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Satira

Basilica di Sant’Antonio, preghiera contro la tradizione «che offusca lo spirito»

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Durante la Messa celebrata dai frati presso la Basilica di Sant’Antonio di Padova, si è udita quella che sembra una preghiera che chiama in causa la tradizione, o meglio, contro «qualsiasi tradizione che offusca lo spirito evangelico».

 

Come da rito della messa nuova, durante la celebrazione delle 18 di lunedì 30 ottobre un laico sale all’altare per la cosiddetta «preghiera dei fedeli», la serie di frasi augurali che in genere chiamano come risposta «ascoltaci o signore».

 

«Vogliamo affidare a Dio la nostra preghiera» dice il celebrante. «Con il battesimo, abbiamo ricevuto lo spirito da figli adottivi, per mezzo del quale possiamo rivolgerci a Dio chiamandolo padre. Per questo con fiducia rivolgiamo al Signore le nostre preghiere, diciamo insieme».

 

A questo punto, prende la parola un signore salito sul pulpito microfonato: «Padre ascoltaci», dice. «Padre, ascoltaci» ripete il sacerdote.

 

Quindi il laico parte con la preghiera:

 

«Perché la chiesa superi con la libertà della fede qualsiasi tradizione che offusca lo spirito evangelico, e indichi ai fedeli, il vero volto di Dio. Preghiamo»

 

«Padre, ascoltaci», è la risposta.

 

L’invocazione è udibile durante il 24° minuto della diretta dalla Basilica, ancora presenta sul canale del Messaggero di sant’Antonio YouTube.

 

 

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Una preghiera contro la tradizione non ricordiamo di averla sentita prima, ma la nostra memoria ammettiamo che è limitata.

 

È la prima volta, pure, che ci viene detto che esisterebbero, a quanto pare dentro la chiesa, delle tradizioni che «offuscano» lo spirito evangelico, dove per «evangelico» crediamo che si intenda il significato di «relativo al Vangelo» e non quello di «cristiano protestante», cioè «cristiano evangelico».

 

Si tratta di un’innovazione vera, anche perché pochi, anche tra i modernisti, associavano direttamente e pubblicamente la parola «tradizione» a qualcosa di disforico: anzi, da sempre chi vuole cambiare – ribaltare – la religione cattolica, lo fa nel segno della presunta continuazione della chiesa. Ti dicono: le cose cambiano perché siamo aderenti alla vera sostanza del cristianesimo. È la cosiddetta ermeneutica della continuità, espressione che in effetti da un pezzo non si sente nemmeno più.

 

Ricordate il nome del motu proprio per abolire ulteriormente la messa tridentina? Lo avevano chiamato Traditionis custodes. I «custodi della tradizione». La tradizione va custodita, conservata. No?

 

Dalla preghiera ascoltata al Santo, invece, sembrerebbe che vi sia proprio una tradizione da rifiutare, da «superare». La parola tradizione insomma ora può assumere davvero un significato negativo, al punto che essa può essere di inquinamento allo «spirito evangelico», qualunque cosa esso sia. (Non sappiamo se di tale spirito, come dello spirito del Concilio Vaticano II, vendano il costume di Halloween, e in quel caso faremmo volentieri uno strappo alla regola per proporlo ai nostri bambini).

 

Qualcuno può far notare che la preghiera dei fedeli di Sant’Antonio, tuttavia, pare non essere contro la tradizione in sé, ma contro quelle tradizioni che «offuscano», forse pure celando «il vero volto di Dio».  Non riteniamo possa trattarsi della tradizione amazzonica, perché il culto della Pachamama, a Roma, gode di grande salute. Non crediamo ci si riferisca alla tradizione del paganesimo spiritista nordamericano, appassionatamente abbracciato da Bergoglio nel suo viaggio in Canada. Non crediamo si tratti della tradizione maya, che ora ha il suo rito specifico, la famosa «messa maya». (Datevi un pizzicotto: tutto vero). Nemmeno crediamo si tratti della tradizione dei «grandi antichi» di Lovecraft, quella di Cthulhu, una cui cultrice è finita nell’esortazione apostolica recente Laudate Deum.

 

Ma allora, di quale tradizione stiamo parlando? O meglio: di chi stiamo parlando?

