Pensiero
«Sfigorum Pontificum». Ratzinger sepolto vivo
E così, in una notte di mezza estate, sparisce la cosiddetta «messa in latino» dalle chiese vaticane di tutto il mondo. Il Motu Proprio Summorum Pontificum voluto da Ratzinger è stato spazzato via, e senza tanti complimenti. Aggiungiamo: per alcuni l’operazione Summorum, cioè la possibilità di una reintroduzione massiva della Santa Messa in rito antico su tutta la Terra, è il vero motivo per cui Ratzinger è stato fatto fuori in quella manovra di Palazzo che ancora nessuno sa spiegarsi.
Sono comandamenti di una religione allucinante, incentrata sulla grande operazione di tradimento escogitata 60 anni fa
Bergoglio ha fatto uscire stamane la lettera apostolica Traditionis Custodes, che è senza alcun dubbio il motu proprio che annichilisce il Summorum Pontificum: cioè, si tratta dell’ordine di cancellazione della Messa di sempre dalla faccia del pianeta.
Ciò che rappresenta la Custodes Traditores (dove traditores lo intendiamo qui inteso in lingua spagnuola: traditori) è una soperchieria talmente chiara da essere a tratti esilarante. Sono comandamenti di una religione allucinante, incentrata, appunto, sulla grande operazione di tradimento escogitata 60 anni fa.
Art. 1. I libri liturgici promulgati dai santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, in conformità ai decreti del Concilio Vaticano II, sono l’unica espressione della lex orandi del Rito Romano.
Tradotto: non avrai altro dio al di fuori del Concilio Vaticano II.
Non avrai altro dio al di fuori del Concilio Vaticano II
Art. 2. Al vescovo diocesano, quale moderatore, promotore e custode di tutta la vita liturgica nella Chiesa particolare a lui affidata, spetta regolare le celebrazioni liturgiche nella propria diocesi. Pertanto, è sua esclusiva competenza autorizzare l’uso del Missale Romanum del 1962 nella diocesi, seguendo gli orientamenti dalla Sede Apostolica.
Tradotto: obbedirai allo zucchetto zonale, che potrà disintegrare a suo piacimento la tua voglia di latino, comunione sulla lingua genuflessi, sacerdote ad orientem, etc.
Art. 3. Il vescovo, nelle diocesi in cui finora vi è la presenza di uno o più gruppi che celebrano secondo il Messale antecedente alla riforma del 1970:
Dovrai fare pubblica confessione di fede nel dio Concilio Vaticano II, baciare le pantofole di tutti i papi recenti, ammettere che la messa nuova va benissimo.
- accerti che tali gruppi non escludano la validità e la legittimità della riforma liturgica, dei dettati del Concilio Vaticano II e del Magistero dei Sommi Pontefici;
- indichi, uno o più luoghi dove i fedeli aderenti a questi gruppi possano radunarsi per la celebrazione eucaristica (non però nelle chiese parrocchiali e senza erigere nuove parrocchie personali);
- (…) In queste celebrazioni le letture siano proclamate in lingua vernacola, usando le traduzioni della sacra Scrittura per l’uso liturgico, approvate dalle rispettive Conferenze Episcopali;
Tradotto: dovrai fare pubblica confessione di fede nel dio Concilio Vaticano II, baciare le pantofole di tutti i papi recenti, ammettere che la messa nuova va benissimo.
E non avrai mai più la possibilità di andare in parrocchia, perché lì può capitare che rubi fedeli – chissà mai, «al contadino non far sapere / quanto è buono il formaggio con le pere»
Test Invalsi della Fede. Pena la bocciatura, cui non segue il divenire ripetenti, ma la cancellazione della Messa
E ti beccherai un po’ di italiano (o tedesco, inglese, tamil, giapponese, polacco) in dose massiccia dentro alla Santa Messa, perché sappiamo bene che basta una goccia di sangue per contaminare un secchio di latte… e già dovete immaginarvi la reazione dei«nerd liturgici» (avete presente, quelli con dettagliosa inclinazione al rito e a tutti i suoi pizzi e merletti) che fuggono via infastiditi con il ditino alto: ecco sì, dice il Vaticano svuotiamo le messe tridentine anche di quelli, che non sono pochi e sono soprattutto assidui.
