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Storie, misteri ed orrori dal Mostro di Firenze ad Amanda Knox. Renovatio 21 intervista il giudice Mignini

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Perugia, pomeriggio del 1° settembre 2025. Renovatio 21 intervista un uomo che è passato attraverso, cercando di mettervi ordine, a due delle storie più oscure dell’Italia repubblicana: il mostro di Firenze e l’omicidio di Meredith Kercher. Due immani buchi neri nella coscienza pubblica italiana, dove misteri, orrori, false piste, processi si sono assommati in un turbine inarrestabile, sorprendente, disperante. La figura che unisce questi due episodi tremendi è l’uomo che, come funzionario dello Stato italiano, ha provato a riportare ordine nel caos fatto di enigmi e di morte: il giudice Giuliano Mignini.

 

Cattolico praticante, il magistrato, ora in pensione, era entrato nella storia del Mostro nel 2001, quando aprì il cold case sulla morte di Francesco Narducci, trovato morto nel Lago Trasimeno nel 1985, sospettando che il dottore fosse stato vittima di un omicidio, una morte che lettere anonime all’epoca reputavano legata al serial killer fiorentino.

 

A Mignini, perugino radicato nella sua città al punto di scrivere un libro sulla sua origine etrusca (Indagine su Perugia. Le origini della città, 2023), poi toccò il caso di Meredith Kercher, assassinata la notte del 1 novembre 2007, un caso che seguì sin dal primo giorno. Come noto, il caso Meredith pian piano si trasformò nel caso Amanda Knox, la ragazza americana che divenne al centro dell’attenzione della stampa internazionale, con almeno tre Paesi – Italia, USA, Gran Bretagna – focalizzati ostinatamente, e su posizioni diverse, sulla soluzione del terribile fatto di sangue.

 

Il giudice Mignini in questi giorni è suo malgrado protagonista – dovrebbe essere l’antagonista, ma il suo personaggio, ci sentiamo di dire, risalta più di quello della protagonista – di una serie trasmessa in streaming su Disney+, The Twisted Tale of Amanda Knox, la cui sceneggiatura è totalmente appoggiata alla versione di Amanda, che è sceneggiatrice, e produttrice, assieme a – dettaglio un po’ sorprendente – Monica Lewinsky.

 

Negli ultimi anni, finiti i processi, Amanda ha cominciato a cercare il giudice Mignini: durante un episodio del 2021 di The Joe Rogan Experience, il podcast più visto al mondo, la ragazza aveva annunciato di aver scritto al suo pubblico ministero, e di avere ricevuto risposta. Con l’uscita del libro Caso Meredith Kercher. Una vicenda giudiziaria tra due continenti (2022) è emerso che i due si sono visti, e che lei, addirittura, gli manda le foto della figlia piccola.

 

Un comportamento, quello di Amanda, che fa pensare che la ragazzina dai tanti amori, figlia di un divorzio, sia rimasta alla ricerca di una figura paterna, che avrebbe trovato nel magistrato che l’aveva arrestata, con cui sarebbe riuscita incredibilmente a riconciliarsi. Questo, sì, è un film incredibile, che, tra le pieghe di una storia dell’orrore, racconta molto del valore della paternità, del senso della famiglia, dei bisogni umani che possono volare oltre ogni dolore. È un’ipotesi che abbiamo fatto. Abbiamo chiesto questo e altro al giudice, che ha cortesemente concesso a Renovatio 21 tanto tempo – e tanta sincerità.

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A fine ottobre 2001 lei inizia le indagini sul medico perugino Francesco Narducci.

È stata una casualità, perché io stavo lavorando su un caso stranissimo che era quello delle famose telefonate di tipo satanico ad un’estetista che iniziano nell’estate del 2001. Non si capisce bene cosa volevano, ma la minacciano e la insultano. Probabilmente questa donna non ha detto tutto, tanto che a un certo punto cominciano a far riferimento dicendo: «tu hai tradito Satana come lo ha tradito Pacciani». A Pacciani segue la storia del lago e così viene fuori il nome di Narducci. Io il 25 ottobre 2001 apro il procedimento perché era venuto fuori anche il discorso omicidiario. È stata fatta l’autopsia. 

 

Le prove concrete che supportano il collegamento tra il caso del Narducci e il Mostro di Firenze, quali sono?

È lunga la cosa. In questa vicenda c’è qualcosa che sfugge, però tutta l’impostazione dell’indagine è stata confermata anche a livello di Commissione Parlamentare Antimafia. Questo personaggio frequentava l’ambiente di San Casciano e lo stesso processo a carico di Francesco Calamandrei [il farmacista, ndr] – se lei legge la sentenza – il GIP De Luca lo assolve con formula dubitativa. Non aveva tutti gli atti. Hanno poi fatto un procedimento a me e a Michele Giuttari [il poliziotto, ndr], per poi essere assolti. Adesso Giuttari fa i capricci, è un tipo particolare.

 

In passato lei ha sottolineato più volte che il rapporto tra lei e il Giuttari si è deteriorato. 

Eravamo amici. C’è stata questa vicenda, che il GIP non ha avuto disposizione tutti gli atti che avevamo noi e così ha assolto con formula dubitativa, come le ho appena detto. Anche nella vicenda Meredith gli imputati vengono assolti con formula dubitativa. Lui dice che il dubbio sulla vicenda Calamandrei deriva dal fatto che ha negato di conoscere il Narducci. E lui la chiama «l’ombra nera del caso Calamandrei».

 

Io le dico una cosa, che a mio avviso è molto importante: quando iniziai le indagini potei lavorare con molto riserbo e non mi rompevano le scatole da nessuna parte e lavorai benissimo. A un certo punto, si presentò, per altri motivi, la famosa Gabriella Carlizzi [la giornalista, ndr] e il mio capo mi disse: «sentila tu questa». Io la sentii e le chiesi se conosceva la vicenda Narducci – secondo me non sapeva nulla – e lei, molto intelligentemente, ha capito che stavamo indagando su quello e si è buttata su questa pista dando la notizia al Corriere della Sera, e la Sarzanini la pubblicò.

 

Che il Narducci fosse coinvolto e a che titolo in questa vicenda non è facile stabilirlo. Dobbiamo semplicemente attenerci a questi fatti, ma io ritengo che ci sia un coinvolgimento forte.

 

Poi, più di questo… C’è anche un altro fatto. Con l’attività della Commissione Parlamentare Antimafia si è aperto un settore di ricerca che riguarda possibili coinvolgimenti eversivi. Quando feci le indagini questo aspetto di tipo politico non era emerso, ma era venuto fuori un ambiente eversivo tipo «Avanguardia Nazionale». Emergeva anche la sigla di un ufficio che si occupava di questa vicenda Narducci, oltre che di vicende «eversive». 

 

Chi avrebbe avuto il potere di sostituire il cadavere?

È stato organizzato a vari livelli. Io non ho mai visto delle enormità come in quella situazione e mi domando a cosa servisse tutto ciò. Dovevano coprire qualcosa.

 

Su YouTube c’è un filmato del 15 luglio 2025 che mostra che lei è stato audito dalla «Commissione Parlamentare d’inchiesta sui fatti accaduti presso la comunità Il Forteto».

