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Un partito per liberare la Sicilia e la sua ricchezza. Intervista al candidato alle regionali Mario Pagliaro

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Il 25 settembre non sarà solo la fatidica data delle elezioni politiche 2022. Quel giorno si voterà anche in Sicilia per rinnovare l’Assemblea Regionale Siciliana – la mitica ARS, che i siciliani seguitano a chiamare convintamente «Parlamento». Renovatio 21 crede che quanto accada in Sicilia vada sempre seguito. Non solo perché è tecnicamente la regione più grande d’Italia, ma perché nei secoli ciò che muove dalla Trinacria – e dal suo sottosuolo – può sconvolgere gli equilibri degli uomini di tutto il mondo: l’Etna è una colossale metafora di ciò che stiamo dicendo, da prendere alla lettera.

 

Abbiamo appreso che il professor Mario Pagliaro, che già in passato abbiamo intervistato su Renovatio 21, si è ora candidato. Il professore , accademico di Europa, fra gli scienziati italiani più citati al mondo, è chimico esperto in materiali nanostrutturati, nonché tra i massimi conoscitori della tecnologia solare in Italia, che ha spiegato nel preziosissimo libro divulgativo Helionomics. La libertà energetica con il solare (2018).

 

Pagliaro è candidato per un piccolo partito, Siciliani Liberi, che si presenta alle elezioni regionali per la seconda volta dopo quelle del 2017. Per farlo, il partito ha dovuto raccogliere migliaia di firme in pochi giorni a cavallo di Ferragosto, mentre ai partiti già rappresentati in ARS non era ovviamente richiesta alcuna firma.

 

I ragazzi ce l’hanno fatta. Le firme sono arrivate, e i candidati sono stati presentati.

 

Renovatio 21 lo ha sentito per farsi raccontare del suo movimento e della Sicilia, nel presente e nella Storia – e nel futuro.

 

 

Professor Pagliaro, cosa è il Movimento Siciliani Liberi?

Un partito politico siciliano che viene da lontano ed è destinato ad andare lontano: perché ha per obiettivo quello di ridare ai siciliani il governo della Sicilia. Inoltre, in continuità con la migliore cultura siciliana, è un partito che esprime una netta dissidenza culturale rispetto a quel «radicalismo borghese» che da tempo domina la propaganda culturale in Italia e in Europa.

 

 

Sarete quindi presenti alle Regionali del 25 settembre, ma non alle politiche?

Esatto. Benché pressoché tutto ciò che riguarda la Sicilia venga di fatto deciso a Roma e Milano, il presidente della Regione Siciliana e il Parlamento regionale dispongono di amplissimi poteri. Che se ben utilizzati porterebbero enorme beneficio alla Sicilia.

 

 

Chi ha fondato il partito?

Il professore Massimo Costa, docente universitario di economia aziendale e storico. È autore di una storia istituzionale e politica della Sicilia divenuta in breve tempo una lettura fondamentale per chiunque voglia conoscere la storia politica della Sicilia.

 

Ciro Lomonte, architetto e fine intellettuale, ne è il Segretario. Fervente cattolico, per anni nella direzione della residenza universitaria «Segesta» dell’Opus Dei e per due volte candidato a sindaco di Palermo, ha mostrato in numerosi articoli come i nuovi occupanti piemontesi presero subito di mira le tradizioni e la cultura siciliana per impedire alla popolazione di identificarvisi.

 

Ad esempio, in un bel numero del Covile del 2017 dedicato alla sua candidatura a sindaco ha spiegato perché, con vari pretesti, i palermitani dovettero attendere il 1974 per ricominciare a festeggiare la loro Santa patrona.

 

 

Sul sito del partito leggo che si tratta di un partito indipendendista. È questo il vostro programma per la Sicilia?

Lo ha spiegato bene la candidata alla presidenza della Regione, Eliana Esposito. Quando i siciliani vedranno i benefici dell’autogoverno, saranno loro stessi a chiedere l’indipendenza. Il programmaadesso, è quello di ridare il governo della Sicilia ai siciliani all’interno dell’attuale ordinamento, che il partito rispetta pienamente, per migliorare ogni singolo aspetto dell’amministrazione regionale: che va dalla gestione delle acque e del patrimonio boschivo a quello storico-artistico, altrove in Italia competenze dello Stato.

 

 

In che senso ridare il governo della Sicilia ai siciliani? Non sono siciliani i presidenti della Regione o i «parlamentari» dell’ARS?

Certo che lo sono. Ma fanno tutti parte di partiti politici i cui vertici sono a Roma e a Milano e i cui interessi molto spesso non coincidono con quelli della Sicilia. A un importante avvocato siciliano molti rimproveravano di essere lui a fare le leggi regionali. Lui, sornione, rispondeva che non faceva le le leggi: ma che le scriveva, visto il livello culturale dei «parlamentari» regionali siciliani.

 

Non si riferiva a tutti, ovviamente, la Sicilia ha avuto dal 1946 al 1992 sia grandi presidenti della Regione che grandi parlamentari regionali.

 

La legge elettorale era proporzionale e i partiti e gli uomini politici siciliani disponevano di un autentico consenso popolare. Oggi però, con la fine del proporzionale e i partiti ridotti a semplici comitati elettorali, è sufficiente una riunione a Roma per far dimettere il presidente della Regione.

 

 

È mai accaduto?

