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Sport e Marzialistica

Paracadutista russo realizza il record saltando da 11 mila metri

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Recentemente il paracadutista russo Sergey Boytsov ha stabilito un nuovo record mondiale , lanciandosi da un’altitudine di 11.551 metri sopra le montagne dell’Altai. Il salto è stato effettuato in occasione della Giornata della bandiera nazionale russa. Boytsov ha raggiunto la quota prevista a bordo di una mongolfiera pilotata da Ivan Menyailo.

 

Quest’ultimo non è nuovo ad affiancare atleti in imprese dell’aria: insieme al collega Fyodor Konyukhov ha stabilito il record per il volo in mongolfiera più lungo senza scalo. La mongolfiera aveva un volume di 10.000 metri cubi e pesava circa cinque tonnellate. L’altitudine massima raggiunta fu di 326 metri e la velocità massima di circa 31 km/h, mentre il percorso superò i 1.000 chilometri, per una durata di 55 ore e 14 minuti.

 

Tornando al salto di Boytsov, una volta raggiunta la quota prevista, l’atleta si è lanciato dalla cesta del pallone, iniziando una lunga fase di caduta libera durata due minuti e mezzo. Durante la discesa ha raggiunto una velocità di circa 501 km/h, affrontando temperature che in quota hanno toccato i -59 °C. Il paracadute è stato aperto a 1.565 metri dal suolo, permettendogli di concludere il salto senza problemi e di atterrare nel distretto di Ust-Kalmansky.

 

L’impresa ha portato anche a un nuovo record di altitudine per una mongolfiera. Il precedente primato, stabilito nel 2025 dagli stessi Fyodor Konyukhov e Ivan Menyailo, era di 10.678 metri.

 

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Boytsov si era già messo in evidenza lanciandosi dal Lakhta Centre di San Pietroburgo e per le complesse evoluzioni ginniche eseguite ad alta quota sulle mongolfiere.

Questo tipo di imprese spericolate ha una storia lunga e affascinante. Il pioniere assoluto della disciplina è il francese André-Jacques Garnerin, il quale concepì per primo un paracadute di seta e privo di intelaiatura rigida che fosse adatto al lancio da un oggetto in volo: si lanciò nel 1797 da una mongolfiera al cui cesto applicò la sua invenzione lanciandosi da circa 900 metri. Il Garnerin è considerato l’inventore del paracadute a calotta emisferica. Nel 1911 Gleb Kotelnikov, un militare russo, inventò un paracadute a zaino che poteva essere aperto sia a mano sia con fune vincolata, mentre il primo lancio da un aereo avvenne nel 1912 quando, utilizzando tecniche ormai perfezionate, il capitano A. Berry si lanciò nei pressi di Saint Louis (USA).

 

Tra le figure iconiche di questo microcosmo di audaci e sprezzanti del pericolo, va ricordato Joe Kittinger, ex aviatore statunitense che il 16 agosto 1960 divenne famoso per essersi lanciato dalla stratosfera, da circa 31,33 km di altitudine, detenendo a lungo il record mondiale per il salto più alto con il paracadute e per la maggiore velocità raggiunta da un uomo in atmosfera.

 

 

Uno dei record di Kittinger è tuttora imbattuto: 4 minuti e 36 secondi di caduta libera. L’avventura del capitano floridiano fu raccontata sulle pagine del magazine LIFE dell’epoca. L’immagine di copertina della rivista immortala Kittinger, vestito di verde, mentre ruzzola attraverso l’etere sopra una coltre di nuvole bianche.

 

Decenni dopo Kittinger è arrivato il temerario austriaco Felix Baumgartner che ha superato il militare statunitense lanciandosi da 38.969,4 metri, infrangendo il muro del suono e raggiungendo la velocità massima di 1.357,64 km/h (pari a Mach 1,24).

 

 

Baumgartner è scomparso nel 2025, all’età di 56 anni, dopo un incidente con il parapendio a motore nei pressi di Porto Sant’Elpidio, in provincia di Fermo. L’atleta perse il controllo del mezzo durante il volo e precipitò vicino a una piscina. Le cause esatte dell’incidente sono state oggetto di indagine, ma le prime ricostruzioni avevano ipotizzato un possibile «malore improvviso» mentre governava il mezzo.

