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Bioetica

Vaccini e aborti, l’equivoco della rosolia

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L’intervista di Lifesitenews all’esperta di vaccini Pamela Acker aiuta a sfatare alcuni miti riguardanti i vaccini e l’aborto.

 

Incalzata dal direttore di Lifesitenews John Henry Westen, la dottoressa Acker affronta il tema del documento della Pontificia Accademia per la Vita (PAV) nel 2005, quando l’organo vaticano preposto alla Bioetica rispose ad una lettera di fedeli americani preoccupati per la presenza di cellule di feto abortito nei vaccini. Il documento del 2005, insieme a quello della PAV sotto Mons. Paglia del 2017.

 

Come ripetuto da Renovatio 21 sin dalla sua fondazione, tali documenti sono problematici, e rappresentano ora la posizione del Vaticano purtroppo percolata anche in altri ambiti, compreso l’abbé Arnaud Sélégny della Fraternità San Pio X, che – a quanto ci risulta – a titolo personale ha espresso idee identiche a quelle della Chiesa conciliare.

 

«Il documento della Pontificia Accademia della Vita:  ci sono dei veri problemi nella scienza che è stata portata alle persone che dovevano prendere le decisioni perché uno dei punti più forti che usano per giustificare il permesso a questi vaccini per una situazione particolarmente grave è la Sindrome da Rosolia Congenita»

«Hai menzionato il documento della Pontificia Accademia della Vita – risponde la dottoressa Acker a Westen – ci sono dei veri problemi nella scienza che è stata portata alle persone che dovevano prendere le decisioni perché uno dei punti più forti che usano per giustificare il permesso a questi vaccini per una situazione particolarmente grave è la Sindrome da Rosolia Congenita».

 

Si tratta dell’esempio citato nel 2005 e ora ripetuto a pappagallo da tutti i «cattolici» del vaccinismo oltranzista.

 

«La Sindrome da Rosolia Congenita è quando il bambino contrae la rosolia dalla madre, in utero, nel primo trimestre e che può comportare cecità, sordità, difetti mentali, e anche morte endouterina fetale» dice la Acker.

 

«È una malattia seria, ma la rosolia non è una malattia particolarmente seria se contratta nell’infanzia, la maggior parte della gente non hanno nemmeno sintomi. Credo che metà dei casi non vadano neanche dal dottore perché non succede niente di rilevante. È una malattia molto lieve nei bimbi. È solo un problema per le donne gravide che contrai nel primo trimestre».

 

«Il pensiero era che vaccinare contro la rosolia protegge queste donne gravide, per cui è moralmente giustificabile, ma in una situazione analoga a quella del COVID, se guardi i numeri scopri che non è il caso».

Quindi qual era la ratio per questo allarme che giustificasse l’impiego di cellule di aborto?

 

«Il pensiero era che vaccinare contro la rosolia protegge queste donne gravide, per cui è moralmente giustificabile, ma in una situazione analoga a quella del COVID, se guardi i numeri scopri che non è il caso».

 

«Prima di introdurre il vaccino contro la rosolia c’era circa l’80% di immunità di gregge per la rosolia; e l’80% è la soglia in cui la malattia
non circola, cioè circola ancora, la gente la contrae ancora Ma non si diffonde nella popolazione come un incendio mettendo la popolazione a rischio» spiega la ricercatrice.

 

 

 

«Di fatto, nei primi anni dopo l’introduzione del vaccino c’è stato un aumento dei casi di Sindrome da Rosolia Congenita i casi sono aumentati, e non hanno iniziato a scendere fino a quando l’aborto è diventato legale…»

«Dopo il vaccino per la rosolia si arriva a circa 80%-85% di immunità di gregge, così puoi dire: “è un po’ meglio, ne valeva la pena”. Ma per i primi 10 anni dopo che questo vaccino è stato introdotto non c’è stata una diminuzione dei casi di Sindrome da Rosolia congenita. Di fatto, nei primi anni dopo l’introduzione del vaccino c’è stato un aumento dei casi di Sindrome da Rosolia Congenita i casi sono aumentati, e non hanno iniziato a scendere fino a quando l’aborto è diventato legale…»

