Arte
Karate e assenza del padre. Renovatio 21 recensisce Cobra Kai
L’inevitabilità di Karate Kid: chiunque sia nato negli anni Settanta o nei primi Ottanta non può non essere passato attraverso il viaggio di Daniel LaRusso.
Vi sono tormentoni che sono rimasti attaccati in qualsiasi lingua il film fosse servito («dai la cera / togli la cera»), ci sono personaggi le cui fisionomie (il crudele biondo figlio di papà, il cattivo maestro militarista, la bella ragazzina di cuore, la madre single scombiccherata) sono rimaste per sempre con noi.
Per quanto in molti non lo possano riconoscere (ma il Box Office sì), il film aveva in sé qualcosa di irresistibile, un ingrediente magico, un elemento che sincronizzava questo high school movie basato (molto vagamente) sulle arti marziali con il sentire collettivo.
Per anni, ammettiamo, non abbiamo capito cosa fosse.
Ora, la serie Cobra Kai ha dato una risposta. Lucida e più dolorosa del previsto, in un universo che diverte e spaventa, e forse spezza un po’ il cuore.
Karate Kid: bullismo e morale
Cobrai Kai è nato nel 2018 come produzione di YouTube Red (oggi YouTube Premium) e poi migrato su Netflix, dove si attende per fine 2021 la quarta stagione. È il seguito di Karate Kid (1984), in particolare il primo film, quello che termina con il celeberrimo calcio a gru di Daniel LaRusso (Ralph Macchio) su Johnny Lawrence (William Zabka). Tuttavia, nel corso della serie emergono rimandi concreti alle storie anche dei meno fortunati seguiti, storie che sono trattate talmente bene che vengono addirittura risolte, spostate su un livello narrativo e soprattutto morale più alto.
Cobra Kai, dichiarando qual era il vero tema di Karate Kid, innalza tutto il suo universo, lo rende un’opera di riflessione altissima, di fatto raramente tentata in ambito audiovisivo, soprattutto americano – perché tutto si incentra sul tema dell’assenza del padre e i suoi effetti devastanti sulla società. Perché racconta e analizza senza pudori il bisogno della gioventù di ricevere un’iniziazione che è ora perduta a causa della mancanza di chi l’iniziazione, nei millenni, l’ha officiata: la figura paterna.
Cobra Kai, dichiarando qual era il vero tema di Karate Kid, innalza tutto il suo universo, lo rende un’opera di riflessione altissima, di fatto raramente tentata in ambito audiovisivo, soprattutto americano – perché tutto si incentra sul tema dell’assenza del padre e i suoi effetti devastanti sulla società
Vi era stato un video di YouTube molto popolare che anni addietro tentava, e con un certo successo, di rovesciare la storia di Karate Kid. Era Daniel, e non Johnny, il vero bullo.
Daniel ruba al legittimo campione la ragazza. Daniel lo provoca sulla spiaggia e accende uno scontro in cui Johnny non fa che difendersi. Daniel umilia Johnny ad Halloween rovinandogli con l’acqua il costume. Poi quando passa il segno, Daniel si fa difendere dal «child batterer» («picchiatore di bambini») signor Miyagi, il quale è accusato anche di praticare la stregoneria visto che riesce a rimettere in piedi il ragazzo anche dopo un grave infortunio alla gamba. E alla fine, se ricordate, a dare il premio a Daniel è proprio Johnny, il difensore del titolo, che ammette la sconfitta e gli consegna il coppa.
Se ci pensate, ha tutto senso. Devono averlo pensato anche Jon Hurwitz e Hayden Schlossberg, i creatori della serie, che hanno anche loro ribaltato l’assunto hollywoodiano: lo stronzo in realtà era proprio LaRusso, e Johnny era in fondo un bravo ragazzo, anche se imperfetto, come tutti gli eroi.
Cobra Kai e il sacrificio del padre assente
Da qui parte la storia di Cobra Kai, che è la storia, in particolare, di Johnny Lawrence. Sono passati 34 anni da quella finale del torneo di karate, e la sua esistenza è quella di un loser totale. Vive con lavoretti manuali. La ricchezza che sfoggiava nel primo film, apprendiamo, non era la sua, ma del patrigno (perché anche lui, scopriamo ora, era senza un vero padre), che odiava quanto amava sua madre. Non ha interessi particolari, non ha hobby, non ha vere opinioni, né relazioni forti. Si mette sempre nei guai, perché non conosce materialmente le regole del politicamente corretto (cosa davvero pazzesca per un eroe di una fiction moderna). Non è aggiornato su nulla, non ha uno smartphone e nemmeno conosce internet. Ha passato tutti gli anni Novanta, dice, andando a troppi party. Ha incontrato le donne sbagliate, ma in realtà, nel suo stupore di sconfitto alcolico, non ne soffre nemmeno troppo. Dorme in un tugurio nello stesso quartieraccio da cui proveniva Daniel, la sera si sfonda di birra, raccolta da un frigo vuoto, guardando programmi-spazzatura in TV, dove però abbondano gli spot di Daniel LaRusso.
