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Renovatio 21 intervista Gian Carlo Minardi

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Gian Carlo Minardi ha impresso un segno indelebile nella storia del motorsport, in particolare in quella Formula 1 dove la sua scuderia è stata protagonista per oltre due decenni. Partendo dalla provincia romagnola, Gian Carlo ha portato negli autodromi di tutto il mondo un mix raro di sapienza artigianale, schiettezza ed eleganza nei modi. In un’epoca di crescente complessità tecnologica, Minardi ha saputo imporre la propria visione in un mondo dominato dai colossi industriali, trasformando la sua factory di Faenza in una fucina di eccellenze e guadagnandosi il rispetto incondizionato di tutto il paddock. La sua sagacia e quell’innato talento nel leggere negli occhi dei giovani i campioni di domani — nomi che avrebbero poi scritto la storia delle corse — rimangono, ancora oggi, un patrimonio inestimabile riconosciuto e stimato dall’intero Circus. Lo abbiamo incontrato nella sua sede faentina dove ci ha concesso una lunga e intensa chiacchierata.

 

Ho appena sentito che sta girando un docufilm sulla sua vita.

Non lo volevo fare. Ho visto quello su Senna e su Ferrari. Son momenti che io ho vissuto e che non sono realistici come dovrebbe essere la storia di uno che ha fatto quello sport. Allora ho detto: piuttosto che poi lo facciano dopo che son morto, preferisco farlo io da vivo!

 

So che attualmente lei è impegnato su più fronti nel mondo dei motori. Chi è Gian Carlo Minardi oggi?

Gian Carlo Minardi è ancora un appassionato di automobilismo. Sono il presidente dell’Automobile Club di Ravenna, presidente della Commissione Velocità in Circuito e supervisore della Scuola Federale che è quella che ci sta dando più soddisfazioni in quest’ultimo periodo. Il presidente ACI, Geronimo La Russa, mi ha chiesto – essendo finito a dicembre il lavoro dell’ex direttore generale – se potessi ricoprire questo ruolo in attesa del nuovo bando ufficiale. È un impegno gravoso perché devo andare a Roma molto spesso ed essere sempre presente, perché ci sono problemi e riunioni tutti i giorni. È un periodo movimentato. Beh, lo era anche prima eh! [ride]

 

Rimane sempre nel suo habitat naturale.

È il mio mondo da una vita, ma io compio settantanove anni tra qualche mese. Incomincio ad avere dei recuperi lenti.

 

Come nasce in lei la passione e l’amore per il motorsport e come approda in Formula 1 con la scuderia che porta il suo nome?

Sono nato in mezzo alle macchine: la mia famiglia ha gestito una concessionaria FIAT dal 1926 fino al 2000. Nel 1947, l’anno della mia nascita, mio padre costruì una «Junior» — per intenderci, l’equivalente dell’odierna Formula 3. In quell’epoca i piccoli costruttori pullulavano, e lui realizzò persino un motore 750 a sei cilindri in linea.

 

Non appena ebbi l’età della ragione, in officina mi costruirono una macchinina a scoppio per sfrecciare nel parco di fronte alla concessionaria, dove un tempo correvano i cavalli. Il mio sogno era di fare il pilota. Ho preso la licenza e fatto delle gare in salita, ma ho visto subito che non era lo sport adatto a me o perlomeno che non avrei fatto chissà quale carriera. Mi sono buttato sulle auto storiche, altra passione di famiglia.

 

Nel 1972 sono stato chiamato da Alteo Dolcini – segretario generale del comune di Faenza e contemporaneamente presidente dell’ente tutela vini, oggi Consorzio vini di Romagna – che avevano come Passatore, marchio del suddetto Consorzio, sponsorizzato un team nascente di vicino Lugo e mi disse: «Gian Carlo ho bisogno di te, perché abbiamo fatto un importante investimento e vorremmo raggiungere dei buoni risultati».

 

Da lì in poi è stato un continuo. Abbiamo subito vinto in Formula Italia e con i soldi ottenuti da questa vittoria abbiamo fatto un anno in Formula 3. Contemporaneamente siamo saltati in Formula 2 e dal 1974 al 1979 sono stato un ottimo cliente per i vari team inglesi che a seconda dell’anno, cambiavamo telaio. Nel 1978 vennero a lavorare con me due ingegneri che erano appena usciti da Ferrari e decidemmo così di non modificare più macchine di altri, ma di farne una nostra.

 

Nel 1980 è nato il Minardi Team debuttando in Formula 2 e rimanendoci fino al 1984. In quella stagione constatammo che eravamo diventati grandi per fare la Formula 2, ma al contempo eravamo piccoli per entrare in Formula 1. Decidemmo comunque di fare questo grande salto – forse fu l’ultimo momento per poter montare su quel carro – anche perché l’ingegner Massaccesi, presidente dell’Alfa Romeo, ci promise un motore che non ci ha mai dato. Ce lo diede nel 1984 quando facemmo le prove con la prima vettura. Quando ci fu da concretizzare il contratto purtroppo l’accordo non andò in porto. Di conseguenza si era liberato l’ingegner Chiti e insieme a uno dei miei soci di allora, Piero Mancini, costruirono il motore.

 

Fu una bella esperienza, ma eravamo un team privato con pochi soldi contro i grandi marchi come Ferrari, Toyota e via dicendo. È stata una grande pazzia che ci ha permesso di fare esperienze incredibili. Nel 1988, quando finì l’era dei motori turbo, siamo tornati all’aspirato. Mi rincresce ammetterlo, ma purtroppo non abbiamo mai avuto un motore ufficiale. 

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Quando parla della sua lunga permanenza in Formula 1 sottolinea che i suoi motori avevano molti cavalli in meno rispetto a quelli che montavano i grandi marchi e questo rendeva tutto più difficile. Un gap tecnico importante.

Questo è il rammarico più grande che ho avuto nella mia storia, dove mi sono divertito, mi hanno dato e mi son tolto delle soddisfazioni. Non sono riuscito mai a dare ai miei ingegneri quello che oggi dà la Formula 1: chi ti noleggia un motore è obbligato a depositare i motori in FIA e deve essere uguale al motore della vettura ufficiale e di conseguenza le differenze sono minime.

 

Credo che in alcune occasioni avevamo un telaio veramente al top. In realtà, molti di quei ragazzi che han progettato quelle macchine hanno fatto poi una grande carriera e il rammarico è ancora più grande. Negli ultimi anni c’era un gap di oltre 100 cavalli tra noi e gli altri, quindi era impossibile.

 

Quel divario di potenza era difficilmente colmabile lavorando solo sugli altri aspetti della vettura. I regolamenti in Formula 1 cambiano tant’è che siete passati dai motori turbo ai motori aspirati. Qual è stata la motorizzazione più affascinate?

Il motore più affascinante e competitivo per noi, è stato il motore Ferrari nel 1991 che purtroppo mi son potuto permettere solo per un anno per i costi troppo elevati. In quell’anno arrivammo settimi nel Mondiale Costruttori, dove c’erano diciassette o diciotto team, non come adesso che ce ne sono undici.

 

In due o tre occasioni siamo stati veramente competitivi, però comunque avevamo un motore che era dell’anno precedente e la differenza di cavalli si avvertiva. Non era solo un discorso di hp, ma c’erano le benzine particolari e noi utilizzavamo una benzina dell’anno precedente. Quelli erano cavalli veri. Come assistenza, come qualità, il miglior motore che abbiamo avuto è stato il 12 cilindri Ferrari.

 

Si ricorda l’amozione al vostro primo Gran Premio in Brasile nel 1985?

Il 5 aprile in Brasile per me è una data storica. Il 5 aprile è il giorno che è morto mio padre, il 5 aprile ho firmato il contratto per i motori Ferrari e il 5 aprile ho debuttato il Formula 1. Al tempo si facevano le prove libere e poi quelle ufficiali. Devo dire che l’emozione più grande è stato quando alle 9:30 si è acceso il semaforo verde e il nostro pilota Pierluigi Martini è partito dai box. In quel momento mi son reso conto che eravamo veramente in Formula 1. C’era un parterre di campioni incredibile che fino ad allora avevo visto solo in televisione. In quegli attimi ho avuto una percezione della realtà molto forte e intensa.

 

Una bella sensazione.

Bellissima e che ricordo con tanto affetto.

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Che rapporto ha avuto con Enzo Ferrari? Avete avuto mai l’idea concreta di diventare un team B di Ferrari?

Probabilmente se l’ingegner Ferrari avesse avuto dieci anni di meno o vissuto dieci anni di più, si sarebbe potuto fare. Io l’ho conosciuto nel 1974. Mi mandò a chiamare da Luca Cordero di Montezemolo. Mi diede la 312T per allevare i giovani piloti italiani e nel 1976 mi fece fare due Gran Premi con i miei meccanici. Sull’altra vettura correva Lauda. Erano due GP che non erano inseriti nel Mondiale. Feci poi l’esperienza in Formula 2 con il loro motore 6 cilindri.

 

Enzo Ferrari mi ha sempre voluto bene e abbiamo avuto un rapporto fantastico. Credo di essere stato l’ultimo a vederlo in fabbrica nel maggio del 1988. Facemmo una Formula 1 Commission a Maranello e dopo la riunione andammo tutti a salutare l’ingegnere. Lui riconobbe solo me e dal giorno dopo non andò più in fabbrica. Morì nell’agosto di quell’anno. Devo dire che inconsapevolmente e inconsciamente molte cose le ho fatte un po’ perché me le ha suggerite, un po’ perché mi ha convinto a farle.

 

È stata un’esperienza bellissima conoscerlo per me che sono malato di motorsport e sono un tifoso Ferrari. Quando avevo bisogno mi ha sempre ricevuto e non ho mai fatto anticamera. Mi ha dato sempre dei consigli che si sono rivelati efficaci.

 

Enzo Ferrari aveva una personalità molto forte.

Eh sì. 

 

Oggi in Formula 1 c’è stato l’ennesimo cambio di regolamento che prevede motorizzazioni ibride che hanno sollevato qualche dubbio tra gli esperti del settore. Gli interrogativi sono molti perché abbiamo visto queste nuove motorizzazioni in pochi gran premi. Qual è il suo punto di vista in merito?

Ogni volta che cambia un regolamento è un problema. Lo abbiamo visto cinque anni fa con l’aerodinamica, ancor prima dal turbo al motore aspirato, da 3000 di cilindrata a 1500… Davanti a ogni cambiamento è difficile dare giudizi immediati. Questo nuovo regolamento è molto complicato e ci stanno studiando sopra sia chi l’ha inventato, sia chi l’ha attuato.

 

Probabilmente l’hanno sottovalutato quando hanno preso questa direzione, ma penso che a breve troveranno il bandolo della matassa e poi, come in tutte le cose, ci abitueremo. Criticare per il gusto di criticare non è nel mio dna e faccio parte dei tanti che ancora non hanno ben compreso il suo funzionamento fino in fondo. 

 

 

L’aerodinamica è un aspetto essenziale per le vetture di Formula 1. Voi trovaste una soluzione – non avendo disponibilità per usare la galleria del vento – in acqua per capire e sviluppare questo aspetto. Ci può raccontare questa esperienza? 

Era il 1984 e la galleria del vento non tutti i team l’avevano. In collaborazione con un’università svedese che faceva delle prove in acqua con dei sottomarini in una piscina enorme, ci diedero la possibilità di andare con una nostra vettura a fare delle prove in questa vasca. Siamo stati gli unici a fare una pazzia del genere e devo dire che tutto sommato la macchina non era male, anche se, come detto, avevamo un motore non all’altezza dei grandi team. A pensarci oggi era follia pura, una pazzia!

 

Questo intuito, questa artigianalità di cercare e trovare comunque una soluzione a prescindere dal budget, credo sia stato un vostro punto di forza.

È una cosa che oggi è quasi impossibile fare. 

 

Avevate dei bravi ingegneri.

C’era Aldo Costa e Gabriele Tredozi che debuttò con me nel 1988. Simone Resta nel 1999 debuttò con me per poi passare ai top team. Laurent Mekies, oggi team principal di Red Bull, ha iniziato con me. Massimo Rivola, oggi in Aprilia, stesso discorso. E tanti altri. Ho sempre prediletto i giovani anche nelle formule minori. Non avendo i mezzi per prendere campioni già affermati, ho investito sui giovani. A volte mi è andata bena, altre volte meno bene.

 

Molti hanno fatto strada e hanno contribuito a non far fare brutte figure alla Minardi pur avendo pochi mezzi. A fine stagione venivo saccheggiato dagli altri team, ma ho avuto sempre al mio fianco Gabriele Tredozi che formava sempre ingegneri nuovi. L’unico ingegnare già formato e preparato che ho ingaggiato è stato Gustav Brunner. Fu un’esperienza positiva soprattutto per la squadra giovane di cui disponevo. Quando ho ceduto il mio team eravamo in centotrenta a lavorarci.