 

Per caso, c’è una minaccia di offuscamento tradizionalista in corso a Roma? La mente potrebbe pensare a quei cardinali che hanno sparato, anche ‘sto giro, dei dubia.

 

È facile ricordare che Sant’Antonio, uno dei santuari più importanti della Terra (6,5 milioni di pellegrini all’anno), non dipende dalla Diocesi di Padova, ma è sottoposto alla Delegazione pontificia per la Basilica di Sant’Antonio (il cui logo campeggia molto visibile sul video) – cioè direttamente al Vaticano.

 

C’è un qualche messaggio che dobbiamo leggere riguardo al Sinodo, o per il dopo Sinodo? C’è un’ulteriore stretta contro la Messa Antica, stile Traditionis Custodes, in programma?

 

Oppure qualcuno vuole finalmente aprire la stagione di caccia nei confronti del tradizionalisti, o meglio di quel che ne rimane?

 

Santa Marta chiamerà l’FBI?

 

Noi mica lo sappiamo. Ci limitiamo a registrare questo segno per offrirlo al lettore.

 

Roberto Dal Bosco

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 Immagine di Zairon via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; immagine tagliata
 

 

 

 

 

Arte

Sorrentino, Mattarella, eutanasia, Pulcinella

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Qualche settimana fa il celebre regista Paolo Sorrentino ha fatto discutere con una dichiarazione sconcertante. Il presidente della nostra amata Repubblica riceveva i rappresentanti del mondo dello spettacolo. Una certa enfasi è stata data all’occasione, quasi a sfiorare l’avvenimento, che in realtà si ripete tutti gli anni. Fra le prerogative del presidente della Repubblica c’è anche quella di intrattenersi semel in anno con le categorie più popolari, come gli sportivi e appunto cantanti attori registi, ricevendo ossequio e porgendo belle parole di sostegno e conforto.   Da qualche tempo il presidente è molto presente: va in tram, dove raccoglie orsacchiotti, fa selfie con influencer truccatissime o con rapper affetti da sigmatismo. Si porge come un buon nonno, il nonno degli italiani, quasi a suggerire che all’età avanzata sia connaturata la bontà e la saggezza. E con ciò lancia un assist anche in favore della terza età.   Come che sia, alla cerimonia non poteva mancare il Paolo Sorrentino, il premio Oscar osannato per aver mostrato, sessant’anni dopo La dolce vita, che il Bel Paese è una latrina e Roma è la sua cloaca: cosa che dal XVI secolo piace sempre ai protestanti, maxime agli anglosassoni. Paolo Sorrentino, che da sempre irride la religione cattolica, il papa, i santi, la fede, l’Italia. Paolo Sorrentino, che sputa nel piatto ma con eleganza, apparecchiando inquadrature impeccabili per accompagnare l’ovvio che piace.