Sono stato audito come testimone dalla «Commissione Forteto», che probabilmente è legata a questa vicenda. Avevo sentito un secondo testimone legato a questa vicenda e adesso questa cosa probabilmente andrà avanti. Vediamo un po’. 

 

Dalle sue indagini precedenti aveva avuto contezza di questo possibile collegamento tra queste due inchieste?

Col Forteto sì. Venne fuori all’inizio e alla fine. Lei dovrebbe rendersi conto che io ero solo, anche se il capo – che mi voleva bene – mi appoggiava, ma subiva pressioni da tutte le parti. In questa vicenda c’è un coinvolgimento massonico certo. Viene fuori dalle intercettazioni e questo discorso massonico indubbiamente ha ostacolato le indagini, perché lei capisce che in quell’ambiente l’atteggiamento è di non collaborazione in genere. Anche se ce n’erano alcuni che hanno collaborato, devo dargliene atto. 

 

Perugia è crocevia importante per la massoneria. Lo ha ribadito anche lei in qualche occasione.

A Perugia era forte Ordine Nuovo, e legato ad Arezzo. C’è questo rapporto che ha una sua incidenza che però andrebbe approfondita per quanto riguarda la vicenda Narducci. È una vicenda che a un certo punto è venuta fuori dalla testimonianza di un’impiegata dell’anagrafe, la famosa Cataluffi, che le avevano chiesto di fare rapporto sulla vicenda Narducci e lei lo fece. Era pronta a darlo sia ai Carabinieri che alla polizia e invece le dissero: «Fermi tutti, le indagini sono bloccate per ordini superiori». Gli ordini superiori per la polizia giudiziaria sono della magistratura, e non ero io ovviamente, era qualcun altro. [ride]

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Durante queste sue indagini ha subìto minacce?

Minacce molto velate che sulle prime non colsi come tali, ma ripensandoci, anche confrontandomi con un amico avvocato, le ho notate. I rischi li abbiamo corsi poco prima della riesumazione, perché quello era il momento dove io e Giuttari abbiamo rischiato di più. Anche Giuttari ha ricevuto minacce. Questa è una storia incredibile che, secondo me, solo a Perugia poteva succedere. E anche a Firenze ovviamente. 

 

Come spiega che la magistratura fiorentina non abbia condiviso la sua lettura dei fatti?

C’è un libro, dove tra l’altro partecipo pure io alla stesura, che nell’intervista a Paolo Canessa lui dice che, per quanto riguarda Narducci, lui venne con Piero Luigi Vigna, o solo lui, non ricordo con esattezza, e dice che Vigna era quello che più credeva al discorso Narducci. Lui all’inizio non era d’accordo, ma poi fa un commento finale su questa intervista che dice: «dopo le indagini del collega, mi sono reso conto che c’era molto materiale». Vigna aveva capito. 

 

Cosa pensa che manchi per trovare la verità definitiva in questo caso così complesso? 

Eeehhh… Ci vorrebbe qualcuno che parlasse, che dicesse quello che è. Tanti hanno parlato, ma poi succedeva che quando li chiamavi confermavano e dicevano: «Ma io l’ho saputo da quell’altro». Poi chiamavi quell’altro e diceva: «Non mi ricordo». Non era facile lavorare in quelle condizioni, anche perché mentre io indagavo su questa vicenda, è arrivato il delitto Meredith, dove si sono scaricate, anche lì, le pressioni precedenti. Mario Spezi e Douglas Preston, un giallista americano, soprattutto questi due. Io sono rimasto molto, molto colpito – senza generalizzare, ci mancherebbe altro – ma gli ho sentito fare delle affermazioni incredibili. 

 

Prima di passare al delitto Meredith Kercher, vorrei farle un’ultima domanda sul caso Narducci. Quando faceva le indagini, l’avvertiva la pressione di indagare su una questione molto importante? Come l’affrontava? 

Io sono perugino e conoscevo il personaggio Francesco Narducci, perché ha frequentato il liceo classico Annibale Mariotti di Perugia. Lo vidi pochi giorni prima della scomparsa in condizioni impressionanti, sembrava stesse per morire di lì a pochi giorni. Lo vidi che stava armeggiando intorno alla sua moto in piazza Partigiani. «Ma questo cosa ha fatto?», pensai. Era magro, emaciato e si vedeva che era psicologicamente provato e aveva – me lo ricordo benissimo, ce l’ho stampata bene in mente questa immagine – una ferita profonda sotto l’occhio destro che scendeva fino alla guancia e aveva un paio di occhiali scurissimi che gli coprivano gli occhi cercando di mascherare in parte anche la ferita. E questo tipo di ferita ce l’aveva anche Calamandrei.

 

Strane coincidenze.

Capito?! Erano pochi giorni prima che scomparisse. Vedendolo in quel modo pensavo che stesse male. Ho poi saputo della scomparsa da un collega che mi disse – pensando che fosse proprio il Narducci – «Guarda che hanno ripescato il cadavere del Narducci al lago». «Ma che sarebbe successo?», gli dissi io. «Mah, non si sa. Comunque la cosa strana è che non hanno fatto l’autopsia». Per scoprire se uno è annegato devi fare l’autopsia, non c’è verso.

 

Se non ricordo male le sole foto di quel cadavere sono del fotografo Crocchioni, che lavorava per il quotidiano La Nazione al tempo.

Sono tutte le sue, perché le foto ufficiali non le fecero. Le fece lui per il giornale. Era una brava persona.

 

Secondo lei, ci sono delle forze occulte, diciamo così, che hanno smosso questa vicenda macabra, efferata?

Io mi ricordo questo. All’inizio delle indagini si scatenarono contro di me, ma non potendo opinare sulla mia vita privata, perché non c’è nulla di anomalo, cercarono di delegittimarmi dicendomi: «ah, ma quello è un cattolico!». Io ho sempre dichiarato quanto segue: «Guardate che io sono cattolico, ma sono riservato, non ostento». Invece era come se questa cosa li toccasse. Sul discorso satanico non si poteva parlare perché mi tacciavano di essere cattolico, quindi secondo loro ero di parte, diciamo così. 

 

Nel successivo processo Meredith Kercher ha avuto problematiche con la stampa americana, e non solo con la stampa.

Col tempo ho capito come sono e come ragionano gli americani, forte delle tante esperienze vissute. Loro tendono a dire che qualsiasi cosa facciano sia giusta – al contrario di noi italiani che siamo autolesionisti — e pretendendo di insegnare agli altri. Se avessero tanta cultura al pari della loro potenza economico/militare sarebbero veramente i migliori, ma in realtà culturalmente sono un disastro.

 

Sulla vicenda Meredith ho visto il divario che c’è con gli inglesi, che è vero che sono anglosassoni, ma sono pur sempre europei. Con gli inglesi ci si ragiona. Gli americani hanno questa caratteristica: i loro difetti, di cui non si rendono conto, li riversano sugli altri. Mi ricordo che nei giorni del processo Kercher, in via Mazzini, incontro una giornalista americana che mi fa qualche domanda e a un certo punto mi chiede: «lei cosa pensa delle streghe?». «Le streghe? Ma cosa sta dicendo?».

