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Mons. Viganò: il Grande Reset e la distruzione del tessuto sociale, economico, religioso e culturale italiano

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Renovatio 21 pubblica brani della trascrizione dell’intervista rilasciata da Monsignor Carlo Maria Viganò a Canale Italia il 2 aprile 2022.

 

 

 

 

A partire dal Concilio Vaticano II (1962-1965), le infiltrazioni massoniche in seno alla Chiesa Cattolica sono divenute via via più consistenti. Progressismo e relativismo sono stati impiegati come armi per minare la fedeltà alla Tradizione. L’Arcivescovo Marcel Lefebvre, scomunicato da Giovanni Paolo II nel 1988, aveva dunque intuito che il Cattolicesimo si trovava sull’orlo del baratro? 

 

Certamente. Mons. Lefebvre fu uno dei pochi, pochissimi Prelati che volle denunciare la rivoluzione conciliare, comprendendone l’indole eversiva. E dico “che volle” perché molti altri Presuli compresero che era in atto una vera e propria rivoluzione.

 

Alcuni la videro come un pericolo, altri come una «primavera della Chiesa». Ma tra quanti videro il pericolo, quasi nessuno seppe denunciarlo apertamente.

 

Comprendiamo oggi il merito storico di Mons. Lefebvre nell’essersi ribellato alla linea dettata dal politburo conciliare e aver creato le premesse per un ritorno della Chiesa alla dottrina e alla Santa Messa di sempre. 

 

Si potrebbe considerare la Mafia di San Gallo come una sorta di World Economic Forum ecclesiastico?

 

Se identifichiamo il World Economic Forum come una lobby privata che ha occupato con suoi adepti i posti più importanti delle istituzioni pubbliche nazionali e internazionali, allo scopo di imporre l’agenda globalista contro la volontà dei cittadini, certamente il parallelo con la Mafia di San Gallo è calzante.

 

 

Anche questa conventicola di cospiratori ha messo nella Curia Romana e negli organi periferici della Chiesa i propri agenti, così come ha imposto l’agenda conciliare contro la volontà dei fedeli. Ma come non c’è solo in World Economic Forum in ambito pubblico, così non c’è solo la Mafia di San Gallo in ambito ecclesiastico. 

 

Ci troviamo di fronte ad un colpo di Stato globale, che coinvolge tanto la società civile quanto la Chiesa. Entrambe sono infiltrate e controllate da personaggi che usano il proprio potere e l’autorità che ne deriva, non per le finalità delle istituzioni che governano, ma per distruggerle.

 

Questa crisi dell’autorità va denunciata, perché l’azione di chi è giunto ai vertici delle Nazioni e della Chiesa costituisce un atto eversivo e criminale.  

 

Antonio Socci, nel suo saggio Non è Francesco sostiene che, sotto il profilo del diritto canonico, l’elezione di Francesco al Soglio pontificio non si sia svolta in maniera regolare e che il Conclave del 2013 sia illegittimo. Qual è la Sua opinione in proposito?

 

Le ricostruzioni di Antonio Socci riprendono indiscrezioni di Elisabetta Piqué, molto vicina a Bergoglio, e di Austin Ivereigh: esse sembrano verosimili, anche se non supportate da prove inequivocabili. Ma allo stesso tempo non sono state mai smentite dalla Santa Sede, e questo ha fatto sì che le speculazioni sulla Rinuncia di Benedetto XVI e sulle manovre della Mafia di San Gallo al Conclave si moltiplicassero, creando sgomento, confusione e divisione tra i fedeli. 

 

Se pensiamo agli interventi del Vaticano su un’infinità di temi, desta sconcerto il suo silenzio su un tema così importante. Ancor maggiore è lo sconcerto dinanzi al silenzio dei Cardinali che hanno partecipato a quel Conclave. Alcuni si appellano al segreto pontificio, ma in presenza di un’eventuale infrazione alle norme previste dalla Costituzione Apostolica, che renderebbe invalida l’elezione del Pontefice, non c’è nessuna giustificazione a questo prolungato silenzio. 

 

(…)

 

Prima o poi la verità emergerà e il gravissimo danno recato alla Chiesa dovrà essere denunciato e riparato.

 

La Chiesa Cattolica, già da tempo avviata all’ecumenismo, e in linea con le logiche di omologazione propugnate dalle oligarchie mondialiste, sembrerebbe oggi puntare a una religione unica, alla creazione di un sincretismo che mescoli dottrine monoteiste e credenze di matrice pagana, come il culto andino della Pachamama: si tratta di un’operazione omicida o di un gesto suicida?

 

Entrambe le cose. Da un lato, la parte corrotta della Gerarchia – che chiamo per brevità deep church – essendo asservita a Satana odia la Chiesa in quanto Corpo Mistico di Cristo e intende ucciderla come ha fatto con il suo Capo. Ma sappiamo che come Cristo è risorto, così risorgerà anche il Suo Corpo Mistico, dopo la sua passione. Quindi sì: chi serve il Diavolo compie un’operazione omicida, per quanto folle e destinata al fallimento. 