Prenda il presidente uscente, il catanese Sebastiano «Nello» Musumeci, storico esponente del MSI. Ha scritto Ciro Lomonte che secondo lui il 25 Settembre voterà per Siciliani Liberi, convinto anche lui della necessità di sostenere un partito siciliano che ridia ai siciliani la possibilità di autogovernarsi.

 

Nonostante buoni risultati con le infrastrutture, con la gestione dei rifiuti durante la gestione dell’assessorato da parte del veneto Pierobon, e quella del patrimonio storico-artistico da parte del grande Sebastiano Tusa fino alla sua tragica scomparsa, gli è stato chiesto di dimettersi e di non ricandidarsi.

 

Nonostante ancora il 31 luglio dichiarasse le elezioni anticipate «un’ipotesi che non esiste» è bastata una riunione dei partitia Roma a fargli annunciare le dimissioni su Facebook.

 

Probabilmente, se la DC avesse trattato così Rino Nicolosi, ultimo grande presidente della Sicilia anche lui catanese, alle elezioni regionali o politiche avrebbe perso 300mila voti e avrebbe visto la rivolta nel partito.

 

 

E durante la prima Repubblica, come mai l’indipendentismo siciliano fu rapidamente riassorbito?

Il grande sviluppo economico conosciuto nei 45 anni della «prima Repubblica» (1947-1992) riassorbì rapidamente le istanze indipendentiste. Erede del Partito Popolare del siciliano Don Sturzo, la DC aveva in Sicilia un enorme consenso elettorale. Concesse dunque alla Sicilia una relativa autonomia e vi portò lo sviluppo economico attraverso grandi investimenti pubblici.

 

La Cassa per il Mezzogiorno guidata dal professore Pescatore e la Regione con l’Ente di sviluppo agricolo costruivano le uniche infrastrutture, incluse enormi dighe, mai costruite in Sicilia dal 1860 ad oggi.

 

L’ENI, oltre ad investire su petrolio e gas siciliani, faceva sorgere vicino ad Enna persino una fabbrica tessile che per decenni ha dato lavoro a 400 operai, mentre le banche pubbliche controllate dalla Regione erogavano credito all’intero sistema produttivo. Tutto finì con la liquidazione dei partiti popolari e la nascita della cosiddetta «seconda Repubblica».

 

 

Parliamo della Sicilia di oggi. Qual è ora il male che maggiormente l’affligge?

La drammatica situazione finanziaria che priva la Regione e gli enti locali (Comuni ed ex Province) delle risorse necessarie persino a riparare e manutenere le strade. Percorrendole, i turisti stentano a credere che si tratti di una regione europea nel 2022.

 

A differenza però della vulgata propagandata, la responsabilità dello stato delle finanze regionali non è dei famosi «forestali».

 

A fronte di innumerevoli competenze e costi, inclusi quelli della motorizzazione civile, Roma trattiene ogni anno oltre 10 miliardi di tasse che l’articolo 36 dello Statuto siciliano, formalmente recepito nella Costituzione, assegna in via esclusiva alla Regione Siciliana.

 

La DC, dominus dello Stato nella prima Repubblica, si guardò bene dal far varare i decreti attuativi dello Statuto riguardo l’articolo in questione che regolerebbe la distribuzione dei tributi fra Stato e Regione.  Con la seconda Repubblica, le crescenti difficoltà finanziarie dello Stato, oggi arrivato a detenere 2800 miliardi di debito pubblico, hanno portato i governi nazionali a sottrarre al bilancio regionale siciliano sempre maggiori risorse.

 

Senza entrare nei dettagli, a partire dal 2014 si sono succeduti una serie di accordi fra Stato e Regione «in materia di finanza pubblica» con cui quest’ultima ha rinunciato a molti miliardi dovuti, peggiorando notevolmente lo stato di quelle regionali.

 

 

Si ha sempre l’impressione che la Sicilia sia terra di tesori immensi, moltissimi dei quali sconosciuti, inutilizzati.

Questo è del tutto vero. Mi lasci citare il caso di un carissimo amico e grande archeologo con il quale al CNR abbiamo a lungo collaborato, il compianto professore Sebastiano Tusa, poi assessore del governo Musumeci. Consapevole che i tesori sottomarini della Sicilia non venivano valorizzati ed anzi erano spesso rubati dai tombaroli subacquei, Sebastiano da archeologo della Regione prima fonda il Gruppo investigativo archeologico subacqueo regionale immergendosi lui stesso per molti anni.

 

Poi trova in un giovane e colto uomo politico di Siracusa  assessore ai Beni culturali nel primo governo Cuffaro, Fabio Granata, il sostegno necessario alla nascita della Soprintendenza del Mare.

 

In pochi anni scopriranno ed esporranno nei musei della Sicilia autentici tesori come il Satiro Danzante oggi esposto a Mazara del Vallo o le teste marmoree di Giulio Cesare, Tito ed Agrippina rinvenute a Pantelleria ed oggi esposte nel castello dell’isola.

 

 

Cosa si può fare per mettere a frutto la ricchezza della Sicilia?

Darle una classe dirigente nuova, fiera innanzitutto di essere fatta di siciliani al servizio della Sicilia. Questo recupero dell’ethos pubblico tanto da parte degli uomini politici che dei funzionari regionali farà sì che i siciliani non svendano più la loro terra e le loro funzioni ad interessi esterni che spesso non coincidono con il bene della Sicilia.

 

In questo processo, il ruolo di avanguardia di un partito piccolo ma organizzato e ricco di idee concrete per dare soluzioni ai problemi della Sicilia come Siciliani Liberi potrà essere molto più grande del suo attuale consenso.

