Pensiero
Pugnazzo, la Roma permanente e la nostalgia di Bossi
La Nintendo Wii è un dispositivo eccezionale. Se non avete un conoscente che l’ha conservata dagli anni 2000 e si decide a passarvela, potete acquistarla usata ai mercatini per una cinquantina di euro.
Sono migliaia di ore di intrattenimento familiare ineccepibile, sicuro, affidabile, a misura di bambino – questa è del resto la linea che l’azienda di Kyoto tiene da più di un secolo. Mettete (con moderazione, chiaro) vostro figlio dinanzi ad una console Nintendo, difficilmente vi verrà traviato come potrebbe invece succedervi con i giochi più «adulti» della Xbox, che è di Bill Gates, quello che la vostra prole già la tratta con la siringa e con l’mRNA.
Quindi, se approntate una Wii, il piccolo si sparerà certamente ogni singolo titolo di Super Mario disponibile: New Super Mario Bros Wii, Super Mario Galaxy, Super Mario Galaxy 2, Mario Kart Wii, Mario Party 8, Mario Super Sluggers, Super Mario All Stars… fino a che non arriverete al più bizzarro, Super Mario Paper.
Si tratta di un adventure: cioè un gioco lungo dove si va in giro a risolvere enigmi. Mario e i suoi amici finiscono in un mondo bidimensionale – sembra fatto, appunto, di carta – dove devono parlare con decine di altri personaggi, pur sempre tramite fumetti che fanno bip–bip–bip.
È alla fine del primo mondo che incontrerete un personaggio che vi sorprenderà: Pugnazzo.
Pugnazzo è un cattivo di fine livello. È violento e borioso, è vanitoso. Sovrastima la sua forza, ma non lo sa, per cui continua con i suoi ebeti esibizionismi. È aggressivo, a partire dalle parole.
Coloro che hanno regionalizzato Mario Paper hanno avuto un’idea geniale, giustissima: hanno fatto sì che Pugnazzo parlasse, di fatto, in romanesco stretto.
Pugnazzo parla il romanesco di quelli che menano.
«Ahò, ma allora sei te che ‘infili i baffetti negli affari der capo mio» dice Pugnazzo all’irsuto Mario Bros.
«Nun lo dovevi fà (…) Mo’ te faccio nero».
«Mo’ pe’ voi è finita!»
Pugnazzo non ascolta una parola di quello che gli dici, e continua con proclami bellicosi.
«So’ Pugnazzo, se er conte ordina, io ve strapazzo!»
«Mo’ basta. Mo’ ve riempio de botte come nun v’hanno riempito mai. VE ROMPO!»
Ci sta. L’aggressività romana la conosco, è un fenomeno su cui indago da lungo tempo. Anni e anni fa, giovanissimo in Inghilterra, mi ritrovai davanti al muso il naso di un romano, un ragazzo più grande di me del genere finto-atletico, quelli che si mettono la tuta solo per segnalare la minaccia di una prontezza fisica in realtà tutta da verificare. «Io te distruggo, sa’…».
Mentre mi urlava ad un centimetro dalla mia faccia, io non avevo idea di chi fosse questo tizio e di cosa volesse. Solo poi avrei capito che era il ragazzo di una tizia, alla quale forse avevo detto cortesemente «ciao» salutando tutto il gruppo, o forse anche no. Nella testa di lui, chissà quali pensieri stavo facendo – per una che non sapevo neanche che faccia avesse.
La cosa si risolse. Gli risi in faccia, non so bene perché, forse perché all’epoca avevo uno sprezzo del pericolo invidiabile, oppure già sapevo che il romano spesso abbaia e basta. Ci divisero. Andò per la sua strada.