Art 4. nomini, un sacerdote che, come delegato del vescovo, sia incaricato delle celebrazioni e della cura pastorale di tali gruppi di fedeli.
Tradotto: ecco il kapò.
Art 5. proceda, nelle parrocchie personali canonicamente erette a beneficio di questi fedeli, a una congrua verifica in ordine alla effettiva utilità per la crescita spirituale, e valuti se mantenerle o meno.
Tradotto: Test Invalsi della Fede. Pena la bocciatura, cui non segue il divenire ripetenti, ma la cancellazione totale della Messa. Se vieni bocciato, chiudiamo la scuola.
E ancora, gli altri articoli dicono che bisogna chiedere e richiedere al vescovo, con il culmine nell’ultimo punto:
Tradotto: abbiamo polverizzato il Motu proprio di Ratzinger. La sua era è chiusa, definitivamente: mettetevela via.
Art. 8: Le norme, istruzioni, concessioni e consuetudini precedenti, che risultino non conformi con quanto disposto dal presente Motu Proprio, sono abrogate.
Tradotto: abbiamo polverizzato il Motu proprio di Ratzinger. La sua era è chiusa, definitivamente: mettetevela via.
Per quanto adesso tutti i cattotradizionalisti d’accatto si straccino le vesti, noi possiamo dire che queste cose le abbiamo viste arrivare: cioè, nel senso, non che le abbiamo previste, ma le abbiamo proprio vedute verificarsi negli ultimi tre lustri. Sì: abbiamo visto vescovi opporsi contra legem al Motu Proprio ratzingerista. Abbiamo visto sacerdoti sbagliare (apposta, si diceva) la liturgia, immettendoci l’italiano. Abbiamo visto, e di recente, un’intera comunità redigere una sorta di confessione-autocritica in stile settario, maoista, in cui, pur di aver la loro «Messa in latino» concessa dal vescovo scrivevano di accettare il Concilio Vaticano II etc. etc., data, firma.
«Ma come – mi dice una signora – non danno le parrocchie alla Messa tridentina… ma la diocesi le dà agli ortodossi, ai protestanti, a sette africane, ai musulmani, a chiunque»
In pratica, non è successo niente: hanno solo regolarizzato qualcosa che già accadeva, un po’ come vogliono fare con la Comunione ai divorziati, ai sodomisti, agli abortisti, etc.
È che in questo caso hanno fatto rapidi, in modo anche molto sorprendente. Come se la Messa antica fosse una questione prioritaria…
Non è dato sapere se questa impennata sia dovuta al misterioso stato di salute di Bergoglio. La cintura di colonnelli modernisti attorno all’omino bianco teme di perderlo d’improvviso? Le sue condizioni sono davvero più gravi di quanto sembra come dice qualcuno? È per questo che bisogna accelerare, e procedere a seppellire Ratzinger da vivo?
Qualsiasi cosa, tranne la cosa che conta. Se il potere esclude qualcosa, non vorrà mica dire che quel qualcosa è pericoloso per il potere? E se il potere esclude qualcosa di considerato Santo per millenni, questo cosa ci dice sulla natura del potere? Chi governa davvero il mondo? Chi governa davvero il Vaticano, se esso distrugge il suo rito centrale più antico?
Possiamo solo attaccarci ai ricordi. Come quando, a pochi mesi dall’elezione dell’Argentino, incontrammo personalmente un vescovo straniero che tanto ancora ammiriamo. Egli ci disse una cosa che ci sembrava avere senso: il fatto che Ratzinger fosse riuscito a riportare in vita – quantomeno potenzialmente – la Messa antica – valeva come l’intero papato. Avesse fatto solo quello, sarebbe bastato: la storia umana e metafisica lo avrebbe ricordato per sempre, perché la portata spirituale e materiale della cosa era immane.