 

A Perugia, storicamente, questa figura non era affatto sentita. Noi abbiamo questo retroterra etrusco e nel caso di Meredith si manifestò, perché noi abbiamo un culto dei defunti molto forte. Abbiamo una devozione nei loro confronti, perché li commemoriamo il 2 novembre. [Meredith è stata uccisa la notte del primo novembre, e non come si pensa la notte di Halloween, che è il 31 di ottobre, ndr]. Lei mi rispose: «In America mi hanno detto così». «In America possono dirle quello che vogliono, ma qui siamo a Perugia e non in una città del Massachusetts!». Si offese perché la colsi nel punto.

 

Forse ha fatto bene a ribadire certi concetti.

Ma certo! L’americano ha bisogno di essere umiliato, in maniera benevola, o anche educato, perché non si rende conto. 

 

A proposito di questo, lei parla anche della non perfetta comprensione degli americani del nostro ordinamento giuridico, che è diverso dal loro, e fanno fatica a intenderlo in pieno. Lei se ne è ben accorto proprio durante il processo Meredith. Lo spiega bene anche nel suo libro Caso Meredith Kercher. Una vicenda giudiziaria tra due continenti, edito da Morlacchi.

Secondo me loro speravano – ma non c’era nessuna possibilità – che il processo venisse trasferito in America. Solo che non vi erano motivazioni legali per farlo e allora cercavano di attaccare, di demolire e di delegittimare tutto l’ordinamento italiano. Hanno fatto veramente una cosa indegna. E poi quel processo, è un processo… mah! Ci siamo capiti? Io non aggiungo altro.

 

È un processo dove ci sono state diverse anomalie. Gliene dico una, tanto per farle un esempio: la perizia non era ancora stata depositata e venne da me un giornalista irlandese – bisognava stare attenti per gli irlandesi erano nemici degli inglesi, quindi contro le indagini, e amici degli americani – e mi registrò di nascosto. Ma quando uno registra, registra anche sé stesso e gli scappò detto che la perizia dava ragione all’impostazione della difesa. Al ché io gli dissi: «mi scusi, ma come ha fatto a saperlo? Io non ne so niente. Non è stata depositata». Allora lui mi rispose che erano voci che aveva sentito in giro. «No, lei non mi sta dicendo la verità». Poi quella cosa l’han tolta perché speravano di mettermi in difficoltà pensando che mi scappasse detto qualcosa. Poi ci sono altri errori che rasentano l’incredibile.

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Mi consenta una battuta, ma il suo è stato quasi un doppio lavoro: il primo da pubblico ministero e il secondo dal difendersi da tutto quel castello mediatico che vi hanno costruito intorno al caso Meredith.

È così. Devo poi dire che nessuno si aspettava la sentenza della Quinta Sezione dove si possono riscontrare alcuni errori. Potrei citarne alcuni come quello del clochard Antonio Curatolo. Il barbone viene liquidato dicendo che non è attendibile. Ma solo perché è un barbone e un poveraccio?

 

Lei ha ribadito questa cosa più volte.

Ecco la mentalità calvinista, perché per i calvinisti il poveraccio va all’inferno e il ricco va in paradiso. Ma non è così!

 

Tornando all’inizio di questa vicenda. Lei arriva sul luogo del delitto intorno alle 14:00.

Arrivai con il dottor Marco Chiacchiera [il commissario di polizia, ndr].

 

Oggi, a distanza di quasi vent’anni, che ricordi ha di quella giornata?

Mi ricordo di un episodio, di cui si parla in questa nuova fiction non correttamente. Appena arrivato mi dissero che c’era questa pietra buttata lì sotto una finestra. Quella simulazione di reato era attribuita ai due ragazzi bianchi e non al nero e invece è passata come se fosse attribuita al ragazzo di colore. 

 

La simulazione di effrazione. 

Sì! Io feci i calcoli. C’erano le due ante delle persiane che forzavano sullo stipite a causa dei cambiamenti di temperatura ed erano a meno di venti centimetri l’una dall’altra. Come avrebbe fatto questo tizio dal cortiletto che stava di fronte alla finestra più alta, a centrare con una pietra, quello spazio così stretto? Ordinai alla polizia di controllare se ci fossero tracce di scarrocciamento sul muro. Non trovarono nulla. Allora iniziai a pensare che la cosa fosse simulata e chi la simula vuol dire che è uno che ha paura di essere coinvolto, perché frequenta o abita la casa. 

 

Le indagini furono prese in carico dalla Polizia e non dai Carabinieri, giusto?

Eh già! Nel libro lo dico. Venne una squadra da Roma organizzata dal questore e venne la capa del settore genetico del Dipartimento di pubblica sicurezza della Polizia. Io ordinai al medico legale di misurare la temperatura cadaverica. Questa venne da me dicendo: «No dottore, per carità!». «Ma come per carità?!». «Perché c’è il rischio che possano verificarsi contaminazioni». A quel punto gli dissi: «Faccia lei gli accertamenti, ma avvertitemi subito perché lui deve andare a controllare». Ho aspettato, ma poi ho dato l’ordine.

 

Per fortuna feci anche una perizia sull’orario della morte e ho fatto perizie anche durante le indagini. Le indagini non sono durate tanto. Ci fu il discorso genetico in cui c’era la traccia di aplotipo maschile di Sollecito sul gancetto del reggiseno di Meredith piegato dalla violenza. C’era traccia anche di quello di Rudy. Si inventarono che poteva esserci contaminazione. Questa prova è rimasta all’interno della casa sequestrata e Sollecito era in galera. Come fa a finire l’aplotipo di Sollecito nel gancetto del reggiseno? Spiegamelo tu.

 

Quello che è impressionante su questa storia è che arrivavano questi americani e buttavano là delle stupidaggini incredibili come la falsa confessione di Amanda. Amanda non ha mai confessato. Amanda ha calunniato, altroché. Ed è stata condannata per quello. Se ripenso a questa vicenda, ancor più dell’altra… Non le dico che mi hanno detto in procura, perché dovrò fare indagini su quel processo. Non dico altro.

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In questi giorni va in onda la miniserie tv su Disney+ The Twisted Tale of Amanda Knox.

Non ne sono uscito male, pensavo peggio onestamente. C’è una mia sfuriata contro il questore – è vero che mi arrabbiai fortemente – perché la mattina del fermo ha detto che il caso è risolto e non chiedi il permesso a noi della procura? Ma come ti permetti?

 

Nel film la voce di Amanda dice che non furono indagate le tracce di sangue al piano di sotto.

Era il gatto! Il simpaticissimo gattino nero! [ride]

 

Da perugino ricordo benissimo quei giorni. Quella triste vicenda scoperchiò il vaso di pandora di quella che era tutta la situazione di microcriminalità sottaciuta nel centro storico. Evidenziò una problematica di non poco conto arrecando un danno di immagine alla città se vogliamo.

Perugia è stato il terreno su cui si è svolta la vicenda. Amanda è americana, Sollecito è pugliese, Rudy è della Costa d’Avorio. 