 

«Si può facilmente ipotizzare il caso che la diminuzione di bambini con la Sindrome da Rosolia Congenita sono dovuti al fatto che le madri venissero informate: “Oh, hai la rosolia, tuoi figlio svilupperà la Sindrome da Rosolia Congenita: perché non abortisci e riprovi?” La diminuzione che abbiamo visto in questa malattia ha probabilmente più a che fare con l’aborto volontario che con l’introduzione del vaccino…»

 

«”Oh, hai la rosolia, tuoi figlio svilupperà la Sindrome da Rosolia Congenita: perché non abortisci e riprovi?” La diminuzione che abbiamo visto in questa malattia ha probabilmente più a che fare con l’aborto volontario che con l’introduzione del vaccino…»

Il discorso prosegue con tema ben conosciuto da chi combatte la battaglia per la libertà vaccinale: l’accorpamento dei vari vaccini negli n-valenti, accorpamento dovuto a logiche dell’industria farmaceutiche che di efficienza del farmaco e di salute della popolazione».

 

«Ora abbiamo questo vaccino che a livello mondiale è al 70% di assorbito nel vaccino MPR, che è l’unico modo in cui puoi essere vaccinato per la rosolia in questo momento.  Si poteva avere il vaccino separatamente, ma la Merck li ha messi tutti insieme negli anni Novanta, dopo l’allarme di Wakefield, che in potenza sottointendeva che l’MPR fosse connesso con lo sviluppo dell’autismo».

 

«Così la Merck ha fermato la produzione del vaccino separato, puoi farlo ora solo con il trivalente, morbillo, parotite, rosolia. Il che significa che non puoi essere eticamente vaccinato per nessuna di queste malattie, perché il vaccino è prodotto in cellule di feto abortito».

«Così la Merck ha fermato la produzione del vaccino separato, puoi farlo ora solo con il trivalente, morbillo, parotite, rosolia. Il che significa che non puoi essere eticamente vaccinato per nessuna di queste malattie, perché il vaccino è prodotto in cellule di feto abortito»

 

Il vaccino in MPR (MMR in USA) «è prodotto con la linea cellulare WI-38, che credo abbia richiesto 32 aborti prima che ottenessero la linea cellulare. Il numero 38 è il numero degli esperimenti realmente eseguiti, credo che fossero 32 bambini in tutto».

 

Non si tratta degli unici aborti della partita.

 

«E il virus usato nel vaccino per il morbillo, il virus attenuato… invece che fare tamponi alla gola del bambino malato, come hanno fatto in Giappone, i ricercatori americani hanno incoraggiato le donne esposte alla rosolia nel loro primo trimestre ad abortire volontariamente i loro figli».

 

Il vaccino in MPR «è prodotto con la linea cellulare WI-38, che credo abbia richiesto 32 aborti prima che ottenessero la linea cellulare. Il numero 38 è il numero degli esperimenti realmente eseguiti, credo che fossero 32 bambini in tutto».

I ricercatori quindi «hanno sezionato 27 feti prima di avere il virus che attualmente in uso nel vaccino per la rosolia e hanno continuato con altri 40 aborti volontari, isolando differenti virus che alla fine sono stati usati nel vaccino».

 

«Se metti tutto questo insieme, ottieni 99 aborti solo per il vaccino contro la rosolia: aborti fatti tutti probabilmente nelle stesse condizioni orripilanti che abbiamo descritto»

 

 

«In alcuni casi i bambino sono stati estratti, l’intero sacco amniotico è stato rimosso dalla madre e questi bambini sono stati sezionati lì al momento o in alcuni casi messi in frigorifero per conservarli in modo da poter essere sezionati più tardi»

I ricercatori quindi «hanno sezionato 27 feti prima di avere il virus che attualmente in uso nel vaccino per la rosolia e hanno continuato con altri 40 aborti volontari, isolando differenti virus che alla fine sono stati usati nel vaccino».

