Pensiero
Attacco terroristico jihadista in Niger. Coincidenza o «rivelazione del metodo»?
La notizia è passata in sordina, ma a suo modo è clamorosa: il terrorismo islamico è tornato a colpire in Africa, e guarda caso proprio in Niger, Paese al centro dell’attenzione mondiale in questo momento, forse più ancora dell’Ucraina.
Almeno 17 soldati del Niger sono stati uccisi in un attacco di gruppi armati vicino al confine con il Mali, ha detto il ministero della Difesa nigerino. Secondo una dichiarazione rilasciata martedì scorso, «un distaccamento delle forze armate nigerine (FAN) che si muoveva tra Boni e Torodi è stato vittima di un’imboscata terroristica vicino alla città di Koutougou [52 km a sud-ovest di Torodi]».
Il ministro della giunta golpista afferma che altri 20 soldati sono rimasti feriti, tutti evacuati a Niamey, la capitale. Più di 100 assalitori sarebbero quindi stati «neutralizzati» durante la ritirata, continua il comunicato.
Insomma: terrorismo, stragi, fiumi di sangue. Proprio ora. Ma guarda.
C’è da capire che il terreno è fertile da anni: nell’ultima decade, l’area di confine dove convergono il Mali centrale, il Burkina Faso settentrionale e il Niger occidentale è diventata l’epicentro della violenza dei gruppi armati legati ad al-Qaeda e all’ISIL (ISIS) nella regione del Sahel. Il sud-est del Niger è anche l’obiettivo di gruppi armati che attraversano il Nord-Est della Nigeria, culla di una campagna avviata da Boko Haram nel 2010.
Sappiamo bene a cosa ha portato questo decennio di terrore africano: alla presenza militare francese – la famosa Operazione Barkhane messa in piedi da Parigi nelle sue ex colonie Ciad, Burkina Faso, Mali, Mauritania, Niger. Negli anni alla missione militare antiterroristica vengono tirate dentro anche Estonia, Svezia e Italia. Ci sono anche prede importanti: viene fatto fuori con un drone francese un leader ISIS nel Sahara, Kamel Abderrahmal.
C’è un piccolo problema: gli stessi governi africani, ad un certo punto, cominciano ad accusare Parigi di sostenere gli stessi terroristi che i francesi dicono di voler combattere. L’atroce pensiero è diffuso anche in altri Paesi dell’Africa francofona. In pratica, gli africani dicono: la Francia crea il problema per venderci la soluzione. È un classico. Tuttavia è da qui che è partita l’irresistibile ascesa della Russia in Africa. È da qui che nel Continente nero è entrata la Wagner, e, per la disperazione di George Clooney, da diversi anni.
Ora, più che alla decadenza post-coloniale della Francia – che manda i militari in Africa per poi trovarsi le proprie città devastate dagli africani – preme qui notare altro.
La coincidenza di questa improvvisa fiammata di sanguinario jihadismo con i fatti di Niamey è davvero singolare. I takfiri, vai a capirli, attaccano il Niger proprio quando è in mano ai militari, teso come una corda di violino per una possibile invasione dei vicini dell’ECOWAS, o peggio, snervato dall’idea che potrebbe perfino arrivare un intervento francese.
No, non il momento migliore per un’offensiva, un attentato, una strage simbolica – tanto più se è non è una panzana africana quella per cui nell’attacco hanno ammazzato 17 soldati per poi vedersi eliminati 100 miliziani.
La coincidenza, più che con l’accusa di fomentare se non controllare il terrorismo che gli africani rivolgono ai francesi, è con la visita a sorpresa in Niger del vicesegretario di Stato USA Victoria Nuland, la grande pupara neocon di vari scenari di guerra e distruzione del pianeta.
«Nei miei incontri di oggi ho avuto la sensazione che le persone che hanno intrapreso questa azione qui capiscano molto bene i rischi per la loro sovranità quando Wagner viene invitato» aveva detto ai giornalista la «Toria» tornata in patria, riferendosi al fatto che elementi del governo militare nigerino avrebbero contattato la Wagner, che già è presente in Mali e Burkina Faso, e cioè i due Paesi che hanno giurato di difendere il Niger dei generali qualora venisse attaccato dall’ECOWAS o da altri.
Fa specie sentire la regina occulta (neanche tanto) di Maidan, quella che sceglieva il vertice dello Stato ucraino con una telefonata in cui esclamava pure «si fotta la UE», parlare di sovranità. Ma al di là del wording, è innegabile che la stessa presenza della Nuland a Niamey suoni come una minaccia.