 

Qualcuno sostiene che un movente plausibile a questo delitto, può essere una faccenda legata alla droga. Lei cosa ne pensa?

La droga sicuro. Probabilmente lì c’era qualcuno che si incaricava di reperire la droga.

 

Cosa ha capito dei tre ragazzi?

Dei tre quella che conosco meglio è Amanda. Rudy è un personaggio che mi raccontava, durante gli interrogatori, che a lui piaceva Amanda, non Meredith. Questa cosa a me è sempre rimasta. Non le dico nel dettaglio, ma ci sono delle novità. Non le dico altro. 

 

A questo punto aspettiamo e vediamo.

Io ho fatto la mia parte.

 

Alcuni hanno ipotizzato che sulla scena del delitto ci possa essere stata un’altra persona se non due, oltre ai tre ragazzi incriminati. È un’ipotesi plausibile questa?

Sulla base di queste ultime notizie, qualcosa di simile ci può essere. Non posso dirle altro.

 

Credo sia poi difficile stabilire in quella stanza chi ha fatto cosa nello specifico.

Questo sì. Devo dire, in tutta onestà, che Amanda si è rivelata come mai mi sarei aspettato: più matura, è diventata madre e si è sposata. Guardando il film lei mi tratta bene e per me non è proprio una sorpresa, in fondo me lo immaginavo. Io penso una cosa a questo punto, che lei quella sera era nel tinello. Mi rimane difficile immaginarmela in quella stanza. Io penso questo. Però era coinvolta anche lei. 

 

Amanda ha vissuto una situazione familiare particolare. È figlia di genitori divorziati. È possibile che Amanda veda in lei una figura di pater familias?. 

A questo io c’ho pensato, ma non lo so. Lei ha parlato anche – non so con quanta convinzione – della sindrome di Stoccolma. Non saprei. Io ho chiesto la condanna per lei e l’ho fatta arrestare. Finito il processo lei è stata assolta con formula dubitativa. Mi viene a cercare e parla di me con Don Saulo, il cappellano del carcere, di cui io sono stato parrocchiano. Forse, chissà, il buon Don Saulo ha giocato un ruolo in questo suo atteggiamento. È una situazione che mi ha lasciato sorpreso. Non mi era mai successo prima una situazione simile. 

 

Anche Sollecito ha avuto i genitori divorziati. Che differenze di atteggiamento ha notato nei due ragazzi?

Quello che ho notato e che mi ha colpito di questa ragazza è che tende a perdonare tutti, mentre da Sollecito ho sentito rancore, astio.

 

È piuttosto strano. Non è di certo una consuetudine. 

Viceversa il comportamento di Sollecito è stato quello di uno che è stato condannato, molto rancoroso. Lui ha ancora un atteggiamento ostile nei miei confronti. E credo che lui non abbia capito che gli è andata bene alla fine. A tutti e due è andata bene. Non l’hanno capito. Le dico una cosa. Il giudizio abbreviato di Rudy li ha salvati. 

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Questa mossa degli avvocati di Guede ha sparigliato le carte.

Si, perché ha tolto di mezzo il collegio giudicante che ha condannato Rudy, sennò sarebbe stato quello di tutti e tre. E non so come sarebbe finita. Forse me l’immagino anche troppo. 

 

È stata una mossa che ha cambiato l’equilibrio del processo. Mi viene in mente una curiosa coincidenza: l’uomo accusato falsamente da Amanda, Patrick Lumumba, era di colore e poi, uscito di scena lui, subentra l’ivoriano Rudy Guede.

Io mi sono chiesto infatti se Amanda, quando ha dovuto inventare la risposta – perché giustamente la polizia la pressava – lei chissà che non abbia ripetuto la vicenda veramente come si svolse, ma mettendo Patrick al posto di Rudy. Questo non lo sapremo mai. Lei ha un’ostilità profonda contro Rudy. Ci sono tante cose di quella notte. Magari in futuro avremo un’altra occasione per raccontare altro alla luce di possibili sviluppi.

 

Questo suo ritratto di Amanda può risultare strano, vista come fu dipinta fin dall’inizio di questa triste storia. 

Era molto giovane all’epoca e forse voleva divertirsi come tutte quelle della sua età.

 

Ricordo un articolo apparso su Il Messaggero a firma del giovane cronista Michele Milletti, uscito pochi giorni dopo il delitto, che aveva trovato un racconto scritto da Amanda in un suo social dell’epoca, Myspace, con temi di violenza, che al tempo poteva risuonare come una premonizione di quello che poi è effettivamente successo nell’appartamento di via della Pergola. 

Mi ricordo. Quello che uno è stato quindici anni prima, è diverso da quello che è oggi. Nella vita si cambia. E lei devo dire che un po’ è cambiata. Il ragazzo pugliese non è cambiato per niente, tanto che lui è convinto che io li abbia arrestati e chiesto la condanna, pur sapendoli innocenti.

 

Amanda oramai la conosco, il marito è una bravissima persona, i due bimbi sono meravigliosi, e oggi mi fiderei di questa ragazza. Di Sollecito no. È quello che mi ha colpito di più in negativo. Rudy l’ho conosciuto appena e non mi dice niente. 

 

Raffaele Sollecito è sempre apparso molto freddo nei suoi confronti.

La Knox nelle interviste ha detto di me che ho fatto tutto in perfetta buonafede. Sentirselo dire dall’imputata fa un certo effetto. C’è una differenza enorme tra i due. Questo per giustizia lo devo dire.

 

Tornando un attimo al documentario Disney+. Che ruolo ebbe il segretario di Stato Hillary Clinton nella vicenda Knox? Dobbiamo dire che è curioso il fatto che tra i produttori della fiction appare Monica Lewinsky. Quantomeno fa sorridere questo accostamento tra la moglie e la stagista amante di Bill Clinton.

Io non faccio commenti su questo, però…

 

La città di Perugia con questa vicenda ha subìto un danno economico e di immagine. Lei è d’accordo?

Un grosso danno economico. I perugini hanno reagito e hanno capito. C’è questa cosa curiosa di Perugia, che è l’anglofilia. Si ricorda il film Fumo di Londra girato in parte a Perugia?

 

Certo che lo ricordo.

Alberto Sordi aveva intuito questa simpatia che aveva Perugia verso l’Inghilterra. In parte questo è stato confermato dalla famiglia di Meredith che è stata meravigliosa. 

 

Lei ha sottolineato più volte la compostezza dei familiari della vittima.

Mi dispiace che questa ragazza non è stata ricordata adeguatamente. Io avevo chiesto che venisse intitolata la via a Meredith, la famosa via della Pergola. La proposta l’ho fatta, vediamo.

 

La famiglia Kercher è sempre stata molto composta, mai fuori dalle righe.

Mai assolutamente! Loro aspettavano che la Corte entrasse e si sistemasse, per poi entrare loro. Non si facevano notare. Ricordo anche che le amiche inglesi di Meredith non sopportavano Amanda. Non che Amanda fosse cattiva, ma incarnava la tipica estroversione americana. 

