Pensiero
Devastazione multidimensionale e voto di mangiatoia: prima breve meditazione sui risultati elettorali
Il risultato delle elezioni politiche 2022 è devastante. Multidimensionalmente devastante.
Lo scenario politico, sociopolitico, geopolitico dell’Italia ne esce segnato con forza.
Innanzitutto, ha vinto, stravinto l’unico partito finito all’opposizione. Questo dovrebbe essere un bel messaggio per il potere riguardo a Draghi, la tecnocrazia e lo Stato-partito che ficca in un blob fusionale tutte le compagini politiche possibili.
Ricordate: il prototipo di Draghi, Mario Monti, dopo averci governato su mandato dei poteri desovranizzanti si candidò con un partito creato per la bisogna, Scelta Civica, che divenne Sciolta Civica nel giro di pochi mesi: e aveva preso il 10%, una cifra che adesso molti si sognano. Nonostante i voti e i deputati, il partito si rivelò biodegradabile.
Pensiamo quindi il messaggio per Draghi sia netto, tuttavia, come abbiamo visto a Nuova York dove è stato insignito del Bafometto d’oro da Kissinger in persona (mancavano solo Joker, Lex Luthor e Irisa di Candy Candy), il potere costituito se ne sbatte allegramente, e piazzerà Draghi al vertice della NATO (lui, che il lato economico della alla Russia l’avrebbe organizzato, ha scritto il Financial Times) oppure, peggio, dietro alla Meloni a vermilinguare verso il prossimo passo, che è la CBDC, la valuta digitale da Banca Centrale, che nel nostro caso è l’«inevitabile» euro digitale – cioè, come sa il lettore di Renovatio 21, il «danaro programmabile» con cui sorveglieranno e soprattutto telecomanderanno le vostre esistenze via piattaforme dove diverrete utenti privi di diritti.
Ma andiamo oltre. Berlusconi raggiunge una cifra che non pensavamo, ma rimane ostaggio di un partitello, che pur spogliatosi dei Brunetta e delle Carfagne, esprime gente come la Ronzulli. Sappiamo che, purtroppo, il migliore di quel partito è morto poche settimane fa. Il risultato, ribadiamo, è comunque ottimo: chi pensava alla disintegrazione di Forza Italia (per esempio: noi) si sbagliava.
Già dalle prime ore di spoglio diveniva chiaro che il PD era arrivato al risultato peggiore di sempre. Con la sequela di leader pieni di carisma di questi anni (Bersani, Zingaretti, soprattutto Letta) era possibile. La soglia del 20% era considerata da tutti come non oltrepassabile: è il metabolismo basale piddino, fatto, immaginiamo dalla base, dai lavoratori coop con le relative famiglie, le regioni Emilia-Romagna e Toscana con tutto l’indotto piddizzato nei decenni. Ebbene, Letta è riuscito a infrangere anche questa certezza: perfino chi deve al PD lo stipendio non lo vota più.
Quel 20% era considerabile come un «voto di mangiatoia», che quindi è solido e affidabile.
Riteniamo che sia così spiegabile il successo all’altro grande vincitore morale della tornata elettorale, il M5S. Ogni promessa di cambiamento (il motivo per cui presero oltre il 35% l’altra volta) è stata fumata con il Conte bis e il governo Draghi. C’è stato poi di tutto: scandali, urla, accuse orrende contro il figlio del fondatore (una cosa non troppo dissimile a quella che negli anni Cinquanta fece dimettere immediatamente il senatore Piccioni; ma ora è diverso), scissioni Dirty Dancing, e soprattutto un tizio calato dall’alto, anzi dal basso, dal Meridione, che con la sua carriera di avvocato-professore e la sua pochette poco c’entrava con il sentire popolano grilloide.
E invece, è successo il peggio: valanghe di voti ai 5 stelle, ma concentrati, guarda guarda, tutti al Sud. Il lettore sta pensando per caso al Reddito di Cittadinanza, che di fatto è un assistenzialismo da Cassa del Mezzogiorno (abolita via referendum, in teoria) spudorato? Mica possiamo entrare nella testa degli elettori.
Tuttavia, il dato è davvero disarmante: circoscrizioni, in Puglia e in Campania, dove il M5S è oltre il 40%, praticamente quasi un cittadino su due. Prendete invece il dato del Veneto: i grillini sono arrivano appena al 5%.
