Militaria
L’Iran reagisce agli attacchi statunitensi contro le petroliere
L’Iran ha iniziato a reagire dopo che le forze statunitensi hanno colpito petroliere iraniane vicino all’isola di Kharg, lanciando missili balistici contro installazioni militari statunitensi nella regione e avvertendo gli equipaggi delle petroliere vicino al Bahrein e al Kuwait di abbandonare immediatamente le loro navi.
Martedì sera la Marina delle Guardie Rivoluzionarie (i pasdaran) ha emesso un «avviso urgente», intimando agli equipaggi delle petroliere presenti nei pressi dei moli e delle zone di ancoraggio di entrambi gli Stati del Golfo di lasciare subito le proprie navi.
«Avvertiamo tutti i membri dell’equipaggio delle petroliere nelle vicinanze dei moli del Kuwait e del Bahrain… di abbandonare immediatamente le proprie navi, sia all’ancora che in banchina, poiché saranno prese di mira», ha dichiarato il Comando navale pasdarano.
La dichiarazione accusava il Bahrein e il Kuwait di ospitare forze statunitensi e di essere «partner» negli attacchi di Washington contro le navi mercantili iraniane.
La rappresaglia iraniana è iniziata poco dopo, con numerosi video circolati online che mostravano il lancio di missili balistici da diverse località dell’Iran verso installazioni militari statunitensi nella regione.
I video provenienti dalla Giordania sembrano mostrare un’intensa attività di difesa aerea, con intercettori Patriot impegnati a contrastare i proiettili in arrivo, tra cui quelli che alcune fonti hanno identificato come missili balistici a medio raggio dotati di testate a grappolo.
Additional footage of a PATRIOT battery conducting a massive ballistic missile engagement over Jordan tonight.
Well over a dozen interceptors can be seen engaging incoming Iranian ballistic missiles. pic.twitter.com/u69lJKtFJ7
— OSINTtechnical (@Osinttechnical) September 8, 2026
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Osservatori hanno indicato la base aerea di Muwaffaq Salti, un’importante struttura utilizzata dalle forze statunitensi a est di Amman, come uno dei principali obiettivi. Alcune fonti hanno segnalato impatti di missili vicino alla base, ma né gli impatti né il tipo di testate utilizzate sono stati confermati ufficialmente.
Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha dichiarato di aver distrutto cinque petroliere iraniane dopo che le Guardie Rivoluzionarie avrebbero preso di mira una nave da guerra della Marina statunitense con missili balistici per due volte nei due giorni precedenti. Il comando ha affermato che quattro petroliere sono state colpite nel Golfo dell’Oman e una quinta vicino all’isola di Kharg, aggiungendo che le forze statunitensi hanno ordinato ai rispettivi equipaggi di abbandonare le navi prima che venissero rese inutilizzabili.
Gli ultimi attacchi fanno seguito a un’altra ondata avvenuta sabato, durante la quale il Comando Centrale degli Stati Uniti ha dichiarato di aver colpito tre petroliere iraniane dopo che missili balistici erano stati lanciati contro una portaerei e un cacciatorpediniere lanciamissili statunitensi. Due petroliere sono state rese inutilizzabili e una terza, che non trasportava petrolio, è stata distrutta dopo che all’equipaggio era stato ordinato di abbandonare la nave.
L’Iran ha successivamente affermato di aver colpito tre petroliere che viaggiavano lungo quella che ha descritto come una rotta non autorizzata attraverso lo Stretto di Ormuzzo, nonché tre navi collegate agli Stati Uniti in altre zone.
Lo scontro marittimo è diventato un fronte sempre più rilevante nel conflitto che dura ormai da sei mesi. Gli Stati Uniti mantengono un blocco navale che limita il traffico da e verso i porti iraniani, mentre l’Iran ha imposto a sua volta controlli sul passaggio attraverso Ormuzzo e ha recentemente annunciato l’intenzione di istituire un’ulteriore zona marittima ristretta nel Golfo Persico.
Prima della guerra circa un quinto delle forniture globali di petrolio transitava attraverso lo Stretto ormusino, rendendo le minacce al trasporto marittimo commerciale particolarmente sensibili per i mercati energetici.
I prezzi del petrolio hanno continuato a salire, con il Brent scambiato a quasi 100 dollari al barile e il benchmark statunitense WTI a oltre 93 dollari martedì, mentre i mercati scontavano i crescenti rischi per l’approvvigionamento energetico globale.
Rilevante il commento del politico ed ex militare delle Forze Speciali statunitensi e della CIA Joe Kent, già direttore dell’antiterrorismo per l’amministrazione Trump prima di dimettersi per il suo dissenso rispetto alla guerra iraniana. Kent cita la massima dello studioso di management Stafford Beer: POSIWID («The purpose of a system is what it does»), cioè «il fine di un sistema è quello che fa».