 

Dall’altro lato, la porzione sana della Gerarchia è in massima parte composta da Vescovi e chierici che accettano comunque le premesse ideologiche dell’apostasia presente, poiché accettano il Concilio e la nuova liturgia che ne veicola gli errori alle masse. Costoro non vogliono che la Chiesa soccomba: si illudono, contro ogni evidenza e dopo ormai sessant’anni di fallimenti, che il Concilio sia stato male interpretato, che la nuova Messa sia celebrata male ma che si possa tornare a una certa dignità nella liturgia, che l’ecumenismo vada bene giusto con gli Ortodossi ma non con gli idolatri. Ma se non si convincono che la crisi è iniziata con il Vaticano II, se non capiscono che è stato il Concilio a provocare questo disastro, e che per porvi rimedio occorre tornare alla fede, alla morale e alla liturgia di prima del Concilio, sono inconsapevolmente parte del problema.

 

Costoro, pur con tutte le migliori intenzioni, rappresentano quella parte di moderati che, dinanzi ad un attacco sferrato su tutti i fronti, se non combattono costituiscono un ostacolo alla soluzione della crisi. Il loro appoggio al Concilio e alla mentalità secolarizzata della deep church rende il loro gesto certamente suicida. 

 

Bergoglio ha commissariato gli ordini più tradizionalisti: i Francescani dell’Immacolata, gli Araldi del Vangelo, le Piccole Suore di Maria Madre del Redentore. È forse allergico alle vocazioni autentiche oppure i beni di queste congregazioni fanno gola a qualcuno?

 

In un momento in cui la Chiesa subisce la drastica riduzione delle offerte e delle donazioni dei fedeli a causa della crisi economica provocata dalla psicopandemia, dalla chiusura delle chiese, dal disgusto di molti Cattolici per l’operato di Bergoglio e dei Vescovi, è evidente che ragranellare un po’ di soldi e beni immobili fa comodo alle disastrate casse vaticane. 

 

Ma il vero motivo, quello che muove ogni azione della chiesa bergogliana, è l’odio implacabile per la Tradizione, di cui gli ordini contemplativi e quelli conservatori sono eloquente manifestazione.

 

Immaginatevi la rabbia di questi modernisti che, mentre si estinguono le comunità più progressiste e scompaiono gli Ordini religiosi nella crisi delle vocazioni e degli abbandoni, vedono rifiorire Monasteri e Istituti in cui c’è disciplina, fedeltà alla Regola del Fondatore, vera povertà, penitenza, spirito di raccoglimento e Liturgia tridentina.

 

Tutto questo rende evidente il loro fallimento e quindi va eliminato, perché non si veda che la Tradizione ha molto più seguito (e ne avrebbe enormemente di più, se non fosse sistematicamente boicottata) rispetto alla religione postconciliare, con i suoi preti senza talare, le sue suore senza velo, i suoi religiosi che non pregano, le sue chiese vuote. 

 

Nella mente di Bergoglio meritano la sua approvazione solo le vocazioni moderniste, inclusive, volte alle periferie esistenziali, fatte di nulla dottrinale, di vuoto morale, di triti slogan umanitari. Appena una vocazione dimostra anche solo vaghi cenni di essere genuinamente cattolica, animata dal desiderio di dare gloria a Dio e di salvare le anime, ecco che diventa espressione di clericalismo, di intolleranza, di integralismo, di rigidità… con tutto il repertorio bergogliano di vocaboli più o meno offensivi che fa parte delle tecniche di criminalizzazione dell’avversario già sperimentate con successo sin dal Concilio. 

 

Papa Francesco ha inneggiato al multiculturalismo, all’ecologismo, all’immigrazione, ha ricevuto in Vaticano Soros e Bill Gates, ha vestito i panni del promotore di sieri genici sperimentali. Si potrebbe ipotizzare una correlazione fra il suo operato e la formazione da gesuita?

 

Se ci si limitasse a «ipotizzare» questa correlazione si mostrerebbe quantomeno ingenuità e sprovvedutezza. La Compagnia di Gesù, che fu tra gli Ordini più importanti nella Chiesa, è stata presa di mira dall’azione del demonio che ne ha corrotto il carisma e l’ha progressivamente deviata ben prima del Vaticano II, ed è oggi il corpo d’assalto, per così dire, con cui la deep church demolisce quel che resta della Chiesa Cattolica per sostituirle una ong amorfa che possa fungere da «contenitore» della Religione dell’Umanità voluta dalla Massoneria e dal Nuovo Ordine Mondiale, coerentemente con le basi ideologiche poste dal Concilio. 

 

Come ogni gesuita, anche Bergoglio è prima Gesuita e poi Cattolico. Per questo è ancor oggi proibito ai Gesuiti ascendere i gradi della Gerarchia, motivo per cui l’Argentino dovette chiedere la dispensa al Papa per essere consacrato Arcivescovo di Buenos Aires.

 

Quella deroga, se non fosse stata concessa, rispettando la Regola di Sant’Ignazio, ci avrebbe risparmiato i disastri che vediamo dal 2013. È evidente che i gesuiti hanno giocato un ruolo preminente non solo nel condurre a termine la rivoluzione conciliare, ma anche nel manovrare per portare uno dei loro fin sul Soglio di Pietro.  

(…)

 

I Suoi lucidi, infuocati e coraggiosissimi interventi contro il Nuovo Ordine Mondiale Le hanno arrecato spiacevoli conseguenze, minacce, attacchi mediatici?

 

Già dopo le mie rivelazioni sugli scandali dell’allora Card. McCarrick, dovetti prendermi cura della mia incolumità.