 

 

È possibile pensare ad una rinascenza industriale della Sicilia a partire dall’energia solare e da altri innovazioni tecnologiche darebbero all’isola un immenso valore strategico e materiale?

È possibile e sarebbe anche fattibile in pochi anni. Serve, appunto, una nuova classe dirigente capace di agire su due fronti: da un lato diminuire la tassazione facendo dell’intera regione una Zona Economica Speciale, come chiede il programma di Siciliani Liberi, e dall’altro ritornare all’intervento diretto dello Stato nell’economia, ricostituendo l’IRI e affidandogli la ricostruzione industriale di Italia e Sicilia, partendo proprio dalle nuove tecnologie dell’energia.

 

Prima ancora della guerra in Ucraina, il blocco e poi il forte aumento dei prezzi dei semilavorati e delle altre merci in arrivo dalla Cina hanno chiarito la fragilità dell’economia europea ormai in larga parte deindustrializzata.

 

Di fronte ai costi energetici divenuti insostenibili per imprese e famiglie, la Francia ha subito nazionalizzato l’industria elettrica. La Germania ha nazionalizzato il maggiore distributore di gas naturale e trasferito enormi risorse a tutte le aziende, partendo dalla compagnia di bandiera.

 

Se l’Italia vuole sopravvivere, non ha alternative all’immediata ricostituzione dell’IRI di cui parlammo un anno fa con Renovatio 21 anticipando la crisi energetica di cui allora non parlava nessuno.

 

 

Non vi è solo la terra, il sole e il mare: parliamo delle eccellenze scientifiche della Sicilia, del suo capitale umano.

È enorme. Come l’Armenia o la Grecia, la Sicilia occupata dal Piemonte nel Maggio del 1860 ha visto espatriare in un secolo che ha incluso due guerre mondiali una parte enorme della sua popolazione. Sono siciliani di seconda o terza generazione il cantante americano Zappa o il pilota di Formula 1 Ricciardo.

 

Sono siciliani grandi scienziati come i fisici Majorana, il chimico Cannizzaro, o direttori di orchestra come Gino Marinuzzi, definito da Paolino Isotta il più grande del XX secolo. E poi innumerevoli imprenditori, artistiscrittori. Quasi tutti hanno fatto grandi cose fuori dalla Sicilia: ma quando la Regione Siciliana ha saputo investire bene, ad esempio creando l’Istituto regionale del vino oppure la Soprintendenza del Mare, in quei settori è cambiato tutto in pochi anni.

 

Quando, su incarico dell’Istituto del vino,  il grande enologo piemontese Giacomo Tachis iniziò il suo lavoro in Sicilia da più parti si insisteva perché le vigne in Sicilia fossero estirpate. Oggi, in Sicilia le aziende vitivinicole che usano i metodi colturali insegnati da Tachis fatturano molti milioni di euro e i loro vini sono premiati nel mondo.

 

Lo stesso occorre fare adesso con l’energia solare: creare un Istituto regionale e far crescere il numero di impianti sui tetti da quello ridicolo attuale, 60.000, a un milione e 700mila. Tanti quanti sono gli edifici in Sicilia.

 

 

Parliamo di storia della Sicilia. Ci può raccontare la versione che non conosciamo?

Chi vuol conoscere quella vera, può leggere il libro di Massimo Costa. Praticamente nessuno in Sicilia sa che il Regno di Sicilia è durato ininterrottamente dall’incoronazione a Palermo di Re Ruggero da parte di Papa Anacleto la notte di Natale del 1130 all’anno successivo al Congresso di Vienna del 1815.

 

Reinsediati i Borbone dal Congresso di Vienna, Re Ferdinando nel 1816 pose la basi per la fine del Regno fondando un «Regno delle Due Sicilie» tramite cui sottrasse a Palermo tanto la corona che il Parlamento. Trasferì quindi la capitale e la corte a Napoli, allora come oggi la più bella città europea.

 

Furibonde, la nobiltà siciliana e la nascente borghesia si rivolsero a Londra, già ampiamente presente in Sicilia, per liberarsi dei Borbone. Si ritrovarono nel Maggio 1860 occupati da questi sconosciuti piemontesi.

 

Così quando a Bronte ad Agosto i contadini capirono che non ci sarebbe stata alcuna divisione del latifondo si ribellarono con le armi. Garibaldi inviò subito le truppe guidate da Bixio. I presunti capi della rivolta furono passati per le armi nellapiazza del paese di fronte alla popolazione atterrita. Bixio usò la moderna rete telegrafica fatta costruire dal Re Borbone per telegrafare a Palermo a Garibaldi: «Rivolta domata».

 

I siciliani prima, e i meridionali poco dopo, capirono subito che tipo di occupazione sarebbe stata quella piemontese

 

Quanto ai nobili siciliani che pure avevano tradito il Re Borbone può letteralmente assaporarne la disperazione di fronte al nuovo occupante ancora un secolo dopo in ogni pagina de Il Gattopardo. Come ricorderà, il libro è stato scritto da un principe siciliano che si intratteneva su questi temi con un altro grande intellettuale e nobile siciliano, il barone Corrado Fatta della Fratta.

 

 

C’è un importanza della Sicilia nella storia d’Europa e del mondo?