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All’inizio della vostra avventura la sua squadra contava undici collaboratori, dico bene?

Esattamente! Oggi il team più piccolo conta circa ottocento dipendenti. Prendiamo la Racing Bull, ex Minardi: nella sede di Faenza contiamo settecentocinquanta dipendenti, dove oltre duecentocinquanta sono ingegneri. Tornando un attimo alla domanda di prima, credo che questa nuova formula che hanno istituito da quest’anno sia il futuro. La Formula 1 generalmente anticipa quello che poi saranno le macchine di serie nella sicurezza, nelle innovazioni tecnologiche e quant’altro.

 

Il budget per un team credo sia determinante.

Una volta non c’era il budget cap, tanto per essere chiari. Un piccolo team come il nostro è stato sempre nei dieci team più importanti e grazie a Dio abbiamo sempre avuto i diritti televisivi e una parte dei trasporti gratuiti. Rimanere nei dieci è stata la nostra sopravvivenza. Il budget più grosso che ho avuto era pari a sessantacinque miliardi di lire circa. Considera che i top team viaggiavano abbondantemente oltre il nostro budget.

 

Ha parlato di giovani talenti, sia ingegneri che piloti. Come si fa a scoprire un talento? Ci sono delle regole non scritte per poterlo fare?

Non esistono delle regole. Credo che siano delle doti naturali che ho avuto io e che ha avuto anche mio figlio. Non lo so spiegare. Ci sono tante considerazioni che faccio quando osservo un pilota correre. Ti faccio l’esempio di Giancarlo Fisichella. Quando correva in Formula 3 vado a Imola in uno dei pochi fine settimana che non ero in giro per il mondo e vedo questa macchina bianca con sopra solo il numero. Non so chi la guida, quindi non ho idea di chi ci fosse dentro, se fosse bravo o meno, se fosse un top driver o meno. Vado a vederlo in due curve per poi entrare nel box. Vedo che è Fisichella e osservo come si comporta con i meccanici e con gli ingegneri, perché è un aspetto fondamentale secondo me. Lo invito a Faenza il lunedì successivo lo metto sotto contratto.

 

È chiaro che il cronometro è determinante, però non conta esclusivamente quello. Ci sono tanti aspetti che ti fanno capire se un pilota può avere quel qualcosa in più rispetto a un buon pilota. E questo è successo parecchie volte nella storia della Minardi. A volte uno è rimasto un buon pilota e basta. 

 

Vent’anni fa mio padre è stato per oltre un decennio capo meccanico di una scuderia del Ferrari Challenge e mi diceva sempre che un bravo pilota, quando rientra ai box, dovrebbe saper spiegare bene ai tecnici gli aspetti della vettura che secondo lui non vanno.

Eh sì, ma anche qui son cambiate moltissime cose. Oggi il pilota deve saper guidare, avere un buon rapporto con la squadra, con il suo ingegnere capo e con gli ingegneri che lavorano per lui. Bisogna tener presente che adesso ogni macchina ha dieci ingegneri di contorno, ci sono cinque o sei centraline… sanno tutto in tempo reale. È chiaro che il pilota ti riferisce le migliorie o i peggioramenti della macchina, ma oramai è monitorato ogni singolo dettaglio. Il pilota deve essere un abile interpretatore della telemetria, avere un dialogo schietto con il proprio team e poi ci deve mettere del suo.

 

Pierluigi Martini è stato il pilota che ha collezionato più gare con voi della Minardi.

Centonove gran premi, di cui centosei è partito. È senza dubbio il pilota che ancora oggi è più vicino a me sia per logistica, perché abita a quattordici chilometri da casa mia, sia perché ci vediamo spesso, sia perché adesso è diventato un collezionista di macchine e un animatore del Minardi Day. Lo conosco sin da quando era bambino, perché suo zio ha corso con me. È uno di famiglia. Con tutti gli altri piloti ho avuto un rapporto di lavoro, con lui è stato anche altro, perché quando veniva fuori una bandiera rossa, un po’ di tensione ce l’avevo, che non ho avuto con altri piloti. 

 

Michele Alboreto, altro bravo e importante pilota italiano, ha corso con lei.

Proprio sabato scorso abbiamo ricordato i venticinque anni dalla sua morte. Alboreto ha fatto il suo primo anno da professionista in Formula 2 con Minardi nel 1981, e l’ultimo anno, nel 1994, in Formula 1 con Minardi. Con lui ho mantenuto un buon rapporto anche dopo, tanto che stavamo progettando di fare la famosa Scuola Federale. È nata nel 2000, dopo la sua morte, e porta il suo nome. Dopo la Formula 1 è andato a Le Mans e quando decise di correre la sua ultima gara ebbe quel tragico incidente che gli costò la vita.

 

Un altro pilota che lei ha avuto è Alessandro Nannini. Un campione sanguigno e diretto.

Anche troppo [ride]! Il Nanno ha vinto subito in Formula Italia di allora, iniziando a correre tardi rispetto agli standard di oggi. Dopo quell’exploit l’ho portato in Formula 2. Ha fatto ottimi piazzamenti senza mai vincere, ma era un pilota fantastico. Mi dispiace che abbia avuto quell’incidente con l’elicottero [12 ottobre 1990, ndr], perché era al suo secondo anno in Benetton [Formula 1, ndr] e stava crescendo enormemente. Probabilmente non aveva ancora dato tutto quello che poteva dare. Era genio e sregolatezza. Il mio rammarico è che non abbiamo visto il massimo di Alessandro Nannini. 

 

Era un pilota che sapeva scaldare il cuore dei tifosi con delle performance al limite del regolamento e rimaste nell’immaginario collettivo.

Lui aveva una sensibilità enorme ed è una dote che la natura ti dà, ma poi devi essere bravo tu a gestirle. Senna, ad esempio, era baciato da tutto, ma lui ci metteva del suo nella preparazione fisica, con mentalità e la concentrazione. Quelli che vincono oggi sono piloti che oltre essere baciati dalla bravura, sanno fare una vita particolare e finalizzata a quello che è, di fatto, il loro mestiere. 

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La preparazione fisica di un pilota di Formula 1 negli anni Ottanta e Novanta era curata come oggi?

Noi siamo stati tra i primi ad avere un preparatore atletico e ad avere un’equipe medica. Io venivo dall’esperienza contemporanea del calcio, dove una squadra ha queste figure medico/professionali e questa cosa l’ho traslata in Formula 1. Il dott. Ceccarelli ha iniziato la sua avventura con me e oggi è diventato un punto di riferimento per molti team. Poi è arrivato Michael Schumacher che era un malato della preparazione fisica.

 

I miei piloti, salvo Nannini [ride], han sempre fatto una buona preparazione. Oggi c’è un fattore in più che è lo psicologo, che noi lo abbiamo introdotto come Scuola Federale molto tempo fa. Ci sono da fare delle considerazioni; oggi a dodici anni cominciano a correre con i kart, a quindici anni e un giorno possono correre in Formula 4. Sei un bambino e hai bisogno di supporto sia perché lo faccia per passione, sia perché è stato indotto dal nonno, dal babbo, dallo zio che aveva corso in macchina, sia per dargli la responsabilità.

 

Prendiamo Andrea Kimi Antonelli; ha diciannove anni ma ha la testa di uno di trenta. È chiaro che dovrà ancora maturare quell’esperienza in pista che non si compra al supermercato. Lui è uno di quelli che è cresciuto in mezzo alle macchine, si è concentrato sulla sua personalità che non è stata scalfita neanche nei momenti peggiori, perché era preparato. 

 

I piloti sono degli atleti e in tanti sport abbiamo visto negli ultimi anni una crescita, di pari passo con la tecnologia, della preparazione fisica e mentale con una cura sempre maggiore al corpo e alla mente. 

In una gara di oltre trecento chilometri oggi la concentrazione è una cosa importantissima tanto più con i computer che hanno al posto del volante. Per tenere la concentrazione sotto sforzo per trecento chilometri, si deve essere mentalmente e fisicamente a posto. Fino all’inizio degli anni Novanta le macchine non avevano servosterzo e avevano il cambio manuale. È cambiato il mondo in questi anni.

 

Altri due italiani che ha avuto in scuderia sono stati Luca Badoer e Jarno Trulli.

Luca Badoer lo avevo in prestito d’uso, nel senso che era il terzo pilota della Ferrari e per tenerlo allenato me lo avevano dato. Non l’ho scoperto io. Trulli veniva dalla Formula 3. Fece sette o otto gran premi con me.

 

Secondo lei un pilota come Jarno Trulli ha vinto meno di quello che effettivamente avrebbe potuto?

Non saprei dirti, ma ha fatto delle scelte opinabili secondo il mio modesto punto di vista. Se fosse rimasto in Benetton avrebbe potuto vincere qualcosa di più, ma ha scelto Toyota. Era un buon pilota.

 

Fernando Alonso è un campione che ancora oggi, nonostante l’età non più giovanissima, è ancora nel circus della Formula 1.

Ad agosto compie quarantacinque anni. È diventato babbo. Vedendolo oggi in tv, nel suo volto ci leggo ancora la grinta e la qualità di una volta. È un altro di quelli che si è mantenuto al top fisicamente. Aveva un preparatore che ha trovato in Minardi, che purtroppo ci ha lasciato l’anno scorso, e se lo è portato dietro per tutta la carriera. Fernando, secondo me, è un altro che ha fatto delle scelte sbagliate, sennò avrebbe potuto vincere sette o otto campionati del mondo. È stato anche sfortunato perché ne ha persi due per uno o due punti. 

 

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È stato scoperto da lei che poi lo suggerì a Flavio Briatore, giusto?

Ero attaccato dalla Ferrari tanto che disse ad Alonso: «Vatti a liberare da Minardi, perché ti prendiamo noi». Io gli dissi: «Stai sereno, ti trovo il posto io. Tu a piedi non ci rimani». Ciò stava accadendo quando tutti pensavano che il mio team stesse per chiudere i battenti da un momento all’altro. Lo individuai nel 1999 e l’anno dopo fece il terzo pilota con me. Già si vedeva che andava forte. Flavio Briatore sostiene che Alonso lo ha scoperto lui ma non è vero e non me ne frega un cazzo. A fine 2000 si ammalò il mio socio, Gabriele Rumi, ed ero in grosse difficoltà.

 

Chiamai il buon Flavio Briatore per offrirgli Alonso e devo dire che quella è stata la prima e unica volta che ho preso i soldi per la cessione di un pilota. Avevo un contratto fino al 2006 con Fernando e l’ho ceduto a Flavio per un milione. Per farti un esempio, la McLaren pagò ventidue milioni per Kimi Räikkönen nello stesso periodo. Diversamente dagli altri, perché l’esperienza insegna, misi nel contratto che finché non avesse corso in Benetton, lui poteva correre per me. Nel 2001 ha corso per me. Nel 2002 Flavio fece vedere che non lo faceva correre, ma che gli faceva un programma di cinquantamila chilometri di prove e allora io lo lasciai andare. Nel 2005 e 2006 è diventato campione del mondo. 

 

Abbiamo citato Ayrton Senna. Un personaggio che ha segnato in maniera indelebile la Formula 1. 

A trentun anni dalla sua morte ancora la gente va alle celebrazioni per il suo compleanno e per il primo maggio – giorno della sua morte [1994, ndr] – lo si commemora alla curva del Tamburello del circuito di Imola dove viene fatta la benedizione. Ci sono tantissimi giovani che portano colori e casco di Ayrton Senna. È una di quelle cose, come dico sempre, che andrebbe studiata all’università, perché è un fenomeno irripetibile. Altri piloti famosi e importanti non hanno avuto il ritorno che Senna ha ancora oggi dopo trent’anni dalla sua scomparsa. 

 

Lei aveva un bel rapporto sia con Ayrton che con suo babbo Milton.

Ho conosciuto Ayrton agli albori degli anni Ottanta, quando correva a Thruxton con la Formula 2. Con me correva Paolo Barilla – attuale vicepresidente del gruppo Barilla – che mi disse: «Gian Carlo vai a vedere che c’è un fenomeno che viene dai kart che corre in Formula Ford. Vedrai che ti impressionerà». Andai a vederlo e sul bagnato fece delle robe incredibili. Siccome una rondine non fa primavera, qualche giorno dopo tornai a vederlo a Hockenheim. Andai a trovarlo nel paddock e lo invitai a cena.