 

Poi è facile che a quell’età fossero subentrate anche delle ovvie gelosie tra ragazze.

Ma come no.

 

Lei è un uomo di fede, come abbiamo detto prima. Questo lo aiuta nel suo lavoro o a volte può essere un ostacolo?

Io vorrei sottolineare che sono cattolico, ma fortemente laicale e soprattutto non ostento, come le ho già detto. Lei pensi che in questo film, a un certo punto, si vede un volo di uccelli e un uccello che cade e muore e io che guardo la scena dal palazzo e mi faccio il segno di croce.

 

Confondono alcune cose sulla storia della nostra città. Perugia ha una grande attenzione per i defunti, che deriva dalla nostra discendenza etrusca. Ci sono i tipici dolci chiamati le fave dei morti e c’è la fiera dei morti. Questo continuo richiamo ai morti a Perugia non è visto con paura, ma con serenità e questo aspetto deriva dalla cultura etrusca. Dopo quella vi è quella cattolica. Mettere una scena con un volo di uccelli e io che faccio il segno di croce, ma cosa starebbe a significare?

 

È stato etichettato come cattolico durante il suo lavoro, nell’accezione non troppo benevola del termine? Un cattolico poi non scende mai a compromessi.

Certo! Fin dalle indagini di Narducci ho avuto questo tipo di attacchi, perché l’attacco mi veniva da settori non propriamente cattolici. È chiaro, no? Io sono cattolico, non guardo in faccia a nessuno. Ho trattato, tanto per fare un esempio, il processo a un sacerdote implicato in un traffico di droga, con assoluta imparzialità. Tutti lo sanno, questo.

 

Quello che vorrei che fosse chiaro, io quando vado per strada e la gente mi incontra – ed è difficile che lo faccia con un pubblico ministero – mi chiede se può stringermi la mano. Gente che io non conosco nemmeno. Questo vuol dire che la gente sa che io non guardo in faccio a nessuno, forse anche perché cattolico. Io comunque sono un magistrato della Repubblica Italiana. 

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Quando hanno girato alcune scene della fiction a Perugia, si sono levate voci di indignazione.

Non ho letto nulla e non ho voluto prendere parte a questa produzione. Mi è stato chiesto, ma ho detto no.

 

Amanda, perlomeno all’inizio, pareva fosse il capro espiatorio di tutta la faccenda.

Lei da principio fu attaccata soprattutto dai tabloid britannici. C’è stato un avvocato – di cui non faccio il nome – che in una sua arringa, parlando di Amanda, disse: «Questa strega!» Finita l’udienza gli dissi: «io non te lo dovrei dire, però stacci attento a dire certe cose in aula». In America poi attribuirono a me quella esternazione. La moglie di un agente dell’FBI, che seguiva il processo, venne da me poco dopo esclamando: «You are evil!». Sei il male. Senza pensare che io in quel momento avevo indosso la toga. Andiamoci piano. 

 

Lei come se la spiega questa disparità a livello massmediatico tra gli Stati Uniti che hanno enfatizzato oltremodo questa storia, mentre in Gran Bretagna si è tenuto un profilo un po’ più basso?

In Inghilterra gli inglesi sono incazzati, non creda che non lo siano. Questa cosa non gli è andata giù, però sono rispettosi. A onor del vero debbo aggiungere che anche tra i giornalisti americani ci sono state persone molto corrette con cui ho avuto un buon rapporto, tanto che con una di esse siamo diventati amici ed è entrata nella nostra mentalità.

 

Il capo della procura mi diceva: «dato che questi non sanno niente, spiegagli cosa è Perugia». Io ci provavo e finché rimanevo nel Medioevo andava bene, perché ci sono le streghe, c’è l’inquisizione. Quando poi gli spiegavo che Perugia è molto più antica e gli narravo degli Etruschi, li vedevo completamente imbambolati e spaesati. Non si rendono conto perché nella loro cultura non hanno testimonianze di civiltà così antiche. 

 

Ci posso credere. Probabilmente a molti gli manca quella profondità storico culturale che magari noi europei abbiamo.

Ho cercato di spiegare, ma loro hanno questa mentalità calvinista che li sovrasta.

 

Noi italiani invece dovremmo fare tesoro delle nostre tradizioni, della nostra cultura e della nostra religione.

Concordo. 

 

Prima di lasciarla vorrei farle un’altra domanda. Tornando all’inizio, c’è quel filmato della sua audizione riguardo l’inchiesta sul Forteto. È un argomento molto complesso. 

Eravamo a Palazzo San Macuto. È un’indagine molto complessa. Molti, anche tra i magistrati, non se ne rendevano conto, pensando che fosse un organismo di tutela di questi minori abbandonati e invece c’era qualcosa di più.

 

Chissà se la verità salterà fuori un giorno su tutti questi fatti.

Io non dispero, però quanta fatica. È stata un’indagine in salita. 

 

Grazie dottor Mignini per la sua cortese disponibilità.

Grazie a lei.

 

Francesco Rondolini

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I ricercatori hanno iniziato a perforare una formazione rocciosa e minerale a forma di barca sulle montagne della Turchia orientale, che secondo alcuni sarebbe il luogo di riposo dell’Arca di Noè. Lo riporta LifeSite.   «Buongiorno dai confini esterni dell’arca di Noè», ha scritto martedì scorso su X Lauren Witzke, direttrice marketing e raccolta fondi del progetto e attivista cristiana, condividendo un video aereo delle trivellazioni sul sito della formazione di Durupinar. «Le trivellazioni sono iniziate e gli evoluzionisti del Big Bang sono già in modalità di contenimento dei danni».   La Witzke collabora con Noah’s Ark Scans, società che si definisce «l’unico team a eseguire scansioni sotterranee avanzate» del sito geologico.

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Secondo il gruppo di ricerca, «nelle prossime settimane è previsto un rapporto tecnico preliminare» che «classificherà le anomalie più significative, affinerà il quadro della geologia più profonda e individuerà con precisione le aree in cui le perforazioni mirate hanno le migliori possibilità di rispondere alla domanda centrale, passando così dal telerilevamento alle prove fisiche».   Il team sostiene che lo scopo del lavoro è «determinare se le prove fisiche possano reggere a un esame approfondito» e se esista una «spiegazione geologica puramente naturale» per la formazione a forma di arca.   La Witzke ha detto che l’iniziativa è stata approvata dal governo turco ed è supervisionata dalle università locali, con la partecipazione di «alcune delle menti più brillanti del mondo».   «Quando avremo finito, i programmi universitari dovranno essere riscritti e il darwinismo smantellato», ha dichiarato Witzke. «Questo è il luogo in cui la creazione ha avuto un nuovo inizio».    

