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Pensiero

La marcia della Wagner su Kiev e la macchina che crea la realtà

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Ci ho pensato a lungo, come tutti. Chiunque conservi un po’ di attenzione per la cronaca, e un minimo di scetticismo sulle narrazioni ufficiali, si è ritrovato, magari in ora tarda, a tentare di rispondersi alla domanda: l’intera rivolta della Wagner è stata una scenata.

 

Un po’ lo ho scritto nell’articolo precedente, quello sul «golpe gobbo» alla wagnerita.

 

Potrebbe essere una grande maskirovka, come da dottrina militare russa del XX secolo. La parola inizialmente significava semplicemente il camuffamento di mezzi e truppe, per poi andare a significare, più ampiamente tutte le manovre di inganno condotte sul nemico: esche, disinformazione, manipolazioni di ogni tipo.

 

Già nel 1944 L’Enciclopedia militare sovietica definiva la maskirovka come costituita dai «mezzi per garantire le operazioni di combattimento e le attività quotidiane delle forze; una complessità di misure, dirette a fuorviare il nemico riguardo alla presenza e alla disposizione delle forze». Esempi di maskirovka sarebbero riscontrabili nella battaglia di Stalingrado, nella battaglia di Kursk (1943), nella crisi cubana dei missili (quando Kennedy ordinò il blocco navale, ma testate atomiche sovietiche erano già sull’isola di Castro) e, qualcuno sostiene, durante l’annessione della Crimea, quando comparvero quelli che chiamarono «gli omini verdi», mentre Mosca negava ogni coinvolgimento.

 

Nelle ultime ore quantità di personaggi del fandom incondizionato di Vladimir Putin ha optato ciecamente per la versione della maskirovka, che ancora una volta dimostrerebbe la superpotenza strategica del personaggio. I mistici putiniani dicono che si tratta solo di una grande manovra, un colpo da maestro per portare truppe in Bielorussia.

 

Sarà vero? Potrebbe esserlo.

 

Partiamo dal fatto che dell’evento scatenante, cioè l’attacco contro la Wagner condotto dall’aviazione russa, non si sono avute immagini, ma solo i famosi tre audio di Prigozhin usciti venerdì sera, poche ore prima che occupasse il quartier generale militare di Rostov. Se sono usciti nel frattempo documenti visivi dell’attacco non lo sappiamo, ma lì per lì abbiamo considerato la cosa bizzarra: il Wagner boss ama le telecamere, e negli ultimi mesi non si tirato indietro mai quando c’era da farsi riprendere con fondali incredibili ed indicativi, cioè in ambienti che dicevano tutto: eccolo che insulta Shoigu e Gerasimov mostrando i cadaveri freschi dei suoi combattenti, eccolo che porta mandarini ai prigionieri ucraini, eccolo con alle spalle Bakhmut che chiede la resa di Zelens’kyj, eccolo che sfida il presidente ucraino mentre vola con un MiG, eccolo che si fa fotografare nelle tenebre di una miniera di sale

 

Stavolta, invece, niente video. Solo audio. I media russi hanno usato l’assenza di video per smontare l’accusa dei bombardamenti; a noi sembra invece altro.

 

Ma allora, hanno finto tutto? Da certe scene viste in giro, verrebbe da pensarlo: lo spazzino che continua il suo lavoro tra i carrarmati, senza percepire minimamente la tensione del momento. La folla che acclama i wagneriani, i genitori che danno ai mercenari i bambini perché facciano la foto sul tank, Prigozhin che lascia tra selfie e strette di mano di folle di giovani in visibilio.

 

C’è la faccenda dei velivoli abbattuti, però: sono sei elicotteri e un grande aereo da trasporto. Hanno parlato di 15 piloti morti. Questa, in teoria, è la prova che non si tratta neanche lontanamente di una scenata. In realtà, abbiamo visto qualche video o qualche foto dei mezzi abbattuti, ma niente di dirimente. E verificare è, ovviamente, impossibile. Possibile cedere all’ipotesi, invero dal cospicuo sapore complottista, per cui gli aerei abbattuti sarebbero state simulazioni, parti integranti della maskirovka?

 

È un pensiero che abbiamo paura a fare. Tuttavia, è il momento di ricordare al lettore che egli con probabilità ha già veduto, nel corso della propria esistenza, un’altra maskirovka, e di proporzioni molto, molto maggiori: l’11 settembre 2001?

 

Ricordate? Degli aerei di linea centrarono perfettamente le due Torri di Nuova York: a pilotarli, in una manovra che riuscirebbe sì e no ad un Top Gun, dei sauditi che avevano malamente cercato di imparare i rudimenti del volo con dei CESSNA ad elica nelle settimane precedenti, tutti personaggi peraltro, è stato confermato di recente, che erano nelle liste dei controllati dei servizi americani.

 

Ebbene, le Twin Tower cascano verticalmente su loro stesse, e per soprammercato cade pure un palazzo limitrofo, la Torre 7, così, senza essere colpito nemmeno da un aereo di carta. Chi scrive ricorda di averlo visto in diretta, e sul momento non c’era da cercare tante spiegazioni, al massimo avrebbero detto poi cosa era stato a cagionarne il crollo. Così, lo sapete, non è stato…

 

Ora, non vogliamo tornare sui dettagli dell’11 settembre, una storia che quasi è oramai sepolta dalla storia e dai nostri cuori oberati dalle mille altre catastrofi delle ultime due decadi.

 

Tuttavia, vale la pena di ricordare cosa seguì all’atto megaterrorista del World Trade Center: trilioni di dollari vennero spostati verso il budget della Difesa americana, guerre sanguinarie ed inutili vennero combattute in Asia, dove perirono forse uno o forse due milioni di locali, con diaspore lancinanti (quella dei cristiani, ad esempio, spariti dall’Iraq) e creazioni di mostri ulteriori come l’ISIS e il nuovo Emirato d’Afghanistan.

 

Insomma, se era una mascherata, ha funzionato: le operazioni sono andate avanti come volevano i padroni del mondo, che spesso sono molto disinteressati degli effetti finali, e soprattutto del costo in termini di vite umane.

 

E quale era il fine a breve termine, quindi? Cosa c’era in gioco? Semplice: con la dimostrazione del suo potere distruttivo, l’America definiva una volta per tutte l’assetto unipolare del pianeta. Avrebbe comandato Washington, nella libertà di distruggere qualsiasi Paese e prenderne le risorse per sé e i suoi vassalli sviluppati, come previsto dalla purtroppo mai abbastanza citata dottrina Rumsfeld-Cebrowski.

 

Mi preme a questo punto ricordare la posizione espressa da un anonimo alto funzionario americano durante il lancio delle guerre post-9/11, che si espresse con parole terribili e visionarie.

 

Uscì nel 2004 un articolo sul New York Times Magazine, dove il giornalista premio Pulitzer Ron Suskind faceva parlare questa allora anonima figura dell’amministrazione Bush.

 

«Siamo un impero ora, e quando agiamo, creiamo la nostra realtà» diceva il personaggio. «E mentre studiate quella realtà, con giudizio, come volete, noi agiremo di nuovo, creando altre nuove realtà, che potete studiare anche voi ed è così che le cose si sistemeranno. Siamo gli attori della storia… e voi, tutti voi, sarete lasciati solo a studiare quello che facciamo»

 

In pratica, gli USA imperiali avevano ottenuto la macchina della realtà. Non si trattava più di conquistare il mondo, da di creare direttamente l’universo in cui vivono gli uomini, e poi ricrearlo, e crearne altri ancora.

 

Le Torri Gemelle, e la devastazione globale che ne seguì, avevano fornito allo Stato profondo americano strumenti di onnipotenza. Così almeno pensava il personaggio, che, sarebbe poi emerso, altri non era se non Karl Rove, fedelissimo dei Bush e vice capo dello staff di Dubya, neocon che ancora vediamo ad abundantiam su Fox News. Per intenderci: fu lui ad avvertire George Bush dell’attacco alle Twin Tower mentre il presidente si trovava in visita ad una scuola elementare della Florida.

