Eutanasia
Eutanasia, «morte rapida e indolore»: più facile a dirsi che a farsi
Renovatio 21 traduce questo articolo di Bioedge.
L’obiettivo centrale delle organizzazioni per il diritto alla morte non è cambiato molto negli ultimi 150 anni.
Nel 1872 uno scrittore britannico, Samuel D. Williams scrisse un libro sostenendo l’uso del nuovo anestetico cloroformio per dare ai pazienti «una morte rapida e indolore».
Nel 1931 l’eugenista britannico Dr Killick Millard propose la legalizzazione dell’eutanasia «per sostituire la morte lenta e dolorosa con una rapida e indolore».
Ora che la legalizzazione è arrivata, tuttavia, i medici si sono resi conto che una morte rapida e indolore è più facile a dirsi che a farsi
Ora che la legalizzazione è arrivata, tuttavia, i medici si sono resi conto che una morte rapida e indolore è più facile a dirsi che a farsi.
Scrivendo in un recente numero di The Spectator dottor Joel Zivot, un medico della Georgia, esprime i suoi dubbi sul fatto che i farmaci letali siano la via da seguire. Ha studiato i rapporti dell’autopsia di oltre 200 prigionieri giustiziati con iniezioni letali e ha scoperto che molti potrebbero essere morti tra grandi dolori.
«La pena di morte non è la stessa cosa della morte assistita, ovviamente. Le esecuzioni devono essere punizioni; l’eutanasia riguarda il sollievo dalla sofferenza. Eppure, sia per l’eutanasia che per le esecuzioni, vengono utilizzati farmaci paralitici. L’uso di questi farmaci, somministrati in dosi sufficientemente elevate, significa che un paziente non può muovere un muscolo, non può esprimere alcun segno esterno o visibile di dolore. Ma questo non significa che lui o lei sia libero dalla sofferenza».
Il dottor Zivot ritiene che il pentobarbital, che sembra essere usato in Oregon in 4 su 5 suicidi assistiti, abbia causato edema polmonare: i polmoni si riempiono di secrezioni liquide e la persona può morire in agonia.
«I sostenitori della morte assistita hanno il dovere nei confronti del pubblico di essere sinceri sui dettagli dell’uccisione e del morire. Le persone che vogliono morire meritano di sapere che potrebbero finire per annegare, non solo per addormentarsi»
«I sostenitori della morte assistita hanno il dovere nei confronti del pubblico di essere sinceri sui dettagli dell’uccisione e del morire. Le persone che vogliono morire meritano di sapere che potrebbero finire per annegare, non solo per addormentarsi», scrive.
Né la morte è necessariamente rapida.
In Oregon, dove si raccolgono statistiche sulla modalità di morte, il tempo medio di morte durante i 23 anni della legge è di 30 minuti, ma il tempo massimo è di 4 giorni e 8 ore. Il tempo medio per perdere conoscenza è di 5 minuti, il massimo è di 6 ore.
Almeno negli Stati Uniti, i medici che partecipano ai suicidi assistiti sono consapevoli di questi problemi. Il dottor Lonny Shavelson, un medico californiano specializzato in questo nuovo campo, ha contribuito a organizzare l’American Clinicians Academy on Medical Aid in Dying. Essa fornisce un forum per i medici per stabilire una migliore pratica per aiutare le persone a morire.
«Il nostro compito è fermare il cuore; questo è quello che vogliono che facciamo»
Si scopre che le stesse malattie di cui soffrono i pazienti possono rendere i farmaci meno efficaci. Il dottor Shavelson ha parlato con Medical Xpress l’anno scorso di alcune delle difficoltà:
«Shavelson e [il suo collega anestesista in pensione Dr Carol] Parrot hanno identificato quali pazienti hanno maggiori probabilità di indugiare e possono raccomandare aggiustamenti. Le persone con cancro gastrointestinale, ad esempio, non assorbono anche i farmaci. Gli ex consumatori di oppiacei hanno spesso resistenza ad alcuni farmaci. I giovani e gli atleti tendono ad avere un cuore più forte e possono sopravvivere più a lungo con bassi tassi di respirazione».
«Stiamo imparando. Ipotesi, dati e conferme. Questo è ciò che è la scienza», ha detto. «Il nostro compito è fermare il cuore; questo è quello che vogliono che facciamo».
