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Eutanasia

Eutanasia ripetutamente offerta a nonna canadese durante la cura per il cancro

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Una nonna della provincia canadese della Nuova Scozia ha dichiarato che i medici le hanno proposto l’eutanasia tre volte mentre era sottoposta a cure contro il cancro, facendole sentire che era «meglio se morisse». Lo riporta LifeSiteNews.

 

In un video di ottobre per la Christian Medical and Dental Association, una donna di 51 anni della Nuova Scozia ha rivelato in forma anonima che il suo medico le ha chiesto se fosse a conoscenza del programma canadese di eutanasia Medical Assistance in Dying (MAiD – «assistenza medica alla morte») poco prima di sottoporsi alla sua prima mastectomia per cancro al seno nel 2022.

 

«Mi ha lasciato senza parole… è stata la volta in cui mi sono sentita più vulnerabile in vita mia», ha ricordato. «Ero seduta con due camici chirurgici, uno davanti e uno dietro, con una cuffia sui capelli e degli stivaletti ai piedi. Tremavo e stavo seduta su una sedia di plastica dura, tutta sola in un corridoio».

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«Il dottore si è seduto e mi ha raccontato tutte le cose spaventose. Poi mi ha chiesto “Sapevi dell’assistenza medica nel morire?”», ha continuato. «Tutto quello che potevo dire era: “Non ne voglio parlare”», ha detto la nonna. «Ero spaventata, ero sola, avevo freddo e non sapevo cosa sarebbe successo».

 

«Perché mi è stato chiesto del suicidio assistito, quando ero in procinto di sottopormi a quello che credo davvero fosse un intervento chirurgico salvavita?» si è chiesta.

 

Non era l’ultima volta che alla nonna veniva offerta la morte al posto delle cure per il cancro. Lungi dall’essere sopraffatta dalla sua malattia, la donna aveva imparato a superare gli ostacoli che la vita le poneva davanti. Nonostante lottasse contro il lupus, la fibromialgia e l’emicrania fin da bambina, era sempre riuscita a gestire le sue disabilità ed era diventata direttrice di un negozio.

 

Tuttavia, i medici che le hanno ripetutamente offerto il MAiD hanno portato la donna a credere che il personale medico la considerasse un peso e che le persone nella sua posizione «stavano meglio se fossero morte».

 

«Mi sentivo come un problema di cui bisognava liberarsi, non come un paziente che aveva bisogno di cure», ha rivelato. «Non voglio che mi chiedano se voglio morire».

 

L’esperienza della donna è stata pubblicata da diverse fonti, molte delle quali hanno indicato la sua esperienza come un pericolo per l’introduzione dell’eutanasia nella società. Infatti, mentre l’eutanasia è spesso inizialmente pubblicizzata dagli attivisti per l’uso in casi estremi di malattie terminali, l’esperienza del Canada dimostra che può rapidamente diventare una pratica standard in cui migliaia di pazienti malati e anziani, terminali o meno, vengono uccisi ogni anno.

 

Vale la pena sottolineare che, indipendentemente dal fatto che una persona sia malata terminale o semplicemente cronica, è gravemente immorale uccidere intenzionalmente una persona umana, una verità infallibilmente affermata dalla Chiesa cattolica.

 

Grazie al programma di eutanasia MAiD del premier Justin Trudeau, il numero di canadesi uccisi dagli operatori sanitari sotto questo regime letale è aumentato di tredici volte da quando è stato legalizzato nel 2016.

 

Nel frattempo, i tempi di attesa per ricevere cure effettive in Canada sono aumentati  fino a una media di 27,7 settimane, portando alcuni canadesi alla disperazione e a optare per l’eutanasia invece di attendere assistenza.

 

È stato il caso di Dan Quayle, un nonno di 52 anni della British Columbia. Il 24 novembre ha scelto  di farsi uccidere tramite iniezione letale dopo non essere stato in grado di ricevere cure contro il cancro a causa dei tempi di attesa più lunghi.

 

Allo stesso modo, nel 2022, una donna di Winnipeg scrisse  nel suo necrologio pubblicato postumo di aver scelto di morire tramite suicidio assistito dopo che le erano stati rifiutati i trattamenti di cui aveva bisogno: «avrei potuto avere più tempo se avessi ricevuto più aiuto».