 

Parlammo del più e del meno e io gli proposi un contratto affiancandolo a Nannini. Lui mi rispose: «Io ti ringrazio, sei il primo che mi offre un sedile da professionista» – gli offrii anche dei soldi che se solo mi avesse detto di sì non avrei saputo dove prenderli – «però io ho già il mio programma: Formula 3, Inghilterra, Formula 1 in un piccolo team e nel 1988 voglio diventare campione del mondo di Formula 1». Era molto consapevole delle sue potenzialità.

 

 

Da lì è nato un rapporto di reciproca stima e fiducia tra noi. Al tempo non era nessuno e io gli avevo offerto un contratto quando gli inglesi gli chiedevano dei soldi per correre. Alla fine lui mi disse: «Questo me lo ricorderò per tutta la vita». Gli piaceva la pasta e veniva sempre a mangiare da noi in Minardi. Suo padre stava spesso nel nostro motorhome, più che in McLaren. Un giorno eravamo a tavola in quattro: papà Milton, Ayrton, Angelo Orsi, che era la sua ombra, e il sottoscritto. Senna dichiarò: «Divento cinque volte campione del mondo» – che significava eguagliare Fangio – «e poi vengo a far grande la Minardi».

 

Nel 1993, che fu il suo anno peggiore, quando Prost gli aveva portato via il posto in Williams, prima di iniziare la stagione voleva smettere o fare un anno sabbatico con me. Io, nelle tante telefonate soprattutto serali, lo convinsi a fare un certo tipo di contratto con Ron Dennis e di correre con lui. Lui vinse cinque gran premi lo stesso, fece una stagione della Madonna e guadagnò più soldi di quelli che gli offrì al principio Ron Dennis [ride]. 

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Primo maggio 1994. Un giorno buio per la Formula 1 all’interno di un tragico week end.

La peggiore data per il motorsport e mia personale, perché noi perdemmo una ruota nei box con Alboreto. Lo ricordavo sabato scorso quando abbiamo commemorato Michele, perché tutti pensavano al passato mentre io gli ho detto: «No, Alboreto è ancora vivo sia come Scuola Federale che mi onoro di essere il supervisore, e perché se ci sono i limiti di velocità nella corsia box è merito suo». Al tempo se ne parlava già e Alboreto nel contratto che siglammo nel 1994 mi mise una postilla che lui all’entrata dei box gestiva a sua discrezione la velocità. Considera che noi eravamo il primo box in corsia e il pilota quando riparte dopo il cambio gomme a fine corsia è già sopra i duecento all’ora. E se perde una ruota?

 

In quell’occasione stendemmo sei meccanici della Tyrrell e quattro della Ferrari. Potevamo fare una strage. Il venerdì abbiamo avuto il tremendo incidente di Barrichello, il sabato muore Roland Ratzenberger, sabato sera riunione per la sicurezza facendo molta pressione verso noi costruttori.

 

Devo dire che con quel nefasto primo maggio è cambiata decisamente la Formula 1 e la FIA ci ha imposto un cambio di regolamento ogni cinque anni e interventi immediati quando c’è bisogno di aumentare la sicurezza. Negli ultimi trent’anni abbiamo avuto un morto in Formula 1, Jules Bianchi [Suzuka 2015, ndr], ma in quel caso non c’entrava la sicurezza.

 

Cito uno dei più validi giornalisti del motorsport, Giorgio Terruzzi, che abbiamo intervistato su Renovatio 21: quando succede una disgrazia in pista, per un mero calcolo statistico, in quel fine settimana non ne succedono più. Invece quel maledetto weekend imolese pareva avesse una sceneggiatura da film tragico. Una concomitanza di eventi con l’epilogo finale dove muore il più bravo di tutti: Ayrton Senna.

Bisogna fare una grossa considerazione. Le macchine al tempo pesavano quattrocento ottanta chili, oggi settecento novantacinque, e cercavamo di estremizzare tutto. Al tempo andavano di moda i piloti piccoli come Prost, Martini, Fisichella. Piloti magri, perché dovevi restringere al massimo tutto il possibile nella vettura. Quel fine settimana è stato devastante perché il sabato è morto Ratzenberger e tutti sottolinearono il fatto che la macchina era di seconda fascia, si è sbriciolata dopo l’impatto e la guidava un pilota che era al suo quarto gran premio. La domenica si è ammazzato il numero uno.

 

Devo anche dire che se non fosse stato Senna non sarebbe successo secondo me. Chiese una modifica al volante che, se solo mi avesse accennato il sabato sera, gli avrei proibito categoricamente; gli avrei quasi dato delle botte pur di non fargliela fare. Non è stato tanto l’impatto contro il muro, perché lui fisicamente non aveva niente, ma una leva gli si è infilata tra casco e visiera. Detto questo, è morto. Lì tutti facemmo un attimo di riflessione. In primis la FIA, che c’ha obbligato subito a fare due modifiche che per un team piccolo come il nostro voleva dire uno sforzo economico non indifferente. Mi pare che spendemmo due miliardi di lire. Però da lì in poi la sicurezza fu messa ancor più in primo piano con dei crash test sempre più impegnativi. Molte cose sperimentati in Formula 1 sono poi state traslate nel mondo automobilistico. Quel primo maggio ci ha fatto rendere conto che, forse, ci eravamo spinti troppo in là.

 

Abbiamo discusso di sicurezza nelle vetture da corsa con Miki Biasion, campione del mondo di rally. Il famigerato gruppo B di rally era votato solo ed esclusivamente alla prestazione senza badare troppo alla sicurezza, tant’è che dopo che persero la vita diversi piloti, fu soppressa quella categoria. Erano anni in cui si guardava di più alla performance che alla sicurezza.

Sia nel turismo, sia nella pista, il peso è determinante ancora oggi. Al tempo si giocava molto sul peso. Se tu zavorravi una macchina avevi delle prestazioni migliori rispetto a una macchina che era sovrappeso, perché la zavorra la posizionavi dove meglio credevi. Non parliamo delle macchine di serie che ce l’avevano in mezzo ai piedi, pericolosissimo in caso di cappottamento. Macchine estreme nei pesi, ma fortunatamente oggi hanno delle robustezze che allora non avevano.

 

Ayrton era molto credente e non nascondeva la sua fede.

Lui non ha mai nascosto nulla, né pregi, né difetti.

 

Come veniva percepito il rapporto con la morte da parte dei piloti?

Il pilota non ci pensa, ma dopo quel primo di maggio forse hanno iniziato a pensarci. Ognuno di loro si sente inattaccabile, invulnerabile. L’errore è sempre dietro l’angolo. È anche vero che il pilota che si avvicinava al motorsport in quegli anni sapeva che nell’arco di una stagione qualcuno poteva morire. Oggi la percezione del rischio ce l’hanno molto meno, che non è un aspetto così positivo eh. Hanno questa percezione grazie agli standard di sicurezza delle vetture. 

 

Quest’anno il Gran Premio di Imola non è nel calendario del Campionato del Mondo di Formula 1. 

In questi giorni ha fatto il record con l’Hypercar. 92.175 spettatori in nei tre giorni. Imola piena. È stato uno spettacolo incredibile. Peccato solo che la Ferrari sia arrivata seconda.

 

Mi ricordo, tre anni or sono, una conversazione con un mio ex collega, Danilo Zuffi, recentemente scomparso, il quale mi illustrava i lavori intorno e all’interno dell’autodromo per aumentare gli standard di sicurezza imposti dalla FIA, in ispecie dopo le alluvioni che scossero la Romagna pochi anni fa. Lavori per altro molto costosi.

Me lo ricordo Danilo, era una persona squisita. Oggi la Formula 1 ha dei costi che un circuito come Imola fa fatica a coprire. Ci vogliono degli aiuti, come abbiamo avuto nei due anni senza il pubblico, salvando la Formula 1. Il Governo e le istituzioni ci aiutarono. Senza quello non vai da nessuna parte. I costi aumentano e noi non possiamo aumentare la capienza più di tanto.

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Oggi in calendario ci sono ventiquattro GP. 

Sono tanti. Ricordo le battaglie quando passammo a quindici gran premi, perché ci sembravano già tanti. Da appassionato comincio a pensare che siano troppi. Anche per i fan più accaniti che per ventiquattro weekend devono stare incollati alla tv non è facile. I giovani non so quanto sono attratti da un impegno così lungo. È vero anche che sta cambiando il mondo, per cui i giovani si documentano con i loro device mobili e il giro di soldi per chi gestisce il circus è enorme.

 

Il danaro gestisce sempre tutto.

Oggi il team più sfigato si porta a casa dai diritti televisivi circa sessanta milioni di dollari. Considera che il budget cap fino all’anno scorso era di centotrentacinque milioni. Il cinquanta per cento del budget te lo porti a casa con i premi, cosa che ai miei tempi era un quinto o un sento.

Al di là del numero elevato di gran premi, qualcuno lamenta che alcuni circuiti costruiti recentemente siano meno affascinanti di quelli storici. Lei cosa ne pensa?

Anche in questo aspetto la sicurezza ha inciso pesantemente. Circuiti come Imola, Suzuka, Monza hanno fatto delle modifiche migliorative per la sicurezza, ma sono rimasti più o meno antichi. I circuiti nuovi sono stati già concepiti e costruiti con delle vie di fuga impressionanti con asfalto e ghiaia di ultima generazione – peraltro ogni anno cambiano e ricambiano e fanno tutto il contrario di tutto. È chiaro che quel fascino che avevano una volta può venir meno. Prendi ad esempio Monte Carlo. Il Gran Premio di Monaco è noioso, ma ha delle variabili tali che ti tiene incollato al teleschermo fino alla fine. Il circuito di Spa-Francorchamps è stato migliorato come sicurezza, però è rimasto nella sua storicità. È ovvio che poi è il pilota che fa la differenza.

 

Il nostro giovane Andrea Kimi Antonelli sembra un predestinato. Sono più di settant’anni che un italiano – l’ultimo è stato Alberto Ascari – non vince un mondiale di Formula 1. Perché secondo lei gli italiani in tanti anni non hanno più lottato – eccezion fatta per Michele Alboreto e Riccardo Patrese che arrivarono secondi – per il titolo?

L’ottanta per cento dei team hanno sede in Inghilterra. In Italia c’è la Ferrari. Quando c’era la Minardi son cresciuti dei piloti, ma poi è mancato il top team che gli ha dato fiducia. Hanno vinto qualche gran premio, ma non hanno lottato per il mondiale. Antonelli ha fatto un contratto a dodici anni con Mercedes di dieci anni, che ha rinnovato con la maggiore età e dopo si è guadagnato il rinnovo in pista. Non te li regalano i contratti, te li devi guadagnare. Ha avuto la fortuna e l’abilità di debuttare in un top team, cosa che i Fisichella, i Trulli, i Nannini, Alonso stesso, hanno iniziato con Minardi. Capisci da solo la differenza. Poi hanno fatto strada, ma hanno dovuto fare una serie di step, mentre Antonelli è arrivato con l’ascensore direttamente al primo piano. 

 

Andrea Antonelli sta meritandosi la fiducia di un top team quale Mercedes.

Direi proprio di sì e non avevo nessun dubbio in merito. L’anno scorso la stampa italiana lo ha ingiustamente criticato, perché probabilmente sta portando via visibilità al team italiano per eccellenza che è Ferrari. Quando passa sotto le tribune anche i tifosi con il cappellino e la maglia rossa lo applaudono. È un segnale che a loro darà fastidio. Io godo nel sentire l’inno di Mameli sul podio. Se me lo suonano per la Ferrai godo, se me lo suonano per Antonelli godo ancor più perché è un ragazzo giovane. Lo ritengo maturo e preparato e spero che si contorni di persone che non lo condizionino. Quella che fino a oggi è stata uno dei suoi punti di forza, la famiglia, deve ora fare un passo indietro. Adesso lui è a tutti gli effetti un pilota di Formula 1, un pilota vincente: non è più quel ragazzino di diciotto anni e deve iniziare a decidere da solo.

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Quando è importante la famiglia per un pilota?

Dico sempre che il miglior pilota è quello orfano con una buona eredità. La famiglia è pericolosa, perché sono pochi i genitori che non condizionano la carriera di un pilota. Molti perché hanno una tradizione familiare, molti perché c’han messo dei soldi, molti perché credono di avere il miglior pilota in assoluto.

 

Quanti piloti ha sedotto con le prelibatezze della cucina romagnola?

Ho avuto piloti giapponesi che si sono subito adattati alla nostra cucina. Abbiamo avuto sempre degli ottimi cuochi, anche dall’alberghiero vicino Faenza. All’inizio della nostra avventura nel motorsport cucinava il nostro autista. Poi ci siamo evoluti e siamo stati i primi a fare da mangiare anche per altri. 

 

L’amicizia esiste nel vostro ambiente?

