Politica
Giornalista francese che sostiene che Brigitta Macron sia un uomo chiede asilo in Russia
La giornalista che ha affermato che la moglie del presidente francese Emmanuel Macron è in realtà nata uomo starebbe cercando asilo politico in Russia. Lo riporta la testata russa Izvestia, che ha intervistato Natacha Rey e il suo avvocato, Francois Danglehant, hanno citato la «persecuzione» in Francia come motivo della sua decisione.
La Rey aveva affermato incredibilmente nel 2021 che Brigitte Macron è in realtà l’identità transgender di suo fratello, Jean-Michel Trogneux. La Rey avrebbe trascorso tre anni a fare ricerche sul presunto segreto di Macron e in seguito ha pubblicato un video sulle sue scoperte sui social media. Da allora, è stata oggetto di azioni giudiziarie in Francia.
Nel spiegare la sua decisione di chiedere asilo in Russia, Rey ha descritto il Paese come una grande democrazia, rispetto alla Francia che, a suo avviso, perseguita l’opposizione politica e limita la libertà di parola.
«Perché ho scelto la Russia? Perché è una grande nazione, una grande civiltà che ammiro, che difende i valori tradizionali e cristiani che sono insiti in me», ha detto a Izvestia. Secondo Rey, la Russia è stata «vittima di una campagna di disinformazione e di attacchi ingiustificati da parte dei media europei e americani per decenni».
Danglehant sostiene che le accuse contro il suo cliente sono state «inventate». Secondo lui, la falsa testimonianza è stata resa dall’ex famiglia di Brigitte Macron, incluso il suo ex marito, Jean-Louis Auziere.
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La signora Macron ha fatto causa a Rey nel 2022 per diffamazione e violazione della sua privacy. Come riportato da Renovatio 21, l’anno scorso, un tribunale di Parigi ha multato Rey e le ha ordinato di pagare 8.000 euro di danni alla moglie del presidente francese.
L’avvocato di Rey ha affermato che la giornalista ritiene che sarà rispettata in Russia e non subirà persecuzioni. In precedenza aveva affermato che la sua cliente aveva presentato una richiesta di asilo al vicepresidente della Duma di Stato russa Petr Tolsty, ma il deputato lo ha negato alla stampa russa affermando che «le questioni di cittadinanza sono decise dal capo dello Stato».
Lunedì Danglehant ha detto a Izvestia che la sua cliente «non ha ancora presentato domanda, ma la invierà presto all’ambasciata russa a Parigi… Crede che in Russia possa essere vista come una persona normale, qualcuno con almeno un certo valore, un po’ come l’ex dipendente della National Security Agency statunitense Edward Snowden».
Le incredibili accuse sul transessualismo della premiere dame di Francia circolano da diversi anni nel sottobosco di certa stampa francese, ma ora hanno trovato nuovo eco tramite i programmi della giornalista e attivista ameriana Candace Owens.
La Owens, che si dice convinta della pazzesca illazione, sta dedicando al caso Brigitta una serie di trasmissioni; il primo episodio è andato in onda ieri sera. La podcaster ha segnalato che gli avvocati dei coniugi Macron le avrebbero scritto ripetutamente; Candace ha mostrato le lettere alle telecamere, leggendole e commentandole, dicendo che una volta istituito questo canale tra legali ora può inoltrare le sue domande alla coppia presidenziale per ottenere risposte.
La Owens, convertita al cattolicesimo tradizionale dal marito George Farmer (figlio di un lord miliardario ex ministro britannico), è una partecipante della Parigi-Chartres, l’estenuante marcia dei fedeli della Messa antica che si svolge ogni anno in Francia richiamando decine di migliaia di persone – evento che quindi, si presenta come totalmente opposto alla dimensione massonico-rivoluzionaria della République.
Come riportato da Renovatio 21, nel corso del 2024 Macron ha respinto le allucinanti voci sul sesso della moglie, nei mesi in cui il presidente accelerava su aborto, eutanasia e possibile guerra diretta alla Russia.
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Politica
Tucker Carlson: il tradimento di Trump mette gli Stati Uniti sulla strada della rivoluzione
Tucker says there will be a revolution or the government isn’t carful pic.twitter.com/lOItss9b5A
— Jake Shields (@jakeshieldsajj) September 2, 2024
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Cina
Pechino respinge le accuse di Trump di interferenze elettorali
La Cina ha respinto l’affermazione del presidente statunitense Donald Trump secondo cui Pechino avrebbe orchestrato il furto di 220 milioni di schede elettorali americane per interferire nelle elezioni del 2020. Le dichiarazioni esplosive di Trump sono giunte alla vigilia della visita a Washington del presidente cinese Xi Jinping, prevista per la fine di settembre, e nel contesto di una tregua commerciale provvisoria tra i due Paesi.