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Nel 1959 un capitano dell’esercito turco individuò una grande formazione a forma di barca incastonata nel terreno a circa 18 miglia a sud del monte Ararat, luogo che, secondo le Sacre Scritture, coincide con il punto in cui si posò l’Arca di Noè. Il libro della Genesi afferma: «L’arca si posò sui monti dell’Ararat» (Gen 8, 4).   I ricercatori hanno poi osservato che la lunghezza della formazione corrisponde esattamente a quella dell’Arca descritta nella Genesi: 300 cubiti, ossia 515 piedi.   Andrew Jones, ricercatore di Noah’s Ark Scans, ha detto a GB News all’inizio di quest’anno che scansioni radar relativamente recenti hanno mostrato cavità parallele sotto la formazione, disposte come i corridoi di una nave. «La cosa interessante è che questi vuoti si allineano sotto terra, e non sono casuali», ha affermato.   Secondo il New York Post, questi «corridoi» conducono a una cavità centrale che Jones chiama «l’atrio».   Inoltre le immagini termiche mostrano uno «scafo a forma di nave ancora conservato in profondità nel terreno», ha detto Jones a GB News. «Abbiamo un team che sta progettando un dispositivo robotico telecomandato che potrebbe scendere all’interno dei fori ed esplorare i tunnel».   Il team di Noah’s Ark Scans ha indicato quella che, a suo dire, è un’ulteriore prova che la formazione a forma di barca segni il luogo di riposo dell’Arca. I campioni di terreno prelevati all’interno della struttura mostrano una quantità di materia organica tre volte superiore e un contenuto di potassio più alto del 38% rispetto all’esterno.   «Questi cambiamenti sono coerenti con il processo di decomposizione del legno», ha affermato il gruppo di ricerca.   La ricerca dell’arca di Noè ha una storia lunga quasi duemila anni. Già lo storico Giuseppe Flavio, nel I secolo, ricordava che i resti dell’imbarcazione erano mostrati in Armenia, e altri autori antichi e medievali, tra cui Marco Polo, ne parlarono come di una meta di pellegrinaggio.   Il monte Ararat, in Turchia orientale, divenne il luogo per eccellenza della tradizione. Nell’Ottocento e nel Novecento si moltiplicarono le spedizioni: nel 1949 e negli anni Sessanta furono organizzate esplorazioni con fotografie aeree, mentre l’esploratore Fernand Navarra sostenne nel 1955 di aver recuperato legno antico dal ghiacciaio.   Negli anni Settanta e Ottanta il sito di Durupınar attirò l’attenzione di Ron Wyatt, che vi vide la forma di uno scafo. Le analisi geologiche hanno però indicato formazioni naturali, e nessuna prova archeologica ha mai confermato il ritrovamento. Nel 2010 un gruppo cristiano cinese-turco annunciò di aver trovato l’arca, ma l’annuncio fu smentito da diversi esperti. Oggi la ricerca continua, mentre gli studiosi ricordano che il racconto biblico è presente anche in altre antiche tradizioni mesopotamiche sul diluvio, come visibile nel poema epico scritta in accadico nella Babilonia del XIX secolo a.C L’epopea di Gilgamescio.  

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Misteri

UFO avvistato sopra Teheran

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Filmati girati a Teheran, capitale iraniana, mostrerebbero un oggetto volante non identificato fermo in cielo sopra la città, dopo le minacce del presidente americano Donald Trump di far esplodere l’intero Paese.

 

Alcuni video diffusi in rete riprendono un velivolo dalla sagoma simile a un pallone da calcio che sorvola l’abitato ad alta quota, con luci colorate intermittenti nella parte inferiore. I filmati condivisi su X hanno superato i milioni di visualizzazioni.

 


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«Non c’è stata alcuna conferma da parte di fonti ufficiali circa la velocità, l’altitudine, la distanza o le dimensioni dell’oggetto», riferisce IndianExpress.com.

 

Sui social si è speculato che gli Stati Uniti abbiano mandato in volo un aereo militare di ultima generazione come operazione psicologica per intimidire Teheran, dopo le parole di Trump del fine settimana: «La mia domanda è: se e quando farò saltare in aria l’intera nazione?».

 

Il presidente ha aggiunto che le alternative sul tavolo sono: «annientare l’Iran, lasciarlo marcire economicamente o raggiungere un accordo».

 

Altri hanno archiviato le ipotesi con un gesto di sufficienza, sostenendo che potrebbe trattarsi di un aquilone, di un drone militare o di più droni insieme.

 

Il filmato arriva a quasi cinquant’anni esatti da un altro avvistamento aereo registrato a Teheran nel settembre 1976. Allora l’Iran, ancora sotto lo scià, fece decollare due F-4 per verificare; uno dei due perse strumentazione e radio quando si trovò a circa 40 chilometri dall’oggetto.

 

Mentre il secondo caccia indagava, un piccolo corpo sferico si sarebbe staccato dall’oggetto principale e si sarebbe diretto verso l’aereo. Quando l’F-4 tentò di fare fuoco, armi e strumenti di bordo smisero di funzionare. Entrambi i velivoli rientrarono illesi alla base.

 

Le luci ricordano quelli dell’ondata di avvistamenti nel Nuovo Jersey dell’autunno 2024, in piena stagione elettorale, quando enormi oggetti furono registrati dai civili.

 

All’epoca le ipotesi si sprecarono: una di esse insisteva sulla possibilità che le macchine volanti fossero droni avanzati americani, forse alla cerca di materiale radioattivo (una bomba sporca?) che sarebbe stato fatto detonare possibilmente da una potenza straniera per manipolare le elezioni americane.

 

Un’altra teoria sosteneva che fossero mezzi iraniani partiti da una nave-madre al largo della costa atlantica.

 

Trump promise che una volta eletto avrebbe risolto il mistero, della cui verità celata, ammiccava, era a conoscenza.

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Misteri

Storie misconosciute dell’11 settembre

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C’è una storia che pochi conoscono sull’11 settembre, ma che è molto istruttiva. Ricorda un’altra vicenda misconosciuta della quale su Renovatio 21 vi abbiamo parlato, quella dei dirottamento fallito del quinto aereo, del quale ufficialmente si sa pochissimo. Poi, vi sono altre storie ancora più misconosciute, che sono, però, in grado di porre domande definitive sul massacro di quel giorno.   Il 1° agosto 2001 James Woods è in prima classe su un volo Boston-Los Angeles. Oltre a lui, nello scompartimento ci sono solo quattro uomini, ben vestiti, di aspetto mediorientale, che viaggiano insieme. Non mangiano, non bevono, non dormono, non leggono. Parlano a bassa voce. Restano dritti nei sedili. Woods, attore abituato a osservare i volti, prova un disagio netto.   Non è un profiling razzista: è il dettaglio che non torna. Va dall’assistente di volo e dice, con la consapevolezza di quanto pesi quella parola a bordo: «penso che questo aereo verrà dirottato», avrebbe detto l’attore di C’era una volta in America, Videodrome e Casino alla hostess. Il divo chiede di parlare con i piloti. Il primo ufficiale lo rassicura: la porta della cabina resterà chiusa. L’aereo atterra. L’equipaggio, secondo i resoconti successivi, segnala il fatto alla FAA. Non succede nulla di particolare.   Quella segnalazione è il cuore della storia, e anche il punto in cui la leggenda la distorce. Woods non chiama l’FBI un mese prima dell’11 settembre. Lo dirà lui stesso al giornalista TV Bill O’Reilly nel febbraio 2002, per correggere i giornali: «non ho denunciato questo all’FBI prima dell’11 settembre». La sera degli attacchi, a casa, un amico gli rammenta il volo di agosto. Woods ci ha pensato tutto il giorno. Il 12 settembre chiama l’ufficio federale. Il 13 gli agenti sono sotto casa Woods alle sei del mattino. «Siamo l’FBI», gli dicono quando chiede come abbiano fatto a trovare l’indirizzo.   Woods crede di riconoscere due volti tra i 19 dirottatori: Hamza al-Ghamdi, sul volo United 175 che colpì la Torre Sud, e Khalid al-Mihdhar, sull’American 77 diretto al Pentagono. Dice di aver saputo, non dall’FBI ma da una fonte informale di livello più alto, che tutti e quattro gli uomini di quella prima classe erano coinvolti e che il volo era una prova. Un funzionario federale intervistato dal New Yorker nel 2002 è più cauto: l’ufficio ha indagato il racconto, ma non ha trovato prove che quei dirottatori fossero proprio su quel volo. Resta il fatto, confermato da più inchieste, che nei mesi precedenti alcuni hijacker fecero voli di ricognizione, anche da Boston.