La distinzione dell’Italia secondo i blocchi latitudinali, Nord contro Sud, era in realtà già ben visibile nel 2018: ora è esplosa impudicamente. Due Italie diverse, che votano diversamente, perché vivono diversamente, esistono diversamente – e in modo diametralmente opposto. Ciò è per forza di cose drammatico, e non sappiamo, nel breve e medio termine, quanto risolvibile.
La Lega Nord, che era nata più di trent’anni fa proprio su questa divisione, paga il prezzo più alto. La Lega nazionale è finita. Il risultato, che la mette sullo stesso piano di Forza Italia e perfino del duo-bullo Calenda-Renzi, è semplicemente mostruoso, soprattutto pensando che si partiva dalla Madonnina del Duomo di Milano, quel comizio con Salvini e dietro tutta la destra Europea in fila (dalla Le Pen in giù) che portò più del 35% dei voti alle Europee 2019.
La Lega paga l’essere stata con Draghi? Certo. Paga il fatto di aver voluto – crediamo sia la spiegazione – far parte del sedicente governo di «ricostruzione» post-pandemica, magari intestandosi un po’ della pioggia di miliardi PNNR (a proposito, li avete visti voi?) di modo da non essere esclusi dal possibile voto di mangiatoia che ne sarebbe uscito.
Bella scelta: avesse fatto questo anno e mezzo all’opposizione, ora probabilmente la storia sarebbe diversa, e magari il mondo avrebbe potuto avere il primo premier europeo, tra una Nutella e l’altra, a parlare di fine delle sanzioni alla Russia, fine degli armamenti all’Ucraina, fine del suicidio economico-energetico della Nazione.
Il risultato della Lega, quindi, sarà tragico non solo per l’Italia, ma possibilmente per il mondo intero. Perché la guerra e l’energia (ciò che rende uno Stato possibile: la difesa dei cittadini dalla violenza e la fornitura minima di strumenti per vivere) erano in realtà l’unico tema su cui valeva la pena di votare, più, certo, la questione della sottomissione bioelettronica che ci attende.
Il risultato della Lega sarà tragico poi soprattutto per la Lega: non immaginiamo le notti dei lunghi coltelli che si preparano, i Giorgetti, gli Zaia, i Fedriga, che avrebbero potuto essere domati se Salvini avesse fatto almeno almeno il 15%, ma così è davvero finita.
Ancora più preoccupante, ma ne scriveremo un’altra volta, è il danno che si potrebbe produrre sul territorio: la forza della Lega, come noto, sono le sue radici locali, le migliaia di sindaci e consiglieri dei piccoli comuni, che in trent’anni magari non hanno amministrato male, e quindi magari valeva la pena di tenerseli.
È chiaro che il programma di Fratelli d’Italia, che ha nella Lega l’unico vero avversario, sarà quello di disinstallarli, per sostituirli con chissà chi: sappiamo che il partito ha in questo momento più potere di spesa di quanto ne sappia spendere, che il successo è tale che si sono creati buchi di personale, e chissà cosa può entrarvi dentro (qualche inchiesta giornalistica in merito c’è).
Infine, una parola sui partitini antisistema, che dovrebbero starci a cuore ma in realtà non lo sono mai stati.
La débâcle è senza fine.
Molti sono ridotti a prefissi telefonici piemontesi (0,1…) come il partito della Cunial, che forse ingiustamente ci eravamo dimenticati (davvero) di citare nel precedente pezzo sui partiti che non avremmo votato.
Non vanno sopra l’1% Paragone e Italia Sovrana.
C’è perfino un prefisso telefonico internazionale (0,0…): è il caso di Adinolfi, che ha preso lo 0,06% alla Camera, ma ci hanno detto che ha comunque già fatto un post tutto baldanzoso.
Insomma: la ridda di possibili gatekeeper e scappati di casa è stata distrutta.
Ora c’è da capire cosa succederà a tutto il loro pur piccolo capitale politico di dissenso. Crediamo che, come il summenzionato partito di Monti e tanti altri, si vada verso il biodegradabile.