Fast forward di una ventina di anni. Sono a Roma per andare ad un incontro di lavoro in un club fuori città. Prendo un taxi, entriamo in una tangenziale, o forse era proprio il mitico Grande Raccordo Anulare, che ne so. Ad un certo punto, notando i cenni del conducente, mi rendo conto che c’è un tizio con una Smart dietro di noi ci sta a pelo. Il ragazzo, occhiale da sole incollato agli occhi, sta ad una spanna dal paraurti posteriore del tassista, che si innervosisce e comincia a bofonchiare qualcosa (solo anni dopo avrei appreso che l’uomo con la Smart a Roma ha un’antropologia tutta sua). Il tizio ci supera a velocità folle – in parallelo il tassista accelerava enantiodromicamente… Poi ci taglia la strada, tra clacson, corna e diti medi a profusione. Quindi fila dritto con la sua macchinetta ad una velocità talmente inspiegabile da lasciarci indietro di parecchio.
È qui che succede una cosa inaspettata. Il tassista si gira verso di me – che ero, per lui, un giovane signore in giacca e cravatta che gli aveva significato il fatto che stava andando ad un incontro di lavoro – e dice qualcosa che non scorderò mai: «che c’ha fretta, lei?».
Io non faccio in tempo a rispondere «sì» che lui è già partito all’inseguimento dell’uomo con la Smart, gas schiacciato a tavoletta, mentre, con l’inerzia che mi schiaccia il torso sul sedile, io mi aggrappo alla maniglia sopra il finestrino, come faceva mia nonna.
Dopo venti minuti di caccia, che con gentilezza non avrebbe poi conteggiato nel tassametro, l’autista desiste: dell’uomo in Smart nessuna traccia. Arrivato a destinazione, scendendo sconvolto dall’auto, mi chiedo cosa mai sarebbe successo se lo avesse trovato. Probabilmente niente, come quella volta in Inghilterra: urla e insulti barocchi, checcevoifà, è il loro modo di stare al mondo. O forse si sarebbero tamponati, e menati davvero.
A Roma succede: pensate a Campo de’ Fiori, sede dell’infame statuona dell’infame Giordano Bruno. La sera, ricordo bene, si vedevano serque di camionette della polizia parcheggiate in bella vista in Piazza, eppure la gente di sera, nello struscio della movida romana con qualche turista imbucato, ci si picchiava lo stesso, e selvaggiamente, e non si è mai capito perché.
Ecco, sono alcuni dei ricordi e dei pensieri che ho avuto quando è saltata fuori la storia del misterioso video in cui uno dei vertici del PD romano, ad una cena fuori porta, è stato ripreso dai residenti del luogo (che allarmati, hanno chiamato le Forze dell’Ordine) mentre urlava.
«Lo digoh a tutti quello che m’ha dettooooh».
«Vie’ qua. Te devi inginocchià. TI DEVI INGINOCCHIARE!»
«Li ammazzo. Li ammazzo».
«Cinque minuti je do. CINQUE».
«Vi sparo. T’AMMAZZO»
Come non pensare a Pugnazzo.
Cosa era successo? Non si è capito benissimo, tuttavia su certi non detti urlati (non è una contradicio in adjecto) ora stanno facendo delle indagini. Cosa minacciava di rivelare l’uomo fuori di sé? Intorno a lui, a quella cena «pugnazza» (eh sì, loro vanno ancora al ristorante) a quanto si apprende dai giornali: una consigliera regionale, un europarlamentare o ex, il fratello assicuratore UNIPOL, quantità di altri figuri che non sappiamo comprendere, se non per il comune denominatore: tutti del PD, tutto un via via di uomini di Zingaretti, Gualtieri, Letta e chissà quali altre figure oscure. Per noi, la dinamica di tutta la vicenda rimarrebbe incomprensibile, anche se ce la illustrasse con un Power Point Goffredo Bettini via Skype dalla Thailandia.
Rimane la violenza verbale, che in teoria un uomo maturo (specialmente uno che ha a che fare con lo Stato) dovrebbe sapere che in alcuni frangenti può costituire reato (art. 612 Codice Penale: «minaccia»).
Tutto, hanno detto, era partito da una lite sul derby Roma-Lazio: da quello che ho letto oggi su La Verità, potrebbe pure essere vero, e la cosa mi addolora ancora di più. Perché comunque ora su tutti i commensali si abbatte la vergogna nazionale (cagionata da un video uscito sul Foglio, chissà perché) e pure un’indagine della Procura di Frosinone.