 

Le mie dichiarazioni sulla farsa pandemica, che ricordo essere iniziate a Maggio del 2020, mi valsero allora insulti e linciaggi verbali, accuse di indebite interferenze o di cospirazionismo.

 

Vi è stato anche chi ha affermato che non fossi io a scrivere le mie dichiarazioni; si è persino insinuato che io fossi affetto da psicosi e «delirio di interpretazione», o addirittura posseduto dal demonio. Non parliamo poi delle accuse a seguito del mio pronunciamento sulla crisi russo-ucraina, alcuni giorni fa…

 

Mi ha stupito che questi attacchi spesso sopra le righe provengano in parte anche da ambienti del conservatorismo cattolico e della cosiddetta destra politica. In molti casi chi avrei ritenuto un alleato nell’opposizione alla farsa pandemica prima e alla provocazione bellica poi, ha mostrato di parteggiare per l’avversario, giungendo a riconoscere efficacia e liceità morale ai cosiddetti vaccini, o presentando Zelenskyj come vittima innocente delle mire espansionistiche di Putin. La realtà è ben diversa, e negarla o occultarla per sostenere le proprie tesi o per obbedire ai propri padroni non servirà a null’altro, se non a rendere la condanna dei colpevoli e dei complici ancora più giusta e motivata. 

 

In ogni caso, ringrazio Dio e la Madonna per la salute che non mi manca, e per la protezione che mi hanno accordato sinora. 

 

Il Governo Draghi ha approfittato della questione ucraina per prorogare l’emergenza sino al 31 dicembre 2022. Quali sono le Sue previsioni sul futuro politico, economico e sociale dell’Italia?

 

Non so se l’emergenza della Protezione Civile possa considerarsi un’estensione dell’emergenza pandemica, peraltro dichiarata illegittima e incostituzionale da una recente sentenza del tribunale di Pisa. Quello che è chiarissimo, se mai ci sono stati dubbi, è che Draghi risponde a poteri sovranazionali come molti altri esponenti del suo governo e delle massime istituzioni italiane, con l’appoggio della quasi totalità del Parlamento. In quanto esponente di queste lobby, egli ha l’incarico di attuare l’agenda globalista anche se in contrasto con gli interessi nazionali e il bene dei cittadini.

 

Anzi, l’agenda consiste esattamente nella distruzione del tessuto sociale, economico, religioso e culturale dell’Italia, per attuare quel Great Reset, il cui ideatore e promotore Klaus Schwab è stato da poco in visita a Draghi. 

 

Non oso fare previsioni, perché la situazione è estremamente incerta e piena di incognite. Nei piani del Nuovo Ordine Mondiale, l’Italia dovrebbe soccombere, essere invasa da milioni di immigrati, perdere la propria identità cattolica, cancellare le proprie tradizioni, essere svenduta a multinazionali straniere.

 

Ci vogliono servi, con un reddito universale dopo averci espropriato di tutto, con i servizi e i beni pubblici privatizzati, autorizzati solo agli spostamenti che decidono loro, controllati in ogni nostra azione, sorvegliati dal perpetuo green pass, che chiameranno ID digitale o con un altro allettante eufemismo. Questo è ciò che loro vorrebbero fare. 

 

Ma loro non prendono in considerazione di essere asserviti all’eterno Perdente, e che la Provvidenza divina potrebbe decidere di risparmiare la nostra Patria dalla distruzione, se solo gli Italiani capiranno che i mali presenti sono la conseguenza dei nostri peccati, dei peccati pubblici della Nazione, di tutte le Nazioni; una punizione per aver rinnegato la nostra Fede, l’anima della nostra Italia, per aver strappato a Cristo la Sua Corona di Re universale, e quindi anche vero Re della nostra Nazione.

 

Il Signore ci aiuterà con la Sua Grazia, ma ci chiede di fare la nostra parte. Se combatteremo con Cristo, con Cristo celebreremo la vittoria. Se continueremo a non schierarci o peggio ci schiereremo con Satana, con Satana saremo precipitati nell’abisso. 

 

 

Lei sarebbe disposto a fondare una sorta di nuova Santa Alleanza fra tutte le forze europee dissidenti, per contrastare insieme il diabolico totalitarismo tecno-sanitario che ci opprime? 

 

Ho lanciato, poco tempo fa, un appello per la creazione di un’Alleanza Antiglobalista, che possa coordinare l’opposizione delle forze buone delle diverse Nazioni al colpo di stato dell’élite. Ma quest’Alleanza deve essere un’iniziativa dei laici, così come laici devono essere coloro che, in quanto Cristiani e cittadini, danno una testimonianza pubblica della loro Fede e si impegnano in politica.

 

Non dimentichiamo che quando il Signore ci ha ammonito «Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio» (Mt 22, 21), Egli ci esortava non solo a pagare le tasse, ma anche a compiere il nostro dovere nei riguardi della Patria, specialmente quando essi sono messi in pericolo da chi, come ultimo obbiettivo, ha la distruzione della società cristiana tradizionale, per un odio inestinguibile contro Gesù Cristo. 

