico marchingegno? Se i costi si rivelassero eccessivi, e non spuntasse il solito mecenate, si potrebbe tutt’al più sollecitare un contributo del richiedente, diciamo un ticket.

 

Un apicultore potrebbe volersene andare affogato in un barile di miele: la dolce morte. Un veneto-spagnolo, volendo omaggiare i suoi avi, forse gradirebbe essere incornato da un toro alle cinque del pomeriggio, spaccate. Dopo essere stato il protagonista di tanti incubi, il lancio senza paracadute avrebbe probabilmente qualche suggestione catartica per l’ex della Folgore. Siamo davvero certi che non ci sia qualche ricco che non ambisca a fare la fine di Crasso, cioè farsi versare in gola una colata d’oro fuso?

 

Ecco, niente di tutto questo può essere fatto. I radicali e la politica non sono riusciti ad andare oltre il sanitario con la mutria, il veleno endovena e le babbucce. E questa sarebbe libertà? In realtà l’autodeterminazione è qui conculcata e avvilita, e la Regione viene meno ai suoi doveri.

 

Questa mordacchia non può non deludere i fans del boia di Stato. E c’è dell’altro.

 

Prendiamo Luca Zaia, il grande sponsor della legge regionale. Leggere l’intervista pubblicata il giorno dopo il fattaccio è istruttivo. Gli argomenti sono malfermi sulle gambe, le risposte non sono proprio a fuoco, c’è qualche eccesso, qualche azzardo, si capisce che il buon uomo le sballa, è più volenteroso che strutturato. Vi è qualcosa nelle sue parole che ricorda lo zio Peppo quando torna dalla sagra del paese. A ben pensarci, quello ci guarda nella fotografia a corredo dell’articolo, dove l’ex governatore è ritratto sorridente e col pollicione in su, è lo zio Peppo sputato.

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E qui si arriva al motivo di insoddisfazione di base, quello che unisce noi e loro: la scadente qualità di come ci si occupa della cosa pubblica. Dall’intervista, si tolgano il troppo e il vano: non rimane nulla.

 

Essa tuttavia rispecchia alla perfezione il mood del nostro Paese nell’epoca presente. Le parole dell’ex governatore, più o meno, si possono infatti trovare sulle labbra di tutti.

 

«Quando senti di certe sofferenze, per carità: meglio darci un taglio e via», dice il salumiere, sferrando il colpo per staccare la fiorentina. Incalza la contessa dagli occhialoni scuri: «la Chiesa fa il suo mestieve, ma lo Stato deve esseve laico». «Io sono cattolico e non lo farei», borbotta l’appuntato, «però non posso importi il mio punto di vista». «Ognuno è libero di fare quel che gli pare, basta che mi lasci in pace», dice il tassista passando col rosso. «Se dovesse capitare a me, vorrei che mi si staccasse la spina», confida il vecchio impiantista al figlio che lo ascolta attento e, ad ogni buon conto, lo registra di nascosto con il cellulare.

 

È un’infilata di luoghi comuni, le idées reçues del nostro tempo che soppiantano quelle di Flaubert senza smettere per un istante di essere delle bêtises, delle fesserie.
A questo punto potrebbe sostenersi che i politici, nel bene e nel male, si sono dimostrati una volta tanto in sintonia con il popolo e ne hanno espresso la volontà. Anche.

 

Ma per impostare il fatto in modo più corretto occorrerebbe piuttosto ammettere che l’italiano ha i governanti che si merita. La pochezza di chi decide sulla vita e sulla morte offre la misura della nostra decadenza.

 

E qui cade a fagiolo San Gregorio Magno, a cui si accennava all’inizio. «Se l’ira di Dio ci dà i superiori che meritiamo, impariamo dal loro modo d’agire quello che dobbiamo pensare di noi», osservava. «Perché il cuore dei governanti viene disposto secondo che meritano i sudditi».

 

Però c’è un altro aspetto da considerare, ancora più preoccupante.

 

L’approvazione della legge regionale attesta soprattutto che la mano di Dio si sta ritraendo dal nostro Paese. Le evidenze sono ormai dovunque, non vale la pena neppure di parlarne. È sufficiente scorrere le statistiche. Quel che è successo in Veneto, e presto succederà dappertutto, è un segno della Vita che si allontana dall’Italia.

 

E allontanandosi la Vita, che cosa si pretende che ne prenda il posto?

