Connettiti con Renovato 21

Bioetica

Ibridi uomo-animale cresciuti in laboratorio: anche gli scienziati si allarmano

Pubblicato

il

 

 

 

All’inizio di questo mese, gli scienziati hanno annunciato di aver creato con successo ibridi in parte umani e in parte scimmia iniettando cellule staminali umane in embrioni di macaco di sei giorni.

 

Secondo lo studio , pubblicato sulla rivista Cell, l’esperimento ha avuto un successo scioccante rispetto ai tentativi passati di creare ibridi – chiamati in gergo chimere.

 

l’esperimento ha avuto un successo scioccante rispetto ai tentativi passati di creare ibridi – chiamati in gergo chimere

Lo scusante addotto, as usual, è che le chimere bioingegnerizzate potrebbero consentire nuovi sviluppi medici come la crescita di organi umani che sono vitali per i trapianti in altre specie.

 

Ma alcuni bioetici sono preoccupati di andare avanti con questo tipo di ricerca prima di capire cosa significhi per gli organismi risultanti, riporta il Wall Street Journal .

 

«Ci sono state molte scoperte in questo esperimento – ha detto al WSJ la bioetica della Duke University Nita Farahany – È stato compiuto scientificamente un passo notevole che solleva questioni urgenti di interesse pubblico. Dobbiamo capire qual è la strada giusta da seguire per guidare un progresso responsabile “.

 

Ma lo studio ha effettivamente rivelato nuovi problemi con la tecnologia ibrida che mostra che non è ancora pronta per l’uso pubblico, osserva WSJ . Gli scienziati non possono controllare il tipo di cellule in cui si sviluppano le cellule staminali umane, ad esempio, quindi per il momento non possono effettivamente coltivare e prelevare organi.

Aperto anche questo ulteriore vaso di Pandora, è chiaro che anche questa distinzione, quella fra l’uomo e l’animale, si stingerà, e con essa si spegneranno i limiti imposti dal concetto di dignità umana, aprendo alla possibilità della produzione di ibridi in quantità, magari a fine riproduttivo («voglio un figlio agile come un gatto») o magari a fine militare («voglio soldati anfibi»)

 

«Questo è ciò che porta alla preoccupazione teorica – ha detto al WSJ Insoo Hyun, bioetico della Case Western Reserve University –c’è la possibilità che in modo incontrollato possa portare a una mescolanza di cellule umane che può provocare lo sviluppo di cellule umane nel cervello o cuore o dalla testa ai piedi in tutto il corpo».

 

In pratica, non si saprebbe dove la creatura risultante sarebbe umana e dove sarebbe invece animale.

 

Il fenomeno alletta sicuramente la filiera biomedica e farmaceutica dei trapianti. Allo stesso tempo, esso apre però ad interrogativi abissali perfino per la bioetica laica: se una chimera uomo-scimmia, o uomo-ratto, o uomo-pecora, ha dei neuroni umani, essa soffre come un essere umano? Va quindi sottoposta ad esperimenti? Ha dei diritti? Possiamo forse definirla umana? Cosa definisce l’umanità?

 

Già, cosa è umano? Aperto anche questo ulteriore vaso di Pandora, è chiaro che anche questa distinzione, quella fra l’uomo e l’animale, si stingerà, e con essa si spegneranno i limiti imposti dal concetto di dignità umana, aprendo alla possibilità della produzione di ibridi in quantità, magari a fine riproduttivo («voglio un figlio agile come un gatto») o magari a fine militare («voglio soldati anfibi») – mentre, ovviamente, si ammazzano i milioni di non inadatti, come già si fa oggi con aborti e provette.

 

Parlano in molti di piano Kalergi, di «grande sostituzione» etnica. In realtà, la grande sostituzione è biologica

Purtroppo non si tratta di fantascienza, ma di direzione inevitabile cui ci costringe la biotecnologia genomica, strumento del Piano della Necrocultura più generale: l’umanità va sottomessa, negata, controllata, sostituita.

 

Parlano in molti di piano Kalergi, di «grande sostituzione» etnica. In realtà, la grande sostituzione è biologica.

 

 

 

 

 

Continua a leggere

Bioetica

La Corte Suprema indiana estende l’aborto fino a 24 settimane di gravidanza

Pubblicato

il

Da

La Corte Suprema indiana ha stabilito che tutte le donne, indipendentemente dallo stato marziale, potranno ora abortire legalmente fino alla settimana 24 di gravidanza.

 

«La decisione di abortire o meno è motivata da complicate circostanze della vita, che solo la donna può scegliere alle sue condizioni senza interferenze o influenze esterne», ha affermato la Corte Suprema della nazione nella sua sentenza, secondo l’Associated Press.

