Eutanasia
Noelia e il sistema della morte
Il caso di Noelia, la giovane donna spagnola alla quale è stata «concessa» l’eutanasia a domicilio, è stato immediatamente inghiottito nella solita polarizzazione sterile.
Da una parte, la narrazione dominante: libertà, diritto, autodeterminazione, scelta consapevole. Dall’altra, la contro-narrazione speculare: diritti negati, Stato assente, sistema sanitario incapace di prendersi cura dei sofferenti. Ma si tratta in realtà di due letture che tendono a «galleggiare» in superficie, in cui le opposte fazioni si interrogano sulle conseguenze senza mai mettere in discussione le cause e, soprattutto, senza ricercare l’origine di una visione dell’uomo ormai profondamente deformata.
Già, perché il punto non è stabilire se la scelta di Noelia sia stata libera e consapevole oppure no, bensì capire come si è arrivati a considerare la morte una risposta alla sofferenza. Anzi, la risposta alla sofferenza. Il sistema sanitario spagnolo ha accolto la richiesta di morte di Noelia come conforme ai criteri di legge: sofferenza ritenuta intollerabile, assenza di prospettive terapeutiche, volontà reiterata di porre fine alla propria vita. Tutto perfettamente legale, tutto perfettamente coerente. Ma è proprio questa coerenza a essere inquietante.
La vicenda di Noelia non è diversa, nella sostanza, dalle tante che l’hanno preceduta, come i casi di Charlie Gard, Alfie Evans, Vincent Lambert, Eluana Englaro o Terry Schiavo. Cambiano i contesti, cambiano le sentenze, cambia il lessico, ma la struttura è identica. Si parte sempre dalla medesima premessa antropologica: per essere riconosciuta come degna di essere vissuta, la vita deve essere cosciente, autonoma, relazionale, efficiente.
Quando perde queste caratteristiche, diventa discutibile; quando diventa segnata dalla sofferenza, può essere considerata non più degna. Non si tratta però di una deriva improvvisa, ma il risultato di un lungo processo culturale in cui il momento di svolta è rappresentato dall’introduzione del criterio della morte cerebrale.
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È proprio a questo punto che si è consumato il primo e decisivo strappo: un essere umano può essere dichiarato cadavere non perché il suo organismo ha cessato di vivere, ma perché ha perso una funzione ritenuta essenziale. Da quel momento in poi, la vita umana non coincide più con l’unità biologica dell’organismo, ma con la presenza di determinate prestazioni funzionali.
In un editoriale del The New York Times del 30 luglio 2025 intitolato Donor organs are too rare. We need a new definition of death, alcuni cardiologi di fama internazionale propongono apertamente di ridefinire la morte sulla base della perdita di specifiche funzioni cognitive. La memoria, l’intenzione e il desiderio sarebbero, secondo tale impostazione, le vere basi dell’identità personale e quando esse vengono meno, la persona può essere considerata morta, anche se l’organismo continua a vivere in senso biologico.
Non si tratta tuttavia di un’eccezione ma della formalizzazione esplicita di una linea teorica già ben nota, sviluppata sul piano filosofico da Peter Singer, per il quale la persona coincide con il possesso di determinate capacità cognitive. Dove queste capacità non ci sono, o vengono meno, non c’è più una persona in senso pieno. E dove non c’è più persona, non c’è più neppure un soggetto da rispettare.
Il resto viene da sé: se la vita vale solo in quanto «qualificata», allora può essere giudicata; se può essere giudicata, può essere ritenuta insufficiente; se è insufficiente, può essere soppressa. Si tratta di una catena logica semplice, lineare, implacabile. La sofferenza non è più un evento da accompagnare, ma un parametro da valutare. E quando essa si accorda al desiderio di morire, viene elevata a criterio: nasce così la «morte sociologica».
In pratica, quando la persona non soddisfa più gli standard qualitativi della modernità, viene progressivamente espulsa dalla piena umanità, prima sul piano culturale, poi su quello giuridico, infine su quello clinico. Il sistema che oggi chiama «diritto» l’eutanasia è lo stesso che ieri ha ridefinito la morte in termini funzionali, che ha ridotto il corpo a materiale biologico disponibile e la persona a un insieme di prestazioni; è lo stesso che oggi decide quali vite meritano di essere vissute e quali no. In questo senso, l’eutanasia non è una deviazione del sistema, ma la sua coerente espressione.