Centrale. E la ragione è geografica. Il Mar Mediterraneo, cerniera degli oceani, è il più importante al mondo. La Sicilia ne è al centro. Lo svela bene la mappa antropomorfa del mondo realizzata ad Ebstorf, in Sassonia, nel XIII secolo. In cima alla mappa, c’è la testa di Cristo in Oriente. Le sue mani segnano i limiti del mondo conosciuto. Al centro c’è Gerusalemme, la città santa. E poco più in basso, a forma di cuore c’è l’isola di Sicilia.

 

Che la Sicilia e il suo possedimento fossero strategici lo sapevano già i Romani, che conquistandola si proietteranno in poco tempo sul Nord Africa e sulle terre di Oriente con le loro immense ricchezze. Lei saprà che la legione romana che conquistò Gerusalemme era di stanza a Messina, la Legio X Fretensis, cioè dello stretto di Messina.

 

Lo sapevano i Normanni che già con Re Ruggero conquistarono un’ampia area del Nord Africa oltre che Malta. Lo sapevano i tedeschi che con Enrico VI di Svevia scendono in Sicilia per dare alla Germania la proiezione imperiale.

 

 

In mancanza di cambiamento, quale potrebbe essere il destino della Sicilia?

Una nuova, drammatica emigrazione di massa. Durante i due anni dei vari lockdown, un gran numero di giovani siciliani vi ha fatto ritorno dal Nord, in particolare da Milano e dal Veneto.

 

Oggi, la Sicilia vive di «reddito di cittadinanza» e di turismo, oltre ad assistere ad una vera rinascita dell’agricoltura con molte pregiate produzioni, dal frumento al ficodindia, dal vino al limone, tornate redditizie in pochi anni.

 

Per avere un’idea, in Sicilia lo scorso febbraio a percepire in media 613 euro mensili di reddito di cittadinanza erano 625.000 persone: oltre il 13 per cento della popolazione. Ciononostante, le tre città, Palermo, Catania e Messina, si stanno svuotando rapidamente. A Palermo ormai risiedono solo 630.000 persone. Nel 1981 gli abitanti erano 702.000.

 

Solo l’anno scorso, la capitale siciliana ha perso oltre 7.000 abitanti. Se la crisi finanziaria dello Stato dovesse aggravarsi insieme alla crisi dell’euro, con le relazioni internazionali in rapido deterioramento, finirebbero tanto il reddito di cittadinanza che il turismo.

 

A quel punto, la crisi diverrebbe così grave da portare all’abbandono della Sicilia di tutta la popolazione in età lavorativa. Sarebbesostanzialmente, il collasso economico, sociale e demografico della Sicilia.

 

 

Un’ultima domanda ci incuriosisce. Cosa intende quando dice che il vostro Partito è fatto da dissidenti che in Sicilia si oppongono al «radicalismo borghese»?

Glielo spiego con un esempio. Il medico Chevalier de Jaucourt, stretto collaboratore di Diderot, curò circa 17.000 voci della Enyclopedie francese ancora oggi propagandata agli studenti di tutto il mondo come luce della nuova «epoca dei Lumi». Fra di essa c’era la voce «Palerme» definita «ville détruite de la Sicile», ovvero città distrutta della Sicilia. E continuava: «Sede di arcivescovado provvista di un piccolo porto, prima della sua distruzione causata da un terremoto, disputava a Messina il titolo di capitale». Mentre alla voce «Sicile» il medesimo illuminato scienziato concludeva: «In breve: la Sicilia oggi non ha più altro d’ importante che le sue montagne e il suo Tribunale dell’inquisizione».

 

Esterrefatto nel constatare che persino la traduzione italiana dell’Encyclopedia curata a Livorno contenesse le stesse menzogne, il benedettino siciliano Salvatore Di Blasi nel 1775 diede alle stampe un libro nel quale rivendicava la tradizione di una «Sicilia antichissima coltivatrice di Lettere» liquidando giustamente la «crassissima negligenza dei signori enciclopedisti».

 

Oggi non è diverso dal 1775: non bisogna aver letto Feyerabend per capire che il radicalismo borghese, mascherato da scientismo, procede con la stessa ridicola petulanza intellettuale di de Jaucourt e Diderot ai tempi della Encyclopedie.

 

Allora come oggi, la migliore tradizione del pensiero siciliano insegna che la dissidenza culturale è la prima necessaria opposizione a questa rovinosa quanta falsa «cultura» .

 

 

 

 

 

 

Immagine di NASA Marshall Space Flight Center via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial 2.0 Generic (CC BY-NC 2.0)

 

 

 

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Eutanasia

La festa della morte in Veneto

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Come tutti sanno, mercoledì 2 settembre, vigilia della festa di San Gregorio Magno, il Consiglio regionale veneto ha approvato la legge sul «suicidio medicalmente assistito».

 

Come tutti sanno, a favore hanno votato 32 consiglieri, in 14 si sono opposti e cinque si sono voltati dall’altra parte. Come tutti sanno, il Veneto è la prima regione del centrodestra a munirsi di una legge del genere, la quarta in assoluto dopo Emilia Romagna, Toscana e Sardegna, i cui presidenti si sono congratulati alla grande.

 

C’è proprio di che far festa. Lo Stato mette a disposizione del richiedente il farewell kit e l’assistenza medica per fuggire da questa valle di lacrime, per poi finire – sst, non si dice.

 

Il punto è il trionfo della libertà senza se e senza ma. No, non quella di avere delle cure: per una TAC occorrono sempre sei mesi-un anno; porti pazienza, signora.