 

La sentenza di giovedì era di garantire che tutte le donne potessero abortire, indipendentemente dal loro status nella società. La legge precedente limitava l’accesso all’aborto alle donne single alla settimana 20 di gravidanza, mentre le donne sposate potevano uccidere i loro bambini non ancora nati fino alla 24 ªsettimana.

 

«La distinzione artificiale tra donne sposate e non sposate non può essere sostenuta», ha affermato il giudice Dhananjaya Y. Chandrachud. «Le donne devono avere autonomia per poter esercitare liberamente questi diritti».

 

La sentenza di giovedì è stata richiesta in risposta a una madre single incinta a cui è stato negato l’aborto a luglio perché non era sposata e aveva superato il limite di 20 settimane per le donne single. La corte ha successivamente ritirato questa decisione e ha permesso alla madre di abortire il suo bambino non ancora nato fino al punto di 24 settimane. Questa decisione ha stabilito un precedente che ha indotto il tribunale a consentire a tutte le donne di abortire i propri figli durante questa fase successiva della gravidanza.

 

Come riportato da Renovatio 21, l’anno scorso un altro verdetto della giustizia indiana aveva reso legale l’«aborto per povertà».

 

L’India è inoltre una delle principali patrie dell’aborto sesso-selettivo, che ogni anno uccide milioni di bambine, cosa che dovrebbe mandare in cortocircuito le femministe, ma non è chiaro se ci arrivino davvero a capirlo.

 

È possibile dire che quindi l’India è uno Stato femminicida?

 

Di certo, oltre alla diffusa pratica dell’utero in affitto, è emersa in India anche l’inquietante tendenza all’asporto dell’utero delle braccianti, che vengono portate a farsi asportare l’organo riproduttivo così da aumentare la loro produttività nei campi.

 

 

 

Immagine di Pinakpani via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0)

 

 

 

Continua a leggere

Bioetica

Bangkok legalizza l’aborto fino a 20 settimane

Pubblicato

il

Da

Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Il nuovo provvedimento che entrerà in vigore il 26 ottobre aggiorna il precedente, che solo lo scorso anno e dopo una sentenza della Corte suprema aveva introdotto la possibilità dell’interruzione di gravidanza per un periodo più ristretto. Evidente la spinta alla liberalizzazione. La contrarietà della Conferenza episcopale thailandese ma anche di molte organizzazioni buddhiste.

 

 

La Thailandia si avvia a legalizzare l’aborto fino a 20 settimane, estendendo il precedente termine di 12 indicato nella modifica al Codice penale e in vigore soltanto dal 7 febbraio 2021. Una decisione che – allora – era stata sollecitata da una sentenza della Corte costituzionale, contraria alla criminalizzazione dell’interruzione di gravidanza.

 

Dal 26 ottobre, data in cui entreranno in vigore le nuove norme, saranno ancora meno rigidi i vincoli per accedervi: sono previsti solo l’informazione per le donne che vogliano ricorrere all’aborto e un parere medico su eventuali rischi.

 

Di fatto si tratta di una sostanziale depenalizzazione, confermata dal governo in una dichiarazione diffusa ieri dopo la pubblicazione della legge sulla Gazzetta Reale del 26 settembre.

 

La posizione ufficiale rispetto all’aborto è, dunque, passata in poco più di venti mesi dalla proibizione più rigida – con esclusione delle gravidanze a seguito di violenza o di grave pericolo per la salute della madre, e multe per i trasgressori che arrivavano fino a 10mila baht (circa 280 euro) accompagnate da pene detentive fino a sei mesi – a una liberalizzazione con pochissimi vincoli.

 

Questo non significa tuttavia che la pratica, comunque diffusa, sia socialmente accettata e il percorso precedente l’approvazione dell’aborto lo scorso anno (come pure il dibattito successivo) hanno mostrato una forte contrarietà (…)

 

L’organizzazione buddhista nazionale non si era apertamente espressa sulla questione. Tuttavia molti cittadini avevano mantenuto un’opposizione di carattere morale contro l’aborto, sostenuta anche dalle altre organizzazioni religiose ammesse nel Paese, tra cui la Chiesa cattolica, che si era opposta con impegno alla nuova legge pur rappresentando meno dell’1% della popolazione thailandese.

 

Lo scorso anno, davanti alla prospettiva della legalizzazione, ai sostenitori dell’aborto che ponevano l’accento sulla necessità di un provvedimento che meglio tutelasse sul piano legale e medico le donne in caso di gravidanza indesiderata, la Chiesa thailandese aveva risposto sottolineando i diritti dei bambini non nati e il sostegno alle madri.

 

Il responsabile per l’assistenza pastorale della Conferenza episcopale thailandese, padre Pairat Sriprasert, allora aveva dichiarato che la contrarietà dei cattolici riguardava un provvedimento che «aggira il problema ma non lo risolve».