Il quale invece ha fatto i soldoni, è diventato un grande concessionario di auto, un uomo importante, rispettato nella comunità degli abbienti losangelini. Daniel ha messo su famiglia: una figlia irrequieta che è, in un suo modo insopportabile, promiscua e combinaguai. Un figlio dipendente dai videogame che per la storia è al momento irrilevante (anche se prima o poi partirà una riflessione sulla paternità anche lì…).
Johnny è quello che in America chiamano un deadbeat dad, un padre fannullone, uno di quelli che a seguito della separazione comincia lentamente a sparire dalla vita dei figli, solo per comparire raramente e per cose futili
Anche Johnny ha un figlio: ma anche questo è un elemento, forse il maggiore, del suo fallimento. Johnny è quello che in America chiamano un deadbeat dad, un padre fannullone, uno di quelli che a seguito della separazione comincia lentamente a sparire dalla vita dei figli, solo per comparire raramente e per cose futili.
In definitiva: Johnny Lawrence stesso è diventato un padre assente. La storia di Cobra Kai è quella del suo riscatto: perché – è il messaggio illuminante che si può e si deve portare nell’orrore della società della disgregazione familiare – dietro ad ogni uomo fallito c’è un uomo, dietro ad ogni padre assente può esserci un padre. La trasformazione, come nel karate, avviene solo attraverso il dolore e il sacrificio – e l’esercizio.
La sindrome dell’abbandono americano
Il tema non è da poco. La quantità impressionante di divorzi in America , secondo alcuni, produce persone insicure ed irrisolte: sono in molti a raccontare dei figli degli innumeri divorzi americani come possibili prede della cosiddetta sindrome dell’abbandono, un complesso psicologico di angoscia che i propri legami affettivi svaniscano.
La sindrome dell’abbandono, per alcuni, è uno dei tratti psicologici specifici non solo dell’America come società, ma perfino della politica USA.
La sindrome dell’abbandono, per alcuni, è uno dei tratti psicologici specifici non solo dell’America come società, ma perfino della politica USA
Reazioni violente, per le quali ci si basa su indizi superficiali e di cui non si calcolano le conseguenze a lungo termine, possono essere lette come la matrice delle tantissime disastrose operazioni militari internazionali condotte da Washington.
Nel mondo dove la realtà ultima è l’abbandono, ogni manchevolezza di una controparte è letta come un messaggio di terminazione del rapporto. Con conseguente senso di angoscia da far cessare il prima possibile. Tutti potete riconoscere le storie di quei tanti dittatori passati dall’essere cocchi USA a divenire nemici globali eliminati senza pietà – e talvolta senza ragione.
Gli homeless: l’altra faccia del sogno americano
L’abbandono ha negli USA una sua visibilissima tipologia di cittadino specifica: quella degli homeless. I barboni costituiscono, in città come Los Angeles, una percentuale considerevole della popolazione umana. Come noto, uno dei motivi del grande esodo dalla California da parte di certa classe media (di tutti i partiti e morfologie) è la soverchiante presenza di homeless che oramai lambiscono le aree residenziali e rendono impraticabili centri cittadini un tempo sereni, e che ora versano, appunto, in stato di abbandono.
Gli homeless sono decisamente l’altra faccia del sogno americano: non più ascrivibili alla triade lavoro-benessere-famiglia, ma disoccupazione-miseria-solitudine.
Gli homeless sono decisamente l’altra faccia del sogno americano: non più ascrivibili alla triade lavoro-benessere-famiglia, ma disoccupazione-miseria-solitudine.
Essi sono il volto stesso dell’abbandono, in quanto sono stati piantati dalla rete sociale fatta dalla famiglia, dalla professione e dallo Stato, dal senso stesso del mondo come comunità umana. Essi agiscono da promemoria del collasso sociale, e al contempo, per gli americani, sono grandi segnali visibili di cosa può accaderti se non fai attenzione: basta poco, dicono in USA, per passare dalla classe media al mondo dei senzatetto. Una malattia che magari produce un conto di un ospedale andato fuori controllo, una causa, un divorzio, oppure la dipendenza dagli antidolorifici oppioidi (indotta dalle case farmaceutiche ora per questo condannate)…
È significativo che nel primo episodio della prima stagione dei ragazzini bulli chiamino homie (diminutivo dispregiativo di homeless) il povero Johnny, seduto su un marciapiede con la sua camicia a quadrettoni e un pezzo di pizza al trancio come cena.
Robert Bly e il crollo dell’iniziazione maschile
Scavando più sotto ancora del tema dell’abbandono, troviamo vivissimo quello del maschio, cresciuto a metà a causa dell’assenza del padre e quindi incastrato in un meccanismo di perpetuazione di esistenze incomplete. Si tratta di una riflessione profondissima, ancora più tabuizzata della precedente su divorzio e abbandono, che però è giusto demandare, quantomeno, all’arte.
