Pensiero
Ma quale amnistia: Norimberga 2.0 per i gerarchi pandemici
Un professore della New York University, tale Scott Galloway è stato ospitato la scorsa settimana dal comico di sinistra Bill Maher nel suo popolare talk show Real Time, una trasmissione molto seguita del canale televisivo via cavo statunitense HBO.
Il Galloway si era fatto notare, durante la pandemia, per le sue proposte di lockdown duro. Su Business Insider, nel luglio 2020, aveva scritto un articolato intitolato «Le Università devono pensare come le aziende per sopravvivere al COVID-19». In un altro articolo pubblicato dalla USS University, aveva predetto che centinaia di università americane sarebbero perite o avrebbero avuto difficoltà ad andare avanti a causa del fattore coronavirus. A novembre del primo anno pandemico il professore di marketing aveva già mandato in stampa un libro, Post-corona. Dalla crisi all’opportunità.
Con ogni evidenza, il professore neoeboraceno era uno di quelli che nella pandemia, come si usa dire, ci aveva «preso dentro».
Tuttavia eccotelo qui, a fine 2023, a fare un tardivo mea culpa. Durante una tavola rotonda con Maher e l’ex governatore dello Stato di New York Andrew Cuomo (quello accusato di aver piazzato malati COVID negli ospizi, con strage annessa), il Galloway ha ammesso di aver «sbagliato» nel sostenere politiche di lockdown prolungato.
Si tratta di una vera domanda di amnistia, non dissimile da altre emerse negli ultimi mesi, ma qui molto accorata.
«Ero nel consiglio della scuola dei miei figli durante il COVID. Volevo una politica di blocco più dura. In retrospettiva, mi sbagliavo. Il danno causato ai ragazzi nel tenerli lontani dalla scuola più a lungo è stato maggiore dei rischi», ha confessato il professore, maglioncino, occhiale a montatura spessa e pelata à la Michel Foucault.
"I was on the board of my kids' school during COVID. I wanted a harsher lockdown policy. In retrospect: I was wrong. The damage to kids of keeping them out of school longer was greater than the risk. But here's the bottom line: We were doing our best. But let's give a little… pic.twitter.com/8Vt2NujNKl
— Eric Abbenante (@EricAbbenante) October 28, 2023
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«Ma il punto è questo: io, le nostre grandi persone, il CDC, vorrei ringraziare il governatore. Operavamo tutti con informazioni imperfette e stavamo facendo del nostro meglio», ha insistito, con gli occhi bassi. «Ma impariamo da questo. Riteniamoci reciprocamente responsabili, ma portiamo un po’ di grazia e perdono nello spettacolo di merda che è stato il COVID».
Non è chiaro cosa abbia fatto abbassare la cresta al professore. Forse in lockdown una figlia gli è diventata anoressica a 8 anni? O forse si è depressa a morte? Forse un figlio gli si è trasformato in una belva che fa risse pubbliche di violenza estrema? Forse un figlio si è suicidato?
In fondo non importa. Perché «stavamo facendo del nostro meglio». Sì. Certo.
La rete è, ovviamente, impazzita. Su Twitter gli utenti hanno avuto reazioni di ironia e di rabbia. Alcuni hanno ricordato come «la squadra della realtà» abbia gridato dai tetti da subito, mentre vedeva il mondo affogare in un diluvio di paura e corruzione. In tanti ricordano come chi provava ad opporsi fosse ridicolizzato, emarginato, gettato fuori dai social e dalla società. Moltissimi dicono: nessuna pietà. Dopo essere stati zittiti dagli «esperti», incompetenti nel migliore dei casi e forse pure corrotti, chi ha voglia di perdonare?
Io, per primo, non ho attualmente nessuna intenzione di dare il perdono a chicchessia. Si tratta, ovviamente, di una questione politica – biopolitica, se volte – che riguarda un quadro più grande della mia vita offesa dalla tirannide pandemica.
Lasciare correre i crimini subiti, dimenticarci dei mostri che li hanno perpetrati, significherebbe cedere rispetto al grande piano di sottomissione planetaria di cui il COVID è stato il prodromo: su queste pagine lo abbiamo ripetuto ad nauseam, il fine del COVID è un sistema di controllo bioelettronico onnipervasivo iniziato con il green pass e pronto a continuare con l’euro digitale, per poi arriva, inevitabilmente, al chippaggio della popolazione, se va bene sotto la pelle, se va male direttamente nel cervello (destinazione ultima dell’apparato di sorveglianza, che vuole l’anima e in quanto materialista crede stia nel cervello).