 

Ma mentre il nemico ci spiegava per filo e per segno cosa avrebbe voluto fare per «resettare» il mondo, ad iniziare dalla decimazione della popolazione mondiale tramite contraccezione, aborto e omosessualismo, epidemie e vaccini, dall’altra parte i buoni sembravano intimiditi dal «progresso» e si vergognavano di opporre a questi progetti criminali una proposta sociale e politica senza compromessi. 

 

Mentre i cospiratori formavano al Forum di Davos i loro futuri leader e li mettevano ai vertici delle Nazioni e delle istituzioni internazionali – praticamente tutti quelli oggi al potere, da Macron a Trudeau, dalla Merkel a Zelenskyj – cosa facevano coloro che avevano a cuore la sovranità dello Stato, la tutela della vita e della famiglia tradizionale, la difesa della Religione e della Morale?

 

Nulla. Nessuna formazione, nessun investimento sulle future classi dirigenti, nessuna istruzione accademica dei leader cattolici, secondo i principi non negoziabili.

 

Anzi, a ben vedere il tradimento del Clero in questo campo è stato rivelatore, perché al fianco dell’opera del deep state in campo civile, ed anzi quasi a crearne la base ideologica e sociale, la deep church si è venduta alle istanze della Sinistra, ha preferito il dialogo ecumenico alla predicazione e alla conversione delle anime, ha accettato i principi rivoluzionari della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo ed essa per prima ha strappato a Cristo la Sua Corona Regale, facendosi apostola della laicità dello Stato.

 

Oggi, con Bergoglio, il tradimento si è consumato in un’apostasia, con l’appoggio all’ideologia globalista, al migrazionismo, al neomalthusianesimo, al Nuovo Ordine Mondiale, alla Religione dell’Umanità. È stata addirittura complice della frode pandemica e della vaccinazione di massa, nonostante la presenza di linee cellulari abortive nei sieri e l’indebolimento irreversibile del sistema immunitario che provoca; oggi si pone ipocritamente al fianco del sistema, sostenendo in Ucraina il fantoccio di Schwab, Zelenskyj, e dando contro al Presidente Putin, che è l’unico capo di stato che si opponga alla globalizzazione e ai principi criminali che la ispirano. 

 

Per tornare all’Italia, a mio parere occorrono due cose, per cercare di uscire da questa crisi. 

 

La prima, e la più importante, è la formazione di classi dirigenti e veri leader politici che vogliano impegnarsi per il buon governo, applicando il Vangelo nel sociale. Questo ovviamente presuppone che vi siano Cattolici disposti a tornare all’integralità della Fede e della Morale, senza compromessi e con la fierezza di una testimonianza coraggiosa. 

 

La seconda è la costituzione di una coalizione che unisca i partiti e i movimenti che condividono il programma dell’Alleanza Antiglobalista, ritrovando anche la vocazione sovranista, quella federalista e quella moderatamente liberale che i partiti del Centrodestra hanno rinnegato in questi anni.

 

Unire insomma l’esperienza pregressa (facendo tesoro degli errori commessi per non ripeterli) e i nuovi movimenti che stanno nascendo.

 

Penso anzi che questa idea potrebbe essere replicata anche in altri Stati, che sarebbero così in grado di far fronte-comune contro il Leviatano globalista. 

 

 

 

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Pensiero

Maldini, povera Italia

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Siamo un Paese vittima dell’odio e del risentimento nei confronti di chi cerca un piano culturale superiore, in qualsiasi campo, compreso quello sportivo. Una vendetta verso coloro che riescono a emergere, verso chi fa quel qualcosa in più che lo eleva dal mare di mediocrità massificata in cui gran parte del Belpaese è immerso.

 

Il caso Maldini, ultimamente onnipresente sulle pagine di tutti i giornali nazionali – sportivi e non – mi ha fatto tornare alla mente quell’odio atavico dell’italiano medio per chi, per cultura o capacità, riesce a spiccare. Paolo Maldini è uno dei nostri calciatori più rispettati e conosciuti a livello internazionale, e vanta un palmares e una carriera da giocatore del Milan che pochissimi altri al mondo possono solo vagamente sognare.

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Si è letto di tutto in questi giorni sul toto-CT della Nazionale italiana di calcio. Pare che Maldini – affiancato dal sempreverde Leonardo – esponendo un piano per rilanciare l’esanime struttura calcistica italiota, sia stato messo tempestivamente da parte in favore di quello che di fatto è uno status quo inscalfibile: il neopresidente FIGC Malagò ha imposto il nome di Roberto Mancini, il quale fuggì dall’Italia dopo l’amara esclusione dai Mondiali attratto da dorate sirene arabeggianti. Una sorta di mossa di badogliana memoria.

 

Dopo aver sondato il terreno sfoggiando profili d’immagine per la piazza quali Pep Guardiola e Carletto Ancelotti, Paolino e Leo hanno annunciato di volere il «maestro» Andrea Pirlo alla guida della selezione azzurra.

 

Nome che, giustamente, ha fatto storcere il naso ai più, in quanto il curriculum del bresciano come coach è poca cosa rispetto alle figure sopracitate, compreso lo stesso Mancini. Non dobbiamo dimenticarci che Luis de la Fuente, fresco campione del mondo con la Spagna, e Lionel Scaloni, vice campione del mondo con l’Argentina e campione del mondo con l’albiceleste nel 2022, al momento del loro approdo sulle panchine delle rispettive nazionali avevano un modesto curriculum da coach.