O fate come diciamo noi, o tenete fuori Mosca, o ne pagherete le conseguenze.
Pochi giorni dopo, taac, arriva l’attacco terroristico.
Ecco i soliti complottisti. Chiaro. Magari adesso parte pure il discorso per cui Al Qaeda (che qualche testata ha tirato in ballo, anche se al momento in cui scrivo sui pochi giornali che ne scrivono non pare essersi stabilizzata una sigla a cui attribuire l’attacco: c’è un mazzetto da cui scegliere, anche là) in realtà significa «la base», ed era di fatto il database dei mujaheddin reclutati in tutto il mondo dalla CIA tramite i sauditi e i pakistani per combattere i sovietici in Afghanistan, un database di cui uno dei gestori era il giovane, educatissimo figlio di miliardario Osama Bin Laden, che a cavallo tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta stava a Peshawar a preparare i terroristi, pardon, i guerriglieri da infiltrare fra i monti afghani armati con armi racimolate dagli americani, prima in Egitto e forse in Israele, poi fornite direttamente dagli USA – come i famosi missili stinger, che cominciarono a decimare gli elicotteri dell’Armata Rossa.
No, vabbè, il discorsetto sull’origine CIA di Al Qaeda e pure dell’ISIS ve lo risparmiamo – perché davanti all’improvviso terrore nigerino dovremmo lasciare tutto al caro immaginar del lettore.
Tuttavia, vogliamo approfittare solo per ricordare altre curiose coincidenze di terrorismo africano delle ultime settimane.
Come riportato da Renovatio 21, poche settimane fa l’Uganda ha approvato una legge anti-gay. Il presidente ugandese Museveni non si è lasciato intimidire dalle pressioni internazionali – persino della Chiesa cattolica e anglicana – e dalle minacce di revoca degli aiuti (quel che sta facendo ora la banca mondiale), facendo appello anche all’orgoglio delle altre Nazioni africane affinché rifiutassero di dover ribaltare la loro morale, la loro società in cambio dell’assistenza occidentale.
La Casa Bianca risposto all’Uganda dicendo, per bocca del portavoce ammiraglio Kirby: «i diritti LGBT sono parte fondamentale della politica estera USA» è stato dichiarato pubblicamente.
Passano pochi giorni, e succede qualcosa di completamente inaspettato: 54 soldati ugandesi di stanza in Somalia per una missione di pace vengono trucidati dai terroristi islamici al-Shabaab – letteralmente la «gioventù», il gruppo stragista somalo legata ad Al Qaeda, quelli pagati milioni di euro dal governo Conte-Di Maio per riavere la cooperante poi convertitasi all’Islam (se ci tenete a sapere come è andata a finire, la procura di Roma a febbraio ha chiesto l’archiviazione dell’indagine).
È una coincidenza che notiamo solo noi, qui su Renovatio 21 – siamo qui a pensare male, come sempre, e quello che facciamo e vedere cospirazioni dappertutto, permettendoci perfino di ricordare che con gli Shabaab operava la «vedova bianca» Samantha Lewthwaite, britannica convertita all’Islam radicale irreperibile dopo la strage di Londra del luglio 2007, nonostante la caccia che, teoricamente, apparati di sicurezza britannici e africani le stanno dando da anni. Avvistata – chissà se vero – in Ucraina nel 2014, a quel tempo partirono stuoli di commenti di filorussi e non solo che accusavano la vedova bianca di essere un asset dell’MI6, il servizio segreto esterno britannico, quello che secondo i russi starebbe spostando commando di miliziani ucraini in Africa per guastare le cose alla Wagner.
Passa un’altra manciata di giorni. Ecco che l’Uganda subisce un’altra strage efferata, stavolta nel suo territorio: miliziani di un gruppo noto come Allied Democratic Forces (ADF) attaccano una scuola a Mpondwe, una città vicino al confine con la Repubblica Democratica del Congo e ammazzano almeno 37 persone. Il gruppo, che si oppone a Museveni, non colpiva in modo così feroce dal 2021. Uno dei due spezzoni che lo compongono è considerato una setta islamica.