 

Massimo Zanetti

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Cremazione

Le ceneri di Guccini. Con benedizione cardinalizia

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Mettiamo le mani avanti: non siamo mai stati nel novero degli estimatori di Francesco Guccini.   Nel periodo d’oro del cantautorato italiano altri erano i nostri riferimenti. Guccini no: ci dispiaceva la plumbea appartenenza politica, e più di tutto una certa monotonia del timbro e il modo enfatico e pesante di cantare, per il quale le canzoni sembravano composte da una sola nota martellata e ribattuta, anche se poi non era vero.   Naturalmente qualche suo pezzo lo si conosceva pure noi. Il repertorio di turpiloquio dell’Avvelenata era troppo ghiotto perché non lo si mandasse a memoria. È noto che il nostro non la considerasse un capolavoro, e pare che la ripudiasse addirittura: a riprova che gli artisti sono in genere pessimi critici.   Rammentiamo poi vivamente i grevi scongiuri a cui ci si abbandonava non appena si sentiva intonare In morte di S.F.. Nonostante l’ala del tempo sia passata anche su di noi, ancora oggi ne subiremmo la cupa suggestione, l’impulso a scaricarne la jella nel modo più maschio e triviale. Per la verità, bn pochi amavano sentirla, soprattutto in automobile, motivo per il quale ne ricordiamo solo l’inizio e la fine.    Sul rimanente, si conosceva qualcosa de La locomotiva, qualcosa di più de Il pensionato, e poco altro.   Uno dei problemi delle canzoni di Guccini, tra l’altro, è che si era costretti a cantarle come Guccini: cioè con un pronunciato sforzo di gola, calcando tutto e fingendo di pesare più di novanta chili. Fatica improba, che come tutto risultato dava quello, davvero non esaltante, di avvicinarsi all’imitazione che ne fece Fiorello in Come mai degli 883.     

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Se non possiamo essere considerati degli estimatori, non possiamo però essere inclusi nella schiera dei detrattori. Guccini ha percorso la sua lunga vita senza il nostro affetto ma anche senza la nostra ostilità. Era come avere per condomino della scala B un apprezzato cultore di letteratura occitanica, che si saluta per le scale ma non si frequenta.    Osservatori distanti, certo più indifferenti che curiosi, ci troviamo forse in posizione privilegiata per valutare l’alluvione di parole spese e scritte post mortem sull’Omero di Pàvana. Posata la polvere, possiamo dire che non ci ha sorpreso quasi niente.   Erano da immaginarsi, per esempio, le paginate e paginate di encomio, lo sbrodolo agiografico, la commozione, i ricordi evocati in coro, spalla contro spalla, da chi lo ha conosciuto o semplicemente ascoltato in gioventù.   È un fatto: ogni generazione desidera celebrare sé stessa, e l’occasione migliore per farlo è indubbiamente un funerale. Davanti al capobandiera che se ne va, piccolo o grande che sia, i superstiti provano il bisogno di stringere l’asta e di gridare a sé stessi, nonché al mondo, di essere ancora in vita.   Alla notizia si è infatti radunata, da oriente a occidente, la moltitudine che l’esistenza, le inclinazioni e i travagli avevano diviso e sparpagliato. I vincenti e i perdenti, gli sciupati, gli ambiziosi, le promesse mantenute, le promesse mancate, gli umiliati, i talentuosi, i gregari: ognuno con la sua magagna ha frugato in volto il vicino in cerca di antichi bagliori e ha scoperto l’orgoglio di appartenere a una sola generazione.   E giù a dire quanto sono stati e sono ancora oggi belli e generosi, e soprattutto unici e irripetibili.   Cose già viste. Al loro tempo – magari con qualche riscontro in più – l’hanno proclamato i risorgimentali al funerale del Carducci; i fiumani, dinanzi alla bara del Vate; e via via sdrucciolando fino ai battistiani prePanella alla morte di Battisti, ai patiti del birignao-carioca alle esequie della Vanoni.   Giacché si è accennato al Carducci e al D’Annunzio, era ovvio che anche il Guccini venisse subito incoronato «poeta». Per settimane gli articoli hanno traboccato di citazioni a casaccio, anche su temi su cui il nostro non ha mai detto nulla. Dietro di esse, in controluce, si potevano intravedere vecchi vinili girare su giradischi addormentati, mentre sessantenni fanno i piatti canticchiando Cirano. Da qui a invocare che i versi del poeta (tipo: «la ragazza dietro al banco mescolava/birra chiara e sevenàp») irrompano nelle antologie scolastiche è un passo. Poesia, poesia!   Nessuna meraviglia anche in questo caso.

