Arte
Giapponese incarcerato per aver pubblicato spoiler di un film
Un tribunale di Tokyo ha appena condannato un uomo al carcere per aver scritto recensioni cinematografiche eccessivamente dettagliate.
Il tribunale distrettuale di Tokyo ha condannato Wataru Takeuchi, 39 anni, per violazione del diritto d’autore, infliggendogli una pena detentiva di 18 mesi e una multa di 1 milione di yen (5.370,62 euro).
La sua colpa consisteva nel gestire un sito web che pubblicava recensioni dettagliate e ricche di spoiler su film e serie popolari. Due articoli in particolare hanno dato origine alla causa: uno su Godzilla Minus One e un altro sull’adattamento anime di Overlord.
Toho e Kadokawa Shoten hanno intentato causa congiuntamente tramite la Content Overseas Distribution Association, nota come CODA. La legge giapponese violata dal Takeuchi vieta di creare «una nuova opera apportando modifiche creative all’originale pur preservandone le caratteristiche essenziali».
Ciò che viene considerato come preservazione delle «caratteristiche essenziali» è esattamente quel tipo di criterio vago che concede ai pubblici ministeri un’ampia discrezionalità nel decidere quali scrittori incriminare e quali no.
Il Takeuchi non ha nemmeno scritto personalmente i post incriminati. Si limitava ad amministrare il sito. E questo è bastato per meritarsi il carcere.
Sostieni Renovatio 21
La tesi della CODA si fonda su una teoria ampia. L’organizzazione sostiene che la combinazione di dialoghi trascritti, descrizioni delle scene e immagini stampa crei qualcosa di funzionalmente equivalente alla visione del film, e che ciò scoraggi gli spettatori paganti.
«Numerosi siti web che estraggono testo da film e altri contenuti sono stati identificati e sono considerati problematici come i cosiddetti “siti spoiler”», ha affermato CODA. «Sebbene queste azioni tendano a essere percepite come meno gravi rispetto ai siti pirata o ai caricamenti illegali che caricano direttamente il contenuto, si tratta di chiare violazioni del copyright che vanno oltre l’ambito del fair use e costituiscono reati gravi».
CODA riconosce l’esistenza del fair use, ma definisce qualsiasi descrizione sufficientemente esaustiva come non rientrante in tale ambito. Il confine tra commento legittimo e violazione del diritto d’autore diventa quindi una questione di discrezionalità, decisa dai titolari dei diritti e dai pubblici ministeri dopo la pubblicazione, con la reclusione come pena.
Il sito di Takeuchi generava profitti. Questo sembra aver giocato un ruolo determinante nel procedimento giudiziario. Nel 2023, le entrate pubblicitarie avrebbero raggiunto i 38 milioni di yen (239.254,04 dollari). La monetizzazione è l’arma che le forze dell’ordine preposte alla tutela del diritto d’autore adorano, perché elimina qualsiasi pretesa che l’autore si dedicasse all’opera per il puro piacere di farlo. Ma la logica sottostante va ben oltre quanto chiunque sia coinvolto sembri disposto ad ammettere.
La maggior parte del giornalismo d’intrattenimento professionale pubblica annunci pubblicitari. La maggior parte delle recensioni e dei riassunti descrivono la trama. La questione non è se il sito di Takeuchi fosse di buon gusto, ma se lo Stato giapponese debba decidere quanta descrizione sia eccessiva e poi incarcerare chi sbaglia.
L’effetto agghiacciante è inevitabile. Ogni giornalista di spettacolo in Giappone ora deve indovinare dove si trovi il confine tra una copertura mediatica accettabile e una condanna a 18 mesi. Il confine non è stabilito dalla legge. È stabilito dal CODA, dagli studi cinematografici, dal pubblico ministero che si occuperà del prossimo caso. I giornalisti che possono permettersi un avvocato andranno sul sicuro. Quelli che non possono, smetteranno di scrivere o spereranno che nessuno se ne accorga.
La CODA ha chiarito che non si tratta di un caso isolato. L’organizzazione ha affermato di voler «impegnarsi per la corretta tutela del diritto d’autore e attuare misure efficaci contro siti web simili».
La condanna del Takeuchi dovrebbe far discutere anche in Italia: è possibile portare in Parlamento un disegno di legge contro gli spoiler? Se non ne sentite l’esigenza è perchém a differenza di chi scrive, nella vostra vita non c’è stata una ragazza che vi ha snocciolato il colpo di scena del film Sesto Senso (1999) prima che lo vedeste.