Non vi sono solo l’Uganda e il Niger a vivere un’improvvisa recrudescenza del terrore in questi giorni. A giugno una sigla terrorista che non si sentiva dagli anni Novanta, il CODECO massacra con lame e armi da fuoco almeno 46 persone in un campo profughi nella provincia di Ituri, in Repubblica Democratica del Congo. Il CODECO, che starebbe per Cooperativa per lo Sviluppo del Congo, è considerato da molti una setta para-animista, con un guru che si fa chiamare «il sacrificatore».
E cosa c’entra ora il Congo?
Non c’è solo la questione dell’Africa LGBT, il Terzo Mondo da omosessualizzare con ricatti e propaganda. O meglio, la questione si innesta in un disegno geopolitico ancora più chiaro: la grande scommessa che la Russia sta facendo nel Continente nero, uno shift storicamente unico, tra immensi forum africanisti a San Pietroburgo – dove i leader africani incontrano direttamente Putin – ed un lavoro diplomatico del ministro Lavrov che negli ultimi mesi ha fatto un tour de force in Africa senza precedenti.
Il cambiamento rischia di essere epocale, e devastante per i poteri costituiti della geopolitica globale.
È possibile pensare che, quindi, qualcuno stia muovendo certe leve – le solite – per cercare di far sterzare gli africani, prima che finiscano, dopo essere entrati anche alla corte di Pechino, ad amare troppo il Cremlino?
È possibile se consideriamo le schiette confessioni di un personaggio come Miles Copeland (1914-1991), un personaggio che vale sempre la pena di riscoprire. Copeland è innanzitutto il padre dello Stewart Copeland batterista dei Police (e autore di tante colonne sonore di film) e pure di Miles Copeland III, manager dei Police, di Sting e produttore dei R.E.M., delle Bangles, dei Cramps, dei Dead Kennedys.
Secondariamente, Copeland era uno dei più potenti agenti CIA piazzati nello scacchiere internazionale. Copeland aveva partecipato a operazioni coperte come il colpo di Stato del marzo 1949 in Siria, il golpe in Iran nel 1953, e rimane conosciuto per la sua relazione diretta come il presidente egiziano Gamal Nasser.
Divenuto in pensione noto le sue pubblicazioni di analisi sulla storia dell’Intelligence, al personaggio non può non essere riconosciuta una bella franchezza: in un’intervista a Rolling Stone del 1986, dichiarò che «a differenza del New York Times, di Victor Marchetti e di Philip Agee [due ferventi critici della CIA, ndr], la mia lamentela è stata che la CIA non sta rovesciando abbastanza governi antiamericani o assassinando abbastanza leader antiamericani, ma immagino che sto invecchiando».
Si tratta della stessa onestà con cui ha scritto il libro The Game of Nations: The Amorality of Power Politics («Il gioco delle nazioni: l’amoralità della politica di potere»), un volume del 1969 mai tradotto in Italia e ormai introvabile.
«Agli americani non piace il terrorismo. Sebbene a volte svolga un ruolo essenziale nelle stesse operazioni dell’Occidente contro i leader afroasiatici recalcitranti, nascondiamo questo fatto» ammetteva nel capitolo intitolato «Nasserismo e Terrorismo».
Copeland sostiene che il terrorista, il «fanatico», altro non è che un «perdente per definizione, ma è un’importante arma nelle mani del non fanatico che vuole vivere per la causa». Se lasciati a loro stessi, i fanatici diventano «disturbi» e la «maggioranza arriva a bloccarli, pagando qualsiasi prezzo». Tuttavia, «nelle mani di leadership non fanatiche possono diventare armi di grande flessibilità e finezza».
«Le sciocchezza che dicono possono essere pulite così non solo da avere un minimo di senso, ma sembrare pure come appartenenti ad un alto piano morale» continua l’agente CIA. «Talvolta hanno lo stesso valore sia da morti che da vivi. Sono stupendamente spendibili. Hanno anche il vantaggio della grande disponibilità».
La sincerità di Copeland è tale da insospettire – perché sappiamo che quando un ex agente della CIA vuole pubblicare un libro prima deve essere vagliato dall’agenzia stessa.
Ciò detto, la prospettiva qui enunciata con tanta chiarezza aiuta a capire molte cose: il terrorismo per la CIA non è il male assoluto, non è l’uomo nero a cui dare la caccia, come raccontato dai giornali, dai politici, dai film e dai telefilm. No, il terrorismo, per la CIA, è uno strumento, «un’arma» pure versatile ed elegante – quasi un linguaggio, una lingua straniera con cui non puoi comunicare in patria ma quando sei all’estero usi con voluttà.