 

La questione va posta a tutti i fedeli:

 

«La brutalità di questo, l’orrore di questo non è qualcosa su cui dovremmo sorvolare ma il genitore cattolico medio che va dal dottore e a cui viene chiesto: “vuoi fare l’MPR?” non lo sa nemmeno come è stato sviluppato».

 

La Acker poi cita Monsignor Schneider, vescovo in Kazakistan tra gli unici a scontrarsi contro la follia dei vaccini COVID a base di cellule di feto abortito, un fenomeno che in una lettera a Renovatio 21 nel marzo 2019 egli definì «nuovo cannibalismo scientifico».

 

«Non è qualcosa di nuovo arrivato con l’avvento del COVID ci sono state già brecce significative, credo, in termini di abituare le persone al Male, di usare qualcosa che ha una vera origine maligna per il loro vantaggio»

«Quando il vescovo Schneider parlava nell’intervista con voi della complicità morale richiesta in grande scala, con la gente che lo accetta. Questo non è qualcosa di nuovo arrivato con l’avvento del COVID ci sono state già brecce significative, credo, in termini di abituare le persone al Male, di usare qualcosa che ha una vera origine maligna per il loro vantaggio, anche se non stanno cooperando con il Male in sé».

 

Si tratta quindi di una sorta di Finestra di Overton per l’accettazione del sacrificio umano, travestita da urgenza di utilitarismo sanitario.

 

Tuttavia, la questione morale è ancora più grande di così: «e questo non entra nemmeno nel fatto che continuare a farlo alimenta il mercato per ulteriori linee cellulari e ulteriori prodotti a base di feti abortiti, ulteriori vaccini fatti di cellule di feto abortito».

 

«E questo non entra nemmeno nel fatto che continuare a farlo alimenta il mercato per ulteriori linee cellulari e ulteriori prodotti a base di feti abortiti, ulteriori vaccini fatti di cellule di feto abortito»

Una realtà non di poco conto: con il successo del vaccino del secolo, quanto saranno esaltati e ritenuti necessari tutti i suoi ingredienti e il loro approvigionamento? Quante nuove linee cellulari di feto abortito, migliorate, più economiche e performanti, verranno prodotte?

 

 

C’è un pensiero assai amaro che bisogna fare: «se avessimo rifiutato il vaccino MPR, non avremmo avuto vaccini COVID fatti con cellule di feto abortito. Non sarebbe accaduto» dice la dottoressa Acker.

 

Questo è il motivo per cui Renovatio 21 non mollerà mai in questa battaglia che combatte si dalla sua nascita. Perché non crediate che sia finita: dopo il vaccino a base di feti per la rosolia e il COVID, credete che la macchina della cultura della morte si fermerà? Credete che non verranno normalizzate terapie a base di cellule embrionali, cosmetici a base di aborti, alimenti a base di bambini?

 

«Se avessimo rifiutato il vaccino MPR, non avremmo avuto vaccini COVID fatti con cellule di feto abortito. Non sarebbe accaduto»

E perché, ci chiediamo noi,  non accettare a braccia aperte anche le chimere, come i topi «umanizzati» con cellule di feto abortito provenienti da corpicini «freschi, mai congelati»?

 

Se vi sembra fantascienza, vi ordiniamo di guardare fuori dalla finestra: gli anni 2020 sono iniziati andando già oltre la più fervida immaginazione degli scrittori di letteratura fantastica.

 

 

 

 

 

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Bioetica

La bambina risucchiata dal bocchettone della piscina e la morte cerebrale

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Ci risiamo. Un’altra bambina, un’altra piscina e un’altra corsa disperata verso un reparto di terapia intensiva. E infine un altro titolo che, puntualmente, troviamo identico su tutti i giornali: «È morta la bambina risucchiata dal bocchettone della piscina».

 

Il lettore scorre una notizia di questo tipo e crede di aver capito tutto. Immagina una vittima che, dopo l’incidente, «non ce l’ha fatta». È la conclusione naturale della tragedia. Fine della storia.

 

E invece no. La prassi in questi casi è molto più complessa e nessun mezzo di informazione avverte la necessità di raccontarla.