Perdonare oggi significa lasciare il campo libero alla tecnocrazia in fase di caricamento. Significa, soprattutto, credere che la questione sia finita. Non lo è. Anzi, è facile dire che non abbiamo visto ancora niente.
Tuttavia, ci sono altri motivi per cui non intendo dimenticare quanto ci è stato fatto. Motivi personali, più intimi del fatturato disintegrato e dei negozi che hanno cacciato fuori me e mio figlio, più profondi della pena economica e dell’apartheid biotica.
Qualche settimana fa chi scrive, all’ultimo piano dell’ospedale di una città dell’Alta Italia, ha sentito che dentro gli stava montando qualcosa di raro nella sua vita adulta: una spremuta d’occhi. Ero andato a trovare un caro amico ricoverato in oncologia. Fino a poche settimane prima, eravamo insieme a bere birra e limonata guardando i nostri figli giocare in giardino. Cene in terrazzino, passeggiate nella natura – perché lui è un tizio sportivo, dedito ad una vita sana.
Poi di colpo, i dolori. Ecografie. TAC. La diagnosi che ha fatto cadere tutti dalla sedia, con qualche amica che ha pianto. Cancro. In più luoghi del corpo.
Devo dire che lo shock è stato tale che, a differenza di altri, non ho pensato subito alla questione. Poi amici in comune me lo hanno suggerito: «turbocancro». Ognuno, salta fuori, ha una storia di un parente, un collega, un conoscente che ci è passato: signora guarita dal cancro decenni fa se lo vede tornare; diciottenne sviluppa un tumore poco dopo l’iniezione (perfino nel punto stesso della puntura, mi hanno raccontato); madre di famiglia diventa terminale nel giro di pochi mesi, diciottenne sviluppa immediatamente; bambino trattato per leucemia ritorna malato subito dopo che avevano detto che molto raramente sarebbe tornato.
Tutti aneddoti, storie che aspettano di diventare letteratura scientifica, quindi non spendibili per gli «esperti», che pontificano mentre la gente, davvero, muore. Tutte storie che sentiamo oramai da due anni.
Chi segue Renovatio 21 sa che qualcuno, tuttavia, sta alzando la testa, e vari dottori stanno segnalando questo possibile effetto collaterale ulteriore: il vaccino del secolo potrebbe causare il male del secolo…? Con il vaccino polio, credendo agli studi sugli effetti cancerogeni dell’SV40, potrebbe essere andata così, e ribadiamo di essere allibiti dall’esserci ritrovati davanti al virus delle scimmie anche qui, pure dentro a sieri in teoria privi di cellule.
Alcuni estremisti ritengono che potrebbe essere tutto programmato, e tra poco, dicono, tireranno fuori dal cilindro un vaccino mRNA contro il cancro. Ipotesi davvero estrema: tuttavia abbiamo visto che Moderna, il cui vaccino è accusato di produrre la miocardite, sta sviluppando un vaccino contro gli infarti…
Torniamo all’ospedale, a quando sono stato a trovare il mio amico la prima volta. Ricordo il senso di quiete della domenica sera, la città buia sotto di me, il ronzio dei neon, il sentimento di soggezione che mette sempre l’inoltrarsi in un nosocomio. Ricordo di essermi perso tra ascensori e corridoi, e di aver chiesto informazioni ad un’infermiera che mi ha subito redarguito perché sprovvisto di mascherina.
Ricordo soprattutto il momento in cui l’ho visto, lì sdraiato sul letto. Come se il mio essere, per un istante, si fosse bloccato, come se dovessi fermarmi e resettare, perché non venivano né parole né pensieri. C’era solo questo colpo, questa commozione. E la spremuta d’occhi, che sentivo salire subito, incontrollata.
È in quel momento che capisci che la questione è molto, molto più grande di te. Tu non ne hai il controllo. Esserti informato, esserti protetto e preparato per anni, non ti salva, in realtà. Non puoi evitarlo, oramai il danno è troppo grande, è immenso, è ramificato.