Dalla ridefinizione della morte alla relativizzazione del valore della vita e, infine, alla soppressione come atto terapeutico e caritatevole. Un percorso circolare, perfettamente logico: la vita viene prima svuotata, poi valutata, infine eliminata. E tutto questo viene raccontato come progresso, come civiltà, come conquista di diritti, oppure, all’opposto, come fallimento della società civile. Ma finché continueremo a discutere di libertà o di abbandono senza mettere in discussione la nuova antropologia inaugurata dalla rivoluzionaria ridefinizione della morte e dell’esistenza umana, continueremo a muoverci dentro lo stesso schema.
Cambieranno le parole, ma non la sostanza. E la sostanza è una sola: quando la vita perde il suo valore intrinseco, la morte diventa una soluzione perfettamente coerente.
Alfredo De Matteo
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Immagine screenshot da YouTube
Eutanasia
Fine vita: il Senato francese respinge la cultura della morte
Il crollo di un testo senz’anima
L’articolo 2 non era un mero dettaglio tecnico; costituiva la «chiave di volta» della legge, definendo i parametri dell’azione letale. Il suo rigetto ha scatenato un terremoto parlamentare. Privata della sua struttura portante, la Commissione Affari Sociali ha tratto le logiche conclusioni da questo vuoto: ha smantellato il resto del testo attraverso una serie di emendamenti di eliminazione. Come ha sottolineato Philippe Mouiller (LR), continuare il dibattito su un testo ormai inapplicabile sarebbe stato inutile. Bisogna ammettere che questo rifiuto è il risultato di un’alleanza fortuita. Da una parte, una destra con posizioni molto diverse sulla tutela della vita; dall’altra, una sinistra socialista frustrata da un testo giudicato troppo «timido» rispetto alle tendenze libertarie dell’Assemblea nazionale. Ma che importanza ha l’alleanza, purché si eviti il baratro: il principio del suicidio assistito è, per il momento, sospeso al Palazzo del Lussemburgo.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Il giuramento di Ippocrate di fronte al «peso morto»
Il dibattito è stato caratterizzato dal vigoroso intervento di Bruno Retailleau. Di fronte all’ironica osservazione di Patrick Kanner (Partito Socialista) secondo cui «il dado è tratto», il presidente del Partito Repubblicano ha ribadito una verità che trascende le divisioni religiose: «Quello che proponete è il rovesciamento del giuramento di Ippocrate, che risale a ventiquattro secoli fa , ben prima del cristianesimo». Il rappresentante eletto della regione della Vandea ha sottolineato il pericolo per la civiltà rappresentato da questa riforma: quello di una società in cui il malato, sulla soglia dell’eternità, finisce per chiedersi se non sia un «peso» per i propri cari. Trasformare il medico, ministro della vita, in agente di morte, è una sovversione che il Senato si è rifiutato di avallare.Cure palliative: l’unica emergenza caritatevole
In mezzo a questo clamore, e quasi all’unanimità , i senatori hanno definitivamente adottato un testo che rafforza l’accesso alle cure palliative. È qui che risiede la vera risposta alla sofferenza: non nell’eliminare la persona sofferente, ma nell’alleviare il suo dolore e nell’accompagnare la sua fine vita con una presenza umana e compassionevole. «La morte può aspettare», ha insistito la senatrice Christine Bonfanti-Dossat, ricordando a tutti che l’urgenza è di natura economica e umana, non ideologica.La vigilanza rimane essenziale
La battaglia, tuttavia, non è ancora finita. Sebbene il Senato abbia salvato almeno in parte la propria reputazione, il governo ha già manifestato l’intenzione di riprendere il controllo. Il disegno di legge potrebbe tornare all’Assemblea Nazionale già il prossimo giugno, un’Assemblea ben più ricettiva alle teorie sulla «morte amministrata». Dietro le quinte, sta prendendo piede l’idea di un referendum d’iniziativa popolare (RIP), promosso da Francis Szpiner e Bruno Retailleau, ufficialmente per dare voce ai francesi, pur sapendo che i vari sondaggi d’opinione mostrano che i francesi sarebbero favorevoli al principio della morte in guanti bianchi: niente di sorprendente in un paese ampiamente secolarizzato dove il diritto naturale è stato da tempo relegato nel dimenticatoio della storia. Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Eutanasia
Fine vita: il Senato francese riscrive timidamente il testo
Il 29 aprile 2026, la Commissione per gli Affari Sociali del Senato ha adottato una versione emendata del disegno di legge sulle cure di fine vita. Sostituendo «morte assistita» con «assistenza medica», la camera alta si sta comunque impegnando in una lotta di potere a breve termine con l’Assemblea Nazionale, mentre il Presidente dell’Assemblea Nazionale sta cercando di accelerare l’iter legislativo. Una cosa è certa: qualunque cosa accada, il diritto alla vita non ne uscirà vincitore.