Non crediamo che nessuno di questi partiti possa durare nel tempo. Italia sovrana, con dentro Rizzo e Ingroia, è già in se stessa divisa. Paragone ci chiediamo come farà a tenersi dentro anche lui i vari nomi e le varie componenti, alcune dotate di identità propria – sempre che il Paragone abbia voglia di andare avanti, e che magari, colpo di fortuna, non torni nella TV nazionale con un programma tutto suo. La Cunial neanche stavolta vorremmo spendere tempo a considerarla.
In realtà, al di là della morfologia interna dei vari partitini, è un’altra la cosa che vogliamo dire: tutti questi partiti moriranno per mancanza di cultura – o meglio, di idee, financo di Fede.
Cosa credono, i membri di queste compagini? Hanno un’idea persistente delle cose? Hanno – perdonaci il termine – un’ideologia? Riformuliamo: hanno una visione del mondo che accomuna tutti i quadri, i vertici e la base?
No: hanno solo il dissenso della gente, magari drogata dalla dopamina Telegram. Hanno solo il risentimento, che sappiamo quanto possa essere cieco e fallimentare se non direzionato dalla corretta visione delle cose.
Diciamo di più: praticamente nessuno di questi partiti ha un vero ripetitore coerente della cultura che dovrebbero rappresentare.
Potete annegare nella pubblicità dei loro siti, gustarvi video e post con gli emoji nei loro canali YouTube e Telegram, finché glieli lasciano: dispositivi fatti per offrire una massima esposizione con la minima riflessioni, creati per far vivere le persone solo nel presente, senza chiedere loro di pensare o di credere. Anzi, pensare e credere e quanto i social media vogliono evitare che facciate, per questo offrono a chiunque (o quasi) una piattaforma.
Sono tutte realtà senza radici – e il loro sradicamento è moltiplicato dai canali che utilizzano per arrivare al popolo, cioè ai loro elettori.
Ecco perché, oltre ad esplodere o ad implodere, ad un certo punto spariranno – perché, come con l’euro digitale, al potere basta premere un pulsante per paralizzarli o frantumarli.
Più passa il tempo, e più credo che la realtà cui un movimento odierno deve votarsi è quella di una rete fisica: persone, incontri, carta: libri e financo giornali, newslettere di cellulosa, spediti in casa di persone che comunque si trovano, de visu, si parlano a voce e mangiano insieme, cioè fanno quelle cose dove i social media non arrivano.
Se non le si oppone materialmente una Cultura umana – coerente, persistente, vivificante – la Cultura della Morte vince. Sempre. Contro chiunque.
Le considerazioni partitiche sulle elezioni sono finite.
Rimane ora la realtà: una crisi economica senza precedenti è davanti a noi e potrebbe mandarci alla fame. Una crisi energetica potrebbe a breve eutanatizzare per assideramento migliaia e migliaia di anziani, e non solo loro. Una crisi geopolitica potrebbe, come disse Putin a inizio anno, trascinarci in una guerra nucleare europea senza vincitori, una guerra a cui di fatto stiamo già prendendo parte.
Nessuna di queste cose, le uniche importanti, saranno prese in carico dai partiti e dal futuro governo a sovranità limitata.
Per cui, ribadiamo ancora una volta, quello che con probabilità farà il governo Meloni sarà quello che si preparano a fare i governi di tutta Europa: la repressione verso chi dissentirà dalla miseria del Nuovo Ordine Mondiale.
Questo è il vero dato devastante uscito dalle urne.
Ma quali elezioni. Rimboccatevi le maniche: la campagna della popolazione umana per la propria sopravvivenza è appena iniziata.
Roberto Dal Bosco
Pensiero
Il Giappone di fronte alla legalizzazione della prostituzione
La Takaichi ha fatto anche cose buone. Nel corso di marzo una commissione del governo giapponese dovrebbe iniziare a discutere una riforma della legge che regolamenta la prostituzione nel Paese. Allo stato attuale la compravendita di prestazioni sessuali opera in un’area grigia ampiamente tollerata, fondata su quello che è di fatto un patto Stato-crimine organizzato efficace, per quanto esecrabile.