Infatti, colui che ha trattato con più energia e lucidità l’argomento non è un sociologo, un filosofo, uno psichiatra, ma un poeta: Robert Bly. Oltre alla sua attività di scrittore di versi, il pacifista Bly, influenzato da Carl Gustav Jung (di cui supera pragmaticamente le teorie), ha scritto saggi di spessore e creato un movimento chiamato Mythopoetic Men’s Movement. Il pensiero di Bly riguarda la crisi del maschio contemporaneo, causato, secondo il poeta, dal fatto che gli adolescenti oggi sono «non guidati» verso l’età adulta – da qui il titolo di un suo libro, La società degli eterni adolescenti – a causa dell’assenza delle funzioni paterne.
La scomparsa della figura paterna crea la parallela scomparsa del rito di passaggio: il ragazzo non sa esattamente quando diventa adulto, né probabilmente lo vuole diventare
La scomparsa della figura paterna crea la parallela scomparsa del rito di passaggio: il ragazzo non sa esattamente quando diventa adulto, né probabilmente lo vuole diventare. Interrotta l’iniziazione paterna, gli individui – come Johnny Lawrence – restano invischiati in un limbo che porta necessariamente al caos. La droga, la depressione, la delinquenza, il suicidio, le turbe maschili, tutti deriverebbero dallo spegnimento della tradizione di padre in figlio e dall’instaurarsi di una società orizzontale che Bly chiama «società fraterna».
I mezzo-adulti, dice Bly, avranno quindi difficoltà nel lavoro e nella vita famigliare – perché non sono formati alla responsabilità, intrappolati come sono tra l’infanzia e l’età matura. Ciò li porta a poter divenire, salvo sacrificio e trasformazione, dei padri assenti, dei padri di figli che non cresceranno mai del tutto.
Fight Club è un Karate Kid che non ce l’ha fatta
La più grande illustrazione del pensiero di Bly è stata, non si sa quanto volontariamente, la storia di Fight Club, un romanzo e una pellicola epocali.
L’autore della storia, Chuck Palahniuk, in un’intervista dichiarò che avrebbe scoperto solo poi il pensiero di Bly, e quanto profondamente esso rispecchiava il suo racconto, in parte autobiografico. Ricorderete la scena: il narratore (nella pellicola, Edward Norton) fa un bilancio esistenziale con Tyler Durden (Brad Pitt) mentre, pieni di lividi, riposano in bagno.
«Io non conosco mio padre. Insomma, lo conosco, ma se n’è andato via quando avevo sei anni. Ha sposato un’altra donna, ha avuto altri figli. Lo fa ogni sei anni: va in una nuova città e mette su una nuova famiglia» dice il protagonista.
Interrotta l’iniziazione paterna, gli individui – come Johnny Lawrence – restano invischiati in un limbo che porta necessariamente al caos
«Il cazzone ha aumentato le filiali! Il mio non ha fatto l’università, perciò era essenziale che ci andassi io» risponde Tyler Durden. «Così mi laureo, gli faccio un’interurbana e gli dico: papà, e adesso? E lui: trovati un lavoro!»
«Stessa cosa!»
«A venticinque anni faccio la mia telefonata annuale e gli dico: papà, e adesso? E lui: non lo so, vedi di sposarti!» continua Pitt.
Norton risponde: «Non puoi sposarti. Sei un bambino di 30 anni».
«Siamo una generazione cresciuta dalle donne. Mi chiedo se un’altra donna sia davvero la risposta».
Fight Club era l’urlo, sardonico quanto sadico, lucido quanto distruttivo, della crisi del maschio americano in quanto orfano di padre.
La droga, la depressione, la delinquenza, il suicidio, le turbe maschili, tutti deriverebbero dallo spegnimento della tradizione di padre in figlio e dall’instaurarsi di una società orizzontale che Bly chiama «società fraterna»
Cobra Kai è un Fight Club inserito in una teen comedy, dove la soluzione non è il rovesciamento della società a partire dall’abbattimento dei palazzi del danaro (non una brutta idea, in realtà) ma la ricerca della possibilità di una ricomposizione di umanità tradizionale tra padri e figli – e la conseguente guarigione della società tutta.
Ci abbiamo messo decenni, ma alla fine lo abbiamo capito. Karate Kid, ancora quasi 40 anni fa, parlava solo di questo: l’accesso ad un percorso di iniziazione, la ricerca da parte di un orfano di un padre che gli trasmetta la conoscenza necessaria a sopravvivere e prosperare. Fight Club è la storia di un tizio che impazzisce perché non è riuscito a trovare un Mister Miyagi che gli facesse da padre.
In ognuna delle tre stagioni di Cobra Kai tutti questi temi sono scandagliati con dovizia, senza mai dare risposte facili.