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La storia di Woods apre a una problematica profonda. Un passeggero vede un comportamento anomalo, lo dice a chi di dovere in volo, la segnalazione sale almeno fino alla FAA, e il sistema pre-11 settembre non ha gli strumenti, o la volontà, per trattare un sospetto «tenue» come un pericolo reale. Dopo le Torri, tutto diventa ovvio. Prima, quattro uomini silenziosi in prima classe erano solo quattro uomini silenziosi. Woods aveva visto qualcosa. Lo Stato, quel giorno di agosto, non sapeva ancora come guardare.   O forse non voleva guardare: molto si è scritto su come le agenzie americane ne avessero prescienza: sapevano del fatto che i terroristi erano sul suolo americano. Forse lo sapeva la CIA e non l’aveva detto all’FBI. Forse lo sapeva anche all’FBI. Compaiono strani legami con personaggi e persino funzionari diplomatici sauditi.   Innanzitutto, Fahad al-Thumairy, un imam e funzionario del ministero degli Affari islamici, accreditato al consolato di Los Angeles: fonti FBI indicano che ricevette i due dirottatori all’arrivo e li mise in contatto con il misterioso Omar al-Bayoumi. Il religioso ha detto di non ricordarli.   Il Bayoumi accolse i terroristi a Los Angeles, e li aiutò a trovare un appartamento a San Diego, firmò come garante del contratto, li introdusse nella comunità. Per anni si presentò come studente. Documenti FBI declassificati (memo del 2017) lo descrivono invece come cooptee dei servizi sauditi (GIP), pagato con uno stipendio mensile veicolato tramite l’ambasciata e il canale dell’allora ambasciatore principe Bandar bin Sultan al Saud, detto anche «Bandar Bush» per la sua prossimità con il casato presidenziale texano. In seguito Bandar sarebbe divenuto capo dell’Intelligence saudita.   Il compito dichiarato del Bayoumi, secondo l’FBI, era raccogliere informazioni sulla comunità saudita e riferire a Bandar. Riad continua a negare che fosse un agente. Bayoumi, nei primi mesi del 2000, telefonò decine di volte a consolato, ambasciata e missione culturale saudita.   La moglie di Bandar, principessa Haifa bint Faisal, inviò per anni assegni mensili (in genere circa 2.000 dollari) alla moglie di Osama Bassnan, che viveva vicino ai futuri dirotattori, presentati come aiuto medico. Secono un informatore FBI, dopo gli attentati il Bassnan vantò di aver fatto «più di Bayoumi» per loro.   In casa Bassnan l’FBI trovò assegni per circa 74.000 dollari. Almeno un assegno da 15.000 dollari partì dal conto dello stesso Bandar. Parte di quegli assegni fu girata alla moglie di Bayoumi. I sauditi parlano di beneficenza inconsapevole: domanda di aiuto all’ambasciata, prassi reale nel mondo saudita. I critici notano la tempistica (i pagamenti coincidono con l’arrivo e il soggiorno dei due dirottatori) e il fatto che i beneficiari erano proprio chi li stava sistemando.   Le «28 pagine» dell’inchiesta congressuale del 2002, declassificate nel 2016, aggiungono un altro dettaglio: nella rubrica di Abu Zubaydah compariva un numero non in elenco di una società che gestiva la proprietà di Bandar ad Aspen. È un collegamento indiretto, non una prova di comando.   Il sospetto è che, tuttavia, anche altri governi potrebbero essere coinvolti nel mega-attentato. Compresi gli stessi Stati Uniti.   Gli USA ha fatto una «scelta deliberata» per «contribuire a creare» gli stessi estremisti che hanno ideato e realizzato il più grande attacco su suolo americano, la distruzione delle Torri gemelle di Nuova York, di parte del Pentagono e di quattro aerei di linea. A sostenerlo è stato tre anni Peter Kuznick, professore di storia all’Università americana.   «Sapevamo esattamente chi erano queste persone e come erano le loro organizzazioni», ha detto il coautore del libro Untold History of the United States («storia non detta degli Stati Uniti»). «Gli Stati Uniti hanno contribuito ad addestrare, reclutare, armare ed educare gli estremisti islamici che poi avrebbero agito contro gli Stati Uniti l’11 settembre», ha affermato il professor Kuznick.

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Gli Stati Uniti credevano che gli attacchi dell’11 settembre fossero stati pianificati dal leader di Al Qaeda Osama bin Laden, che all’epoca si trovava in Afghanistan sotto la protezione dei talebani, al potere dal 1996. È un fatto ben documentato che Washington ha finanziato Maktab al-Khidamat, il precursore di Al Qaeda, fondata, tra gli altri, da Osama bin Laden e Ayman al-Zawahiri.   Come riportato da Renovatio 21, Ayman al-Zawahiri, medico già leader dei Fratelli Musulmani in Egitto, è stato successivamente ucciso da un attacco di droni statunitensi a Kabul, in Afghanistan, nel 2022.   Per quanto riguarda materialmente gli attacchi dell’11 settembre, è divenuto chiaro, da vari incartamenti tribunalizi emersi di recente, che quantomeno la CIA ha mentito su quel che si sapeva, lasciando agenti sauditi liberi di entrare ed operare in territorio americano.   Trump aveva promesso di desecretare i segreti sull’11 settembre, assieme a quelli su John Kennedy, Bob Kennedy e Martin Luther Kingo. Non abbiamo visto nulla: soprattutto, non abbiamo visto i file su Epstein, almeno non nella loro totalità.   In un podcast recente, il giornalista Tucker Carlson – a cui, si sospetta, Trump avrebbe detto anni fa che è stata la CIA ad uccidere JFK – lamentando il tradimento di Trump ha suggerito velatamente che Epstein potrebbe avere a che fare con l’11 settembre: il riferimento è alle giocate di borsa contro le linee aeree coinvolte e su industrie di armi, manovre che chiaramente mostravano una precognizione della catastrofe.   Ricordiamo anche come Trump nelle ore successive al disastro andava in giro a dire a TV e giornali che era impossibile che le due torri fossero venute giù perché colpite da aerei – concetto che ribadiva spiegando che lui stesso è un costruttore di grattacieli…   È passato un quarto di secolo, e osserviamo come l’idea che possa essersi trattato di una demolizione deliberata, un tempo pensiero etichettato come allucinato e complottista, oramai abbia quasi raggiunto il mainstream. Sempre nel programma del Carlson, è intervenuto nell’ultimo anno Curt Weldon, un personaggio significativo tra chi vuol far luce nella vicenda.   Weldon è stato deputato repubblicano della Pennsylvania per vent’anni (1987-2007), nonché vicepresidente della Commissione Armed Services e della Commissione Homeland Security della Camera. È il politico che nel 2005 ha portato in aula Able Danger: il programma militare di data mining che, secondo lui e alcuni ufficiali coinvolti, aveva identificato Mohamed Atta e una cellula di al-Qaeda a New York più di un anno prima dell’11 settembre, e che non poté passare i dati all’FBI per ostacoli legali e burocratici.