Tutto questo, capite, non mi scandalizza nemmeno un pochino. Perché, dai, quella è l’ostentosa aggressività romana come descritta in tanti film e filmetti, e ben presente nei nostri pensieri.
È altro che ci deve scandalizzare.
Prima cosa, che dovrebbe farci cadere dalla sedia: il tizio che urla promettendo violenza, è il figlio di un ex rettore della Sapienza. Non solo: pioniere dell’ingegneria informatica nazionale, è stato pure ministro e Commissario europeo per la scienza, la ricerca e lo sviluppo e l’istruzione, la formazione e la gioventù.
Avete capito? Si tratta del rampollo di un «magnifico» della università romana per eccellenza, una delle più importanti della Nazione, un uomo di governo, un professore che è stato ai vertici di Bruxelles quando il presidente della Commissione era Jacques Delors.
Insomma, la definizione di una «buona famiglia» che discende da un intelligente, competente servitore dello Stato.
Suo figlio parla così? Si comporta così? Parrebbe. I giornali tirano fuori altri dettagli della tragedia dinastica: lo scorso febbraio i figli dell’urlatore, 19 e 17 anni, fermati dai Carabinieri per un controllo avrebbero detto «avete preso le persone sbagliate, non sapete chi siamo». Il padre pure era incappato in vicende non dissimili: «il primo maggio del 2020, in pieno lockdown, per dire, mentre tutti dovevano stare tappati in salotto, lui venne beccato dalla polizia a mangiare a casa di amici su una terrazza di via Macerata, al Pigneto» scrive Il Foglio.
E poi, il babbano extraromano, come lo scrivente, continua a chiedersi: ma quindi, quale rete lo ha portato ad essere lì dove è? È ereditaria? Come può uno essere soprannominato «Rocky» e al contempo avere tanto potere? Domande a cui non so rispondere, perché al laico non-capitolino la mappa sotterranea di Roma è più celata del nome segreto di Roma, quello per cui secondo la leggenda basterebbe pronunciarlo per vedere Roma distrutta (qualcuno è ancora alla cerca, giusto?).
Di questo «mondo di mezzo», per usare un’espressione usata per definire un altro giro ma forse nemmeno lontanissimo nello spazio, non sappiamo nulla, affiora solo qua e là qualche segno, qualche mostro – dal latino moneo, ammonire. Ecco il video del ristorante. L’inchiesta «Mafia capitale», finita non esattamente come sembrava dovesse finire. E poi ancora: ricordate la marmorea villa del boyscout rutelliano Luigi Lusi? E il tizio che chiamavano «Er Batman» con tutto lo scandalo alla regione Lazio?
C’è un’intero universo ctonio che gestisce il potere a Roma: poltrone, appalti, chissà cos’altro. Noi non solo non ne saremo mai parte (anche perché preferiremmo morire!), ma non siamo in grado nemmeno di accorgerci della sua esistenza – anche se esiste solo grazie al nostro danaro.
Quello che comprendiamo è che, come ora negli USA parlano di una Permanent Washington creata dal Deep State, esiste una «Roma permanente», solo che a differenza della palude della capitale americana, quella romana ci sta da 2775 anni.
Un po’ difficile disinstallarla. Anche perché, se ti avvicini, magari ti senti suonare il clacson. «Io te distruggo, sa’…»
Abbiamo parlato spesso, in questo sito, dello Stato-partito, cioè, secondo la sintetica definizione di Rino Formica, l’oramai avvenuta fusione degli apparati amministrativi permanenti con i partiti, che, senza alternativa possibile, si presentano sempre più chiaramente come immagini dello Stato stesso.
Ciò è, ovviamente, vero in particolare per il PD, partito talmente fuso con il sistema da non aver più nemmeno bisogno di alcun carisma nei suoi dirigenti: pensate a Fassino, Bersani, a Zingaretti, pensate a Letta… La macchina, dalle COOP alle cene pugnazze di consiglieri regionali e capi di gabinetto, va avanti da sola…
La «Roma permanente» è in larga parte fatta dal PD.
