Intelligenza Artificiale
Iran, fatwa e Intelligenza Artificiale
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Nel Paese si è aperto un dibattito fra favorevoli e scettici nell’uso della tecnologia, in particolare per la «velocizzazione» nelle pubblicazioni delle sentenze in materia religiosa. Oltre la dicotomia tra tradizione e modernità, lo stesso Khamenei chiede ai religiosi di esplorare e sostenere questo processo. Gli investimenti del governo iraniano nel settore.
In una prospettiva di «modernizzazione» pur mantenendo l’impronta «musulmana» degli insegnamenti e in accordo coi dettami dell’islam, i vertici dell’Iran su impulso della guida suprema Ali Khamenei guardano all’intelligenza artificiale nella pratica religiosa, dalle fatwa alle madrasa.
Il cuore di questa iniziativa è la città santa di Qom, in cui vive circa la metà dei 200mila leader religiosi sciiti, principale centro di riferimento per l’insegnamento della fede musulmana in Iran e luogo in cui vengono emessi molti degli editti religiosi o risolte le dispute sulla dottrina.
L’establishment clericale considera l’IA un mezzo per essere più reattivi di fronte alle richieste della società, pur salvaguardandone i valori tradizionali. Negli stessi seminari di Qom l’auspicio è che la tecnologia possa contribuire a una più approfondita analisi dei testi e alla velocizzazione delle sentenze (fatwa, che possono toccare i temi più disparati, non solo in materia di fede ma pure della vita quotidiana), tenendo il passo «con una società in evoluzione».
Il sostegno di Khamenei
«I robot non sostituiscono gli studiosi della legge più anziani, ma possono essere un assistente fidato che può aiutarli a emettere una fatwa più velocemente» ha dichiarato al Financial Times Mohammad Ghotbi, a capo di un gruppo tecnologico di Qom.
Certo, l’attenzione per l’Intelligenza Artificiale riflette lo scontro tra tradizione e modernità in Iran, come emerso anche nella lotta pro diritti e libertà innescata dall’uccisione della 22enne curda Mahsa Amini per mano della polizia della morale.
Tuttavia, mentre i chierici di Qom operano per proteggere i valori tradizionali gli iraniani «si affidano sempre più spesso al progresso tecnologico» prosegue Ghotbi.
«La società di oggi – avverte – favorisce l’accelerazione» e il clero non dovrebbe opporsi a questo passaggio naturale e al desiderio degli abitanti della Repubblica islamica di condividere i progressi tecnologici globali.
Del resto lo stesso Khamenei sembra sostenere questa evoluzione, tanto da esortare il clero a esplorare l’IA, mentre il capo del principale seminario della città santa ha accolto con favore l’uso della tecnologia per «promuovere la civiltà islamica». «Il seminario – ha affermato a luglio l’ayatollah Alireza Arafi – deve essere coinvolto nell’uso delle tecnologie moderne, guidato nel progresso» in particolare per quanto riguarda «l’Intelligenza Artificiale. Dobbiamo entrare in questo campo – ha spiegato – per promuovere la civiltà islamica».
«Esegesi e perplessità»
Ciononostante, l’adozione dell’IA potrebbe rivelarsi impegnativa e poco adatta all’intricato sistema giuridico che regola l’islam sciita iraniano (e la fede musulmana più in generale). Secondo i critici, infatti, non è in grado di cogliere le sfumature necessarie per emettere sentenze complesse.
Una obiezione cui Ghotbi replica spiegando che può «aiutare» i religiosi a rispondere in modo «più rapido» alle domande del pubblico, adattando l’islam alla modernità, senza scomodare qui l’esegesi del Corano che è uno dei grandi temi irrisolti della fede musulmana.
Altri ancora temono che l’IA possa erodere ulteriormente il ruolo del clero quale interprete della sharia, la legge islamica, in una fase di proteste e contestazioni innescate dalla controversia sull’hijab, il velo obbligatorio.
Secondo gli esperti di Brookings Institution, una delle sfide più significative dell’integrazione dell’IA nelle società tradizionali è il potenziale di erosione culturale e morale a essa collegato. Perché la nuova tecnologia, soprattutto se progettata e usata senza tenere presente i valori e le tradizioni locali, può senza volerlo promuovere una visione del mondo o una prospettiva morale in contrasto con usanze e credenze. Ecco dunque come gli sforzi per usare l’IA nell’interpretazione di testi religiosi, soprattutto per l’islam, possa risultare fonte di controversia.
Una analisi dell’Oxford Islamic Studies suggerisce che le interpretazioni degli insegnamenti religiosi non richiedono solo conoscenze linguistiche, ma anche comprensione storica, sociologica e teologica.
