Pensiero
Ma quale amnistia: Norimberga 2.0 per i gerarchi pandemici
Un professore della New York University, tale Scott Galloway è stato ospitato la scorsa settimana dal comico di sinistra Bill Maher nel suo popolare talk show Real Time, una trasmissione molto seguita del canale televisivo via cavo statunitense HBO.
Il Galloway si era fatto notare, durante la pandemia, per le sue proposte di lockdown duro. Su Business Insider, nel luglio 2020, aveva scritto un articolato intitolato «Le Università devono pensare come le aziende per sopravvivere al COVID-19». In un altro articolo pubblicato dalla USS University, aveva predetto che centinaia di università americane sarebbero perite o avrebbero avuto difficoltà ad andare avanti a causa del fattore coronavirus. A novembre del primo anno pandemico il professore di marketing aveva già mandato in stampa un libro, Post-corona. Dalla crisi all’opportunità.
Con ogni evidenza, il professore neoeboraceno era uno di quelli che nella pandemia, come si usa dire, ci aveva «preso dentro».
Tuttavia eccotelo qui, a fine 2023, a fare un tardivo mea culpa. Durante una tavola rotonda con Maher e l’ex governatore dello Stato di New York Andrew Cuomo (quello accusato di aver piazzato malati COVID negli ospizi, con strage annessa), il Galloway ha ammesso di aver «sbagliato» nel sostenere politiche di lockdown prolungato.
Si tratta di una vera domanda di amnistia, non dissimile da altre emerse negli ultimi mesi, ma qui molto accorata.
«Ero nel consiglio della scuola dei miei figli durante il COVID. Volevo una politica di blocco più dura. In retrospettiva, mi sbagliavo. Il danno causato ai ragazzi nel tenerli lontani dalla scuola più a lungo è stato maggiore dei rischi», ha confessato il professore, maglioncino, occhiale a montatura spessa e pelata à la Michel Foucault.
"I was on the board of my kids' school during COVID. I wanted a harsher lockdown policy. In retrospect: I was wrong. The damage to kids of keeping them out of school longer was greater than the risk. But here's the bottom line: We were doing our best. But let's give a little… pic.twitter.com/8Vt2NujNKl
— Eric Abbenante (@EricAbbenante) October 28, 2023
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«Ma il punto è questo: io, le nostre grandi persone, il CDC, vorrei ringraziare il governatore. Operavamo tutti con informazioni imperfette e stavamo facendo del nostro meglio», ha insistito, con gli occhi bassi. «Ma impariamo da questo. Riteniamoci reciprocamente responsabili, ma portiamo un po’ di grazia e perdono nello spettacolo di merda che è stato il COVID».
Non è chiaro cosa abbia fatto abbassare la cresta al professore. Forse in lockdown una figlia gli è diventata anoressica a 8 anni? O forse si è depressa a morte? Forse un figlio gli si è trasformato in una belva che fa risse pubbliche di violenza estrema? Forse un figlio si è suicidato?
In fondo non importa. Perché «stavamo facendo del nostro meglio». Sì. Certo.
La rete è, ovviamente, impazzita. Su Twitter gli utenti hanno avuto reazioni di ironia e di rabbia. Alcuni hanno ricordato come «la squadra della realtà» abbia gridato dai tetti da subito, mentre vedeva il mondo affogare in un diluvio di paura e corruzione. In tanti ricordano come chi provava ad opporsi fosse ridicolizzato, emarginato, gettato fuori dai social e dalla società. Moltissimi dicono: nessuna pietà. Dopo essere stati zittiti dagli «esperti», incompetenti nel migliore dei casi e forse pure corrotti, chi ha voglia di perdonare?
Io, per primo, non ho attualmente nessuna intenzione di dare il perdono a chicchessia. Si tratta, ovviamente, di una questione politica – biopolitica, se volte – che riguarda un quadro più grande della mia vita offesa dalla tirannide pandemica.
Lasciare correre i crimini subiti, dimenticarci dei mostri che li hanno perpetrati, significherebbe cedere rispetto al grande piano di sottomissione planetaria di cui il COVID è stato il prodromo: su queste pagine lo abbiamo ripetuto ad nauseam, il fine del COVID è un sistema di controllo bioelettronico onnipervasivo iniziato con il green pass e pronto a continuare con l’euro digitale, per poi arriva, inevitabilmente, al chippaggio della popolazione, se va bene sotto la pelle, se va male direttamente nel cervello (destinazione ultima dell’apparato di sorveglianza, che vuole l’anima e in quanto materialista crede stia nel cervello).