 

 

Invitiamo i lettori di Renovatio 21 a sostenere con una donazione AsiaNews e le sue campagne.

 

 

Renovatio 21 offre questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

Continua a leggere

Bioetica

La sorella conferma: «non è vero che Giorgia Meloni è contro l’aborto»

Pubblicato

il

Da

Il quotidiano agnelliano La Stampa ha intervistato ieri Arianna Meloni, 47enne sorella della vincitrice delle elezioni Giorgia.

 

Le domande spaziavano dalla «difesa dell’Europa e della NATO («Certamente, lo ha spiegato molte volte e lo proverà con i fatti»), alla lista dei ministri, ai rapporti con la leadership di centrodestra, agli strilli dei giornali per il paventato «ritorno del fascismo».

 

«Chi l’ha attaccata durante la campagna elettorale dovrà ricredersi» ha detto la sorella della possibile futura presidente del Consiglio.

 

«Hanno detto che Giorgia è contro la legge 194 sull’aborto, ma non è vero. Lei è dalla parte delle donne e dei diritti acquisiti. Chi l’ha accusata lo ha fatto per renderla ridicola ma ha perso perché mia sorella dimostrerà il suo valore e i suoi principi».

 

Questa ci sembra la parte più rilevante dell’intervista. Come si possa essere di destra, o anche solo conservatori, e magari poi professarsi pure cattolici (non abbiamo mai capito se sia il suo caso) e poi negare di essere contro l’aborto è certamente posizione nuovo, o almeno lo è il parlarne così apertamente.

 

È un segno dei tempi: la destra è divenuta non solo abortista, ma anche timorosa di sembrare antiabortista. Non si tratta di un cambiamento di poco conto.

 

Esso riflette uno smottamento più generale: è di pochi giorni fa la dichiarazione del Paglia che parla della legge assassina genocida 194/78 come di un «pilastro della società». Eccerto: milioni di sacrifici umani senza i quali il nostro Paese, che ora è in inverno demografico e che importa gommonauti africani a bizzeffe, non poteva proprio esistere.

 

Così è: l’aborto di destra è realtà. Perché ricordiamoci che la destra mica deve essere per forza cattolica: l’ateismo non è che facesse difetto anche a certi esponenti storici innominabili.

 

Il controverso pensatore cattolico brasiliano Plinio Correa de Oliveira parlava di «trasbordo ideologico inavvertito», noi più semplicemente pensiamo alla rana bollita. La rana della destra è oramai stata completamente bollita nel pentolone dell’abortismo del Mondo moderno, diktat irrinunziabile dell’establishment di ogni angolo della Terra.

 

Per i lettori di Renovatio 21, tuttavia, questa rivelazione del famiglio della Meloni non è una novità.

 

Alla pubblicazione di Dobbs, la rivoluzionaria sentenza della Corte Suprema USA che nega l’aborto come diritto federale americano, la  Meloni aveva dichiarato la sua posizione sul libero aborto: «“Vaneggia” chi, pur di attaccarla, pensa che il suo partito lavori all’abolizione della legge» 194, scriveva l’ANSA riportando il suo pensiero. La Meloni non voleva paragoni con quanto accaduto  con il pronunciamento della Supreme Court: «chi lo fa, probabilmente, è in malafede o ha obiettivi ideologici».

 

Anche i candidati eletti sembrano rispecchiare la linea dell’«abortismo conservatore», con la 194 che non va toccata in alcun modo.

 

La candidata Eugenia Roccella, già parlamentare per il PDL e poi per il partito scissionista biodegradabile para-cattolico NCD, è stata rieletta in Calabria per Fratelli d’Italia. A inizio settembre aveva rilasciato una intervista a Il Giornale titolata dalla testata «La 194 non si tocca. Ma si fa ancora troppo poco per la maternità».

 

Concetto ribadito da Maria Rachele Ruiu, altra candidata appena eletta tra le file di FdI, che ha ripetuto il concetto in una intervista sempre a Il Giornale: una richiesta di abolizione della 194 «non avrebbe alcun senso né risultato».

 

Colpisce che entrambe le candidate sono considerate esponenti del mondo cattolico e pro-life.

 

Ma abbiamo capito cosa è successo: siamo passati di fase, come nella più classica Finestra di Overton, l’aborto da «impensabile» e «radicale» è divenuta «accettabile» e «razionale». Non c’è bisogno, in realtà, del passaggio a «popolare», perché siamo già, da 44 anni, alla fase successiva: la legalizzazione – che, ricordiamolo, fu fatta da un governo democristiano…

 

 

 

 

Continua a leggere

Più popolari