 

Il paziente di questo tipo, infatti, non arriva in ospedale da cadavere: il cuore batte, il sangue circola e il suo organismo viene sostenuto dai medici che riescono a stabilizzarlo. Le condizioni sono molto critiche, ma si tratta tecnicamente di un paziente ricoverato in terapia intensiva, non un corpo senza vita consegnato all’obitorio.

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A un certo punto, però, al percorso terapeutico se ne affianca un altro: quello dell’accertamento della cosiddetta morte con criteri neurologici convenzionali. Dopo il periodo di osservazione previsto dalla legge, una commissione medica dichiara la morte dell paziente. Solo da quel momento diventa giuridicamente possibile procedere al prelievo degli organi, al quale i parenti, travolti dal dolore, acconsentono.

 

Tutto questo, però, nel racconto mediatico scompare; la notizia viene compressa in una formula tanto semplice quanto ingannevole: morti per l’incidente. Ma è davvero questo che è accaduto? Perché esiste una differenza enorme tra dire che una persona è morta in conseguenza di un annegamento o un incidente d’auto e dire che, dopo pochissimi giorni di terapia intensiva, una commissione medica ne ha accertato la morte secondo i criteri neurologici previsti dall’ordinamento italiano.

 

Non è un sofisma, è la differenza tra un evento naturale e un atto medico. Eppure, questa differenza viene sistematicamente cancellata dal linguaggio dell’informazione.

 

Si tratta di uno schema che si ripete con impressionante regolarità. Ogni volta che un bambino o un giovane arriva in ospedale dopo un arresto cardiaco rianimato, soprattutto quando il danno cerebrale appare importante, il percorso clinico segue ormai una sequenza ben nota: si stabilizza il paziente, si valutano le sue condizioni neurologiche e, qualora ne ricorrano i presupposti, si avvia il protocollo per l’accertamento della morte encefalica. Se quest’ultima viene confermata dai risultati di determinati test diagnostici, si apre immediatamente la possibilità della donazione degli organi. 

 

Cos’è la morte cerebrale, quali sono i suoi presupposti scientifici, filosofici e antropologici? Chi decide quali siano le procedure volte a stabilire la morte di un paziente e sulla base di quali criteri? Esiste da parte della comunità scientifica un consenso unanime a riguardo? Ancora: perché affrettare le procedure di accertamento, invece di continuare a prendersi cura del paziente? La bambina, avrebbe potuto riprendersi se adeguatamente trattata?

 

A queste domande non si cerca mai di dare una risposta. Anzi, si lavora per occultarle, come se fossero dei dettagli irrilevanti, mentre invece rappresentano il cuore della questione. Si preferisce una narrazione rassicurante: la bambina è morta, i genitori hanno compiuto un gesto d’amore e la vita continua in altre persone bisognose di un trapianto. Chiuso il sipario.

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Tuttavia proprio questa banalizzazione della notizia dovrebbe insospettire, perché quando una questione bioetica di capitale importanza viene ridotta a poche formule ripetute identiche da tutti i mezzi di informazione, significa che il linguaggio ha già svolto il suo compito: non quello di descrivere la realtà, ma di interpretarla prima ancora che il lettore possa farsene un’idea.

 

Le parole non sono mai neutrali, il linguaggio è diventato il primo e più efficace strumento della necrocultura trapiantista: prima ancora dei protocolli, prima ancora delle leggi. Perché se si riesce a far coincidere, nell’immaginario collettivo, la dichiarazione di morte con la morte nel senso comune del termine, il problema è già risolto e nessuno sentirà più il bisogno di interrogarsi.

 

È forse proprio questa la trasformazione più inquietante: non si ridefinisce soltanto la morte, si ridefinisce l’uomo. E quando perfino le parole vengono accuratamente scelte per impedire che le persone comprendano ciò che realmente accade, allora il problema non riguarda più soltanto la bioetica. 

 

Riguarda la verità.