Vittime WASP
La serie ha pure il pregio, davvero prezioso, di tentare di andare oltre al politicamente corretto: il protagonista usa talvolta parole e modi etnicamente sbagliati, ma nessuno lo «cancella» – anzi, le stesse minoranze, bullizzate, ne rispettano l’autenticità.
I bulli, del resto, non sono più gli WASP, biondi e ricchi, un tempo unici residenti delle colline dell’upper class: sono insiemi di fighetti interetnici dove il più odioso è un asiatico, che nella sua boria mai ha pensato alle arti marziali. Anche questo contribuisce a fare di Cobra KaI una sagace riflessione sui cambiamenti sociali e sui tabù dell’America woke, come la «cultural appropriation» (cioè, la proibizione da parte di una cultura, specie quella bianca, di usare temi e costumi di un’altra), il cui spettro potrebbe rendere proibite storie come questa da un momento all’altro.
Karate Kid, ancora quasi 40 anni fa, parlava solo di questo: l’accesso ad un percorso di iniziazione, la ricerca da parte di un orfano di un padre che gli trasmetta la conoscenza necessaria a sopravvivere e prosperare
Non è sociopoliticamente banale il rovesciamento sociale che viene messo in scena, ed indagato in più episodi: la classe dominante degli anni Ottanta (gli WASP che schifavano l’italiano del New Jersey, doppiamente immigrato e incontrovertibilmente tamarro – Jersey Shore docet) è interamente decaduta, ridotta addirittura al ruolo di forgotten men, o di quasi homeless.
Anche qui: il biondo ciuffo – non quello di Johnny, ma di Donald Trump – è dietro ogni angolo…
Cobra Kai, una serie che è impossibile non amare
Cobra Kai è spassoso per diverse ragioni, e il suo appeal va ben al di là dei nostalgici del vecchio film (che sono qui anche presi per i fondelli tramite il memorabile personaggio, apparso nella stagione 2, di Sting Ray).
È difficile non farsi quattro risate vedendo le disavventure del gruppone di personaggi, come al contempo è impossibile rimanere impassibili dinanzi alle umiliazioni che devono subire e al dramma interiore del protagonista.
È impossibile non amare questa serie. Molti si possono vergognare ad iniziarla, perché in fondo sembra proprio un prodotto per adolescenti, e in larga parte lo è. Tuttavia nessuno di coloro che ha cominciato si è pentito.
Bill Burr, il grande comico americano noto per le sue battute abrasive, si è speso varie volte, in podcast e trasmissioni TV, a decantare la qualità suprema di questa serie. «Non posso dirvi abbastanza quanto sia grande questa serie. È così fottutamente interessante… è tutto: è drammatica, prende in giro se stessa, è spassosa, è triste, ti fa pensare… I just fucking love it».
Ci ha ragione. È davvero raro trovare qualcosa che, con estrema levità e pure capacità di farti ghignare, può parlare del dramma interiore di due generazioni, e quindi della tragedia sottotraccia di un’intera nazione.
Articolo previamente apparso su Mondoserie.it
Immagine screenshot da Youtube pubblicata su Fair Use
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Casa produttrice di videogiuochi «woke» chiude i battenti
La storica casa produttrice di videogiochi BioWare ha annunciato mercoledì la chiusura dell’attività e, secondo i critici, l’eccessiva enfasi sul proselitismo «woke» nei suoi prodotti ha contribuito al suo declino. BioWare, uno studio canadese acquisito dalla statunitense Electronic Arts nel 2007, è noto soprattutto per i suoi popolari e acclamati giochi d’avventura e serie come Mass Effect, Baldur’s Gate e Star Wars: Knights of the Old Republic.
«Dopo oltre trent’anni di avventure condivise, BioWare chiude i battenti e la fase di sviluppo iniziale del prossimo progetto di Mass Effect si conclude», ha annunciato lo studio sul suo blog. «Scrivere queste parole non è affatto facile. Ora la nostra attenzione è rivolta al nostro team di incredibile talento, che ha dedicato anima e corpo a questi giochi, e al sostegno reciproco durante questa transizione.»
Secondo quanto riportato da Bloomberg, BioWare è stata una delle aziende colpite dai licenziamenti di EA, che hanno interessato circa 400 posti di lavoro, pari al 3% del personale complessivo dell’azienda. L’ultimo gioco completato e pubblicato da BioWare è stato Dragon Age: The Veilguard del 2024, generalmente accolto positivamente dalla critica specializzata ma stroncato dai giocatori medi sul sito di aggregazione di recensioni Metacritic.
I difensori hanno cercato di liquidare le critiche come un «bombardamento di recensioni» coordinato, dovuto alla forte presenza di «rappresentazione» transgender nel gioco, come ad esempio una scena ampiamente derisa in cui un personaggio mostra il modo «giusto» di esprimere un sincero pentimento per aver «sbagliato il genere» di un compagno.