Si tratta di un testo che procede a rilento, sotto l’occhio vigile di un governo ansioso di finalizzare un disegno di legge che sfida direttamente il diritto alla vita. Il 29 aprile 2026, i senatori della Commissione Affari Sociali hanno adottato una versione alternativa della riforma . Per i suoi sostenitori, la modifica non sarebbe meramente semantica, ma a un esame più attento, sembra che la riforma si stia comunque dirigendo verso la legalizzazione dell’eutanasia: il dibattito si concentra principalmente sulle condizioni in base alle quali essa verrà regolamentata.
«Accompagnare la morte anziché darla»
Su sollecitazione dei relatori della LR, Alain Milon e Christine Bonfanti-Dossat, la commissione ha respinto il progetto di suicidio assistito auspicato dai deputati . Al suo posto, i senatori propongono un’ «assistenza medica al suicidio» drasticamente regolamentata. Mentre l’Assemblea voleva estendere questo diritto ai pazienti in «fase avanzata o terminale», il Senato limita l’accesso solo a quei pazienti la cui vita è a rischio «a breve termine».
«Noi sosteniamo l’assistenza per chi sta morendo, non per chi vuole morire », ha insistito Christine Bonfanti-Dossat. Per la maggioranza di destra e di centro al Senato, il testo iniziale è stato considerato «fin troppo permissivo ». Inasprendo le restrizioni, il Senato spera di imporre la propria visione di cure mediche di fine vita, anziché un nuovo diritto individuale all’autodeterminazione.
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Calendario sotto forte tensione
Sebbene la sezione sulle cure palliative abbia goduto di consenso e sia stata adottata senza emendamenti, il destino dell’assistenza medica rimane subordinato ai dibattiti che si terranno all’Assemblea Nazionale l’11, il 12 e il 13 maggio. La posta in gioco è alta: se il Senato non riuscirà a proporre un’alternativa valida, il testo dell’Assemblea – più permissivo e privo di garanzie significative – prevarrà in via definitiva.
Fallito sia sul piano nazionale che su quello internazionale, il governo, dal canto suo, non nasconde la propria impazienza. L’obiettivo rimane l’attuazione del piano prima della pausa estiva. Questa ambizione è condivisa dalla Presidente dell’Assemblea Nazionale, Yaël Braun -Pivet, che non ha esitato a chiedere una sessione straordinaria a luglio. «Voglio lavorare quest’estate, anche fino al 31 luglio», ha dichiarato a Europe 1/CNEWS alla vigilia del 1° maggio, ricordando agli ascoltatori che il 2026 dovrebbe essere un «anno produttivo». Come se una fine programmata potesse essere utile all’umanità…
Si profila una situazione di stallo legislativo.
L’assistenza di fine vita non è, tuttavia, l’unica questione urgente sulla scrivania del Presidente della Camera bassa. Prima di chiudere questo capitolo sulle questioni sociali, i parlamentari dovranno prendere in considerazione altri due testi «fondamentali»:
- La legge sulla programmazione militare dovrebbe entrare in vigore tra due settimane.
- La riforma del welfare (ASE), un tema su cui Yaël Braun -Pivet giudica la Repubblica «fallimentare».
Tra la timidezza dei conservatori al Palazzo del Lussemburgo e il progressismo sfrenato del Ministero degli Affari Esteri, le prossime settimane si preannunciano turbolente. Se la situazione di stallo tra le due camere dovesse persistere, il potere esecutivo potrebbe finire per cedere l’ultima parola ai deputati, aprendo così la strada a una riforma delle cure di fine vita più radicale rispetto alla versione annacquata auspicata dai senatori.
Ma alla fine, è probabile che a prevalere sia la cultura della morte.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di Ank Kumar via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Eutanasia
Kennedy denuncia il regime canadese di suicidio assistito definendolo «abominevole»
RFK Jr. says HHS will fight to stop assisted suicide laws from spreading in the U.S.
“I think those laws are abhorrent.” “In Canada today… I think the number one cause of death is assisted suicide.” “It targets people with disabilities and people who are struggling in their… pic.twitter.com/xiXKJyV0w7 — End Tribalism in Politics (@EndTribalism) April 22, 2026
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