Adesso siamo al decimo Minardi Day e mi accorgo che c’è un rapporto coi vecchi che al tempo non c’era o non ce ne accorgevamo. È chiaro che quando un pilota scende in pista e tira giù la visiera, il primo avversario è il suo compagno di squadra e poi tutti gli altri. È vero anche che c’è stato un periodo della storia dove c’era più convivialità. Oggi tutto è cambiato. Se si incontrano per la strada senza casco c’è anche il rischio che nemmeno si riconoscano [ride].

 

I suoi rapporti con gli altri team manager come Ron Dennis o Frank Williams, com’erano?

Con Ron Dennis non avevo un buon rapporto. Litigai con lui quando eravamo ancora in Formula 2. Successivamente lui c’ha messo del suo. Devo dire che ha cambiato atteggiamento con me quando nel 2007 ho fatto un anno con Sky e in quel periodo, stranamente, si è comportato da inglese, prima no. Ai tempi gli son corso dietro con un martello, mi han fermato i meccanici [ride]!

 

Mi viene da sorridere pensando alla scena! Come mai? 

Avevo il pilota argentino Miguel Ángel Guerra che durante una gara di Formula 2, nonostante il box e la bandiera, fece un giro in più. Ron Dennis corse da me dicendomi: «I soliti italiani spaghetti!». Io che già l’avevo già sui coglioni gli corsi dietro. Ma la goccia che fece traboccare il vaso è stata che all’inizio i box venivano sorteggiati e lui per tre volte capitò vicino al mio. Il nostro non era un box faraonico come il suo e così, per non avere vicino il mio team impose a Bernie Ecclestone di assegnare i box in ordine di classifica. 

 

Non la voleva vicino insomma.

Assolutamente. Da lì ho chiuso proprio con lui. 

 

Frank Williams invece?

Frank Williams è stato uno dei quei personaggi che ho modestamente copiato, perché era colui che dal niente, da una piccola scuderia, da una macchina comprata è passato a essere costruttore. Gli ho ceduto Marc Gené a gratis – come al solito – e gli ho raccomandato la mia addetta stampa, Silvia Hoffer Frangipane, che adesso è in Ferrari. Avevo un buon rapporto con lui nelle riunioni che facevamo con gli altri team.

 

Mi sedevo spesso vicino a lui perché parlava molto bene l’italiano in quanto io l’inglese non lo parlo quasi per niente, per cui o lui o Flavio [Briatore, ndr] mi davano una mano. In molte occasioni la vedevamo allo stesso modo e anche se lui era diventato più volte campione del mondo, è rimasto sempre quello che era all’inizio e capiva le mie esigenze.

 

Una persona rimasta vera e autentica. La fama e il successo non hanno scalfito il suo essere.

Il problema è che oggi in Formula 1 non c’è nessun proprietario di team, son tutti manager. Quando c’ero io ce ne erano diversi. 

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Che rapporto aveva con Flavio Briatore? 

Lui è un personaggio che va al di là dello sport. A lui non gli frega niente di vincere o di perdere, a lui interessa fare soldi. Nel 1996/1997 è stato mio socio e avevamo un buon rapporto, sanando anche il bilancio. Abbiamo litigato nel 1993 perché lui era l’esclusivista dei motori Ford e mi fece un bello scherzetto – diciamo così – ma alla fine ho vinto io. Ci fu una transazione amichevole che accontentò ambedue e poi facemmo la pace. Oggi quando lo vedo mi dice: «Oh, ma ce l’hai un pilotino da portarmi?!» [ride].

 

Lui arrivò in Formula 1 non perché era un appassionato di motori, ma perché era un bravo manager.

Di motori non ci capiva un cazzo. Nel 1988 si sedeva vicino a me per aiutarmi con l’inglese e perché voleva capire quel mondo. Approdò nel motorsposrt per volere di Benetton. Briatore veniva dal mondo della moda. Ha gestito negozi per il Benetton in mezzo mondo e poi fu mandato alle corse per sostituire Davide Paolini – anche lui non un esperto dei motori. Flavio è stato molto bravo nell’imbonirsi Ecclestone. È stato scaltro a imparare. Ribadisco che il suo problema principale sono i soldi e li ha messi sempre davanti a tutto. Gliene hanno dati tanti e lui è stato bravo metterli insieme. 

 

Un altro campionissimo è Michael Schumacher che per uno strano incidente con gli sci oggi è gravemente malato.

I piloti, a volte, si sentono immortali. Lui ha fatto una leggerezza clamorosa: ha fissato con dei rivetti la telecamera sul casco da sci e quando è caduto si è ferito alla testa. 

 

Lei quando lo vide correre le prime volte intuì che aveva un grande talento?

Non vorrei essere frainteso, ma lui è stato fortunato. Un buon pilota. Il primo che ha creduto nella preparazione fisica fatta a dovere. Ha avuto la fortuna di andare in Ferrari contribuendo alla crescita e allo sviluppo, perché si portò con sé diversi ingegneri che erano con lui in Benetton. Onestamente in squadra non ha mai avuto un rivale, con tutto il rispetto per Felipe Massa e Rubens Barrichello, ma la realtà è quella. Anche se Massa è stato sfigato perché ha perso all’ultima curva un mondiale [2008, ndr].

 

Schumacher ha vissuto un periodo fortunato perché non aveva grandi rivali. In seconda fila avevano circa un secondo di differenza. Oggi in un secondo ci stanno quasi venti piloti! Non ha avuto un parterre di piloti come c’è adesso. Lui ha cominciato a vincere in Ferrai quando ha smesso Mika Häkkinen e ha cominciato a perdere quando è arrivato Fernando Alonso. Oggi ci sono quattro o cinque piloti che a parità di macchine stanno in un decimo. Con questo mio giudizio non vorrei essere interpretato male, anche perché ha vinto sette titoli mondiali di cui cinque con la Ferrari e due con la Benetton. Nulla da aggiungere direi. 

 

Nel 1999 Eddie Irvine, compagno di squadra di Schumacher in Ferrari, sta lottando per il mondiale e in un gran premio, durante una sosta ai box, c’è una ruota che si perde compromettendo la sua corsa al titolo. 

Io credo molto a un errore umano nel box. È inutile fare delle fantasie. 

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Come descriverebbe Bernie Ecclestone?

Unico!

 

In che rapporti eravate?

Direi buoni, ma non parlando bene l’inglese ho avuto sempre dei rapporti con un tramite e quasi mai diretti con lui. In più occasioni mi ha dimostrato credibilità e affetto e mi è stato vicino. È un personaggio che ha fatto la storia della Formula 1 e sapeva bene come barcamenarsi nell’aiutare chi aveva bisogno.

 

Credo che lui abbia un’ottima impressione nei miei confronti. Fui invitato, pochi anni fa, a una sua festa in Inghilterra. C’era un tavolo lungo cinquanta o sessanta metri dove c’era lui e la compagna a capotavola e io ero il primo al suo fianco. E tra me e il primo uomo della Formula 1 c’erano cinque o sei persone amici suoi estranei a quel mondo. Fu una grande soddisfazione e anche perché avrà detto: «Questo almeno non mi rompe i coglioni!» [ride]. Quando ci incontriamo lui viene sempre incontro a darmi la mano.

 

Quanto ha dato Gian Carlo Minardi alla Formula 1? 

Mi vogliono un gran bene. Giorni fa a Imola sono stato fermato da un sacco di persone per un selfie o un autografo e molti di loro non erano nemmeno nati quando correva la Minardi. Evidentemente il mio carattere, il mio modo di pensare, la mia energia, hanno lasciato un segno. Ancora oggi cerco di essere il più semplice, chiaro e imparziale possibile. A qualcuno può dar fastidio, ma alla massa fa piacere. Evidentemente riesco a trasmettere la mia passione anche agli altri. Gli ho dato ventuno anni e trecentoquaranta gran premi. Due decenni molto intensi, ventiquattro ore al giorno, perché anche quando andavo a dormire dovevo pensare cosa inventarmi per il giorno dopo.

 

Ho avuto momenti belli e momenti meno belli, come tutti, però sono contento. Ho tanti amici e sono sereno perché quando sono uscito non ho lasciato un euro di debito, ed è raro in Formula 1. Oggi guardo le gare in televisione e mi diverto nel portare la mia esperienza in Federazione. 

 

Che rapporto aveva con i suoi dipendenti?

Se ho fatto trecentoquaranta gran premi lo devo ai miei dipendenti, con i quali sono ancora in ottimi rapporti. 

 

Ha qualche situazione divertente che le è successa nel paddock che vuole raccontarci?

Eravamo al GP di Phoenix. Si presentò un signore con i capelli bianchi con due occhi azzurri che mettevano soggezione e mi chiese: «Mi ospita nel suo box che io corro con una Porsche?». «Certo!». Era Paul Newman! Ho avuto la fortuna di conoscere tanta altra gente, ma quell’incontro mi è rimasto bene in mente.

 

Il Minardi Day è oramai un appuntamento imprescindibile.

È un bell’impegno per tutta la famiglia Minardi! 

 

Grazie, Gian Carlo!

Grazie a voi!

 

Francesco Rondolini

 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

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Sport e Marzialistica

Le origini della spada giapponese

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Le origini della spada giapponese, detta katana, affondano nei millenni precedenti. Le prime tracce dell’uso del bokken, la spada di legno dalla forma e dal peso simili a quelli di una lama vera, risalgono a circa il 400 d.C., e quest’arma è tuttora impiegata in Giappone come strumento di addestramento.   Con il tempo, accanto alla pratica con la spada di legno si sviluppò anche il tachikaki, l’arte di sguainare correttamente la spada dal fodero: in origine la lama della tachi o della katana era dritta e l’arma veniva portata alla cintura con il filo rivolto verso il basso. L’abitudine di portare la spada lunga fissata al fianco sinistro non era un’invenzione giapponese, ma derivava da un’usanza cinese: i guerrieri estraevano l’arma e colpivano l’avversario con un unico movimento vigoroso dal basso verso l’alto, secondo uno stile noto come «dalla terra al cielo».   Nel corso dei secoli nacquero in Giappone numerose scuole di scherma, chiamate ryu: ogni volta che un maestro perfezionava un proprio stile e lo dimostrava vincendo un duello o influenzando l’esito di una battaglia, ne prendeva il nome, dando origine a una nuova tradizione.  

Nella stampa di Yoshitaki Tsunejiro, Miyamoto Musashi usa due bokken. Immagine CC0 via Wikimedia

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Durante il periodo Heian (ultima fase dell’epoca classica della storia giapponese, compresa tra il 794 e il 1185 d.C.), tuttavia, la società giapponese subì una forte influenza della cultura cinese, e l’attenzione generale si spostò dalle arti marziali verso lo studio di quella civiltà nei suoi aspetti religiosi, artistici e culturali. Questo allontanò molti dalle discipline guerriere, anche se alcuni bushi continuarono ad allenarsi, conquistando negli anni un ruolo sempre più importante nella società.   Un cambiamento decisivo avvenne con la riforma dell’era Taika (645–650 d.C.), che portò all’instaurazione di un governo centralizzato basato su un sistema di prefetture: la terra divenne interamente proprietà dello Stato, mentre i signori locali e i funzionari governativi vivevano di salari garantiti dalla corte imperiale.   Questo assetto rimase in vigore fino alla modifica del codice Taiho, promulgato tra il 701 e il 703 sotto il 42° imperatore Mommu (683 – 707 d.C.), e successivamente emendato con l’Atto di Engi nel 907, in piena era Heian, sotto il 60° imperatore Daigo (897 al 930 d.C.). In questo contesto, Yoshifusa Fujiwara divenne nell’872 il primo sessho, reggente per l’imperatore minorenne: un fatto storicamente rilevante, poiché per la prima volta un suddito ricopriva una carica di tale portata. Il clan Fujiwara avrebbe dominato la politica giapponese nei secoli successivi.   Fu durante il periodo Nara (710 e il 794 d.C), tra il 710 e il 784, che prese forma lo stile tachiuchi, il combattimento vero e proprio con la spada, che si sviluppò poi lentamente fino al periodo Muromachi (1336-1568), quando il kenjutsu – letteralmente «tecnica della spada» – riacquistò popolarità e vennero fondate numerose scuole di spada, spesso organizzate attorno a un dojo, un luogo di pratica diretto da un maestro esperto nell’addestrare i giovani guerrieri.  