Michael Cook
Direttore di Bioedge
Eutanasia
Le case di cura cristiane di Zurigo perdono il diritto di rifiutare il suicidio assistito
Il 27 settembre 2026 gli elettori del Canton Zurigo hanno approvato con il 68,1% dei voti (298.813 sì contro 139.933 no) modifiche alla legge sui pazienti e alla legge sanitaria. La partecipazione è stata del 47,6%. La nuova normativa impone a tutti gli ospedali, le cliniche di riabilitazione e le case di cura e di riposo del cantone di tollerare il suicidio assistito nei propri locali. Restano escluse le strutture psichiatriche e le carceri. L’entrata in vigore è prevista nella primavera 2027.
Fino ad oggi l’obbligo di tolleranza riguardava solo le case di cura gestite o commissionate dai comuni. Ospedali e strutture private potevano decidere autonomamente se consentire o rifiutare la pratica. Secondo i dati della direzione sanitaria cantonale, su circa 212 case di cura del cantone, 129 non sono pubbliche; di queste, 29 (prevalentemente di ispirazione cristiana) rifiutavano il suicidio assistito, per un totale di circa 2.000 residenti. Nella maggior parte delle altre strutture la pratica era già ammessa.
La normativa non obbliga il personale sanitario o assistenziale a partecipare direttamente al suicidio assistito: la procedura è eseguita da organizzazioni esterne specializzate (come Exit o Dignitas), previo rispetto delle condizioni di legge svizzere (come la capacità di discernimento della persona e volontà persistente).
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La proposta era il controprogetto del Consiglio cantonale a un’iniziativa popolare più ampia, successivamente ritirata. Contro il controprogetto è stato indetto un referendum da forze di centro-destra e conservatrici (tra cui SVP, EDU ed EVP). Il Consiglio di Stato (governo cantonale) si era espresso contro l’estensione dell’obbligo agli ospedali. Tra i sostenitori figuravano partiti di sinistra e centro-sinistra, le organizzazioni per il suicidio assistito e il consiglio della Chiesa riformata del Canton Zurigo, che ha visto nella misura un bilanciamento tra autodeterminazione e tutela delle persone vulnerabili.
I contrari, tra cui diverse strutture cristiane e il vescovo di Coira Joseph Maria Bonnemain, hanno sostenuto che l’obbligo viola la libertà religiosa e di coscienza delle istituzioni, nonché la libertà economica. Hanno sottolineato che i residenti e le famiglie scelgono consapevolmente strutture con una missione di cura orientata alla vita e che la presenza del suicidio assistito potrebbe creare disagio a personale e altri ospiti.
Markus Schaaf, direttore di una casa di cura e parlamentare dell’EVP, ha dichiarato che la decisione elimina la possibilità di scegliere tra strutture che ammettono e strutture che rifiutano la pratica. Il direttore della Haus St. Otmar (collegata alla parrocchia cattolica di St. Anton) ha ribadito che il suicidio assistito è incompatibile con la missione dell’istituto.
I favorevoli hanno invece messo al centro l’autodeterminazione: una casa di cura è la casa dell’ospite e non dovrebbe essere costretto a trasferirsi per poter accedere a un’opzione legale. Hanno sostenuto che il diritto della persona prevale sull’orientamento valoriale della struttura privata.
La direttrice sanitaria Natalie Rickli (SVP) ha commentato che per la maggior parte delle strutture non cambierà nulla e che chi sceglie una casa di cura cristiana probabilmente non ricorrerà comunque al suicidio assistito. Il risultato è stato letto da alcuni osservatori come un segnale più ampio sul rapporto tra autodeterminazione individuale e libertà delle istituzioni di ispirazione religiosa.
La vicenda offre un’idea del (giusto) destino che spetta a tutti coloro che confidano nell’obiezione di coscienza, grande, oscena foglia di fico della Cultura della Morte. Essendo essa già una stretta di amano con l’Inferno, è idiota pensare che questo poi non voglia inghiottirsi il braccio e tutto il resto.
Il totalitarismo della Necrocultura evolve verso la disintegrazione dell’obiezione di coscienza e va bene così: non va cercato l’adattamento al sistema diabolico, ma il suo abbattimento e riformulazione.