 

La libertà di cui si parla è quella di farla finita, andarsene, sciò, raus. Per troppo tempo si è aspettato. Intanto che si procedeva con i tira e molla, si legge, ben quattro candidati al suicidio sono morti. Scandaloso, no? Roba da chiodi. Ora però è finalmente sancito il primato della libertà di morire. «Decidi di decedere» poteva essere un bello slogan. I radicali hanno preferito il banale «Liberi fino alla fine». De gustibus.

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Ma liberi de che? Mettiamoci per un istante nei panni dei promotori, e di chi ha appoggiato l’iniziativa, e di chi l’ha votata, e di chi giubila a prosecco. Passata la sbornia, non c’è di che stare allegri.

 

Il suicidio è approvato, lodato, facilitato; si può dire incentivato? D’accordo.

 

Ma la legge soffre pur sempre, come di una tara congenita, dell’impronta asfittica dei radicali, il loro essere grigi, burocratici, conformisti, piatti e privi di fantasia. Non c’è scampo: al netto della retorica fatta di boati e giochi verbali, l’anima del radicale è quella di un impiegato di concetto.

 

Occorre infatti avvertire che a chi desidera farsi tirare le cuoia dalla Regione Veneto, la legge prevede solo una modalità: l’estinzione via farmaco. La morte viene somministrata in un letto, in un lettino, in una barella, in una poltrona, al massimo su una sedia; insomma, da sdraiati o da seduti. Prima di sgocciolare il veleno in vena, è contemplato che il morituro venga sedato e intontisca, così che non si accorga della vita che sfugge e non gli venga l’uzzolo di avere imbarazzanti ripensamenti, non si dice di pentimenti, in extremis, validi per l’aldilà.

 

Nella testa dei radicali, che come le radici affonda nella gleba, questa è la dipartita che ognuno desidera. «La morte migliore è quella nel sonno»: il mantra così volentieri ripetuto dall’uomo medio per l’eco che fa nel vuoto della zucca, e in fondo l’emblema stesso della nostra civiltà occidentale in agonia.

 

Ma ecco una dissonanza: se così non fosse? Se il candidato al trapasso avesse un’idea diversa da quella della morte in pantofole? Se volesse lasciare una traccia, un monito, fare della propria scomparsa un suggello, uno spettacolo, un’esperienza indimenticabile?

 

Non è impossibile. Un morituro che ne ha fatte un po’ troppe in passato potrebbe voler morire espiando alla Damiens, l’attentatore di Luigi XV. Fissato su una tavola, le braccia e le gambe legate con catene a quattro possenti cavalli incitati al galoppo in quattro direzioni opposte, così da squartarlo e farlo a brani. E che! Il suicida non sarebbe forse libero di chiedere, o meglio di esigere che la Regione gli metta a disposizione, anziché una mezza cartuccia di infermiere, quattro destrieri frisoni?

 

E che pensare degli appassionati delle rievocazioni storiche e della ghigliottina, tanto per rimanere in Francia? La premurosa Regione non dovrebbe adoperarsi per realizzare con venete operose maestranze, o alla peggio acquistare nel mercato dell’usato il drastico marchingegno? Se i costi si rivelassero eccessivi, e non spuntasse il solito mecenate, si potrebbe tutt’al più sollecitare un contributo del richiedente, diciamo un ticket.

 

Un apicultore potrebbe volersene andare affogato in un barile di miele: la dolce morte. Un veneto-spagnolo, volendo omaggiare i suoi avi, forse gradirebbe essere incornato da un toro alle cinque del pomeriggio, spaccate. Dopo essere stato il protagonista di tanti incubi, il lancio senza paracadute avrebbe probabilmente qualche suggestione catartica per l’ex della Folgore. Siamo davvero certi che non ci sia qualche ricco che non ambisca a fare la fine di Crasso, cioè farsi versare in gola una colata d’oro fuso?

 

Ecco, niente di tutto questo può essere fatto. I radicali e la politica non sono riusciti ad andare oltre il sanitario con la mutria, il veleno endovena e le babbucce. E questa sarebbe libertà? In realtà l’autodeterminazione è qui conculcata e avvilita, e la Regione viene meno ai suoi doveri.

 

Questa mordacchia non può non deludere i fans del boia di Stato. E c’è dell’altro.

 

Prendiamo Luca Zaia, il grande sponsor della legge regionale. Leggere l’intervista pubblicata il giorno dopo il fattaccio è istruttivo. Gli argomenti sono malfermi sulle gambe, le risposte non sono proprio a fuoco, c’è qualche eccesso, qualche azzardo, si capisce che il buon uomo le sballa, è più volenteroso che strutturato. Vi è qualcosa nelle sue parole che ricorda lo zio Peppo quando torna dalla sagra del paese. A ben pensarci, quello ci guarda nella fotografia a corredo dell’articolo, dove l’ex governatore è ritratto sorridente e col pollicione in su, è lo zio Peppo sputato.

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E qui si arriva al motivo di insoddisfazione di base, quello che unisce noi e loro: la scadente qualità di come ci si occupa della cosa pubblica. Dall’intervista, si tolgano il troppo e il vano: non rimane nulla.

 

Essa tuttavia rispecchia alla perfezione il mood del nostro Paese nell’epoca presente. Le parole dell’ex governatore, più o meno, si possono infatti trovare sulle labbra di tutti.