 

Secondo Health Canada, nel 2022, 13.241 canadesi sono morti a causa delle iniezioni letali MAiD. Ciò rappresenta il 4,1% di tutti i decessi nel paese per quell’anno, con un aumento del 31,2% rispetto al 2021.  «Anche se i numeri per il 2023 devono ancora essere pubblicati, tutte le indicazioni indicano una situazione ancora più cupa di quella del 2022» scrive il sito prolife canadese.

 

Di fatto, un canadese ogni 25 viene oggi ucciso dall’eutanasia. L’aumento negli ultimi anni è stato semplicemente vertiginoso. E la classe medica, oramai totalmente traditrice di Ippocrate e venduta all’utilitarismo più sadico e tetro, insiste che va tutto bene.

 

Come riportato da Renovatio 21, qualche mese fa un’altra veterana dell’esercito, divenuta disabile, ha riportato che alcuni funzionari statali avevano risposto alla sua richiesta di avere in casa una rampa per la sedie a rotelle offrendole invece la possibilità di accedere al MAiD – cioè di ucciderla.

 

Ma non è il caso più folle del degrado assassino raggiunto dallo Stato canadese: ecco l’ecologista che chiede di essere ucciso per la sua ansia cronica riguardo al Cambiamento Climatico, ecco i pazienti che chiedono di essere terminati perché stanchi di lockdown, ecco le proposte di uccisione dei malati di mente consenzienti, e magari pure dei neonati. Il tutto, ovviamente, con il corollario industriale, della predazione degli organi, di cui il Paese ora detiene il record mondiale.

 

Il Canada del governo Trudeau – dove il World Economic Forum regna, come rivendicato boriosamente da Klaus Schwab – è il Paese dell’avanguardia della Necrocultura. Se lo Stato può ucciderti, ferirti, degradarti, lo fa subito, e legalmente. Magari pure con spot mistico propalato da grandi società private in linea con il dettato di morte. L’anno scorso in Canada un decesso ogni 25 era dovuto all’eutanasia, che viene servita anche alle pompe funebri.

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A febbraio l’eutanasia è stata offerta anche ad una signora riconosciuta come danneggiata da vaccino COVID.

 

Secondo alcuni, l’eutanasia in Canada – che si muove verso i bambini – sta divenendo come una sorta di principio «sacro» dello Stato moderno.

 

Come abbiamo ripetuto tante volte: lo Stato moderno è fondato sulla Cultura della Morte. La Necrocultura è, incontrovertibilmente, il suo unico sistema operativo. Aborto ed eutanasia (e fecondazione in vitro, e vaccinazioni, anche e soprattutto geniche) sono quindi sue primarie linee di comando.

 

Il Canada, che è all’avanguardia anche grazie alla potente penetrazione nel suo gabinetto pure rivendicata dal World Economic Forum, è quindi un vero esempio dello Stato basato sempre più sull’eugenetica – cioè sul dominio totale sull’essere umano e l’annientamento della sua dignità di creatura figlia di Dio.

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Eutanasia

Ecco il trapianto di volto da donatore sottoposto a eutanasia

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L’Ospedale Universitario Vall d’Hebron di Barcellona ha annunciato quello che viene presentato come un risultato storico: il primo trapianto di faccia al mondo proveniente da un donatore sottoposto a eutanasia. La notizia è stata accolta con entusiasmo dagli ambienti medici e rilanciata come una nuova vittoria della chirurgia ricostruttiva, un traguardo che confermerebbe l’eccellenza del centro catalano nel campo dei trapianti complessi.   Il paziente ricevente, colpito da una grave necrosi del volto a seguito di un’infezione, aveva perso funzioni fondamentali come la respirazione, l’alimentazione e la parola. L’intervento ha consentito una parziale ricostruzione facciale e l’avvio di un percorso di recupero funzionale, migliorando sensibilmente la sua qualità di vita.   Ciò che merita attenzione, tuttavia, non è la complessità dell’operazione, ma il contesto antropologico e morale che l’ha resa possibile. La donatrice non è morta a seguito di una patologia improvvisa o di un evento naturale, ma in virtù di una procedura deliberata di eutanasia. La sua morte è stata programmata e medicalmente assistita, permettendo al team chirurgico di pianificare con precisione il prelievo dei tessuti facciali.   Del resto, la pratica eutanasica e quella trapiantologica sono strettamente correlate: in esse la persona cessa di essere tale nel momento in cui perde determinate funzioni. L’introduzione del rivoluzionario criterio della morte cerebrale, sulla base di cui la persona viene fatta coincidere con le sue funzioni cerebrali, non è servita solamente a rendere possibile l’espianto di organi vitali, ma anche il distacco dei supporti vitali nei pazienti considerati senza speranza; e ciò per stessa ammissione della famigerata Commissione di Harvard, che venne istituita proprio allo scopo di trovare una soluzione operativa a tali problemi.