Sulla carta, la legge in Giappone non permette atti sessuali a pagamento che comportino la penetrazione vaginale, il che ha portato al fiorire di un’offerta di prestazioni alternative per soddisfare l’inevitabile domanda. È facile intuire però che le stanze degli alberghi a ore non dispongano di VAR, ragion cui per cui eventuali operazioni di meretricio sconfinanti nell’illecito non si vedono fischiare il pur meritato fuorigioco.
Al di là della visione «pagana» che ha della sessualità una civiltà che, per sua disgrazia, ha rifiutato il cristianesimo, si può semplificare dicendo che l’interesse della legislazione nipponica è quello di mantenere la prostituzione entro un’area limitata, proibendo ad esempio la ricerca di clienti in strada, in modalità peripatetica.
Allo stato attuale, chi viene punito è chi vende il servizio, non chi lo compra: il cliente è quindi di fatto deresponsabilizzato.
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Alcuni fatti di cronaca recenti hanno però portato l’attuale esecutivo a riconsiderare la situazione. In primis c’è la trasformazione della zona della capitale tra Kabukicho e Shin Okubo (uno dei centri della vita notturna tokyota) in un centro della prostituzione di strada, dove ragazze poco più che adolescenti stanno nei parchi o sul ciglio della strada in cerca di clienti.
La zona in questione è anche una delle visite obbligatorie per i turisti stranieri (gattino in 3D e testone di Godzilla vi dicono niente?): unite la cosa all’attualmente bassissima valutazione dello yen e otterrete come il risultato che il Giappone sta diventando meta di turismo sessuale per i turisti di mezzo mondo.
Che le autorità sembrino finalmente volersi muovere contro questo umiliante fenomeno non può che essere apprezzato da chiunque, al di là delle personali idiosincrasie politiche.
A fare sì invece che si iniziasse a considerare la responsabilità penale del cliente è stata l’amara scoperta che a Yushima, a due passi dal famoso parco di Ueno, una dodicenne thailandese sia stata per mesi fatta lavorare in un bordello locale (ovvero: tecnicamente non un bordello sul modello di quelli attualmente legalizzati in Europa, ma comunque un esercizio che sulla carta operava legalmente).
Sono stati immediatamente arrestati la donna thailandese che fungeva da procacciatrice di lavoratrici per il postribolo e il proprietario dello stesso, ma il fatto che le indagini non abbiano immediatamente coinvolto i clienti ha causato indignazione generale.
Alla carrellata degli orrori di un mondo che l’idiozia imperante vende, a turno, come occasione di emancipazione della donna, raffinato passatempo per esteti gaudenti o razionale strumento di educazione sessuale, aggiungiamo il feto fatto a pezzi trovato nel frigorifero di un bordello di Kinshicho, nella zona est di Tokyo.
Una 22enne che lavorava e, a quanto pare viveva, nel bordello avrebbe partorito il bambino e, colta dal panico, immediatamente deciso di eliminarlo. Volendo però che il suo bambino le restasse vicino, avrebbe poi nascosto il corpo smembrato nel reparto congelatore del frigorifero del locale.
Non si sa quanto tempo sia passato prima che una delle altre lavoratrici se ne accorgesse, né come sia stato possibile che gravidanza, parto e infanticidio siano sfuggiti a gestore, clienti e colleghe.
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Al di là dell’orrore in questione, la notizia è un eccellente promemoria di un altro inevitabile effetto collaterale della prostituzione: gravidanze indesiderate e conseguente strage di innocenti.
La recente approvazione alla vendita della pillola abortiva come medicinale da banco in Giappone non potrà che peggiorare la situazione. Auguriamo di cuore al governo Takaichi di riuscire a sanare, almeno in parte, i danni che la prostituzione infligge alla società giapponese.
A Tokyo, nei pressi della stazione di Minowa, si trova il tempio Jokanji. Qui un monumento ricorda le più di 25000 prostitute del vicino quartiere dei piaceri di Yoshiwara che, una volta morte, venivano buttate come spazzatura all’entrata del tempio affinché i monaci si occupassero delle loro salme.
Se questo è il numero stimato delle donne gettate come oggetti inutili, proviamo a immaginare quello dei bambini indesiderati. Spero che un giorno Tokyo avrà un cimitero cattolico dove verranno ricordate le innumerevoli vite innocenti sacrificate nei secoli ai demoni che tiranneggiano sul Giappone.