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Immagine generata artificialmente
Eutanasia
Pena sospesa per l’australiana che aveva ucciso il marito malato terminale
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Eutanasia
Australia, decessi per eutanasia sono aumentati del 400%
Nello Stato di Victoria, in Australia, i casi di eutanasia sarebbero cresciuti del 400% nell’arco di cinque anni, e la regione intende allargare ancora la normativa a partire dal prossimo anno. Lo riporta Right to Life UK.
Secondo il rapporto annuale uscito all’inizio di questo mese, tra il 1° luglio 2025 e il 30 giugno 2026 i casi di eutanasia sono aumentati del 59,09%, passando da 88 a 140. Nello stesso periodo i decessi per suicidio assistito ed eutanasia sono stati 512, il 31,62% in più rispetto ai 389 dell’anno precedente, e hanno rappresentato l’1,1% di tutti i decessi nello Stato, quasi il quadruplo dello 0,3% registrato nel primo anno di applicazione, il 2019-2020.
In un solo anno le persone che hanno chiesto il suicidio assistito o l’eutanasia senza aver avuto accesso alle cure palliative sono salite da 118 nel 2024-2025 a 179 nel 2025-2026, con un incremento superiore al 50%. Dal 2019, quando lo Stato ha iniziato a consentire queste pratiche, fino alla fine di giugno di quest’anno, 2.188 persone hanno posto fine alla propria vita in questo modo. Tra l’anno di riferimento 2020-21 e quello 2025-26 l’aumento è stato del 153,47%.
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Dei 512 decessi del 2025-2026, 372 (72,66%) sono stati suicidi assistiti, con assunzione della sostanza letale da parte della persona, e 140 (27,34%) eutanasie, con somministrazione da parte di un medico. Nell’anno solo tre richieste sono state rinviate per un’ulteriore valutazione della capacità decisionale; dal giugno 2019 i rinvii di questo tipo sono stati complessivamente 38.
Nel 2027 entrerà in vigore un ampliamento rilevante della legge, approvato a soli sei anni dall’avvio del regime, nel giugno 2019. Le modifiche del governo del Victoria estendono da sei a dodici mesi il periodo di prognosi entro cui si può accedere alla pratica per tutte le patologie: in precedenza i dodici mesi valevano solo per le malattie neurodegenerative. Cade il divieto per i medici di sollevare di propria iniziativa il tema con i pazienti ritenuti prossimi alla fine della vita, e gli operatori che si oppongono per motivi di coscienza dovranno comunque fornire informazioni.
È stato eliminato l’obbligo di una terza valutazione per chi ha una malattia neurodegenerativa. L’intervallo tra la prima e l’ultima richiesta scende da nove a cinque giorni. L’accesso è aperto anche a chi ha vissuto in Australia per soli tre anni, senza essere cittadino o residente permanente. Sono state inoltre semplificate le autorizzazioni e allentati i requisiti per i medici, ed è stata introdotta una nuova figura con compiti amministrativi, per favorire l’adesione al programma.
Il Comitato di revisione sul suicidio assistito volontario, nel nuovo rapporto annuale, «prevede un’ulteriore crescita delle richieste [di suicidio assistito ed eutanasia] a seguito della modifica legislativa».
L’eutanasia in Australia, incubata da lustri, è stata via via approvata da tutti gli Stati australiani.
Come riportato da Renovatio 21, nel Victoria le morti per eutanasia erano aumentate del 31% ancora quattro anni fa. Da allora lo Stato, che fu epicentro del lockdown pandemico, ha avuto un continuo aumento della VAD, «assistenza alla morte volontaria». A inizio anno è emerso che in Australia Occidentale il suicidio assistito è aumentato dle 63%.
Come riportato da Renovatio 21, tre anni fa si ebbe il caso di un‘infermiera australiana che aveva donato gli organi dopo l’eutanasia. Negli stessi mesi, nel Paese cominciarono le discussioni riguardo a terminare la regola del «donatore morto» ed avviare quindi la possibile eutanasia del donatore.
L’eutanasia agli antipodi è stata promossa anche da George Carey, ex arcivescovo di Canterbury, vertice della cosiddetta chiesa anglicana. Tre anni fa fu stabilita la possibilità di accedere all’eutanasia per un pedofilo 81enne in carcere.
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