I think BioWare went out of business because their entire customer base got AIDS and died after sitting through this scene pic.twitter.com/ZV5IgVwfzH
— Enguerrand VII de Coucy (@ingelramdecoucy) October 21, 2026
Non altrettanto facile da ignorare è stato il rendimento finanziario del gioco. Bloomberg ha riportato l’anno scorso che Veilguard aveva riscosso un successo iniziale nelle classifiche di vendita subito dopo la sua uscita alla fine di ottobre 2024, ma non era riuscito a mantenere il supporto nelle settimane successive. Il gennaio seguente, EA ha annunciato che il gioco «aveva raggiunto solo 1,5 milioni di giocatori, mancando le aspettative dell’azienda del 50%».
Tra il fallimento di Veilguard e le scarse prestazioni di un altro gioco sportivo, EA ha subito un calo del 18% del prezzo delle sue azioni, ha rivisto al ribasso le previsioni di vendita per il prossimo anno fiscale e ha licenziato parte del personale di BioWare.
Sebbene le tematiche di genere affrontate nel gioco non siano state l’unica (né necessariamente la principale) causa del suo insuccesso, esso si è verificato in un momento in cui la pazienza del pubblico generalista nei confronti delle prediche «woke» nel mondo dell’intrattenimento e degli affari era giunta al limite.
Negli ultimi anni, gli attivisti di sinistra hanno utilizzato gli standard di Diversità, Equità e Inclusione (DEI) e Ambiente, Società e Governance (ESG) per fare pressione sulle principali aziende statunitensi affinché prendano posizioni favorevoli su questioni politiche e culturali come l’omosessualità, il transessualismo, le relazioni razziali, l’ambiente e l’aborto.
Gli sforzi degli attivisti «woke» per organizzare un boicottaggio di Hogwarts Legacy del 2023, un videogioco del popolarissimo franchise di Harry Potter, a causa della posizione della creatrice della serie J.K. Rowling contro l’ortodossia transgender, sono falliti in modo clamoroso: il gioco ha venduto oltre 12 milioni di copie nelle prime due settimane dall’uscita e ha superato i 40 milioni di copie vendute entro dicembre 2025.
L’influenza della cultura woke sui videogiochi si è intensificata negli ultimi anni, manifestandosi attraverso l’enfasi su diversità, inclusione e tematiche di giustizia sociale. Molti titoli AAA (cioè di prima fascia, la cui produzione costa centinaia di milioni) hanno introdotto personaggi di genere non binario, pronomi personalizzabili, rappresentazioni di minoranze etniche e narrative che affrontano questioni di identità, spesso su consiglio di consulenti come la società Sweet Baby Inc. o per pressioni ESG degli investitori.
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Esempi includono Assassin’s Creed Shadows con il samurai nero Yasuke, criticato per inaccuratezza storica, e lo stesso Dragon Age: The Veilguard con opzioni di personalizzazione per cicatrici da mastectomia e personaggi non binari, che ha deluso le vendite. Concord di Sony, con un cast diversificato, è stato un flop clamoroso chiuso in settimane. Dustborn, finanziato dall’UE, ha avuto picchi di giocatori minimi a causa di temi percepiti come propagandistici.
I critici sostengono che ciò prioritizza il messaggio politico sul gameplay e sulla qualità, alienando il pubblico (prevalentemente maschile) e contribuendo al mantra «go woke, go broke». Alcuni flop sono attribuiti a problemi di sviluppo più ampi. Altri vedono l’inclusione come progresso positivo. Non tutti i giochi con elementi progressisti falliscono: Baldur’s Gate 3 ha avuto successo. La polarizzazione sui social amplifica le controversie, mentre la maggior parte dei giocatori cerca semplicemente divertimento.
La situazione era stata anticipata più di dieci anni fa dal cosiddetto Gamergate, una controversia esplosa nell’agosto 2014 nella comunità videoludicainiziata con accuse di conflitto d’interessi legate a Zoe Quinn e al giornalista Nathan Grayson di Kotaku, poi si è allargata a critiche sull’etica del giornalismo di settore, sulla collusione tra media e sviluppatori e sulla crescente influenza di tematiche di giustizia sociale, femminismo e diversità nei giochi e nelle recensioni.
I sostenitori (spesso sotto l’hashtag #GamerGate) sostenevano di lottare contro la corruzione mediatica e la politicizzazione forzata del medium, chiedendo maggiore trasparenza. Gli oppositori lo hanno descritto come una campagna di molestie e odio mirata contro donne del settore (Quinn, Anita Sarkeesian, Brianna Wu), con doxxing, minacce e trolling. La polarizzazione sui social ha amplificato entrambi gli aspetti.
L’evento ha lasciato un’eredità duratura: ha accentuato le divisioni culturali nel gaming, influenzato successive guerre culturali online e alimentato dibattiti ancora oggi sulla rappresentazione, sull’etica giornalistica e sul ruolo della politica nei videogiochi. Molti gamer volevano semplicemente concentrarsi sul divertimento, ma la vicenda ha reso evidente quanto il settore fosse diventato un campo di battaglia ideologico.