Perdonare oggi significa lasciare il campo libero alla tecnocrazia in fase di caricamento. Significa, soprattutto, credere che la questione sia finita. Non lo è. Anzi, è facile dire che non abbiamo visto ancora niente.
Tuttavia, ci sono altri motivi per cui non intendo dimenticare quanto ci è stato fatto. Motivi personali, più intimi del fatturato disintegrato e dei negozi che hanno cacciato fuori me e mio figlio, più profondi della pena economica e dell’apartheid biotica.
Qualche settimana fa chi scrive, all’ultimo piano dell’ospedale di una città dell’Alta Italia, ha sentito che dentro gli stava montando qualcosa di raro nella sua vita adulta: una spremuta d’occhi. Ero andato a trovare un caro amico ricoverato in oncologia. Fino a poche settimane prima, eravamo insieme a bere birra e limonata guardando i nostri figli giocare in giardino. Cene in terrazzino, passeggiate nella natura – perché lui è un tizio sportivo, dedito ad una vita sana.
Poi di colpo, i dolori. Ecografie. TAC. La diagnosi che ha fatto cadere tutti dalla sedia, con qualche amica che ha pianto. Cancro. In più luoghi del corpo.
Devo dire che lo shock è stato tale che, a differenza di altri, non ho pensato subito alla questione. Poi amici in comune me lo hanno suggerito: «turbocancro». Ognuno, salta fuori, ha una storia di un parente, un collega, un conoscente che ci è passato: signora guarita dal cancro decenni fa se lo vede tornare; diciottenne sviluppa un tumore poco dopo l’iniezione (perfino nel punto stesso della puntura, mi hanno raccontato); madre di famiglia diventa terminale nel giro di pochi mesi, diciottenne sviluppa immediatamente; bambino trattato per leucemia ritorna malato subito dopo che avevano detto che molto raramente sarebbe tornato.
Tutti aneddoti, storie che aspettano di diventare letteratura scientifica, quindi non spendibili per gli «esperti», che pontificano mentre la gente, davvero, muore. Tutte storie che sentiamo oramai da due anni.
Chi segue Renovatio 21 sa che qualcuno, tuttavia, sta alzando la testa, e vari dottori stanno segnalando questo possibile effetto collaterale ulteriore: il vaccino del secolo potrebbe causare il male del secolo…? Con il vaccino polio, credendo agli studi sugli effetti cancerogeni dell’SV40, potrebbe essere andata così, e ribadiamo di essere allibiti dall’esserci ritrovati davanti al virus delle scimmie anche qui, pure dentro a sieri in teoria privi di cellule.
Alcuni estremisti ritengono che potrebbe essere tutto programmato, e tra poco, dicono, tireranno fuori dal cilindro un vaccino mRNA contro il cancro. Ipotesi davvero estrema: tuttavia abbiamo visto che Moderna, il cui vaccino è accusato di produrre la miocardite, sta sviluppando un vaccino contro gli infarti…
Torniamo all’ospedale, a quando sono stato a trovare il mio amico la prima volta. Ricordo il senso di quiete della domenica sera, la città buia sotto di me, il ronzio dei neon, il sentimento di soggezione che mette sempre l’inoltrarsi in un nosocomio. Ricordo di essermi perso tra ascensori e corridoi, e di aver chiesto informazioni ad un’infermiera che mi ha subito redarguito perché sprovvisto di mascherina.
Ricordo soprattutto il momento in cui l’ho visto, lì sdraiato sul letto. Come se il mio essere, per un istante, si fosse bloccato, come se dovessi fermarmi e resettare, perché non venivano né parole né pensieri. C’era solo questo colpo, questa commozione. E la spremuta d’occhi, che sentivo salire subito, incontrollata.
È in quel momento che capisci che la questione è molto, molto più grande di te. Tu non ne hai il controllo. Esserti informato, esserti protetto e preparato per anni, non ti salva, in realtà. Non puoi evitarlo, oramai il danno è troppo grande, è immenso, è ramificato.