Tuttavia, anche gli altri partiti parlamentari tendono alla stessa dimensione di identità con lo Stato – non è un segreto per nessuno che ogni partito, in Italia, vorrebbe essere come il PD, che è un partito perdente, e quindi già questo dice tutto sull’arco costituzionale italiano.
In pratica: Roma non la cambi, Roma non la tocchi, perché a Roma viene da noi dato un potere, e un flusso immane di danaro, che viene gestito in larga parte a nostra insaputa, e in larghissima parte contro di noi – e questo con assoluta pervicacia ed aggressività.
È a questo punto che ti sale la nostalgia canaglia di un personaggio pazzesco, che abbiamo la fortuna di aver visto operare nel fiore dei suoi anni, e in tutta la sua virilità salvifica: Umberto Bossi.
Ricordate quale era il mantra? «Roma Ladrona». Quanta ragione aveva?
Bossi che da un microfono veneziano il 18 settembre 2000 (22 anni fa!), accusava i «nazisti rossi alleati con i banchieri», le «lobby omosessuali», i «mondialisti», gli «sporcaccioni», i «porci». Proprio così.
Bossi che attaccò frontalmente Bruxelles con parole che nessuno ora osa ancora: «con l’Europa giacobina finiscono i diritti naturali collegati alla sovranità popolare e alla democrazia e avanzano i “nuovi diritti”: la dose minima di pedofilia, la famiglia orizzontale, il diritto d’immigrazione» (28 febbraio 2002)
Ma più ancora di quel che diceva – profetico potete vedere con gli occhi di oggi – l’Umberto era fondamentale per quello che era. Per la sua esistenza, per la sua presenza – umana, maschia.
Tale potenza di Bossi è stata ricordata di recente da un articolo di Paolo Guzzanti su Il Giornale.
«Di sentimenti forti Umberto Bossi ha inondato la politica fin da quando cominciò a diffondere l’ultimo brivido rivoluzionario in un’Italia ideologicamente frolla, praticamente inerte dopo i fallimenti già consumati ho invia di consumazione delle cosiddette ideologia del ventesimo secolo».
«Il messaggio di Umberto alla prima crociata era pesantissimo: secessione. L’Italia si spacca e quella che produce se ne va lasciando a secco l’Italia che non produce e che vive di rendita e sulle spalle della prima. Tutto ciò che era seguito al fortunoso sbarco di Garibaldi in Sicilia, e alla sua fin troppo fortunata risalita dello Stivale senza incontrare alcuna resistenza, veniva non solo messo in discussione ma idealmente rigettato».
Guzzanti senior ha riconciliato dentro di sé questa cosa:
«Certo, era molto difficile per un romano come me sentire dieci volte al giorno parlare di Roma ladrona, come se Roma capitale d’Italia non fosse stata ridotta a sentina dell’Italia intera, sfigurata nella sua identità e nella sua storia, ridotta un labirinto di palazzi afflitti dalla piaga della burocrazia e dello spreco (…) per questo alla fine non solo apprezzai lo spirito più radicale di Umberto Bossi ma mi trovai d’accordo: prendetevi questa capitale portatevela da qualche altra parte, pensavo, e che ognuno vada per la sua strada».
Sono parole piene di nostalgia, di pacificazione ma al contempo ci ricordano quale genio politico rivoluzionario fosse il Senatùr. Che più che un politico, era un trickster, una figura mitologica in grado di sconvolgere l’ordine delle cose – un ordine, in questo caso, immutabilmente romano.
Il figlio di Guzzanti, il geniale Corrado (che però, dicono, in fatto di imitazioni potrebbe essere inferiore al padre), si occupò spesso di Bossi nei suoi spettacoli TV.