Dimostrazione di Kenjutsu nella stampa di Toyohara Chikanobu (1838–1912). Immagine del Metropolitan Museum of Art, Nuova York, via Wikimedia CC0

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Quando si parla delle origini dell’arte della spada in Giappone, è utile inquadrare il periodo storico di riferimento: siamo in un’epoca, quella precedente al VII secolo, in cui il Giappone stava ancora definendo la propria identità culturale e politica, in costante dialogo (e a tratti sudditanza culturale) con la Cina e la Corea. Non stupisce quindi che pratiche come il portare la spada lunga fissata al fianco sinistro derivino da un’usanza continentale: il Giappone dell’epoca importava non solo tecnologie e istituzioni, ma anche costumi militari, per poi rielaborarli secondo una sensibilità propria nei secoli successivi.   Il bokken, la spada di legno che affianca la pratica sin dal 400 d.C. circa, merita una riflessione a parte, perché testimonia una continuità didattica rarissima nel panorama delle arti marziali mondiali. Ancora oggi, in molte scuole di kendo e di iaido, l’allievo comincia il proprio percorso proprio con il bokken, prima di passare alla spada vera o alla shinai, e lo stesso può dirsi per l’aikido: un filo diretto che lega il praticante contemporaneo a un metodo di insegnamento che ha attraversato oltre 1600 anni.  

Praticanti di aikido usano il bokken. Immagi di Norkiña via Wikimedia CC BY-SA 4.0

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Il periodo Heian (794-1185) rappresenta un capitolo cruciale, e per certi versi paradossale, di questa storia. È il periodo in cui la corte imperiale di Kyoto raggiunge il suo massimo splendore estetico e letterario — basti pensare che è l’epoca del Genji Monogatari, noto in Italia come La storia di Genji, uno dei capolavori della letteratura mondiale — ma è anche il momento in cui l’aristocrazia si allontana quasi del tutto dalla pratica delle armi, delegando la difesa del territorio e dell’ordine a una classe guerriera in ascesa ai margini del potere centrale.   È proprio in questo vuoto, apparentemente paradossale, che i bushi, i guerrieri, costruiscono silenziosamente la propria rilevanza: mentre i nobili di corte si dedicano alla poesia e alle cerimonie, i guerrieri di provincia affinano tecniche di combattimento che diventeranno, secoli dopo, il fondamento del potere samurai.   La riforma Taika (645 d.C. e seguenti) va inquadrata come un tentativo di centralizzazione statale ispirato al modello cinese Tang: l’abolizione della proprietà terriera privata a favore dello Stato, con la successiva redistribuzione attraverso il sistema delle prefetture, cercava di creare un potere imperiale forte e accentrato. È un sistema che, come spesso accade nella storia giapponese, dura fino a quando le forze centrifughe locali — i signori di provincia, i futuri daimyo — non ne minano progressivamente l’efficacia, aprendo la strada proprio a quella frammentazione feudale in cui i samurai troveranno terreno fertile per affermarsi come classe dominante.   Un aspetto che vale la pena esplorare riguarda la tecnologia metallurgica che permise, nei secoli, il passaggio da armi di importazione a una produzione autoctona sempre più raffinata. Le fonti storiche giapponesi collocano l’introduzione della spada dalla Cina e dalla Corea in un’epoca molto antica, ma è solo a partire dal periodo Heian che si sviluppa una vera tradizione fabbrile giapponese, capace di elaborare tecniche di forgiatura originali — la celebre lavorazione a strati multipli dell’acciaio, che alterna un’anima morbida a una superficie temprata durissima, nasce proprio dall’esigenza di ottenere una lama al tempo stesso resistente agli urti e capace di mantenere un filo tagliente.   Tale competenza tecnica, tramandata di generazione in generazione all’interno di specifiche famiglie di fabbri (i kaji), diventerà uno degli elementi di orgoglio nazionale legati alla katana, al punto che ancora oggi la spada giapponese gode di una reputazione mondiale legata tanto alla sua efficacia quanto al suo valore artistico.  

Ukyo-e del XVII secolo che ritrae maestro fabbro di spade Goro Masamune (1264-1343). Gli abiti mostrano che la creazione della katana era un rito. Immagine via Wikimedia CC0

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Un’altra pista interessante è quella del rapporto tra potere politico e possesso delle armi. Il fatto che il sistema delle prefetture, nato con la riforma Taika, sia rimasto in vigore per secoli prima di essere progressivamente eroso dal potere dei signori locali, aiuta a spiegare un fenomeno più ampio: la lenta ma inesorabile «militarizzazione» della società giapponese tra il IX e il XII secolo.   Mano a mano che il potere centrale si indebolisce e i grandi latifondi (gli shoen) sfuggono al controllo diretto della corte, i proprietari terrieri hanno bisogno di uomini armati per proteggere i propri possedimenti dalle incursioni e dalle dispute locali: è in questo contesto socio-economico, più che in un’improvvisa fioritura culturale, che va inquadrata la crescita numerica e di prestigio della classe guerriera, un processo che culminerà con l’ascesa dei clan Minamoto e Taira nel XII secolo e, di lì, con l’istituzione del primo shogunato a Kamakura nel 1192.   Sul piano culturale, è utile ricordare che il periodo Heian non fu soltanto un’epoca di allontanamento dalle arti marziali da parte dell’aristocrazia, ma anche il momento in cui si consolidò in Giappone un’estetica di corte estremamente raffinata, fondata sul concetto di mono no aware, la sensibilità malinconica verso la caducità delle cose, non dissimile dal concetto di lacrimae rerum espressa nel mondo romano antico («sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt», Virgilio, Eneide).   Il mono no aware costituisce un’estetica che, paradossalmente, riemergerà secoli dopo proprio nella cultura guerriera, quando i samurai elaboreranno una propria sensibilità per la bellezza fragile e transitoria – basti pensare al legame simbolico, divenuto proverbiale, tra il samurai e il fiore di ciliegio che cade nel pieno della fioritura.  

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Immagine di Auckland Museum Collections via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic  
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Sport e Marzialistica

Buttarsi da 11 mila metri senza respirare. Intervista alla paracadutista dei record Barbara Brighetti

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Barbara Brighetti, figlia del grande musicista e compositore Bruno Brighetti — autore, tra gli altri, di Estate, uno dei suoi brani più celebri, portato al successo da Bruno Martino — non sceglie di proseguire la carriera musicale del padre. Segue invece la sua passione per il volo, diventando una delle paracadutiste più popolari in Italia e all’estero.

 

Barbara detiene tuttora il record di salto da 10.900 metri senza ossigeno. Amica e collega del compianto Patrick de Gayardon, con il quale ha condiviso imprese e momenti personali, ha fatto del rischio e della ricerca del limite una parte fondamentale della propria vita.

 

Oggi, dopo aver vissuto costantemente sul filo del rasoio, Barbara ha trovato una nuova dimensione di serenità a Fuerteventura, dove si occupa di compravendita immobiliare. In questa intervista esclusiva per Renovatio 21, ci racconta non solo le sue spettacolari imprese d’alta quota, ma anche la filosofia di vita e il mindset che l’hanno guidata dall’adrenalina dei cieli alla pace dell’isola.

 

Sei nata a Cremona, ma hai vissuto in Kenya per molti anni. 

Mio fratello vive ancora lì. Sono nata in Italia perché, essendo la prima figlia, mia mamma voleva la vicinanza della sua famiglia. Dopo pochi giorni di vita siamo tornati in Africa e sono cresciuta lì; il legame con quella terra è sempre esistito.

 

Che infanzia è stata? 

Meravigliosa! Stavamo sempre a piedi scalzi e ho avuto la fortuna di avere due genitori fantastici e, se vogliamo, anche due personaggi: mia mamma era un’indossatrice e mio papà un musicista. Mio babbo ha suonato nell’orchestra di Bruno Martino per quindici anni e ha scritto diverse canzoni. La canzone Estate è firmata da Bruno Brighetti e Bruno Martino.

 

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Un capolavoro senza tempo della nostra storia musicale. 

L’ascolto spesso con piacere. È una canzone che ha lasciato il segno, è entrata nel gotha del jazz ed è stata cantata da molti big della musica internazionale. Sono cresciuta in un ambiente di artisti. I miei avevano uno stile di vita un po’ bohémien, molto romantico. Partirono all’avventura, s’innamorarono dell’Africa e lì sono rimasti. Papà ha aperto dei lodge in diversi posti del Kenya. 

 

La mia aspirazione era quella di diventare pilota di aerei per portare i clienti da un posto all’altro, ma sono diventata invece una paracadutista.Per sbaglio o per fortuna, quando andai all’aeroporto di Cremona a iscrivermi al corso di pilotaggio, incontrai degli amici che facevano gli istruttori di paracadutismo e mi dissero: «Intanto che aspetti che inizi il corso, perché non ti fai un lancio?». Io pensai: «Perché dovrei buttarmi giù da un aeroplano che di lì a poco atterrerà in tutta sicurezza?»

 

Dopo il primo lancio in tandem è scoccata la scintilla. Poi ho convinto mio fratello a fare il pilota [ride]! Da lì è partita questa follia – vista dall’esterno – mentre vissuta dall’interno è una passione enorme. 

 

Comprendo che da fuori sia di difficile lettura; i miei genitori erano disperati, poverini, e mi chiedevano: «Ma cosa vuoi fare da grande?», «Non lo so, ma voglio buttarmi dagli aeroplani». Ho fatto il mio percorso di studi, compresa l’università, ma poi ho intrapreso questa carriera che è stata intensa e fortunata.

 

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Quando hai compreso che il paracadutismo per te sarebbe diventato un’attività sportiva vera e propria?

Esiste un momento che credo sia di assoluta magia e alchimia, nel quale tu capisci che quello che stai facendo ti risulta super facile. Gli altri avevano più difficoltà a fare determinate cose, mentre a me riuscivano quasi naturali, lasciando stupiti anche i paracadutisti esperti. Ogni volta che atterravo mi veniva in mente una cosa nuova da provare in caduta libera.

 

Nell’epoca in cui io ho iniziato a saltare, tra il 1989 e il 1990, la cosa più normale del mondo era il salto in relativo (relative work) dove si salta assieme e si rimane in formazione. Invece io volevo fare piroette in aria, volevo muovermi, volevo girare e chiaramente vedevo tutti un po’ tesi e guardinghi di fronte a queste mie esternazioni.

 

Ci ho provato. Uscivo, mi mettevo in aria, provavo a muovermi e mi riusciva, nonostante avessi alle spalle poche decine di lanci. Tutto ciò mi si addiceva molto, avevo trovato il mio elemento. Comincio a sognare in grande e a desiderare di fare sempre di più.

 

Leggevo in una tua intervista di qualche anno fa che per te muoverti nell’aria è un tuo modo di stare a contatto con la natura.

Totalmente! Sei avvolto dall’elemento aria. Io sono anche subacquea e relaziono molto i due mondi, con la differenza che l’acqua è come un sogno a rallentatore, ti devi muovere lentamente per non consumare ossigeno. In aria è tutto estremamente veloce, dinamico e non hai il tempo di pensare, o meglio, pensi ma devi farlo rapidamente e devi programmare prima. Negli sport estremi è sempre meglio programmare prima. L’aria è estremamente dinamica, se metti un braccio in una determinata posizione ti fa da leva e inizi a ruotare. 

 

Sono due mondi che ti permettono di perdere il contatto col suolo e di muoverti a trecentosessanta gradi. Tutto ciò lo trovo molto interessante, anche come approccio a tutto quello che fai nella vita; il fatto di vedere le cose da visuali e ottiche diverse ti apre la mente. Tante volte ci incanaliamo in una roba e la vediamo solo da un’angolazione, battiamo la testa sempre lì. Provare ad alzare la testa e osservare il tutto da un’altra prospettiva magari ci aiuta.

 

Nel paracadutismo il tempo è breve e veloce. La caduta libera, in un lancio ordinario col paracadute, dura circa un minuto. Nella vita quotidiana un minuto ci scorre via senza che ce ne accorgiamo, mentre in un minuto in aria possiamo fare veramente molte cose; la percezione del tempo, a seconda di quello che facciamo, ha una valenza diversa.

Il tempo è un qualcosa di estremamente relativo. Il significato al tempo lo diamo noi. In queste situazioni nelle quali devi ragionare con estrema velocità, succedono una serie fitta di cose in un tempo compresso e avviene quella che io chiamo la dilatazione del tempo. Tu prendi tutte queste informazioni che ti arrivano velocissime e nella tua mente le rallenti e le dilati per poterle gestire, ed è quello che succede nel paracadutismo. Spesso uno dice: «Ma come fate a reagire così in fretta?». Ti alleni a percepire, a captare e a ricevere molte informazioni. 

 

Ti faccio l’esempio del film Matrix – ci scherzo sempre su questa cosa – quando il protagonista schiva le pallottole al rallenty; è un po’ la stessa cosa, come se tu avessi la capacità di entrare nel tempo e in qualche modo gestirlo. Non funziona sempre, disgraziatamente [ride]! È un po’ l’idea di essere capaci di entrare nel tempo e adattarlo alla tua esigenza.