Il timore è che l’IA possa portare a una eccessiva semplificazione o, addirittura, ad un malinteso o a una errata lettura degli insegnamenti religiosi, i quali sono per loro stessa natura ricchi di sfumature. E potrebbe anche rappresentare una «minaccia» per i metodi di apprendimento tradizionali e per le madrasa, le scuole coraniche, in cui si pone grande attenzione ed enfasi sul rapporto che si viene a instaurare fra insegnante e studente.
I piani di Teheran
Quello dell’Intelligenza Artificiale è uno dei temi in agenda per la leadership iraniana, che nel recente passato ha mostrato più di un interesse e sta già sviluppando un piano in tre punti per sfruttarne le potenzialità.
A parlarne è stato di recente il vice-capo del dipartimento per la Scienza e la tecnologia Rouhollah Dehqani, il quale ha così spiegato l’idea alla base del progetto: vi sono tre «programmi di sviluppo scientifico» oggetto di studi e di approfondimento, di cui «il primo nelle università. Il secondo – prosegue – sono i programmi di sviluppo tecnologico che vengono perseguiti in aziende che lavorano nel campo dell’intelligenza artificiale» e l’ultimo prevede «la creazione di un centro tecnologico nazionale» per il settore.
La road-map di sviluppo risale al 2022 ed è frutto di un anno di lavoro scientifico presso l’Istituto di ricerca di tecnologia dell’informazione e della comunicazione, che ha visto la partecipazione di accademici e industriali, pubblici e privati.
Il documento è presentato in due sezioni generali: «Sviluppo delle applicazioni» e «Sviluppo dei fattori abilitanti» sottolinea Mohammad-Shahram Moein, responsabile del Centro di innovazione e sviluppo dell’IA presso l’istituto. «Nella sezione di sviluppo delle applicazioni, l’obiettivo principale – avverte – è utilizzare l’IA in aree prioritarie come salute, trasporti e agricoltura» mentre in un secondo momento si punterà su «istruzione, industria e ambiente. Nello sviluppo dei fattori abilitanti, abbiamo considerato – sottolinea – la formazione di manodopera specializzata, lo sviluppo di infrastrutture e del sistema di innovazione».
Il documento che traccia i lavori, sostenuto da Khamenei, comprende 10 obiettivi principali, 9 strategie e 156 attività per un orizzonte di 10 anni.
Secondo il database Nature Index, nel 2021 la Repubblica islamica si è piazzata al 13mo posto nel mondo fra le nazioni leader del settore per numero complessivo di pubblicazioni. Nel luglio 2022 il vice-ministro della Scienza Peyman Salehi ha dichiarato che – a dispetto delle sanzioni statunitensi, le attività internazionali degli scienziati iraniani sono in aumento, tanto che oltre il 35% degli articoli riguardanti l’Iran presenti su Scopus sono progetti multinazionali.
Nella legge di bilancio per l’anno 1402 del calendario iraniano, iniziato il 21 marzo scorso, sono previsti circa 37 mila miliardi di rial (75 milioni di dollari) per la scienza e la tecnologia, con un aumento del 35% del budget rispetto all’anno precedente. Finora sono nate in tutto il Paese oltre 8mila aziende operative nel settore, chiamate a produrre «conoscenza» e creare «posti di lavoro» come auspicato dalla guida suprema.
Infine, il Fondo per l’innovazione e la prosperità ha versato quasi 500 milioni di dollari a sostegno delle imprese che operano nel settore della conoscenza.
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Immagine di Bernard Gagnon via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International, 3.0 Unported, 2.5 Generic, 2.0 Generic e 1.0 Generic; immagine modificata
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Geopolitica
Israele vuole che l’AI promuova la sua narrativa su Gaza
Israele ha investito decine di milioni di dollari per migliorare la propria immagine negli Stati Uniti, tentando di influenzare il modo in cui le piattaforme di intelligenza artificiale rappresentano il Paese. Lo riporta Politico.
L’opinione pubblica americana nei confronti di Israele è peggiorata negli ultimi anni, inizialmente a causa della sua risposta agli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 e più di recente a causa della guerra israelo-americana contro l’Iran e del relativo costo per i contribuenti. Secondo un sondaggio del Pew Research Center di giugno, sei adulti statunitensi su dieci nutrono oggi un’opinione piuttosto o molto negativa di Israele, rispetto al 53% dell’anno scorso e al 42% del 2022.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu risulta ancora meno popolare, con il 65% degli intervistati che esprime poca o nessuna fiducia nelle sue politiche.
In un articolo pubblicato venerdì, Politico ha descritto nel dettaglio una campagna israeliana da 100.000 dollari volta a influenzare le risposte dei modelli linguistici più diffusi, come ChatGPT, alle domande su Gaza e sulla guerra tra Israele e Hamas.