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Com’è risaputo, gli italiani della loro poesia non ne sanno una beata. Il bagaglio da stiva regolamentare ospita in genere quattro endecasillabi imposti nelle scuole dell’obbligo e sei o sette nomi che, per ausilio mnemonico, ritornano nella toponomastica cittadina – e via andare.   Ammettiamolo: da noi la poesia forse si studia, ma non si legge. Non se ne conoscono né le leggi né il lessico, non la si comprende e non la si gusta. Non si sa manco che cos’è. Per dirla in una parola, la poesia italiana, come dire ottocento anni filati, non se la fila nessuno.   Del resto, l’italiano ne fa allegramente a meno e campa lo stesso. Per chi vuole, al fabbisogno – così come un po’ a tutto ciò che attiene alla sfera ludico-artistica – ci pensano gli americani. Non è un caso se il poeta più letto (in traduzione) sia Emily Dickinson. Dicono che i suoi versi (in originale) siano anche i più tatuati sugli avambracci delle signore.   Se si hanno meno pretese, poi, ci sono i cantanti: per certuni sono i soli veri poeti. Il monte Elicona, un tempo più esclusivo della Trilaterale, ormai rigurgita di menestrelli italiani. Oggi si aggiunge il Guccini. E viva l’Italia.   Abbiamo pure appreso che il nostro era un uomo buono. D’accordo, de mortuis nihil nisi bonum, ma sia pur da lontano siamo portati a crederlo. Da giovane il Guccini sembrava un orso con il naso, poi invecchiando un orso in maglione con la zip: è difficile farsi un’idea diversa da quella del burbero di buon cuore. E chissà, pensiamo, quante preghiere di zie, prozie, nonni, bisnonni e trisavoli, nell’arco di secoli, sono salite e poi scese, a gocce, a rivoli, affinché ottanta e passa anni fa il piccolo Francesco, nel ricevere la vita, ricevesse in dote anche questa piccola perla che in fondo è una disposizione naturale, un bonus senza merito come l’occhio azzurro o l’alta statura.   Certo, le preghiere non sono riuscite a far sì che diventasse un cristiano, un cattolico. Per quello occorre il concorso del libero arbitrio, e qui il Guccini ha toppato.   Agnostico dichiarato e ribadito, come tanti, come tanti ha civettato con l’idea dell’Ente superiore senza arrivare mai al dunque. Se la parola Dio ha fatto talora capolino nelle sue canzoni, magari per dire che è morto, il nome di Gesù Cristo è rimasto oggetto di uno strano pudore. E forse è stato meglio così: almeno per quelli ai quali, come a noi, non piacciono i paciughi.   Già, perché il nostro ha abbracciato senza riserve tutte le più scontate battaglie della modernità: divorzio, aborto, unioni civili, eutanasia. Ossia, la borghesissima marcia che ha strappato gli italiani al loro retroterra per gettarli avanti a pedate verso un progresso fatto di solitudini, paura e vuoto. Francesco Guccini, tanto per capirci, ha preso perfino la tessera del partito radicale, il movimento più filisteo mai visto sulla faccia della terra.

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A noi però fanno un po’ pena quelli che a dispetto di tutto cercano di farne un credente malgré lui, un cattolico fuori menù, descrivendolo come di una persona «in ricerca», di un’anima naturaliter cristiana. Un agnostico «possibilista», che «non ha mai smesso di chiedere e ascoltare», un cultore del dubbio: insomma, un cardinal Martini. E verrebbe voglia di dire loro: ma non provate vergogna?   È come quando i periodici cattolici, sul finale di intervista, domandano all’ateo di successo se crede in Dio, sperando nel contentino del «Sì, ma». «Sì, ma non in modo tradizionale»; «Sì, ma non mi riconosco nei dogmi»; «Sì, ma la Chiesa deve cambiare/ venire incontro/essere povera/aprire alle diversità/ai divorziati/alle coppie omo»; «Sì, ma la mia fede è intima, non gridata». E ancora, per gradire: «Parlo spesso con Dio, magari per rimproverarlo»; «L’ho sentito vicino nella malattia del mio cane»; «Mi è di molto conforto leggere le parole di papa Francesco».   Questo vi basta? Siete dei poveracci.   Non sappiamo quanto nel Guccini ardesse la sete d’assoluto, quanto abbia chiesto e quanto abbia raccolto. Sono conteggi che lasciamo all’Onnipotente, che li sa fare.   Per quello che ne possiamo capire noi, ci sembra che sia stato di inequivocabile coerenza in vita e in morte. Si stava ancora grattando il violino che è stata data la notizia che il funerale sarebbe stato laico. Qualche discorso, una benedizione dell’amico cardinale e poi via all’inceneritore.   Forse Dio non l’avrà trovato, ma ha trovato lo Zuppi.   Anche questo non sorprende.   Avv. Renzo Magalozzi

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Civiltà

Chi sono i fabiani?