In un discorso alla nazione trasmesso in prima serata giovedì, Trump ha accusato i servizi segreti cinesi di aver acquisito illegalmente 220 milioni di file di elettori contenenti nomi, indirizzi, numeri di telefono e affiliazioni politiche, affermando che Pechino ha incaricato un’unità specifica di sfruttare tali dati.
Il presidente americano definito la presunta violazione «un incubo senza precedenti per la sicurezza elettorale» e la «più grande violazione» dei dati elettorali nella storia degli Stati Uniti.
Il presidente ha anche sostenuto che le agenzie di Intelligence statunitensi avrebbero rilevato la presunta raccolta di dati da parte della Cina nel 2020, ma l’avrebbero intenzionalmente nascosta a lui e al Congresso. Non ha tuttavia annunciato alcun piano di ritorsione contro Pechino.
Liu Chang, portavoce dell’ambasciata cinese a Washington, ha respinto le accuse, dichiarando: «La Cina non ha mai interferito e non interferirà mai nelle elezioni presidenziali degli Stati Uniti».
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Secondo il New York Times, gli sforzi della Cina per raccogliere dati sugli elettori sono «ampiamente noti da anni». Le informazioni sugli elettori, in molti casi, possono essere scaricate o acquistate gratuitamente, ha affermato il giornale, aggiungendo che il possesso di tali dati potrebbe fornire informazioni sugli elettori americani, ma non consentirebbe di per sé a nessuno di manipolare i voti.
I dati declassificati dalla Casa Bianca contengono anche una serie di promemoria del funzionario di alto livello dell’Intelligence informatica Chris Porter, il quale sosteneva che la Cina avesse intrapreso «almeno alcune iniziative esplorative di basso livello» per minare le possibilità di Trump contro l’allora candidato democratico Joe Biden. Nonostante ciò, Porter concordava con la conclusione generale dell’intelligence secondo cui «non vi erano informazioni che suggerissero un tentativo da parte della Cina di interferire con i processi elettorali».
La clamorosa accusa di Trump arriva poche settimane prima della visita a Washington del presidente cinese Xi Jinping, prevista intorno al 24 settembre. Secondo il South China Morning Post, Pechino invierà la prossima settimana a Washington il viceministro degli Esteri Ma Zhaoxu per contribuire a preparare il terreno per il viaggio.
L’agenzia Reuters ha avvertito che le accuse di Trump potrebbero incrinare i rapporti tra Stati Uniti e Cina e destabilizzare la fragile tregua commerciale. Denis Simon del Quincy Institute, un think tank di Washington, ha dichiarato al South China Morning Post che il discorso era significativo perché elevava la presunta interferenza cinese nelle elezioni a «una narrazione centrale per la sicurezza nazionale», aggiungendo tuttavia che sebbene le osservazioni di Trump possano gettare dubbi sulla visita di Xi, «una retorica aspra non impedisce automaticamente la diplomazia del vertice», e la questione chiave è se «i due governi possano continuare a compartimentalizzare, mantenendo i canali di negoziazione e allo stesso tempo accusandosi reciprocamente di minacce alla sicurezza sempre più gravi».
Trump si è recato in Cina a maggio, ma i colloqui di alto livello con Xi non hanno portato a una svolta sul fronte commerciale. La Cina si è impegnata ad aumentare gli acquisti di soia statunitense e ad acquistare 200 aerei Boeing, anche se il numero effettivo si è rivelato molto inferiore alle aspettative.
Trump ha anche affermato di aver discusso con Xi della vendita di armi a Taiwano. La sua amministrazione ha poi dichiarato che le spedizioni verso l’isola, che Pechino considera territorio sovrano, erano state sospese.
Come riportato da Renovatio 21, nel 2022 era emerso che il presidente Biden aveva venduto 1 milione di barili dalla riserva di petrolio strategica USA all’azienda cinese in cui ha investito suo figlio Hunter.
Ora alcuni osservatori sostengono che, con la guerra iraniana, ad essere colpito gravemente è proprio l’approvigionamento del petrolio da parte della Cina – e quindi sarebbe Pechino, e non Teheran, il vero fine della guerra scatenata da Trump.
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Politica
Il sindaco islamo-socialista di Nuova York giustifica l’aumento degli stupri
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