«Lo scopo di qualsiasi sistema è ciò che effettivamente fa, non ciò che dichiara di fare. Attualmente, la funzione principale delle nostre basi e truppe nella regione è quella di fornire all’Iran bersagli su cui sparare. Il ritiro delle nostre truppe priverebbe l’Iran del suo potere negoziale; se rimanessero, l’Iran manterrebbe tale potere».
The purpose of any system is what it does, not what it claims to do.
Currently our bases & troops in the region primary function is to provide Iran targets to shoot at.
Pulling our troops out removes leverage from Iran, if they stay, Iran retains the leverage. https://t.co/rhzUhVXVa5
— Joe Kent (@joekent16jan19) September 8, 2026
In pratica, le basi americane in Medio Oriente servirebbero da esca per attacchi – che costano le vite di soldati americani trattati come vera carne da cannone, o peggio – che giustifichino l’intervento e la spesa militare.
La moglie di Joe Kent, Shannon, crittografa e linguista per la Marina USA e la CIA, è morta proprio in un attacco suicida ISIS in una base in Siria di Manbij nel 2019. Aveva con Kent due figli.
Come riportato da Renovatio 21, il Kent quest’anno ha dichiarato che gli USA hanno «lavorato direttamente» con i terroristi in Siria per conto di Israele.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Militaria
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Militaria
Mosca pronta alla guerra con la NATO per difendere Kaliningrad. Anche nucleare?
Mosca ha avvertito che l’intensificarsi delle esercitazioni militari della NATO vicino alla regione russa di Kaliningrad, insieme alla retorica aggressiva dei membri del blocco guidato dagli Stati Uniti, sta alzando il rischio di un conflitto armato diretto.
La Russia ha inviato un avvertimento alla NATO, ribadendo la volontà di proteggere l’exclave baltica «con tutto il suo arsenale disponibile», secondo una dichiarazione pubblicata lunedì dall’ambasciata russa in Belgio, dove ha sede il quartier generale dell’Alleanza. L’espressione fa pensare al possibile utilizzo di armi atomiche.
Il messaggio alludeva alle parole del ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski, all’inizio del mese: aveva detto che nella regione di Kaliningrad non ci sono «praticamente truppe» e aveva invitato la NATO ad accrescere la presenza militare vicino ai confini con la Russia, così che Mosca non sapesse «cosa faremo».
La portavoce della NATO, Allison Hart, ha confermato di aver ricevuto il messaggio e ha accusato Mosca di retorica irresponsabile. «Condanniamo fermamente la minaccia dell’uso della forza, inclusa qualsiasi retorica nucleare irresponsabile», ha affermato.
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I funzionari occidentali hanno spesso definito «ricatto» le dichiarazioni russe che evocano il deterrente nucleare, presentando al contempo gli accordi di condivisione nucleare della NATO come un pilastro della difesa collettiva. La Francia si è offerta di discutere un possibile dispiegamento delle proprie armi nucleari in altri Paesi europei dell’Alleanza, sostenendo che ciò potrebbe ridurre la dipendenza del blocco dagli Stati Uniti. Negli accordi attuali le bombe atomiche americane sono stoccate in diversi Paesi europei, e il personale degli Stati membri privi di armi nucleari si addestra per missioni che potrebbero comportarne l’uso.
La Russia ha più volte respinto le tesi occidentali secondo cui intenderebbe attaccare la NATO entro la fine del decennio, definendole provocazioni bellicose volte a convincere gli elettori a sostenere un forte aumento della spesa militare. Mosca, dal canto suo, vede i preparativi militari della NATO come un possibile preludio a un attacco contro la Russia.
Come riportato da Renovatio 21, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha avvertito più volte che un conflitto di questo tipo sarebbe estremamente breve, lasciando intendere che Mosca potrebbe ricorrere alle armi nucleari.
L’ambasciata russa in Irlanda ha usato un linguaggio più diretto: martedì ha affermato che Mosca è pronta a usare armi nucleari in risposta a un tentativo di blocco della NATO su Kaliningrad e potrebbe valutare un’azione militare preventiva in una crisi simile.
Mosca ha cambiato la propria dottrina nucleare in questi anni introducendo l’elemento per cui un attacco nucleare è possibile anche contro una potenza non-nucleare spalleggiata da una potenza nucleare. Come sa il nostro lettore, l’idea di colpire con strike atomici alcune città europee è stata avanzata dall’eminente politologo russo Sergej Karaganov.
Mercoledì il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha detto che è «naturale che i nostri diplomatici cerchino di ricordare ai più accesi sostenitori della dottrina europea i nostri documenti», in risposta alla retorica proveniente dalla Polonia e da altre nazioni.
Come riportato da Renovatio 21, gli USA stanno riscrivendo a porte chiuse la propria dottrina nucleare.
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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)
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