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Immagine di Michael B. via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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Stelle del cinema e tute alari. Renovatio 21 intervista il decano degli stuntmen italiani Claudio Pacifico
Adesso l’hanno perfezionata e non è più come ai tempi di de Gayardon. Mi ricordo che con Patrick saltavamo al Garda facendo base jump e lui già usava la tuta alare; aveva preso in mano questo progetto militare partito anni prima, ma non sviluppato. Patrick lo riprese e iniziò a sperimentare; all’inizio aveva questi quattro pezzi di stoffa, non come oggi con la camera d’aria dove l’aria entra, gonfia la tuta e ti fa diventare un’ala rigida mentre viaggi. È grazie a lui che è partito tutto quanto.
De Gayardon è stato un pioniere.
Certo, specialmente per la tuta alare. Il suo progetto è stato poi migliorato e sviluppato nel tempo.
Hai mai provato a fare base jump con la tuta alare?
Con la tuta mi sono buttato solo dall’aereo, ma ho fatto quasi 500 base jump. Ho saltato ovunque.
Ultimamente il wingsuit è uno sport che sta prendendo sempre più piede all’interno del mondo del paracadutismo.
Hai detto bene. Quando una cosa diventa uno sport significa che molta gente pratica quella disciplina. Purtroppo anche troppa, nel senso che si approcciano persone che non sono veramente così esperte. Un conto è saltare da un aereo con la tuta alare, un altro è fare base jump, e un altro conto ancora è saltare da un ponte alto magari cinquecento metri: se c’è una piccola incertezza, se non sei più che esperto nella posizione, può essere molto rischioso.
Ti sono mai capitate situazioni difficile o particolarmente rischiose nei tanti lanci che hai effettuato?
Ci sono state, anche se sono sempre molto attento a tutto quello che faccio. Nella mia vita da paracadutista ho fatto una sola emergenza con il tandem. Ho rischiato nel fare base jump, perché ho saltato in posti veramente bassi dove non ho fatto in tempo neanche a prendere i comandi della vela. Una volta sono finito dentro un cespuglio di rovi e mi sono graffiato tutto, ho rotto la vela e ho fatto un casino! Il tutto perché un mio amico mi aveva detto che erano cento metri, e invece erano settantacinque: c’è una bella differenza quando fai dei base così bassi, venti o trenta metri in più cambiano davvero tutto. E comunque è andata [ride]!
Un’altra volta eravamo al Garda, ma non era la giornata adatta per lanciarsi perché c’era vento. Sono saltato ugualmente e ho aperto dopo pochi secondi di caduta libera, ma il vento che sbatteva addosso alla montagna mi ha riportato su. Sono ritornato nel punto di partenza con la vela che shakerava e ho pregato Dio dicendo: «Giuro che non lo faccio più!». E non so quanto tempo ci ho messo a scendere, perché il vento mi teneva lì. Si era creata una turbolenza incredibile che mi apriva e chiudeva la vela. Una bella situazione di stress!
Un’altra volta stavo facendo il film Double Team con Jean-Claude Van Damme, dove ero skydiver supervisor — colui che si occupava della gestione dei lanci dagli aeroplani — ed ero anche l’operatore video in aria. Facciamo un lancio dove io esco dall’elicottero e gli altri due dal Pilatus [velivolo spesso usato per queste attività, ndr] da una quota di circa tremila metri. Ci lanciamo, faccio tutte le riprese e poi, quando apriamo, vediamo che siamo lontanissimi dalla zona di atterraggio, in un’altra città. Lì vedi e ti rendi conto di quanto devi essere veramente esperto. Non basta fare paracadutismo la domenica, devi essere pronto e preparato a ogni evenienza.
Di fatto hanno sbagliato il punto di lancio.
Lo hanno sbagliato totalmente! Stavamo aspettando l’ok da terra che però tardava ad arrivare e, quando ce lo hanno dato, eravamo dieci chilometri più avanti, in un altro paese. Siamo atterrati in una piazzola in mezzo alla città. Ci siamo salvati [ride]! In quel film ci siamo impegnati molto e ho fatto da controfigura a Van Damme attaccato fuori dal C-130: una delle scene più stressanti della mia carriera. C’era questa scena dove il protagonista si trovava sopra un cargo che galleggiava in acqua; passava l’aereo e lo agganciava portandolo in quota. Piano piano il protagonista riesce a entrare nel velivolo e a combattere con due persone: le due persone che butta di sotto sono sempre io, e anche quello fuori dall’aereo sono io.
Dovevamo girare in aria e ci siamo messi a quota duemila metri col C-130, un grande aereo da trasporto militare, con il personale di bordo francese che supervisionava — molto bravi — e mi dovevano tirare dentro mentre stavo appeso al cargo a una quindicina di metri dal portellone posteriore. C’era una turbolenza che ti portava via e in quel momento ho cercato di mantenere il controllo, ma a un certo punto stavo svenendo.
