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Karate e assenza del padre. Renovatio 21 recensisce Cobra Kai

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L’inevitabilità di Karate Kid: chiunque sia nato negli anni Settanta o nei primi Ottanta non può non essere passato attraverso il viaggio di Daniel LaRusso.

 

Vi sono tormentoni che sono rimasti attaccati in qualsiasi lingua il film fosse servito («dai la cera / togli la cera»), ci sono personaggi le cui fisionomie (il crudele biondo figlio di papà, il cattivo maestro militarista, la bella ragazzina di cuore, la madre single scombiccherata) sono rimaste per sempre con noi.

 

Per quanto in molti non lo possano riconoscere (ma il Box Office sì), il film aveva in sé qualcosa di irresistibile, un ingrediente magico, un elemento che sincronizzava questo high school movie basato (molto vagamente) sulle arti marziali con il sentire collettivo.

 

Per anni, ammettiamo, non abbiamo capito cosa fosse.

 

Ora, la serie Cobra Kai ha dato una risposta. Lucida e più dolorosa del previsto, in un universo che diverte e spaventa, e forse spezza un po’ il cuore.

 

 

Karate Kid: bullismo e morale

Cobrai Kai è nato nel 2018 come produzione di YouTube Red (oggi YouTube Premium) e poi migrato su Netflix, dove si attende per fine 2021 la quarta stagione. È il seguito di Karate Kid (1984), in particolare il primo film, quello che termina con il celeberrimo calcio a gru di Daniel LaRusso (Ralph Macchio) su Johnny Lawrence (William Zabka). Tuttavia, nel corso della serie emergono rimandi concreti alle storie anche dei meno fortunati seguiti, storie che sono trattate talmente bene che vengono addirittura risolte, spostate su un livello narrativo e soprattutto morale più alto.

 

Cobra Kai, dichiarando qual era il vero tema di Karate Kid, innalza tutto il suo universo, lo rende un’opera di riflessione altissima, di fatto raramente tentata in ambito audiovisivo, soprattutto americano – perché tutto si incentra sul tema dell’assenza del padre e i suoi effetti devastanti sulla società. Perché racconta e analizza senza pudori il bisogno della gioventù di ricevere un’iniziazione che è ora perduta a causa della mancanza di chi l’iniziazione, nei millenni, l’ha officiata: la figura paterna.

Cobra Kai, dichiarando qual era il vero tema di Karate Kid, innalza tutto il suo universo, lo rende un’opera di riflessione altissima, di fatto raramente tentata in ambito audiovisivo, soprattutto americano – perché tutto si incentra sul tema dell’assenza del padre e i suoi effetti devastanti sulla società

 

Vi era stato un video di YouTube molto popolare che anni addietro tentava, e con un certo successo, di rovesciare la storia di Karate Kid. Era Daniel, e non Johnny, il vero bullo.

 

 

Daniel ruba al legittimo campione la ragazza. Daniel lo provoca sulla spiaggia e accende uno scontro in cui Johnny non fa che difendersi. Daniel umilia Johnny ad Halloween rovinandogli con l’acqua il costume. Poi quando passa il segno, Daniel si fa difendere dal «child batterer» («picchiatore di bambini») signor Miyagi, il quale è accusato anche di praticare la stregoneria visto che riesce a rimettere in piedi il ragazzo anche dopo un grave infortunio alla gamba. E alla fine, se ricordate, a dare il premio a Daniel è proprio Johnny, il difensore del titolo, che ammette la sconfitta e gli consegna il coppa.

 

Se ci pensate, ha tutto senso. Devono averlo pensato anche Jon Hurwitz e Hayden Schlossberg, i creatori della serie, che hanno anche loro ribaltato l’assunto hollywoodiano: lo stronzo in realtà era proprio LaRusso, e Johnny era in fondo un bravo ragazzo, anche se imperfetto, come tutti gli eroi.