Il colpo di genio definitivo lo ebbe quando, in un sofisticatissimo sketch che voleva essere un remake de Il Sorpasso, riuscì a romanizzare Bossi grazie alla colta citazione cinefila.
Qui vediamo Bossi nei panni del personaggio che fu di Vittorio Gassman, che parla, grazie alla maestria del Guzzanti jr., un’incredibile, inedita, impossibile commistione tra romanesco e milanese.
È davvero un’opera d’arte: inchioda una volte per tutte il ruolo di Bossi nel catalogo dell’umanità italiana.
Bossi ha resistito nelle decadi e si è fatto largo a Roma proprio perché, in fondo, aveva capito l’aspetto brutale della romanità, e glielo aveva rovesciato addosso.
Ecco, ci voleva un lombardo «romano», diretto e carnale, per difenderci dai romani-romani. Bossi rappresentava un’inaspettata ri-simmetrizzazione del conflitto tra Roma e il resto d’Italia: siete aggressivi, testardi, sboccati? Eccoci, possiamo esserlo anche noi. Se gli USA lo avessero capito in Afghanistan, ora a Kabul non ci starebbero i talebani: non hanno avuto un Bossi a riportare la simmetria tra gli umori delle parti.
È inutile che ci ricordiate che la missione di Umberto non è stata completata. Lo sappiamo. Lo vediamo dalle cene nei ristoranti del Frusinate, e da tante altre cose – per esempio l’esistenza del romanissimo Calenda, che gli scienziati sarebbero ad un passo dal poter spiegare (copyright Lercio).
Ora Bossi è candidato sicuro; Salvini è, come Berlusconi, uno riconoscente. Tuttavia, sappiamo che non può più essere il Bossi di un tempo.
Noi lo ricordiamo in tante sue declinazioni: con la canotta in Sardegna a casa di Berlusconi, sul palco di innumeri comizi infuocati, o ancora, seduto accanto al grande politologo Gianfranco Miglio, quello che odiava Roma al punto da voler fare proprio di Frosinone la capitale d’Italia.
Umberto quanto ci manchi.
Umberto salvaci tu dai Pugnazzo e dal PD.
Roberto Dal Bosco
Immagine di Gorup de Besanez via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribuzione – Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale (CC BY-SA 4.0); immagine tagliata
Eutanasia
La festa della morte in Veneto
Come tutti sanno, mercoledì 2 settembre, vigilia della festa di San Gregorio Magno, il Consiglio regionale veneto ha approvato la legge sul «suicidio medicalmente assistito».
Come tutti sanno, a favore hanno votato 32 consiglieri, in 14 si sono opposti e cinque si sono voltati dall’altra parte. Come tutti sanno, il Veneto è la prima regione del centrodestra a munirsi di una legge del genere, la quarta in assoluto dopo Emilia Romagna, Toscana e Sardegna, i cui presidenti si sono congratulati alla grande.
C’è proprio di che far festa. Lo Stato mette a disposizione del richiedente il farewell kit e l’assistenza medica per fuggire da questa valle di lacrime, per poi finire – sst, non si dice.
Il punto è il trionfo della libertà senza se e senza ma. No, non quella di avere delle cure: per una TAC occorrono sempre sei mesi-un anno; porti pazienza, signora.
La libertà di cui si parla è quella di farla finita, andarsene, sciò, raus. Per troppo tempo si è aspettato. Intanto che si procedeva con i tira e molla, si legge, ben quattro candidati al suicidio sono morti. Scandaloso, no? Roba da chiodi. Ora però è finalmente sancito il primato della libertà di morire. «Decidi di decedere» poteva essere un bello slogan. I radicali hanno preferito il banale «Liberi fino alla fine». De gustibus.
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Ma liberi de che? Mettiamoci per un istante nei panni dei promotori, e di chi ha appoggiato l’iniziativa, e di chi l’ha votata, e di chi giubila a prosecco. Passata la sbornia, non c’è di che stare allegri.
Il suicidio è approvato, lodato, facilitato; si può dire incentivato? D’accordo.