 

Alfredo De Matteo

 

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Bioetica

Si fa largo l’idea delle sanzioni penali per le donne che abortiscono

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Oltre 60 leader e personalità influenti del movimento pro-vita e conservatore auspicano l’introduzione di sanzioni penali per le donne che ricorrono all’aborto. Lo riporta LifeSite.   Il fenomeno mostra come la cosiddetta Finestra di Overton si stia muovendo in senso opposto a quanto visto nelle ultime decadi.   Guidata da Seth Gruber e dalla White Rose Resistance, la «Dichiarazione a sostegno della tutela dei diritti uguali» sostiene che la crescente diffusione dei farmaci abortivi chimici ha minato le leggi statali a tutela della vita. I firmatari, tra cui l’ex dipendente di Planned Parenthood convertita di attivista pro-life Abby Johnson, la nuotatrice attivista contro i trans nello sport femminile Riley Gaines, il commentatore di Turning Point USA Alex Clark e diversi pastori protestanti, sostengono che siano necessarie sanzioni penali per le donne che abortiscono al fine di fermare l’uccisione di bambini innocenti.   «La parità di trattamento richiede che chiunque tolga consapevolmente e volontariamente la vita a un bambino non ancora nato – compresi gli autori principali, i complici e i co-cospiratori – sia soggetto a responsabilità legale», dichiara la risoluzione. Allo stesso tempo, lascia spazio alla discrezionalità del pubblico ministero, affermando: «Le leggi giuste distinguono tra coloro che agiscono per ignoranza, paura o coercizione e coloro che agiscono con piena consapevolezza, volontà e intenzione».

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La dichiarazione formula fermamente due risoluzioni:   «Affermiamo il principio di pari protezione per i nascituri, riconoscendo che le stesse leggi che proteggono le persone nate dalla violenza e dalla distruzione, o leggi che forniscono un grado di protezione sostanzialmente equivalente, devono proteggere anche i bambini non ancora nati; e che i legislatori dovrebbero eliminare le immunità legali che consentono che l’uccisione intenzionale dei bambini non ancora nati continui, e promulgare leggi che garantiscano una protezione piena e uguale, ai sensi della legge, dalla violenza e dalla distruzione, fin dal momento del concepimento».   Tra gli altri firmatari di spicco figurano altri nomi dell’attivismo pro-vita Mark Lee Dickson, fondatore di Sanctuary Cities for the Unborn; Trevor e Christen Pollo di Protect Life Michigan; e Catherine Short, fondatrice della Life Legal Defense Foundation.   Personalità influenti del mondo conservatore, tra cui Allie Beth Stuckey, Eric Metaxas, Kaitlin Bennet e Maison Dechamps (il cosiddetto «Spiderman pro-life», che si arrampica sui grattacieli per riportare attenzione sulla tragedia dell’aborto), hanno anch’esse appoggiato la dichiarazione.   Le richieste di penalizzare le donne che ricorrono all’aborto si inseriscono nel contesto di un nuovo rapporto della Society for Family Planning, secondo il quale nel 2025 si sono verificati circa 1,13 milioni di aborti. Di questi, circa 180.000 sarebbero stati praticati illegalmente in Stati con leggi anti-aborto, stando all’analisi della stessa organizzazione.   La dichiarazione ha suscitato l’interesse del New York Times, che l’ha contrapposta alla posizione prevalente tra i sostenitori del movimento pro-vita, secondo cui le donne non dovrebbero essere perseguite per aver abortito.   Il giornale neoeboraceno riportava che «un numero crescente di leader conservatori sta iniziando a sostenere che l’unico modo per impedire alle donne di interrompere la gravidanza potrebbe essere quello di arrestarle».