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Arte
Wim Wenders ritira un film di 50 anni fa: compariva Nastassja Kinski nuda a 13 anni
Sostieni Renovatio 21
Aiuta Renovatio 21
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Arte
Renovatio 21 saluta Zeudi Araya
Nel cinema italiano anni Settanta, segnato indelebilmente da preziose e autentiche icone femminili, ve ne è una esotica che ha saputo conquistare il pubblico con un’aura magnetica di raro splendore. Zeudi Araya — il suo nome in lingua tigrina significa «Corona regale» — nata in Eritrea, è figlia di un uomo politico e nipote di un ambasciatore etiope a Roma.
Il suo fascino ha bucato il grande schermo, conquistando i favori del pubblico e il cuore di molti spettatori; è stata protagonista di quel decennio cinematografico sotto la guida di registi quali Luigi Scattini, Sergio Corbucci e Domenico Paolella, solo per citarne alcuni.
Esordisce in uno spot pubblicitario di una nota marca di caffè e da lì passa direttamente al cinema, diventando rapidamente il simbolo di un’eleganza esotica, sensuale e misteriosa. Come musa indiscussa dei cineasti del tempo ha saputo scardinare i cliché dei film di genere, imponendosi non solo per l’avvenenza straordinaria, ma per una presenza scenica fiera e magnetica.
Sostieni Renovatio 21
Tuttavia la sua parabola artistica non si è fermata davanti alla macchina da presa. Con intelligenza e determinazione, Zeudi Araya ha saputo reinventarsi produttrice cinematografica, grazie anche agli insegnamenti ddi suo marito, Franco Cristaldi, uno dei produttori più influenti e potenti del nostro cinema.
I tratti del suo volto così universale, e al contempo dolce e ammiccante, ricordano quelli della bella abissina cantata nel noto brano coloniale, con un’accezione di inclusività e di integrazione. Zeudi ne è un fulgido esempio, diventando una starlette del nostro cinema decenni dopo la caduta del fascismo. In questo breve scritto cerchiamo di tracciare la carriera di questa attrice che tanto ha lasciato alle nostre produzioni, non solo con il suo indiscutibile fascino, ma anche col suo talento.
La filmografia della diva eritrea è concentrata negli anni Settanta. Ripercorriamo alcuni suoi lavori più significativi di quell’epoca d’oro del nostro cinema dove il «politicamente corretto», che oggi fa da cappa a molti progetti, era ben lontano da venire. La bellezza femminile era valorizzata, ostentata, evidenziata e narrata spesso senza veli, così da poter ammirare le sinuose forme armoniche di meravigliosi corpi.
La ragazza dalla pelle di luna del 1972 di Luigi Scattini è forse il suo film più iconico, dove interpreta una ragazza esotica che risponde al nome di Simoa.
Aiuta Renovatio 21
L’anno successivo, sempre sotto la direzione di Luigi Scattini, gira La ragazza fuoristrada, che ha meno impatto del precedente pur rimanendo una pellicola di buona fattura con un cast d’eccezione: Luc Merenda, Martine Brochard e lo stesso Rossi Stuart. Il regista stesso racconta:
«La ragazza fuoristrada fu il secondo film di Zeudi Araya. Iniziammo le riprese circa dieci mesi dopo La ragazza dalla pelle di luna, sulle ali del successo del primo film. Dovevamo trovare un sottomano adatto a Zeudi, data la sua origine. La storia venne in mente a me e fu sceneggiata poi da Leo Chiosso e Gustavo Palazio: trattava di una splendida ragazza di colore che viveva tra la sua gente, nella sua terra e che decideva poi di seguire in Italia l’uomo di cui si era innamorata. Ma la provincia italiana non era ancora pronta ad affrontare questa “diversità” e Zeudi, con la sua presenza, era sicuramente un elemento destabilizzante che arrivava a sconvolgere un’intera società» .
Le musiche del Maestro Piero Umiliani impreziosiscono la narrazione e l’Araya la possiamo ascoltare anche nel ruolo di cantante in due brani: Oltre l’acqua del fiume e Maryam. Nel 1974 si conclude la trilogia tra Scattini e l’Araya con il film Il corpo, con protagonista maschile Enrico Maria Salerno e Leonard Mann.