 

Cosa cerca un atleta che fa sport estremi? Cerca un qualcosa di interiore, oltre al fatto dell’attività sportiva in sé?

Quando cominciavano a succedere degli incidenti nel team No Limits, eravamo sotto la lente d’ingrandimento e messi in discussione per quello che noi volevamo vivere, suscitando critiche e polemiche. La mia risposta è che io non cerco la morte, ma voglio vivere a pieno la vita. Se siamo qua, di qualcosa dobbiamo morire e non so se sarà banalmente mentre attraverso la strada e un cretino non mi vede e mi prende sotto o, Dio non voglia, di una malattia. Io non mi sono mai vista morire col paracadute, anche se qualche volta ci sono andata vicino.

 

È il desiderio di vivere a pieno, è un’attitudine, è una forma mentale, è il desiderio di abbracciare la vita e vederla e viverla in tutti i suoi aspetti. Qualche volta penso a quanta gente c’è che esce la mattina che neanche guarda il sorgere del sole, lo dà per scontato. E invece l’universo tutte le mattine ti offre uno spettacolo, ti regala tramonti mozzafiato e nonostante ci sbattano contro, non lo osservano e non ci fanno caso. Vivere con un senso di gratitudine, anziché con un senso di critica.

 

Se sono qui, lo sono per qualche cosa e un’impronta la dovrò pur lasciare o quantomeno fare del mio meglio. Non è solo un vivere verso l’esterno, è un vivere anche verso l’interno, interiorizzando esperienze, sensazioni, conoscenze, persone… Dall’altra parte cosa ci portiamo? Arriviamo nudi e ce ne andiamo nudi. Cosa ci possiamo portare realmente del tempo in cui viviamo qui? Ci possiamo portare queste esperienze. Questa magia dell’universo, il fatto di aver cercato di lasciare un segno.

 

Vivere una vita senza imposizioni dall’esterno e tentare di viverla a seconda dei nostri sogni, dei nostri desideri e delle nostre aspettative. Mi pare di comprendere che il senso sia questo, giusto?

Nel rispetto degli altri, senza mancare di rispetto alla vita stessa, che era il fulcro nei momenti più critici del Team No Limits, anzi, è tutto il contrario. È voler vivere. Io trovo triste quando vedo persone che sono incanalate, inscatolate in un modello di vita dove corrono su un binario e si lamentano continuamente di essere su quel binario, ma non fanno nulla per uscirne, si lamentano e basta.

 

Mi alzo tutte le mattine, vado in palestra, vado a correre, lavoro, faccio immersioni e tante altre mille cose e, se voglio cambiare qualcosa dell’equilibrio della mia vita, so che da qualche parte devo cambiare l’equazione, sennò resto lì dove sono.

 

È un punto di vista che condivido.

È di difficile comprensione per quelli che usano il loro binario come un’ancora di sicurezza per poi criticare chi esce dal binario. Siccome io sono stata sempre un po’ controcorrente, arrivi a un punto della vita in cui non mi va più di discutere con chi la pensa in quella maniera statica, perché ha molta più importanza la mia pace mentale che convincere uno che tanto non capirà mai [ride].

In una tua intervista quando eri in forza al No Limits Team, il giornalista ha citato uno psicoanalista ungherese che diceva – vado a memoria – che «la ricerca del brivido attraverso le proprie abilità crea uno stato di tensione che spezza la noia, ma è prova di aridità affettiva nel quotidiano». Tu cosa risponderesti a questa affermazione oggi?

Può essere una verità; il cercare sempre l’adrenalina, che di fatto è una droga potente e per questo capisco perfettamente, una volta che tu hai assaggiato la sensazione di brivido, di poter controllare certe situazioni che esulano dalla normalità, le cerchi anche nel quotidiano. Diventa una forma di lettura della vita. Vivere una vita sopra le righe, può essere una necessità e vivere una vita normale, per una persona che ha questo mindset, può risultare non facile.

 

La tua impresa più grande è il salto da 10.900 metri senza ossigeno. Un record tuttora imbattuto.

In questi giorni mi hanno scritto in tanti per dirmi che un paracadutista russo aveva battuto il mio record. Non lo ha battuto: aveva ossigeno in salita e ossigeno in caduta, e questa è la differenza. Io avevo ossigeno in salita quando ero all’interno dell’aeroplano; una miscela di ossigeno che io gestivo per poi respirare ossigeno puro solo negli ultimi tre minuti prima del lancio, dopo un training specifico fatto a terra per aumentare le mie capacità di apnea. Tutta una serie di fattori molto studiati.

 

Con lo sforzo isometrico muscolare bruci ossigeno in quantità enorme e, per mantenere la posizione di caduta a una velocità stimata superiore ai 450 km/h, hai uno sforzo muscolare per mantenere la tua traiettoria di caduta molto intenso, che devi tenere per diverso tempo senza che la tua muscolatura possa avere un cedimento. Isometria e capacità di rimanere in apnea per il tempo richiesto, che era di quaranta secondi, per poi arrivare a quota seimila metri, per cui poi si riusciva a respirare liberamente.

 

Tutti mi dicevano che era tecnicamente impossibile e invece, passo dopo passo, con gli allenamenti giusti, quello che poteva sembrare all’apparenza impossibile, in realtà non lo era. Questo ragazzo russo ha fatto un record bellissimo, con delle immagini intense e stupende, ma il record è ancora mio [ride]!

 

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Immagino che la preparazione per questo lancio sia stata meticolosa e dettagliata in ogni particolare, anche dal punto di vista fisico.

È stato un parto! Sono stati nove mesi dedicati a raggiungere questo traguardo. Ho fatto un primo record di 10.043 metri con il quale lo sponsor era già contento, ma il mio obiettivo era quello di percorrere più di 10.000 metri di caduta libera. Ho chiesto allo sponsor – chiaramente era un costo importante – di poter ripetere il lancio e andare più in alto in quota.

 

Adesso ti farò un discorso che nessuno ha ben compreso: i miei 10.900 erano una quota GPS, quindi erano misurati dal suolo, ossia da zero a 10.900. Quando sono saltata giù dall’aeroplano, sono scesa più vicino possibile alla retta perpendicolare nei primi metri di caduta per arrivare ai 6.000 metri più rapidamente possibile, dopodiché ho cominciato a cabrare la mia posizione di caduta, per rallentarla e aprire a 550 metri dal suolo.

 

Questa è stata la mia vera quota di apertura del paracadute, ma per ragioni di «non diamo il cattivo esempio», me l’hanno certificata a 750 metri, quindi 10.150 metri di caduta libera. Con la cabrata che ho fatto in volo, non essendo scesa perpendicolarmente alla terra, ma «volando» mentre scendevo, teoricamente avrei percorso più metri. Come si spiega in una pubblicità da mettere sulla doppia pagina del Corriere della Sera o su qualsiasi altro giornale che ho saltato da 10.900 e ho percorso più di 11.000 metri in caduta libera? Avrebbero tutti pensato a un errore di stampa.

 

Questo è un cruccio che mi porto dietro; il record è ancora imbattuto, però io in aria ho percorso ben di più di 10.150 metri, perché la mia traiettoria non è stata una retta perpendicolare verso terra, ma di fatto una curva, una sorta di ipotenusa.

 

Le sensazioni che avevi quel giorno, in specie negli ultimi minuti mentre eri in volo prima di raggiungere la quota, te le ricordi?

In quegli attimi ti devi concentrare su quello che stai facendo e non puoi distrarti guardando il paesaggio. Sei iperconcentrato sul leggerti internamente, sul decidere se abbandoni l’aeroplano oppure no e quello è il momento cruciale, perché se qualcosa non va, una volta che sei fuori, fine. Sei superconcentrata su di te, su quello che ti succede dentro, però immagazzini immagini.

 

La sensazione più grande che ho avuto e che mi accompagna sempre è quella di quanto siamo piccoli, siamo esseri minuscoli. Noi ci diamo importanza, diamo importanza ai problemi, diamo importanza a delle cose a volte assurde e la prima sensazione che hai quando ti affacci dal portellone dell’aeroplano è che tutto è veramente lontano. Non sei dentro a un grande aereo di linea, bello protetto, e guardi il panorama tranquillamente. Lì salti fuori e ti metti dentro a questo contenitore d’aria enorme che ti avvolge e la prima sensazione che hai è che siamo minuscoli.

 

Quando hai fatto questo salto da record, cosa ti ha detto la tua famiglia prima di affrontare quest’avventura?

Il mio grandissimo alleato e sostenitore è sempre stato mio nonno materno. I miei genitori erano in Africa in quei giorni, ma mia mamma sarebbe dovuta salire in Italia. Ovviamente sapeva che facevo paracadutismo, ma non che avevo in mente di fare quel record. Dissi a mio nonno che speravo non arrivasse a ridosso dell’impresa, ma dopo e lui mi chiese perché non la volessi accanto a me in un momento così particolare. Gli risposi che non volevo leggere nel volto di mia madre la sua paura. Non volevo percepire la paura di una madre, perché mi avrebbe un po’ frenata.

 

Invece mia mamma è arrivata prima e dissi al nonno: «Abbiamo un problema. Per favore aiutami tu!» [ride]. Lui rispose: «Ci penso io». Eravamo nella nostra casa nella campagna cremonese e io da fuori ho udito le urla di mia mamma che gli diceva: «Ma tu sei matto! È figlia mia!» [ride].

 

Mi ha chiamato a rapporto subito e mi ha detto: «Cosa ti è venuto in mente di fare?!». «Mamma, non c’è niente che tu possa fare per fermarmi». Ho visto sbiancare mia madre – poverina, gliene ho fatte passare di tutti i colori [ride] – e coraggiosamente mi ha detto: «Ok, visto che non ti posso fermare, dammi una sola ragione per comprendere se dovesse accadere il peggio». «Mamma, si può morire in tantissimi modi. Intanto questa volta non succederà, ci rivedremo a terra a fine lancio».

 

Ha dovuto sopportare non uno, bensì tre di quei lanci: il primo, il secondo e l’ultimo, che è quello del record. Per una madre credo sia molto difficile sopportare una cosa del genere. Al contempo non volevo che papà lo sapesse.

 

In quel mentre mio padre stava prendendo un volo da Nairobi a Malindi; faceva questo tipo di tratta aerea perché a Malindi c’erano i giornali italiani. Comprò il quotidiano e vide la doppia pagina con la mia fotografia dove si parlava di questa impresa. Appena atterrato in Italia ha chiamato mia madre e le ha chiesto: «Ma è nostra figlia?». A ripensarci mi viene proprio da sorridere, guarda. Mio babbo ha saputo del record leggendo sul Corriere della Sera!

 

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Il Sector No Limits Team per voi credo sia stato determinante al fine di poter praticare paracadutismo ad altissimi livelli. Come entri a far parte della squadra?

È una storia particolare. Quando ho cominciato a capire che realmente potevo dare quel qualcosa di più nel mondo del paracadutismo, cercavo uno sponsor a tutti i costi. In Italia, e nel mondo del paracadutismo femminile, era proprio impensabile. Saltavo con due videomaker, un ragazzo e una ragazza che si turnavano, e tutto quello che guadagnavo con i miei tre lavori, lo spendevo per saltare. Risparmiavo meticolosamente anche sul cibo, cercando sempre le offerte al supermercato!

 

L’idea del Team No Limits era il top e Patrick De Gayardon – tanto per farti un paragone – era il Valentino Rossi del paracadutismo. Mai avrei pensato di diventare compagna di squadra di Patrick, nonché poi amica. Avevo le idee chiare in testa, sognavo in grande e credevo tanto nelle mie possibilità.

 

Mi ero messa in testa di fare quel record perché, vista la mia esperienza subacquea, avevo una buona capacità di apnea. Nel frattempo usavo il freestyle come specchietto per le allodole e avevo preparato un video con la musica dei Dire Straits mentre facevo le evoluzioni in aria. Feci girare questa cassetta VHS quanto più possibile per attirare l’attenzione di qualche sponsor.

 

Tutti i miei amici mi prendevano in giro per questa mia fissazione, perché mentre loro il fine settimana andavano in discoteca, io andavo a letto presto perché l’indomani dovevo saltare. Un giorno mi chiamano da Nuvenia Pocket – l’assorbente femminile – perché avevano questo prodotto che aveva le «ali». Sarebbe stata una discreta sponsorizzazione, solo che pensai: «Secondo me è distante dal record sportivo, ma poi c’è il rischio che tutti mi riconoscano come la ragazza degli assorbenti!».