 

Il paracadutista austriaco ha compiuto imprese che hanno segnato questo sport. Nel 2003 fu il primo a sorvolare il Canale della Manica in caduta libera con una tuta alare. Si lanciò da circa 9.000 metri di altezza da un aereo sulla verticale di Dover, equipaggiato con una speciale ala in carbonio che gli consentì di planare a una velocità con punte di 200 km/h. Dopo aver sorvolato il Canale, raggiunse la costa francese, aprì il paracadute e atterrò sulle colline nei dintorni di Calais. Nel 1999 era stato il primo a lanciarsi dalle Petronas Towers di Kuala Lumpur e, nello stesso anno, compì un salto anche dalla mano della statua del Cristo Redentore a Rio de Janeiro.

 

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La storia del paracadutismo è costellata di visionari che si sono spinti oltre ogni limite. Probabilmente il più grande di tutti è stato il francese Patrick de Gayardon che, con le sue imprese e la costante voglia di sperimentare, ha contribuito ad aprire una nuova era.

 

Considerato un pioniere dello skysurf (disciplina che prevede l’utilizzo di una tavola simile allo snowboard per planare in caduta libera), de Gayardon ha rivoluzionato il concetto di volo trasformando l’aria in un elemento di navigazione. Va inoltre ricordato che fu tra i primi sviluppatori della tuta alare moderna (wingsuit), che consente un maggiore spostamento orizzontale aumentando il tempo di permanenza in aria.

 

 

Il suo salto nel Sótano de las Golondrinas, nel 1993, fu un lancio spettacolare ed estremo dentro una caverna naturale a pozzo in Messico: entrò in caduta libera in un’apertura larga appena 63 metri e profonda 376 metri, aprendo il paracadute soltanto una volta all’interno della cavità.

 

 

Nel 1995 si lanciò nei cieli di Mosca da una quota di 12.700 metri, conquistando il record mondiale di altitudine senza l’uso del respiratore d’ossigeno. Si buttò a temperature glaciali rimanendo in apnea durante la prima fase di discesa prima di raggiungere quote con un livello d’aria respirabile.

 

In questo breve racconto per sommi capi de questi eroi dell’aria, è d’obbligo ricordare la nostra paracadutista Barbara Brighetti – che tra poco intervisteremo per Renovatio21 – entrata nel Guinness dei primati per il record femminile di lancio dalla quota di 10.900 metri senza respiratore. La Brighetti si paracadutò nei cieli sopra Montichiari (BS), con una temperatura di -60 °C, rimanendo costretta a oltre 40 secondi di apnea. Prima di aprire il paracadute percorse circa 10.000 metri in caduta libera, arrivando fino a 750 metri dal suolo.

 

Francesco Rondolini

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Essere genitori

Botte da orbi tra adulti alla partita dei «pulcini». Drammatico quanto naturale?

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Nello Stato statunitense della Pennsylvania una violenta rissa tra due allenatori di football giovanile è scoppiata proprio davanti a bambini di terza e quarta elementare. L’intera scena è stata ripresa in video, finendo quindi sui mezzi di informazioni del Paese e tracimando, tramite l’internetto, nell’interomondo.   La caotica vicenda si è svolta durante il quarto quarto della partita di sabato tra Carlynton e Keystone Oaks a Carnegie. Il filmato, registrato da Ryan Crux, un genitore mostra la situazione degenerare dopo un’interruzione del gioco, con Keystone Oaks in vantaggio per 7-0.   Il 24enne allenatore del Carlynton è stato ripreso mentre urlava aggressivamente prima di scagliarsi contro membri della panchina avversaria. Indossando una maglietta verde, Canton si è diretto verso l’allenatore rivale, il coach dei Keystone Oaks.   Da lì è scoppiato il caos, con l’arbitro impegnato a fare tutto il possibile per proteggere i bambini dalla confusione.  