 

Per rimanere a casa nostra, Enzo Bearzot e Azeglio Vicini, non erano certo mister blasonati prima di dirigere la Nazionale (il primo campione del mondo nel 1982 e il secondo ci ha portato a un passo dal sogno a Italia Novanta).

 

Pirlo è stato fatto fuori dal palazzo e prontamente bollato come «filorusso», per suoi legami commerciali con una società di scommesse sportive che parla la lingua di Dostoevskij, Fonbet.

 

È bastata questa scusa per mandare in aria il piano Maldini e timbrare quello già probabilmente preconfezionato del presidente Malagò. Il marchio di «filorusso» è ancor oggi sinonimo di emarginazione da qualsivoglia dibattito. Un po’ come l’etichetta di «no-vax», tirata da sempre fuori per impallinare persone apparentemente scomode al sistema e metterle ai margini.

 

Vale la pena leggere l’articolo de La Gazzetta dello Sport per comprendere da dove arriva il fuoco amico.

 

«Fonbet è infatti una società russa e la Russia come noto è un Paese da cui l’Italia ha preso le distanze dopo l’attacco all’Ucraina. «Chi fa o ha fatto propaganda per la Russia dopo il 2022 non dovrebbe ricoprire cariche nazionali», ha commentato il leader di Azione, Carlo Calenda, scrive la Gazza.

 

«Dopo l’ennesima disfatta e un’altra qualificazione mondiale mancata, il calcio italiano avrebbe avuto bisogno di una rivoluzione culturale, etica e gestionale. La scelta di Andrea Pirlo – ha postato su X la vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno – va nella direzione opposta. Pirlo è stato un campione straordinario. Da allenatore, fin qui, ha mostrato ben poco. E c’è un tema che non può essere liquidato come irrilevante».

 

«Non interessa se Pirlo sia filorusso o meno. Conta ciò che ha scelto di fare: prestare, liberamente e ripetutamente, il proprio prestigio a un’operazione di normalizzazione del regime di Putin, partecipando a iniziative sfruttate dalla propaganda del Cremlino mentre l’Ucraina veniva bombardata. Per questo la scelta di Pirlo è stata un grave errore. E la scelta della FIGC lo è ancora di più. Non il piano B di Guardiola. Il piano Z del calcio italiano».

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Arriva poi il deputato di +Europa, Benedetto Della Vedova: «Pirlo pochi mesi fa ha fatto una scelta per me incomprensibile e sbagliata, quella di diventare ambasciatore nel mondo di Fonbet, prima agenzia di scommesse in Russia. Il settore delle scommesse non è colpito dalle sanzioni europee, ma questo non toglie che un personaggio pubblico della levatura di Andrea Pirlo dovrebbe riflettere sul significato pubblico di scelte private e di affari».

 

«Personalmente mi auguro che il nuovo CTdella Nazionale senta l’esigenza di rescindere il contratto con Fonbet, anche considerando la posizione attuale dell’Italia nei confronti della Russia. Anzi, voglio pensare che lo abbia già fatto».

 

Arriva quindi anche Mauro Berruto, responsabile Sport nella segreteria del Partito Democratico ed ex CT della nazionale maschile di pallavolo: «i auguro con tutto il cuore che se Pirlo fosse scelto come ct la prima cosa che farà sarà quella di risolvere questo imbarazzo rinunciando a questo suo ruolo. Parla a un movimento, a un mondo, ha un ruolo istituzionale che richiede una modalità di esecuzione esemplare».

 

C’è da aggiungere, come sottolineato da Sky TG24, che «un eventuale incarico come commissario tecnico degli Azzurri avrebbe posto infatti un evidente problema di compatibilità con il contratto sottoscritto con un operatore di scommesse», ma sarebbe bastato semplicemente risolvere quel contratto e avrebbe potuto serenamente allenare.

 

Sul piano etico il discorso potrebbe anche reggere, ma basta aprire un qualsivoglia sito per vedere calciatori che prestano liberamente il proprio volto ad agenzie di scommesse. C’è di più: due dei nostri big azzurri, quali Sandro Tonali e Nicolò Fagioli, sono stati travolti da un giro di scommesse clandestine con pesanti sanzioni comminate ad entrambi. La moralità e l’etica vengono spesso tirate per la giacchetta a seconda delle convenienze e degli interessi del momento.

 

Evidenzio inoltre che l’etica e la moralità nel calcio sono da sempre patinate e a tratti fortemente ipocrite. Come ha sottolineato il giornalista Giorgio Terruzzi proprio su Renovatio 21, il calcio è l’antitesi della correttezza: «non ho interesse per uno sport che tratta i simulatori come normali, che tratta gente che protesta con l’arbitro come normale, oppure gli allenatori che fanno continuamente queste scene a bordo campo inutili. Aggiungo anche che i rapporti tra alcuni uomini di calcio e gli ultras mi fanno schifo». 

 

«È uno sport che non si modernizza. Se un presidente fosse veramente evoluto, ogni suo giocatore che prende un’ammonizione per proteste dovrebbe pagare cinquecento mila euro di multa, vedrai poi che non succede più. Ognuno che simula, cento mila euro di multa. Ma purtroppo ciò non accade».

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Questo direttivo della FIGC, che oggi vuole moralizzare oltremodo tacciando Andrea Pirlo come sgradito per un discorso d’immagine, forse un piccolo esame di coscienza dovrebbe farselo.