 

Cobra Kai e il sacrificio del padre assente

Da qui parte la storia di Cobra Kai, che è la storia, in particolare, di Johnny Lawrence. Sono passati 34 anni da quella finale del torneo di karate, e la sua esistenza è quella di un loser totale. Vive con lavoretti manuali. La ricchezza che sfoggiava nel primo film, apprendiamo, non era la sua, ma del patrigno (perché anche lui, scopriamo ora, era senza un vero padre), che odiava quanto amava sua madre. Non ha interessi particolari, non ha hobby, non ha vere opinioni, né relazioni forti. Si mette sempre nei guai, perché non conosce materialmente le regole del politicamente corretto (cosa davvero pazzesca per un eroe di una fiction moderna). Non è aggiornato su nulla, non ha uno smartphone e nemmeno conosce internet. Ha passato tutti gli anni Novanta, dice, andando a troppi party. Ha incontrato le donne sbagliate, ma in realtà, nel suo stupore di sconfitto alcolico, non ne soffre nemmeno troppo. Dorme in un tugurio nello stesso quartieraccio da cui proveniva Daniel, la sera si sfonda di birra, raccolta da un frigo vuoto, guardando programmi-spazzatura in TV, dove però abbondano gli spot di Daniel LaRusso.

 

Il quale invece ha fatto i soldoni, è diventato un grande concessionario di auto, un uomo importante, rispettato nella comunità degli abbienti losangelini. Daniel ha messo su famiglia: una figlia irrequieta che è, in un suo modo insopportabile, promiscua e combinaguai. Un figlio dipendente dai videogame che per la storia è al momento irrilevante (anche se prima o poi partirà una riflessione sulla paternità anche lì…).

Johnny è quello che in America chiamano un deadbeat dad, un padre fannullone, uno di quelli che a seguito della separazione comincia lentamente a sparire dalla vita dei figli, solo per comparire raramente e per cose futili

 

Anche Johnny ha un figlio: ma anche questo è un elemento, forse il maggiore, del suo fallimento. Johnny è quello che in America chiamano un deadbeat dad, un padre fannullone, uno di quelli che a seguito della separazione comincia lentamente a sparire dalla vita dei figli, solo per comparire raramente e per cose futili.

 

In definitiva: Johnny Lawrence stesso è diventato un padre assente. La storia di Cobra Kai è quella del suo riscatto: perché – è il messaggio illuminante che si può e si deve portare nell’orrore della società della disgregazione familiare – dietro ad ogni uomo fallito c’è un uomo, dietro ad ogni padre assente può esserci un padre. La trasformazione, come nel karate, avviene solo attraverso il dolore e il sacrificio – e l’esercizio.

 

 

La sindrome dell’abbandono americano

Il tema non è da poco. La quantità impressionante di divorzi in America , secondo alcuni, produce persone insicure ed irrisolte: sono in molti a raccontare dei figli degli innumeri divorzi americani come possibili prede della cosiddetta sindrome dell’abbandono, un complesso psicologico di angoscia che i propri legami affettivi svaniscano.

 

La sindrome dell’abbandono, per alcuni, è uno dei tratti psicologici specifici non solo dell’America come società, ma perfino della politica USA.

La sindrome dell’abbandono, per alcuni, è uno dei tratti psicologici specifici non solo dell’America come società, ma perfino della politica USA

 

Reazioni violente, per le quali ci si basa su indizi superficiali e di cui non si calcolano le conseguenze a lungo termine, possono essere lette come la matrice delle tantissime disastrose operazioni militari internazionali condotte da Washington.

 

Nel mondo dove la realtà ultima è l’abbandono, ogni manchevolezza di una controparte è letta come un messaggio di terminazione del rapporto. Con conseguente senso di angoscia da far cessare il prima possibile. Tutti potete riconoscere le storie di quei tanti dittatori passati dall’essere cocchi USA a divenire nemici globali eliminati senza pietà – e talvolta senza ragione.