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In altri termini, si è trattato di un cambiamento epocale destinato a influenzare in maniera radicale il modo in cui si sarebbe gestita, da lì in avanti, la questione del fine vita, e non solo. Infatti, tutte le pratiche contro la vita (dall’espianto di organi all’aborto, dalla manipolazione embrionale all’eutanasia) hanno come minimo comune denominatore proprio la riduzione dell’essere umano ad aggregato biologico, privo di valore intrinseco se non manifesta determinate prestazioni funzionali.   Il corpo, in questa visione, non è più la dimensione costitutiva dell’identità personale, ma una struttura modulare che può essere oggetto di intervento tecnico. Il trapianto facciale, per sua natura, non è un’operazione salvavita in senso stretto, ma è teso al recupero di funzioni e identità relazionali. Proprio per questo assume un valore simbolico particolarmente forte: il volto, emblema del riconoscimento personale e dell’identità, viene trasferito da un corpo eliminato a un altro corpo da riparare.   E quando il corpo è ridotto a un insieme di parti sostituibili e la morte pianificata per massimizzare l’efficienza del prelievo, il passaggio dalla medicina ippocratica a una medicina tecnocratica è consequenziale. Il linguaggio istituzionale parla di protocolli etici rigorosi, di consenso informato, di generosità del donatore, ma ciò che rimane sullo sfondo è l’integrazione sistemica tra eutanasia e trapiantologia. Una convergenza che non è accidentale appunto, ma che si fonda su una medesima antropologia, nella quale la vita vale finché serve e il corpo acquista valore quando diventa utile ad altri.   I reparti di rianimazione e le unità trapiantologiche degli ospedali, rappresentano i luoghi «sacri» della nuova religione funzionalista, dove la persona, con la sua dignità ontologica, cede il passo all’organismo. In questo scenario, le pressioni sociali affinché le persone si decidano a farsi da parte quando la loro vita perde di significato sono sempre più forti. L’alternativa alla mancanza di senso viene individuata nella possibilità di rendersi utili alla collettività cedendo parti del proprio corpo a qualcuno che ne ha bisogno.   A tal proposito, è particolarmente significativo un cortometraggio intitolato Briciole al cielo che costituisce il manifesto della campagna a favore della donazione di organi. Un film, «per far capire cosa si prova a stare dalla parte di chi aspetta. Perché sono troppi quei sette milioni di italiani che non vogliono concedere una speranza di vita a chi ha bisogno di un trapianto». Il cortometraggio è girato in chiave poetica ma il messaggio è chiarissimo: far sentire moralmente responsabili coloro che non accettano di mettere il loro corpo a disposizione del sistema.   In definitiva, ciò che viene celebrato come progresso medico è in realtà il sintomo avanzato di una mutazione antropologica già in atto.   Quando la morte viene programmata per ottimizzare un prelievo e il volto stesso può essere trasferito come una componente funzionale, siamo di fronte a una medicina che non considera l’eutanasia una tragica eccezione ma come un ingranaggio perfettamente integrato nel sistema dei trapianti; e il trapianto, a sua volta, non è più un atto straordinario di cura, ma una modalità ordinaria di riciclo biologico.    Alfredo De Matteo

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Eutanasia

Canadese paralizzato sceglie l’eutanasia a causa della solitudine

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Un uomo sulla sessantina ha scelto di ricorrere all’eutanasia in Canada, indicando come motivo principale la profonda solitudine.

 

Secondo il rapporto 2025 del Comitato di revisione dei decessi (OMDRC) per l’assistenza medica al suicidio (MAID) dell’Ontario, l’uomo – identificato solo come il signor B – era affetto da paralisi cerebrale e si spostava in sedia a rotelle.

 

Nonostante ciò, era in grado di utilizzare autonomamente il bagno e di muoversi da solo, ma viveva da anni in una struttura di assistenza a lungo termine.