Nessuno può dirsi al riparo dal COVID, anche se non lo ha mai preso, anche se non ha mai fatto un vaccino, né un tampone: perché la pandemia ha comunque distrutto una parte della sua vita. Ci sono collaboratori di Renovatio 21 che hanno tagliato i ponti con le famiglie di origine, altri che hanno visto il rapporto coniugale esplodere. Nel mio piccolo, posso dire che ramificazioni delle «morti improvvise» hanno mandato fuori equilibrio anche la famiglia da cui provengo, mandandola ad un passo dalla distruzione.
Il dolore di tutto questo è immenso. Più importante: non è finito.
E ora, volete chiedermi di perdonare? Volete chiedermi di dimenticare? Volete che abbuoni la catastrofe mentre ancora questa sta distruggendo le nostre vite?
Sì, loro vorrebbero. I gerarchi pandemici lo domandano perché forse hanno capito che hanno calcato la mano, ma vogliono salvare il metodo: lo devono riutilizzare presto, magari per «l’ambiente», dove non si può dire che agiscano senza dati, ci garantiscono che il consenso scientifico sul Cambiamento Climatico è del 100%, eccerto. Se non è per la sparizione delle mezze stagioni, sarà per qualcos’altro: per l’economia, per la guerra, per l’energia, per il terrorismo, per l’atomica. Magari per un’altra pandemia: un altro virus che «scappa» da un laboratorio di bioingegneria Gain of Function a caso, stavolta magari ancora più mortale, un Ebola wuhanizzato. E via.
Ci stanno dicendo: perdonateci, perché continueremo a farlo. Di fatto, non stanno chiedendo scusa.
E invece noi non scorderemo nulla. E anzi, non molleremo mai l’idea di una nuova Norimberga, dove, a differenza che con il nazismo, non saranno giudicati pochi medici sadici, ma migliaia e migliaia di gerarchi pandemici, sanitari e non.
È un desiderio che in tanti mi hanno confessato. La Norimberga 2.0 ce la hanno nel cuore in moltissimi, e credo che sia un meccanismo completamente naturale: la mente umana fantastica, programma un momento in cui la dissonanza cognitiva generata dall’ingiustizia planetaria trova la sua soluzione, anche epica, anche spettacolare.
Perché continuare a vivere in questa assenza di giustizia, ad un certo punto, diverrà insopportabile.
Dimenticare quanto ci hanno fatto, e non sognare Norimberga, serve solo a chi vuole ripetere il piano, e sottometterci, e farci soffrire, e ucciderci sempre di più.
Io non posso farlo. Io, mentre sto combattendo con le lacrime agli occhi, non posso perdonare nulla.
Roberto Dal Bosco
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Essere genitori
I bambini che libereranno Faccetta nera
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— Pop Base (@PopBase) May 17, 2026
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Pensiero
Quando la nightlife universitaria è un lontano ricordo
Il tempo della sfrenata vita notturna universitaria perugina è un lontano ricordo, non solo per i miei sopraggiunti limiti di età, ma soprattutto perché quello che vi era una volta oggi non c’è più. Un centro storico vivo, carico, pieno di studenti provenienti da tutta Italia che potevano tirar tardi – fino alle prime luci dell’alba – in più di un disco pub.
Oggi quella nightlife è svanita. Ce n’è un’altra, diversa, sicuramente bella per chi la vive, ma un dato oggettivo e incontrovertibile è sotto gli occhi di tutti: mancano i locali per ballare, per incontrarsi, per socializzare.
L’unico luogo rimasto deputato ai balli notturni (e si badi bene, solo nel fine settimana) è un caffè situato nei pressi della facoltà di Economia che, ahinoi, è stato chiuso l’anno passato a causa di una rissa violenta e della tragica morte di un giovane studente che voleva solo passare una serata tra amici. Pare, e dico pare, che nella prossima stagione forse riaprirà per dare spazio alla musica e ai giovani. Vedremo.
Le ragioni di questa desertificazione non sono di facile analisi e credo risiedano in profondità. Due decenni non possono non segnare un cambiamento a livello sociale, ma è altresì vero che lo svuotamento lento e inesorabile dell’acropoli ha portato a una situazione che oggi dovrebbe farci riflettere, e non poco. La nuova amministrazione di sinistra ha sempre proclamato di essere dalla parte della musica, ma a tutt’oggi non si sono ancora viste piazze e vie piene di gente che balla sulle note di qualche band o artista.