Il lettore adesso può unire i puntini da solo, per le stragi africane di questi giorni e non solo.
C’è da comprendere anche il contesto: in Africa è possibile esercitarsi, sperimentare a volontà. Come per i vaccini imposti dagli oscuri potentati transnazionali o dagli oligarchi globali come Bill Gates: ecco il siero anti-tetano che in realtà sterilizza le kenyote, ecco i disastri dell’iniezione papillomavirus, le morti per il vaccino DPT, il ritorno della polio via vaccino ammesso dall’OMS tra casi di bambini paralizzati, ecco i cerotti vaccinali, i piccoli africani usati come cavie per il marchio dei quantum dots.
Per non parlare di un’altra questione, forse la più inquietante, che riguarda sempre Gates e il Pentagono stesso (e pure uno scienziato ora deputato del PD): quella delle zanzare OGM, preparate per invadere l’Africa e sterilizzare la loro specie, di modo, dicono, da far finire la malaria.
L’Africa è un laboratorio – e ciò che testano lì è per poi implementarlo qui, in Europa, dove la resistenza della popolazione è, per il momento, maggiore. Vale per i vaccini come vale con probabilità per il nuovo terrorismo (armato, come ci ripetono gli stessi leader africani, dal mercato nero ucraino creato dagli occidentali).
Ma allora, perché lo fanno in modo sempre più spudorato? Perché non coprono più nemmeno le loro tracce?
Qui si entra nella speculazione, in quella che alcuni osservatori chiamano «revelation of the method», la rivelazione del metodo. Si tratta dell’idea per cui vi sarebbe una tecnica di guerra psicologica per cui alla popolazione si fa sapere esattamente cosa si sta per fare. Il risultato è duplice: preparare le persone ai cambiamenti, e nel frattempo confonderle – perché se le cospirazioni più fantasiose si realizzano, la linea tra realtà e finzione sparisce, e la psiche dell’individuo diviene più malleabile.
La rivelazione del metodo era tornata alla ribalta con il disastro chimico di Palestine, Ohio, a inizio anno, quando si apprese che il medesimo evento era predetto in un film di due anni prima, White Noise, tratto da un romanzo di Don DeLillo: tutto collimava, l’incidente del treno, la fuoriuscita di sostanze tossiche, il paesino sotto shock… alcuni cittadini di Palestine avevano fatto le comparse per il film.
Altri vedono anche nel successo planetario di Squid Game, la serie più vista degli ultimi tempi in tutto il mondo, i segni di rivelazione del metodo: un gruppo di miliardari crudeli e perversi si divertono a mettere i popolani l’uno contro l’altro, utilizzando il danaro come motore della disintegrazione sociale, e godendo nel vedere che i poveri si ammazzano e riducono il loro numero tra laghi di sangue.
Chi sa mai cosa ci stanno cercando di dire… Altro che significati occulti.
E quindi, l’arma terrorista sta per essere ri-applicata ancora una volta in Europa? È possibile, sappiamo che i loro padroni amano i fiumi di sangue, sappiamo che vogliono instaurare qui un’anarco-tirannia, dove una certa dose di terrorismo, anche quotidiana, aiuterà la popolazione a rimanere divisa e sottomessa, e al padrone di proseguire con i suoi piani.
E altre cascate di sangue.
Roberto Dal Bosco
Cremazione
Le ceneri di Guccini. Con benedizione cardinalizia
Mettiamo le mani avanti: non siamo mai stati nel novero degli estimatori di Francesco Guccini.
Nel periodo d’oro del cantautorato italiano altri erano i nostri riferimenti. Guccini no: ci dispiaceva la plumbea appartenenza politica, e più di tutto una certa monotonia del timbro e il modo enfatico e pesante di cantare, per il quale le canzoni sembravano composte da una sola nota martellata e ribattuta, anche se poi non era vero.
Naturalmente qualche suo pezzo lo si conosceva pure noi. Il repertorio di turpiloquio dell’Avvelenata era troppo ghiotto perché non lo si mandasse a memoria. È noto che il nostro non la considerasse un capolavoro, e pare che la ripudiasse addirittura: a riprova che gli artisti sono in genere pessimi critici.
Rammentiamo poi vivamente i grevi scongiuri a cui ci si abbandonava non appena si sentiva intonare In morte di S.F.. Nonostante l’ala del tempo sia passata anche su di noi, ancora oggi ne subiremmo la cupa suggestione, l’impulso a scaricarne la jella nel modo più maschio e triviale. Per la verità, bn pochi amavano sentirla, soprattutto in automobile, motivo per il quale ne ricordiamo solo l’inizio e la fine.