 

L’intervento del giornalista Paolo Bargiggia sui suoi canali social va più al fondo della questione. «Il progetto di Maldini e Leonardo era un progetto veramente profondo che avrebbe potuto forse con pazienza cambiare il calcio italiano. Chi lo ha visto, chi ha capito come sarebbe andato, dava fastidio. A chi dava fastidio? Dava fastidio soprattutto ai club di serie A, alle persone che muovono più le fila, De Laurentiis, Marotta e poi si è aggiunto Cairo, il presidente del Torino. Dava fastidio alla Lega e anche all’Assocalciatori, guarda caso i due grandi elettori di Giovanni Malagò alla presidenza della Federcalcio. Perché dava fastidio direte voi? Perché andava a spostare i privilegi, lo status quo, la gestione delle convocazioni, dei raduni, dei giovani… avrebbe in pratica smosso un sistema incrostato da anni, marcio, ma di potere e di finanza che contraddistingue tutto il calcio italiano e i suoi apparati».

 

«Il progetto era molto buono, quantomeno era un progetto abbastanza sostanzioso visto che qui non se ne fanno da oltre dieci anni. Poi esce il nome di Pirlo. Si scatenano le penne armate; cominciano a scrivere contro Pirlo un po’ tutti i giornali, ma in particolare il Corriere della Sera e La Gazzetta dello Sport. Hanno attaccato Pirlo […] per attaccare Maldini e Leonardo e attaccare quel progetto e metterli nella condizione di andarsene. Perché questo fuoco di fila si è scatenato in particolare sul Corriere della Sera e sulla Gazzetta? L’editore di questi due giornali è Urbano Cairo, […] perché essendo un presidente di un club di serie A, ha i suoi interessi o la sua volontà a fare convergenza di opinioni. Malagò per non far partire Maldini e Leonardo ha aperto all’ingaggio di Thiago Motta, perché era la seconda scelta di Maldini e Leonardo. Maldini e Leonardo bene hanno fatto, capito qual è l’aria impestata, capito che il calcio italiano non vuole cambiare, capito che è un ambiente pericolosissimo e scivoloso, se ne sono andati. Malagò […] avrebbe dovuto tenere il punto e prendere Pirlo. Malagò è ostaggio dei suoi grandi elettori». 

 

Si ha la netta sensazione che Paolo Maldini sia stato prontamente messo da parte perché la sua idea era troppo a lungo termine, con una visione di rifondazione del sistema orientata al dopodomani e non al domani del «tutto e subito». Mi pare abbia alzato lo sguardo a qualcosa di serio, di programmato con uno scadenzario che con molta probabilità avrebbe richiesto più tappe e più tempo; basta osservare i risultati della Nazionale e il livello del campionato di Serie A per capire che viviamo un tempo di arretratezza, di mediocrità, di crisi economica, di crisi d’identità e di consapevolezza.

 

Invece c’è uno sport ideologico praticato da troppe persone: quello del discredito, dell’autocommiserazione e della vacua autocritica fine a se stessa. Molti italiani pare godano nel piangersi addosso e nel sentirsi masochisticamente inferiori agli altri. Un malcostume le cui radici andrebbero ricercate a qualche decennio fa. Lascio ai sociologi volenterosi questa palla avvelenata.

 

Questo perenne clima svalutante si riverbera nello sport, tant’è che molti campioni nostrani sono stati, e sono, oggetto di pareri da bar che tendono a svilire e infangare l’immagine di tali fuoriclasse.

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Andando indietro di pochi anni, ricordo il campionissimo di ciclismo Marco Pantani: tutti lo hanno applaudito dopo le prodezze eterne dell’estate 1998, per poi crocifiggerlo ed etichettarlo come dopato dopo il blitz notturno al Giro d’Italia dell’anno successivo.

 

Penso infine alle due fazioni create da Valentino Rossi, leggenda del motociclismo: una sequela di tifosi accaniti contro uno stuolo di detrattori altrettanto feroci.

 

Oggi c’è il tennista Jannik Sinner che sta facendo numeri assoluti in una disciplina sportiva che per troppi anni è stata nell’ombra a livello internazionale, rinvigorendo fortemente un sistema che oggi richiama numerosissimi giovani. Sinner stesso è tacciato di non essere italiano per via delle sue origini altoatesine, della sua freddezza caratteriale, della residenza a Montecarlo per non pagare le draconiane gabelle di Stato e persino per non aver partecipato ad alcuni tornei.

 

Con questo non dico che tutti dobbiamo o dovremmo tifare i nostri sportivi, ma quantomeno evitare di affossarli gratuitamente, anche perché tengono alto il nome del nostro Paese con risultati e prestigio riconosciuti in tutto il mondo.

 

Concludo tornando a Maldini. Non c’è da stupirsi per ciò che è avvenuto, perché sembra proprio che l’elevazione culturale di questa povera Italia non esista più. La politica stessa – a cui andrebbe attribuito questo compito, di concerto con le altre istituzioni – ha svuotato il suo respiro culturale a favore di gretti clientelismi. Il calcio, che è lo sport più nazional-popolare che abbiamo, è lo specchio perfetto delle storture italiane che pervadono ogni ganglio della nostra società e della nostra quotidianità.