 

A questo punto ci viene alla mente, per riflesso chirale, un’altra figura, in Russia però. Vladislav Surkov è oggi considerato un personaggio fuori dai giochi. Tre lustri fa, o più, uno stilista russo mi fece per la prima volta il suo nome, in una conversazione il cui tema erano le figure che davvero hanno potere in Russia. «È un oligarca?» chiesi. «No, è molto di più. È una specie di mago. E pure si diverte». Surkov è uno dei nomi sparati da Prigozhin negli ultimi giorni nelle sue tirate populiste contro i gerarchi moscoviti che si sono arricchiti in questi anni. È stato vicepremier di Medvedev, e assistente del presidente Putin dal 2013 al 2020.

 

Appassionato di musica hip hop e di arte astratta (teorizza l’inesistenza della libertà democratica, ma la verità della «libertà artistica»), oggetto di sanzioni americane da un decennio e oltre, Surkov, il «Karl Rove di Putin», è anagraficamente di origine cecena, parente, a quanto dice, di Dzhokar Dudaev, il primo presidente della Repubblica separatista di Ichkeria, assassinato da due missili a guida laser mentre parlava al telefono satellitare nel 1996: al film non manca davvero niente.

 

Molti chiamano Surkov una sorta di demiurgo in grado di plasmare la realtà secondo i suoi disegni, precisi quanto apparentemente incoerenti.

 

«Il suo scopo è minare la percezione del mondo da parte delle persone, in modo che non sappiano mai cosa sta realmente accadendo» dice il cineasta britannico Adam Curtis in un suo articolo del 2014. «Surkov ha trasformato la politica russa in uno sconcertante pezzo di teatro in continua evoluzione. Ha sponsorizzato tutti i tipi di gruppi, dagli skinhead neonazisti ai gruppi liberali per i diritti umani. Ha anche sostenuto i partiti contrari al presidente Putin».

 

Tuttavia «la cosa fondamentale è stata che Surkov ha poi fatto sapere che questo era quello che stava facendo, il che significava che nessuno era sicuro di cosa fosse vero o falso. Come ha affermato un giornalista: “È una strategia di potere che mantiene costantemente confusa qualsiasi opposizione”».

 

«Un incessante mutare forma, inarrestabile perché indefinibile. È esattamente ciò che Surkov avrebbe fatto quest’anno in Ucraina» scrive il pezzo che, ricordiamo, e del 2014 – i tempi di piazza Maidan e della Crimea riannessa. «In modo tipico, all’inizio della guerra, Surkov pubblicò un racconto su qualcosa che chiamò guerra non lineare. Una guerra in cui non sai mai cosa stiano realmente facendo i nemici, o anche chi siano. Lo scopo di fondo, dice Surkov, non è vincere la guerra, ma utilizzare il conflitto per creare uno stato costante di percezione destabilizzata, al fine di gestire e controllare».

 

Ad un certo punto, la faccenda assunse le tinte della fantascienza, anche grottesca. I giornali occidentali, BBC e Corriere della Sera inclusi, iniziarono a parlare di un dispositivo misterico e totipotente che sarebbe caduto nelle mani di Putin, il «nooscopio», una macchina che può attingere alla coscienza globale e «rilevare e registrare i cambiamenti nella biosfera e nell’attività umana». Ci sarebbe da ridere, e se qualcuno sghignazzava dietro le quinte, quello era Surkov – l’uomo che aveva capito che poteva disporre davvero di armi creatrici di mondi, di macchinari di magia imperiale in grado di produrre la realtà. Ecco che subentra il divertimento, l’ironia di livello meta: i giornaloni mondiali se la bevono tutta – Putin ha in mano la macchina che cambia l’universo.

 

Surkov nell’aprile 2020, a pochi giorni dall’operazione russa in Ucraina, è stato messo agli arresti domiciliari, con l’accusa di appropriazione indebita fondi per il Donbass. Nonostante questo, la sua lezione potrebbe essere rimasta.

 

La rivolta della Wagner rientra nella categoria della «guerra non-lineare» surkoviana? Della creazione di mondi come strumento politico?

 

E quindi, più in concreto cosa avrebbe in gioco la Russia con una simile sceneggiata? Specularmente all’11 settembre, qui si tratta di far finire una volta per tutte ogni parvenza di mondo unipolare, stabilendo una volta per tutte la multipolarità come stato delle cose globali. E ci si gioca, ovviamente, molto altro: la dedollarizzazione, per esempio, che è un cambiamento di assetto della geopolitica planetaria di cui ancora nessuno ha davvero preso le misure.

 

Se quindi fosse tutto vero, Prigozhin – come un bad boy, come una bad bank – si è agglutinato ogni negatività per procedere spedito lasciando al Cremlino la totale plausible deniability (concetto tipico della CIA: la possibilità di negare in maniere plausibile). Ad ogni nuova mossa della Wagner, Mosca potrà dire al mondo: «noi non li controlliamo! È un pazzo! È un animale! Ha tentato pure di attaccare noi»…

 

Ecco che quindi ogni rivolgimento, capovolgimento strategico diventa possibile.

 

I Wagner potrebbero marciare da Nord su Kiev, anche senza una vera capacità di conquista, obbligando la coperta ucraina ad essere tirata verso la capitale, lasciando libero il Sud, così magari da lasciar libero l’esercito russo di entrare, finalmente, ad Odessa, la città più russa del Mar Nero, della cui presa però, strambamente mai si è parlato davvero, anche se questa significherebbe in pratica la risoluzione della questione della Transnistria, che verrebbe definitivamente riannessa alla Russia (facendo partire il domino moldavo-romeno, dove di mezzo c’è la NATO…)

 

E se non fosse Odessa? Kharkov, la seconda maggiore città del Paese, dove pure non c’è stata la penetrazione che pareva esserci a inizio conflitto, dove perfino i Tinder delle ragazze kharkovite pullulavano di soldatini da Belgorod o da Grozny che ci provavano spudoratamente.

 

E se non fosse nemmeno Kharkov?

 

A fianco della Bielorussia c’è proprio la Polonia, che già è preoccupata per le armi atomiche che Putin sposterà ai suoi confini tra circa dieci giorni. Possibile che la Russia attacchi un Paese NATO? Con quello che ne consegue?

 

A questo punto, turlupinati dalle narrative magiche e sconvolti dagli eventi degli ultimi anni, possiamo pure dire che non lo riteniamo impossibile. Avete visto come gli intellettuali russi ora inizino a parlare di utilizzo delle armi atomiche contro i Paesi occidentali: fine del tabù dell’atomo, e Finestra di Overton termonucleare spalancata. Avete visto quanto il Cremlino abbia sorpreso tutti il 24 febbraio 2022, e in tante altre occasioni. Avete visto Medvedev annunciare la possibilità di spazzare via l’«avversario in eterno», la Gran Bretagna, con uno tsunami radiattivo generato da droni Poseidon. Avete visto che la realtà è illeggibile, irrazionale, irricevibile. Forse è programmata per essere così, per disorientarci.

 

Di certo, sappiamo che mai saremo arrivati qui se non fosse stata per la follia di Washington – dove, invece che un impero creatore di realtà, ci sono dei dementi che dalla realtà hanno divorziato, e sul serio.

 

La guerra ucraina è stata provocata da individui che credono che un uomo possa diventare femmina, che il clima possa essere modificato dalle virtù civiche, che uccidere feti in massa rientri nella salute delle donne, che castrare bambini faccia loro bene, che i nazisti siano democratici, che predare gli organi a persone incoscienti sia salvarle, che obbligare la popolazione a farmaci di alterazione genica sia una forma di libertà, che uccidere gli anziani, i deboli, i depressi e i poveri sia giusto, che un vecchio demente e corrotto possa vincere le elezioni con una decina di milioni di voti di scarto.

 

Questa è la vera maskirovka lanciata verso di noi, è la realtà che vogliono farci vivere, che hanno prodotto per noi, ma a cui per fortuna un certo segmento della società non crede più, né crederà mai più.

 

Ciò non toglie il fatto che siamo a un passo dall’abisso: ed è verità, realtà materiale, non illusione, menzogna, malìa.

 

È la nostra vita, e quella della nostra prole, che dobbiamo difendere dall’inganno e dai fabbricanti di realtà fatte per sterminarci.

