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Macron e il coca-gate, le fake news e le smentite (cioè: notizie date due volte)

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Chiariamo subito che crediamo che quella non era cocaina, ma un semplice fazzoletto, probabilmente pieno di muco presidenziale: Macron non nasconde una bustina di polvere bianca, ma il frutto cartaceo di un raffreddore che ha colpito il suo naso, peraltro importante.

 

Stesso dicasi per il presunto «cucchiaino» di Merz, che ci sembra persona lontana anni luce dal vizio di narice; anzi, visto l’entusiasmo che irradia (primo cancelliere subito trombato al Bundestaggo!) ci sarebbe da sperare che usasse eccitanti di sorta.

 

È un fake – uno shallow-fake, direbbero (cioè un fake audivisivo senza la tecnologia machine learning dei deep fake), o forse neanche quello. Qualcuno ha dato un’interpretazione, che in rete ha attecchito. Poi è passato Alex Jones. Boom. Ecco il coca-gate.

 

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Non è possibile che il gruppetto sia stato colto di sorpresa in questo modo. Rifletteteci: quell’inquadratura quante volte l’avete vista? È praticamente un set fisso della guerra ucraina: il treno dove i leader europei si trovano, con spirito da Interrail post maturità, per andare a Kiev. (ecco, forse là invece…)

 

Avete visto, su quel treno, Draghi e Scholz, e tutti quanti, è il vagone-teatrino della farsa euro-NATO-ucraina. Nulla, su quel trenino, è lasciato al caso. Quindi no, non crediamo alle pippate ferroviarie transnazionali del presidente francese.

 

E non importa se impazzano le video compilation del Macron che porta la mano al naso.

 


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Si tratta di sussurri della rete complottista che in genere spariscono dans l’espace d’un matin. O almeno, pensavamo andasse così, fino a quando, molto drammaticamente, è arrivata la smentita ufficiale dell’Eliseo.

 

«Quando l’unità europea dà fastidio, la disinformazione arriva fino al punto da far passare un semplice fazzoletto per della droga, false informazioni diffuse dai nemici della Francia, siate vigili contro le manipolazioni» dice la nota diramata dal vertice francese.

 

Ora, c’è un vecchio detto nel mondo delle pubbliche relazioni: una smentita è una notizia data due volte. E ciò non va bene, soprattutto se la notizia è falsa. E si vuole far sapere che è falsa.

 

La verità è che non è la prima smentita che parte dal presidente Macron, un personaggio che, di anno in anno, rivela un lato sempre più bizzarro, oscuro.

 

Su Renovatio 21 siamo tra i pochi a ricordarsi quanto accadde alle elezioni presidenziali 2017.

 

Nel 2017, a pochi giorni dal ballottaggio presidenziale tra Macron e Marine Le Pen, la campagna di Macron avrebbe subito un attacco da parte di hacker – subito definiti «russi» – che portò alla luce anche dettagli scabrosi.

 

Tra le 20 mila email dei cosiddetti MacronLeaks, sarebbe contenuto un episodio che «coinvolgerebbe un deputato francese che avrebbe dato indicazioni al suo assistente di comprare della droga in bitcoin» scrisse all’epoca l’agenzia AGI. «La transazione e la consegna sembra siano poi avvenute, ma potrebbe essere una goccia del mare di manipolazioni che quei documenti potrebbero contenere». Secondo quanto trapelato, il deputato si sarebbe fatto arrivare la droga al suo ufficio parlamentare. La veridicità del documento è stata messa in discussione.

 

All’epoca, tuttavia, assistemmo ad uno spettacolo impressionante: il sistema aveva di fatto recepito quanto accaduto l’anno prima, durante la campagna presidenziale americana 2016 (Trump vs. Hillary), con i leak che devastarono il Partito Democratico USA e la campagna Clinton: ecco che i giornali di tutto il mondo praticamente tacitarono lo scandalo e additarono subito le email come propaganda russa: insomma, ma quale droga, hastatoPutin.

 

Ancora oggi, il lettore può verificare da sé, è difficile trovare in rete materiale sull’argomento, anche se i giornali all’epoca ne parlarono molto, ma per poco tempo, e soprattutto senza voler approfondire nulla, perché tanto la spiegazione era: «hacker russi».

 

 

La storia non riemerse nel mainstream nemmeno quando nel 2023 un senatore di area macroniana del partito Horizons fu arrestato con l’accusa di aver drogato una deputata. Non era nemmeno primo deputato macronista salito agli altari della cronaca per questioni di droga. Nel gennaio 2023, il sito francese Mediapart aveva rivelato che il deputato del partito di Macron Renaissance (ex En Marche) Emmanuel Pellerin avrebbe fatto uso di cocaina prima e dopo la sua elezione all’Assemblea nazionale. Il Pellerin si era giustificato parlando di «difficoltà personali e familiari». Il partito di Macron disse di voler proporre l’immediata esclusione del deputato, che si ritirò dal suo gruppo parlamentare e dal partito, per poi tornare nel luglio 2023, dopo l’archiviazione del suo caso.

 

All’epoca del mancato scandalo, nel 2017, circolavano comunque sui giornali le storie sulla presunta omosessualità del presidente, con alcuni che mormoravano riguardo ad un gruppetto di amici dediti a certo tipico débauche. Erano sparate, accuse, illazioni. O forse no: era materia di Stato, e forse non solo per Parigi.

 

Chi scrive ricorda a ridosso di quei fatti un corso di aggiornamento dell’Ordine dei giornalisti (obbligatorio se si vuole mantenere il tesserino professionale) di deontologia, tema: fake news. Qui veniva direttamente trattato, come esempio di bufala malevola, la storia della droga che sarebbe arrivata all’Eliseo. Dobbiamo confessare che il debunking, cioè la dimostrazione della falsità della storia, non deve averci convinto, perché non ricordiamo nessun argomento, forse nemmeno è stato fatto.

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Veniva detto semplicemente: guardate, questa è una fake news. Non è che il corso (che era online) si limitava a predicarlo in video: grande fu lo stupore quando, dinanzi al test finale a risposta multipla per capire se si era stati attenti, veniva posta la domanda: quale fake news ha riguardato il presidente francese? La risposta esatta era, andiamo a memoria, quella per cui sarebbe stato a capo di una banda di omosessuali.

 

Cioè: se credevi alla storia di Macron gay con i suoi amichetti, non eri un giornalista. La smentita diviene dogma mediatico, oltre che statale.