 

Nei documenti si legge che il signor B lamentava una «profonda sofferenza psicosociale e solitudine», dovuta alla difficoltà di relazionarsi con gli altri, una condizione che, a suo dire, lo accompagnava da molto tempo.

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Circa due mesi prima di presentare la richiesta di eutanasia, aveva smesso di alimentarsi e si sosteneva solo con bevande supplementari.

 

Il medico curante gli ha proposto allora la possibilità di accedere all’eutanasia; dopo alcuni colloqui, gli fu indicato che la procedura poteva essere approvata in quanto soffriva di una «condizione grave e irreversibile».

 

Gli sono stati offerti farmaci per il cattivo umore e gli fu spiegato che avrebbe potuto procedere secondo le regole del Track 2. Il Track 2 consente l’eutanasia quando la morte naturale non è considerata «ragionevolmente prevedibile», diversamente dal Track 1, in cui tale previsione esiste. Successivamente, però, il medico incaricato della procedura ha ritenuto che il signor B potesse qualificarsi per il Track 1, poiché affetto da una «malattia incurabile», aggravata dal rifiuto di alimentarsi e idratarsi adeguatamente.

 

Debole e in evidente dimagrimento, all’uomo fu concessa l’eutanasia in base al Track 1, nonostante alcuni membri dell’OMDRC esprimessero preoccupazione sul fatto che la scelta di non nutrirsi potesse configurarsi come un elemento di natura suicidaria.

 

In Canada i casi di eutanasia sono in forte aumento. Vi è la recente vicenda di un’anziana donna, indicata come Mrs. B, che è stata sottoposta a eutanasia poche ore dopo aver cambiato idea.

 

Da quando è stata legalizzata nel 2016, la legge sull’eutanasia è stata ampliata per ben 13 volte sotto il governo liberale guidato dal primo ministro Mark Carney. Il Canada detiene oggi il primato mondiale per la crescita più rapida del programma di suicidio assistito. Nel frattempo, Health Canada ha diffuso una serie di rapporti sulle richieste di accesso al MAID.

 

Il segretario del Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani (HHS) degli Stati Uniti, Jim O’Neil, ha dichiarato che il sistema MAID canadese ha superato un ulteriore confine etico, configurandosi come una pratica ormai priva di limiti morali.

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Come riportato da Renovatio 21, in Canada è partita la promozione per offrire la MAiD – il programma eutanatico massivo attivato dal governo di Ottawa – anche per bambini e adolescenti. Non manca nel Paese il dibattito per l’eutanasia dei bambini autistici.

 

Di fatto, un canadese ogni 25 viene oggi ucciso dall’eutanasia. L’aumento negli ultimi anni è stato semplicemente vertiginoso. E la classe medica, oramai totalmente traditrice di Ippocrate e venduta all’utilitarismo più sadico e tetro, insiste che va tutto bene.

 

Come riportato da Renovatio 21, qualche mese fa un’altra veterana dell’esercito, divenuta disabile, ha riportato che alcuni funzionari statali avevano risposto alla sua richiesta di avere in casa una rampa per la sedie a rotelle offrendole invece la possibilità di accedere al MAiD – cioè di ucciderla.

 

Ma non è il caso più folle del degrado assassino raggiunto dallo Stato canadese: ecco l’ecologista che chiede di essere ucciso per la sua ansia cronica riguardo al Cambiamento Climatico, ecco i pazienti che chiedono di essere terminati perché stanchi di lockdown, ecco le proposte di uccisione dei malati di mente consenzienti, e magari pure dei neonati. Il tutto, ovviamente, con il corollario industriale, della predazione degli organi, di cui il Paese ora detiene il record mondiale.

Il Canada del governo Trudeau e del suo successore Carney – dove il World Economic Forum regna, come rivendicato boriosamente da Klaus Schwab – è il Paese dell’avanguardia della Necrocultura. Se lo Stato può ucciderti, ferirti, degradarti, lo fa subito, e legalmente. Magari pure con spot mistico propalato da grandi società private in linea con il dettato di morte. In Canada l’eutanasia viene servita anche alle pompe funebri.

 

A febbraio l’eutanasia è stata offerta anche ad una signora riconosciuta come danneggiata da vaccino COVID.

 

Secondo alcuni, l’eutanasia in Canada – che si muove verso i bambini – sta divenendo come una sorta di principio «sacro» dello Stato moderno.