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L’opera dell’artista napoletano, ci pare, incarna un poco lo spirito di Pulcinella, che ride fingendo di piangere, lancia frizzi, si piega all’andazzo sia pure con una qualche sprezzatura e tira alla pagnotta. Un Pulcinella moderno, raffinato; un Pulcinella con gli scopettoni.   E così, prendendo la parola nel consesso, il Sorrentino Paolo se ne è uscito con una denuncia, come si diceva, sconcertante e anche imbarazzante: «se il mondo fosse abitato solo da lei e dagli artisti, presidente, vivremmo gioiosi e pacifici. Ma purtroppo» ha aggiunto sospirando «ci sono anche gli altri».   Ohibò, ci venne fatto di pensare, ma che corbelleria è mai questa?   Posto che si possano con un battito di mani eliminare tutti quelli che non sono il presidente e artisti, come andrebbe dal punto vista materiale e, si perdoni la volgarità, economico? Il presidente è certamente benestante, è un buon nonno che non si accontenterebbe di dare i soldini per il gelato. Ma vogliamo credere che davvero abbia la possibilità finanziaria e perché no, la voglia di comprare e ascoltare tutti i dischi, andare a tutti gli spettacoli, comprare tutti i biglietti per vedere tutti i film, e insomma mantenere da solo l’industria discografica, teatrale e cinematografica italiana? Tra l’altro, il nonno degli italiani tiene una certa età. Non so lui – ci diceva un amico – ma mio nonno a una cert’ora voleva andarsene a dormire, altro che film, concerti e teatro.   Se ci fossero al mondo solo gli artisti e Mattarella, come camperebbero i cantanti, gli attori, i registi, e Paolo Sorrentino, quindi?   E poi, la noia. Dopo un’ora di sorrisi, esaurite le poesie da declamare e stancati i saltimbanchi, cantata in coro per l’ultima volta Io e te da soli di Mina, probabilmente il presidente e la torma di artisti finirebbero per essere un poco tediati l’uno degli altri. Al primo languorino di pancia, c’è da scommettere che qualcuno tra i meno abbienti inizierebbe a preoccuparsi, a palesare inquietudine, a guardarsi intorno in cerca degli «altri», cioè l’invisa plebe che gli dava da mangiare, bere e vestir panni.   E ancora: pacifici de che? Tutti sanno che il mondo dello spettacolo è un verminaio, dove ci si fa la forca l’un l’altro. Invidie, rancori, rivalse e vendette sono all’ordine del giorno. I sorrisi sono in genere fatti da denti che mordono, la mano che si tende al collega in favore di pubblico nasconde spesso una lametta sul palmo. Di che parliamo?   E quanto al presidente, egli è uomo di pace ma ha dimostrato di saper fare anche la guerra. Sorrentino è nato, apprendiamo, nel 1970. Nel 1999, quando Mattarella era ministro degli esteri, era già ventinovenne. Forse il successo è una seconda nascita che cancella il passato. E siccome Sorrentino è nato alla gloria nel 2013, con La grande bellezza, e Mattarella è stato eletto nel 2015, è possibile che il regista tenda a far coincidere i ricordi e la felicità con il mandato del presidente.   Va bene, concludemmo provvisoriamente: una pulcinellata. È stata solo un’innocente esagerazione per compiacere l’illustre ospite, il quale deve aver sorriso come si sorride ai poeti che la sballano grossa.   Il punto è che Sorrentino ha da poco girato un film, La grazia.

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La pellicola gira intorno all’eutanasia, e non certo per biasimarla. C’è infatti un presidente cattolico, la cui fede è però un impiccio e non fa che renderlo irresoluto per due ore e mezza. C’è un papa amico del presidente, guarda un po’, che lo conferma non nella fede ma nel dubbio. C’è una grazia – non una Grazia – da concedere. C’è una donna che ha ucciso il marito violento, e che è convinta di aver agito per il suo bene, liberandolo dalla sua ossessione. C’è un uomo che, sempre per compassione, ha soppresso la moglie malata di Alzheimer.   Sullo sfondo, c’è il dibattito parlamentare sull’eutanasia, che tira per le lunghe perché siamo un Paese riluttante, corrotto e ignorante. Per non far mancare nulla, come un’oliva nel Martini, si parla anche di corna e di omosessualità.   Il film titilla un po’ tutti i recettori pseudo-intellettuali dell’ominide contemporaneo. Dovunque vada a toccare è certo di suscitare un muggito di approvazione. L’ispirazione per il soggetto, lo ha spiegato Sorrentino, è venuta dalla grazia accordata proprio dal presidente Mattarella nel 2019 a un uomo condannato, appunto, per aver ucciso la moglie con il morbo di Alzheimer.   Apprendiamo oggi che l’opera ha sbancato i Nastri d’argento. Oltre cento giornalisti le hanno conferito i premi per il miglior film, la migliore regia, la migliore sceneggiatura, il migliore attore protagonista, la migliore attrice protagonista, la migliore attrice non protagonista, la fotografia e il sonoro.   Tutto si tiene, nel festino della Necrocultura, tutto fa l’occhiolino a tutto. Otto festosi Nastri d’argento cadono, come stelle filanti, sulla pellicola.   Apriamo a caso Ennio Flaiano – che sceneggiò La dolce vita, quella vera – e leggiamo: «Pulcinella quando protesta ruba un piatto di maccheroni».   Avv. Renzo Magalozzi

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Immagine di Paolo Benegiamo via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0
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Satira

Quando c’è un «coglione» in prima pagina

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Un noto quotidiano titola, in prima pagina: «Trump è un coglione». Bum.

 

A scanso di equivoci precisiamo di non rientrare nel novero di coloro che alzano le sopracciglia nonché alti lamenti per l’uso della parola in sé. A ben altro ci ha abituato questo triste mondo. L’eloquio della gente è intriso di coprolalie, le canzoni da anni traboccano di sconcezze, la televisione propina turpiloquio e oscenità in qualsiasi fascia oraria. Non sarà una roba del genere a smuovere la nostra indignazione o a turbare i nostri sonni.