 

Il problema è che dopo pochi mesi scoppiò lo scandalo Benalla. Forse il lettore non ricorderà: nel 2018, i giornali francesi parlarono di un signore di origini maghrebine che si intrufolava tra le file della Gendarmeria nelle manifestazioni pubbliche e aggrediva le persone che protestavano. Si scoprì che Alexandre Benalla, giovane forte e prestante, era «collaboratore» della sicurezza dell’Eliseo, e molto vicino alla coppia presidenziale, al punto che, dissero, aveva accesso ad appartamenti «presidenziali».

 

Nel frattempo si moltiplicavano storie su vari passaporti diplomatici, rapporti diretti con leader africani, se non con oligarchi russi… tuttavia l’attenzione del grande pubblico era concentrata sullo spuntare qua e là delle immagini del moro virgulto in giro assieme al presidente sorridente. Eccoli insieme in strada, nei palazzi del potere, in bici. Dissero che partecipava, unico membro del gabinetto, a esclusive giornate sugli sci del presidente.

 

E quindi, cosa fa Macron? Parlando ai deputati della maggioranza riuniti alla Maison de l’Amérique Latine e dice: «Alexandre Benalla non è il mio amante e non ha i codici nucleari».

 

Eccola lì: un’altra bella smentita. Cioè, una notizia data due volte. Una notizia che, secondo il corso di deontologia giornalistica, era da ritenersi come quintessenza della fake news.

 

C’è tuttavia una smentita che Macron non ha ancora dato, o almeno, non del tutto: quello sulla storia, allucinante e anche questa non esattamente credibile, secondo cui la première dame Brigitte Macron sarebbe nata uomo. L’8 marzo 2024, festa della donna, Macron parla ad un evento a favore dell’aborto in Place Vendome: «il peggio sono le false informazioni e gli scenari montati ad arte, con gente che finisce per crederci e ti attacca, incluso, nella tua intimità».

 

«Contro questo machismo bisogna ricorrere al diritto, alla giustizia», ha tuonato nella piazza abortista il presidente francese, chiedendo l’istituzione dell’«ordine pubblico sul web». «Un formidabile luogo di espressione dei più pazzi», ha aggiunto Macron, assicurando che purtroppo la rete è ancora «senza regole».

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Nell’aria aleggiava la storia scioccante, portata avanti da qualche soggetto (un giornalista, qualche blogger, etc.), secondo cui la moglie del presidente in realtà sarebbe un transessuale. Erano partite delle denunce da parte dell’interessata, stufa di questa accusa pazzesca, tale da aprire abissi sul potere francese tutto. Alcuni, tuttavia, ricordavano che il racconto della loro storia d’amore, lui studente di liceo di 15 anni (ma l’età cambia a seconda di chi ne parla) e lei professoressa più vecchia di un quarto di secolo, era già di per sé inquietante.

 

Poi arriva Candace Owens, e le cose si complicano. La podcaster afroamericana, recentemente convertitasi al cattolicesimo tradizionalista (come il marito, il lord britannico George Farmer), dedica al caso una puntata del suo show, quando ancora era parte del network del Daily Wire dell’opinionista ebreo sionista Ben Shapiro. A seguito della posizione della Owens su Israele e Gaza, la Owens viene licenziata, e la puntata su Brigitte Macron tolta.

 

 

Fattasi la sua trasmissione indipendente su YouTube, la Owens torna sul tema, vuole fare uno speciale ulteriore sul caso Macron, e lo annuncia. A quel punto, prima che l’episodio andasse in onda, riceve una lettera dei legali della coppia presidenziale francese: così racconta Candace, che dice di essere rimasta sorpresa, e di aver trovato la motivazione per fare non un episodio, ma una serie intera. Il suo sito – cioè il luogo di prima distribuzione dei video – nel frattempo è stato oggetto di attacchi DDoS massivi, ha detto.

 

 

La serie Becoming Brigitte è andata in onda comunque: personaggi di estrema rilevanza mediata mondiale come il podcaster Joe Rogan e il giornalista Tucker Carlson dicono di averla vista e di essere convinti degli argomenti addotti dalla Owens. Carlson dice che pensava fosse una follia nella quale non poteva seguire Candace, per quanto le volesse bene. E invece…

 

Lei fa il giro delle trasmissioni su internet, e spiega i retroscena: dice di aver ringraziato per la lettera, così, attraverso i legali, ora ha un canale di comunicazione sicuro con i Macron. Ha quindi preparato alcune domande semplici e fattuali sulla questione, come se è vero o falso che sarebbe nata con quest’altro nome, «Brigitte Macron ha dato alla luce 3 figli?», etc.

 

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Lì la smentita alla Owens ci sarebbe stata tutta. Non c’è però stata, o almeno non alle domande diretta della giornalista nera. Sarebbe arrivata, invece, un’altra lettera dei legali. Nessuna risposta, e in più viene ignorata la proposta di Candace di andare in Francia ad intervistare direttamente la première dame.

 

E quindi: no, non crediamo a nessuna di queste storie pazzesche: coca sul treno per Kiev, omosessuali intorno al presidente droga all’Eliseo, un transessuale sul trono di Francia (neanche fosse il sogno realizzato dei templari adoratori del Bafometto androgino, quelli massacrati dal re tanti anni fa… ma divaghiamo).

 

Non crediamo a nulla. È nostro diritto. Ci sa però che ci obbligheranno a credere, a breve, alle smentite di Stato.

 

Nel frattempo, c’è una cosa che possiamo fare per convincerci che in Francia tout va bien. Riguardarci, in loop, la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Parigi 2024.

 

Da lì è chiaro tutto. Costituzionalizzazione dell’aborto, lancio della corsa della Francia verso l’eutanasia, proposta di truppe NATO in Ucraina, e solo negli ultimi mesi. Ciò che Macron fa è perfettamente normale. No?