 

Perché l’ora presente non è un Götterdämmerung, non è il «crepuscolo degli dei» di Wagner – è il crepuscolo nostro e della nostra umanità. In qualsiasi direzione andrà a finire questa guerra.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

Nucleare

Karaganov: l’UE è impazzita, bisogna fermarla «preferibilmente senza uso di armi nucleari»

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Renovatio 21 riporta l’intervista data dal politologo Sergej Aleksandrovic Karaganov al giornalista Alexander Kareevskij di Rossija 24, canale televisivo all-news russo di proprietà di VGTRK, la televisione di Stato della Russia. L’intervista ha un contenuto davvero spaventoso, perché indica come nell’intelligentsja russia vi sia una postura pronta ad uno scontro totale anche di natura atomica nei confronti dell’Europa considerata parte integrante del conflitto ucraino e futuro avversario militare di Mosca, nel ricordo di quanto fatto dal Terzo Reich nella Seconda Guerra Mondiale con l’invasione dell’URSS. Karaganov, presidente onorario del Consiglio russo per la politica estera e di difesa e supervisore accademico presso la Facoltà di economia internazionale e affari esteri della Scuola superiore di economia (HSE) di Mosca. I lettori di Renovatio 21conoscono il Karaganov per le sue affermazioni contro l’élite occidentale e riguardo l’uso di testate atomiche contro l’Europa nell’ambito del conflitto tra Occidente e Federazione Russa, un tema ribadito anche qui. Renovatio 21 potrebbe essere l’unico giornale in Italia a far notare che il presidente russo Vladimir Putin si è fatto vedere l’anno passato su un palco col Karaganov, quello del 27° Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo (SPIEF), dove il politologo ha fatto da moderatore: un segno potente che nessuno, né sulla stampa né al governo, sembra avere colto, ma che invece dovrebbe terrorizzare tutti, soprattutto quelli che hanno finanziato e armato il regime di Kiev. Il politologo russo ha fatto dichiarazioni di profondo significato geopolitico anche in una recente intervista con il giornalista americano Tucker Carlson, dettagliando come in questo momento l’Europa potrebbe essere oggetto di lanci atomici russi: una prospettiva terrificante di cui, a parte noi di Renovatio 21 e pochissimi altri, nessuno sta davvero parlando.

 

 L’Europa occidentale è sempre più coinvolta nella guerra in Ucraina. I nostri funzionari stanno già rilasciando dichiarazioni in merito. Nel frattempo, le notizie riguardanti i preparativi bellici dell’UE sollevano sempre più interrogativi. Come dovremmo rispondere a tutto questo? Per fare un esempio, citerò la notizia che i tedeschi avrebbero già prodotto 5.000 droni basati su progetti ucraini. È ridicolo sentirlo, quali progetti ucraini? È chiaro che l’industria della difesa tedesca sta lavorando direttamente su droni che colpiscono il nostro territorio. E ricordate il caso «Taurus»?

 

I tedeschi hanno fatto una mossa astuta: formalmente non forniscono armi di questo tipo, e ora a quanto pare hanno deciso di molestarci con i droni, di cui ne stanno producendo sempre di più. Col tempo, difendersi dai droni diventerà sempre più difficile. Certo, prima o poi si troverà una contromisura, ma per ora possiamo constatare che i droni sono molto più pericolosi dei missili, per esempio. Anche se, ovviamente, dipende da come vengono utilizzati. Tuttavia, la questione rimane molto complessa e l’arroganza con cui si comportano i leader dell’UE, sentendosi chiaramente completamente immuni da sanzioni, suggerisce che sia necessaria una risposta.

 

Abbiamo già risposto. Sergej Shoigu, in particolare, ha affermato che ci sono obiettivi legittimi sul territorio dell’UE e che il Ministero della Difesa ha pubblicato un elenco dei luoghi in cui vengono fabbricati questi droni. E in effetti, in risposta, la portavoce della Commissione europea Anitta Hipper ha già dichiarato, e cito testualmente: «la Commissione europea non ha prove delle affermazioni della Federazione Russa». In altre parole, secondo loro, staremmo inventando attacchi contro le nostre città, contro le nostre infrastrutture, comprese quelle civili, comprese quelle strategiche civili, e così via. E i Paesi che hanno segnalato questi attacchi, la Finlandia e gli Stati baltici, fingono di non saperne nulla.

 

Prima di tutto, permettetemi di ricordarvelo ancora una volta: loro stessi hanno affermato di aver «visto qualcosa volare da queste parti. Non era… Non si dirigeva verso di noi, stava volando da qualche altra parte». In altre parole, fanno finta di niente. E cosa dovremmo fare al riguardo? Come possiamo far ragionare questi europei occidentali? Esiste un modo, e a che livello di confronto ci troviamo effettivamente in questo momento?

 

Continuano ad arrivare numerose notizie dal Golfo Persico. Sembra esserci, e sottolineo questa parola, un certo allentamento delle tensioni, come si diceva ai tempi dell’Unione Sovietica. Inoltre, ci sono molte recenti dichiarazioni dello stesso Trump. Sembra che anche la parte iraniana stia prendendo posizione sull’apertura dello Stretto di Hormuz. Tra l’altro, i prezzi delle azioni stanno salendo grazie a queste notizie e così via. Ma, in breve, questa è la situazione al momento; questo è il quadro che sta emergendo. Torniamo in Europa e, naturalmente, parliamo dell’Iran.

 

Prima di tutto, dobbiamo fare qualcosa per noi stessi. Dobbiamo capire che, ancora una volta, l’Europa occidentale ha scatenato una guerra contro la Russia. Questa è la pura verità. L’iniziatore di questa guerra sono stati gli Stati Uniti d’America, che hanno trascinato l’UE nel conflitto. E ora gli americani, avendo capito che non riusciranno a sconfiggerci, e inoltre avendo compreso che un’escalation a livello nucleare è probabile e possibile, anche sul territorio statunitense, hanno iniziato a fare marcia indietro, pur continuando a scaldarsi le mani al fuoco della guerra europea in pieno svolgimento.

 

Quanto agli europei occidentali, alle élite dell’UE, sono completamente in bancarotta. Non hanno alcun motivo per rimanere al potere: nessun motivo morale, politico o economico, hanno fallito su tutti i fronti. Stanno fomentando l’isteria militare per distogliere l’attenzione dai propri problemi, ma si stanno anche preparando alla guerra. E questo va preso sul serio. Permettetemi di ricordarvi che, negli ultimi cinquecento anni, l’Europa è stata generalmente la fonte di tutte le maggiori sventure dell’umanità, comprese la maggior parte delle guerre, comprese le due guerre mondiali. Pertanto, non dobbiamo abbassare la guardia.

 

È importante rendersi conto che è scoppiata una guerra mondiale. Essa si sta combattendo in Europa, principalmente per mano degli europei occidentali, mentre gli Stati Uniti d’America, insieme a Israele, hanno iniziato a destabilizzare l’Eurasia meridionale.

 

Dobbiamo quindi essere assolutamente chiari sul fatto che questa è la situazione in cui ci troviamo. Cosa dovrebbe fare l’UE? L’America è una questione a parte, deve semplicemente essere fermamente frenata e allontanata da questa situazione. L’UE deve finalmente rendersi conto che verrà distrutta se l’aggressione continua. E prima lo capirà, meno persone tra noi moriranno.

 

Pertanto, mi sembra che verrà il momento in cui il presidentedovrà nominare un comandante in capo nel teatro delle operazioni con l’autorità di usare qualsiasi tipo di arma, e persino con il dovere di farlo, e incorporare nella dottrina militare una disposizione che stabilisca che, qualora ci venisse dichiarata guerra, e questa fosse dichiarata da un nemico che ci supera in termini demografici ed economici, saremmo costretti a usare armi nucleari. Naturalmente, non immediatamente. Prima, potremmo colpire gli obiettivi indicati dal nostro Ministero della Difesa, o da altri. Molto probabilmente, si tratterà di obiettivi simbolici o centri di comunicazione, che saranno colpiti con munizioni convenzionali. Se non si fermeranno, dovremo passare a un livello superiore.

 

Bisogna fermare questi europei occidentali; sono impazziti di nuovo. Inoltre, se non li fermiamo ora, la situazione peggiorerà tra qualche anno, perché il livello di propaganda anti-russa ha già superato quello dell’epoca di Hitler. E, di conseguenza, la popolazione ne sta soccombendo.