Nessuno può dirsi al riparo dal COVID, anche se non lo ha mai preso, anche se non ha mai fatto un vaccino, né un tampone: perché la pandemia ha comunque distrutto una parte della sua vita. Ci sono collaboratori di Renovatio 21 che hanno tagliato i ponti con le famiglie di origine, altri che hanno visto il rapporto coniugale esplodere. Nel mio piccolo, posso dire che ramificazioni delle «morti improvvise» hanno mandato fuori equilibrio anche la famiglia da cui provengo, mandandola ad un passo dalla distruzione.
Il dolore di tutto questo è immenso. Più importante: non è finito.
E ora, volete chiedermi di perdonare? Volete chiedermi di dimenticare? Volete che abbuoni la catastrofe mentre ancora questa sta distruggendo le nostre vite?
Sì, loro vorrebbero. I gerarchi pandemici lo domandano perché forse hanno capito che hanno calcato la mano, ma vogliono salvare il metodo: lo devono riutilizzare presto, magari per «l’ambiente», dove non si può dire che agiscano senza dati, ci garantiscono che il consenso scientifico sul Cambiamento Climatico è del 100%, eccerto. Se non è per la sparizione delle mezze stagioni, sarà per qualcos’altro: per l’economia, per la guerra, per l’energia, per il terrorismo, per l’atomica. Magari per un’altra pandemia: un altro virus che «scappa» da un laboratorio di bioingegneria Gain of Function a caso, stavolta magari ancora più mortale, un Ebola wuhanizzato. E via.
Ci stanno dicendo: perdonateci, perché continueremo a farlo. Di fatto, non stanno chiedendo scusa.
E invece noi non scorderemo nulla. E anzi, non molleremo mai l’idea di una nuova Norimberga, dove, a differenza che con il nazismo, non saranno giudicati pochi medici sadici, ma migliaia e migliaia di gerarchi pandemici, sanitari e non.
È un desiderio che in tanti mi hanno confessato. La Norimberga 2.0 ce la hanno nel cuore in moltissimi, e credo che sia un meccanismo completamente naturale: la mente umana fantastica, programma un momento in cui la dissonanza cognitiva generata dall’ingiustizia planetaria trova la sua soluzione, anche epica, anche spettacolare.
Perché continuare a vivere in questa assenza di giustizia, ad un certo punto, diverrà insopportabile.
Dimenticare quanto ci hanno fatto, e non sognare Norimberga, serve solo a chi vuole ripetere il piano, e sottometterci, e farci soffrire, e ucciderci sempre di più.
Io non posso farlo. Io, mentre sto combattendo con le lacrime agli occhi, non posso perdonare nulla.
Roberto Dal Bosco
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Pensiero
Lo Stato Moloch, l’italiano cattivo e i sanitari che ballano. La tragedia della bambina «no-vax» di Palermo
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Pensiero
Dall’aborto alla strage figlicida, il ritorno della strega Medea
Avevamo visto, pochi giorni fa, il clamore per la decisione dello Stato del Massachusetts, che ha di fatto autorizzato – come tanti altri Stati, non solo americani… – l’aborto sino alla nascita.
Avevamo spiegato: un feto è considerato «a termine a sette mesi», quindi ucciderlo a nove è uccidere un bambino, non è ancora un aborto post-natale, ma la differenza qual è? Avevamo quindi parlato del solito pendìo scivoloso: è chiaro che stiamo andando incontro al figlicidio vero e proprio. Non ci piove: tempo qualche anno, ed uccidere bambini già belli cresciuti sarà ritenuto legittimo (lo è già con l’eutanasia infantile, partita in Canada e nel Benelux, partendo magari dai bambini autistici).
La realtà ci ha superati nel giro di poche ore: l’America è rovesciata dal caso Lindsay Clancy la madre che ha ucciso tutti e tre i suoi figli, e sembra essere diventata l’eroina della porzione progressista della popolazione non solo statunitense. Abbiamo mandato su Renovatio 21 le immagini pazzesche della folla di donne rosavestite che accolgono la sua macchina fuori dal tribunale dove sta venendo giudicata. Ora vi sarebbe già un caso copycat, una madre che ha emulato uccidendo i suoi piccoli.