 

 

 

Gli homeless: l’altra faccia del sogno americano

L’abbandono ha negli USA una sua visibilissima tipologia di cittadino specifica: quella degli homeless. I barboni costituiscono, in città come Los Angeles, una percentuale considerevole della popolazione umana. Come noto, uno dei motivi del grande esodo dalla California da parte di certa classe media (di tutti i partiti e morfologie) è la soverchiante presenza di homeless che oramai lambiscono le aree residenziali e rendono impraticabili centri cittadini un tempo sereni, e che ora versano, appunto, in stato di abbandono.

 

Gli homeless sono decisamente l’altra faccia del sogno americano: non più ascrivibili alla triade lavoro-benessere-famiglia, ma disoccupazione-miseria-solitudine.

Gli homeless sono decisamente l’altra faccia del sogno americano: non più ascrivibili alla triade lavoro-benessere-famiglia, ma disoccupazione-miseria-solitudine.

 

Essi sono il volto stesso dell’abbandono, in quanto sono stati piantati dalla rete sociale fatta dalla famiglia, dalla professione e dallo Stato, dal senso stesso del mondo come comunità umana. Essi agiscono da promemoria del collasso sociale, e al contempo, per gli americani, sono grandi segnali visibili di cosa può accaderti se non fai attenzione: basta poco, dicono in USA, per passare dalla classe media al mondo dei senzatetto. Una malattia che magari produce un conto di un ospedale andato fuori controllo, una causa, un divorzio, oppure la dipendenza dagli antidolorifici oppioidi (indotta dalle case farmaceutiche ora per questo condannate)…

 

È significativo che nel primo episodio della prima stagione dei ragazzini bulli chiamino homie (diminutivo dispregiativo di homeless) il povero Johnny, seduto su un marciapiede con la sua camicia a quadrettoni e un pezzo di pizza al trancio come cena.

 

 

Robert Bly e il crollo dell’iniziazione maschile

Scavando più sotto ancora del tema dell’abbandono, troviamo vivissimo quello del maschio, cresciuto a metà a causa dell’assenza del padre e quindi incastrato in un meccanismo di perpetuazione di esistenze incomplete. Si tratta di una riflessione profondissima, ancora più tabuizzata della precedente su divorzio e abbandono, che però è giusto demandare, quantomeno, all’arte.

 

Infatti, colui che ha trattato con più energia e lucidità l’argomento non è un sociologo, un filosofo, uno psichiatra, ma un poeta: Robert Bly. Oltre alla sua attività di scrittore di versi, il pacifista Bly, influenzato da Carl Gustav Jung (di cui supera pragmaticamente le teorie), ha scritto saggi di spessore e creato un movimento chiamato Mythopoetic Men’s Movement. Il pensiero di Bly riguarda la crisi del maschio contemporaneo, causato, secondo il poeta, dal fatto che gli adolescenti oggi sono «non guidati» verso l’età adulta – da qui il titolo di un suo libro, La società degli eterni adolescenti – a causa dell’assenza delle funzioni paterne.

La scomparsa della figura paterna crea la parallela scomparsa del rito di passaggio: il ragazzo non sa esattamente quando diventa adulto, né probabilmente lo vuole diventare

 

La scomparsa della figura paterna crea la parallela scomparsa del rito di passaggio: il ragazzo non sa esattamente quando diventa adulto, né probabilmente lo vuole diventare. Interrotta l’iniziazione paterna, gli individui – come Johnny Lawrence – restano invischiati in un limbo che porta necessariamente al caos. La droga, la depressione, la delinquenza, il suicidio, le turbe maschili, tutti deriverebbero dallo spegnimento della tradizione di padre in figlio e dall’instaurarsi di una società orizzontale che Bly chiama «società fraterna».

 

I mezzo-adulti, dice Bly, avranno quindi difficoltà nel lavoro e nella vita famigliare – perché non sono formati alla responsabilità, intrappolati come sono tra l’infanzia e l’età matura. Ciò li porta a poter divenire, salvo sacrificio e trasformazione, dei padri assenti, dei padri di figli che non cresceranno mai del tutto.