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Nel mio ultimo iter universitario, risalente all’inizio del decennio precedente, ricordo un docente di economia che spiegava come le pay-tv e le varie piattaforme, come Netflix e affini, investissero consistenti cifre di denaro in pubblicità indicizzandola nella fascia di età che va dai diciotto ai quasi cinquant’anni. Perché? Perché in quel periodo della vita si è più portati a uscire e abbandonare il divano, per poi reimpossessarsene dopo i cinquanta. Quindi il marketing spinge per convincere quella clientela a restare a casa e godere dei piaceri del vecchio tubo catodico – o meglio, del mega schermo – con la copertina di pile e lo scaldotto.
Era un’impresa non facile accaparrarsi quei telespettatori vogliosi di socialità, di uscite serali per un aperitivo lungo, per una pizza e financo per andare a ballare non solo nel weekend. Ci ha pensato l’avvento della «psico-pandemia» e il conseguente isolamento forzato a fare il lavoro sporco per le grandi multinazionali del networking; d’un tratto ci siamo ritrovati col pigiamone e le ciabatte di pelo a vagare da una stanza all’altra e a ingozzarci di serie televisive e di talk-show contornati da saltimbanchi che urlano sproloqui, con una sottaciuta felicità perché al sicuro da possibili rischi di contagio.
Quando il mondo è tornato come prima (più o meno…), quell’apatia indotta credo sia rimasta in molti, aggravata da un uso sempre più smodato dei social, sia tra i giovani che nelle generazioni a salire fino ai boomer.
I centri urbani sembrano isolarsi progressivamente, vedendo scomparire quei pub e discopub che in tempi recenti sono stati il motore dell’economia notturna e luoghi deputati all’aggregazione. Con loro muore una socialità vera, sincera e reale, che ci permetteva di intessere relazioni con persone improbabili incontrate al bancone del bar o, meglio ancora, di interagire con l’altro sesso. Oggi queste regole d’ingaggio sono profondamente cambiate: il filtro che si frappone tra noi e l’altro è uno smartphone che ci descrive già l’interlocutore in toto. Sappiamo come la pensa, quello che gli piace, il suo orientamento politico, dove lavora, che abitudini ha, e le foto ci mostrano la sua fisicità da diverse prospettive.
A causa della tecnologia sparisce la curiosità, il gusto di incontrare una persona in un locale, avvicinarla, parlarle e cercare di conoscersi e scoprirsi assieme, magari anche dopo il primo incontro. Oggi filtriamo prima; lo facciamo dal divano, senza avere la voglia e il desiderio di alzarci e farci un giro per la città. La pigrizia della socialità reale ha preso il sopravvento, ha fagocitato i nostri desideri e quel sapore della scoperta e dell’incognito che ci permetteva di sentirci vivi ogni qual volta interagivamo con qualcuno.
Il mondo universitario di oggi è, e sempre lo sarà, divertente per le generazioni che lo stanno vivendo. Il boomer che si arroga la saccenza di dire «ai tempi miei…» è irritante, supponente e infelice. Però abbiamo un dato incontestabile: molte città avevano un’offerta maggiore di luoghi deputati alla movida. Prendiamo ad esempio la mia Perugia: è un polo universitario riconosciuto per la sua importanza, non fosse altro per l’Università per Stranieri, dove da decenni studenti da tutto il mondo arrivano e studiano ammirando il nostro Arco Etrusco, adiacente alla facoltà.
L’integrazione e il sano divertimento sono stati un caposaldo nel corso degli anni passati. Mi preme rimembrare un vecchio articolo scritto da due studenti di allora, nonché amici: Jacopo Cossater e Mimmo Arena. Quest’ultimo, il vocalist più simpatico e coinvolgente che abbia avuto Perugia in quel periodo, insieme al DJ Alex Menichetti ha fatto saltare e ballare generazioni di ragazzi. I due baldanzosi studenti, al tempo, hanno tratteggiato con veritiera ironia la settimana notturna perfetta dello studente, sottolineando che «il vero clubber non riesce a stare a casa la sera». Un programma serrato, ricco, succulento, pieno di divertimento, colmo di scambio di allegria e socialità, di molteplici opportunità di svago per tutti i gusti e per tutte le tasche. Una vita universitaria a gas spalancato, vissuta al massimo e piena di gioia.