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Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore polacco Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, protagonista in rete di numerose riflessioni sullo stato delle cose da un punto di vista storico, filosofico, politico. Lo Szczawinski aveva trattato la Fabian Society tra i gruppi di controllo globale in un precedente intervento. L’analisi è, in superficie, buona, tuttavia impressiona l’assenza totale di una menzione della religione nella costruzione della Civiltà occidentale. Di qui qualche ingenuità, come quella di ritenere, in un finale che fa scendere la catena, la Dichiarazione dei diritti e Winstone Churchill un apice della nostra storia (!).

 

 

(…) La Fabian Society fu fondata a Londra nel 1884. Prende il nome da Quinto Fabio Massimo, il generale romano famoso per aver sconfitto Annibale non con uno scontro diretto, ma con pazienza, logoramento e la lenta disfatta del nemico. Il nome fu scelto deliberatamente. Era la strategia. Il loro emblema era un lupo travestito da agnello. Lo scelsero loro stessi.

 

Vale la pena soffermarsi un attimo su questo: un’organizzazione che scelse come proprio simbolo l’immagine di un intento predatorio mascherato da apparenza innocua – l’inganno come principio fondante, metodo operativo, ciò di cui andavano più fieri. Non imposto dai critici. Scelto autonomamente. Ne erano orgogliosi. La strategia era semplice e devastante: non assaltare le istituzioni. Infiltrarsi al loro interno.

 

Infiltrarsi – per usare le loro parole – gradualmente, pazientemente, nel corso delle generazioni, collocando persone formate secondo i principi fabiani in posizioni di influenza nel governo, nel mondo accademico, nei media e nella pubblica amministrazione, fino a quando le istituzioni non produrranno risultati fabiani senza che nessuno debba annunciare una rivoluzione.

 

La rivoluzione avverrà, ma lentamente, in modo invisibile, burocratico e democratico. Quando qualcuno se ne accorgerà, le istituzioni saranno già cambiate.

 

 

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Fondarono la London School of Economics nel 1895, l’istituzione che ha formato generazioni di politici, funzionari pubblici, economisti e giornalisti in tutto il Commonwealth e oltre. Furono determinanti nella creazione del Partito Laburista nel 1900. Diedero forma alla BBC. Progettarono lo stato sociale britannico.

 

George Bernard Shaw, H.G. Wells, Tony Blair, Gordon Brown, Keir Starmer: l’elenco dei fabiani che hanno plasmato la politica britannica e globale non è una nota a piè di pagina. È la storia della sinistra del ventesimo secolo, raccontata senza mezzi termini.

 

Starmer non è un caso fortuito né un’evoluzione del Partito Laburista. Egli rappresenta l’espressione attuale di un progetto in corso da centoquaranta anni: paziente, istituzionale e pienamente coerente con la strategia originaria.

 

La Fabian Society è la lunga marcia di Gramsci attraverso le istituzioni, ma inglese, quindi meglio vestita e meglio finanziata, e con cinquant’anni di anticipo. Gramsci teorizzò ciò che i fabiani stavano già facendo. I fabiani ne furono i praticanti.

 

La Scuola di Francoforte fornì la filosofia. La Fabian Society fornì il modello operativo. E la teoria francese fornì il confezionamento culturale. Tre progetti, origini diverse, destinazione identica: lo smantellamento delle fondamenta della civiltà occidentale attraverso la paziente occupazione delle sue istituzioni.

 

Ciò che rende il modello fabiano più pericoloso del socialismo rivoluzionario è proprio la sua fluidità. La rivoluzione è visibile. Si possono indicare le barricate. L’approccio fabiano non produce barricate: solo programmi di studio che cambiano gradualmente, linee editoriali che si modificano sottilmente, linee guida per la pubblica amministrazione riviste progressivamente e una successione di riforme apparentemente ragionevoli che, singolarmente, sembrano modeste, ma che nel loro insieme trasformano ogni cosa.

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Il lupo travestito da pecora non è solo un predatore mascherato, ma un predatore che ha imparato a parlare la lingua delle pecore, ad adottarne i modi, a mostrare preoccupazione per il loro benessere e a riscrivere gradualmente le regole del gregge dall’interno

 

Quando ve ne accorgete, il lupo è già nella stanza da decenni. Ha indossato le vesti di pecora così a lungo che alcuni si sono dimenticati che non lo era. L’inganno non è stato casuale. Era il metodo. Il lupo travestito da pecora è obłuda [termine polacco traducibile con l’italiano «doppiezza», ndt] con una strategia a lungo termine. Zakłamanie [«inganno», ndt] con un piano centenario. La menzogna sistemica con un think tank e un patrimonio.

 

Sono stati pazienti. Sono stati deliberati. Sono stati efficaci. E la civiltà che ha prodotto la Magna Carta, la Dichiarazione dei Diritti e Churchill se n’è accorta a malapena, finché non è stato troppo tardi.

 

Krzysztof Szczawinski

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 Immagine generata artificialmente

 

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