 

Francesco Rondolini

 

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Geopolitica

Le bande degli stupratori pakistani e oltre. Intervista video al direttore di Renovatio 21

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Il direttore di Renovatio 21 Roberto Dal Bosco è stato intervistato sulla questione delle grooming gang dalla trasmissione YouTube «Spunti di Riflessione» condotta dal giornalista Paolo Arigotti.   Nell’intervista è stato spiegato il fenomeno delle ghenghe degli stupratori pedofili pakistani che tormentano l’Inghilterra e il Galles analizzandone storia e morfologia, discutendo se si tratti di un fenomeno organico e decentrato o, per pura ipotesi, di qualcosa che ha una regia altrove.   Nel video si discute inoltre la posizione del Pakistan, Stato islamico terzomondiale e potenza atomica, negli equilibri sociali britannici e pure in quelli geopolitici mondiali.   Inoltre si è parlato della natura degli atti di violenza sessuale, e il ruolo sociomilitare degli stupri nei conflitti contemporanei, con similiarità di elementi tra i fatti britannici ed episodi rivoltanti usciti dalle cronache di Gaza.

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«Lo stupro non è solo la sottomissione di un membro del gruppo avversario, ma è anche il danno che fai all’intero insieme: una volta che hai stuprato ripetutamente sei andato ad interrompere il tessuto sociale contro cui combatti (…) rimandi in società un elemento grandemente traumatizzato» dichiara il direttore.   «Ciò fa parte di una tendenza sempre più chiara, vista anche in politica, che è quella della disumanizzazione dell’avversario (…) l’effetto politico militare della disumanizzazione del nemico è quello di rendere sacrificabile l’intero suo gruppo sociale».   «Questo non riguarda più solo temi militari ed etnici (…) la disumanizzazione dell’avversario riguardano la nostra società: se io ritengo che l’altro non è un essere umano, io posso eliminarlo. Se io ritengo – l’espressione tedesca è lebensunwertes leben – che un bambino anche alle ultime settimane di gravidanza non è davvero vivo perché non ancora nato, lo posso uccidere, eliminare, prima che nasca. Un vecchio che non è in grado di vivere da solo, può essere eliminato» sostiene il Dal Bosco.   «È una cultura, questa, che chiamo Necrocultura (Giovanni Paolo II la chiamava Cultura della Morte) che si  è impadronita del mondo moderno, si è impadronita del mondo. Per cui la svalutazione della vita umana e della sua dignità è visibile in guerra ma soprattutto in pace».   «Questa trasformazione della società in senso di morte sta succedendo. E le sue manifestazioni sono di tutti i tipi: criminali, militari, geopolitiche, bioetiche, politiche in senso stretto, sociali. Ovunque è visibile che la barriera della dignità umana sta cadendo o è già caduta in alcuni del caso del tutto».   «Ciò rende possibile non solo uccidere la gente, ma ancora prima sfruttarla, stuprarla, farla lavorare senza pagarla nulla. Finché ti servono. Finché non arrivano i robot» conclude il direttore di Renovatio 21.   «È un grande disegno in cui è visibile la volontà di rendere l’uomo sacrificabile. Che significa, essenzialmente, tornare ai sacrifici umani. A ciò che precedeva la civiltà cristiana, dove invece l’uomo è ad immagine di Dio, e Dio si fa uomo».  

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Arriva la «scomunica marinata»?

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Nel momento in cui il Vaticano bombarda 600 mila e più persone con lo scomunicone anti-FSSPX, diviene naturale rifugiarsi nei sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863), che da romano vero conoscitore della Città der papa non poteva non aver trattato il tema nella sua poesia in vernacolo romanesco.

 

Havvi, ad esempio, Er cedolone der vicario, sonetto scritto il 22 aprile 1834, che bene illustra la minaccia di scomunica e le pene per chi trattiene i beni ecclesiastici. Si parla di un «cedolone», cioè un manifesto pubblico, affisso a Roma. Il cedolone era un avviso ufficiale del vicario del papa che imponeva, pena la scomunica, la restituzione dei beni di un sacerdote defunto. La scomuniica è quindi qui intesa come strumento di pressione burocratica e poliziesca.

 

La scummunica è uguale ar marfrancese,
Che tte penetra l’osse a la sordina,
E tte manna a fà fotte in men d’un mese.

 

Chi ssarà ll’animaccia ggiacubbina
Che nnun ridìi le cose che ss’è pprese,
Doppo der cedolon de stammatina?

 

Notare come, con sprezzo totale, il Belli paragona la scomunica al «marfrancese» – cioè alla sifilide – una malattia che agisce «a la sordina» (di nascosto) consumando da dentro l’individuo: il poeta vuole qui parlarci della devastante azione dello Stato Pontificio sulla vita interiore dei cittadini posti sotto la minaccia di essere scomunicati. «Animaccia ggiacubbina», era l’etichetta usata per indicare chiunque si opponesse all’autorità ecclesiastica, che oggi che li giacobini sono al comando dello Stato pontificio, suona buffissima.

 

L’espressione «sta ffresco» evidenzia la rassegnazione del popolo di fronte alla potenza ecclesiastica dotata della superarma scomunicante, il cui effatto megatonico sull’animo umano è ancora brandito con sicumera dal (già) Sant’Uffizio.

