Epidemie
COVID, come si salva una RSA. Intervista al dott. Romano D’Alessandro
Mentre l’emergenza COVID-19 investiva il nostro Paese mandando al collasso parte del sistema ospedaliero a causa dell’elevato numero di ricoveri, in particolare di quei pazienti infetti ricoverati nei reparti di terapia intensiva e rianimazione, i focolai di SARS-CoV-2 divampavano nelle RSA e più in generale in tutte le case residenza per anziani.
La percentuale di contagi all’interno di esse, anche su scala nazionale, è altissima.
Riguardo ai decessi la situazione è, come sappiamo, ancora più drammatica: l’Istituto superiore di sanità ha recentemente reso pubblico il terzo rapporto sul contagio da Covid-19 nelle strutture residenziali e sociosanitarie in Italia: in tutto, dal 1º febbraio al 18 aprile, sono stati contati 6.773 decessi, di cui il 40% riconducibili al Covid-19. I numeri, come abbiamo già più volte detto, potrebbero persino non essere quelli reali perché per molti dei decessi non si è avuta la conferma di tampone positivo.
Qualche realtà, però, si è salvata grazie ad un grande lavoro di prevenzione messo in atto da professionisti decisi a dare il massimo per la tutela dei propri ospiti e del personale dipendente.
Qualche realtà si è salvata grazie ad un grande lavoro di prevenzione messo in atto da professionisti decisi a dare il massimo per la tutela dei propri ospiti e del personale dipendente.
Una di queste, una vera e propria mosca bianca, è la struttura per anziani «Il Giardino» di Bagnolo in Piano, provincia di Reggio Emilia, facente parte del gruppo anniazzurri e sotto la direzione dell’Azienda lombarda Kos Care.
Renovatio 21 ha diffusamente parlato di quanto sta accadendo all’interno di questa CRA con il dottor Romano D’Alessandro, coordinatore infermieriestico della struttura nonché RAS (Responsabile attività sanitaria), che insieme al medico della struttura, il dottor Francesco Testa, alla direttrice Daniela Zaccarelli e a tutti i colleghi ha gestito e continua a gestire questo difficile momento.
Dott. D’Alessandro, qual è la situazione nella vostra struttura ad oggi?
Ad oggi, su 61 ospiti residenti all’interno della nostra struttura, non si registra alcun caso di contagio o di sospetto tale.
Potremmo quindi dire che siete una delle poche strutture ad aver tenuto fuori il COVID-19?
Per fortuna nostra sì. Certo dispiace sapere di così tanti contagi in tantissime altre strutture anche nella nostra provincia. La guardia però non va mai abbassata, nemmeno quando si è fatto tutto il possibile. Il nemico contro il quale combattiamo, oltre che invisibile, è davvero molto insidioso.
«Ad oggi, su 61 ospiti residenti all’interno della nostra struttura, non si registra alcun caso di contagio o di sospetto tale»
Quali strategie di prevenzione avete messo in atto e da quando esattamente?
Ricordo che le prime indicazioni dalla direzione generale arrivarono esattamente il 24 febbraio ed esse ci indicavano, da quel preciso momento, l’utilizzo obbligatorio per tutti i dipendenti (anche il personale amministrativo, compreso il centralinista) di mascherina chirurgica e guanti, nessuno escluso.
Il 28 febbraio è arrivato il protocollo-procedura ufficiale che metteva fine ad ogni tipo di ingresso, sia ingressi di nuovi pazienti provenienti da ospedale o dal domicilio, sia ingresso inteso come visite di familiari o fornitori — i quali hanno continuato ovviamente a rifornirci non entrando però mai personalmente in struttura ma depositando la merce all’esterno, ritirata e poi sistemata dal personale interno.
Le visite dei nostri ospiti sono state ridotte alle sole visite urgenti, dopo le quali, l’ospite che rientrava dall’ospedale, veniva ospitato in apposite camere di isolamento per 15 giorni. Anche le trasfusioni sono state sospese, e ci siamo attrezzati prontamente per farle all’interno della struttura.
«Le visite dei nostri ospiti sono state ridotte alle sole visite urgenti, dopo le quali, l’ospite che rientrava dall’ospedale, veniva ospitato in apposite camere di isolamento per 15 giorni»
Dal 3 marzo abbiamo iniziato a misurare la temperatura corporea a tutti gli operatori con termometro frontale a laser, molto costoso e difficile da trovare, ma alla fine non ci siamo arresi e siamo riusciti a procurarcelo. In questo senso, l’infermiere che smonta dal turno notturno aspetta la responsabile di reparto — la prima ad arrivare — all’ingresso, misurandole la temperatura.