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Il quotidiano di Nuova York ha fatto notare che l’idea ha suscitato critiche da parte di alcuni direttori di centri per la gravidanza, i quali sostengono che le donne sarebbero meno propense a rivolgersi a loro per chiedere aiuto, per timore di essere perseguite penalmente. Anche i gestori delle cliniche che praticano l’aborto, ovviamente, si oppongono alle sanzioni, scrive il NYT.   Nel frattempo, due organizzazioni nazionali pro-vita mantengono la loro posizione contraria alle sanzioni. «Non sosteniamo alcuna legge che preveda sanzioni penali per le donne e le renda passibili della pena di morte», ha dichiarato al Times Kelsey Pritchard, direttrice della comunicazione di Susan B. Anthony Pro-Life America. «Nessuna legge statale pro-vita prevede questo e la situazione non cambierà, dato che nessuna di queste proposte di legge è mai stata approvata da un’assemblea legislativa statale».   «Il mio messaggio è “non ora”, ma non sto dicendo ‘mai’», ha dichiarato al NYT Kristan Hawkins, presidente di Students for Life of America.   Tuttavia, altri sono entusiasti dell’idea. «Sono incredibilmente orgoglioso di essere menzionato in questo articolo del NYT», ha scritto Alex Clark su X in risposta all’articolo. «Avanti tutta sulla criminalizzazione dell’aborto».   L’idea di sanzioni penali nei confronti delle donne che abortiscono costituiva, anche nel mondo pro-life, una pura bestemmia sino a pochi anni fa. Poi arrivò Donald Trump, che da candidato presidente, nel 2016, si lasciò sfuggire l’opzione. Alla domanda riguardante l’eventuale galera per le donne che abortiscono, The Donald rispose che alcuni nel Partito Repubblicano lo pensavano.  

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«Ci deve essere una qualche forma di punizione per le donne che abortiscono» aveva dichiarato in uno scambio di battute televisivo sul canale MSNBC. Gli stessi pro-life americani rimasero in larga parte scioccati, e molti – si era ancora nel periodo in cui si pensava impossibile una vittoria di Trump nella corsa alla Casa Bianca – non persero l’occasioni di attaccare il presidente che aveva mostrato di essere più pro-vita dei pro-vita.   In breve, il candidato presidente aveva dimostrato apertura alla faccenda. Secondo le dinamiche ideo-politiche descritte dal compianto sociologo statunitense Joseph P. Overton (1960-2003), si trattava del fondamentale passaggio dalla categoria dell’«impensabile» a quella del «radicale». La nuova spinta pare portare la criminalizzazione dell’aborto dal «radicale» all’«accettabile».   In pratica Trump aveva dimostrato, e con una certa disinvoltura, la possibilità di aprire la Finestra di Overton in senso contrario: a passare da essere impensabili ad essere leggi dello Stato non sono solo leggi contrarie alla vita (e quindi considerate nella società della Necrocultura come «progressiste»). Ogni sentimento politico, in realtà, può seguire il percorso verso la piena espressione sociale e legale.   È stata la Corte Suprema popolati di giudici scelti da Trump ad abbattere, nel 2022, la sentenza Roe v. Wade, che garantiva il feticidio come «diritto federale» da applicarsi in tutti gli Stati.   Non si capisce quindi come ciò si spieghi con le ultime dichiarazioni di Tucker Carlson, che in un podcast ha sostenuto come in privato Trump sia molto disturbato dai cristiani e dalla loro opposizione all’aborto.   Come riportato da Renovatio 21, la moglie Melania Trump durante la campagna elettorale si era dichiarata convintamente abortista, e qualcuno speculò sul fatto che dietro vi fosse una manovra per attrarre le elettrici deluse dai democratici.  

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Immagine di Franciscans of the Immaculate via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
 
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Primo caso di eutanasia sotto i 12 anni, ecco la profonda trasformaziona antropologica della morte cerebrale

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La notizia proveniente dai Paesi Bassi secondo cui, per la prima volta, è stata praticata l’eutanasia su un bambino di età inferiore ai dodici anni, rappresenta molto più di un fatto di cronaca. Essa costituisce un passaggio simbolico di straordinaria importanza, in quanto mostra fino a che punto sia giunta una determinata concezione dell’essere umano.

 

Come sempre accade in questi casi, l’attenzione dell’opinione pubblica viene focalizzata sul singolo dramma: la malattia, la sofferenza, l’assenza di prospettive terapeutiche. Tuttavia, la questione vera che rimane sullo sfondo è un’altra: quali sono i presupposti antropologici che rendono oggi non solo possibile ma anche solo pensabile la soppressione medicalmente assistita di un minore?