Ci convincemmo. Era l’ora più buia – anzi, era solo l’inizio della tenebra che stiamo vivendo. Erano delle parole di speranza che non ci aspettavamo di trovare, e alle quali ci attaccammo volentieri. Poco dopo, il vescovo disse per noi e pochi altri una Messa in una cappella privata nel cuore di Roma. Ricordo ancora l’emozione, ricordo la geometria delle sue braccia quando innalzava il calice, l’atmosfera potente che ti rimbombava nel cuore: sì, la Santa Messa tradizionale era la cosa più importante del mondo, e io ne ero parte. Del resto, si dice «Comunione»…
Non poteva che essere così: se nella Santa Eucarestia c’è il Signore, il fine del Nemico non può che essere la cancellazione tutti i punti dove essa può concretizzarsi in modo puro, indiscutibile.
«Ma come – mi dice una signora – non danno le parrocchie alla Messa tridentina… ma la diocesi le dà agli ortodossi, ai protestanti, a sette africane, ai musulmani, a chiunque»…
Non è dato sapere se questa impennata sia dovuta al misterioso stato di salute di Bergoglio. La cintura di colonnelli modernisti attorno all’omino bianco teme di perderlo d’improvviso? Le sue condizioni sono davvero più gravi di quanto sembra come dice qualcuno? È per questo che bisogna accelerare, e procedere a seppellire Ratzinger da vivo?
Sì, proprio così: a chiunque. Qualsiasi cosa, tranne la cosa che conta. Se il potere esclude qualcosa, non vorrà mica dire che quel qualcosa è pericoloso per il potere? E se il potere esclude qualcosa di considerato Santo per millenni, questo cosa ci dice sulla natura del potere? Chi governa davvero il mondo? Chi governa davvero il Vaticano, se esso distrugge il suo rito centrale più antico?
Sono domande a cui il lettore può rispondere da solo.
Noi qui invece abbiamo messo in microonde i popcorni.
Alcuni dicono: che goduria. Vedere appiedati tutti quelli che, da sfigati, per anni si sono illusi con il loro Summorum Pontificum (o meglio, lo «Sfigorum Pontificum»), l’idea che in fondo con le forze del male che occupano il soglio fosse possibile convivere: dai, se ci comportiamo bene, ci lasciano la Messa in latino, magari pure in centro. Quindi, con la cartina da sole della pandemia, eccoteli passare tra i banchi con l’amuchina, eccoteli redarguire le famigliole senza mascherina, eccoteli accettare la Comunione in piedi sulla mano data da un sacerdote con i guanti di lattice… del resto, il loro padrone, quello che volevano compiacere, è stato il primo e probabilmente l’unico al mondo a organizzare un volo fatto integralmente di vaccinati, l’aereo del viaggio in Iraq, dove a tutti i giornalisti era richiesta l’iniezione di siero mRNA.
Non è a caso che parliamo di vaccini: rileggetevi gli articoli della lettera apostolica, sentite il tono autoritario, spietato, con cui parlano ai fedeli. Danno ordini, fanno balenare l’idea di un’esclusione, un’emarginazione: non ti comporterai bene, non accetterai di fare la professione di fede assoluta nel Concilio, non sarai «cresciuto spiritualmente» come da Test Invalsi o da delazione del kapò, allora ti toglierò la Messa, ti leverò questo diritto, e farai quello che fanno gli altri, sarai zittito, piallato, omogeneizzato
Non è a caso che parliamo di vaccini: rileggetevi gli articoli della lettera apostolica, sentite il tono autoritario, spietato, con cui parlano ai fedeli. Danno ordini, fanno balenare l’idea di un’esclusione, un’emarginazione: non ti comporterai bene, non accetterai di fare la professione di fede assoluta nel Concilio, non sarai «cresciuto spiritualmente» come da Test Invalsi o da delazione del kapò, allora ti toglierò la Messa, ti leverò questo diritto, e farai quello che fanno gli altri, sarai zittito, piallato, omogeneizzato.