La responsabile, a sua volta, attende tutti gli operatori del mattino e ad uno ad uno misura la TC. In egual modo avviene per i turni del pomeriggio e della notte, con un dipendente dedicato al rilievo della temperatura per i colleghi che entrano in turno.
Sempre all’ingresso, dopo aver rilevato la TC, vengono consegnati mascherina e guanti prima di poter accedere agli spogliatoi per indossare la divisa, firmando anche in questo caso un foglio volto ad attestare di aver ricevuto questi due dispostivi di protezione individuale all’ingresso. I guanti, ovviamente, saranno poi cambiati in reparto dopo ogni manovra, previo essersi lavati e disinfettati accuratamente le mani.
Non solo i guanti, ma tutti i DPI vengono cambiati continuamente, utilizzando anche tre camici monouso per volta, cioè uno sopra all’altro. Abbiamo poi distanziato il più possibile tutti gli ospiti sfruttando totalmente gli spazi interni.
«Avere una direzione lombarda in questo senso ci ha aiutati molto, perché lì erano già preparati a far fronte a questo tipo di emergenza, pur con tutte le difficoltà»
Quindi siete partiti largamente in anticipo, anche rispetto all’emergenza inerente alle residenze per anziani, giusto?
Siamo sicuramente partiti prima di molte altre strutture grazie ad un protocollo sanitario aziendale interno al quale, come dicevo, ci siamo rigorosamente attenuti. Credo fosse indispensabile partire con grande anticipo senza sottovalutare nulla ma facendo, piuttosto, tutto ciò che di possibile si poteva fare per prevenire il contagio. Avere una direzione lombarda in questo senso ci ha aiutati molto, perché lì erano già preparati a far fronte a questo tipo di emergenza, pur con tutte le difficoltà.
Siete riusciti a sottoporre i vostri ospiti al tampone naso-faringeo?
Guardi, in realtà abbiamo avanzato domanda alla ASL già parecchio tempo fa, addirittura facendo richiesta di poter procedere privatamente attraverso un laboratorio privato. Non abbiamo però ancora ricevuto risposta.
Come mai secondo lei?
Non ne ho idea, ma potrei supporre che non avendo all’interno della nostra struttura casi sospetti ed essendo già chiusi a tutto, come spiegavo poc’anzi, da tantissimo tempo, l’urgenza dei tamponi da noi secondo l’ASL passi in secondo piano.
«Noi avevamo una scorta di 1000 camici e 600 mascherine già da prima che scoppiasse l’epidemia, oltre ovviamente ai guanti e agli occhiali»
Parliamo dei tanto discussi dispostivi di protezione individuale: come ve li siete procurati e con quanto anticipo?
Noi avevamo una scorta di 1000 camici e 600 mascherine già da prima che scoppiasse l’epidemia, oltre ovviamente ai guanti e agli occhiali. Poi dai primi di marzo ci siamo procurati altre 2000 mascherine chirurgiche per permetterne un ricambio costante ai nostri operatori. Nel mentre, per sicurezza, ci siamo procurati anche i tutoni idrorepellenti a alcune mascherine FFP2.
Certo trovare DPI in questo periodo non è stato affatto facile, ma partendo con largo anticipo e sondando le varie possibilità ci siamo riusciti.
A quali direttive avete fatto riferimento per proteggere la vostra struttura e i vostri ospiti?
Sempre e comunque al nostro protocollo sanitario aziendale interno, che a sua volta è stato specificamente redatto seguendo direttive ministeriali, dell’Istituto Superiore di Sanità e del Comitato Tecnico Scientifico.
Il personale sanitario della vostra struttura è stato formato, come richiesto da alcuni rapporti redatti dall’Istituto Superiore di Sanità, per far fronte all’emergenza Covid?
Assolutamente sì. E non solo il personale sanitario ma tutti i dipendenti, anche il personale addetto alle pulizie e alla cucina.
«Ogni due settimane abbiamo continuato a ripetere, con le stesse modalità anti-assembramento e sempre ponendo l’attenzione sulle richieste degli operatori, gli incontri formativi»
In che modo?