È incredibile ma una fetta gigante del popolo USA, quello intossicato dal femminismo e dal progressismo oltranzista, radicalizzato dagli algoritmi dei social media, ritiene la donna innocente. Eppure la dinamica sembra proprio quella non di un omicidio appetitivo diretto dalla rabbia o dalla follia, ma quello di una strage assai pianificata. La donna aveva chiesto al marito Patrick di uscire di casa per ritirare una cena da asporto e acquistare dei medicinali (ancora…), cosa che lui ha prontamente fatto. Rimasta sola, la donna ha aggredito i tre figli: Cora (5 anni), Dawson (3 anni) e Callan (8 mesi). Lindsay Clancy ha ucciso i suoi tre figli strangolandoli con delle fasce elastiche per l’allenamento.
Cora e Dawson sono morti sul colpo per asfissia, mentre il piccolo Callan è deceduto qualche giorno dopo in ospedale per le complicazioni. Subito dopo aver commesso il triplice infanticidio, Lindsay Clancy si è tagliata i polsi e si è gettata da una finestra del secondo piano della casa. È rimasta paralizzata: davanti al giudice compare in sedia a rotelle, elemento che forse contribuisce alla visione dell’assassina come inerme.
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La Clancy era sotto una quantità di psicofarmaci impressionante, tuttavia non è questo il motivo per cui le piccole fan scatenate ne chiedono la liberazione – anzi, a questo tipo di persona non sfiora nemmeno il dubbio che le droghe psichiatriche, pensate per alterare il pensiero e il comportamento, alterino davvero il pensiero e il comportamento, magari in senso omicidiario e suicidario, come del resto scritto nel Black Box Warning, il testo bene evidenziato per legge nel bugiardino.
È chiaro che, in fondo, dietro all’improvvisa causa della «psicosi post-partum» abbracciata dalla massa democratico-femminoide, c’è l’idea che la strage figlicida, se non un ancora diritto, sia al momento, una debolezza sulla quale chiudere un occhio.
È il ribaltamento infernale: il carnefice diventa vittima. È, sul serio, il Regno Sociale di Satana.
Proprio pensando all’Inferno, o meglio, letteralmente all’Ade, che ci viene in mente la figura che può risolvere la dissonanza cognitiva che ci provoca la visione delle donne che celebrano non solo l’uccisione dei bambini, ma dei propri figli.
Ecco che pensiamo a Medea. Il suo nome, in greco Μήδεια, significa esattamente «la pianificatrice».
Secondo la tragedia di Euripide Medea uccide i figli per vendicarsi del marito Giasone, che, arrampicatore sociale, vuole sposare Glauce, figlia del re, e quindi ereditare il potere sulla città di Corinto.
Medea, che veniva dalle barbare terre della Colchide (il Caucaso tra la Georgia, l’Armenia, la Turchia attuali) e che aveva aiutato Giasone a recuperare il Vello d’Oro innamorandosene al punto da tradire la sua stessa famiglia, procede con la vendetta più mostruosa: con un maleficio, brucia Glauce facendole indossare una corona e un abito da sposa che di colpo sprigionano una fiamma che consuma le carni della rivale come pure del padre re di Corinto accorso ad aiutarla.
Poi, l’atto ancora più centrale del suo piano: uccide due figli avuti da Giasone, Mermero e Fere, e fugge a bordo del mitico carro solare trainato da draghi alati. La vendetta è compiuta: il suo uomo non avrà più discendenza. Lei invece, rifugiata ad Atene, sposa il re Egeo dandogli un figlio, Medo.
Il mito, ho sempre pensato, ci racconta di qualcosa di cui abbiamo contezza nel corso della nostra esistenza: la capacità estremamente distruttiva dell’energia femminile, che è in grado di trasformare una madre nel suo opposto, la «madre terribile».
C’è questo aspetto ctonio e terrifico che vive nel femminile. Nel saggio L’archetipo della Madre (1938), Carlo Gustavo Jung descrive l’archetipo del femminile con un elenco di qualità opposte e ambivalenti: accanto a saggezza e protezione, vi è il segreto, l’occulto e il tenebroso, l’abisso e il mondo dei morti, ciò che divora, seduce e intossica, ciò che genera angoscia e ineluttabilità.
Il punto centrale in Jung è proprio questa ambivalenza strutturale: la Grande Madre non è mai solo nutrice, ma sempre anche «madre terribile». E cioè – pensate alla favola di Hansel e Gretel, diviene una strega.
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Per quanto nelle trasposizioni contemporanee, tra teatro e film, la questione sia sorvolata, ricordiamo che Medea , nella mitologia greca, è considerata una strega (φαρμακίς, pharmakís, maga, avvelenatrice) per eccellenza. Medea è nipote di Elios (il Sole) e nipote della maga Circe, sorella di suo padre Eete, re della Colchide. Appartiene quindi a una stirpe direttamente connessa alla stregoneria: è sacerdotessa di Ecate.