 

C’è un modo molto semplice per fermare tutto questo: dare forte enfasi alla deterrenza nucleare e chiarire che l’UE deve essere fermata. Inoltre, come già accennato, alcuni di questi Paesi si stanno preparando ad ampliare le proprie capacità nucleari e persino a sviluppare nuove forze nucleari. Non si deve permettere alle scimmie di possedere armi nucleari.

 

Ecco perché dobbiamo fermare l’UE, adesso. Preferirei che ciò avvenisse senza l’uso di armi nucleari, e certamente senza un attacco massiccio; dopotutto, l’Europa è parte della nostra anima, della nostra cultura. Ma dobbiamo capire che l’Europa occidentale è l’incarnazione di tutti i mali principali che affliggono l’umanità e la Russia. E bisogna fermarla. È impazzita.

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Sergej Alexandrovic, sa, se entriamo nello specifico – perché lei ne parla da tempo, e giustamente, e gli eventi in corso confermano quanto lei afferma, ovvero che l’UE diventerà ancora più sfrontata. È chiaro che ci sono molte proposte su come fare in modo che smettano di comportarsi in questo modo. Dmitrij Medvedev ha già affermato che ci sono obiettivi legittimi nell’Europa occidentale e così via.

 

La lista è stata pubblicata dal nostro Ministero della Difesa. Siamo onesti: questo è il nostro ultimo tentativo di farli rinsavire, per così dire, di spaventarli, in modo che prendano una decisione. Ma anche adesso, quando parlo con i miei colleghi, tutti dicono: «Cos’è questa, un’altra linea rossa? Se avessero voluto, avrebbero colpito molto tempo fa». Cosa risponde a questo?

Abbiamo sperato nella riconciliazione per troppo tempo; c’era, e forse c’è ancora, un fortissimo sentimento filoeuropeo nella nostra società e tra le nostre élite, sebbene debba sottolineare che, nelle circostanze attuali, il sentimento filoeuropeo e gli atteggiamenti filo-occidentali sono segno di stoltezza e doppiezza morale. Quindi, ora dobbiamo agire con decisione, consapevoli che l’UE deve essere fermata. Se non la si ferma, ci sarà una guerra di vaste proporzioni, che porterà comunque alla distruzione dell’Europa, ma non possiamo permetterci di perdere le nostre persone migliori e di mettere a rischio le nostre città per il bene dell’UE. Deve essere fermata. Si è liberata dalle sue catene ancora una volta, come è accaduto molte volte nella storia.

 

Ripeto: dobbiamo nominare un comandante in capo nel teatro delle operazioni con l’autorità e la responsabilità di usare armi nucleari qualora l’Europa si rifiutasse di ritirarsi o addirittura di arrendersi. Presto saremo in grado di lanciare loro un ultimatum se continueranno a comportarsi in questo modo. È una questione seria. Forse a un certo punto si potrà raggiungere un accordo con gli americani; lì ci sono ancora persone di buon senso. Nell’Europa occidentale, non ce ne sono più. Naturalmente, esistono a livello umano, ma sono sempre meno e vengono messe da parte. Le élite dell’UE sono impazzite; sono completamente degenerate intellettualmente. E per di più, non hanno paura di noi. Dobbiamo far sì che ci temano davvero; dobbiamo incutere loro terrore.

 

Credo che dovremo adottare misure più drastiche: tagliare i cavi sottomarini e iniziare a testare armi nucleari, tra le altre cose. Se ciò non dovesse bastare, dovremo colpire obiettivi nell’Europa occidentale, avvertendo che, se dovessero continuare, le prossime ondate di attacchi saranno nucleari. Dimentichiamoci delle sciocchezze secondo cui una guerra nucleare non si può vincere: si può vincere.

 

Ma Dio non voglia che accada, perché sarebbe un peccato gravissimo. Eppure, se non riusciamo a fermare un’Europa impazzita, sarà un peccato mortale, imperdonabile sia per il nostro popolo che per tutta l’umanità. La bestia, se non deve essere annientata, almeno deve essere rinchiusa saldamente in una gabbia.

 

Signor Karaganov, lei dice sempre quello che pensa con franchezza, soprattutto in diretta televisiva. Tra noi gente comune si discute molto in questo momento. Possiamo constatare che ai vertici, una parte dell’élite è composta proprio da quella schiera filo-europea, filo-occidentale e via dicendo, gli anglofili e tutti gli altri che sono sempre stati presenti in Russia: abbiamo sempre avuto occidentalisti, slavofili e così via. E molti di questi esponenti dell’élite vogliono che le cose rimangano come erano prima, tornare a Courchevel e così via. Forse dobbiamo fare chiarezza internamente.

 

E chi è il nostro nemico? È chiaro che il nemico è il regime di Kiev; i nostri ragazzi lo stanno combattendo, è evidente. Ma noi stessi diciamo che c’è qualcuno dietro. E chi è? Lo capiamo benissimo: se è l’UE, allora perché vendiamo gas, petrolio e tutto il resto lì? Se non si tratta del nemico, ed è teoricamente possibile raggiungere un accordo con esso, allora si tratta di una politica diversa. Forse dobbiamo fare chiarezza su noi stessi: chi siamo e cosa vogliamo in definitiva? Di norma, il popolo appoggia le azioni del presidente. Ma, a mio avviso, non tutti nell’élite lo fanno.

Ripeto: nelle circostanze attuali, il sentimento filoeuropeo è segno di debolezza mentale, corruzione morale e tradimento. È «vlasovismo» [termine che significa tradimento, ndr]. Dobbiamo trattare in questo modo coloro che cercano di negoziare con l’Europa ancora una volta. Devono essere estromessi, con mezzi non violenti laddove possibile, dalle nostre menti e dalle nostre fila. E se i mezzi non violenti falliscono, allora si dovranno applicare misure severe.

 

Ripeto: ci troviamo ancora una volta di fronte alla minaccia di una guerra di vaste proporzioni. Dobbiamo impedirlo. La guerra è già iniziata. Se non la fermiamo ora, e, purtroppo, abbiamo tergiversato per quattro anni, le cose non potranno che peggiorare. Ci saranno più armi, potrebbero esserci nuove armi nucleari e nuovi sciami di droni. Ci sarà un’élite ancora più brutalizzata e una popolazione ancora più indottrinata. Dimentichiamo che la propaganda odierna nell’Europa occidentale, in particolare nell’Europa nord-occidentale, riguardo alla Russia è altrettanto grave, se non peggiore, di quella di Hitler durante la Grande Guerra Patriottica, ovvero la Seconda Guerra Mondiale.

 

Dobbiamo prendere la questione molto seriamente. L’UE deve essere fermata. Se non la fermiamo, dovremo distruggerla. Preferiremmo non farlo, perché, in fin dei conti, l’Europa fa parte della nostra cultura.

 

Certo, dobbiamo prima di tutto rivolgerci a ciò che ci sta più a cuore e comprendere chi siamo. Siamo una grande nazione-civiltà eurasiatica, con radici spirituali nel Sud, a Bisanzio, in Palestina, nel mondo musulmano e in quello buddista, mentre il nostro sistema politico proviene dall’Oriente.

 

L’influenza di Pietro il Grande, in parte tecnologica e in parte culturale, ci è stata benefica. Ma ci siamo protratti nel nostro cammino europeo per almeno 120-130 anni. Se ci fossimo allontanati dall’Europa allora, come intendeva Alessandro III, credo che non avremmo avuto un XX secolo così tragico e terribile. Non dobbiamo permettere che ciò accada di nuovo. Dobbiamo porre fine all’Europa nei nostri cuori, altrimenti dovremo porvi fine fisicamente. E questo è qualcosa che vorremmo assolutamente evitare.

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Signor Karaganov, ecco perché sorridevo mentre parlava: oggi sembra un po’ più benevolo nei confronti dell’Europa del solito. Mi chiedo quale sia il motivo?

Sono più gentile?

 

Oggi sì. Hai detto: «una parte della nostra anima risiede lì». Prima non lo diceva.

L’ho detto perché sono profondamente coinvolto in questa questione. Dopotutto, abbiamo una presenza lì. Se non fosse per l’influenza europea, non avremmo Karamzin, non avremmo Puškin, non avremmo Čajkovskij, Mussorgskij, Tolstoj, o persino Dostoevskij, che, come sapete, era piuttosto scettico nei confronti dell’Europa. Giusto.