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Sempre nel 1974, nel film La preda — produzione italo-colombiana di Domenico Paolella — la vediamo al fianco di Renzo Montagnani, che racconterà al Corriere della Sera: «Il film è una struggente storia d’amore. Il titolo è significativo perché rispecchia la situazione della donna che vive da quelle parti. La protagonista è una ragazza che, essendo molto più bella delle altre, diventa di conseguenza “la preda” più ambita. Zeudi è favolosa. Ha un fascino magnetico che non è possibile descrivere e, inoltre, è anche una disciplinata professionista. Con lei mi sono trovato magnificamente».
Aiuta Renovatio 21
Nel 1976 passa agli ordini del regista Sergio Corbucci nel film Il signor Robinson, mostruosa storia d’amore e d’avventure al fianco di Paolo Villaggio. Un lavoro dove l’eco del ragionier Fantozzi è vivido, ma Villaggio interpreta un borghesotto naufragato su un’isola deserta che spera di potersi affrancare dalla schiavitù del consumismo, complice la bellezza incontaminata di Venerdì, interpretata proprio dalla Araya. Si tratta di un’altra pellicola prodotta dalla Vides di Franco Cristaldi, un deus ex machina di gran parte di quel cinema che corre tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Novanta.
Iscriviti al canale Telegram ![]()
Proprio l’incontro con Cristaldi segnerà una svolta totale, tanto nella sua carriera quanto nella sua vita privata. La loro storia d’amore ha riempito per anni le pagine dei rotocalchi dell’epoca: «Cristaldi stregato dalla ragazza dalla pelle di luna». Nel 1975 Zeudi Araya prende il posto di Claudia Cardinale nel cuore del produttore, il quale viveva la sua professione attorniato da attrici assetate di successo. Al Cristaldi erano stati attribuiti numerosi flirt, ma la splendida attrice eritrea seppe conquistare il suo cuore in profondità.
Il loro primo vero approccio avvenne al Beverly Hills Hotel di Hollywood. Franco Cristaldi si trovava lì per il successo di Amarcord agli Oscar e, trovandola sola, la invitò a cena. Zeudi racconta così quel momento:
«Era con Claudia Cardinale: l’ho conosciuto una sera a casa di amici: una presentazione, un saluto, nulla di più. Stavo lavorando troppo, era morto mio padre ed avevo bisogno di staccare la spina per un attimo. Decisi di punto in bianco di andare a Los Angeles. Un mese e mezzo dopo rincontrai Franco. Mi sorrise e mi disse: “Ho due biglietti per la serata degli Oscar: vuole farmi compagnia?”. Era il ’75. Fu esaltante in mezzo a tutte quelle stelle. Ero con quelli che avevano vinto ed era come se avessi vinto anch’io. Mi lasciai travolgere. Il giorno dopo mi chiese di accompagnarlo a San Francisco. Accettai sull’onda dell’entusiasmo: solo allora incominciammo a darci del tu. Mi riempì di rose rosse e di telefonate. Fu quasi imbarazzante. Era sposato: pensavo che fosse tutto finito. Un’avventura inattesa, vissuta nella stordente euforia di un Oscar. Glielo dissi: “Meglio fermarci qui: io sono libera, tu no”. Si mise a ridere. Non c’era più la Cardinale accanto a lui. Per settimane i giornali italiani non avevano parlato d’altro. Partimmo per un giro del mondo: India, Nepal, Thailandia, Indonesia, America. Stare insieme per tutti quei giorni sarebbe stata la prova del fuoco. Io ero una ”bambina” di 22 anni, ribelle, ottimista, che si crogiolava nella sua indipendenza…».
Cristaldi voleva subito convivere, ma lei fu prudente. «Gli dissi di no. Ho resistito per quattro anni nella mia casa di via Puccini, vicino a Villa Borghese. Mi sono trasferita solo quando sono stata operata di appendice, per la convalescenza. Passarono altri quattro anni. Poi un giorno decidemmo: ci sposammo nella chiesetta di Ulignano, vicino a Volterra, in quella che chiamavamo «La casa degli amici» dove venivano a trovarci tutti quelli del cinema, da Rosi a Magni, da Fellini a Sordi, da Leone alla Vitti. Stavamo bene là, tutti insieme: era come un albergo felice.»
L’unione tra i due divenne fortissima, tanto che il desiderio di diventare genitori irruppe nelle loro vite in maniera prorompente.