Ecate, per la mitologia greca, è la dea della magia, della notte, degli incroci e degli Inferi, protettrice dei passaggi e delle soglie.
La continuità dell’archetipo della figlicida con il mondo delle streghe è dichiarata. Di qui possiamo interrogarci sull’appropriazione che le femministe ancora negli anni della contestazione fecero della questione – «Maschi / Tremate / Le streghe son tornate» – facendo percolare la simpatia per le maghe nel sentire pubblico, per cui, oggi, è impensabile dire pubblicamente qualcosa di diverso da: «le streghe erano solo delle povere donne perseguitate dalla Chiesa e dal patriarcato per la loro libertà, sono vittime di persecuzione bigotta e maschilista, etc.»
Anche qui, guardiamo l’inversione: il carnefice diventa vittima. Perché che le streghe fossero cattive, come nelle favole, era chiaro a tutti. Chi ha parenti non urbanizzati che hanno vissuto il primo Novecento (fino, praticamente, al boom e al disastro sociale conseguente) può confermare che storie sulle streghe di Paese ancora circolavano.
E cosa fanno queste streghe? Malefici, sussurrano, sacrifici animali, forse peggio. Invidiano, maledicono altre donne, altre famiglie. Agiscono la magia (le ligature, si chiamano ancora da qualche parte in Italia) di conseguenza. Ma non solo questo.
È il momento in cui tiriamo fuori il Malleus Maleficarum, il «martello delle streghe», il manuale pubblicato in Germania dall’inquisitore Heinrich Krämer nel 1486, poco prima che lì esplodesse la peste luterana. Leggiamo la Quaestio XI del Malleus, che recita: «quod obstetrices malefice conceptus in utero diversis modis interimunt aborsum procurant et ubi hoc non faciunt demonibus natos infantes offerunt». E cioè: «Le streghe ostetriche in diversi modi uccidono nell’utero i concepiti, provocano l’aborto, e se non fanno questo, offrono ai diavoli i bambini appena nati».
Ebbene, le streghe uccidevano bambini. Erano mammane, e non solo facevano aborti, ma uccidevano i bambini appena nati. Sì, esattamente come succedere per legge o coram populo, ora. Negli anni abbiamo descritto altri sorprendenti parallelismi con il mondo moderno, in ispecie riguardo ai vaccini: il Malleus parla anche di pedofagia stregonesca, i bambini venivano uccisi e mangiati – proprio come nelle favole. I sieri, tra cui quelli anti-COVID, fatti con feti abortiti sono delle pozioni fatte con pezzi di questi bambini sacrificati e resi indegno cibo, inflitto a tutta l’umanità in quello che sappiamo essere un progetto infernale.
Rendere Medea, la mater terribilis, come paradigma della maternità – con lanci pubblici di coriandoli di menadi che inneggiano alla stragista figlicida – significa, più in profondo, cambiare il mondo pure nella sua visione umana. Se anche l’essere che esprime l’amore più puro e gratuito, la madre, diviene mostruosa e assassina, il mondo diventa solo sofferenza e sacrificio al più forte, diventa orrore e piena accettazione del Male inevitabile, divinamente programmato. Ecco la «Natura matrigna» di Leopardi, fatta imparare ai nostri figli da una scuola il cui canone letterario è stato creato ad arte dai massoni.
Il bambino, ragazzo uomo che studia per alla «Natura matrigna» è una creatura pronta a farsi sacrificare, alla madre terribile o a qualsiasi altro dio – incluso il dio vaccino.
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Osannare la madre che uccide i figli è un attacco atto a demolire la legge naturale. È proclamare che l’essere umano, pure nella sua fase più innocente, non è al sicuro mai. Notate: in tutti i casi in cui accade, da Medea alla Clancy e alle sue copycat, il padre, guardiano della sua famiglia, è allontanato per procedere all’assassinio dei bambini. Il padre, il protettore, è escluso per il tempo necessario a eliminare la sua discendenza: il maschio, privato del suo ruolo primigenio di difensore, è punito e umiliato. Anche fuori dalle storie di sangue, lettore può pensare da solo come il divorzio giochi dentro questo disegno malvagio.