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Evvi poi un ulteriore sonetto del Belli riguardo al tema della scomunica. Si tratta di quello intitolato, appunto, La scummunica, scritto il 25 agosto 1825.

 

La scummunica inzomma è una parola
Che ddisce er Papa, e appena Iddio l’ha intesa,
L’ubbidissce ar momento, e vve conzola
Cór cacciàvve dar gremmo de la Cchiesa.

 

Abbasta una scummunica, una sola,
Pe’ sbattezzavve; e gguai chi sse l’è ppresa!
Pò vvenì Ggesucristo co’ la stola
A bbenedillo, bbutta via la spesa.

 

Domenica er Curato l’ha spiegata,
E ha detto: “Iddio ne guardi, si pprennete
La scummunica nata e mmarinata.

 

Un libbro, un c…., un scappellotto a un prete,
Un sputo, una scorreggia, una pissciata
Ve pò scummunicà cquanno volete.„

 

Nelle prime quartine si satireggia sul paradosso teologico: le gerarchie universali sono invertite: il papa comanda e Dio esegue cecamente. La scomunica diventa una formula magica o un atto burocratico a cui persino Nostro Signore deve «ubbidire al momento». Nemmeno Gesù Cristo in persona, scendendo sulla terra con tanto di paramento liturgico, avrebbe il potere di annullare la scomunica del papa. La grazia divina viene così sottomessa alla burocrazia eclesiastica.

 

Interessante l’elenco, messo in bocca ad un parroco durante l’omelia domenicale, dei motivi per cui si può essere scomunicati: leggere un «libbro» proibito, aggredire un sacerdote («un scappellotto a un prete»), così come atti di volgarità corporale: uno sputo, un peto, una minzione («una pissciata»). La lista grottesca serve ad indicare come all’epoca (solo all’epoca?) la Chiesa utilizzasse l’arma della scomunica in modo indiscriminato: la scomunica serviva a punire sia il dissenso intellettuale sia, volendo, i comportamenti triviali, riducendo un grave provvedimento spirituale ad uno strumento di sottomissione politica continua.

 

Tra i peccati qui listati non vi è, curiosamente, la consacrazione dei vescovi senza mandato.

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Vi è poi da rivelare al lettore cosa il poeta intenda con «scummunica nata e marinata»: si tratta di come il popolano, soggetto enunciante della poesia bellica, capisce l’espressione «scomunica Maranathà», ossia la scomunica usque Dominus veniet (tradotto letteralmente: «fino a quando verrà il Signore»), la forma estrema e permanente di sanzione religiosa utilizzata storicamente dalla Chiesa cattolica, inflitta per colpe considerate talmente gravi da non poter essere perdonate da nessuna autorità umana terrena. La rimozione della scomunica veniva rimandata direttamente al Giudizio Universale, lasciando il verdetto finale a Dio, con il colpevole colpevole escluso in modo perpetuo dalla comunità dei fedeli e dai sacramenti – una scappatoia di perdonanza terrena, dicono dalla regia, da qualche parte c’era comunque.

 

La scomunica Maranathà veniva riservata a reati eccezionali, come le eresie ostinate, le profanazioni estreme o i gravi crimini contro la figura del papa. Si trattava di una scomunica che poteva prevedere anche un preciso cerimoniale di maledizione, sempre presente nel pontificale romano, benché caduto in disuso praticamente già nell’età moderna, con rare eccezioni.

 

Interessante pure ricordare come, in epoca pre-codiciale – cioè antecedente al Codice di Diritto Canonico (Codex Iuris Canonici), promulgato nel 1917 da Papa Benedetto XV – chi ordinava vescovi senza mandato pontificio veniva semplicemente sospeso fino a dispensa – di fatto, ‘na bazecola. Anzi, la scomunica per la consacrazione illecita di vescovi è perfino successiva, è stata introdotta da Pio XII in risposta alle ingerenze del regime comunista in Cina, che oggi invece, nella Chiesa invertita, ordina i vescovi che gli pare senza incorrere in scomunica e ricevendo poco dopo, dopo un mezzo silenzio di qualche ora, la ratifica del Sacro Palazzo.

 

A questo punto ci chiediamo quanto vescovi, sacerdoti e fedeli FSSPX siano andati vicini alla scomunica marinata. La quale, sì, è sparita con l’arrivo del Codice, ma col Fernandezzo non si sa mai, magari resuscita pure quella per far danno ai mostri tradizionalisti.

 

Il cardinale orgasmologo infatti, in punta di diritto positivo assoluto, potrebbe usare le parole del sonetto belliano Li soprani der monno vecchio (21 gennaio 1831), rese immortali dal Marchese del Grillo del democristiano Alberto Sordi.

 

C’era una vorta un Re cche ddar palazzo
Mannò ffora a li popoli st’editto:
“Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo,
Sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.”

 

Eccoci che torniamo alla grande saggezza del poeta vernacolare, che visse i suoi 72 anni sotto sei papi, descrivendo una città sordida e in abbandono, di plebi tra le più incolte d’Italia, dove il papa era anche temuto, ha scritto un critico, «come capo della fatiscente società del putrido Stato pontificio».

 

I tempi sono cambiati, o forse, nella Rroma eterna e nelle sue cloache umane, no.

 

Anvedi.

 

Roberto Dal Bosco

 

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Immagine di Dipietroff via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

 

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