 

Tuttavia, non ce ne si compiace: e con la pudicizia che ci distingue allorché qui faremo menzione della casata del condottiero bergamasco lo faremo con una piccola violenza. La parola sarà da intendersi pronunciata di malavoglia, tra virgolette, quale citazione o richiamo.

 

Orbene, lo strillo della notizia è squillante. È la prima volta che un quotidiano usa la parola coglione in prima pagina. Un’altra battaglia vinta per la libertà di espressione. Golosi e trepidanti ci siamo perciò gettati sull’editoriale del direttore, dal quale l’espressione è tratta di peso, in cerca di un adeguato e ricco sviluppo del tema.

 

Una delusione ci attendeva. Come dicono nella terra di Federico II di Svevia, l’articolo è un po’ meh. Riassumendo, Trump ha rivelato che al G7 di Evian la Meloni lo avrebbe implorato di farsi fare una foto insieme a lei, e che gli ha fatto un po’ pena. Il direttore sbotta: ma rovinare tutto proprio adesso che i rapporti fra USA ed Europa si stavano distendendo? Trump è un coglione. Ossia – spiega al popolo ignaro – «una persona inetta, stupida, che agisce con scarsa intelligenza».
Questa la tesi. Il meno che si possa dire è che è deboluccia. Ci si aspettava di meglio. Non che si pretendesse un’analisi come quella del nostro impareggiabile direttore, ma ci si aspettava di meglio

 

Né lo scontento scema se si considera quali sono state le ripercussioni. Come osserva la Zakharova, al cui staffile non sfugge una natica, ci si sarebbe aspettati una convocazione dell’ambasciatore russo per chiarimenti. Invece la Meloni ha dapprima risposto a stretto giro che lei e l’Italia non implorano nessuno (anche qui lo Svevo direbbe: meh).

 

Dopo di che è andata a lagnarsi con il presidente della Repubblica, il quale le ha espresso sdegno e solidarietà. Anche i membri (absit iniuria verbis) del Parlamento hanno manifestato disapprovazione, ma con qualche distinguo sulla solidarietà: chi più e chi meno.

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L’episodio è insomma rimbalzato tra Palazzo Chigi, il Quirinale e Montecitorio; e salva qualche eco estera, è rimasto inghiottito da questo romano triangolo delle Bermude – o meglio, dei bermuda, viste le temperature estive e il tono da pizzetta e ombrellone che ha subito assunto la vicenda.

 

Si tratta di un giochino estivo, una bambinata fra le tante che costellano la nostra epoca, secondo l’andazzo che Renovatio 21 ha già rivelato. Gli ulteriori battibecchi a distanza registrati nell’ultima ora sono nello stile del Grande Fratello VIP. Niente di meglio per chiacchierare con il vicino di sdraio.

 

Si tratta infine di un affare di minimo conto. Perché dunque il noto quotidiano se ne esce con un titolo così inutilmente tonitruante, che merita miglior causa? Né finisce qui, giacché il giorno dopo ha rincarato la dose con un potente «Vaffantrump!». Il che ricorda irresistibilmente il filone in senso lato proctologico percorso dal Marco Masini degli anni ’90, quando al brano Vaffanculo fece seguire l’indimenticabile Bella stronza.

 

Certo, a pensarci il direttore non avrebbe mai usato il termine coglione per un esponente politico italiano. E non perché l’attributo, è il caso di chiamarlo così, non si attaglierebbe a molti dei nostri politici. Confessiamo anzi, ma è un difetto nostro, che ce ne vengono in mente pochi dei quali non si possa affermare candidamente che si tratta di «una persona inetta, stupida, che agisce con scarsa intelligenza».

 

Però si sa, il politico italiano ha poca fantasia, se sfiorato strilla come un suino, querela, pianta grane, esige risarcimenti. Il direttore, s’intende, ha sul groppone decenni di carriera e vi ci è avvezzo. Non è che possa essere intimidito da una prospettiva del genere. Ma sono sempre rogne. Viceversa, è difficile pensare che il presidente degli Stati Uniti d’America si prenda la briga di denunciare un quotidiano italiano per un’espressione irriguardosa.