Sentivo che stavo per andar via e non ho fatto altro che chiudere gli occhi, tenermi stretto, rilassarmi e aspettare che mi ritirassero dentro.
Il problema è che ci sono voluti sette minuti per completare questa operazione! Avevo un gancio che in caso di emergenza potevo staccare per lanciarmi, ma considera che stavamo sorvolando l’oceano, quindi sarei atterrato in acqua; c’erano delle barche che ci seguivano, ma non mi piaceva l’idea di ammarare, anche perché se fossi svenuto sarebbe stato davvero rischioso. Alla fine è andato tutto bene proprio grazie all’esperienza e al grado di professionalità, che ti permette di conoscere te stesso in maniera perfetta e capire quali azioni intraprendere anche sotto forte stress.
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C’è anche Dennis Rodman in quel film.
Anche Mickey Rourke. Bei personaggi.
Torno un attimo al paracadutismo: tu sei anche istruttore. Come ti approcci ai tuoi allievi?
Avendo un’accademia di stuntmen istruisco su tantissime discipline, compreso il paracadutismo. Vedo, guardo e sto molto attento alla persona che ho davanti, perché non siamo tutti uguali, e mi adeguo a chi mi trovo di fronte: sia nel linguaggio, sia nel comportamento. Sono tecniche d’insegnamento e la vedo come una cosa molto seria. Il paracadutismo è goliardico e divertente — tu lo sai bene — ma ha i suoi rischi e, secondo me, non tutti sono portati per farlo.
Proprio per questo bisogna essere bravi, come istruttori, a capire chi si ha davanti, e l’insegnamento dev’essere veramente ad hoc, fatto bene e con professionalità. Si gioca, si ride e si scherza, ma quando spieghi una tecnica o una manovra che poi l’allievo dovrà fare in aria, la lezione dev’essere perfetta, precisa. E devi essere sicuro — questa è la cosa più importante — che lui l’abbia capita.
Perché tutte le persone che imparano tendono a dire subito: «Sì, ho capito». È un’attitudine automatica. In realtà, dai piccoli movimenti del corpo o dai test che gli fai, intuisci subito se non ha compreso. Dico sempre che il lancio si prepara a terra: è a terra che devi farmi tutto perfettamente, perché tanto so che in aria un trenta percento di scarto c’è sempre, se non di più. Perciò, se non sono sicuro e non vedo la tua sicurezza almeno nei movimenti a terra, è inutile andare su. Questa è una cosa basilare, ma fondamentale per un istruttore.
La prossima domanda sarebbe stata se il paracadutismo è uno sport per tutti, ma in parte già hai risposto.
Non è uno sport per tutti. Qualche mio collega mi criticherà, ma io la penso così. È come fare lo stunt: non è per tutti. I nuovi materiali e le nuove tecniche agevolano molto l’allievo, ma non è comunque una disciplina per chiunque. Aprire il portellone di un aereo a quattromila metri e buttarsi di sotto non è una cosa naturale, c’è gente che soffre di vertigini. Non tutto è per tutti. Poi, ripeto, con la tecnica e i mezzi che ci sono oggi si riesce a portare molta gente in aria; vedo però che la maggior parte degli allievi che cominciano finisce per smettere.
In tantissimi anni di esperienza ho visto il terrore sulla faccia delle persone mentre erano in aria e, una volta atterrati, capitava di dire loro educatamente: «Senti, questo sport non fa per te, perché lo stai facendo?». Gli davo dei consigli e non mi sbagliavo mai. L’allievo può avere le sue paure che si porta appresso: lo vuole fare per farsi bello con la fidanzata, per l’amico, per esibirsi o che ne so io.
Purtroppo l’essere umano è fatto così, siamo un po’ tutti così. Solo che lì devi fare i conti con te stesso e con una situazione abbastanza drastica, perché lanciarsi da un aereo non è naturale. Noto che alcuni, pur avendo centinaia di lanci alle spalle, ancora non sanno atterrare: e questo succede per la paura, non perché non abbiano appreso la tecnica.
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Quali sono le scene più pericolose che hai girato?
La maggior parte delle scene che ho girato erano pericolose e ad alto rischio. Quando lavori in acqua non fai una semplice nuotata, ma devi andare sott’acqua dentro una macchina cappottata con una bomboletta d’aria e aspettare che si inizi a girare. Basta che qualcosa non funzioni e affoghi. Una volta ero sotto una barca rovesciata facendo finta di essere rimasto incastrato e dovevo aspettare l’arrivo dei sub.
Un’altra volta mi sono messo all’esterno di un aeroplano in volo senza paracadute. Dovevamo girare questa scena con me che uscivo dall’aereo tenendomi a delle maniglie, come quando fai paracadutismo. L’avevo fatto tantissime volte, ma sempre con la sacca sulla schiena. Lì non potevo metterlo perché nel film si sarebbe visto, e allora sono uscito — a più di duemila metri di altezza — senza nulla. E se mi fosse scivolata una mano o un piede? Ero più giovane… Oggi non l’avrei mai fatta, e comunque per questioni di sicurezza non te la farebbero nemmeno più fare.