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La Commissione 11 settembre e poi il Pentagono e il Senato hanno smentito che Able Danger avesse identificato Atta prima degli attentati. Weldon ripete le sue accuse nel libro appena pubblicato Able Danger: What the 9/11 Commission Never Told You.   Il 16 ottobre 2006, tre settimane prima delle elezioni di midterm, l’FBI perquisì la casa di Karen Weldon a Filadelfia, quella del socio Charles Sexton, gli uffici della loro società Solutions North America e altri indirizzi in Pennsylvania e Florida (tra cui Itera, società energetica russa). L’inchiesta riguardava se Weldon avesse usato la carica per procurare alla figlia e all’ex responsabile della raccolta fondi contratti di lobbying da circa un milione di dollari (clienti russi e un imprenditore serbo legato al presidente serbo Slodoban Milosevic). Weldon e la figlia non furono mai incriminati. Una lobbyista collegata, Cecilia Grimes, fu poi accusata di aver distrutto prove. Weldon perse il seggio a favore dello sconosciuto Joe Sestak.   Weldon ha sempre detto che il raid era politico: timing elettorale, fuga di notizie, perquisizioni spettacolari senza poi capi d’accusa. In interviste recenti (anche da Tucker Carlson) sostiene che fosse una ritorsione per Able Danger e per aver accusato l’amministrazione di aver ignorato Intelligence pre-11 settembre. Non accadde nulla: nessuna conseguenza, se non l’esclusione dall’arena politica, dove l’ex pompiere Weldon era determinato a trovare la verità sui 300 colleghi morti.   Lo Weldon ha ricordato un particolare importante, espresso in chiarezza da un documento pubblico: le registrazioni radio del dipartimento dei vigili del fuoco di Nuova York (FDNY) del battaglione 7, in particolare il Battalion Chief Orio Palmer nella Torre Sud.   Secondo quanto ricostruito, il Palmer entra nella South Tower, ripara un ascensore, sale al 40° piano e in radio dice che è lì e che salgono le scale. Ogni tanto aggiorna: 50°, 60°, tutto sotto controllo. Arriva al 78°, piano dell’impatto, esce dalla torre scale e dice, in sostanza: siamo al piano dell’impatto, ci sono due focolai e li possiamo gestire («Ci sono due incendi e li possiamo gestire»). Poco dopo la torre crolla. Lo Weldon sottolinea che Palmer non parla di un incendio incontrollabile né di un edificio in procinto di crollare. Quelle voci esistono. Nel 2002 il New York Times le descrisse dopo il ritrovamento del nastro (circa 78 minuti) a 5 World Trade Center: Palmer e Ladder 15 sul 78°, feriti da evacuare, nessuna traccia che i pompieri capissero che la torre stava per cadere. Furono rese pubbliche dopo una causa FOIA del Times, nel 2005. Weldon lo usa per dire che il racconto ufficiale sul collasso non torna con quello che i vigili vedevano dal piano colpito.   È, sotto sotto, la teoria degli esplosivi nascosti nei palazzi che sarebbero stati fatti esplodere, come in una demolizione controllata, subito dopo l’impatto degli aerei. La stessa teoria che sembra l’unica a poter spiegare il famigerato crollo della torre 7, il palazzo che non era stato colpito da alcun aereo, ma che all’interno aveva tanti uffici significativi tra cui un ufficio clandestino della CIA, uno dell’IRS (il fisco USA), la SEC (cioè la CONSOB americana), il Secret Service (cioè l’agenzia che protegge il presidente) e pure l’ufficio emergenze del sindaco di Nuova York, a quel tempo Rudy Giuliani.

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Un’altra storia che oramai vediamo sdoganata negli USA è quella degli «israeliani danzanti», una storia anche quella proibita in questi decenni.   L’11 settembre 2001, dal Nuovo Jersey, una testimone di nome Maria vide tre uomini sul tetto di un furgone bianco nel parcheggio dei Doric Towers a Union City. Di fronte, le Torri Gemelle in fiamme. Lei disse all’FBI che sembravano allegri: sorrisi, abbracci, high five, foto con lo skyline che bruciava. Non disse che ballavano. Il soprannome «israeliani danzanti» arrivò dopo. I rapporti FBI li chiamano piuttosto «High Fivers».   I cinque erano cittadini israeliani e lavoravano per Urban Moving Systems di Weehawken, società di traslochi del connazionale Dominik Suter. Il furgone fu fermato nel pomeriggio sulla Route 3, vicino a Giants Stadium. In macchina: passaporti (uno tedesco), circa 4.700 dollari in un calzino, taglierini da scatole, biglietti aerei. Uno di essi disse ai poliziotti: «siamo israeliani. Non siamo il vostro problema. I palestinesi sono il problema».   Un altro lasciò gli Stati Uniti dopo un colloquio FBI. Lo studio aveva molti computer per una ditta piccola; alcuni lo dipinsero come un front, una copertura del Mossad. Forward e ABC riportarono che almeno due dei cinque comparivano in banche dati come legati ai servizi israeliani: si tratta di segnalazioni grezze, non di prove chiuse.   Restarono in carcere circa 71 giorni, tra i centinaia di fermati per visti dopo l’attacco. Firma di espulsione per irregolarità immigratorie, poi Israele. L’FBI, in un memo interno del 24 settembre 2001, scrisse che Newark e Nuova York non avevano trovato «conoscenza preventiva» dell’attacco né attività di intelligence clandestina in corso.   Tornarono in patria e furono invitati ad uno show TV israeliano stile David Letterman.     È solo una delle tante altre storie che si possono raccontare, altre sono ancora più incredibili.   La storia finisce qui solo se permettiamo ai padroni della narrazione di farla finire. Perché, come il COVID, l’11 settembre è stata un’operazione di successo: una manipolazione psicologica globale immensa, un trauma portato all’intera Civiltà – probabilmente, non dal solo Osama Bin Laden, ma di figure ben più potenti e crudeli, che odiano la Civiltà più di quanto non la odino i fondamentalisti, che altro non sono che strumenti di questa guerra occulta.

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