Sul rimanente, si conosceva qualcosa de La locomotiva, qualcosa di più de Il pensionato, e poco altro.
Uno dei problemi delle canzoni di Guccini, tra l’altro, è che si era costretti a cantarle come Guccini: cioè con un pronunciato sforzo di gola, calcando tutto e fingendo di pesare più di novanta chili. Fatica improba, che come tutto risultato dava quello, davvero non esaltante, di avvicinarsi all’imitazione che ne fece Fiorello in Come mai degli 883.
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Se non possiamo essere considerati degli estimatori, non possiamo però essere inclusi nella schiera dei detrattori. Guccini ha percorso la sua lunga vita senza il nostro affetto ma anche senza la nostra ostilità. Era come avere per condomino della scala B un apprezzato cultore di letteratura occitanica, che si saluta per le scale ma non si frequenta.
Osservatori distanti, certo più indifferenti che curiosi, ci troviamo forse in posizione privilegiata per valutare l’alluvione di parole spese e scritte post mortem sull’Omero di Pàvana. Posata la polvere, possiamo dire che non ci ha sorpreso quasi niente.
Erano da immaginarsi, per esempio, le paginate e paginate di encomio, lo sbrodolo agiografico, la commozione, i ricordi evocati in coro, spalla contro spalla, da chi lo ha conosciuto o semplicemente ascoltato in gioventù.
È un fatto: ogni generazione desidera celebrare sé stessa, e l’occasione migliore per farlo è indubbiamente un funerale. Davanti al capobandiera che se ne va, piccolo o grande che sia, i superstiti provano il bisogno di stringere l’asta e di gridare a sé stessi, nonché al mondo, di essere ancora in vita.
Alla notizia si è infatti radunata, da oriente a occidente, la moltitudine che l’esistenza, le inclinazioni e i travagli avevano diviso e sparpagliato. I vincenti e i perdenti, gli sciupati, gli ambiziosi, le promesse mantenute, le promesse mancate, gli umiliati, i talentuosi, i gregari: ognuno con la sua magagna ha frugato in volto il vicino in cerca di antichi bagliori e ha scoperto l’orgoglio di appartenere a una sola generazione.
E giù a dire quanto sono stati e sono ancora oggi belli e generosi, e soprattutto unici e irripetibili.
Cose già viste. Al loro tempo – magari con qualche riscontro in più – l’hanno proclamato i risorgimentali al funerale del Carducci; i fiumani, dinanzi alla bara del Vate; e via via sdrucciolando fino ai battistiani prePanella alla morte di Battisti, ai patiti del birignao-carioca alle esequie della Vanoni.
Giacché si è accennato al Carducci e al D’Annunzio, era ovvio che anche il Guccini venisse subito incoronato «poeta». Per settimane gli articoli hanno traboccato di citazioni a casaccio, anche su temi su cui il nostro non ha mai detto nulla. Dietro di esse, in controluce, si potevano intravedere vecchi vinili girare su giradischi addormentati, mentre sessantenni fanno i piatti canticchiando Cirano. Da qui a invocare che i versi del poeta (tipo: «la ragazza dietro al banco mescolava/birra chiara e sevenàp») irrompano nelle antologie scolastiche è un passo. Poesia, poesia!
Nessuna meraviglia anche in questo caso.
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Com’è risaputo, gli italiani della loro poesia non ne sanno una beata. Il bagaglio da stiva regolamentare ospita in genere quattro endecasillabi imposti nelle scuole dell’obbligo e sei o sette nomi che, per ausilio mnemonico, ritornano nella toponomastica cittadina – e via andare.
Ammettiamolo: da noi la poesia forse si studia, ma non si legge. Non se ne conoscono né le leggi né il lessico, non la si comprende e non la si gusta. Non si sa manco che cos’è. Per dirla in una parola, la poesia italiana, come dire ottocento anni filati, non se la fila nessuno.
Del resto, l’italiano ne fa allegramente a meno e campa lo stesso. Per chi vuole, al fabbisogno – così come un po’ a tutto ciò che attiene alla sfera ludico-artistica – ci pensano gli americani. Non è un caso se il poeta più letto (in traduzione) sia Emily Dickinson. Dicono che i suoi versi (in originale) siano anche i più tatuati sugli avambracci delle signore.