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Il video ci permette di parlare di un fenomeno misconosciuto ma molto presente anche in Italia: quello delle risse tra genitori alle partite dei figli sportivi. Si tratta di violenze che spesse volte si incentrano sull’arbitro.   I dati dell’Associazione Italiana Arbitri sono sconvolgenti: nelle stagioni 2022-2023 e 2023-2024 sono stati registrati complessivamente 870 episodi di violenza ai danni dei direttori di gara, per 978 giorni di prognosi, e nella stagione 2024-2025, al 20 novembre, se ne contavano già 195, 15 dei quali gravi. Un altro dettaglio interessante: nell’85-90% dei casi gli autori sono tesserati — calciatori, dirigenti, allenatori, quindi non sempre «solo» genitori sugli spalti, ma il fenomeno dei genitori resta una fetta consistente e particolarmente odiosa perché colpisce bambini e arbitri giovanissimi.   I casi di cronaca si sprecano. A Lodi, nel novembre 2025, durante una partita di Pulcini tra Montanaso e Usom Melegnano, un padre ha reagito a una decisione arbitrale lanciando un sasso in campo e brandendo un pezzo di ferro. È quindi dovuta intervenire la polizia.   A Collegno, nel settembre dell’anno passato, durante un torneo giovanile, un genitore avrebbe scavalcato la recinzione colpendo con pugni e calci un portiere avversario tredicenne, causandogli una frattura al malleolo.     A Desio, in una partita di Pulcini del 2019, una madre ha rivolto insulti razzisti a un bambino avversario.   Il capo degli arbitri di Reggio Emilia citava già anni fa il caso di Juventus-Torino, con i genitori dei pulcini che si sono picchiati, come episodio limite noto a livello nazionale.

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Durante una partita di pulcini al campo di Santa Lucia, a Verona nel 2019, un litigio tra due padri è degenerato: uno ha rimproverato il figlio ed è stato colpito al volto (labbra e denti feriti) dall’altro genitore, che poi ha tirato fuori un coltello minacciando di morte. È stato disposto un Daspo per entrambi.   A Padova, nel 2015, un banale fallo di gioco tra pulcini di 9 anni è degenerato in insulti, schiaffi e pugni tra genitori, fermati solo dai carabinieri.   Nel 2023 a Cremona, ecco la vicenda della nonna 71enne che ha schiaffeggiato un bambino della squadra avversaria; ne è nata una rissa tra i genitori sugli spalti, sedata dai carabinieri. Tre mesi dopo il questore ha emesso sei Daspo.   A Dubino, in provincia di Sondrio, nel 2016 vi è stata la tissa sugli spalti tra genitori tifosi durante una partita di Pulcini classe 2006: i bambini in campo, alcuni in lacrime, hanno smesso di giocare da soli e si sono abbracciati con gli avversari, dicendo «basta, noi non giochiamo più» — un episodio diventato quasi simbolico in senso opposto, di reazione dei ragazzini alla violenza degli adulti.   A Seregno, in provincia di Monza e della Brianza, si è avuto il caso più grave in assoluto: durante una partita tra pulcini di 8 anni, una rissa tra genitori è scoppiata sugli spalti dopo insulti reciproci rivolti ai bambini avversari. Un dirigente 44enne, intervenuto per calmare gli animi, è stato colpito con un calcio alla schiena: gli si è spappolato un rene, che i medici hanno dovuto asportare, ed è finito in terapia intensiva. L’aggressore, un 47enne, è stato indagato per lesioni personali gravissime con perdita dell’uso di un organo — si è parlato anche di possibile tentato omicidio.   Il fenomeno, va detto, non riguarda solo il calcio: anche in basket e rugby il problema dei genitori aggressivi sta crescendo. Nessuno sport è veramente immune dalla follia sportivo-genitoriale: in un video di commento alle recenti Olimpiadi Milano-Cortina, una pattinatrice russa (proveniente dal Paese purtroppo estromesso dalle competizione) ha raccontato che uno dei suggerimenti che si è sentita dare quando era ancora bambina era tenere i pattini sempre con sé: il rischio è quello che i genitori o gli allenatori delle atlete avversarie allentino furtivamente le viti che tengono le lame, così da inficiare la performanza o generare un vero e proprio incidente traumatico sul ghiaccio.   Vi è, purtutavia, una lettura non disforica di questi eventi: i genitori vivono la partita del figlio come fosse la propria, perché vedono nel piccolo la loro stessa continuazione.