Parte la settimana e «il lunedì c’è gente che riesce comunque a tirar le sei», chiudendo la serata in un angusto disco club di fronte allo storico Teatro Morlacchi.
Il martedì, oltre al solito aperitivo e cena, si andava allo Zoologico fino a dopo le due di notte, dove la fila per entrare era un serpente che si snodava lungo la discesa che portava a questo luogo magico, in cui l’interazione tra i ragazzi e le ragazze raggiungeva una sublimazione quasi mistica. Ma il martedì c’era pure la discoteca fino alle prime luci dell’alba per gli studenti più temerari, per poi fare lo spuntino al forno del «Sanfra», ossia a ridosso della chiesa di San Francesco al Prato, trasformata da tempo in un auditorium dove tutti gli amanti del jazz e della musica non possono non ricordare le notti infinite di Umbria Jazz, dove la Gil Evans Orchestra incantava la città con le sue note. Il mercoledì è la notte del rock ed è vietato mancare.
Il giovedì universitario è un appuntamento fisso in una delle discoteche a ridosso della città. Il venerdì sono pieni tutti i locali e il sabato le discoteche della provincia (almeno cinque) erano tutte quasi sempre sold out. La domenica notte si ballavano gli anni Ottanta in uno dei locali più cool del centro.
Raccontare ciò sembra di narrare qualcosa vissuto in un’altra vita, in un’altra dimensione. Oggi c’è lo scenario del deserto, dello street bar che ha preso il sopravvento e vede decine di ragazzi tracannare alcol di pessima qualità a basso costo. Ma se vogliamo essere ancor più chirurgici e veritieri, anche questa moda – durata pure troppo a lungo per il sottoscritto – è bella che decotta. Di cinque discopub all’interno delle mura storiche non vi è più traccia; i pub, con le loro tavolate di giovani a bere birra e a chiacchierare, sono scomparsi. A girare in centro nelle ore notturne a volte si ha una sensazione di insicurezza, perché quell’anarco-tirannia che ha azzannato le periferie si sposta, piano piano, anche in città, deformando in parte una ciclicità di lifestyle sempre più appassita.
Solo per citare uno degli ultimi incresciosi avvenimenti in ordine di tempo, come riportato dall’edizione locale de Il Messaggero, qualche settimana fa una delle principali piazze del centro storico è diventata lo scenario di un brutale scontro tra nordafricani, costringendo gli esercenti ad abbassare le serrande in anticipo per paura. Questo episodio non rappresenta un alterco isolato, ma è l’ulteriore conferma di una situazione alquanto compromessa dal punto di vista dell’ordine pubblico all’interno della città vecchia.
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La volontà di proporre offerte di entertaiment nuove nel centro storico è latitante e aleatoria, anche alla luce di una palpabile insicurezza percepita oramai da tutti i cittadini.
La solitudine ha preso possesso delle nostre vite già assai svuotate da ogni principio etico e morale, ma riempite quantomeno di spensierato divertimento con il nostro prossimo. La coda lunga del sano e rimpianto edonismo degli anni Ottanta ce la siamo portata dietro fino all’inizio del nuovo millennio. Dopo lo shock economico del 2007/2008 qualcosa è cambiato, qualcosa che già sotto la cenere ardeva da tempo e in ispecie a Perugia il famigerato omicidio Meredith ha scoperchiato un vaso di pandora che è deflagrato dopo quell’efferato evento che ha avuto una cassa di risonanza mediatica mondiale.
In definitiva, la desertificazione notturna dell’acropoli perugina non è un fenomeno isolato, né la semplice conseguenza di un ricambio generazionale. È il sintomo tangibile di una mutazione antropologica più profonda, dove lo spazio pubblico ha smesso di essere il palcoscenico dell’incontro e dell’imprevisto per trasformarsi in un vuoto di passaggio.
Davanti a questo scenario, l’immobilismo delle istituzioni e la mancanza di una visione strategica volta, non solo al domani, ma al dopodomani, rischiano di cronicizzare il problema del centro storico. Non basta sventolare slogan a favore della cultura se poi si permette alla delinquenza di prendere sempre più piede e allo sballo low-cost dei pochi «street bar» rimasti di ridefinire l’identità della città, scacciando la vitalità sana che per decenni ha reso Perugia un punto di riferimento internazionale.