 

Ho rifiutato questa partnership subendo pure le critiche dei miei amici, perché secondo loro era un’occasione più unica che rara. Un giorno però mi arriva un messaggio nella segreteria telefonica del telefono di casa: «Salve, mi chiamo Marco Francesconi e sono team manager del Team No Limits. Ci è arrivata la tua documentazione e saremmo interessati a parlare con te».

 

Ascoltai questo messaggio più volte perché ero incredula e sinceramente pensavo a uno scherzo di qualche cretino amico mio [ride]. Dopo qualche giorno mi richiama: «Sono Marco Francesconi del Team No Limits, parlo con Barbara Brighetti?». «Chi sei tu? Dai, basta con questi scherzi, per favore… dimmi chi sei». Finché non sono arrivata a Milano nella loro sede e ho potuto constatare con i miei occhi, non ci credevo. Oggi con Marco siamo molto amici e ogni volta ci facciamo delle grandi risate ripensando a quei momenti.

 

Mi hanno fatto sedere a un tavolo e mi hanno chiesto cosa mi occorresse per fare il salto record. Mi hanno fornito di tutto e supportato in tutto. È stato un incontro molto fortunato per me. Mi hanno anche detto che se avessi fatto il record sarei rimasta nel Team, altrimenti no e amici come prima. Da lì è partita la mia avventura con il Sector No Limits.

 

Ricordo che lo spot della Nuvenia Pocket lo fece un’altra paracadutista.

Vedi che poi ti rimane quell’immagine [ride]?! Non volevo essere la faccia dell’assorbente! 

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È più importante la forma fisica o la condizione mentale nel vostro sport?

Tutte e due e devono andare a braccetto. La magia avviene nel momento in cui le due cose si uniscono. Questa accade un po’ in tutti gli sport. 

 

Patrick de Gayardon è stata una figura leggendaria del paracadutismo moderno, ha cambiato la storia di questo sport, un visionario e un pioniere di questa disciplina. Che persona era, che rapporto avevate e che ricordo hai di lui?

Un amico fraterno, un esempio e una grande persona. Lo descrivo sempre come una sorta di Archimede pitagorico del paracadutismo. Se ci pensi bene, nel mondo del paracadutismo – è passato del tempo da quando è morto Patrick – non è stato inventato niente di nuovo. Si è migliorato quello che lui ha inventato. Sicuramente la tuta alare ha fatto grandi passi avanti, migliorando il suo progetto, ma non è entrato niente di nuovo.

 

Lui ha portato tutto quanto c’era di nuovo nel mondo del paracadutismo. È una figura che manca tantissimo, ineguagliabile, insostituibile. Credo non sia possibile replicare, o meglio, neanche avvicinarsi a uno come lui.

Patrick de Gayardon muore durante un lancio di allenamento alle isole Hawaii. Era il 1998. Quando succede una tragedia del genere, il vostro rapporto con la morte e la percezione del rischio cambia?

Nel mondo degli sport estremi capita di veder morire molte persone. Mentalmente tendi sempre a giustificare e a dire che l’incidente mortale è stato causato da quello o quell’altro errore e si pensa che a te non succeda mai. Quando vengono a mancare persone del carisma di Patrick, che sono scampate alla morte non so quante volte e hanno fatto cose talmente incredibili che sarebbero dovute morire tremila volte, ti traballa tutto il tuo mondo e ti metti in discussione. Ti vedi indebolito.

 

Salire su un aeroplano la prima volta dopo la sua morte è stato mentalmente complicato, è stata una sfida. Ci sono due cose da valutare: è più forte il richiamo e l’amore per la tua disciplina o è più forte la remora che ti si crea mentalmente? E fidati, ti si crea. Sarebbe una bugia non ammetterlo.

 

Fino a quando è stato più forte il richiamo ho continuato a saltare anche perché era anche una sorta di maniera di omaggiarlo. Per me è scemata naturalmente questa cosa perché ho compreso che per me era più importante chiudere e terminare su una nota alta che non calare piano piano il livello. Quando sei a un certo livello le persone si aspettano molte cose da te e non puoi essere al mille per cento sempre.

 

Il giorno in cui decidi di smettere, ci vuole un certo coraggio per prendere questa decisione. Il richiamo è sempre fortissimo. Meglio lasciare con il sapore dolce e non agrodolce. Ho un sacco di cicatrici, ma ho vissuto momenti bellissimi.

 

Quando un paracadutista decide di smettere, come si convive con il fatto di non avere più quella sensazione di adrenalina?

All’inizio è complicatissimo, è come avere delle crisi di astinenza. L’adrenalina è una droga che la genera il tuo corpo. È come controllare delle crisi di astinenza nelle quali tu cerchi di essere sensato e nelle quali cerchi di non sbagliare. Se sei fortunato trovi la capacità di modificare questa ricerca di emozione spinta in una ricerca di obiettivi differenti.

 

Adesso faccio l’agente immobiliare e nel mio lavoro ci trovo quel pizzico di adrenalina quando un affare va in porto. È un’emozione decisamente più terrena, ma ci si accontenta [ride]! Ho imparato ad accontentarmi.

 

Vivendo a Fuerteventura, la mattina quando esco di casa faccio una passeggiata sul lungomare con i miei cagnolini a piedi scalzi per vedere sorgere il sole. Vivo in un posto dove, finito il mio orario di lavoro, posso andare a fare delle immersioni subacquee, posso fare un bagno al mare, posso andare a cavallo… per me questo oggi ha un senso e ha un valore inestimabile.

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Ci sono molti base jumper che spesso cercano sempre di alzare l’asticella del rischio, a volte anche rimettendoci la vita. Cos’è che spinge un atleta ad andare oltre sapendo che aumenta in modo esponenziale il rischio di morte?

La tuta alare ti toglie la percezione del ground rush; quando caschi verticalmente hai la sensazione del suolo che ti arriva sempre più vicino e di conseguenza anche l’intenzione di aprire il paracadute. Il base jump con la tuta alare è una disciplina dove passi vicinissimo alla cima delle montagne o dentro i canyon e ti toglie questa sensazione del suolo che ti arriva addosso. Se calcoli bene poi hai sufficiente quota per aprire il paracadute.

 

Ci sono diversi fattori; io credo che sicuramente ti dia un senso di onnipotenza, mescolato alla giovane età, nella quale il senso del rischio purtroppo non lo hai sviluppato al massimo, in quanto non hai avuto sufficienti incidenti o hai poche cicatrici. Poi hai l’onda degli altri che ti spingono e che rischiano sempre di più. Tutto assommato insieme, diventa difficile essere capaci di darsi un limite ed ecco che succedono le tragedie.

 

Fa dispiacere perché gli incidenti sono stati tantissimi e lasciano un segno negativo nel mondo del paracadutismo. Se io ti rigiro questa cosa e ti dovessi dire quanti ne muoiono per strada per lo stesso tipo di sfrontatezza, sono molti di più.

 

Sai, la gente comune vede il vostro sport come «incosciente e pericoloso», mentre non sa che i rischi del quotidiano sono comunque dietro l’angolo, in specie in macchina o in moto. Ricordo la morte di Pietro Taricone, che mise un po’ in cattiva luce il movimento, essendo lui un personaggio pubblico, e smosse le coscienze della gente comune, ignara di questo sport.

Pensa che a Pietro Taricone i contatti per andare al centro di paracadutismo glieli avevo passati io.

 

Pietro Taricone è stato un personaggio, a mio avviso, molto positivo, sempre schietto, solare e sorridente. 

Lui si era appassionato al mondo dei cavalli e del rodeo con Andrea Mischianti, il compagno di Natalia Estrada. Conoscevo ambedue e Natalia aveva abbandonato la sua professione per fare la cowgirl. Andrea fu il tramite tra me e Pietro per il mondo del paracadutismo. Pietro ha iniziato a lanciarsi in due drop zone di Roma e anche la sua compagna, Kasia Smutniak, si era appassionata ai lanci. Pensa che quando ebbe l’incidente, lei era lì e vide tutto. Fece una manovra bassa vicino a terra che lo fece impattare violentemente sul terreno. In tantissimi muoiono così.

 

È come se questa vela molto performante avesse perso portanza facendolo precipitare al suolo, giusto?

Ci sono dei corsi apposta per imparare a governare le vele veloci. La vela rimane gonfia, perché si sposta con una dinamica di fori comunicanti, ma se fai queste manovre radicali vicino a terra di centottanta gradi, facendo un pendolo per farti capire, se calcoli male, impatti il suolo prima che la vela si recuperi. Se invece calcoli bene, fai queste manovre spettacolari arrivando vicino a terra. Se calcoli male il pendolo sotto la vela, sbatti a terra, oppure la vela collassa perché fai questa manovra in vento contrario e giocoforza vieni giù. Ribadisco, la maggior parte degli incidenti oggi succede sotto un paracadute aperto che ti avrebbe dovuto far atterrare perfettamente.

 

Quando la gente comune sente che c’è stato un incidente col paracadute pensa sempre che non si sia aperto, mentre invece…

Il paracadute si apre, ma a volte viene usato in maniera sconsiderata. 

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Tu hai fatto diversi atterraggi in altura e uno in particolare l’hai effettuato sulla Muraglia Cinese. So che non è stato facile e hai avuto diversi problemi anche di carattere burocratico. È stata più ostica la burocrazia cinese o le condizioni meteorologiche non ottimali?

È stato un incubo avere i permessi per quel salto e un incubo trovare il punto dove effettuarlo, perché volevo atterrare nella parte della Muraglia non restaurata. Un altro incubo è che mi portavo dietro con me il camera flyer che era stato in volo con Patrick il giorno che era morto e un incubo perché il mio paracadute preparato apposta per quel lancio non era arrivato e non avevo il mio paracadute.

 

Mi hanno mandato da Milano un paracadute di Patrick che avevano in magazzino, il quale poteva avere le medesime caratteristiche del mio, però lui pesava molto più di me. Inoltre era una vela che io scoprivo in quel momento: aveva quattro settaggi di frenatura che mi hanno tenuta sveglia tutta la notte per cercare di comprenderne bene il funzionamento e cercavo di comunicare spiritualmente con Patrick per capire questi settaggi e lo pregavo di non farmi morire perché ancora non era ora [ride]! Non volevo morire col suo paracadute! Ti ricordo che questo lancio in Cina lo feci poco dopo la morte di Patrick.

 

La base cinese da cui siamo decollati era a un’ora di volo dal punto di lancio e ci andammo con quest’elicottero russo che era un miracolo che stesse in volo. Il mio camera flyer, tra l’altro, è poi morto tempo dopo perché fece un esperimento replicando il paracadute disegnato da Leonardo.

 

A lui – era lì con la sua compagna che era ripiegatrice – gli hanno sequestrato le telecamere perché non volevano che lui riprendesse. Non avere le telecamere in caduta libera era come togliere una parte importante dell’impresa che avrei dovuto compiere.

 

Di contro, cosa fece lui? Si bevve tutto il bar e la mattina dopo venne da me la sua compagna dicendomi che era sdraiato nella vasca da bagno ubriaco fradicio [ride]. Non si stava mettendo benissimo. Aveva un colore tendente al verdastro e io gli dissi: «Ma tu non vorresti mica lanciarti in queste condizioni?». «Mi lancio lo stesso».

 

Il cretino si nascose addosso una telecamera che ovviamente gli hanno trovato e quindi ci hanno arrestato a tutti e due. In Cina, sperduti in quel posto, non c’era tanto da scherzare e anche il nostro traduttore era preoccupato.

 

Finalmente ci hanno poi fatto salire sull’elicottero, che stava quasi facendo buio, e da sotto avevano acceso dei fuochi per segnalare il punto di atterraggio. Eseguito il lancio, che di fatto era un lancio di prova, il giorno appresso ci hanno concesso di fare il lancio buono. Fine.

 

Di solito per un’impresa del genere è prassi fare più lanci di prova. Lì no! Il giorno dopo c’era un vento molto forte e mi è salito quel pensiero che forse sarebbe stato meglio abbandonare, visto quest’ulteriore imprevisto.

 

Alla fine ce l’ho fatta; non sono atterrata sulla Muraglia, ma a fianco. Sono rimasta intera per miracolo perché fu un atterraggio difficilissimo e potevo rompermi tutte e due le gambe. Son quelle cose in cui poi dici: «Sto tirando troppo la corda…», ma è andata!

 

Sei atterrata anche sulle montagne dell’Adamello.

Sull’Adamello ho fatto una serie di prove per poi atterrare in cima al Kilimangiaro.

 

So che era un tuo sogno poterlo fare, ma credo sia rimasto tale.

Purtroppo è così. Non mi hanno dato i permessi ed era tutto troppo complicato. Hanno fatto tutto il possibile perché io non decollassi per poter atterrare sulla cima del Kilimangiaro, che appartiene alla Tanzania. Volevo atterrare in vetta e scendere sul lato keniota dove avevo tutti gli appoggi, ma i freni burocratici sono arrivati dal governo della Tanzania.