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Si tratta quindi della scaturigine di un istinto umano e giustissimo, quello di proteggere la propria discendenza, quello di difendere chi si ama, ciò che si ha di più caro.   Un filo comune in molti di questi casi è che spesso non è nemmeno la partita in sé a scatenare la violenza, ma un rimprovero di un genitore al proprio figlio, o un fallo minimo, che innesca reazioni completamente sproporzionate — segno che il vero detonatore è la tensione accumulata dagli adulti, cioè l’energia che il loro animo mette a disposizione per la protezione dei figli.   Ciò detto, non è non ci siano tanti che ci marciano, e si sfogano con ancora più voluttà di quanto non sia possibile fare nelle curve degli ultrà, traendone godimento che solo la boria uligana può offrire.   Il fenomeno era stato inquadrato stupendamente nel 2005 in un episodio (S09E05) del cartone satirico South Park che raccontava come, in ultima analisi, ai genitori le partite interessavano di più che ai figli, soprattutto per la possibilità di berciare e, sperabilmente, fare a botte.      

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Sport e Marzialistica

Lotta a cavallo e caccia con l’aquila: ecco i Giochi Mondiali dei nomadi

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Sono in corso presso il lago Issyk-Kul, in Kirghizistan, i Giochi Mondiali dei Nomadi, arrivati alla loro VI edizione.

 

Atleti di 90 Paesi si sfidano in 43 discipline nate dalle usanze nomadi, dalla caccia con l’aquila alla lotta a cavallo e al tiro con l’arco, fino al tiro alla fune e ai giochi intellettuali della tradizione.

 

I cavalli sono al centro di molte prove; le competizioni si chiuderanno il 6 settembre.

 

Nell’«er enish» («lotta a cavallo») due lottatori a cavallo cercano – come in una sorta di judo equestre – di sbalzarsi a vicenda dalla sella, mentre nel «tyiyn enmei» («raccolta di monete») i cavalieri, al galoppo, devono piegarsi quasi a terra per raccogliere un oggetto, e chissà a cosa serve questa abilità.

 

 

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Havvi quindi il «kok-boru» («lupo grigio»), forse lo spettacolo più noto: due squadre a cavallo si contendono la carcassa di una capra e tentano di portarla nella porta avversaria: tipo un polo ma nella versione più barbara possibile – un polo debritishizzato, in fondo non può non piacerci, come del resto bisogna apprezzare le botte da orbi del calcio fiorentino, infinitamente migliore della versione filtrata dagli inglesi che ce l’hanno rigurgitata addosso come football.

 

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Evvi poi la caccia tradizionale, la quale è rappresentata dal «salbuurun», con aquile reali, altri rapaci e cani da caccia. Il programma comprende anche tiro con l’arco da cavallo (la nobile disciplina che in Giappone si chiama yabusame), corse di cavalli e numerose forme di lotta tradizionale.

 

 

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I Giochi vanno oltre lo sport. Yurte, costumi tradizionali, artigianato, musica e cibo hanno trasformato i luoghi in una vetrina della cultura nomade, cioè cultura della steppa e del Centrasia, dove le ex repubbliche sovietiche respirano ancora ampli influssi dell’impero mongolo del Genghis Khane.

 

L’evento nasce dagli sforzi compiuti in Kirghizistan negli anni Duemila per salvare i giochi tradizionali le cui regole rischiavano di scomparire con la scomparsa delle generazioni più anziane. L’iniziativa è stata poi riconosciuta dall’UNESCO come buona pratica per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale (o ICH, Intangible cultural heritage).

 

Dopo il debutto in Kirghizistan nel 2014, i Giochi Mondiali dei Nomadi sono approdati in Turchia e in Kazakistan, prima di tornare quest’anno nel Paese d’origine. Quella che era un’iniziativa regionale per tenere vive le antiche tradizioni è diventata una celebrazione internazionale della cultura nomade.

 

Una parola a parte andrebbe spesa per la cerimonia di apertura dei Giochi, specie dopo lo spettacolo devastante di fondamentalismo massonico-esoterico preparato a Parigi per le Olimpiadi 2024.