 

Roberto Dal Bosco

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Pensiero

La scomunica dei bambini

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Un’amica mi mostra un documento che circola fra i bambini del catechismo di una parrocchia cittadina. Mi dice che, sapendomi cattolico, aveva proprio voglia di chiedermi se aveva capito bene quello che c’era scritto.   La ragazza ha appena passato i cinquanta, e nella vita, tra sport e lavoro, come tanti – come tutti – si era allontanata dalla Chiesa cattolica. Negli ultimi anni, piano piano, vi è stato un riallineamento spirituale sensibile. Ora alla Chiesa ritorna materialmente per delle bambine che devono ricevere i sacramenti. Non è la chiesa che ricordava lei, quella con cui era cresciuta nella sua parrocchia in collina.   «Ma scusa sta dicendo davvero così? Sono sconvolta» mi dice affranta.   Si tratta di un ciclostilato rivolto ai genitori della prima confessione. Il testo ha uno stile vagamente oscuro, che parla di «percorso di riscoperta del 4° sacramento (la penitenza/riconciliazione) alla luce del battesimo». Ammettiamo che non è chiarissimo questo collegamento sacramentale, ma continuiamo.   Bisogna «recuperare la dimensione battesimale. Il 4° sacramento è un’espansione e una fioritura del battesimo; la sua funzione primaria è la rigenerazione del fedele che ha infranto la prima e fondamentale alleanza». Continuiamo a non capire bene.

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Poi, però, appena camuffato dal gergo intellettualista, ecco il punto che comprendiamo meglio. Si tratta non di un desiderio, ma di un ordine programmatico:   «È necessario rifondare il 4° sacramento sulla coerenza battesimale, correggendo la prassi che l’ha troppo orientato all’eucarestia».   È qui che cade la mascella a me, alla mia amica, a tutti coloro che sono rimasti – pur con tutti i loro limiti, difetti, peccati – veri cattolici.   Cosa significa «prassi troppo orientata all’Eucarestia?». Troppo…che? L’Eucarestia, il Corpo di Nostro Signore, la Presenza Reale, l’infinito che si fa carne per noi, è ciò che nessun’altra religione – e manca soprattutto a protestanti e affini.   La Comunione è Dio. Non è un simbolo: è il suo corpo. Senza questa verità, certo folle per il non credente, non può esservi  la fede cattolica. Il fenomeno dei miracoli eucaristici, con l’ostia che sanguina, ne sono la testimonianza diretta.   Si può eccedere nell’orientarsi al santissimo? A dire il vero, nei millenni si è fatto il contrario: la si riceveva solo sulla lingua, un piattino prezioso posto sotto il mento da un chierichetto per non disperderne briciole, vi sono dei guanti per toccarla, il sacerdote entrava in chiesa con pollice ed indice congiunti per non contaminare ciò che toccherà il Corpo del Signore. Il tabernacolo era vero centro di ogni chiesa (ecco perché nelle chiese moderne gli architetti massoni lo piazzano ai lati: per disorientare il fedele e disassare il rito intero), e sopra si poneva l’ombrello eucaristico.   In presenza del Santissimo (si chiama proprio così, col superlativo) ci si mette in silenzio, non si parla chiacchiera. Come quando il sacerdote esce dalla chiesa dopo messa per portare la Comunione ad un fedele malato: tutti i presenti stanno zitti e inginocchiati, e capita dalle parti della messa in rito antico (le mie parti) di vedere decine di fedeli che, nel silenzio irreale, si genuflettono sui sassi…   Come sanno in tanti, ciò che non è realizzato dal prete moderno lo è in modo lucido dal satanista, che ruba le ostie consacrate per le messe nere.   Ecco cosa può significare quel «troppo orientata». Può significare non riconoscere la regale divinità del Corpus Domini. Può significare non credere nel miracolo più grande . Può significare non credere nel centro della Chiesa cattolica, e quindi nemmeno nella Chiesa cattolica stessa.

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Si inizia ad accettare la Comunione nella mano, si finisce in mano al nichilismo pastorale più brutale, al sacrilegio, al contrario della Fede stessa. Di mezzo, discorsi contorti e la bellezza estetica, ornamentale e rituale, coltivata in duemila anni di Civiltà, che viene gettata alle ortiche.   Pensiamo bene a cosa sta succedendo: togliere dal «percorso» l’orientamento alla comunione non si potrebbe definire come… «scomunicare»?   Etimologicamente sì, ed è quello che è predicato da sempre dai nemici, esterni e domestici, della Chiesa: durante il celebre processo di Macerata (1817) contro i cospiratori risorgimentali, fu documentato che l’iniziazione dei nuovi membri del capitolo locale dell’Alta Vendita (la loggia centrale della Carboneria italiana) locale prevedeva un giuramento fisico sull’ostia consacrata. Il candidato all’organizzazione massonica veniva fatto inginocchiare sopra la santissima Eucaristia mentre veniva armato di un «ferro benedetto» (un pugnale), legando l’atto di fedeltà alla setta a un gesto di profanazione religiosa.   Per oltre un secolo la saggistica cattolica tradizionalista e antimassonica ha sottolineato come i testi dell’Alta Vendita vengono citati per spiegare i cambiamenti liturgici successivi al Concilio Vaticano II. È la tesi dell’indebolimento eucaristico: il piano a lungo termine dell’Istruzione Permanente dell’Alta Vendita volto a minare la Chiesa dall’interno si rifletterebbe in elementi come lo spostamento dei tabernacoli fuori dal centro degli altari o l’introduzione della Comunione sulla mano, interpretandole come manovre per ridurre la venerazione popolare verso la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia.   Senza Dio nell’Eucarestia, a cosa serve la Chiesa? Ci rendiamo conto che se lo chiedono, oggi, anche tanti sacerdoti, che però magari non sono nemmeno così disperati: è dato loro uno stipendio fisso e un feudo intero – la parrocchia – da comandare a piacere, e pazienza se in chiesa non ci va più nessuno.   Rebus sic stantibus, quello a cui stiamo assistendo quindi è una vera scomunica dei bambini – cioè la privazione perfino del concetto dell’Eucarestia inflitta alle nuove generazioni.   Come sa il lettore di Renovatio 21, non ovunque è così. Vi sono realtà che nulla hanno cambiato rispetto alla verità e alla bellezza della Chiesa di sempre, e che conoscono la vastità e la perfidia anticristica del complotto in atto sin dentro Roma.   Per cui, parlando di bambini e sacramenti, non posso avere negli occhi le immagini di due sabati fa, quando si sono cresimati i miei figli. Una cerimonia di preparazione non facile: non solo per gli anni di catechismo, le sere a ripassare la dottrina, ma per il fatto che, inizialmente, il vescovo locale aveva tolto il permesso alla Fraternità Sacerdotale San Pio X di celebrare in una chiesa della provincia.     Il permesso, quasi in extremis, è tornato: ed ecco che si è avuta una celebrazione oceanica con almeno 60 cresimandi e centinaia e centinaia di persone stipate in tutta la chiesa fino a debordare ad abundatiam nella piazza antistante.   Mentre risuonava potente il canto gregoriano, ho veduto in fila per diventare soldati di Cristo, con lo schiaffetto del vescovo Bernard Fellay, tanti bambini, tanti adulti, anche da fuori regione. Il sole pomeridiano dava a quel sabato riflessi dorati che rimbalzavano sui veli e suoi sorrisi delle bambine. Vi erano, ovunque, famiglie devote – e felici. Famiglie unite. E la mia prole maturata sino al sacramento della confermazione, come mi ero prefissato.