Del resto, lo sappiamo: la chiesa vaticana è uno dei motori principali del Male nel XXI secolo. Lo abbiamo chiamato, in un altro articolo, «il Papa del battesimo di Satana». E sappiamo tutti che i vaccini da feti abortiti non sono l’unico articolo della Necrocultura che il pampero sta promuovendo.
Quindi, siamo disperati? Maddeché. Anche qui, nihil novum sub solis. Noi ci siamo sistemati da molto tempo, da ben prima di questo biennio di caos.
Da anni gli animatori di Renovatio 21 contribuiscono ad organizzare Sante Messe tradizionali dove di queste impurità, di questi ricatti infami, di questi quadretti luciferici non entra nemmeno una molecola. (E anche le molecole di mRNA alieno, in realtà, per lo più vorremmo se ne stessero fuori, ma noi non siamo quelli che si prendono la libertà degli altri)
Se volete partecipare, e salire su questa arca che i più non vedono ma che c’è da tanto e ci sarà per sempre, scriveteci. Vi garantiamo: non ve ne pentirete.
E, se siete stati tra i volenterosi amuchinisti dello Sfigorum e ora invece vagate nel niente, mica ci facciamo problemi: venite, ammazzeremo il vitello grasso (tranquilli, poi lo cuociamo a 53°C, temperatura legale a cui si neutralizza la carica batterica, e magari così sparisce anche il Coviddo).
Del resto, lo sappiamo: la chiesa vaticana è uno dei motori principali del Male nel XXI secolo
Anche perché, sul serio: adesso dove volete andare?
Roberto Dal Bosco
Eutanasia
La festa della morte in Veneto
Come tutti sanno, mercoledì 2 settembre, vigilia della festa di San Gregorio Magno, il Consiglio regionale veneto ha approvato la legge sul «suicidio medicalmente assistito».
Come tutti sanno, a favore hanno votato 32 consiglieri, in 14 si sono opposti e cinque si sono voltati dall’altra parte. Come tutti sanno, il Veneto è la prima regione del centrodestra a munirsi di una legge del genere, la quarta in assoluto dopo Emilia Romagna, Toscana e Sardegna, i cui presidenti si sono congratulati alla grande.
C’è proprio di che far festa. Lo Stato mette a disposizione del richiedente il farewell kit e l’assistenza medica per fuggire da questa valle di lacrime, per poi finire – sst, non si dice.
Il punto è il trionfo della libertà senza se e senza ma. No, non quella di avere delle cure: per una TAC occorrono sempre sei mesi-un anno; porti pazienza, signora.
La libertà di cui si parla è quella di farla finita, andarsene, sciò, raus. Per troppo tempo si è aspettato. Intanto che si procedeva con i tira e molla, si legge, ben quattro candidati al suicidio sono morti. Scandaloso, no? Roba da chiodi. Ora però è finalmente sancito il primato della libertà di morire. «Decidi di decedere» poteva essere un bello slogan. I radicali hanno preferito il banale «Liberi fino alla fine». De gustibus.
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Ma liberi de che? Mettiamoci per un istante nei panni dei promotori, e di chi ha appoggiato l’iniziativa, e di chi l’ha votata, e di chi giubila a prosecco. Passata la sbornia, non c’è di che stare allegri.
Il suicidio è approvato, lodato, facilitato; si può dire incentivato? D’accordo.
Ma la legge soffre pur sempre, come di una tara congenita, dell’impronta asfittica dei radicali, il loro essere grigi, burocratici, conformisti, piatti e privi di fantasia. Non c’è scampo: al netto della retorica fatta di boati e giochi verbali, l’anima del radicale è quella di un impiegato di concetto.