Siamo quindi davanti al tratto finale della lotta femminista. Come per Medea, come per le streghe, è il patriarcato ad essere colpito la cuore. E quindi, quello che stiamo vedendo emergere qui, nei fiumi di sangue dei figli uccisi, è un primo assaggio del ritorno del Matriarcato, con la sua violenza crudele ed inspiegabile, la violenza femminile tellurica, la violenza infernale di Ecate. Lasciata libera di scorrere senza più il contrasto del principio maschile, l’energia femminile diviene massacro.
Dovrebbe essere chiaro: se il mondo non torna in sé, quello che stiamo vedendo con il caso Clancy e con gli epigoni non è cronaca nera, è una sbirciata nel futuro mostruoso che ci aspetta.
È l’Umwertung aller Werte, la «trasmutazione di tutti i valori» di cui parlava Nietzsche, chissà perché anche quello fatto studiare nelle nostre aule. Tutto è invertito, persino l’amore materno.
Nel mondo della Necrocultura, le mamme divengono quindi streghe assassine. E non è una metafora, né una fiaba, né un mito. È la nostra realtà.
Roberto Dal Bosco
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Immagine:
Eugène Delacroix (1798–1863), Medea (1838), Palais des Beaux-Arts, Lille
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; modificata
Pensiero
Cos’è lo Stato e chi lo controlla?
Trump lo ha scoperto durante il suo primo mandato. Dava per scontato che il presidente avrebbe avuto il controllo, almeno per quanto riguarda il potere esecutivo. Si è ricreduto quando le agenzie governative collaborarono strettamente con i media per minarlo a ogni passo. Dopo una pausa di quattro anni, tornò con la ferma intenzione di diventare presidente.
È più facile a dirsi che a farsi. I funzionari di gabinetto si lamentano spesso in privato di dover affrontare burocrazie inflessibili che possiedono tutta la conoscenza istituzionale. Spesso si sentono come dei sostituti o dei manichini. Trump è un raro esempio di presidente che ha persino tentato di essere al comando. La maggior parte si accontenta degli emolumenti della carica e degli elogi che ne derivano.
In ogni caso, chiunque raggiunga i vertici di un qualsiasi apparato statale scopre che la realtà è ben diversa da quella descritta nei libri di testo.
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Platone concepiva lo Stato come parte integrante della vita stessa, rispecchiando la struttura dell’anima umana. La società era divisa tra i governanti (i re-filosofi), i guardiani (i guerrieri) e i produttori (i lavoratori). Lo Stato esiste per realizzare la giustizia, dove ogni classe svolge il proprio ruolo assegnato in armonia.
Aristotele offrì una visione più realistica. Sebbene lo Stato sia un’entità organica, non è dotato di anima. Ha funzioni ben precise per promuovere il benessere di tutti attraverso leggi ed istruzione, bilanciando gli interessi delle diverse classi. Aristotele era favorevole a un governo misto per prevenire la tirannia e promuovere la stabilità.
Passando al periodo dell’Illuminismo, le teorie sullo Stato in Occidente si evolsero di pari passo con i progressi tecnologici ed economici. Thomas Hobbes considerava lo Stato essenziale per prevenire la guerra civile tra le fazioni. Senza di esso, la vita sarebbe stata solitaria, sgradevole, brutale e breve. Va detto che scriveva nel pieno della Guerra civile inglese.
Anche John Locke, nel suo Secondo trattato sul governo, considerava lo Stato essenziale ma estremamente limitato. Il suo compito era quello di proteggere la proprietà e i diritti fondamentali. Poteva anche essere rovesciato in condizioni di tirannia. La questione gli stava particolarmente a cuore, essendo stato vittima del trauma della guerra, della rivoluzione e della censura.
Locke fu l’autore del modello di quello che in seguito divenne la Dichiarazione d’Indipendenza. In essa troviamo la visione secondo cui lo Stato è un «male necessario», una prospettiva ampiamente accettata come vera dai Padri Fondatori degli Stati Uniti.
Poco dopo, all’interno della tradizione platonica, nacque la visione hegeliana. G.F.W. Hegel valorizzò lo Stato come un dio che marcia sulla terra, la forza convergente del firmamento sociale destinata a piegare la storia all’inevitabile vittoria dei legittimi vincitori. Questa visione fu ripresa sia a destra (nazionalsocialismo) che a sinistra (socialismo internazionale) per infondere ad altre concezioni dello Stato un’aura di inevitabilità.