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L’iniziativa si concentra sull’Istituto di Hannover per le Politiche Pubbliche, un sito web che pubblica report anonimi sull’antisemitismo e sulle questioni geopolitiche. Il progetto è stato realizzato tramite l’agenzia di pubbliche relazioni francese Havas Media, che gestisce gran parte delle attività di influenza israeliane negli Stati Uniti, registrate ai sensi del Foreign Agents Registration Act (FARA), e il suo subappaltatore, l’agenzia pubblicitaria Piro Inc, per conto dell’Agenzia pubblicitaria del governo israeliano (LaPam).
L’Istituto Hanover presenta il proprio lavoro come «documentaristico, non dichiarativo» e sostiene che la sua ricerca è puramente accademica. Politico, tuttavia, ha citato documenti FARA depositati presso il Dipartimento di Giustizia statunitense la scorsa settimana che collegano oltre una dozzina dei suoi articoli a una campagna di pubbliche relazioni che prevedeva «la creazione e la diffusione di materiale informativo fattuale e supportato da fonti» con l’intento di «educare» il pubblico americano su Israele.
Il sito web ospita numerosi reportage non attribuiti, formulati come domande, tra cui «La tortura dei prigionieri palestinesi è un crimine di guerra?» e «Chi è l’aggressore nel conflitto israelo-palestinese?». Secondo la testata americana, il materiale sarebbe stato concepito per essere ripreso e citato dai mediatori culturali. La testata ha inoltre affermato che alcuni indicatori tecnici collegano il sito web a Res, una startup di intelligenza artificiale con sede a Seattle che aiuta i clienti a ottenere raccomandazioni da modelli di IA. Il collegamento è stato confermato via e-mail dal CEO di Res, Hai Tran.
Sebbene i documenti FARA di Piro non identifichino esplicitamente l’influenza sui LLM come obiettivo, Politico ha affermato che sia ChatGPT che Perplexity hanno citato materiale dell’Istituto di Hannover in risposta a domande neutrali su Gaza e Israele.
Non è la prima volta che Israele, tramite Havas, tenta di influenzare l’opinione pubblica, anche con l’intelligenza artificiale. Secondo un’inchiesta del Wall Street Journal pubblicata il mese scorso, l’azienda aveva precedentemente ingaggiato Brad Parscale, ex responsabile della campagna elettorale del presidente statunitense Donald Trump, per una campagna da 46,5 milioni di dollari che includeva messaggi filo-israeliani generati dall’IA e rivolti agli americani, oltre a siti web e post progettati per ottenere risposte più favorevoli dalle piattaforme di intelligenza artificiale.
Lo scorso autunno, Responsible Statecraft ha riportato che Havas Media gestiva anche una «campagna di influencer» che prevedeva un compenso di 900.000 dollari per la produzione di contenuti favorevoli a Israele.
Come riportato da Renovatio 21, Israele ha finanziato influencer per pubblicare contenuti sui social media al fine di migliorare la propria immagine negli Stati Uniti, arrivando a pagare 7000 dollari a post.
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Come riportato da Renovatio 21, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha recentemente evidenziato l’importanza dei creatori di contenuti per mantenere il supporto allo Stato Ebraico, incontrando, a margine della sua problematica apparizione all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, gli influencer filosionisti.
Netanyahu aveva dichiarato in conferenza stampa che è essenziale rafforzare la «base di sostegno di Israele negli Stati Uniti» attraverso gli influencer, soprattutto su piattaforme come TikTok – di cui si è beato per l’acquisto da parte del miliardario filo-israeliano Larry Ellison – e X, posseduto dall’«amico» Elone Musk.
La frustrazione degli Stati Uniti nei confronti di Israele si è estesa oltre l’opinione pubblica, coinvolgendo anche i politici, divenuti sempre più critici. Il mese scorso, oltre 100 deputati democratici hanno appoggiato un emendamento che avrebbe tagliato 3,3 miliardi di dollari di aiuti statunitensi a Israele. La misura è fallita a causa dell’opposizione dei repubblicani, ma ha evidenziato una crescente spaccatura tra i partiti: poco più di due anni fa, soltanto 37 deputati democratici avevano sostenuto un’iniziativa simile.
Trump ha generalmente sostenuto Israele, ma ha ripetutamente criticato Netanyahu, che ha attaccato il cessate il fuoco con l’Iran annunciato dal presidente statunitense all’inizio dell’estate e ha respinto il suo piano di pace in 15 punti per Gaza. Secondo quanto riportato dai media, Trump non ha ancora espresso il suo appoggio a Netanyahu in vista delle elezioni di ottobre e ha ripetutamente eluso le domande sulla sua rielezione.
Due alti funzionari statunitensi hanno dichiarato ad Axios questa settimana che, sebbene Trump apprezzi Netanyahu a livello personale, è sempre più frustrato dalle sue politiche e ha definito Netanyahu «il suo peggior nemico».
Come riportato da Renovatio 21, lo scorso ottobre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, pur continuando a sostenere Israele, ha recentemente ammesso che l’influenza della lobby israeliana, che un tempo aveva un «controllo totale» sul Congresso, è diminuita.
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