Occorre infatti avvertire che a chi desidera farsi tirare le cuoia dalla Regione Veneto, la legge prevede solo una modalità: l’estinzione via farmaco. La morte viene somministrata in un letto, in un lettino, in una barella, in una poltrona, al massimo su una sedia; insomma, da sdraiati o da seduti. Prima di sgocciolare il veleno in vena, è contemplato che il morituro venga sedato e intontisca, così che non si accorga della vita che sfugge e non gli venga l’uzzolo di avere imbarazzanti ripensamenti, non si dice di pentimenti, in extremis, validi per l’aldilà.
Nella testa dei radicali, che come le radici affonda nella gleba, questa è la dipartita che ognuno desidera. «La morte migliore è quella nel sonno»: il mantra così volentieri ripetuto dall’uomo medio per l’eco che fa nel vuoto della zucca, e in fondo l’emblema stesso della nostra civiltà occidentale in agonia.
Ma ecco una dissonanza: se così non fosse? Se il candidato al trapasso avesse un’idea diversa da quella della morte in pantofole? Se volesse lasciare una traccia, un monito, fare della propria scomparsa un suggello, uno spettacolo, un’esperienza indimenticabile?
Non è impossibile. Un morituro che ne ha fatte un po’ troppe in passato potrebbe voler morire espiando alla Damiens, l’attentatore di Luigi XV. Fissato su una tavola, le braccia e le gambe legate con catene a quattro possenti cavalli incitati al galoppo in quattro direzioni opposte, così da squartarlo e farlo a brani. E che! Il suicida non sarebbe forse libero di chiedere, o meglio di esigere che la Regione gli metta a disposizione, anziché una mezza cartuccia di infermiere, quattro destrieri frisoni?
E che pensare degli appassionati delle rievocazioni storiche e della ghigliottina, tanto per rimanere in Francia? La premurosa Regione non dovrebbe adoperarsi per realizzare con venete operose maestranze, o alla peggio acquistare nel mercato dell’usato il drastico marchingegno? Se i costi si rivelassero eccessivi, e non spuntasse il solito mecenate, si potrebbe tutt’al più sollecitare un contributo del richiedente, diciamo un ticket.
Un apicultore potrebbe volersene andare affogato in un barile di miele: la dolce morte. Un veneto-spagnolo, volendo omaggiare i suoi avi, forse gradirebbe essere incornato da un toro alle cinque del pomeriggio, spaccate. Dopo essere stato il protagonista di tanti incubi, il lancio senza paracadute avrebbe probabilmente qualche suggestione catartica per l’ex della Folgore. Siamo davvero certi che non ci sia qualche ricco che non ambisca a fare la fine di Crasso, cioè farsi versare in gola una colata d’oro fuso?
Ecco, niente di tutto questo può essere fatto. I radicali e la politica non sono riusciti ad andare oltre il sanitario con la mutria, il veleno endovena e le babbucce. E questa sarebbe libertà? In realtà l’autodeterminazione è qui conculcata e avvilita, e la Regione viene meno ai suoi doveri.
Questa mordacchia non può non deludere i fans del boia di Stato. E c’è dell’altro.
Prendiamo Luca Zaia, il grande sponsor della legge regionale. Leggere l’intervista pubblicata il giorno dopo il fattaccio è istruttivo. Gli argomenti sono malfermi sulle gambe, le risposte non sono proprio a fuoco, c’è qualche eccesso, qualche azzardo, si capisce che il buon uomo le sballa, è più volenteroso che strutturato. Vi è qualcosa nelle sue parole che ricorda lo zio Peppo quando torna dalla sagra del paese. A ben pensarci, quello ci guarda nella fotografia a corredo dell’articolo, dove l’ex governatore è ritratto sorridente e col pollicione in su, è lo zio Peppo sputato.
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E qui si arriva al motivo di insoddisfazione di base, quello che unisce noi e loro: la scadente qualità di come ci si occupa della cosa pubblica. Dall’intervista, si tolgano il troppo e il vano: non rimane nulla.