Sempre i primi giorni di marzo la nostra azienda ci ha chiesto di formare una équipe multidisciplinare interna alla struttura dedicata alla formazione del personale sull’emergenza nCoV, fornendoci la documentazione necessaria. Come prima cosa, circa a metà marzo, abbiamo fissato un incontro formativo dividendo il personale in due gruppi per non creare assembramenti e potendo così garantire le distanze sociali fra i dipendenti.
Abbiamo dedicato mezza giornata a questo primo incontro formativo, dove si sono anzitutto ascoltate e raccolte le paure, i dubbi e le richieste dei dipendenti. Poi l’incontro è proseguito con una spiegazione generale rispetto all’infezione SARS-CoV-2 — cos’è, come si trasmette, quali complicanze può creare e via discorrendo.
Ogni due settimane abbiamo continuato a ripetere, con le stesse modalità anti-assembramento e sempre ponendo l’attenzione sulle richieste degli operatori, gli incontri formativi. Alcuni di essi sono poi stati dedicati alla formazione sulle corrette pratiche di vestizione e spoliazione, inclusa la modalità corretta per apporre sul volto la mascherina FFP2.
Ad ogni operatore poi, di tanto in tanto, venivano consegnati alcuni fascicoli di approfondimento redatti dalla nostra direzione sanitaria, così come alcuni documenti aggiornati dei vari comitati scientifici. Dopo averlo ricevuto, ogni operatore era tenuto firmare un foglio che confermasse la ricezione del proprio personale fascicolo o documento. Inoltre la nostra azienda, attraverso una piattaforma internet, ha reso obbligatori a tutti gli operatori sanitari due corsi di formazione sulla prevenzione e sulla gestione dell’emergenza COVID.
«Oggi, a distanza di oramai due mesi, nelle telefonate con i familiari riceviamo ogni tipo di ringraziamento per aver fatto una scelta così coraggiosa, che certo è costata tanto sul piano emotivo, ma i parenti hanno capito che l’importante era preservare la salute dei propri cari»
Come hanno reagito i vostri ospiti alla chiusura della struttura e comunque ad un cambio così drastico della loro quotidianità?
Ovviamente per alcuni di loro è stato un evento traumatico, quantomeno inizialmente. Non è stato facile fargli comprendere che, per il loro bene, non avrebbero potuto incontrare i propri familiari per diverso tempo. Nondimeno hanno anche subito l’impossibilità di alcune particolari abitudini, come il poter andare dalla parrucchiera o dalla podologia — servizi che la nostra struttura garantisce internamente. Tutto questo è pesato molto a loro come a noi, ma alla fine pian piano hanno capito la situazione e le circostanze straordinarie alle quali eravamo tenuti a rispondere con serietà e prontezza.
E i familiari?
Anche per loro non è stato facile accettare una decisione così preventiva. In molti, soprattutto dopo il 28 febbraio, data in cui abbiamo bloccato totalmente l’ingresso ai visitatori, ci hanno chiamato chiedendoci spiegazioni nel merito di una decisione che a loro appariva, comprensibilmente, molto rigida.
Io e il nostro medico direttore sanitario abbiamo deciso di avvisare personalmente tutti i parenti, fornendo le informazioni necessarie che hanno motivato la scelta della nostra struttura. Oggi, a distanza di oramai due mesi, nelle telefonate con i familiari riceviamo ogni tipo di ringraziamento per aver fatto una scelta così coraggiosa, che certo è costata tanto sul piano emotivo, ma i parenti hanno capito che l’importante era preservare la salute dei propri cari.
E per ora — e speriamo per sempre — così è stato e ce ne hanno dato atto.
Visto il risultato, quindi, pensa sia valsa la pena adottare le rigide ed impegnative misure da voi messe in atto?
Certamente. Come ho già detto il prezzo da pagare è stato sicuramente alto sul piano emotivo, ma guardando al risultato posso fermamente dire che ne è valsa la pena.
«Il prezzo da pagare è stato sicuramente alto sul piano emotivo, ma guardando al risultato posso fermamente dire che ne è valsa la pena»
Per quanto andrete avanti così? Piano piano allenterete qualche misura o è ancora troppo presto?
È ancora troppo presto per ogni tipo di decisione o qualsivoglia allentamento delle misure preventive. Non dimentichiamoci che siamo ancora in piena pandemia, e che anche dopo il lockdown nazionale il 44% dei contagi ha avuto luogo all’interno residenze per anziani. Non si può in alcun modo allentare la presa. Continuerà il blocco degli ingressi fino a data da destinarsi, e anche dopo una recente videoconferenza di tre ore con i vertici sanitari della nostra azienda non ci sono state date direttive in merito ad eventuali cambiamenti.