Ma la legge soffre pur sempre, come di una tara congenita, dell’impronta asfittica dei radicali, il loro essere grigi, burocratici, conformisti, piatti e privi di fantasia. Non c’è scampo: al netto della retorica fatta di boati e giochi verbali, l’anima del radicale è quella di un impiegato di concetto.
Occorre infatti avvertire che a chi desidera farsi tirare le cuoia dalla Regione Veneto, la legge prevede solo una modalità: l’estinzione via farmaco. La morte viene somministrata in un letto, in un lettino, in una barella, in una poltrona, al massimo su una sedia; insomma, da sdraiati o da seduti. Prima di sgocciolare il veleno in vena, è contemplato che il morituro venga sedato e intontisca, così che non si accorga della vita che sfugge e non gli venga l’uzzolo di avere imbarazzanti ripensamenti, non si dice di pentimenti, in extremis, validi per l’aldilà.
Nella testa dei radicali, che come le radici affonda nella gleba, questa è la dipartita che ognuno desidera. «La morte migliore è quella nel sonno»: il mantra così volentieri ripetuto dall’uomo medio per l’eco che fa nel vuoto della zucca, e in fondo l’emblema stesso della nostra civiltà occidentale in agonia.
Ma ecco una dissonanza: se così non fosse? Se il candidato al trapasso avesse un’idea diversa da quella della morte in pantofole? Se volesse lasciare una traccia, un monito, fare della propria scomparsa un suggello, uno spettacolo, un’esperienza indimenticabile?
Non è impossibile. Un morituro che ne ha fatte un po’ troppe in passato potrebbe voler morire espiando alla Damiens, l’attentatore di Luigi XV. Fissato su una tavola, le braccia e le gambe legate con catene a quattro possenti cavalli incitati al galoppo in quattro direzioni opposte, così da squartarlo e farlo a brani. E che! Il suicida non sarebbe forse libero di chiedere, o meglio di esigere che la Regione gli metta a disposizione, anziché una mezza cartuccia di infermiere, quattro destrieri frisoni?
E che pensare degli appassionati delle rievocazioni storiche e della ghigliottina, tanto per rimanere in Francia? La premurosa Regione non dovrebbe adoperarsi per realizzare con venete operose maestranze, o alla peggio acquistare nel mercato dell’usato il drastico marchingegno? Se i costi si rivelassero eccessivi, e non spuntasse il solito mecenate, si potrebbe tutt’al più sollecitare un contributo del richiedente, diciamo un ticket.
Un apicultore potrebbe volersene andare affogato in un barile di miele: la dolce morte. Un veneto-spagnolo, volendo omaggiare i suoi avi, forse gradirebbe essere incornato da un toro alle cinque del pomeriggio, spaccate. Dopo essere stato il protagonista di tanti incubi, il lancio senza paracadute avrebbe probabilmente qualche suggestione catartica per l’ex della Folgore. Siamo davvero certi che non ci sia qualche ricco che non ambisca a fare la fine di Crasso, cioè farsi versare in gola una colata d’oro fuso?
Ecco, niente di tutto questo può essere fatto. I radicali e la politica non sono riusciti ad andare oltre il sanitario con la mutria, il veleno endovena e le babbucce. E questa sarebbe libertà? In realtà l’autodeterminazione è qui conculcata e avvilita, e la Regione viene meno ai suoi doveri.
Questa mordacchia non può non deludere i fans del boia di Stato. E c’è dell’altro.
Prendiamo Luca Zaia, il grande sponsor della legge regionale. Leggere l’intervista pubblicata il giorno dopo il fattaccio è istruttivo. Gli argomenti sono malfermi sulle gambe, le risposte non sono proprio a fuoco, c’è qualche eccesso, qualche azzardo, si capisce che il buon uomo le sballa, è più volenteroso che strutturato. Vi è qualcosa nelle sue parole che ricorda lo zio Peppo quando torna dalla sagra del paese. A ben pensarci, quello ci guarda nella fotografia a corredo dell’articolo, dove l’ex governatore è ritratto sorridente e col pollicione in su, è lo zio Peppo sputato.