 

«Quando senti di certe sofferenze, per carità: meglio darci un taglio e via», dice il salumiere, sferrando il colpo per staccare la fiorentina. Incalza la contessa dagli occhialoni scuri: «la Chiesa fa il suo mestieve, ma lo Stato deve esseve laico». «Io sono cattolico e non lo farei», borbotta l’appuntato, «però non posso importi il mio punto di vista». «Ognuno è libero di fare quel che gli pare, basta che mi lasci in pace», dice il tassista passando col rosso. «Se dovesse capitare a me, vorrei che mi si staccasse la spina», confida il vecchio impiantista al figlio che lo ascolta attento e, ad ogni buon conto, lo registra di nascosto con il cellulare.

 

È un’infilata di luoghi comuni, le idées reçues del nostro tempo che soppiantano quelle di Flaubert senza smettere per un istante di essere delle bêtises, delle fesserie.
A questo punto potrebbe sostenersi che i politici, nel bene e nel male, si sono dimostrati una volta tanto in sintonia con il popolo e ne hanno espresso la volontà. Anche.

 

Ma per impostare il fatto in modo più corretto occorrerebbe piuttosto ammettere che l’italiano ha i governanti che si merita. La pochezza di chi decide sulla vita e sulla morte offre la misura della nostra decadenza.

 

E qui cade a fagiolo San Gregorio Magno, a cui si accennava all’inizio. «Se l’ira di Dio ci dà i superiori che meritiamo, impariamo dal loro modo d’agire quello che dobbiamo pensare di noi», osservava. «Perché il cuore dei governanti viene disposto secondo che meritano i sudditi».

 

Però c’è un altro aspetto da considerare, ancora più preoccupante.

 

L’approvazione della legge regionale attesta soprattutto che la mano di Dio si sta ritraendo dal nostro Paese. Le evidenze sono ormai dovunque, non vale la pena neppure di parlarne. È sufficiente scorrere le statistiche. Quel che è successo in Veneto, e presto succederà dappertutto, è un segno della Vita che si allontana dall’Italia.

 

E allontanandosi la Vita, che cosa si pretende che ne prenda il posto?

 

Massimo Zanetti

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Cremazione

Le ceneri di Guccini. Con benedizione cardinalizia

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Mettiamo le mani avanti: non siamo mai stati nel novero degli estimatori di Francesco Guccini.   Nel periodo d’oro del cantautorato italiano altri erano i nostri riferimenti. Guccini no: ci dispiaceva la plumbea appartenenza politica, e più di tutto una certa monotonia del timbro e il modo enfatico e pesante di cantare, per il quale le canzoni sembravano composte da una sola nota martellata e ribattuta, anche se poi non era vero.   Naturalmente qualche suo pezzo lo si conosceva pure noi. Il repertorio di turpiloquio dell’Avvelenata era troppo ghiotto perché non lo si mandasse a memoria. È noto che il nostro non la considerasse un capolavoro, e pare che la ripudiasse addirittura: a riprova che gli artisti sono in genere pessimi critici.   Rammentiamo poi vivamente i grevi scongiuri a cui ci si abbandonava non appena si sentiva intonare In morte di S.F.. Nonostante l’ala del tempo sia passata anche su di noi, ancora oggi ne subiremmo la cupa suggestione, l’impulso a scaricarne la jella nel modo più maschio e triviale. Per la verità, bn pochi amavano sentirla, soprattutto in automobile, motivo per il quale ne ricordiamo solo l’inizio e la fine.    Sul rimanente, si conosceva qualcosa de La locomotiva, qualcosa di più de Il pensionato, e poco altro.   Uno dei problemi delle canzoni di Guccini, tra l’altro, è che si era costretti a cantarle come Guccini: cioè con un pronunciato sforzo di gola, calcando tutto e fingendo di pesare più di novanta chili. Fatica improba, che come tutto risultato dava quello, davvero non esaltante, di avvicinarsi all’imitazione che ne fece Fiorello in Come mai degli 883.     

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Se non possiamo essere considerati degli estimatori, non possiamo però essere inclusi nella schiera dei detrattori. Guccini ha percorso la sua lunga vita senza il nostro affetto ma anche senza la nostra ostilità. Era come avere per condomino della scala B un apprezzato cultore di letteratura occitanica, che si saluta per le scale ma non si frequenta.    Osservatori distanti, certo più indifferenti che curiosi, ci troviamo forse in posizione privilegiata per valutare l’alluvione di parole spese e scritte post mortem sull’Omero di Pàvana. Posata la polvere, possiamo dire che non ci ha sorpreso quasi niente.   Erano da immaginarsi, per esempio, le paginate e paginate di encomio, lo sbrodolo agiografico, la commozione, i ricordi evocati in coro, spalla contro spalla, da chi lo ha conosciuto o semplicemente ascoltato in gioventù.   È un fatto: ogni generazione desidera celebrare sé stessa, e l’occasione migliore per farlo è indubbiamente un funerale. Davanti al capobandiera che se ne va, piccolo o grande che sia, i superstiti provano il bisogno di stringere l’asta e di gridare a sé stessi, nonché al mondo, di essere ancora in vita.   Alla notizia si è infatti radunata, da oriente a occidente, la moltitudine che l’esistenza, le inclinazioni e i travagli avevano diviso e sparpagliato. I vincenti e i perdenti, gli sciupati, gli ambiziosi, le promesse mantenute, le promesse mancate, gli umiliati, i talentuosi, i gregari: ognuno con la sua magagna ha frugato in volto il vicino in cerca di antichi bagliori e ha scoperto l’orgoglio di appartenere a una sola generazione.   E giù a dire quanto sono stati e sono ancora oggi belli e generosi, e soprattutto unici e irripetibili.   Cose già viste. Al loro tempo – magari con qualche riscontro in più – l’hanno proclamato i risorgimentali al funerale del Carducci; i fiumani, dinanzi alla bara del Vate; e via via sdrucciolando fino ai battistiani prePanella alla morte di Battisti, ai patiti del birignao-carioca alle esequie della Vanoni.   Giacché si è accennato al Carducci e al D’Annunzio, era ovvio che anche il Guccini venisse subito incoronato «poeta». Per settimane gli articoli hanno traboccato di citazioni a casaccio, anche su temi su cui il nostro non ha mai detto nulla. Dietro di esse, in controluce, si potevano intravedere vecchi vinili girare su giradischi addormentati, mentre sessantenni fanno i piatti canticchiando Cirano. Da qui a invocare che i versi del poeta (tipo: «la ragazza dietro al banco mescolava/birra chiara e sevenàp») irrompano nelle antologie scolastiche è un passo. Poesia, poesia!   Nessuna meraviglia anche in questo caso.