 

Quindi, l’Europa è la fonte di tutti i mali, soprattutto per la Russia, sia morali che militari. Cinquecento anni di storia mostruosa, e anche di più, che risale all’epoca di Aleksandr Nevskij. Dobbiamo porre fine alla nostra storia europea, e coloro che desiderano tornare in Europa, nelle loro dimore o nelle loro capitali, devono essere allontanati dalla nostra élite o espulsi. Tuttavia, alcuni di loro sono già fuggiti grazie all’operazione militare in Ucraina. Ma non vale la pena continuare all’infinito e sprecare i nostri uomini migliori cercando di convincere l’Europa occidentale a ragionare. Dobbiamo iniziare a contrattaccare.

 

Beh, continuiamo a cercare di persuadere l’Europa, appellandoci al loro senso di ragione, e così via, ma finora con scarso successo.

Non c’è alcun senso della ragione. Stanno diventando sempre più audaci sotto i nostri occhi, tutto qui. Questo è sbagliato. Abbiamo a che fare con un branco di iene senza cervello. Devono essere prese a bastonate in testa o semplicemente uccise. Non c’è altro modo.

 

Molti obiettano per questo. Gli europei occidentali continuano a dire: «siete stati voi a iniziare la guerra in Ucraina, e una volta che l’avrete conclusa, torneremo ad essere amici e tutto andrà a meraviglia; non è colpa nostra. Siete stati voi a iniziarla per primo». Cosa risponde a questo?

Non dobbiamo dimenticare nemmeno gli Stati Uniti, e l’UE ha iniziato la sua aggressione contro la Russia quando volevamo entrare a far parte dell’Europa e dell’Occidente. Era a metà degli anni Novanta, quando decisero di allargare la NATO. Ne scrissi e ne parlai – probabilmente ve lo ricordate ancora – dicendo che questo avrebbe inevitabilmente portato, prima o poi, alla guerra. E loro lo fecero deliberatamente, provocandoci consapevolmente.

 

Lo abbiamo tollerato fin troppo a lungo. È stato un nostro errore. Non possiamo più tollerarlo. Dobbiamo capire che, lo ripeto ancora una volta, se dobbiamo porre fine all’Europa nord-occidentale, è una scelta terribile, ma è una scelta necessaria per l’intera umanità. Questa ulcera deve essere curata in qualche modo con delle medicine, oppure semplicemente estirpata.

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Lei parla dell’Europa occidentale. Ma guardi come hanno fatto il lavaggio del cervello agli ungheresi. Vogliono vivere come vivono nell’Europa occidentale, capisce? Anche se i migranti violentano i loro stessi connazionali nei sottopassaggi, dicono: «abbiate pazienza, forse passerà da solo», come dicevano nel nostro film. Hanno riprogrammato le loro menti molto velocemente. E mi sembra che sia così ovunque in Europa. E stanno cercando di spingere anche noi in quella direzione. Volete che sia così anche lì? La vita lì è meravigliosa.

Tipo cosa? È una nostra sfortuna pensare che la vita lì sia meravigliosa. La vita lì sta peggiorando sempre di più. Certo, gli europei occidentali sono molto arrabbiati con noi, perché una volta, negli anni Cinquanta, sessanta e oltre, li abbiamo privati ​​della loro superiorità militare, ed è su questa base che si è costruita la loro capacità di imporre la propria cultura, i propri interessi politici, il colonialismo, il razzismo e, soprattutto, di saccheggiare il mondo intero. Abbiamo minato quelle fondamenta. Ecco perché le élite dell’Europa occidentale, forse non tutta la popolazione se ne rende conto, ci odiano con passione. E stanno facendo il lavaggio del cervello al proprio popolo.

 

Ricordate come dicevano i nostri predecessori: «La Germania è un Paese colto». Come potevano? Beh, ora gli europei si stanno trasformando in fascisti tedeschi. Ecco perché dobbiamo fermarli prima che, impazziti, precipitino in una guerra di grandi proporzioni, una guerra davvero di grandi proporzioni. Ci stanno facendo la guerra.

 

Dobbiamo riconoscerlo, scusatemi, e dichiararlo.

Sì. E dichiarare un teatro di guerra europeo.

 

Non siamo in guerra in Ucraina contro lo sfortunato e ingannato popolo ucraino, sebbene vi sia un numero impressionante di persone che sono state ingannate e sottoposte al lavaggio del cervello. Siamo in guerra contro l’Occidente nel suo complesso e, soprattutto, contro l’Europa. Dobbiamo comprenderlo, riconoscerlo e smetterla di riporre le nostre speranze in idee ridicole e insensate.

 

Non abbiamo bisogno di un’Europa così. Tanto più che l’Europa che un tempo amavamo non esiste più. Quella era l’Europa del Rinascimento, l’Europa dei grandi poeti e dei grandi pensatori. Negli ultimi decenni, è degenerata. Ve lo assicuro. Anch’io un tempo ero un europeista e persino uno dei fondatori dell’Istituto d’Europa. Quando mi sono avvicinato a esso, mi sono reso conto che le cose stavano andando male.

 

Sapete, consiglierei ai nostri europeisti che occupano posizioni di rilievo di leggere Thomas Mann, il suo romanzo La montagna incantata. È un romanzo molto lungo, è vero, e contiene diverse riflessioni di un gesuita e di un massone. Thomas Mann era un antifascista; non era un fervente russofobo. Ma attraverso uno dei personaggi principali, mostra come ci vedono. Si tratta di un romanzo del 1924, cari amici. Non ci hanno mai considerato loro pari, e non lo fanno tuttora.

Ascoltate, questo è il nostro problema. Come possiamo considerare questi individui (anche se tra loro ci sono persone perbene) moralmente corrotti e bastardi come nostri pari? È ridicolo dire che ci trattano male. Le loro élite si stanno trasformando in esseri subumani. Pertanto, dobbiamo trattarli di conseguenza. E dire che siamo pari è umiliante per noi.

 

Siamo un grande Paese, una grande cultura – per inciso, una cultura che ha continuato e sviluppato le migliori tradizioni dell’umanesimo europeo. Guardate, siamo in guerra in Ucraina, ma non abbiamo una feroce propaganda anti-ucraina, anche se, in linea di principio, dovrebbe esserci durante una guerra. Quindi, ci siamo tenuti il ​​meglio dell’Europa per noi. Non ne è rimasto più nulla lì. Ecco perché dobbiamo tagliarci fuori da essa, e se questo non funziona, allora distruggerla.

 

Mi rendo conto che ci siamo addentrati in discussioni piuttosto filosofiche e politiche, ma sono assolutamente fondamentali per capire chi sia il nostro nemico in questo momento. Perché, in effetti, il sentimento filoeuropeo è forte; tendiamo a ricordare i bei tempi. Sappiamo che l’Europa ha fatto molto di buono per il mondo, ma ha questo tallone d’Achille. È sempre stata molto razzista.

Abbiamo dimenticato che l’Europa è l’incarnazione di tutti i mali più grandi dell’umanità: colonialismo, razzismo, le ideologie più vili e genocidi di massa in tutto il mondo. Non solo il genocidio di ebrei e russi, sovietici, ma anche in Africa, in India e in tutto il mondo, dove sono stati distrutti popoli e interi continenti. Dobbiamo quindi comprendere che questa è una piaga dalla quale dobbiamo isolarci il più possibile. E se non possiamo isolarci, dobbiamo distruggerla.

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C’è ancora una possibilità, dopotutto? Dalla sua risposta, ho capito di no. Ma vorrei comunque invocare ancora una volta una sorta di soluzione. La speranza è l’ultima a morire. Eppure ci sono certi colpi di scena, non so, nel Golfo Persico con l’America, o altro, quindi questa grande guerra in Europa potrebbe essere rimandata in modo significativo, dopotutto?

 

A mio avviso, i Paesi non sono pronti a combattere in questo momento: né loro né noi. Ma questa mancanza di preparazione non determina né esclude questa guerra. C’è ancora speranza che tutto questo venga rimandato per il momento? Perché al momento, la sensazione è che la guerra sarà qui domani.