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E qui si arriva al motivo di insoddisfazione di base, quello che unisce noi e loro: la scadente qualità di come ci si occupa della cosa pubblica. Dall’intervista, si tolgano il troppo e il vano: non rimane nulla.
Essa tuttavia rispecchia alla perfezione il mood del nostro Paese nell’epoca presente. Le parole dell’ex governatore, più o meno, si possono infatti trovare sulle labbra di tutti.
«Quando senti di certe sofferenze, per carità: meglio darci un taglio e via», dice il salumiere, sferrando il colpo per staccare la fiorentina. Incalza la contessa dagli occhialoni scuri: «la Chiesa fa il suo mestieve, ma lo Stato deve esseve laico». «Io sono cattolico e non lo farei», borbotta l’appuntato, «però non posso importi il mio punto di vista». «Ognuno è libero di fare quel che gli pare, basta che mi lasci in pace», dice il tassista passando col rosso. «Se dovesse capitare a me, vorrei che mi si staccasse la spina», confida il vecchio impiantista al figlio che lo ascolta attento e, ad ogni buon conto, lo registra di nascosto con il cellulare.
È un’infilata di luoghi comuni, le idées reçues del nostro tempo che soppiantano quelle di Flaubert senza smettere per un istante di essere delle bêtises, delle fesserie.
A questo punto potrebbe sostenersi che i politici, nel bene e nel male, si sono dimostrati una volta tanto in sintonia con il popolo e ne hanno espresso la volontà. Anche.
Ma per impostare il fatto in modo più corretto occorrerebbe piuttosto ammettere che l’italiano ha i governanti che si merita. La pochezza di chi decide sulla vita e sulla morte offre la misura della nostra decadenza.
E qui cade a fagiolo San Gregorio Magno, a cui si accennava all’inizio. «Se l’ira di Dio ci dà i superiori che meritiamo, impariamo dal loro modo d’agire quello che dobbiamo pensare di noi», osservava. «Perché il cuore dei governanti viene disposto secondo che meritano i sudditi».
Però c’è un altro aspetto da considerare, ancora più preoccupante.
L’approvazione della legge regionale attesta soprattutto che la mano di Dio si sta ritraendo dal nostro Paese. Le evidenze sono ormai dovunque, non vale la pena neppure di parlarne. È sufficiente scorrere le statistiche. Quel che è successo in Veneto, e presto succederà dappertutto, è un segno della Vita che si allontana dall’Italia.
E allontanandosi la Vita, che cosa si pretende che ne prenda il posto?
Massimo Zanetti
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Cremazione
Le ceneri di Guccini. Con benedizione cardinalizia
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Civiltà
Chi sono i fabiani?
Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore polacco Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, protagonista in rete di numerose riflessioni sullo stato delle cose da un punto di vista storico, filosofico, politico. Lo Szczawinski aveva trattato la Fabian Society tra i gruppi di controllo globale in un precedente intervento. L’analisi è, in superficie, buona, tuttavia impressiona l’assenza totale di una menzione della religione nella costruzione della Civiltà occidentale. Di qui qualche ingenuità, come quella di ritenere, in un finale che fa scendere la catena, la Dichiarazione dei diritti e Winstone Churchill un apice della nostra storia (!).
(…) La Fabian Society fu fondata a Londra nel 1884. Prende il nome da Quinto Fabio Massimo, il generale romano famoso per aver sconfitto Annibale non con uno scontro diretto, ma con pazienza, logoramento e la lenta disfatta del nemico. Il nome fu scelto deliberatamente. Era la strategia. Il loro emblema era un lupo travestito da agnello. Lo scelsero loro stessi.
Vale la pena soffermarsi un attimo su questo: un’organizzazione che scelse come proprio simbolo l’immagine di un intento predatorio mascherato da apparenza innocua – l’inganno come principio fondante, metodo operativo, ciò di cui andavano più fieri. Non imposto dai critici. Scelto autonomamente. Ne erano orgogliosi. La strategia era semplice e devastante: non assaltare le istituzioni. Infiltrarsi al loro interno.