Per invertire la rotta non serve la nostalgia fine a sé stessa del «si stava meglio prima», ma un atto di coraggio politico e sociale: restituire ai giovani dei luoghi fisici in cui potersi guardare in faccia, ballare e riscoprire la bellezza di viversi, finalmente, fuori da uno schermo.
Francesco Rondolini
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Il volto nascosto della democrazia
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Il desiderio protestante come forza motrice della democrazia
La democrazia moderna mira a trasformare i cittadini in individui dalla mentalità di gregge, che obbediscono ciecamente alla volontà dello Stato (non è forse l’UE, ormai logora e reduce dalla capitolazione a Trump, che tuttavia disciplina i suoi cittadini con la frusta, un perfetto esempio di ciò?), per la semplice ragione che si fonda interamente sulla negazione protestante del libero arbitrio. La democrazia moderna non crede nelle autentiche libertà individuali; al contrario, attraverso la teoria della predestinazione, trasforma l’essere umano che si considera eletto, e che viene riconosciuto come tale dai Poteri Forti, in un falso dio che, attraverso la formazione di uno Stato repressivo degli eletti (si pensi agli Stati Uniti o all’Israele sionista), crede di poter trasformare in realtà i suoi desideri più oscuri. Il desiderio è, di fatto, l’elemento più importante per comprendere le cause del crollo della democrazia moderna. Secondo il mito hegeliano del padrone e dello schiavo, il desiderio dello schiavo di essere riconosciuto dal padrone, e viceversa, è fondamentale per comprendere la formazione delle società umane e la progressione dialettica della storia verso una società perfetta come quella rappresentata dalla democrazia imposta in tutto il mondo dal Codice Civile napoleonico. Secondo l’Hegel divulgato da Alexandre Kojève in Introduzione alla lettura di Hegel, padrone e schiavo si riconciliano nella figura del cittadino, che trova la libertà obbedendo alle leggi di uno stato omogeneo e universale – il culmine della democrazia – che si estenderà in tutto il mondo. Kojève merita maggiore attenzione di quanta ne riceva di solito, in quanto figura chiave per la comprensione della natura dispotica della democrazia. Non solo l’ha teorizzata, influenzando un’intera generazione di intellettuali europei, ma l’ha anche messa in pratica nella sua forma più brutale. Secondo Fukuyama, se Kojève dedicò gran parte della sua vita alla burocrazia di alto livello e abbandonò il lavoro intellettuale, lo fece per «supervisionare la costruzione [dell’Unione Europea] come dimora definitiva dell’ultimo uomo», in cui, in quanto stato universale omogeneo, la politica avrebbe dovuto essere sostituita dall’amministrazione e i confini nazionali dissolti. Kojève non usa mezzi termini e, in una lettera a Leo Strauss del 19 settembre 1959, chiarisce che in questo stato omogeneo universale, che è positivo semplicemente perché rappresenta lo stadio finale dell’umanità, gli esseri umani in quanto tali cessano di esistere e vengono sostituiti da «automi sani» che sono «soddisfatti» praticando sport, arte o indulgendo nell’erotismo, mentre «quelli che sono automi malati [insoddisfatti] vengono rinchiusi». In un’altra lettera del 1955, indirizzata a Carl Schmitt, Kojève spiega che lo stato omogeneo universale si è sviluppato in tutta l’umanità grazie all’impulso di grandi uomini, da Alessandro Magno a Napoleone, e da Napoleone a Stalin («l’Alessandro Magno del nostro mondo, il Napoleone industrializzato»). Kojève spiega anche, senza il minimo imbarazzo, che «Hitler era una versione nuova, ampliata e migliorata di Napoleone», ma che «sfortunatamente, Hitler è arrivato con 150 anni di ritardo». In ogni caso, Kojève, autore dell’opuscolo «Marx è Dio e Ford è il suo profeta», crede che la fine della storia sia già arrivata e che lo stato universale omogeneo sia inarrestabile e che alla fine combinerà la sostituzione della politica con l’amministrazione caratteristica dell’URSS e lo sviluppo industriale tipico di una società senza classi, come egli vedeva negli Stati Uniti del suo tempo.Iscriviti al canale Telegram ![]()
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