 

Testata che peraltro, stando alle fonti ufficiali, non se la passa benissimo. Dal marzo 2025 al marzo 2026 le vendite sono scese del 12,72%, e come tanti quotidiani nazionali si trova stabilmente in zona retrocessione. Si possono immaginare i musi lunghi. Ci vorrebbe un bello scossone per raddrizzare la tendenza: una bella polemica, un titolo ad effetto che colpisca l’immaginazione, convinca a comprare il foglio e faccia capire che, per Giove, non si ha il timore di parlar chiaro.

 

Tipo, Trump è un coglione.

 

Informa il sempre lodevole Vocabolario etimologico del Pianigiani, dal quale traiamo conforto e diletto, che il termine è un accrescitivo di coglia e discende dal greco koleòs, latino còleus, che indica in origine il fodero o la borsa di cuoio: anche, azzardiamo, quella dove in antico si tenevano i denari.

 

Ora, che Trump abbia denari, e si stia arricchendo vieppiù nel corso del suo secondo mandato è cosa nota. Che in questo senso sia una coglia, anzi un coglione, ci può stare.

 

Forse anche ai direttori dei quotidiani in crisi di vendite, come a tanti altri, in fondo, piacerebbe essere un po’ coglioni come Trump.

 

Avv. Renzo Magalozzi

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Bizzarria

Lo strano caso del pilota di caccia abbattuto due volte

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Si ricorderanno i due piloti del F-15E Strike Eagle dell’aeronautica militare statunitense abbattuti da Teheran lo scorso 2 aprile. Dopo l’espulsione dall’abitacolo erano atterrati in pieno territorio iraniano, e uno dei due uomini rimase ferito per la difettosa apertura del paracadute. Si nascosero in qualche anfratto del monte Zagros, dove accorsero i nemici per catturarli. Le forze armate statunitensi riuscirono a recuperarli in una corsa contro il tempo, bombardando i convogli iraniani e dando fuoco, già che c’erano, ai rottami dei velivoli.   La vicenda, diffusa in questo modo, si arricchisce oggi di un bizzarro retroscena, pure segnalato dalla stampa mainstream statunitense, ad esempio sul New York Post.   Un mese prima, il 2 marzo, altri tre F-15E Strike Eagle si erano levati in volo per un’operazione di bombardamento. La contraerea del Kuwait, per motivi mai chiariti, aveva fatto fuoco e li aveva tirati giù. Gli equipaggi riuscirono a sbalzare dalle carlinghe e ad atterrare nelle ridenti piane della nazione alleata.   Il dettaglio finora non reso noto è che ad entrambe le operazioni aveva partecipato uno stesso pilota, e precisamente quello a cui il 3 aprile non si è aperto bene il paracadute ed è rimasto ferito. Pare sia la prima volta dai tempi della guerra in Vietnam che un pilota venga abbattuto per due volte in meno di un mese.