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Com’è risaputo, gli italiani della loro poesia non ne sanno una beata. Il bagaglio da stiva regolamentare ospita in genere quattro endecasillabi imposti nelle scuole dell’obbligo e sei o sette nomi che, per ausilio mnemonico, ritornano nella toponomastica cittadina – e via andare.   Ammettiamolo: da noi la poesia forse si studia, ma non si legge. Non se ne conoscono né le leggi né il lessico, non la si comprende e non la si gusta. Non si sa manco che cos’è. Per dirla in una parola, la poesia italiana, come dire ottocento anni filati, non se la fila nessuno.   Del resto, l’italiano ne fa allegramente a meno e campa lo stesso. Per chi vuole, al fabbisogno – così come un po’ a tutto ciò che attiene alla sfera ludico-artistica – ci pensano gli americani. Non è un caso se il poeta più letto (in traduzione) sia Emily Dickinson. Dicono che i suoi versi (in originale) siano anche i più tatuati sugli avambracci delle signore.   Se si hanno meno pretese, poi, ci sono i cantanti: per certuni sono i soli veri poeti. Il monte Elicona, un tempo più esclusivo della Trilaterale, ormai rigurgita di menestrelli italiani. Oggi si aggiunge il Guccini. E viva l’Italia.   Abbiamo pure appreso che il nostro era un uomo buono. D’accordo, de mortuis nihil nisi bonum, ma sia pur da lontano siamo portati a crederlo. Da giovane il Guccini sembrava un orso con il naso, poi invecchiando un orso in maglione con la zip: è difficile farsi un’idea diversa da quella del burbero di buon cuore. E chissà, pensiamo, quante preghiere di zie, prozie, nonni, bisnonni e trisavoli, nell’arco di secoli, sono salite e poi scese, a gocce, a rivoli, affinché ottanta e passa anni fa il piccolo Francesco, nel ricevere la vita, ricevesse in dote anche questa piccola perla che in fondo è una disposizione naturale, un bonus senza merito come l’occhio azzurro o l’alta statura.   Certo, le preghiere non sono riuscite a far sì che diventasse un cristiano, un cattolico. Per quello occorre il concorso del libero arbitrio, e qui il Guccini ha toppato.   Agnostico dichiarato e ribadito, come tanti, come tanti ha civettato con l’idea dell’Ente superiore senza arrivare mai al dunque. Se la parola Dio ha fatto talora capolino nelle sue canzoni, magari per dire che è morto, il nome di Gesù Cristo è rimasto oggetto di uno strano pudore. E forse è stato meglio così: almeno per quelli ai quali, come a noi, non piacciono i paciughi.   Già, perché il nostro ha abbracciato senza riserve tutte le più scontate battaglie della modernità: divorzio, aborto, unioni civili, eutanasia. Ossia, la borghesissima marcia che ha strappato gli italiani al loro retroterra per gettarli avanti a pedate verso un progresso fatto di solitudini, paura e vuoto. Francesco Guccini, tanto per capirci, ha preso perfino la tessera del partito radicale, il movimento più filisteo mai visto sulla faccia della terra.

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A noi però fanno un po’ pena quelli che a dispetto di tutto cercano di farne un credente malgré lui, un cattolico fuori menù, descrivendolo come di una persona «in ricerca», di un’anima naturaliter cristiana. Un agnostico «possibilista», che «non ha mai smesso di chiedere e ascoltare», un cultore del dubbio: insomma, un cardinal Martini. E verrebbe voglia di dire loro: ma non provate vergogna?   È come quando i periodici cattolici, sul finale di intervista, domandano all’ateo di successo se crede in Dio, sperando nel contentino del «Sì, ma». «Sì, ma non in modo tradizionale»; «Sì, ma non mi riconosco nei dogmi»; «Sì, ma la Chiesa deve cambiare/ venire incontro/essere povera/aprire alle diversità/ai divorziati/alle coppie omo»; «Sì, ma la mia fede è intima, non gridata». E ancora, per gradire: «Parlo spesso con Dio, magari per rimproverarlo»; «L’ho sentito vicino nella malattia del mio cane»; «Mi è di molto conforto leggere le parole di papa Francesco».   Questo vi basta? Siete dei poveracci.   Non sappiamo quanto nel Guccini ardesse la sete d’assoluto, quanto abbia chiesto e quanto abbia raccolto. Sono conteggi che lasciamo all’Onnipotente, che li sa fare.   Per quello che ne possiamo capire noi, ci sembra che sia stato di inequivocabile coerenza in vita e in morte. Si stava ancora grattando il violino che è stata data la notizia che il funerale sarebbe stato laico. Qualche discorso, una benedizione dell’amico cardinale e poi via all’inceneritore.   Forse Dio non l’avrà trovato, ma ha trovato lo Zuppi.   Anche questo non sorprende.   Avv. Renzo Magalozzi

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Civiltà

Chi sono i fabiani?