Quale crede sia stato l’antidoto che ha salvato fino ad ora la vostra struttura?
Abbiamo una direzione sanitaria veramente preparata, decisa e competente. Allo stesso non posso mancare di fare i più doverosi complimenti e ringraziamenti a tutti gli operatori: medici, infermieri, operatori socio-sanitari, amministrazione, addetti alle pulizie e alla cucina, nonché a tutti i parenti dei nostri ospiti che hanno risposto in noi piena fiducia. A tutti loro va un sentito grazie con un monito, però: questa guerra non è ancora finita, dobbiamo continuare con massima serietà, professionalità ed attenzione il nostro lavoro perché la pandemia è tutt’altro che finita.
Cristiano Lugli
Epidemie
Il dipartimento dell’Agricoltura e l’Esercito USA iniziano la costruzione di un impianto contro un parassita carnivoro
Le autorità statunitensi hanno dato il via ai lavori per la costruzione di un impianto in Texas per la produzione di mosche sterili della Mycoplasma cynoplasma (NWS), un parassita che si nutre di carne e che si è diffuso in tutto il Messico, rappresentando una seria minaccia per il bestiame, la fauna selvatica e la salute pubblica degli Stati Uniti.
Situata nella base aerea di Moore, a Edinburg, la struttura «è in fase di costruzione con una tempistica serrata, progettata per espandere rapidamente la capacità di produzione nazionale di mosche sterili», ha dichiarato il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) in un comunicato del 17 aprile.
L’avvio delle operazioni iniziali è previsto per novembre 2027, con una produzione di 100 milioni di mosche sterili a settimana. «La costruzione proseguirà immediatamente dopo la fase operativa iniziale per portare la piena capacità produttiva a 300 milioni di mosche sterili a settimana», ha aggiunto il dipartimento.
Le mosche femmine della specie NWS depongono le uova negli orifizi o nelle ferite degli animali a sangue caldo, dalle quali in seguito si schiudono le larve. La larva si insinua in profondità nelle ferite, nutrendosi della carne dell’ospite.
La ferita si allarga man mano che si schiudono altre uova e altre larve si nutrono della carne, portando infine l’animale alla morte. Una singola mosca femmina può deporre fino a 3.000 uova nel corso della sua vita. Grandi sciami di questi parassiti provenienti dal Messico rappresentano una seria minaccia per l’industria zootecnica americana.
Attualmente, i casi attivi più vicini al confine tra Stati Uniti e Messico sono stati segnalati nello stato messicano di Nuevo León, situato a meno di 70 miglia dal confine.
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È possibile contrastare gli sciami di mosche NWS rilasciando maschi sterili nel gruppo. Quando i maschi si accoppiano con le femmine, depongono uova non fecondate. Col tempo, lo sciame si riduce, allontanando la minaccia.
Nella sua recente dichiarazione, l’USDA ha affermato di produrre già mosche sterili in uno stabilimento a Panama che produce 100 milioni di insetti a settimana. Inoltre, l’agenzia ha investito 21 milioni di dollari in uno stabilimento messicano, che dovrebbe entrare in funzione quest’estate.
L’impianto della base aerea di Moore, con una capacità produttiva massima di 300 milioni di mosche sterili a settimana, rafforza gli sforzi americani per contrastare la minaccia del NWS (Sindrome della mosca della frutta e della sabbia).
A partire dal 2 aprile, gli Stati Uniti hanno imposto restrizioni all’importazione di animali vivi (bovini, cavalli e bisonti) dal Messico a causa del parassita NWS. Oltre che negli animali, il virus NWS è noto per infettare anche gli esseri umani in rari casi.
Secondo un rapporto del 14 aprile dei Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie CDC), sono stati segnalati numerosi casi di questo tipo al di fuori degli Stati Uniti. «Nel 2023, Panama e Costa Rica hanno identificato un focolaio di NWS. Da allora, tutti i paesi dell’America Centrale e del Messico, dove la NWS era stata precedentemente tenuta sotto controllo, hanno identificato casi negli animali e nell’uomo», ha affermato il CDC. «Al 14 aprile 2026, questi paesi hanno segnalato quasi 168.000 casi di NWS negli animali e oltre 1.700 casi nelle persone».