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La circostanza induce a pensare: chi sarà mai costui?. La giallista Agatha Christie diceva che un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza e tre indizi fanno una prova. Ma prova che che cosa? Non se ne sa niente.   In attesa che arrivi il terzo indizio a chiarire le idee, è lecito arrischiare qualche ipotesi.   Uno: il pilota è un inetto. Così, vincendo ogni riguardo, gli ha strillato contro il suo diretto superiore, la mascella prognata, le pupille piccole, facendosi balzare la vena del collo. L’infelice era già scarso all’accademia, ma – ipotizziamo – ha il padre senatore ed è riuscito a non farsi espellere. Ma ora basta: confonde gli amici e si fa beccare dai nemici, non sa dare il colpo d’ala al momento esatto per scansare il proiettile, impaccia i compagni, non colpisce un bersaglio che è uno, sbaglia le traiettorie. Una volta passi, ma due no. Senatore o no, lo aspetta la cella di rigore, la degradazione, lo sputo del graduato, lo scherno dei colleghi aviatori.   Due: il pilota è uno jellato. Uno di quelli che al corso buca con la matita il foglio delle prove scritte, quello che arriva tardi perché gli si blocca il motore dell’auto in mezzo al nulla, quello il cui telefono si scarica quando serve, quello dell’aereo sulla pista con la ruota bucata. Bel rischio si sono presi a mandarlo in missione. Si può capirli, però. Così volenteroso, così entusiasta, sempre malconcio e sgualcito, eppure sempre con il sorriso. Come negargli l’occasione di mettersi alla prova? Con che faccia?   Hanno detto di sì chini sulla scrivania, facendo finta di scribacchiare qualcosa, per non guardarlo negli occhi da cane fedele. Spiace per l’altro pilota, ma alla peggio, si sono detti, l’amministrazione avrebbe avuto dei martire da vendicare, lanciando all’assalto quegli altri tipo Top Gun, quelli a cui tutto va dritto. Quando è caduto una prima volta, d’impulso hanno pensato di rimandarlo a casa, ma poi se lo sono visti davanti di nuovo, con la voglia di rivincita, hanno provato pena. Non se la sono sentita, gli hanno dato un copilota bravo e privo di immaginazione. Quando l’hanno tirato giù ancora, si sono messi una mano sugli occhi.   Tre: il pilota è un fortunato, uno nato con la camicia. Profondamente nauseato dalla guerra, magari è pure attratto dalla civiltà persiana e nasconde nello zaino le poesie di Omar Khayyam, foderate con una finta copertina di un romanzo di Stephen King. Mandato a bombardare, decide di sacrificarsi, all’insaputa del copilota. É appena decollato e già vede la contraerea amica del Kuwait che tentenna. Lui fa ammuina, disorientando anche i compagni di formazione: uno spostamento di qua, uno in su, uno in giù. Sembrano cimici impazzite, dal basso hanno l’impressione che si tratti di una minaccia iraniana.   Parte il colpo e lui quasi gli va incontro, ebbro ed esaltato. La carlinga esplode, si alzano fiamme, i comandi vanno a pallino e i piloti vengono espulsi. Ma il paracadute si apre e finisce con tutti gli altri fra le sabbie dell’emirato. Fa di tutto per tornare all’attacco, e siccome è baciato dalla sorte, ci riesce. Va, vola lungo, fin dietro le retrovie, dove l’insidia è più grande. Da terra brillano i lanciamissili, partono i segnali di allarme, il compagno gli strilla di stare attento, attento, ma rimane impigliato dal coraggio di questo spavaldo eroe.   Una nuvoletta giù in basso, il nostro pilota chiude gli occhi e lascia cadere la cloche. Bum, sbrang, tutti i suoni più fumettosi si accavallano, viene sbalzato fuori dall’abitacolo mentre il caccia si dirige al suolo come una cometa. É la fine, anzi no: il paracadute si apre perfettamente. Lo lasciamo così, sotto lo sguardo atterrito del copilota, mentre cerca di metterlo fuori uso, furibondo, strappandolo con le mani e le unghie.

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Quattro: il pilota ha uno stigma sacro, è un eletto da Dio. Aviatore di grande merito, impeccabile, ha prestato servizio con onore in altri scenari di guerra ottenendo risultati eccellenti. Ma qui tutto gli va storto. È incomprensibile. Non un missile a segno, anzi. La terra arida dell’antica Persia sembra inghiottirli come ha inghiottito i secoli. E in più, l’aereo risponde male proprio nei momenti più delicati.   Un’ombra di maledizione e di inanità gli sembra stendersi sopra questa missione, e sopra di lui in particolare. Poche settimane fa, non ha fatto in tempo a staccarsi dal suolo che il fuoco amico l’ha centrato come un tordo. É stato facile attribuirlo all’incompetenza dei beduini, se non alla fatalità che tutto comanda, soprattutto in guerra. Però essere abbattuti una seconda volta non può essere un caso. Suo malgrado, mentre precipita con il paracadute danneggiato, pensa che dall’alto l’abbiano prescelto per essere un segno.   Il velivolo fila giù da una parte stendendo scie bianche di fumo e rosse di fuoco, in alto scende dolcemente l’ignaro copilota. Lui, capovolto, sente l’aria che gli sbatte sul viso e contro le orecchie con il ritmo dell’inno nazionale, , ta-tà, , , . Cade sgraziato a somiglianza di Icaro, e tra le nuvole che si ritrova sotto i suoi piedi e la terra sopra la testa intuisce, confusamente, di essere come l’America.   Chissà. Intanto, il Comando Centrale USA non ha reso noto il nome del pilota e si rifiuta di commentare.   Avv. Renzo Magalozzi
 

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