 

 

Fight Club è un Karate Kid che non ce l’ha fatta

La più grande illustrazione del pensiero di Bly è stata, non si sa quanto volontariamente, la storia di Fight Club, un romanzo e una pellicola epocali.

 

L’autore della storia, Chuck Palahniuk, in un’intervista dichiarò che avrebbe scoperto solo poi il pensiero di Bly, e quanto profondamente esso rispecchiava il suo racconto, in parte autobiografico. Ricorderete la scena: il narratore (nella pellicola, Edward Norton) fa un bilancio esistenziale con Tyler Durden (Brad Pitt) mentre, pieni di lividi, riposano in bagno.

 

«Io non conosco mio padre. Insomma, lo conosco, ma se n’è andato via quando avevo sei anni. Ha sposato un’altra donna, ha avuto altri figli. Lo fa ogni sei anni: va in una nuova città e mette su una nuova famiglia» dice il protagonista.

Interrotta l’iniziazione paterna, gli individui – come Johnny Lawrence – restano invischiati in un limbo che porta necessariamente al caos

 

«Il cazzone ha aumentato le filiali! Il mio non ha fatto l’università, perciò era essenziale che ci andassi io» risponde Tyler Durden. «Così mi laureo, gli faccio un’interurbana e gli dico: papà, e adesso? E lui: trovati un lavoro!»

 

«Stessa cosa!»

 

«A venticinque anni faccio la mia telefonata annuale e gli dico: papà, e adesso? E lui: non lo so, vedi di sposarti!» continua Pitt.

 

Norton risponde: «Non puoi sposarti. Sei un bambino di 30 anni».

 

«Siamo una generazione cresciuta dalle donne. Mi chiedo se un’altra donna sia davvero la risposta».

 

 

Fight Club era l’urlo, sardonico quanto sadico, lucido quanto distruttivo, della crisi del maschio americano in quanto orfano di padre.

La droga, la depressione, la delinquenza, il suicidio, le turbe maschili, tutti deriverebbero dallo spegnimento della tradizione di padre in figlio e dall’instaurarsi di una società orizzontale che Bly chiama «società fraterna»

Cobra Kai è un Fight Club inserito in una teen comedy, dove la soluzione non è il rovesciamento della società a partire dall’abbattimento dei palazzi del danaro (non una brutta idea, in realtà) ma la ricerca della possibilità di una ricomposizione di umanità tradizionale tra padri e figli – e la conseguente guarigione della società tutta.

 

Ci abbiamo messo decenni, ma alla fine lo abbiamo capito. Karate Kid, ancora quasi 40 anni fa, parlava solo di questo: l’accesso ad un percorso di iniziazione, la ricerca da parte di un orfano di un padre che gli trasmetta la conoscenza necessaria a sopravvivere e prosperare. Fight Club è la storia di un tizio che impazzisce perché non è riuscito a trovare un Mister Miyagi che gli facesse da padre.

 

In ognuna delle tre stagioni di Cobra Kai tutti questi temi sono scandagliati con dovizia, senza mai dare risposte facili.

 

Vittime WASP

La serie ha pure il pregio, davvero prezioso, di tentare di andare oltre al politicamente corretto: il protagonista usa talvolta parole e modi etnicamente sbagliati, ma nessuno lo «cancella» – anzi, le stesse minoranze, bullizzate, ne rispettano l’autenticità.

 

I bulli, del resto, non sono più gli WASP, biondi e ricchi, un tempo unici residenti delle colline dell’upper class: sono insiemi di fighetti interetnici dove il più odioso è un asiatico, che nella sua boria mai ha pensato alle arti marziali. Anche questo contribuisce a fare di Cobra KaI una sagace riflessione sui cambiamenti sociali e sui tabù dell’America woke, come la «cultural appropriation» (cioè, la proibizione da parte di una cultura, specie quella bianca, di usare temi e costumi di un’altra), il cui spettro potrebbe rendere proibite storie come questa da un momento all’altro.