E le cose peggioreranno. Dobbiamo agire ora; avremmo dovuto agire ieri e l’altro ieri. Ne ho già parlato. Ne abbiamo discusso anche con voi in seguito. Abbiamo aspettato troppo a lungo, sperato troppo a lungo e ci siamo lasciati influenzare troppo a lungo dai nostri europeisti. Ho già detto chi sono. Quindi, ripeto: spero che una parte dell’Europa, quando crollerà, non perisca sotto i nostri attacchi nucleari, sebbene una parte significativa di essa se lo meriti, ma una parte di quest’Europa, credo, tornerà a una vita normale e ai valori umani. Questa è l’Europa meridionale: Spagna, Italia, Grecia. Questa è una parte significativa dell’Europa centrale. E dobbiamo isolarci dal resto come dalla peste, dal contagio. O distruggerla. Dio non voglia, perché alla fine periranno persone innocenti. Ecco perché vorrei tanto che prendessimo provvedimenti decisivi per prevenire una guerra nucleare di proporzioni enormi in Europa.

 

Sebbene una guerra nucleare limitata sia possibile, e potremmo dovervi ricorrere, e ne usciremo vittoriosi, anche se, naturalmente, l’amarezza rimarrà, perché l’uso di armi di distruzione di massa, quando muoiono dei bambini, è un grande peccato. Ma ripeto: se non fermiamo l’Occidente, che ormai è diventato selvaggio, gli Stati Uniti fanno parte di questo Occidente, ma al momento agiscono con più cautela, anche se attualmente stanno aizzando Israele contro gli arabi e incendiando tutta l’Eurasia meridionale mentre si ritirano dall’Eurasia, se non li fermiamo, il mondo perirà in una grande guerra termonucleare. Non dobbiamo permettere che ciò accada.

 

In primo luogo, non dobbiamo permettere che ci logoriamo in questa guerra contro questi nessuno. Non possiamo permetterci di perdere altri nostri ragazzi. E in secondo luogo, dobbiamo evitare una grande guerra termonucleare, che inevitabilmente scoppierà se questo conflitto globale che ora sta divampando continuerà a infuriare. La prima cosa che dobbiamo fare è cacciare l’UE.

 

Non vorrei proprio che la situazione si evolvesse in questo modo. D’altra parte, da quello che hai detto – ne parliamo da così tanto tempo – sembra che non ci sia via d’uscita.

E non ci deve essere via d’uscita. Dobbiamo prendere una posizione ferma contro l’UE; se necessario, dobbiamo punirla. Ripeto: non trarremo più nulla di buono dall’Europa. Un tempo ne abbiamo tratto qualcosa.

 

Anche se vorrei ricordarvi che non abbiamo ricevuto il cristianesimo dall’Europa, né l’Islam, e ci sono molte altre cose che non abbiamo ricevuto dall’Europa.

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Civiltà

Valpurga e oltre: le origini esoteriche del 1° maggio

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Gioisca il cittadino della Repubblica fondata sul lavoro: oggi è la sua festa, evviva evviva.   Eccerto: la Carta semisovietica dello Stato italiano prevede il lavoro come idolo supremo, feticcio religioso da mettere sin nel primo articolo. Poi, certo, lo abbiamo visto gettato alle ortiche col green pass, ma questa è un’altra storia.   Colpisce come pochi conoscano che le origini di quella che è la festa più «laica» immaginabile sono incontrovertibilmente pagano-esoteriche, e ciò non è privo di conseguenze.   Innanzitutto: la notte precedente alla festa del Lavoro è la notte di Valpurga. Su Renovatio 21 negli anni scorsi ne abbiamo parlato ad abundantiam, perché, per quella precisa cifra nordico-occultista tornata in voga in Ucraina dopo che si pensava fosse stata sepolta nel ’45 fra le macerie di Berlino, vi erano quei progetti di attacco militare che Kiev (la città del Monte Calvo…) voleva portare contro la Russia.

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Il nome di questa notte deriva da una santa monaca bavarese vissuta 1300 anni fa, Valpurga di Heidenheim (710–777). La ricorrenza, tuttavia, è molto più antica. In questa notte, i popoli dell’Alta Europa hanno per millenni celebrato la primavera con riti propiziatori, e la festa continua ad essere sentita in un’ampia porzione del continente.   Secondo una tradizione germanica che risale al IV secolo, questa è la notte in cui le streghe, nell’ora del loro massimo potere, escono a ballare e cantare alla Luna con i demoni a far loro compagnia nel sabba più grande.   Il popolo, per tener lontano gli spiriti malvagi, accende falò nei campi e prega per l’intercessione di Santa Valpurga, considerata nemica di pesti, malattie e della stregoneria.   Questa è quindi la notte delle streghe, e ancora oggi in Baviera la chiamano infatti Hexennacht, dove hexen è l’arcaico lemma tedesco per lo stregone e la magia nera – l’inglese moderno mantiene la parola hex per indicare una fattura.   Non tutti sanno che la notte delle streghe in tempi moderni è stata spesso teatro di disordini pubblici, scontri con la polizia e atti di vandalismo, specialmente in Germania e in Isvezia, ma anche nell’apparentemente tranquilissima Finlandia.   In diverse città tedesche, in particolare a Berlino (distretto di Kreuzberg) e Amburgo, la Hexennacht precede tradizionalmente le manifestazioni del 1° maggio. Per decenni, questa notte è stata caratterizzata da rivolte urbane, con lanci di pietre, bottiglie e fuochi d’artificio contro le forze dell’ordine; incendi dolosi, con auto e cassonetti della spazzatura dati alle fiamme come forma di protesta o vandalismo gratuito; scontri tra fazioni, con tensioni tra gruppi di estrema sinistra (come i Black Bloc) e la polizia, spesso con numerosi arresti e feriti tra entrambi i fronti.   In Isvezia In Svezia, la festa di Valborg vede raduni di migliaia di giovani in parchi pubblici (come a Uppsala e Lund). Sebbene non sempre di natura politica, la violenza in questi casi è spesso causata dall’abuso di alcolici e – pensiamo noi – dalla disperazione di una società sazia ma senza Dio e ora invasa catastroficamente da immigrati violenti. Per cui, durante Valpurga, ecco che nelle città svedesi si manifestano risse e aggressioni, con frequenti casi di violenza interpersonale durante i grandi assembramenti notturni, più l’immancabile vandalismo diffuso: danni a proprietà pubbliche e private a seguito dei festeggiamenti nei parchi.   In Finlandia, la Notte di Valpurga è conosciuta come Vappu ed è una delle festività più importanti dell’anno, celebrata il 1° maggio e durante la sua vigilia. Sebbene sia considerata oggi una festa gioiosa simile a un carnevale che unisce studenti e lavoratori, la sua storia e le celebrazioni moderne hanno visto episodi di tensione e incidenti. La polizia interviene regolarmente per sedare scontri fisici, specialmente nei parchi dove migliaia di persone si riuniscono per picnic notturni (come il parco Kaivopuisto a Helsinki)   Nel 2008 a Helsinki una manifestazione chiamata «Free Helsinki» è degenerata in scontri violenti con la polizia, con lancio di bottiglie e 27 arresti. A Turku nel 2016 due uomini sono rimasti gravemente feriti in un accoltellamento durante i festeggiamenti in centro città. A Tampere nel 2024 e nel 2025 la polizia è dovuta intervenire per sciogliere scontri tra manifestanti di opposte fazioni durante marce politiche. A Järvenpää nel 2018: un giovane è stato accoltellato (un vero tentato omicidio) durante la serata della vigilia.