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Sapevo perfettamente, già lì, che avrei ricordato quel giorno come uno dei più belli della mia vita. È stato così: se pongo ora la mente non può che essere così. Attorniato dalla benevolenza di tanti amici e conoscenti, e di tanti sconosciuti che però avevano con me in comune la cosa fondamentale, immerso nella beltà della tradizione cattolica, concentrato nello Spirito e nel Sacrifico – e tutto questo lo sto consegnando, in maniera sacra ed ufficiale, alla generazione successiva.       Ora, sappiamo che una scomunica stricto sensu si può abbattere su tutto questo. Le consacrazioni episcopali indette dalla FSSPX per il prossimo luglio permetteranno a quelli dei sacramenti scomunicati di tuonare: sarà, abbiamo detto su queste colonne, una scomunica comunicata, una «scomunicazione». Non basta la latae sententiae: vi sarà proprio un comunicato terrificante del cardinal Fernandez (che, messi da parte i libri su bacio e orgasmo, avrebbe già scritto tutto), o del papa stesso, contro la Fraternità.   Con i cinesi non va così, lo sapete: il Partito Comunista Cinese, in barba agli accordi sino-vaticani probabilmente trattati da McCarrick e altri religiosi ricattabili su Grindr, si sceglie i vescovi che vuole, li ordina e nemmeno lo dice a Roma; il Sacro Palazzo non dice nulla, poi magari pure ratifica.   Con la FSSPX sarà diverso, perché la FSSPX è la vera Chiesa, è ciò che era, è, e sempre sarà la Sposa di Cristo, tramandata nel secoli. La FSSPX è ciò che dimostra l’esistenza stessa dell’infiltrazione maligna che ha reso il cattolicesimo irriconoscibile e perdente.   E quindi, qualcuno sussurra, non si limiterà a scomunicare i vescovi ordinanti e ordinati: scomunicherà tutti. Cioè, tutti i fedeli della FSSPX. La cosa è canonicamente implausibile, tuttavia di cose allucinanti nei documenti romani ne abbiamo viste non poche in questi anni: mentre leggete il vostro parroco potrebbe star impartendo una benedizione ad una coppia omofila, per esempio.   Tutti scomunicati. Anche i bambini? Ma certo. Scomunicheranno anche i nostri figli: non lato sensu, ma latae sententiae. L’esercito di soldati di Cristo che vedete nella foto, quindi, sarà composto da scomunicati. Il cortocircuito dovrebbe mandare per aria il vostro sistema morale: quello che in effetti molti preti, vescovi, cardinali non hanno più.   Certo, il Santo Padre è ancora in tempo. Può ratificare le nomine, ed evitare questo trauma globale che può riguardare mezzo milione, forse un milione di fedeli. Noi preghiamo perché Leone lo faccia. Sarebbe la cosa buona da fare, perfino inclusiva. Sappiamo tuttavia che la cintura di modernisti che sta dietro alle scelte del papa non interessa nulla, neanche dei luoghi comuni della sua stessa propaganda. I modernisti non vogliono far prigionieri, vogliono distruggere la tradizione cattolica, la Chiesa «troppo orientata» verso Dio.   E sia. Questo non toglie che nessuna delle persone che erano acon me sabato sparirà dalle cappelle del rito antico o sposterà i suoi figli altrove. Anzi. Diverranno persino più assidui. I numeri, come in questi anni, continueranno a crescere.   Questo non toglie nemmeno che quello è stato uno dei giorni più belli che ricordo, anche per il finale imbarazzante: dopo le foto di rito in piazza in paramento liturgico e centinaia di persone intorno, monsignor Fellay esce in abito piano quando oramai tutti sono sgommati alle loro cene e in piazza siamo rimasti pochissimi.   Mi avvicino con mio figlio per baciare l’anello: è la prima volta che lo fa, lo preparo, ginocchi sinistro, anello… Poi ho in mente di fare una foto di lui e il monsignore, e già penso cosa potrà valere tra 20 o 30 anni (massì, sto pensando a quelli che se la tirano perché ci hanno la foto con monsignor Lefebvre da piccoli…).

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A quel punto si palesa anche mia figlia, sette anni, che nel frattempo era sparita con la madre: era semplicemente esausta, aveva cominciato a sentirsi male in macchina, abbiamo dovuto dare una dose di nurofen gusto fragola comprato nella farmacia antistante sotto il banco della chiesa tra i veli bianchi e le gonne colorate delle bambine cresimande, e poi non tollera le cerimonie lunghe, si lamenta, si dispera. Finita la messa, finite le foto, era stata orientata verso il bar per mangiare qualcosa e placarsi.   Ora si ripresenta davanti al vescovo, ma sta sgranocchiando un pacchetto di patatine fritte, quelle ondulate, zig-zagate, rosse, al pomodoro. Io non so come gestire la questione: devo farle baciare l’anello del vescovo con la mano proveniente dalle rustiche purpuree?   «Facciamo una foto», improvviso. Del resto la foto con tutti e due ha ancora più valore.   «Vuoi fare una foto con il vescovo?» le chiedo, mentre lei lo ha davanti, e lo guarda serie riprendendo sgranocchiante la consumazione della patata malefica.   «No» risponde lei. A quel punto non so che fare, ma vedo che monsignor Fellay, sotto l’occhio azzurrissimo, ha ben visibile quella cosa incredibile che si riconosce nelle immagini di monsignor Lefebvre: il sorriso. Certo: aveva visto la guerra, l’Africa, la malattia, e peggio ancora la crisi della Chiesa, ma il fondatore della FSSPX manteneva quell’espressione sorridente poderosa. Chiamiamolo sorriso lefebriano. Dinanzi ad esso, la bambina cede.   Clic: fatta anche la foto. Prole più vescovo.     A questo cerco di dire una parola. «Monseigneur, on prie pour vous». Monsignore, preghiamo per voi. Ho la voce che mi trema, il pensiero pure – sarà che sono impressionato, sarà che il momento è storico per la Chiesa e per la mia famiglia. «Et nous on prie pour qui prie pour nous!» risponde aumentando il sorriso. E noi preghiamo per quelli che pregano per noi…   Cerco di rispondere, ma ho davvero finito le cose da dire – situazione per me inimmaginabile: «on est heureux» mi esce malamente, mentre lui sia allontana. «Siamo felici». È la cosa più idiota che potessi dire in quel momento, sì. Tuttavia è, anche fuori dal contesto, la verità.   Siamo felici di rimanere cattolici. Nonostante quello che minacciano di fare. A noi bastano i nostri figli e i sacramenti.   Non c’è scomunica che possa fermarci.   Roberto Dal Bosco