Karate Kid, ancora quasi 40 anni fa, parlava solo di questo: l’accesso ad un percorso di iniziazione, la ricerca da parte di un orfano di un padre che gli trasmetta la conoscenza necessaria a sopravvivere e prosperare

 

Non è sociopoliticamente banale il rovesciamento sociale che viene messo in scena, ed indagato in più episodi: la classe dominante degli anni Ottanta (gli WASP che schifavano l’italiano del New Jersey, doppiamente immigrato e incontrovertibilmente tamarro – Jersey Shore docet) è interamente decaduta, ridotta addirittura al ruolo di forgotten men, o di quasi homeless.

 

Anche qui: il biondo ciuffo – non quello di Johnny, ma di Donald Trump – è dietro ogni angolo

 

 

Cobra Kai, una serie che è impossibile non amare

Cobra Kai è spassoso per diverse ragioni, e il suo appeal va ben al di là dei nostalgici del vecchio film (che sono qui anche presi per i fondelli tramite il memorabile personaggio, apparso nella stagione 2, di Sting Ray).

 

È difficile non farsi quattro risate vedendo le disavventure del gruppone di personaggi, come al contempo è impossibile rimanere impassibili dinanzi alle umiliazioni che devono subire e al dramma interiore del protagonista.

 

È impossibile non amare questa serie. Molti si possono vergognare ad iniziarla, perché in fondo sembra proprio un prodotto per adolescenti, e in larga parte lo è. Tuttavia nessuno di coloro che ha cominciato si è pentito.

 

Bill Burr, il grande comico americano noto per le sue battute abrasive, si è speso varie volte, in podcast e trasmissioni TV, a decantare la qualità suprema di questa serie. «Non posso dirvi abbastanza quanto sia grande questa serie. È così fottutamente interessante… è tutto: è drammatica, prende in giro se stessa, è spassosa, è triste, ti fa pensare… I just fucking love it».

 

Ci ha ragione. È davvero raro trovare qualcosa che, con estrema levità e pure capacità di farti ghignare, può parlare del dramma interiore di due generazioni, e quindi della tragedia sottotraccia di un’intera nazione.

 

 

Articolo previamente apparso su Mondoserie.it

 

 

Immagine screenshot da Youtube pubblicata su Fair Use

 

 

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Il vero volto del rock: sul palco del Festival di Glastonbury ecco Greta e Zelen’skyj

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Ci siamo occupati spesso su queste colonne della questione della musica rock e delle sue stelle, finalmente smascherate dal biennio pandemico.

 

Abbiamo ringraziato il COVID per averci fatto vedere come tanti rocker famosi, di fronte al diktat del virus, si siano rivelati non dei coraggiosi ribelli, ma dei conformisti osceni, pronti a predicare di rintanarsi in casa perché lo ordina lo Stato (loro hanno le ville, sì), a mandare i fan a farsi iniettare il farmaco genetico sperimentale, pena l’esclusione dai loro concerti e perfino l’allontanamento dalle band dei componenti non sierati – fino all’insulto della popolazione non vaccinata. (Poi qualche vedette si ammala, qualcuna muore d’improvviso… è la vita)

 

Tutti, con pochissime eccezioni (che Dio ci conservi Eric Clapton), hanno dimostrato incontrovertibilmente la realtà della grande truffa morale del rock’n’roll: finta trasgressione, finta passione, finta umanità.

 

Ora, ciliegina sulla torta di questi due anni di sottomissione biotica, ci tocca vedere anche cosa succede sul palco del più importante Festival rock inglese, quello di Glastonbury, un tempo noto per le sue follie, con i migliori musicisti del mondo a suonare dinanzi a migliaia e migliaia di ascoltatori spalmati di fango.

 

Quest’anno a Glasto il pubblico dai microfoni ha sentito le prediche di Greta Thunberg e dell’immancabile Zelens’kyj.

 

Potete vedere voi stessi questo momento orwelliano servito ai fan della musica ribelle ammassati sotto il cielo bigio.