Tutto questo parlare del carattere organico ed essenziale dello Stato apparve a una tradizione di pensiero più radicale come irrimediabilmente ingenuo. Franz Oppenheimer scrisse che lo Stato è una forza inorganica invasiva, una forza conquistatrice, sempre sgradita, un’istituzione esogena alla società stessa.
Questa visione fu sostenuta da Albert Jay Nock e in seguito da Murray Rothbard, entrambi convinti che lo Stato fosse intrinsecamente sfruttatore. La soluzione era semplice: eliminarlo una volta per tutte, ma non nel modo immaginato da Marx. Il risultato dell’assenza dello Stato non sarebbe stata un’utopia, bensì qualcosa di più simile a ciò che Locke aveva immaginato: una società pacifica e ben funzionante, organizzata sulla base della proprietà e della cooperazione volontaria.
Bertrand de Jouvenel offre una prospettiva storica profondamente informata sullo Stato . A suo avviso, lo Stato si organizza a partire dal tessuto stesso della società, man mano che le élite naturali conquistano la fiducia del pubblico nella risoluzione delle controversie. Le élite si costituiscono come arbitri e figure culturali, acquisendo gradualmente il controllo monopolistico sull’uso legale della coercizione nella società. Questa visione è stata sostenuta da Erik von Kuehnelt-Leddihn , Hans-Hermann Hoppe e, ai giorni nostri, da Auron MacIntyre . Ognuno di loro ha interpretato i dettagli che tratta, ma tutti concordano sul fatto che lo Stato sia un prodotto delle élite, con i suoi pregi e difetti.
Esiste una vasta letteratura su questo argomento, naturalmente. Ogni ideologia offre una teoria su cosa sia lo Stato e cosa dovrebbe essere. Una visione che mi sembra vicina alla mia migliore intuizione sul funzionamento dello Stato nel secolo scorso proviene da Gabriel Kolko nella sua storia dell’era progressista.
A suo avviso, non sono le élite qualsiasi a guidare le politiche statali, ma in particolare le élite industriali. Analizzando la storia dell’industrializzazione moderna, ha individuato le industrie dominanti al centro di ogni agenzia. Il Safe Food and Drug Act del 1906 fu concepito dall’industria in cerca di un’alleanza con il potere per soffocare la concorrenza di mercato. La Federal Reserve è un cartello di banche. Anche il Dipartimento del Commercio e il Dipartimento del Lavoro sono frutto dell’organizzazione sindacale industriale.
Tutte queste istituzioni incarnano ciò che James Burnham definì la rivoluzione manageriale. Essa consiste nell’esaltazione da parte delle élite industriali della propria competenza scientifica e capacità organizzativa, che esse consideravano superiori al caos della società naturale e dei mercati. Date potere e risorse ai meritocrati, ed essi saranno in grado di portare razionalità nella vita economica e nell’organizzazione sociale e culturale molto meglio del popolo. Altri autori che scrivono in questa tradizione sono C. Wright Mills, Philip H. Burch, G. William Domhoff e Carroll Quigley.
Da questa letteratura, ricaviamo un quadro dello Stato che abbiamo ereditato ai giorni nostri. In effetti, nessuna persona vivente ne ha mai conosciuto un altro. Al di là di tutti gli slogan di democrazia e libertà, lo Stato, così come lo conosciamo, consiste in un cartello ambizioso di interessi industriali dominanti in ogni settore, impegnati in continue cospirazioni contro un mercato libero e competitivo. Normalmente non pensiamo allo Stato in questo modo, ma questa sembra la concezione più realistica di ciò che effettivamente è e fa.
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Consideriamo la FDA. La sua forza trainante è l’industria, che ne finanzia metà e condivide i diritti di proprietà intellettuale con essa, così come con le agenzie sorelle e madri del NIH, del CDC e dell’HHS. L’industria farmaceutica esercita di gran lunga la maggiore influenza sul funzionamento di queste agenzie, ed è per questo che Robert F. Kennedy Jr., acerrimo nemico del settore, ha enormi difficoltà a gestirle e a riorientarne le priorità. Ciò non dovrebbe sorprendere, dato che questa è stata la sua stessa origine: l’industria in cerca di legittimità e protezione dalle insidie della sovranità dei consumatori.