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Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore polacco Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, protagonista in rete di numerose riflessioni sullo stato delle cose da un punto di vista storico, filosofico, politico. Lo Szczawinski aveva trattato la Fabian Society tra i gruppi di controllo globale in un precedente intervento. L’analisi è, in superficie, buona, tuttavia impressiona l’assenza totale di una menzione della religione nella costruzione della Civiltà occidentale. Di qui qualche ingenuità, come quella di ritenere, in un finale che fa scendere la catena, la Dichiarazione dei diritti e Winstone Churchill un apice della nostra storia (!).

 

 

(…) La Fabian Society fu fondata a Londra nel 1884. Prende il nome da Quinto Fabio Massimo, il generale romano famoso per aver sconfitto Annibale non con uno scontro diretto, ma con pazienza, logoramento e la lenta disfatta del nemico. Il nome fu scelto deliberatamente. Era la strategia. Il loro emblema era un lupo travestito da agnello. Lo scelsero loro stessi.

 

Vale la pena soffermarsi un attimo su questo: un’organizzazione che scelse come proprio simbolo l’immagine di un intento predatorio mascherato da apparenza innocua – l’inganno come principio fondante, metodo operativo, ciò di cui andavano più fieri. Non imposto dai critici. Scelto autonomamente. Ne erano orgogliosi. La strategia era semplice e devastante: non assaltare le istituzioni. Infiltrarsi al loro interno.

 

Infiltrarsi – per usare le loro parole – gradualmente, pazientemente, nel corso delle generazioni, collocando persone formate secondo i principi fabiani in posizioni di influenza nel governo, nel mondo accademico, nei media e nella pubblica amministrazione, fino a quando le istituzioni non produrranno risultati fabiani senza che nessuno debba annunciare una rivoluzione.

 

La rivoluzione avverrà, ma lentamente, in modo invisibile, burocratico e democratico. Quando qualcuno se ne accorgerà, le istituzioni saranno già cambiate.

 

 

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Fondarono la London School of Economics nel 1895, l’istituzione che ha formato generazioni di politici, funzionari pubblici, economisti e giornalisti in tutto il Commonwealth e oltre. Furono determinanti nella creazione del Partito Laburista nel 1900. Diedero forma alla BBC. Progettarono lo stato sociale britannico.

 

George Bernard Shaw, H.G. Wells, Tony Blair, Gordon Brown, Keir Starmer: l’elenco dei fabiani che hanno plasmato la politica britannica e globale non è una nota a piè di pagina. È la storia della sinistra del ventesimo secolo, raccontata senza mezzi termini.

 

Starmer non è un caso fortuito né un’evoluzione del Partito Laburista. Egli rappresenta l’espressione attuale di un progetto in corso da centoquaranta anni: paziente, istituzionale e pienamente coerente con la strategia originaria.

 

La Fabian Society è la lunga marcia di Gramsci attraverso le istituzioni, ma inglese, quindi meglio vestita e meglio finanziata, e con cinquant’anni di anticipo. Gramsci teorizzò ciò che i fabiani stavano già facendo. I fabiani ne furono i praticanti.

 

La Scuola di Francoforte fornì la filosofia. La Fabian Society fornì il modello operativo. E la teoria francese fornì il confezionamento culturale. Tre progetti, origini diverse, destinazione identica: lo smantellamento delle fondamenta della civiltà occidentale attraverso la paziente occupazione delle sue istituzioni.

 

Ciò che rende il modello fabiano più pericoloso del socialismo rivoluzionario è proprio la sua fluidità. La rivoluzione è visibile. Si possono indicare le barricate. L’approccio fabiano non produce barricate: solo programmi di studio che cambiano gradualmente, linee editoriali che si modificano sottilmente, linee guida per la pubblica amministrazione riviste progressivamente e una successione di riforme apparentemente ragionevoli che, singolarmente, sembrano modeste, ma che nel loro insieme trasformano ogni cosa.

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Il lupo travestito da pecora non è solo un predatore mascherato, ma un predatore che ha imparato a parlare la lingua delle pecore, ad adottarne i modi, a mostrare preoccupazione per il loro benessere e a riscrivere gradualmente le regole del gregge dall’interno

 

Quando ve ne accorgete, il lupo è già nella stanza da decenni. Ha indossato le vesti di pecora così a lungo che alcuni si sono dimenticati che non lo era. L’inganno non è stato casuale. Era il metodo. Il lupo travestito da pecora è obłuda [termine polacco traducibile con l’italiano «doppiezza», ndt] con una strategia a lungo termine. Zakłamanie [«inganno», ndt] con un piano centenario. La menzogna sistemica con un think tank e un patrimonio.

 

Sono stati pazienti. Sono stati deliberati. Sono stati efficaci. E la civiltà che ha prodotto la Magna Carta, la Dichiarazione dei Diritti e Churchill se n’è accorta a malapena, finché non è stato troppo tardi.

 

Krzysztof Szczawinski

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