 

Come abbiamo ripetuto tante volte: lo Stato moderno è fondato sulla Cultura della Morte. La Necrocultura è, incontrovertibilmente, il suo unico sistema operativo. Aborto ed eutanasia (e fecondazione in vitro, e vaccinazioni, anche e soprattutto geniche) sono quindi sue primarie linee di comando.

 

Secondo alcuni grazie al suo fondamentalismo eutanasico il Canada sta trasformando il suo regime di suicidio assistito in una catena di fornitura per la predazione e il trapianto di organi.

 

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Eutanasia

Chi ha il diritto di «staccare la spina»? E in nome di quale autorità?

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A Bari un uomo di 47 anni è stato arrestato con l’accusa di tentato omicidio per aver scollegato tutti gli ausili sanitari che tenevano in vita la madre, un’anziana donna allettata e affetta da una grave patologia oncologica Il gesto, compiuto il 15 dicembre scorso all’interno dell’abitazione familiare, è stato scoperto da un’infermiera dell’assistenza domiciliare che, accortasi della rimozione di tubi e sondini, ha allertato i soccorsi.   Solo l’intervento tempestivo del 118 ha evitato l’esito fatale: la donna è stata trasportata d’urgenza e in codice rosso all’ospedale Di Venere di Bari dove è stata stabilizzata (l’anziana signora è deceduta qualche settimana dopo). La reazione giudiziaria è stata rapida e severa: dopo una prima misura cautelare meno afflittiva, l’autorità giudiziaria ha disposto gli arresti domiciliari per il 47enne che si era rifiutato di indossare il braccialetto elettronico, valutando la gravità del quadro indiziario.   Tuttavia ciò che colpisce nella narrazione mediatica e giudiziaria del caso, non è tanto l’atto in sé, lo spegnimento deliberato di supporti vitali, quanto il modo in cui esso viene interpretato. Il dettaglio più ripetuto nei resoconti è infatti la frase pronunciata dall’uomo davanti al personale sanitario: «mi rimetto alla volontà di Dio». È su questo elemento che sembra concentrarsi l’attenzione, come se il vero scandalo non fosse il tentato omicidio, ma il fatto che l’azione sia stata compiuta senza l’avallo dello Stato, dei protocolli, delle procedure autorizzate.   Già, perché non si è trattato di una decisione «condivisa», di un percorso medicalizzato o di un atto certificato, ma di un gesto solitario, familiare, non normato. Il paradosso emerge con forza se si confronta questo episodio con altri elevati a simbolo di «civiltà».

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Quando Marco Cappato accompagna DJ Fabo in Svizzera per aiutarlo a porre fine alla sua vita, l’atto viene raccontato come un gesto di libertà, di compassione, di progresso. Il protagonista diventa un paladino dei diritti, un disobbediente morale, quasi un eroe civile. Le procure indagano, ma l’opinione pubblica assolve. Il fine, la morte procurata, non solo non scandalizza, ma viene nobilitato.   Nel caso di Bari ciò che cambia è il contesto, l’autorità invocata, il linguaggio. E di conseguenza cambia, radicalmente, il giudizio. Dietro a questo fatto di cronaca non c’è un’associazione, non c’è una battaglia ideologica riconosciuta, non c’è una narrazione dei «diritti». C’è solo un figlio, una madre malata terminale, e una frase che rimanda a un ordine trascendente anziché a un iter amministrativo. Ed è proprio questo che sembra rendere il gesto intollerabile.   Facciamoci la domanda: è la soppressione di una vita a costituire il reato, oppure il fatto che essa non avvenga secondo i canoni stabiliti dallo Stato e dalla medicina ufficiale? Se spegnere i macchinari è lecito quando lo si fa nel linguaggio dei protocolli, perché diventa follia criminale quando lo si fa «rimettendosi a Dio»?   La risposta pare evidente: la morte, per essere accettabile, deve essere amministrata, certificata, laicizzata. In altre parole, deve passare per la volontà dello stato, non per quella di Dio. In quest’ottica, il caso di Bari non è soltanto una tragedia familiare ma lo specchio di una società profondamente malata: non è più la vita a essere inviolabile, ma il monopolio della decisione sulla vita e sulla morte.   Chi si adegua ai suoi rituali viene assolto, chi ne resta fuori viene patologizzato. Non conta più che cosa si fa, ma chi decide e in nome di quale autorità.   Alfredo De Matteo  

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