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Intelligenza Artificiale

Avere paura dell’IA. E dello Stato moderno

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La settimana scorsa ho incontrato un’amica dei miei anni milanesi. Per qualche strana ragione del destino, non solo è venuta a vivere nella mia città ma ha pure messo suo figlio nella stessa scuola dei miei. Era all’ingresso ad aspettare, seduta sui gradini della cappella dell’antica scuola cattolica, cappella che tuttavia ora è data in gestione agli ortodossi moldavi.

 

Ciao, come va. Lei era una grafica eccezionale, impaginava giornali e qualsiasi cosa, il suo talento, all’epoca, era indiscusso, e pari solo alla sua joie de vivre notturna. Stava imprecando al telefono, un lavoro di un cliente che, mi dice, non capisce nulla di nulla, e quelli sono i più difficili, perché non sanno cosa vogliono, ti tocca spiegarti, e rifare tutto, tante volte.

 

Mi esce fuori, ex abrupto, una domanda che non volevo fare, ma che con evidenza mi sta strisciando in testa anche per il mio lavoro.

 

«Credi che questi lavori ci saranno ancora a breve?»

 

Lei mi guarda fisso negli occhi e mi risponde pure a bruciapelo: «No».

 

Non c’è nemmeno bisogno di esplicitarlo: sottointeso c’è l’avvento dell’Intelligenza Artificiale.

 

«In realtà, il mio lavoro era già stato prosciugato da cose come Canva» mi dice, citando il celebre sito che ti permette di fare grafiche in quattro e quattro otto. «Ora sarà ancora peggio. Dovremo tornare a zappare la terra».

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L’amica va oltre. Siccome è stata in Australia tanto e per qualche ragione ha una padronanza e una pronunzia dell’inglese che pare ottima, si era messa, in questi anni, a insegnare la lingua di Shakespeare, specie in ambienti aziendali – quelli che pagano bene, meglio dei corsi comunali.

 

«Hai mai visto questa applicazione?» Mi fa guardare il suo telefonino e mi racconta che ora c’è l’IA per imparare l’idioma: ti parla, ti spiega, conversa con te, quando vuoi. In pratica, sospira «è la fine dei corsi di lingua». Non può che essere così: invece che prendersi una o due ore della giornata, andare con la cartellina e i libri di testo in un luogo a sentire qualcuno che spiega, fai tutto nei tempi che desideri (cinque minuti? Un’ora?) in qualsiasi interstizio del giorno e della notte. Puoi interrompere l’insegnante quante volte vuoi, e farti spiegare passo passo la frase.

 

Su due lavori che aveva, non gliene rimarrà nemmeno uno. Pur avendolo realizzato con estrema chiarezza, non sembrava nemmeno così preoccupata. Aveva meditato a lungo questa trasformazione. E il fatto di essere madre, in qualche modo, aiuta ad attutire il colpo esistenziale: se invece della famiglia hai fatto il lavoro il centro della tua vita la rovina sarà inevitabile.

 

Altro esempio: amico programmatore di macchine industriali, quasi trenta anni nel settore. Lui è un fan di Claude, l’AI di Anthropic, che preferisce a ChatGPT. Mi dice che il suo lavoro è cambiato totalmente: la macchina scrive il codice da sé. Non solo, sembra capire davvero quello di cui hai bisogno. Il correlato è che aziende che hanno bisogno di 10, 100, 1000, 10.000 programmatori ora possono tranquillamente licenziarli.

 

Altro amico ancora. Apprezzato illustratore fantasy, non lo sento da anni e anni. Dopo aver visto Midjourney, l’AI di produzione delle immagini, mi chiedo come possa ancora lavorare. Da decenni colleziono copie di Spectrum, una serie di libri illustrati che raccoglievano il meglio della Fantastic Art contemporanea: copertine di libri, locandine di film, pubblicità, opere a sé realizzate dai maggiori artisti del settore del pianeta. Ogni numero era una festa per gli occhi, un’immersione concreta nell’immaginazione realizzata con talento e fatica (cioè, più o meno, arte). Ora basta un prompt a caso su Midjourney, e si viene sommersi da quantità infinite di immagini di quella qualità, e sicuramente crediamo che il machine learning sia stato fatto addentando proprio queste pubblicazioni e forse pure tutto il social artistico Deviantart.

 

È drammatico anche per i testi. Il commercialista mi manda un’analisi di un contratto fatta con l’IA. Lettere e post sui social passano tutti che gli algoritmi, che generano il testo con una facilità impressionante. Colpisce anche la perfezione del tono: sanno adeguarsi al contesto, essere formali o sentimentali, non sbagliano mai. Ho pensato che, in pochi anni, siamo arrivati a rovesciare completamente la distopia del film Her (2013), dove il protagonista si innamorava di un chatbot IA. Di lavoro, l’uomo scriveva lettere d’amore per conto terzi: un’attività che, siamo sicuri, ora viene lasciata totalmente al robot.

 

E, parlando di film, è oramai chiaro che il modello attuale, quello di Hollywood e Cinecittà, ha i minuti contati, e non sappiamo bene cosa verrà dopo, perché le capacità dell’IA sono tali che potrebbe uscire un nuovo tipo di intrattenimento, diverso dal film e dalla serie TV e dai videogame. Di fatto, tutta quell’industria è finita, è arrivata al punto in cui può solo venire riprogrammata dall’Intelligenza Artificiale: se avete presente cosa gira oggi su YouTube o su X sapete di cosa sto parlando.