Per quanto riguarda gli Stati Uniti, un caso confermato di infezione da NWS è stato riscontrato in una persona rientrata nel Paese da El Salvador.
L’infezione da Cocciniglia del Nuovo Mondo nell’uomo è generalmente non fatale se diagnosticata e trattata precocemente. Tuttavia, se non individuate e trattate precocemente, le infestazioni possono causare danni estesi ai tessuti e un dolore intenso e persistente in caso di lesioni ai nervi. Inoltre, se le larve penetrano negli organi vitali, possono insorgere complicazioni.
Nell’uomo, i sintomi includono dolore, sanguinamento della ferita, odore sgradevole intorno alla zona infetta e mancata guarigione naturale, con l’individuo che tende a percepire il movimento delle larve nella zona ferita.
Il CDC ha chiarito che le mosche NWS non sono state rilevate negli Stati Uniti e che non vi è «alcun rischio immediato di infestazione per le persone».
Come noto al lettore di Renovatio 21, la sterilizzazione via immissione di insetti geneticamente modificati è un tipo di operazione già programmata nel caso delle zanzare OGM, il cui uso dal controllo della popolazione parassitica si è esteso a quello della popolazione umana, con progetti di vaccinare le persone tramite zanzare bioingegnerizzate.
Le zanzare OGM sono state rilasciate in varie parti del pianeta, dall’Africa alle Hawaii alla Caliornia alla Florida al Brasile – dove la dengue, in seguito, è aumentata del 400%.
Anche nel caso delle zanzare è sensibile la presenza dell’esercito USA, oltre all’onnipresente Bill Gates.
Renovatio 21 da almeno un lustro ritiene la storia delle zanzare bioingegnerizzate – alle quali, ricordiamo en passant, lavorava anche il neo-onorevole professor Andrea Crisanti – come uno dei temi centrali del futuro prossimo.
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Epidemie
Avanzamenti della Commissione COVID. Intervista al dottor Giacomini
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Epidemie
Pfizer vuole il vaccino contro il Lyme, mentre aumentano le zecche e le allergie alla carne dalla sindrome alfa-gal
Pfizer sta cercando l’approvazione normativa per un nuovo vaccino che, a suo dire, preverrebbe la malattia di Lyme, mentre diversi Stati si preparano alla peggiore stagione delle zecche di sempre, in un contesto di aumento delle allergie alla carne legate alla sindrome alfa-gal.
Il mese scorso, l’azienda ha pubblicato i dati della sperimentazione di fase 3 sull’efficacia del suo nuovo vaccino VALOR («Vaccino contro la malattia di Lyme per gli appassionati di attività ricreative all’aperto»), affermando che «ha dimostrato un’efficacia superiore al 70% nella prevenzione della malattia di Lyme in individui di età pari o superiore a cinque anni».
«Data l’efficacia clinicamente significativa (…) Pfizer è fiduciosa nel potenziale del vaccino e prevede di presentare la documentazione alle autorità regolatorie», si legge in un comunicato stampa.
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Secondo quanto riportato, quando una persona viene immunizzata con PF-07307405, il suo corpo produce anticorpi contro sei sierotipi di Borrelia OspA. Quando la zecca si nutre del sangue della persona vaccinata, questi anticorpi vengono ingeriti dalla zecca stessa durante il pasto di sangue. Il legame degli anticorpi indotti dal vaccino con la proteina OspA della Borrelia all’interno della zecca inibisce la capacità del batterio di fuoriuscire dalla zecca, impedendone la trasmissione all’ospite umano.
LYMErix, un vaccino simile per la prevenzione della malattia di Lyme, fu introdotto nel 1998 e ritirato dal mercato nel 2002 dopo che le segnalazioni di artrite e altri gravi problemi a lungo termine scatenarono cause legali e ne fecero crollare la domanda.
La notizia del prossimo vaccino contro la malattia di Lyme giunge mentre i residenti di gran parte degli Stati Uniti orientali vengono avvertiti che quest’estate potrebbe essere una delle peggiori stagioni per le zecche degli ultimi anni, con un forte aumento dei casi di malattia di Lyme e di sindrome alfa-gal, attribuiti rispettivamente alle zecche a zampe nere e alla zecca stella solitaria.
La Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health afferma che lo scorso maggio si è registrato un aumento del 30% degli accessi al pronto soccorso per malattie trasmesse dalle zecche rispetto all’anno precedente.
Mentre la malattia di Lyme può causare sintomi debilitanti come febbre, affaticamento e dolori articolari, l’intossicazione da alfa-gal è una condizione potenzialmente letale che può scatenare reazioni ritardate come l’anafilassi in seguito al consumo di carne rossa.
Ad esempio, la sindrome alfa-gal è stata indicata come causa din un caso degli anni scorsi. La saliva della zecca contiene una molecola di zucchero chiamata alfa-gal. Questa stessa molecola si trova nella carne di molti mammiferi, tra cui maiali e bovini. Il morso della zecca può scatenare una risposta immunitaria eccessiva, che porta a reazioni allergiche quando l’alfa-gal viene nuovamente a contatto con l’organismo. Alcune persone sviluppano orticaria, diarrea o vomito dopo aver mangiato un hamburger o della pancetta, o dopo aver consumato latticini.
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Alcuni stati stanno ora procedendo al monitoraggio della sindrome alfa-gal; il Massachusetts ha recentemente iniziato a consentire ai residenti di segnalare i casi, e un disegno di legge in Missouri sta seguendo il suo iter legislativo. Nel frattempo, altri stati stanno chiedendo un monitoraggio simile.
A chi pratica attività ricreative all’aperto viene raccomandato di prendere precauzioni quando si trova in aree boschive, tra cui coprirsi il collo, indossare abiti di colore chiaro, camicie a maniche lunghe, pantaloni lunghi e calze, e controllare regolarmente la presenza di zecche. La rivista TIME è arrivata a consigliare agli escursionisti di «considerare la possibilità di fissare con del nastro adesivo l’apertura degli scarponi o delle scarpe alle calze».
Esperti affermano che infilare i pantaloni nei calzini può sembrare ridicolo, ma non è una cattiva idea.
Come riportato da Renovatio 21, anni fa aveva destato scalpore la proposta di un bioeticista legato al WEF di bioingegnerizzare esseri umani con intolleranza alla carne in nome della lotta al cambiamento climatico.
Nella sua proposta il dottor Matthew Liao, direttore del Centro per la bioetica del College of Global Public Health presso la New York University, nominava specificatamente la zecca Lone Star.
«La gente mangia troppa carne. E se dovessero ridurre il loro consumo di carne, allora aiuterebbe davvero il pianeta», aveva dichiarato il professor Liao.
«Quindi ecco un pensiero. Quindi si scopre che ne sappiamo molto: abbiamo queste intolleranze», ha continuato il Liao. «Per esempio ho un’intolleranza al latte. E alcune persone sono intolleranti ai gamberi. Quindi forse possiamo usare l’ingegneria umana per dimostrare che siamo intolleranti a certi tipi di carne, a certi tipi di proteine bovine».
«C’è questa cosa chiamata zecca Lone Star che se ti morde diventerai allergico alla carne. Quindi è qualcosa che possiamo fare attraverso l’ingegneria umana. Possiamo forse affrontare problemi mondiali davvero grandi attraverso l’ingegneria umana».
Indurre l’intolleranza alla carne con la bioingegneria umana. Per il bene dell’ambiente
Parola del dottor Matthew Liao, bioeticista legato al World Economic Forum
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— Renovatio 21 (@21_renovatio) August 23, 2023
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Le zecche insomma, come le zanzare, potrebbero rientrare in un vasto programma eugenetico mondiale.
Le inquietanti dichiarazioni del bioeticista legato al WEF sono da collegarsi con recenti rivelazioni, sempre più credibili, di programmi di guerra biologica tramite le zecche: secondo alcuni, la malattia di Lyme potrebbe quindi essere uscita da un laboratorio americano che utilizzava le zecche come vettore epidemico-militare.
Va notato come le zecche, e la malattia di Lyme, si stiano diffondendo ora in tutta Europa, Italia compresa, così come ossessivi programmi vaccinali portati innanzi dalla regioni – si tratta, tuttavia, dell’encefalopatia, non del Lyme, per cui la protezione offerta è quantomeno limitata.
Lo scorso anno, un po’ a scoppio ritardato, il governatore della Florida Ron DeSantis ha pubblicamente respinto l’idea che gli esseri umani possano essere modificati geneticamente per sviluppare un’allergia alla carne rossa come un modo per limitare il consumo di carne e proteggere l’ambiente.
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