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C’è chi indica riferimenti moderni significativi per Valpurga: il 30 aprile 1966 Anton LaVey scelse questa data simbolica per fondare la Chiesa di Satana. E fu proprio la notte del 30 aprile 1945 Adolfo quella che Hitler decise fosse quella del suo suicidio nel bunkerro a Berlino: frange nazi-esoteriche celebrano la notte anche per questo.   La data oscura per qualche ragione è stata scelta anche dalla fazione opposta. I comunisti, quelli del culto pagano del dio-Lavoro, se ne sono appropriati definitivamente, imponendola al mondo dopo Yalta come festa in cui celebrano la loro religione feticista.   Vale la pena, a questo punto, concentrarsi sul simbolo, sempre più desueto ma ancora ben presente, che sta dietro alla religione del lavoro e alle sue feste: la falce e il martello.   Sebbene la falce e il martello siano universalmente noti come simboli politici dell’unione tra contadini e operai, le loro radici affondano in un immaginario simbolico molto più antico, legato al mito, all’alchimia e (ma guarda) alla massoneria.   Prima di diventare il simbolo dei contadini, la falce era l’attributo principale di Saturno (il Crono dei greci), divinità dell’agricoltura ma anche del Tempo che tutto divora. Saturno, figura legata alla malinconia, è il padre il cui potere è tale da poter divorare i propri figli: immagine perfetta del Moloch sovietico, e spiegazione ultima del suo fallimento.   Julius Evola, che in Rivolta contro il mondo moderno vedeva nell’innalzamento dei simboli dei lavoratori della «quarta casta» una riprova del Kali Yuga, l’era della dissoluzione, deprecava la perdita del senso sacro dei simboli ora tenuti a celebrare solo il lavoro materiale. Evola insisteva sull’aspetto «tellurico», cioè legato alle forze infere, della falce, contrario ai valori «solari» della tradizione aristocratica.   In ambito massonico ed ermetico, la falce è spesso associata alla morte (la «Grande Falciatrice») ma anche alla selezione spirituale, intesa come la capacità di separare il «grano dalla pula» per l’elevazione dell’iniziato. Dietro la patina esoterica, vediamo come anche qui sia chiaro come si tratti di un simbolo mortifero.   Il martello ha pure origini sacre legate a divinità come Efesto o, più risaputamente oggidì, al dio nordico Thor, rappresentando il potere creatore che plasma la materia grezza. In Arti del metallo e alchimia Mircea Eliade indica nel martello lo strumento del fabbro, figura mitologica semidivina che “aiuta la natura” a partorire i metalli. Il martello ha un valore magico e cosmogonico (creatore di mondi)   Tuttavia va notato come per la massoneria il martello costituisce uno degli strumenti fondamentali della loggia (il maglietto). Simboleggia la volontà attiva, l’intelligenza che guida la forza e l’autodisciplina necessaria per «sgrossare la pietra grezza», ovvero perfezionare il proprio spirito, dicono gli apologeti della setta verde.   Nel mondo dell’alchimia, il martello rappresenta il lavoro del fabbro interiore, colui che attraverso il «fuoco» delle passioni e il colpo della coscienza trasforma i metalli vili in oro spirituale. Réné Guénon osservava come il martello, che va fatto risalire al fulmine (vajra) della tradizione vedica, sia stato ridotto nell’evo moderno a mero strumento di produzione materiale e industriale.

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Ne Il regno della quantità e i segni dei tempi, il Guénon accenna al fatto che l’uso di questi simboli da parte di movimenti materialisti sia una forma di «contro-tradizione»: si prendono simboli arcaici e potenti, ma li si svuota della loro dimensione verticale (cioè spirituale) per renderli puramente orizzontali (cioè sociali ed economici).   L’incrocio dei due simboli richiama strutture iconografiche antiche dove strumenti contrapposti indicano una totalità fatta di energia oscura, violenta, assassina. Esotericamente, l’unione dei due strumenti può essere letta come la sintesi tra la forza distruttiva e selettiva (falce) e la forza costruttrice e formatrice (martello), necessaria per l’instaurazione di un nuovo ordine cosmico o sociale. In realtà, è chiaro a tutti come entrambi siano strumenti di lavoro che possano essere concepiti come armi, e il rosso della bandiera lo fa capire ancor di più.   Yevgeny Kamzolkin (1885–1957), l’artista che disegnò il simbolo della falce e del martello per i Soviet per la festa del 1° maggio 1918, non era un rivoluzionario di lunga data ma un pittore legato a circoli artistici influenzati dal misticismo e – pure senza essere legato direttamente alla figura del pittore Nikolaj Roerich (1874-1947), dall’occultismo russo. Membro della società artistica Zhar-tsvet (Fiore di fuoco), si dedicava a una pittura intrisa di elementi spirituali con riferimenti all’egittologia.   Non solo l’autore del simbolo era in odore di esoterismo. Anatolij Lunacharskij, celeberrimo commissario del popolo che approvò il simbolo, era vicino a correnti come i «Cercatori di Dio», che cercavano di fondere il marxismo con una sorta di spiritualità laica.   Insomma: Hitler, il suicida di Valpurga, viene accusato di aver infilato un simbolo esoterico (la svastica, simbolo indoeuropeo apotropaico: su-asti, in sanscrito, significa «è bene») ovunque, dai cacciabombardieri ai cioccolatini. I comunisti non hanno fatto diversamente. I democrion stiani, i liberali, etc., glielo hanno lasciato fare.   Ebbene sì: lo Stato moderno, sincero-democratico, ha le radici nel mondo arcano fatto di streghe e dèi cattivi – di demoni. E il lettore si stupisce? Cosa pensiamo che accada quando lo Stato diviene non-cristiano?   Lo dice il Signore stesso, quando ci parla della «casa vuota». «Quando lo spirito immondo è uscito da un uomo, se ne va per luoghi aridi in cerca di riposo, e non trovandolo, dice: – Tornerò nella mia casa, donde sono uscito. – E quando vi giunge, la trova vuota, spazzata e ornata. Allora va a prendere sette altri spiriti peggiori di lui, i quali v’entrano e vi si stabiliscono, al punto che la condizione ultima di quell’uomo diventa peggiore della prima. Così accadrà anche a questa generazione perversa» (Mt 12, 43-45).   Sì: il 1° maggio è la festa del ritorno dei demoni.   Con tutta la sua simbologia occulta, il suo paganesimo civile esibito, con la celebrazione di una data oscura, la festa del Lavoro si dà come la celebrazione esoterica dello Stato moderno, con tutti i suoi diavoli. Gratti la retorica sindacale, e ci trovi il Male.   Cioè, il Lavoro come teatrino per la distruzione dell’uomo, programmato da chi lo odia da sempre, da chi è omicida sin dal principio.   Il culto dei lavoratori vuole in realtà il loro sterminio. Non ci credete? State a guardare come milioni – miliardi – di lavori saranno falciati, forse tra mesi e non anni, dall’Intelligenza Artificiale e dai robot, e intere società saranno martellate dalla povertà e dalla disperazione.   Poteva andare diversamente, per lo Stato moderno, costruito non su Dio, non sulla Vita, ma sul lavoro?   La civiltà che mette lo strumento sopra l’essere umano, genera giocoforza stragi e devastazioni. Essa cessa di essere una civiltà, diviene anzi l’anti-civiltà, l’impero della Necrocultura – il Regno Sociale di Satana.   Roberto Dal Bosco

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Pensiero

Il manifesto di Palantir in sintesi

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La società Palantir, da anni al centro di controversie per il peso che avrebbe nell’amministrazione, ha pubblicato online una summa delle idee contenute nel libro del suo CEO Alex Karp smartfono La repubblica tecnologica, uscito alla fine del 2025. Palantir produce un software di sorveglianza e predizione utilizzato dai servizi segreti e dalle forze di polizia non solo americane. I suoi prodotti principali sono Gotham (per intelligence e difesa), Foundry (per il settore commerciale) e AIP (Artificial Intelligence Platform), che collega AI sicura ai dati aziendali.

 

Nata per supportare operazioni antiterrorismo, oggi è leader nell’AI agentica e nell’automazione operativa, dal fronte militare alle catene di produzione. Con sede principale in Florida, Palantir è quotata in borsa (PLTR) e nel 2026 ha una capitalizzazione di circa 349 miliardi di dollari. La sua forza sta nel trasformare dati complessi in azioni concrete, mantenendo un forte focus sulla sicurezza – in passato è circolata l’idea che il software avesse contribuito ad individuare Bin Laden.

 

L’azienda è accusata di essere un bastione dell’apparato industriale di sorveglianza e AI in caricamento nello Stato americano e non solo. Alcuni sostengono che vi sia una grande influenza di Palantir sull’amministrazione Trump: Thiel fiancheggiò apertamente Trump nell’elezione presidenziale 2016 (mentre nel 2020, per qualche ragione, non lo fece…) e diede il primo lavoro in Silicon Valley al vicepresidente JD Vance, facendolo operare in un suo fondo venture capital.

 

Il Karp, nato nel 1967 da padre ebreo e madre afroamericana, è laureato in filosofia a Haverford e con un dottorato in teoria sociale neoclassica all’Università di Francoforte. Si tratta di un background insolito per un CEO della Silicon Valley: studia con il filosofo tedesco dell’ermeneutica Juergen Habermas, critica il gergo ideologico e mescola pensiero europeo con pragmatismo americano.