Se si hanno meno pretese, poi, ci sono i cantanti: per certuni sono i soli veri poeti. Il monte Elicona, un tempo più esclusivo della Trilaterale, ormai rigurgita di menestrelli italiani. Oggi si aggiunge il Guccini. E viva l’Italia.
Abbiamo pure appreso che il nostro era un uomo buono. D’accordo, de mortuis nihil nisi bonum, ma sia pur da lontano siamo portati a crederlo. Da giovane il Guccini sembrava un orso con il naso, poi invecchiando un orso in maglione con la zip: è difficile farsi un’idea diversa da quella del burbero di buon cuore. E chissà, pensiamo, quante preghiere di zie, prozie, nonni, bisnonni e trisavoli, nell’arco di secoli, sono salite e poi scese, a gocce, a rivoli, affinché ottanta e passa anni fa il piccolo Francesco, nel ricevere la vita, ricevesse in dote anche questa piccola perla che in fondo è una disposizione naturale, un bonus senza merito come l’occhio azzurro o l’alta statura.
Certo, le preghiere non sono riuscite a far sì che diventasse un cristiano, un cattolico. Per quello occorre il concorso del libero arbitrio, e qui il Guccini ha toppato.
Agnostico dichiarato e ribadito, come tanti, come tanti ha civettato con l’idea dell’Ente superiore senza arrivare mai al dunque. Se la parola Dio ha fatto talora capolino nelle sue canzoni, magari per dire che è morto, il nome di Gesù Cristo è rimasto oggetto di uno strano pudore. E forse è stato meglio così: almeno per quelli ai quali, come a noi, non piacciono i paciughi.
Già, perché il nostro ha abbracciato senza riserve tutte le più scontate battaglie della modernità: divorzio, aborto, unioni civili, eutanasia. Ossia, la borghesissima marcia che ha strappato gli italiani al loro retroterra per gettarli avanti a pedate verso un progresso fatto di solitudini, paura e vuoto. Francesco Guccini, tanto per capirci, ha preso perfino la tessera del partito radicale, il movimento più filisteo mai visto sulla faccia della terra.
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A noi però fanno un po’ pena quelli che a dispetto di tutto cercano di farne un credente malgré lui, un cattolico fuori menù, descrivendolo come di una persona «in ricerca», di un’anima naturaliter cristiana. Un agnostico «possibilista», che «non ha mai smesso di chiedere e ascoltare», un cultore del dubbio: insomma, un cardinal Martini. E verrebbe voglia di dire loro: ma non provate vergogna?
È come quando i periodici cattolici, sul finale di intervista, domandano all’ateo di successo se crede in Dio, sperando nel contentino del «Sì, ma». «Sì, ma non in modo tradizionale»; «Sì, ma non mi riconosco nei dogmi»; «Sì, ma la Chiesa deve cambiare/ venire incontro/essere povera/aprire alle diversità/ai divorziati/alle coppie omo»; «Sì, ma la mia fede è intima, non gridata». E ancora, per gradire: «Parlo spesso con Dio, magari per rimproverarlo»; «L’ho sentito vicino nella malattia del mio cane»; «Mi è di molto conforto leggere le parole di papa Francesco».
Questo vi basta? Siete dei poveracci.
Non sappiamo quanto nel Guccini ardesse la sete d’assoluto, quanto abbia chiesto e quanto abbia raccolto. Sono conteggi che lasciamo all’Onnipotente, che li sa fare.
Per quello che ne possiamo capire noi, ci sembra che sia stato di inequivocabile coerenza in vita e in morte. Si stava ancora grattando il violino che è stata data la notizia che il funerale sarebbe stato laico. Qualche discorso, una benedizione dell’amico cardinale e poi via all’inceneritore.
Forse Dio non l’avrà trovato, ma ha trovato lo Zuppi.
Anche questo non sorprende.
Avv. Renzo Magalozzi
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Civiltà
Chi sono i fabiani?
I’ll be honest with you: until recently I didn’t know much about the Fabian Society. Maybe it’s because the English know how to be smooth – so correct me if I am getting something wrong.