«Ci provavamo già da qualche tempo. E non ci riuscimmo per undici lunghissimi anni. Era il nostro cruccio. Mi sono sottoposta a tutto: specialisti, visite, esami anche dolorosissimi. Un calvario. Poi, improvvisamente, quando ormai non ci credevamo più, il miracolo. L’ho partorita al sesto mese, ho avuto le doglie, sono stata madre almeno per un attimo. Franco è come impazzito. Su e giù per la sala operatoria, piangeva… Mi prendeva la mano e mi sussurrava tra le lacrime: “Ci riproveremo, adesso sappiamo di essere capaci, la vita è in debito con te”…. Ma due settimane dopo arriva l’infarto e io ero come in letargo, volevo morire, ma dovevo reagire per lui. Dall’ospedale tornò a casa pieno d’ottimismo. Un mese dopo decise di farsi operare a Montecarlo. Era il primo passo della ricostruzione. Tutto era andato bene, avevo già dato le mance alle infermiere, l’autista era pronto per portarci a Volterra, ma la sera prima della partenza il disastro…».
Una storia d’amore profonda, interrotta bruscamente dalla morte del produttore nel 1992, che ha dato all’Araya una famiglia, il cinema e la popolarità.
Per comprendere appieno l’inizio e l’evoluzione di questa incredibile traiettoria, vale la pena rileggere un’intervista che Zeudi rilasciò nel 1999 al critico cinematografico Fabio Melelli, contenuta nel saggio Storie del cinema italiano (Morlacchi Editore). «Io sono venuta in Italia dopo essere stata eletta Miss Eritrea. Avevo appena sedici anni, tanto che dovetti mentire fingendo di averne compiuti diciotto. Quindi nel passaporto ho due anni in più di quelli che ho realmente. Non è che mi importi tanto. Sono venuta in Italia, a Roma, una città dalla quale sono rimasta subito molto affascinata, e proprio in un ristorante romano ho incontrato una persona che mi ha chiesto se avevo delle fotografie: le uniche che avevo erano quelle scattate durante il concorso. Questo signore mi presentò poi a Scattini, il quale appena mi vide disse: “Ecco, è lei la ragazza che cercavo, la ragazza dalla pelle di luna!».
Nella stessa intervista dice che l’italiano «lo parlavo già, perché ho studiato nelle scuole italiane di Asmara. Un ricordo che ora vale davvero tanto.
La parabola di Zeudi Araya rimane un unicum nel panorama cinematografico e culturale italiano. Sebbene la sua attività come attrice si sia concentrata quasi interamente nell’arco di poco più di un decennio, il suo impatto è andato ben oltre l’immagine stereotipata di «venere nera» o di «ragazza dalla pelle di luna» che i media e i registi dell’epoca le avevano cucito addosso. In una stagione cinematografica in cui il corpo femminile era esibito con audace e provocatoria libertà, Zeudi ha saputo infondere nelle sue interpretazioni una dignità e una fierezza che trascendevano il semplice esotismo commerciale dei film di genere.
Rileggere oggi la sua storia e le sue pellicole degli anni Settanta non significa quindi indulgere in una semplice operazione nostalgia, ma riscoprire il percorso umano di una donna che, partita da Asmara quasi per caso, ha saputo scrivere una pagina straordinaria di emancipazione, eleganza e modernità nella storia del costume del nostro Paese.
Grazie, bella abissina!
Francesco Rondolini
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Immagine screenshot da YouTube
Arte
«I like Chopin» per sempre. Renovatio 21 intervista Gazebo
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Sostieni Renovatio 21
Iscriviti al canale Telegram ![]()
Aiuta Renovatio 21
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
-



Stragi2 settimane faCani e droni killer negli ospedali, stupri sistemici, affamati usati come pratica di tiro: chirurgo racconta gli orrori di Gaza
-



Gender2 settimane fa«L’omosessualità è un disturbo mentale»: psichiatra ad un congresso medico
-



Armi biologiche1 settimana faDocumenti desecretati collegano l’epidemia di Lyme al programma statunitense di armi biologiche
-



Stato1 settimana faQuando fuggono i cavalli della Repubblica
-



Misteri7 giorni faIl capo esorcista dell’arcidiocesi di Washington: i demoni si travestono da alieni e UFO. Il cardinale lo licenzia
-



Salute2 settimane faI malori della 22ª settimana 2026
-



Genetica1 settimana faGoogle si appresta a liberare 32 milioni di zanzare infette create tramite AI
-



Persecuzioni1 settimana faIl governo francese accelera l’iter di approvazione di una legge per abolire il segreto confessionale