 

La sua filosofia, esposta nel libro, è un manifesto nazionalista americano che accusa la Silicon Valley di essersi smarrita inseguendo app frivole e ha dimenticato le sue radici nel complesso militare-industriale. Seguendo in parte il pensiero dello studioso dello «scontro delle civiltà» Samuel Huntigton, Karp sostiene che l’Occidente non prevale per superiorità morale astratta, ma per la capacità di applicare violenza organizzata attraverso la tecnologia. Perciò la produzione di software e l’AI devono tornare a servire l’«hard power» per mantenere la supremazia americana e occidentale contro avversari autoritari.

 

Per il Karpo il progresso tecnologico non è neutro: deve essere al servizio della nazione, della deterrenza e della sopravvivenza delle società libere. Critica il pacifismo di comodo della Valley e invita a un’alleanza tra Stato e industria tech per un nuovo «secolo americano». Il Karp è noto da anni per il suo essere eccentrico (avrebbe una strana passione per gli occhialini da piscina), diretto e controverso.

 

Sul principale finanziatore e fondatore di Palantir, Peter Thiel, assurto di recente agli onori delle cronache italiane per la sua conferenza a Roma sull’anticristo, Renovatio 21 ha scritto molto in passato.

 

In un post su X, l’account ufficiale di Palantir, sostenendo di aver ricevuto molte richieste in merito, pubblica una sintesi delle idee di CEO e quindi dell’azienda.

 


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1. La Silicon Valley ha un debito morale nei confronti del Paese che ha reso possibile la sua ascesa. L’élite ingegneristica della Silicon Valley ha l’obbligo di partecipare attivamente alla difesa della nazione.

 

2. Dobbiamo ribellarci alla tirannia delle app. L’iPhone è forse la nostra più grande, se non la più grande, conquista creativa come civiltà? Questo oggetto ha cambiato le nostre vite, ma ora potrebbe anche limitare e vincolare la nostra percezione del possibile.

 

3. La posta elettronica gratuita non basta. La decadenza di una cultura o di una civiltà, e in effetti della sua classe dirigente, sarà perdonata solo se quella cultura sarà in grado di garantire crescita economica e sicurezza per la collettività.

 

4. I limiti del soft power, della sola retorica altisonante, sono stati smascherati. La capacità delle società libere e democratiche di prevalere richiede qualcosa di più del semplice appello morale. Richiede hard power, e l’hard power in questo secolo si baserà sul software.

 

5. La questione non è se verranno costruite armi basate sull’Intelligenza Artificiale; è chi le costruirà e per quale scopo. I nostri avversari non si fermeranno a indulgere in dibattiti teatrali sui meriti dello sviluppo di tecnologie con applicazioni critiche per la sicurezza nazionale e militare. Andranno avanti.

 

6. Il servizio nazionale dovrebbe essere un dovere universale. Come società, dovremmo seriamente considerare l’abbandono di un esercito composto interamente da volontari e combattere la prossima guerra solo se tutti ne condividono il rischio e il costo.

 

7. Se un marine statunitense chiede un fucile migliore, dovremmo costruirglielo; e lo stesso vale per il software. Come Paese, dovremmo essere in grado di continuare un dibattito sull’opportunità di un’azione militare all’estero, rimanendo al contempo fermi nel nostro impegno verso coloro a cui abbiamo chiesto di esporsi al pericolo.

 

8. I dipendenti pubblici non devono essere i nostri sacerdoti. Qualsiasi azienda che retribuisse i propri dipendenti nello stesso modo in cui il governo federale retribuisce i dipendenti pubblici farebbe fatica a sopravvivere.

 

9. Dovremmo mostrare molta più clemenza verso coloro che si sono dedicati alla vita pubblica. L’eliminazione di qualsiasi spazio per il perdono – l’abbandono di ogni tolleranza per la complessità e le contraddizioni della psiche umana – potrebbe lasciarci con al potere personaggi di cui ci pentiremo in futuro.

 

10. La psicologizzazione della politica moderna ci sta sviando. Coloro che cercano nell’arena politica nutrimento per la propria anima e il proprio senso di identità, che si affidano eccessivamente all’espressione della propria vita interiore in persone che forse non incontreranno mai, rimarranno delusi.

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11. La nostra società è diventata troppo ansiosa di accelerare, e spesso si compiace, della caduta dei suoi nemici. La sconfitta di un avversario è un momento di riflessione, non di gioia.

 

12. L’era atomica sta finendo. Un’era di deterrenza, l’era atomica, sta per concludersi e una nuova era di deterrenza basata sull’Intelligenza Artificiale sta per iniziare.

 

13. Nessun altro Paese nella storia del mondo ha promosso valori progressisti più di questo. Gli Stati Uniti sono tutt’altro che perfetti. Ma è facile dimenticare quante più opportunità ci siano in questo Paese per coloro che non appartengono all’élite ereditaria rispetto a qualsiasi altra nazione del pianeta.

 

14. La potenza americana ha reso possibile una pace straordinariamente lunga. Troppi hanno dimenticato, o forse danno per scontato, che per quasi un secolo nel mondo sia prevalsa una qualche forma di pace, senza un conflitto militare tra grandi potenze. Almeno tre generazioni – miliardi di persone, i loro figli e ora i loro nipoti – non hanno mai conosciuto una guerra mondiale.

 

15. Bisogna annullare l’indebolimento postbellico di Germania e Giappone. Il disarmo della Germania è stata una reazione eccessiva, di cui l’Europa sta ora pagando un prezzo salato. Un impegno simile e altamente teatrale a favore del pacifismo giapponese, se mantenuto, minaccerà di alterare gli equilibri di potere in Asia.

 

16. Dovremmo applaudire coloro che tentano di costruire laddove il mercato ha fallito. La cultura dominante quasi deride l’interesse di Musk per le grandi narrazioni, come se i miliardari dovessero semplicemente rimanere nel loro ambito di arricchimento personale… Qualsiasi curiosità o interesse genuino per il valore di ciò che ha creato viene sostanzialmente ignorato, o forse si cela sotto un disprezzo appena velato.

 

17. La Silicon Valley deve svolgere un ruolo nell’affrontare la criminalità violenta. Molti politici negli Stati Uniti hanno sostanzialmente scrollato le spalle di fronte alla criminalità violenta, abbandonando qualsiasi serio tentativo di affrontare il problema o assumendosi qualsiasi rischio con i propri elettori o finanziatori nel proporre soluzioni e sperimentare in quello che dovrebbe essere un disperato tentativo di salvare vite umane.

 

18. La spietata esposizione della vita privata dei personaggi pubblici allontana troppi talenti dal servizio pubblico. La sfera pubblica – e gli attacchi superficiali e meschini contro coloro che osano fare qualcosa di diverso dall’arricchirsi – è diventata così spietata che la repubblica si ritrova con un nutrito gruppo di figure inefficaci e vuote, la cui ambizione sarebbe perdonabile se al loro interno si celasse un autentico fondamento di valori.

 

19. La cautela che involontariamente alimentiamo nella vita pubblica è corrosiva. Chi non dice nulla di sbagliato spesso non dice quasi nulla.

 

20. Bisogna contrastare la pervasiva intolleranza verso la fede religiosa in certi ambienti. L’intolleranza dell’élite verso la fede religiosa è forse uno dei segnali più eloquenti del fatto che il suo progetto politico costituisca un movimento intellettuale meno aperto di quanto molti al suo interno vorrebbero far credere.

 

21.Alcune culture hanno prodotto progressi fondamentali; altre rimangono disfunzionali e regressive. Tutte le culture sono ormai uguali. Critiche e giudizi di valore sono proibiti. Eppure questo nuovo dogma ignora il fatto che certe culture, e persino alcune sottoculture, abbiano compiuto meraviglie. Altri si sono rivelati mediocri, e peggio ancora, regressivi e dannosi.

 

22. Dobbiamo resistere alla tentazione superficiale di un pluralismo vuoto e privo di significato. Noi, in America e più in generale in Occidente, negli ultimi cinquant’anni abbiamo resistito alla definizione di culture nazionali in nome dell’inclusività. Ma inclusione in cosa?

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Immagine di World Economic Forum via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0 Generic

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