 

Dalle macchine industriali alle lettere d’amore, dalle grafiche ai documenti giuridici, nulla – nulla – rimane intatto. E prima che preoccuparsi della questione spirituale e preternaturale (nessuno ha la sicurezza che l’IA ci voglia bene, anche perché potrebbe essere stata programmata da persone che odiano la vita e l’essere umano), è il caso di chiederci cosa ne sarà del nostro lavoro.

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Non è più una vaga riflessione che riguarda il futuro: è il nostro presente. Nell’indifferenza dei sindacati paleolitici, masse immani di persone finiranno disoccupate. Lo sapevamo da tempo, ora stiamo per vederlo.

 

Si dirà: i sindacati sono dedicati soprattutto ai lavori materiali, che non sono così minacciati da ChatGPT. Già, come no. I robot antropomorfi sono dietro l’angolo, con aziende che già prospettano di affittare un androide domestico, che fa i piatti, pulisce il pavimento, spolvera e piega il bucato, per 600 dollari al mese. L’impatto che il robot antropomorfo avrà sull’industria pesante non è nemmeno lontanamente paragonabile a quello che ebbe negli anni Settanta e Ottanta la prima automazione in catena di montaggio.

 

Pensate che imbianchini, idraulici, elettricisti non diverranno sostituibili? No, il lavoro manuale non è in nessun modo un riparo all’apocalisse robotica in arrivo.

 

Fermi, rimangono i lavori più emotivi, «umani»… l’insegnante di yoga… lo psicanalista… la prostituta. Ecché, robotizzeranno anche il lavoro più vecchio del mondo, quello che ha bisogno della persona e della carne? Sappiamo già tutti che sarà così: robot sessuali personali per tutti, diligente evoluzione dell’onanismo pornografico di massa.

 

Le sex doll, gradino ulteriore rispetto alla bambola gonfiabile, customizzabili in colori e misure, sono già una realtà, e le sperimentazioni per introdurvi le AI sono già iniziate. Il tempo di mettervi dentro un endoscheletro robotico, e poi addio all’amore umano: se uno può stare a casa con la donna (o l’uomo…) dei suoi sogni, perché mai uscire, flirtare, frequentare, sposare, figliare? «Ci scoperanno fino all’estinzione» diceva dei robot sessuali in uno spettacolo di qualche anno fa il comico Bill Burr. La trappola antiumana definitiva, dove pornografia espleta definitivamente il suo ruolo anticoncezionale.

 

E quindi, cosa succederà? Ci sembrano lontane le prospettive dell’UBI (Universal Basic Income), il reddito universale di cui hanno cianciato, con la stupidità che li contraddistingue, anche partiti nostrani. Così come distante più di Marte ci sembra la riformulazione di quello che i robot li sta costruendo, Elon Musk, che parla di UHI, Universal High Income, reddito per tutti quanti, ma alto, come dividendo dell’età dell’abbondanza che a suo dire porterà l’IA e la robotica avanzata.

 

Ci sembra sempre più evidente che ciò che potrebbe essere in programma per noi è lo sterminio. Quando il filosofo israeliano del WEF Yuval Harari scandalizzò tutti dicendo che non sapeva cosa si sarebbe fatto con la massa in eccedenza di essere umani finiti disoccupati – droghe e videogiochi, ipotizzava simpaticamente – noi di fatto non gli credevamo.

 

È più probabile che quello che l’élite abbia in programma per noi, ora che non ha più bisogno né del nostro lavoro, né dei nostri soldi, né del nostro voto, è uno sterminio puro e semplice.

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È così: la Rivoluzione Industriale, l’automazione del Novecento, erano immersi in una cultura diversa, quella per cui l’essere umano non si può eliminare in massa. Quello che abbiamo ora invece è una Necrocultura: una cultura votata alla morte, alla distruzione della vita umana e della sua dignità. Per cui, ad occhio, non si faranno tanti problemi. Anzi.

 

Nel 2018 l’influente professore e scrittore Douglas Rushkoff scrisse di un gruppo di ricchissimi degli hedge fund che lo pagò profumatamente per una serata di consulenza. Essi stavano pianificando la sopravvivenza ad un evento di collasso della Civiltà, e sapevano che mantenere la propria sicurezza dalla plebe inferocita avrebbe costituito un problema fondamentale. «Sapevano che sarebbero state necessarie guardie armate per proteggere i loro complessi dalla folla inferocita. Ma come avrebbero pagato le guardie una volta che i soldi non avevano più valore?»

 

«Cosa avrebbe impedito alle guardie di scegliere il proprio capo?» scrive il Rushkoff. «I miliardari presero in considerazione l’uso di speciali serrature a combinazione sulla fornitura di cibo che solo loro conoscevano. O costringere le guardie a indossare collari disciplinari di qualche tipo in cambio della loro sopravvivenza. O forse costruire robot che servano da guardie e lavoratori, se quella tecnologia potesse essere sviluppata in tempo».

 

Quel tempo è arrivato: i robot capaci di violenza, come sa il lettore di Renovatio 21, non sono più solo nella fantascienza di film come Elysium (2013). I miliardari se ne doteranno in maniera forsennata, e siamo noi quelli che sottolineano come Elon Musk abbia definito la prima produzione dei suoi automi come la sua Legione, riecheggiando la sapienza di Crasso, che diceva che «non sei davvero ricco sino a che non puoi permetterti una legione».

 

Qui sta l’inghippo: con la «democrazia» abbiamo permesso l’ascesa ai vertici dello Stato moderno di persone che odiano il popolo, e odiano la vita – agenti della Necrocultura che hanno promosso forme prodromiche di sterminio dell’umanità come aborto, eutanasia, provetta, predazione degli organi. Il risultato è che la democrazia, il governo del popolo, si rivela essere l’operazione della sua estinzione.

 

Uno Stato che non abbia alla base la morale cristiana non può che finire per distruggere l’essere umano, perché giocoforza finisce – esattamente come Skynet, l’AI genocida di Terminator – a considerare la sua stessa struttura come più importante degli umani che serve, e questi ultimi come pericolo possibile alla sua persistenza. Lo Stato-Terminator è già nei nostri ospedali, ma non possiamo chiedere a tutti di rendersene conto.

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Il problema, quindi, non è nella fine del lavoro, e forse nemmeno nell’IA stessa: il problema è la forma di potere scelta o subita dalla popolazione – è lo Stato Moderno. Ogni ora passata a non progettare uno Stato Cristiano che lo sostituisca è un’ora lasciata al nemico dell’uomo. Il pericolo, potete capire, non è politico, ma biologico. È esiziale, è definitivo, è apocalittico.