Essa tuttavia rispecchia alla perfezione il mood del nostro Paese nell’epoca presente. Le parole dell’ex governatore, più o meno, si possono infatti trovare sulle labbra di tutti.
«Quando senti di certe sofferenze, per carità: meglio darci un taglio e via», dice il salumiere, sferrando il colpo per staccare la fiorentina. Incalza la contessa dagli occhialoni scuri: «la Chiesa fa il suo mestieve, ma lo Stato deve esseve laico». «Io sono cattolico e non lo farei», borbotta l’appuntato, «però non posso importi il mio punto di vista». «Ognuno è libero di fare quel che gli pare, basta che mi lasci in pace», dice il tassista passando col rosso. «Se dovesse capitare a me, vorrei che mi si staccasse la spina», confida il vecchio impiantista al figlio che lo ascolta attento e, ad ogni buon conto, lo registra di nascosto con il cellulare.
È un’infilata di luoghi comuni, le idées reçues del nostro tempo che soppiantano quelle di Flaubert senza smettere per un istante di essere delle bêtises, delle fesserie.
A questo punto potrebbe sostenersi che i politici, nel bene e nel male, si sono dimostrati una volta tanto in sintonia con il popolo e ne hanno espresso la volontà. Anche.
Ma per impostare il fatto in modo più corretto occorrerebbe piuttosto ammettere che l’italiano ha i governanti che si merita. La pochezza di chi decide sulla vita e sulla morte offre la misura della nostra decadenza.
E qui cade a fagiolo San Gregorio Magno, a cui si accennava all’inizio. «Se l’ira di Dio ci dà i superiori che meritiamo, impariamo dal loro modo d’agire quello che dobbiamo pensare di noi», osservava. «Perché il cuore dei governanti viene disposto secondo che meritano i sudditi».
Però c’è un altro aspetto da considerare, ancora più preoccupante.
L’approvazione della legge regionale attesta soprattutto che la mano di Dio si sta ritraendo dal nostro Paese. Le evidenze sono ormai dovunque, non vale la pena neppure di parlarne. È sufficiente scorrere le statistiche. Quel che è successo in Veneto, e presto succederà dappertutto, è un segno della Vita che si allontana dall’Italia.
E allontanandosi la Vita, che cosa si pretende che ne prenda il posto?
Massimo Zanetti
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Cremazione
Le ceneri di Guccini. Con benedizione cardinalizia
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Civiltà
Chi sono i fabiani?
Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore polacco Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, protagonista in rete di numerose riflessioni sullo stato delle cose da un punto di vista storico, filosofico, politico. Lo Szczawinski aveva trattato la Fabian Society tra i gruppi di controllo globale in un precedente intervento. L’analisi è, in superficie, buona, tuttavia impressiona l’assenza totale di una menzione della religione nella costruzione della Civiltà occidentale. Di qui qualche ingenuità, come quella di ritenere, in un finale che fa scendere la catena, la Dichiarazione dei diritti e Winstone Churchill un apice della nostra storia (!).
(…) La Fabian Society fu fondata a Londra nel 1884. Prende il nome da Quinto Fabio Massimo, il generale romano famoso per aver sconfitto Annibale non con uno scontro diretto, ma con pazienza, logoramento e la lenta disfatta del nemico. Il nome fu scelto deliberatamente. Era la strategia. Il loro emblema era un lupo travestito da agnello. Lo scelsero loro stessi.
Vale la pena soffermarsi un attimo su questo: un’organizzazione che scelse come proprio simbolo l’immagine di un intento predatorio mascherato da apparenza innocua – l’inganno come principio fondante, metodo operativo, ciò di cui andavano più fieri. Non imposto dai critici. Scelto autonomamente. Ne erano orgogliosi. La strategia era semplice e devastante: non assaltare le istituzioni. Infiltrarsi al loro interno.