Infiltrarsi – per usare le loro parole – gradualmente, pazientemente, nel corso delle generazioni, collocando persone formate secondo i principi fabiani in posizioni di influenza nel governo, nel mondo accademico, nei media e nella pubblica amministrazione, fino a quando le istituzioni non produrranno risultati fabiani senza che nessuno debba annunciare una rivoluzione.
La rivoluzione avverrà, ma lentamente, in modo invisibile, burocratico e democratico. Quando qualcuno se ne accorgerà, le istituzioni saranno già cambiate.
I’ll be honest with you: until recently I didn’t know much about the Fabian Society. Maybe it’s because the English know how to be smooth – so correct me if I am getting something wrong.
The Fabian Society was founded in London in 1884. Named after Quintus Fabius Maximus – the… https://t.co/jvd7MHLpsW pic.twitter.com/NWXYjatLs3
— Krzysztof Szczawinski 🇵🇱 (@Kristof_Poland) August 19, 2026
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Fondarono la London School of Economics nel 1895, l’istituzione che ha formato generazioni di politici, funzionari pubblici, economisti e giornalisti in tutto il Commonwealth e oltre. Furono determinanti nella creazione del Partito Laburista nel 1900. Diedero forma alla BBC. Progettarono lo stato sociale britannico.
George Bernard Shaw, H.G. Wells, Tony Blair, Gordon Brown, Keir Starmer: l’elenco dei fabiani che hanno plasmato la politica britannica e globale non è una nota a piè di pagina. È la storia della sinistra del ventesimo secolo, raccontata senza mezzi termini.
Starmer non è un caso fortuito né un’evoluzione del Partito Laburista. Egli rappresenta l’espressione attuale di un progetto in corso da centoquaranta anni: paziente, istituzionale e pienamente coerente con la strategia originaria.
La Fabian Society è la lunga marcia di Gramsci attraverso le istituzioni, ma inglese, quindi meglio vestita e meglio finanziata, e con cinquant’anni di anticipo. Gramsci teorizzò ciò che i fabiani stavano già facendo. I fabiani ne furono i praticanti.
La Scuola di Francoforte fornì la filosofia. La Fabian Society fornì il modello operativo. E la teoria francese fornì il confezionamento culturale. Tre progetti, origini diverse, destinazione identica: lo smantellamento delle fondamenta della civiltà occidentale attraverso la paziente occupazione delle sue istituzioni.
Ciò che rende il modello fabiano più pericoloso del socialismo rivoluzionario è proprio la sua fluidità. La rivoluzione è visibile. Si possono indicare le barricate. L’approccio fabiano non produce barricate: solo programmi di studio che cambiano gradualmente, linee editoriali che si modificano sottilmente, linee guida per la pubblica amministrazione riviste progressivamente e una successione di riforme apparentemente ragionevoli che, singolarmente, sembrano modeste, ma che nel loro insieme trasformano ogni cosa.
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Il lupo travestito da pecora non è solo un predatore mascherato, ma un predatore che ha imparato a parlare la lingua delle pecore, ad adottarne i modi, a mostrare preoccupazione per il loro benessere e a riscrivere gradualmente le regole del gregge dall’interno
Quando ve ne accorgete, il lupo è già nella stanza da decenni. Ha indossato le vesti di pecora così a lungo che alcuni si sono dimenticati che non lo era. L’inganno non è stato casuale. Era il metodo. Il lupo travestito da pecora è obłuda [termine polacco traducibile con l’italiano «doppiezza», ndt] con una strategia a lungo termine. Zakłamanie [«inganno», ndt] con un piano centenario. La menzogna sistemica con un think tank e un patrimonio.
Sono stati pazienti. Sono stati deliberati. Sono stati efficaci. E la civiltà che ha prodotto la Magna Carta, la Dichiarazione dei Diritti e Churchill se n’è accorta a malapena, finché non è stato troppo tardi.
Krzysztof Szczawinski
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