 

Nel frattempo, possiamo immaginare cosa accadrà alla nostra società. Vi sarà una catastrofe morbida, milioni di professionisti si ritroveranno a spasso, impoveriti ed abbrutiti, senza che i media e la politica – che si occupano di metalmeccanici, insegnanti e rider – lo registrino veramente.

 

Chi ha un lavoro statale sopravviverà più appena lungo. Lo Stato non toccherà i suoi fino a che la Cultura della Morte non sarà slatentizzata in maniera ancora più oscena, e l’eutanasia immediata sarà magari offerta in cabine telefoniche come in Futurama.

 

A quel punto resteranno solo pochi ricchi con i loro eserciti di robot-soldati, robot-schiavi e robot-puttana. O forse non resteranno nemmeno loro.

 

Roberto Dal Bosco

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Pensiero

Difesa di Nicole Minetti

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«Odiano la bellezza perché sono brutti. Senz’altro lo sono dentro e forse lo sono anche fuori. Fossero carucci, o sapessero godersi la vita, non leggerebbero Travaglio, non guarderebbero Report e lascerebbero in pace Nicole Minetti». Così ha sintetizzato il nuovo caso Minetti lo scrittore Camillo Langone.   Qui vorremmo dire che c’è di più: chi adesso alimenta e gode della nuova gogna contro la ragazza berlusconiana è, letteralmente, deforme. Cioè, deformato. Manipolato sino all’abbrutimento da un’operazione di informazione (cioè, deformazione…) che pensavamo sepolta da anni. Invece eccoci qui: l’antiberlusconismo psichiatrico è tornato, e ora, dopo lustri, se la prende con un personaggio al babau della Seconda Repubblica. E a babau morto, è il caso di dire.   Gli americani, che sono più bravi, hanno trovato subito un termine per definire l’avversione automatica, assoluta, con bava alla bocca, contro Trump: TDS, Trump Derangement Syndrome, o sindrome di disturbo da Trump. In Italia invece ci siamo tenuti 30 anni di BDS, Berlusconi Derangement Syndrome, senza sapere nemmeno cosa fosse. Ci abbiamo nuotato dentro, ogni giorno, perché un intero sistema mediatico – espressione di un sistema politico-economico – non parlava d’altro: Berlusconi pericolo per la democrazia, Berlusconi corrotto, Berlusconi satrapo.

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Come sia successo è facile spiegarlo: il PD, allora PDS e poi DS, vedeva nel Berlusconi l’ostacolo sorto dal nulla che impediva l’installazione completa dello Stato-partito: tutte le istituzioni, le poltrone, gli uffici pubblici, occupati dall’unico sistema dominante, dallo Stato profondo italiano. Dopo che gli USA (che poi passarono a batter cassa col Kosovo) gli avevano consegnato le chiavi del Paese, accettando l’ascesa del PDS di Occhetto nel ’94 dopo che molto casualmente con Tangentopoli era stata spazzata via l’unico contendente, la DC, il destino manifesto dell’Italia non poteva che essere quello di finire sotto la matrice di controllo degli ex comunisti.   Sindacalizzati. Cooperativizzati. Indottrinati. Piegati dalla magistratura e da operazioni più oscure. Il Paese piddificato: è quello in cui, nonostante la Meloni, ancora ci troviamo immersi.   I piddificatori nazionali, tuttavia, non avrebbero potuto nulla senza l’aiuto dell’oligarcato: in particolare, l’ebreo De Benedetti, che con i suoi giornali (Repubblica, Espresso) creò uno stato di guerra psicologica permanente contro Silvio Berlusconi. Migliaia, milioni di articoli scritti ogni dì contro il miliardario ridens. Quantità infinite di stipendi, di carriere, di poltrone pagati per eliminare politicamente l’uomo di Arcore.   Ricordiamo, solo en passant, due cose sul De Benedetti, dal 2009 cittadino elvetico che ha negato di avere la tessera numero 1 del PD. Una lunga carriera piena di cose non edificantissime – la FIAT, l’Olivetti – e poi quel risarcimento mostruoso incassato col Lodo Mondadori, 494 milioni di euro. I quali, va detto, non sembrano essere bastati a tenere in piede la baracca editoriale debenedettina, al punto che con lo scemare sulla scena della presenza berlusconiana viene venduto tutto.   (Al volo, sarebbero da rimembrare i legami storici pluridecennali tra l’ingegner De Benedetti e la famiglia Rothschild (che avevano qualche legame anche loro coll’Epstein, di cui parliamo più sotto), il cui membro Jacob Rothschild (1936-2024) ricevette il controllo delle quote dell’oligarca russo Mikhail Khodorkovskij – quello messo in galera da Putin venti anni fa, e poi liberato prima delle Olimpiadi di Sochi – nel colosso petrolifero Yukos. Quando in tutti questi anni in certi giornali compaiono taluni attacchi a Putin, e quindi al suo amico Berlusconi, magari un motivo c’è: chissà se il Travaglio, nell’impegno di tenere nei secoli il ditino alto, se ne renderà conto)   Nel frattempo, un’immensa porzione della popolazione italiana era stata oggetto di un lavaggio del cervello praticamente senza precedenti: processi, accuse, illazioni, gossip, Berlusconi era il male assoluto. Pensare a Silvio in modo razionale era di fatto reso impossibile a milioni di persone: l’intero ceto medio riflessivo (quelli moralmente superiori, perché vanno alla Feltrinelli e talvolta mangiano equo e solidale) era stato portato ad una forma di nevrosi, o di psicosi, di ossessione.   Da fuori qualcuno se ne accorgeva: un’amica madrilena, davvero apolitica e con qualche tratto hippy, mi confidò all’epoca di aver cercato di farsi spiegare da un suo coinquilino italiano perché Berlusconi è cattivo. «No pude entender por qué», non ho potuto comprendere perché. Certo che non si può: Berlusconi era una persona reale, non era un’idea politica, era in toto una fantasia tossica, iniettata a tutte le ore al popolo.