Infiltrarsi – per usare le loro parole – gradualmente, pazientemente, nel corso delle generazioni, collocando persone formate secondo i principi fabiani in posizioni di influenza nel governo, nel mondo accademico, nei media e nella pubblica amministrazione, fino a quando le istituzioni non produrranno risultati fabiani senza che nessuno debba annunciare una rivoluzione.
La rivoluzione avverrà, ma lentamente, in modo invisibile, burocratico e democratico. Quando qualcuno se ne accorgerà, le istituzioni saranno già cambiate.
I’ll be honest with you: until recently I didn’t know much about the Fabian Society. Maybe it’s because the English know how to be smooth – so correct me if I am getting something wrong.
The Fabian Society was founded in London in 1884. Named after Quintus Fabius Maximus – the… https://t.co/jvd7MHLpsW pic.twitter.com/NWXYjatLs3
— Krzysztof Szczawinski 🇵🇱 (@Kristof_Poland) August 19, 2026
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Fondarono la London School of Economics nel 1895, l’istituzione che ha formato generazioni di politici, funzionari pubblici, economisti e giornalisti in tutto il Commonwealth e oltre. Furono determinanti nella creazione del Partito Laburista nel 1900. Diedero forma alla BBC. Progettarono lo stato sociale britannico.
George Bernard Shaw, H.G. Wells, Tony Blair, Gordon Brown, Keir Starmer: l’elenco dei fabiani che hanno plasmato la politica britannica e globale non è una nota a piè di pagina. È la storia della sinistra del ventesimo secolo, raccontata senza mezzi termini.
Starmer non è un caso fortuito né un’evoluzione del Partito Laburista. Egli rappresenta l’espressione attuale di un progetto in corso da centoquaranta anni: paziente, istituzionale e pienamente coerente con la strategia originaria.
La Fabian Society è la lunga marcia di Gramsci attraverso le istituzioni, ma inglese, quindi meglio vestita e meglio finanziata, e con cinquant’anni di anticipo. Gramsci teorizzò ciò che i fabiani stavano già facendo. I fabiani ne furono i praticanti.
La Scuola di Francoforte fornì la filosofia. La Fabian Society fornì il modello operativo. E la teoria francese fornì il confezionamento culturale. Tre progetti, origini diverse, destinazione identica: lo smantellamento delle fondamenta della civiltà occidentale attraverso la paziente occupazione delle sue istituzioni.
Ciò che rende il modello fabiano più pericoloso del socialismo rivoluzionario è proprio la sua fluidità. La rivoluzione è visibile. Si possono indicare le barricate. L’approccio fabiano non produce barricate: solo programmi di studio che cambiano gradualmente, linee editoriali che si modificano sottilmente, linee guida per la pubblica amministrazione riviste progressivamente e una successione di riforme apparentemente ragionevoli che, singolarmente, sembrano modeste, ma che nel loro insieme trasformano ogni cosa.
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Il lupo travestito da pecora non è solo un predatore mascherato, ma un predatore che ha imparato a parlare la lingua delle pecore, ad adottarne i modi, a mostrare preoccupazione per il loro benessere e a riscrivere gradualmente le regole del gregge dall’interno
Quando ve ne accorgete, il lupo è già nella stanza da decenni. Ha indossato le vesti di pecora così a lungo che alcuni si sono dimenticati che non lo era. L’inganno non è stato casuale. Era il metodo. Il lupo travestito da pecora è obłuda [termine polacco traducibile con l’italiano «doppiezza», ndt] con una strategia a lungo termine. Zakłamanie [«inganno», ndt] con un piano centenario. La menzogna sistemica con un think tank e un patrimonio.
Sono stati pazienti. Sono stati deliberati. Sono stati efficaci. E la civiltà che ha prodotto la Magna Carta, la Dichiarazione dei Diritti e Churchill se n’è accorta a malapena, finché non è stato troppo tardi.
Krzysztof Szczawinski
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Immagine generata artificialmente
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