 

Nei Paesi Bassi l’eutanasia viene praticata sui bambini gravemente malati la cui morte appare imminente e le autorità, all’indomani dell’introduzione della legge, hanno tenuto a precisare che i casi di minori coinvolti nella cosiddetta morte compassionevole sarebbero stati pochissimi, forse cinque o dieci all’anno. Ma la storia degli ultimi decenni insegna che i numeri iniziali dei morti ammazzati non sono indicativi né tantomeno definitivi: ciò che conta infatti è il principio che viene introdotto, la cui coerente applicazione conduce inevitabilmente a una spirale di morte non controllabile. 

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Nel caso olandese, la vita del bambino può essere «interrotta» quando sussistano sofferenze ritenute insopportabili e senza prospettive di miglioramento. Il criterio decisivo non è dunque l’appartenenza alla specie umana, né la semplice esistenza biologica, ma una valutazione circa la qualità dell’esistenza. In altri termini, il valore della vita viene associato alla presenza o meno di determinate condizioni funzionali. E questa logica non nasce oggi.

 

Quando si ripercorrono le vicende come quelle di Charlie Gard o Alfie Evans emerge una dinamica analoga: anche in quei casi il conflitto non riguardava semplicemente le cure, ma il valore che si attribuisce all’essere umano. I genitori ritenevano che la vita del figlio avesse un valore intrinseco nonostante le menomazioni fisiche e/o intellettive; le istituzioni sanitarie e giudiziarie ritenevano invece che la prosecuzione delle cure non fosse più nel migliore interesse del minore, sulla base di criteri valutativi calati dall’alto e stabiliti a tavolino.

 

La medesima domanda si ripresenta oggi: chi stabilisce quando una vita abbia ancora un valore sufficiente per essere vissuta?

 

La bioetica contemporanea tende sempre più a identificare la persona con alcune funzioni: coscienza, autonomia, capacità relazionali, qualità della vita, possibilità di provare esperienze significative. Quando tali funzioni risultano gravemente compromesse, la persona rischia di trasformarsi da soggetto di diritti a oggetto di valutazione.

 

In questo senso, il criterio della morte cerebrale ha inaugurato una nuova antropologia, introducendo il concetto, indimostrato e indimostrabile, che la perdita di determinate funzioni cognitive coincida con la morte della persona. L’organismo biologicamente vivente viene reinterpretato alla luce di un criterio funzionale: il cervello diventa il luogo dell’identità.

 

Almeno all’apparenza, l’eutanasia dei bambini non c’entra nulla con la morte cerebrale. Eppure, ad uno sguardo attento non può sfuggire il fatto che tali omicidi di stato sembrano condivire con il criterio encefalico il medesimo orizzonte antropologico, in cui il valore della vita dipende sempre meno dall’essere e sempre più dal funzionare.

 

Particolarmente inquietante appare inoltre il meccanismo giuridico previsto nei Paesi Bassi, dove prima l’eutanasia viene praticata e soltanto successivamente le autorità competenti verificano se il medico abbia rispettato le «linee guida» e abbia agito con la necessaria diligenza professionale. Il controllo giuridico non precede l’atto: lo segue. Il giudizio arriva dopo che la sentenza di morte è già stata emessa.

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Nella tradizione medica e giuridica occidentale, quando è in gioco un bene indisponibile come la vita umana, il dubbio favorisce sempre la conservazione del bene stesso. Nel modello olandese, invece, la logica viene rovesciata e l’atto irreversibile precede la valutazione.

 

Evidentemente, quando il valore della vita viene associato alle funzioni, all’autonomia o alla qualità dell’esistenza, i soggetti più fragili diventano i più esposti: il malato terminale, il disabile grave, il paziente in stato vegetativo, il bambino gravemente malato.

 

Per tale motivo, il primo caso olandese di eutanasia su un bambino sotto i dodici anni non rappresenta una semplice eccezione, ma costituisce l’ennesimo segnale di una trasformazione antropologica profonda, in cui la medicina non si limita più a curare o accompagnare la vita, ma assume sempre più il potere di stabilire quando una vita possa ancora essere considerata degna di essere vissuta. 

 

Alfredo De Matteo

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