 

Ebbene, i kirghisi, che sono tipo sei milioni (meno della Lombardia), hanno prodotto una vera e propria festa per gli occhi. Come ha notato un osservatore su X guardando queste immagini , i «Giochi Nomadi sono quello che le Olimpiadi credono di essere».

 

 

 

E l’Italia, con tutti i campi nomadi, avrà mandato una delegazione? O i nomadi nostrani non fanno sport?

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Spirito

Pugile attribuisce alla Santa Trinità la sua spettacolare vittoria al campionato dei pesi massimi

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Il pugile croato trentaquattrenne Filip Hrgovic è diventato campione dei pesi massimi della Federazione Internazionale di Pugilato (IBF) il 29 agosto, attribuendo il suo successo a Gesù Cristo dal ring dopo aver sconfitto il ventunenne inglese Moses Itauma.   Itauma sembrava avere la meglio all’inizio dell’incontro, aprendo con un’offensiva aggressiva che ha «dominato» Hrgovic nel primo round. Tuttavia la pazienza ha avuto la meglio, poiché «alla fine del sesto round, Hrgovic ha percepito la stanchezza dell’avversario e ha bombardato Itauma di pugni, non riuscendo miracolosamente a mandarlo al tappeto». Itauma ha iniziato a rallentare nel settimo round e alla fine ha gettato la spugna nel nono.   Nell’intervista rilasciata subito dopo la vittoria, Hrgovic ha attribuito il merito del suo successo a una forza superiore.   «Lasciatemi dire una cosa», disse. «Non sono stato io stasera. È stato Gesù Cristo in me. Lo Spirito Santo. Padre, Figlio e Spirito Santo. Non sono stato io. Stavo perdendo ogni round. Sono stato surclassato. E non so da dove ho preso l’energia in quel (nono) round. E non era davvero la mia forza. Era lo Spirito Santo».  

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«Mi ha dato la forza in questo ritiro per sopportare tutto, per fare il miglior ritiro della mia vita. Mi ha messo in contatto con questo grande allenatore, Abel Sanchez», ha continuato il pugile. «Ero nella migliore forma della mia vita grazie a lui. Mi ha messo in contatto con il mio manager, Keith Connolly, che mi ha cambiato la vita, il miglior manager in circolazione. E tutta la mia squadra, mio ​​nipote Antonio, il mio chef, il mio fisioterapista, i miei sparring partner – ha organizzato tutto per avere un ritiro perfetto e un incontro perfetto. Quindi, grazie al mio Signore Gesù Cristo».   Il pugilatore croato ha un rapporto dichiaratamente forte e pubblico con la fede cattolica. Già nel 2015 si definì apertamente cattolico, dicendo di frequentare la messa domenicale. Nel tempo il suo modo di parlarne è cambiato: se nelle prime interviste la religione era solo un tratto biografico di un giovane atleta, negli anni successivi è diventata il linguaggio con cui racconta esperienze, difficoltà, stato psicologico e percorso professionale, tanto da poterlo descrivere non solo come «cattolico praticante» ma come testimone pubblico della propria fede cristiana.   Nel 2015, al quotidiano croato Večernji list, aveva risposto senza esitazioni alla domanda sulla fede:«credo in Dio, sono cattolico», aggiungendo di frequentare la messa domenicale. Il campione porta con sé una Bibbia nei ritiri di allenamento da circa dieci anni. «Porto la Parola di Dio in ogni campo da dieci anni. Mi dà forza per restare unito a Dio». Il boxeur porta con sé anche l’acqua santa.  

«Il rapporto con Dio è la cosa più importante nella vita. I soldi e la gloria sono vuoti, tanto moriremo tutti» ha dichiarato lo Hrgovic. Sposato in chiesa a Sesvete, considera l’esito del match secondario rispetto alla volontà di Dio e alla salvezza dell’anima.

  L’incontro ha rappresentato la prima sconfitta da professionista per Itauma e il 22° per Hrgovic. Il suo prossimo avversario dovrebbe essere il pugile cubano Frank Sanchez.  

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