 

 

Da non credere, ma è così: il popolo del rock sottomesso al conformismo eco-NATO più trito, piegato al dogma della lagna ecologica antiumanista nonché alla posizione bellica del Patto Atlantico.

 

Sul serio, incredibile: anche perché non risulta che il pubblico abbia protestato.

 

Questa è la degna fine del rock, che si rivela per quello che è sempre stato sin dall’inizio: uno strumento di controllo ordito dal potere costituito, che con gli stili di vita propalati dalle band di capelloni ha di fatto sterilizzato una generazione facendo crollare la demografia dell’intero occidente, li ha resi stupidi ed obbedienti (dei consumatori: di dischi, droga, di idee politiche precotte), condannando la generazione dei (pochi) figli residui.

 

Vomitiamo sul rock.

 

Vomitiamo sulla Generazione dei Baby Boomer (sul palco, quest’anno, anche Paul McCartney, che pensavamo esposto al museo egizio di Torino) e sulla Generazione X (con il cantante dei Green Day ad annunziare che rinunzierà alla cittadinanza americana a causa della sentenza della Corte Suprema sull’aborto).

 

Si sono fatti imbrigliare da questa schifezza musicale ed antropologica.

 

Ora l’umanità ne paga le conseguenze.

 

 

 

Immagine screenshot da YouTube

 

 

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L’Ucraina manda al macero 100 milioni di libri russi, compresi i classici

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Libri e classici russi banditi in Ucraina. Lo scrive EIRN.

 

Secondo un’intervista con Interfax, Oleksandra Koval, il capo dell’Istituto Ucraino del Libro, ha annunciato che oltre 100 milioni di copie di «libri di propaganda» russi «compresi libri per bambini, romanzi rosa e gialli», come così come i classici come Pushkin e Dostoevskij, devono essere rimossi dalle biblioteche pubbliche ucraine.

 

A proposito di quanto tempo durerà questo processo di rimozione la Koval ha detto:

 

«Certo, vogliamo farlo più velocemente, ma sarebbe positivo se almeno la letteratura dannosa pubblicata in epoca sovietica, così come la letteratura russa di contenuto anti-ucraino, fossero completamente ritirate entro la fine dell’anno».

 

Secondo Interfax, la rimozione dalle biblioteche pubbliche riguarda «libri con contenuti anti-ucraini con narrazioni imperiali e propaganda di violenza, politiche filo-russe e scioviniste».

 

Quindi, «il secondo round di sequestro includerà libri di autori russi contemporanei pubblicati in Russia dopo il 1991. E, probabilmente, generi diversi, inclusi libri per bambini, romanzi rosa e gialli. Questa è una ovvia esigenza dei tempi. Anche se capisco che possono essere richiesti», ha dichiarato a Interfax, la principale agenzia di stampa del Paese.

 

Interfax ha quindi domandato se il processo prevede la rimozione dei classici russi.

 

Risposta: «Tutti leggiamo questi libri, nei miei anni scolastici c’era un solido classico russo, che era considerato l’apice della scrittura mondiale. A causa del fatto che avevamo una conoscenza abbastanza media dei classici del mondo, molti sono rimasti con la convinzione che questo è davvero il tipo di letteratura senza la quale è impossibile sviluppare una comprensione intellettuale ed estetica, essere una persona colta. In realtà, non è così».

 

Secondo lei, sono proprio scrittori russi come il poeta Alexander Pushkin e Fyodor Dostoevskij a gettare le basi del «mondo russo» e del suo senso messianico.

 

«Questa è davvero una letteratura molto dannosa, può davvero influenzare le opinioni delle persone. Pertanto, la mia opinione personale è che questi libri dovrebbero essere rimossi anche dalle biblioteche pubbliche e scolastiche. Probabilmente dovrebbero rimanere nelle biblioteche universitarie e scientifiche affinché gli specialisti studino le radici del male e del totalitarismo», ha sottolineato Koval.