The Fabian Society was founded in London in 1884. Named after Quintus Fabius Maximus – the… https://t.co/jvd7MHLpsW pic.twitter.com/NWXYjatLs3 — Krzysztof Szczawinski 🇵🇱 (@Kristof_Poland) August 19, 2026
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Pensiero
Le tenebre di Michel Foucault
Renovatio 21 pubblica la traduzione del testo scritto su X dall’imprenditore e attivista francese Brivael Le Pogam, di cui avevamo pubblicato il mese scorso un denso articolo di sintesi sui danni mondiali fatti dalla filosofia parigina dei Foucault, Deleuze e Derridda. Il Le Pogam è ingegnere informatico e sviluppatore francese, noto soprattutto per essere il co-fondatore e CTO di Argil, una startup innovativa supportata dal celebre acceleratore americano Y Combinator. Renovatio 21 ha accennato alla figura del Foucault varie volte, l’ultima giusto ieri per parlare della riapertura a Nuova York delle saune gay, luoghi di perversione e contagio: Foucault, omosessuale sadomasochista, frequentava assiduamente questi luogi, e altri club parafiliaci, a San Francisco, finendo per contrarre l’AIDS e, secondo una voce raccolta dal suo biografo ma non confermata, infettando volontariamente altri omosessuali, non si sa se con o senza il loro consenso: l’unzione volontaria dell’HIV tra gay è un fenomeno noto e praticato oggi (i recipienti del virus sono chiamati bugchasers, «cercatori del baco», mentre gli untori «giftgivers», «donatori del dono»). Foucault è entrato a forza, complici la pressione internazionale generata dall’adozione negli anni Novanta della filosofia francese da parte delle grandi Università americane, anche nel sistema italiano. Frotte di professori universitari, e dei professori di medie e superiori che essi licenziano, adorano l’idolo Foucault, tirandolo dentro perfino nella spiegazione dei lockdown pandemici. Tutti costoro, che sono per lo più salariati dallo Stato che Foucault raccontava essere persecutore, non arrivano a comprendere quanto la realtà sia semplice: le teorie dell’autore di Sorvegliare e punire avevano più a che fare con le sue devianze sadomasochistiche che non che il pensiero razionale. Ci rendiamo conto altresì quanto sia complicato spiegare al docente con background di filosofia normaloide come poi queste figure, nemmeno al culmine della loro perversione, finiscano per identificarsi non solo masochisticamente come vittime, ma pure sadisticamente come carnefici: è il caso, abbiamo visto, di Robert Mapplethorpe, fotografo omosessuale sadomasochista anche lui morto di AIDS che fu tra i primi compagni di vita della ciclica ospita del vaticano conciliare Patti Smith – l’uomo, secondo un memoir, consumava i rapporti omofili violenti sotto una grande bandiera nazista… Domandiamoci: siamo sicuri che le autorità repressive e punitrici fossero per Foucault un problema? O è possibile che la sua filososfia stessa sia, per paradosso, uno strumento del sistema che a parole dice di voler combattere? Non è che l’impulso di morte antiumano che permea il lavoro dell’omofilosofo francese (l’uomo verrà cancellato «come un volto di sabbia in riva al mare») sia l’esatto motivo per cui la sua opera viene propalata alle ultime generazioni in tutto il mondo? Sul tema Renovatio 21 pubblicherà altri articoli.
L’altro giorno ho aperto una discussione su Sartre e il Maggio ’68. Oggi vi parlerò del pensatore più importante della teoria francese. Non il più mondano. Il più importante. Quello il cui software è ancora in funzione nelle università, negli uffici delle risorse umane, nelle redazioni giornalistiche, nei ministeri. Michel Foucault.
1926. Poitiers. Figlio e nipote di chirurghi. Borghesia medica. Il padre vuole un medico. Il figlio rifiuta. ENS, rue d’Ulm. 1948: un tentativo di suicidio. Sainte-Anne. Studia la follia dall’interno prima di scriverne. Breve periodo nel PCF. Lo lascia. Poi l’esilio: Uppsala, Varsavia, Amburgo. Lontano da Parigi. Lontano dal padre. 1961. Storia della follia. La tesi si riduce a una frase: la ragione non ha scoperto la follia. L’ha inventata per separarsi da essa. Il manicomio non è un ospedale. È un confine.
1966. Le parole e le cose. Un improbabile bestseller. Frase finale: l’uomo verrà cancellato «come un volto di sabbia in riva al mare».
L’autre jour j’ai fait un thread sur Sartre et Mai 68.
Aujourd’hui je vais vous parler du penseur le plus important de la French Theory.