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La punta di lancia di questo processo è un personaggio che ancora è circolante – e pontificante: Marco Travaglio. Bravo, ammettiamo: con la fine di Berlusconi poteva sparire nel nulla, del resto non si era davvero occupato d’altro. E invece: eccotelo che diventa, addirittura, idolo editoriale della «dissidenza» ammorbata dalla dipendenza da cartellone.   Allevato professionalmente da Indro Montanelli, il giornalista, che scriveva quintali di articoli e libri sul nemico e i suoi amici, finì per firmare editoriali per Repubblica, poi divenne presenza fissa, con i suoi monologhi da casellario giudiziale (più uno spruzzo di ironia snob, e la bile che gli batte sulla tempia), nelle trasmissioni di Michele Santoro (lo ricordate? Michele chi?) – ricordiamo en passant, che proprio una trasmissione del teleconduttore salernitano fu teatro della metafora definitiva del rapporto tra Berlusconi e Travaglio: il primo ordina al secondo di alzarsi dalla sedia, e quello obbedisce pavlovianamente, poi il Silvio pulisce, ridendo sornione, la sedia dove si era seduto il giornalista.   Travaglio in seguito trovò altri corpi ospiti. Nei primissimi anni del M5S, quando Grillo lanciava in piazza al giornalismo italiano, era invitato a parlare dal palco. Finito Grillo, Marcolino continua con il suo giornale a sostenere Conte, il premier del lockdown.   Papeete, pandemia, guerra, Draghi. Berlusconi, si penserà, è alle spalle. Invece, non è così. Perché, ripetiamo, Berlusconi non è un argomento, è un’ossessione, un programma patologico oramai non cancellabile – in una classe intera del giornalismo italiano e forse di una fetta di italiani deformati dall’informazione giornalistica.   Il motivo per cui se la prendono con la Minetti è tutto qui. Non si creda sia un’operazione politica contro Nordio e la Meloni: perché per attuarla hanno osato l’inosabile, cioè mettere in difficoltà la Presidenza della Repubblica.   Immaginiamo lo stupore dello staff di Mattarella: davvero, mettono in discussione una grazia presidenziale? Ma quando mai era accaduto? Poi, tuttavia, decidono di andare con la corrente, e chiedere spiegazioni, nel teatrino internazionale che stiamo vedendo oggi: accuse che non vanno da nessuna parte, l’Interpol che nega, le autorità uruguagie che negano.   Non vogliamo che questo articolo sembri una disamina psicopatologica degli zeloti dell’odium immortale antiberlusconiano e non una difesa di Nicole Minetti come persona. Ebbene, difendiamo la donna gettata in questo ulteriore, osceno, rivoltante vortice come possiamo.   Pare che nessuno sappia valutare il quadro umano della vicenda: è evidente che la Minetti – che ancora apostrofano, con un classismo squallido ed intollerabile, «igienista dentale» – ha cambiato vita. Invece che aggrapparsi a qualche rivolo di potere e notorietà, come fanno quelli che finiscono fotografati ai buffet di Dagospia, ha scelto una vita privata, lontana dai riflettori, quella che parrebbe proprio una relazione stabile, perfino adottare un figlio.   Ci chiediamo: cosa stanno cercando di dire, gli antiberlusconiani oltretombali, quando alludono alla morte dell’avvocatessa del piccolo? E quando dicono che non avrebbero dovuto portare portare il bambino ad operarsi a Boston (probabilmente dal miglior specialista del pianeta), vogliono dire che il bambino non andava curato?

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Una parola sull’altra persona portata ora nel fango, Giuseppe Cipriani, figlio di Arrigo. Inanzitutto diciamo che a Venezia la famiglia Cipriani è amata e rispettata. Lo è anche a Nuova York, ed è ovvio che all’Harry’s Bar ci sia finito anche Jeffrey Epstein.   Anzi qui riveliamo un dettaglio giornalistico: quando anni fa emerse l’agendina nera di Epstein – il libretto con tutti i numeri telefonici annotati dall’oscuro miliardario pedofilo negli anni – notammo che il Corriere del Paese vi dedicava un paginone in cui parlava di soli tre nomi: uno era Flavio Briatore (facile immaginarsi che si siano incrociati), l’altro era Andrea Bonomi, un finanziere di buona famiglia che aveva provato a scalare il gruppo editorale, poi c’era Giuseppe Cipriani.   Avevamo scritto, all’epoca, che ci sembrava una scelta interessante: perché alla fine il lettore italiano può accettare tranquillamente che, nel jet set neoeboraceno Epstein possa aver interagito con il personaggio del lusso e un rampollo della dinastia di alti ristoratori. Il problema è che nell’agenda – perfino nella stessa pagina dove erano segnati quei numeri – c’era diecine e diecine di ulteriori nomi italiani, alcuni famosissimi: c’era la famosa contessa, il petroliere, la scrittrice trevigio-africana, l’erede tessile, la miss colombiana consulente di Finmeccanica, la produttrice lesbica, il giornalista de La Stampa e del Sole 24 ore la cui moglie era considerata la miglior amica di Ghislaine Maxwell (qualche giornalista italiano li ha sentiti? No), più una serqua infinita di figure, più o meno con l’inevitabile pedigree semi-aristocratico, legate alla famosa famiglia di industriali torinesi e alla loro azienda.   Su di loro, sulla stampa italiana, non si vide una parola: fui l’unico a scriverne. Beninteso: non crediamo che siano colpevoli di nessuna delle nefandezze epsteiniane, devono averlo pensato anche quei giornalisti che, davanti al libretto, hanno preferito sorvolare. Quindi non capiamo perché ora invece il rapporto col mostro deve essere inflitto al Cipriani, se non per character assassination pura e semplice.   Epstein voleva investire in un locale? E capirai, il networking di alto livello era il suo mestiere – e non si creda che utilizzasse solo ragazzine: è noto che era in grado di presentare donne belle e mature da far sposare a potenti, e dicono sia il caso di un rispettato industriale nostrano.   Insomma: sbatti il mostro in prima pagina, sempre e comunque. Minetti, Epstein, Berlusconi: vivono sul serio in un film horror sceneggiato dalle loro fissazioni.   I veri mostri, tuttavia, sono loro. Deformati dal loro odio, pronti a bassezze morali abissali.   E la Minetti, nonostante i ritocchini, rimane bella – anche, immaginiamo, come madre. Qualcosa che i mostri mediocri malati, nella loro vita deformata e spesso senza figli – senza vita – non possono comprendere.   Roberto Dal Bosco

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Immagine di Nove foto da Firenze via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-SA 2.0; immagine modificata
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