 

Non ho avuto modo di atterrare sulla cima, ho fatto il lancio sui pendii, son salita tre volte in cima a fare il sopralluogo nel giro di una settimana e anche quella è stata una bella sfida. Oramai è un sogno destinato a rimanere nel cassetto per sempre.

 

Tu che hai vissuto tanti anni questo sport, nel corso del tempo c’è stata un’evoluzione significativa nella ricerca dei materiali?

Noi potremmo definirci pionieri in un certo senso, perché abbiamo contribuito tantissimo a ciò, avendo avuto anche la fortuna di lavorare con le compagnie che producevano sia tute, materiali e paracadute. I performer che viaggiavano all’apice di questo sport davano dei feedback che venivano presi molto in considerazione, per cui abbiamo contribuito tantissimo a migliorare anche nella sicurezza. È stato un percorso molto bello e interessante.

 

A tutt’oggi, dopo il tuo ritiro, sei rimasta in contatto con quel mondo?

Sto lavorando a un progetto molto interessante: mi hanno contattata per collaborare a un docu-film su Patrick de Gayardon. Io li ho aiutati a trovare i contatti per ricostruire quello che è il backstage della sua carriera e della sua vita privata. Li ho messi in contatto con i camera flyer che hanno registrazioni e de-briefing dei suoi lanci. Al momento stiamo facendo questo grande lavoro di ricerca.

 

Tienici aggiornati.

Assolutamente! Il progetto è bellissimo e adesso la Sector è stata acquisita dal gruppo Morellato e da poco sono stata in Italia per questo passaggio di consegne dal vecchio Team No Limits a quello nuovo. C’ero io assieme a Pipin Ferreras [l’apneista cubano, ndr] e Manolo [pioniere dell’arrampicata libera, ndr]. Vediamo come evolve il tutto. 

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Tu sei stata anche conduttrice di alcuni programmi televisivi riguardanti gli sport estremi. 

È stato un gioco molto divertente. 

 

È più genuino il mondo del paracadutismo o quello della televisione?

Senza ombra di dubbio quello del paracadutismo! Ho avuto la fortuna di viverlo da privilegiata e da protagonista. Su La7 ho condotto un programma che si chiama Extreme e poi ho fatto una serie di puntate per Sky e anche altro. 

 

C’è un’altra Barbara Brighetti oggi capace di replicare le tue imprese?

Non credo, anche se mi piacerebbe poterti dire sì, perché sarebbe bello passare il testimone, ma al momento non vedo nessuno. Ci sono personaggi interessanti nelle classiche discipline del paracadutismo, ma null’altro.

 

Che consiglio daresti a coloro che vorrebbero avvicinarsi a questo sport?

Il consiglio ce l’ho qua attaccato al collo: ho il pin, che tu riconoscerai avendo fatto paracadutismo, che chiude la sacca del paracadute di quando me la sono vista peggio, poi ho un cuore che mi ricorda sempre di fare le cose con passione e amore e poi una croce che mi ricorda di credere sempre e avere fede. Qualsiasi cosa tu faccia nella vita, se ci metti passione credo e amore, in genere puoi ottenere bei risultati. 

 

Quante volte ti è capitato di aprire il paracadute d’emergenza?

Solo tre in quasi diecimila. 

 

Per concludere la nostra intervista, vorrei ritornare all’inizio di questa nostra chiacchierata. Hai qualche ricordo dei tanti personaggi della musica con cui ha collaborato tuo babbo?

Sono tutt’oggi in contatto con la parte di famiglia di Bruno Martino della prima moglie, ma anche con la seconda. Ho conosciuto e sono tuttora in contatto con Mina, nonostante viva una vita ritirata e lontano dai riflettori da decenni. Ci siamo incontrate tante volte, l’ho vista al pianoforte con papà a sperimentare e a cantare.

 

Enzo Jannacci, altro amico di papà, simpaticissimo, che è stato in vacanza in Africa da noi. Un altro grandissimo amico di papà è Riccardo Muti, che pure lui è stato in vacanza da noi tantissime volte assieme a sua moglie Cristina. Luciano Pavarotti.

 

Intorno a papà ruotavano questi personaggi che, quando decise di trasferirsi definitivamente in Africa, lo venivano a trovare. Visti, conosciuti e vissuti.

 

Hai avuto una vita intensa.

Tanto belli anche i racconti di papà quando ci parlava di Chet Baker, un genio che poi si è perso nei suoi vizi purtroppo.

 

Chet Baker ha avuto seri problemi di droga.

Una vita triste la sua purtroppo. Dall’altra parte babbo mi parlava di Stan Getz che si esercitava tutti i giorni con il suo strumento. Un vero professionista e un esempio di stile e disciplina. 

 

Consentimi la battuta, a volte sono più spericolate le vite di alcuni jazzisti che quelle dei paracadutisti!

Totalmente! Sono anche sprecate, sono perse. Tant’è che io da piccolina cantavo assieme a papà e mi sarebbe piaciuto tantissimo fare la cantante, ma mi ha dissuaso. A non farmi entrare nel mondo della musica e del jazz è stato proprio mio padre. Questa dote, questa capacità l’ho sempre avuta. Andavamo a casa di amici e io cantavo per il gusto di farlo e tutti gli dicevano di farmi fare la cantante professionista e lui gli rispondeva: «Lasciatela fare dello sport che è meglio».

 

Non l’avesse mai detto!

Eh sì! se l’universo mi regalato papà e mamma, me li ha regalati proprio bene. Mi sono stati di grandissimo esempio. Sono stati genitori magnifici.

 

La famiglia è un punto fermo, un sostegno per la vita e anche per la vita di uno sportivo. Nello specifico i tuoi ti hanno appoggiato in un’attività sportiva dove non so quanti altri avrebbero fatto la stessa cosa.

Quasi nessuno! Ho avuto dei genitori con la mentalità molto aperta che hanno compreso le mie scelte e sono stati orgogliosi di me. C’è una foto di mia mamma incinta di me sott’acqua con i pescecani. Cosa voleva pretendere poi [ride]?! Sono cresciuta scalza, in mezzo alla savana con i leoni.

 

Francesco Rondolini

 

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Immagine di Austin Kirk via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic

 

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Nello Stato statunitense della Pennsylvania una violenta rissa tra due allenatori di football giovanile è scoppiata proprio davanti a bambini di terza e quarta elementare. L’intera scena è stata ripresa in video, finendo quindi sui mezzi di informazioni del Paese e tracimando, tramite l’internetto, nell’interomondo.   La caotica vicenda si è svolta durante il quarto quarto della partita di sabato tra Carlynton e Keystone Oaks a Carnegie. Il filmato, registrato da Ryan Crux, un genitore mostra la situazione degenerare dopo un’interruzione del gioco, con Keystone Oaks in vantaggio per 7-0.   Il 24enne allenatore del Carlynton è stato ripreso mentre urlava aggressivamente prima di scagliarsi contro membri della panchina avversaria. Indossando una maglietta verde, Canton si è diretto verso l’allenatore rivale, il coach dei Keystone Oaks.   Da lì è scoppiato il caos, con l’arbitro impegnato a fare tutto il possibile per proteggere i bambini dalla confusione.  

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Il video ci permette di parlare di un fenomeno misconosciuto ma molto presente anche in Italia: quello delle risse tra genitori alle partite dei figli sportivi. Si tratta di violenze che spesse volte si incentrano sull’arbitro.   I dati dell’Associazione Italiana Arbitri sono sconvolgenti: nelle stagioni 2022-2023 e 2023-2024 sono stati registrati complessivamente 870 episodi di violenza ai danni dei direttori di gara, per 978 giorni di prognosi, e nella stagione 2024-2025, al 20 novembre, se ne contavano già 195, 15 dei quali gravi. Un altro dettaglio interessante: nell’85-90% dei casi gli autori sono tesserati — calciatori, dirigenti, allenatori, quindi non sempre «solo» genitori sugli spalti, ma il fenomeno dei genitori resta una fetta consistente e particolarmente odiosa perché colpisce bambini e arbitri giovanissimi.   I casi di cronaca si sprecano. A Lodi, nel novembre 2025, durante una partita di Pulcini tra Montanaso e Usom Melegnano, un padre ha reagito a una decisione arbitrale lanciando un sasso in campo e brandendo un pezzo di ferro. È quindi dovuta intervenire la polizia.   A Collegno, nel settembre dell’anno passato, durante un torneo giovanile, un genitore avrebbe scavalcato la recinzione colpendo con pugni e calci un portiere avversario tredicenne, causandogli una frattura al malleolo.     A Desio, in una partita di Pulcini del 2019, una madre ha rivolto insulti razzisti a un bambino avversario.   Il capo degli arbitri di Reggio Emilia citava già anni fa il caso di Juventus-Torino, con i genitori dei pulcini che si sono picchiati, come episodio limite noto a livello nazionale.

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Durante una partita di pulcini al campo di Santa Lucia, a Verona nel 2019, un litigio tra due padri è degenerato: uno ha rimproverato il figlio ed è stato colpito al volto (labbra e denti feriti) dall’altro genitore, che poi ha tirato fuori un coltello minacciando di morte. È stato disposto un Daspo per entrambi.   A Padova, nel 2015, un banale fallo di gioco tra pulcini di 9 anni è degenerato in insulti, schiaffi e pugni tra genitori, fermati solo dai carabinieri.   Nel 2023 a Cremona, ecco la vicenda della nonna 71enne che ha schiaffeggiato un bambino della squadra avversaria; ne è nata una rissa tra i genitori sugli spalti, sedata dai carabinieri. Tre mesi dopo il questore ha emesso sei Daspo.   A Dubino, in provincia di Sondrio, nel 2016 vi è stata la tissa sugli spalti tra genitori tifosi durante una partita di Pulcini classe 2006: i bambini in campo, alcuni in lacrime, hanno smesso di giocare da soli e si sono abbracciati con gli avversari, dicendo «basta, noi non giochiamo più» — un episodio diventato quasi simbolico in senso opposto, di reazione dei ragazzini alla violenza degli adulti.   A Seregno, in provincia di Monza e della Brianza, si è avuto il caso più grave in assoluto: durante una partita tra pulcini di 8 anni, una rissa tra genitori è scoppiata sugli spalti dopo insulti reciproci rivolti ai bambini avversari. Un dirigente 44enne, intervenuto per calmare gli animi, è stato colpito con un calcio alla schiena: gli si è spappolato un rene, che i medici hanno dovuto asportare, ed è finito in terapia intensiva. L’aggressore, un 47enne, è stato indagato per lesioni personali gravissime con perdita dell’uso di un organo — si è parlato anche di possibile tentato omicidio.   Il fenomeno, va detto, non riguarda solo il calcio: anche in basket e rugby il problema dei genitori aggressivi sta crescendo. Nessuno sport è veramente immune dalla follia sportivo-genitoriale: in un video di commento alle recenti Olimpiadi Milano-Cortina, una pattinatrice russa (proveniente dal Paese purtroppo estromesso dalle competizione) ha raccontato che uno dei suggerimenti che si è sentita dare quando era ancora bambina era tenere i pattini sempre con sé: il rischio è quello che i genitori o gli allenatori delle atlete avversarie allentino furtivamente le viti che tengono le lame, così da inficiare la performanza o generare un vero e proprio incidente traumatico sul ghiaccio.   Vi è, purtutavia, una lettura non disforica di questi eventi: i genitori vivono la partita del figlio come fosse la propria, perché vedono nel piccolo la loro stessa continuazione.

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Si tratta quindi della scaturigine di un istinto umano e giustissimo, quello di proteggere la propria discendenza, quello di difendere chi si ama, ciò che si ha di più caro.   Un filo comune in molti di questi casi è che spesso non è nemmeno la partita in sé a scatenare la violenza, ma un rimprovero di un genitore al proprio figlio, o un fallo minimo, che innesca reazioni completamente sproporzionate — segno che il vero detonatore è la tensione accumulata dagli adulti, cioè l’energia che il loro animo mette a disposizione per la protezione dei figli.   Ciò detto, non è non ci siano tanti che ci marciano, e si sfogano con ancora più voluttà di quanto non sia possibile fare nelle curve degli ultrà, traendone godimento che solo la boria uligana può offrire.   Il fenomeno era stato inquadrato stupendamente nel 2005 in un episodio (S09E05) del cartone satirico South Park che raccontava come, in ultima analisi, ai genitori le partite interessavano di più che ai figli, soprattutto per la possibilità di berciare e, sperabilmente, fare a botte.      

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Immagine screenshot da Twitter  
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