Lo stesso dramma influenza tutti i tentativi di riforma presso la Federal Reserve (banche), il dipartimento dell’Agricoltura (le grandi aziende agricole), il dipartimento per l’Edilizia e lo Sviluppo Urbano (i costruttori edili), il Dipartimento dell’Istruzione (i sindacati degli insegnanti), il Dipartimento dei Trasporti (treni e automobili) e il Dipartimento della Difesa/Guerra (i produttori di munizioni). Ovunque si guardi oggi a Washington, si trova la mano dei potenti attori industriali. È così nella maggior parte del mondo.
Questo stato industriale ha almeno tre livelli. C’è un livello profondo composto dalle agenzie di Intelligence e dai loro benefattori e partner nell’industria. La NSA e la CIA esternalizzano la maggior parte delle loro attività a società digitali del settore privato, con risultati classificati. C’è poi il livello superficiale (o di vendita al dettaglio) in cui le industrie regolamentate eseguono i desideri delle agenzie asserviti; ecco perché CVS ha rimosso le terapie tradizionali dai suoi scaffali a favore delle iniezioni di mRNA modificato e perché l’establishment medico ha aderito con tanto entusiasmo alla risposta al COVID. E infine c’è il livello intermedio, costituito dalle agenzie stesse che hanno orchestrato tutti i trasferimenti.
Se questa è la situazione ai nostri giorni, che dire del passato? Il modello è ancora valido? Forse, se consideriamo la Chiesa come un’industria, possiamo individuare le stesse forze all’opera nel Medioevo. Se pensiamo agli apparati militari come a delle industrie, otteniamo una prospettiva diversa su ciò che animava gli stati antichi di Roma e Atene.
Come si concilia questa visione concreta e leggermente cupa della genesi e del funzionamento dello Stato con le teorie precedenti? Essa mette a tacere l’idealismo di Platone e Hegel, introduce un elemento di realismo tipico di Hobbes e Locke, arricchisce le teorie di Marx e Rothbard e dà maggiore sostanza a quelle di de Jouvel e Hoppe.
Per quanto ne sappiamo, si tratta della descrizione più accurata della realtà dello statalismo moderno attualmente disponibile. E questo sottolinea ulteriormente l’enorme sfida che si presenta a qualsiasi amministratore temporaneo che pretenda di prosciugare la palude, eliminare la cattura delle agenzie o comunque arginare la corruzione. Il problema è che l’intero apparato statale è di fatto la palude. La cattura del regolatore è essenziale. La corruzione è intrinseca al funzionamento dello Stato.
Tutto ciò non significa che non valga la pena tentare una riforma. Ma è fondamentale comprendere che nessuno degli apparati statali è concepito per adattarsi ai riformatori e alle pressioni democratiche. L’inerzia è sempre nella direzione opposta. Già quanto accaduto con Trump 2.0, pur con i limitati successi che abbiamo visto, rappresenta un’anomalia. Ci vorrà un miracolo per ottenere ulteriori cambiamenti, ma è possibile.
Una delle affermazioni più sagge nella storia della teoria politica proviene da David Hume. A suo avviso, il ruolo dell’opinione pubblica è cruciale in ogni esercizio del potere. Quando il pensiero pubblico cambia, lo Stato non ha altra scelta che adeguarsi.
«Nulla appare più sorprendente a coloro che considerano le vicende umane con occhio filosofico della facilità con cui i molti sono governati dai pochi, e dell’implicita sottomissione con cui gli uomini rinunciano ai propri sentimenti e alle proprie passioni in favore di quelli dei loro governanti. Quando ci interroghiamo su come si realizzi questo prodigio, scopriremo che, poiché la forza è sempre dalla parte dei governati, i governanti non hanno altro sostegno che l’opinione pubblica. È dunque sull’opinione stessa che si fonda il governo; e questa massima si estende ai governi più dispotici e militaristi, così come a quelli più liberi e popolari».
Cambiare l’opinione pubblica: questo è il compito essenziale.
Jeffrey A. Tucker Jeffrey Tucker è fondatore, autore e presidente del Brownstone Institute. È inoltre editorialista senior di economia per Epoch Times, autore di 10 libri, tra cui Life After Lockdown , e di migliaia di articoli pubblicati su riviste accademiche e divulgative. Tiene numerose conferenze su temi di economia, tecnologia, filosofia sociale e cultura. È inoltre un tabarrista.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
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