Pas le plus mondain. Le plus important. Celui dont le logiciel tourne encore dans les universités, les DRH, les rédactions, les ministères.… pic.twitter.com/okO9aoXHdc
— Brivael Le Pogam (@brivael) August 30, 2026
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Maggio ’68, non è a Parigi. È a Tunisi. Dirà più tardi: senza il maggio ’68, non avrei mai fatto quello che ho fatto sulle prigioni, la delinquenza, la sessualità.
1969. Vincennes. È a capo del dipartimento di filosofia. L’anti-Sorbona. Lì non cercano più la verità. Cercano chi domina.
1970. Collège de France. Cattedra di Storia dei sistemi di pensiero. La carica più prestigiosa di Francia. Ha 43 anni. 1975. Sorvegliare e punire. Il panopticon. La scuola, la fabbrica, l’ospedale, la prigione: stessa architettura. Stesso sguardo.
1976. Storia della sessualità, Vol. 1. La sessualità non è repressa. È prodotta. Confessata. Gestita. 1977. Firma. Il diritto dei bambini e degli adolescenti «di avere rapporti con chi scelgono».
1978. Teheran. Vede in Khomeini una «spiritualità politica». Una volontà collettiva. Si sbaglia. Non ritratta del tutto.
1984. Muore di AIDS. A 57 anni.
Ora il punto cruciale. Foucault non era un filosofo che ha sbagliato un dettaglio. Era un uomo che ha sganciato la connessione con la verità. Non ha detto: «2+2 a volte fa 5». Ha fatto qualcosa di più radicale. Ha insegnato che la domanda interessante non è «è vero?», ma «chi ha il potere di dire che è vero?».
Nel suo sistema, la verità non è un obiettivo. È un costume. Un effetto. Un prodotto di istituzioni che parlano in nome della conoscenza.
Una volta accettato questo, tutto si capovolge. La scienza non è più un’indagine. È una forza di polizia della realtà. Il medico non è più un operatore sanitario. È un agente di normalizzazione. Il professore non è più un trasmettitore. È un cane da guardia. La giustizia non è più un giudizio. È una messa in scena. Una donna non è più una donna. È un incarico.
Judith Butler legge questo e inventa il genere performativo. Edward Said legge questo e inventa l’orientalismo accademico. Un’intera generazione impara che «la mia esperienza vissuta» ha più peso delle prove. Ed è qui che la situazione diventa vertiginosa. Foucault scriveva per seminari. Per Gallimard. Per un’aula magna del Collège de France. Non avrebbe mai potuto immaginare cosa sarebbe successo dopo.
Non immaginava che il dipartimento delle risorse umane di una multinazionale potesse trattare un fatto come un atto di violenza. Non immaginava che agli studenti venisse insegnato che la scienza occidentale è dominio. Non immaginava che in un’università non si potesse più affermare che un uomo non può partorire. Non immaginava la parola «wokismo». Non immaginava che un articolo di rivista, letto da trecento persone nel 1976, sarebbe diventato il sistema operativo di un continente.
Un uomo di Poitiers, brillante, tormentato, che voleva allentare la presa delle istituzioni, ha fornito il manuale d’uso per impadronirsene tutte. Questa è l’ironia.
Pensava di denunciare il potere. Ha dato al potere una nuova veste: quella di vittima, che si atteggia a vittima e tratta qualsiasi verità contraria come un’aggressione. Non ha rotto le finestre. Ha cambiato il programma. Ora ogni fatto è prima di tutto una mossa di potere. Il programma è in esecuzione. Non discutiamo più della realtà. Negoziamo la narrazione.
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Ecco come ci siamo ritrovati in questo mondo. Una scuola che sospetta invece di trasmettere. Una medicina che esita a nominare un corpo. Una stampa che confonde la verità con il kitsch. Una generazione che vede potere ovunque e bellezza da nessuna parte. Non è una deriva. È la tesi, spinta alle sue estreme conseguenze.
Se la verità non esiste, non resta altro che il gioco di potere. E il gioco di potere, una volta rivestito di virtù, non ha limiti.
Le persone che hanno ereditato tutto questo non sono mostri. Hanno ricevuto un software. Le cattive idee uccidono prima chi ci crede. La riconversione è possibile. Ma una civiltà che non sa più distinguere un fatto da un gioco di potere non può né guarire, né insegnare, né costruire.
La realtà non è un’oppressione. È l’unico terreno su cui i costruttori possono lavorare. Scusate.
E al lavoro.
Brivael Le Pogam
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Immagine di pubblico domini CC0 via Wikimedia
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