 

Interfax riferisce anche che l’ex manager dei media ucraino Oleksandr Tkachenko, che dal 2020 è ministro della Cultura e della politica dell’informazione dell’Ucraina, ha suggerito che i «libri di propaganda» russi ritirati dagli scaffali delle biblioteche ucraine «potrebbero essere usati come carta straccia».

 

Dov’è che avevamo già visto questa cosa degli attacchi ai libri? Ah già.

 

A questo punto è utile ricordare che il poeta tedesco Heinrich Heine commentò l’incendio della letteratura ebraica in Germania nel 1821: «Dove bruciano libri, alla fine bruceranno anche le persone».

 

 

 

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Il futuro e la punizione dei nostri corpi: piccolo film

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Oats Studios è un ensemble di cineasti guidati dal talentuoso sudafricano Neil Blomkamp (District 9, Elysium).

 

Nel loro canale YouTube caricano corti sperimentali di estremo pregio, taluni apparentemente con ampio budget e financo con la partecipazione di stelle di Hollywood (Sigourney Weaver, Dakota Fanning).

 

ADAM: Episode 2 è forse l’opera che più colpisce. Soprattutto oggi.

 

Totalmente realizzato in grafica digitale sulla piattaforma Unity con render in tempo reale, il breve film mostra le lande deserte e post-industriali di un mondo venturo, dove girano raminghi masse di robot tristi, organizzati in una sortà di tribù.

 

Con il dipanarsi della storia, apprendiamo tuttavia che non si tratta di androidi comunemente detti.

 

Ascoltate le parole del capo-tribù dinanzi all’esile fiammella.

 

 

«Tutti voi siete abituati a vivere nella città murata del Consorzio. Siete stati portati via dai vostri corpi. Non riuscite a ricordarlo perché il Consorzio ha ripulito le vostre menti. Una condanna penale salva la vita di decine di cittadini. Solo il vostro cervello non è utile al Consorzio, perché il vostro cervello è contaminato…»

 

«Non sappiamo perché ci tengono vivi, a che scopo, ma è stato così per generazioni…»

 

«Vi ho dovuto sbloccare, altrimenti avreste vagato senza una meta fino all’esaurimento delle batterie e il vostro cervello… sarebbe soffocato. Ho scelto la vita per voi. Sceglierò sempre la vita. Ma per quelli di voi intrappolati nelle illusioni del passato…»

 

Questo cortometraggio è del 2017, anno in cui è stato per la prima volta visto da chi scrive.

 

Rivederlo oggi nel 2022, dopo l’avvento del green pass, assume un senso profondissimo.

 

I nostri corpi ci sono stati portati via – molti di noi hanno dovuto cedere la loro integrità, oltre che morale, genomica.

 

Le nostre menti sono ancora oggi oggetto di una immane operazione di ripulitura da parte del «Consorzio» di politica, industrie, media e militari allineati.

 

Il «Consorzio» reputa le nostre menti «contaminate», perché abbiamo idee che divergono da ciò che esso ha stabilito.

 

Ci hanno cacciato dalle nostre case, ci hanno distrutto.

 

Di fatto, nemmeno noi sappiamo bene come mai oggi ci sia ancora permesso di vivere.

 

Tuttavia, anche noi, siamo stati «sbloccati». Svegliàti, redpillati, chiamate il fenomeno come volete. Nessuno di noi vagola per le lande del nulla presente senza conoscere almeno una parte del disegno della Necrocultura.

 

E anche noi, sia pur subendo la violenza sull’anima e sul corpo della Cultura della Morte, sceglieremo sempre la vita.

 

In realtà, la vita nemmeno la scegliamo: essa esiste in noi e intorno a noi anche qualora non la volessimo, essa ci è stata infusa da mano non umana, quindi non soggetta alle nostre scelte, né a quelle dello Stato moderno.

 

Guardate questo piccolo film, ha i sottotitoli in italiano.

 

Potenza della verità: in pochi anni, la storia umana ha trasformato questo spezzone in un vero capolavoro che ci parla dentro.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

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