Anche con i cavalli abbiamo fatto cose davvero complesse. Oppure la caduta con i cavi — cavetti sottili di pochi millimetri — sulle navi corsare: un tuffo da più di cinquanta metri fino a dentro l’acqua, profonda appena un metro e mezzo. Se avessero sbagliato anche di poco la misura dei cavi, ci si faceva male sul serio.
Il problema in realtà non era tanto la caduta in sé, ma quando mi ritiravano su con l’argano: guardando quel cavetto così sottile, non ti nego che qualche pensiero mi è passato per la testa [ride]. Mi sono fidato di loro, che erano grandissimi tecnici, ed è andato tutto benissimo. Se mi fossi preoccupato sul serio avrei accumulato un’inutile tensione, e questo avrebbe inciso negativamente sul mio lavoro.
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Arte
Apu è tornato
Il personaggio dei Simpson, Apu, il cui nome completo è Apu Nahasapeemapetilon jr., ha trascorso gran parte dell’ultimo decennio in una sorta di limbo in cui era stato relegato dal politicamente corretto.
La cancel culture aveva giudicato il personaggio politicamente troppo scorretto per essere tollerato nel 2017, portando al suo esilio dalla serie. Sul caso era pure stato fatto un documentario, The Problem with Apu (2017), dove il comico di origini indiche Hari Kondabolu rifletteva sugli stereotipi e le «microaggressioni razziste» che la figura dei cartoni, secondo i detrattori, provocherebbe.
Nove anni dopo, Apu è finalmente tornato.
I fan dei Simpson hanno ricevuto una sorpresa questa settimana, quando Apu ha fatto la sua prima apparizione in un nuovo episodio dopo tanto tempo, tornando sullo schermo per continuare a gestire la sua attività locale, il Kwik-E-Mart. Questa volta a dare la voce ad Apu è un doppiatore indiano-americano, mentre prima era stata interpretata da un bianco, il mitico attore neoeboraceno (di origini ebraico-sefardite elleniche) Hank Zakaria.
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Lo Zakaria, alla fine, dovette cedere alla pressione woke, ammettere che qualcosa non andava, e «fare un passo a lato». Non solo: nella miglior tradizione maoista, dovetta fare autocritica, andando in un podcast nel 2021 e scusarsi per «razzismo, la mia partecipazione al razzismo, o almeno a una pratica razzista o al razzismo strutturale, in quanto correlato al mondo dello spettacolo o… tutto quanto sopra».
Viene ora comunicato che la fortunata serie, arrivata all’invidiabile numero di 38 stagioni, non si affida più a doppiatori bianchi per i personaggi non bianchi.
Molti sud-asiatici hanno a lungo apprezzato Apu nonostante la sua «cancellazione». Il produttore dei Simpson, Amar Shah, ad esempio, ha affermato che Apu gli ricorda suo padre. Nel 2022, il comico e intrattenitore Akaash Singh ha realizzato uno speciale di stand-up comedy intitolato «Bring Back Apu» («Ridateci Apu»), in cui afferma che il personaggio «non è razzista» e rappresentava il sogno americano.
Le origini del personaggio sono cinefile: il suo nome gli fu dato in onore del protagonista della Trilogia di Apu di Satyajit Ray, cineasta indiano conosciuto nei circuiti d’essai di tutto il mondo, apprezzato particolarmente in Unione Sovietica, e paragrafo ineludibile dei manuali di storia del cinema mondiale.
L’epurazione di Apu fu parodiata in un famoso episodio dell’altra grande serie di cartoni satirici statunitensi, South Park.
Nell’ottobre del 2018, nell’episodio di South Park intitolato «The Problem with a Poo» («il problema con una pupù»), il personaggio di Mr. Hankey – di fatto una cacca parlante, che ricorre in varie storie della serie – viene espulso e mandato in una terra dove «alla gente non importano il bigottismo e l’odio»: Springfield, città omonima di quella dei Simpsons. L’episodio si concludeva con una schermata con la scritta #cancelthesimpsons, simile al promo di South Park che chiedeva la cancellazione della serie stessa.
Il ritorno di Apu coincide in realtà con un enorme ondata di indiani o sudasiatici che investe la scena politica America.
La Kamala Harris era in realtà mezza Tamil, Usha Vance, moglie del vicepresidente JD Vance, è indiana; è di origine indiana il miliardario ex candidato presidente, ora candidato a governatore dell’Ohio, Vivek Ramaswami, così come è di origini asiatiche, benché nato in Uganda, il neosindaco neoeboraceno Zoran Mamdami, figlio della premiata regista indiana Mira Nair; è parimenti indiano di famiglia immigrata dall’Uganda il direttore dell’FBI Kash Patel.
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Immagine di Dave Woodward via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0
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