Beato Giusto Takayama Ukon, prega per il Giappone.
Taro Negishi
Corrispondente di Renovatio 21 dal Giappone
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Pensiero
Consacrazioni FSSPX, non «chi», ma «quanti»: il sogno di un fedele
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Essere genitori
Bambini nella neve, bambini nel bosco: pedolatria olimpica e pedofobia di sistema
Un bambino di undici anni è stato lasciato a terra dall’autista della corriera di linea che doveva riportarlo a casa dopo la scuola, da San Vito a Vodo di Cadore, perché il biglietto ordinario, di cui pure era in possesso, non era valido in costanza di celebrazioni olimpiche. Così, se ne è ritornato a piedi camminando all’imbrunire per sei chilometri e due ore. Per fortuna è arrivato alla meta sano e salvo.
Il signor Salvatore Russotto, dipendente della ditta di trasporti responsabile del misfatto, si è scusato con la famiglia del piccolo e si è detto mortificato per non aver avuto la prontezza di trovare lì per lì una soluzione congrua alle circostanze, soprattutto all’età del viaggiatore. Ha semplicemente fatto – automaticamente e stolidamente – quello che gli era stato detto di fare. «L’azienda ci aveva dato disposizioni chiare: invitare a scendere chiunque non avesse il titolo di viaggio valido. Non ci hanno detto nulla sui minorenni che vanno fatti salire comunque». «Mi fa male il cuore, a pensarci a mente fredda mi rendo conto di aver sbagliato, chiedo scusa al bambino e alla sua famiglia». «Mi assumo la responsabilità e pagherò quello che ci sarà da pagare».
È stata aperta un’inchiesta; intanto, il signor Russotto ha ricevuto un provvedimento di sospensione dal lavoro a tempo indeterminato. E intanto, la ditta opera a pieno regime.
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Sulla vicenda, che ha suscitato un grande clamore mediatico, si sono scatenati i commentatori sociali compulsivi invocando punizioni esemplari verso l’unico birillo esposto alla pubblica gogna e al libero insulto: l’autista disumano.
Ma ai giustizieri sommari, agli incontinenti da tastiera e in genere a coloro cui va bene così – capro espiatorio e via – andrebbe mostrata qualche altra faccia di quello che sembra un monolite, nella realtà è un poliedro. Perché, guardando all’insieme, il quadro forse si fa un po’ diverso, e come sempre c’è un dito e c’è una luna.
A partire dalla trovata del biglietto olimpico, che non è un’invenzione del signor Russotto. Per viaggiare da scuola a casa, infatti, l’undicenne avrebbe dovuto davvero esibire il biglietto speciale ultramaggiorato (di quattro volte tanto) imposto a chiunque, per qualsiasi motivo, tocchi percorrere un pezzo qualsiasi della tratta Calalzo-Cortina e viceversa durante il lungo arco temporale investito dai giochi invernali.
Per muoversi su e giù per la valle con mezzi privati, ai residenti e persino ai lavoratori abituali, è richiesto un permesso speciale, proprio allo scopo di disincentivare l’uso dell’auto a favore dei trasporti pubblici. Che però, appunto, costa(va)no una follia. Un modo come un altro, insomma, per costringere tutti, nessuno escluso, a prendere parte all’ultimo opulento rituale collettivo, offrendo sacrifici – non a Zeus, ma ad altre divinità sopravvenute.
Solo dopo il fattaccio, la provincia ha cercato di salvare la faccia: in prima battuta, con grande sprezzo del ridicolo, ha graziosamente concesso ai residenti che ne facessero regolare domanda di provare a ottenere un rimborso dei biglietti già acquistati, fino a esaurimento fondi, e tanti auguri; poi, crepi l’avarizia, ha addirittura ripristinato, per i residenti, il prezzo consueto dei biglietti.
Ci si chiede: serviva una storia come questa, e i riflettori puntati addosso a una fettina del sistema che sta dietro ai lustrini, per portare alla luce una fettina del latrocinio che si consuma all’ombra dei giochi? Perché di latrocinii e di sfregi e di soprusi olimpici in danno dei territori e dei loro abitanti, di lavoratori e di studenti, di incolpevoli cittadini e di poveri contribuenti, è difficile ormai tenere il conto. Per conferma, chiedere ai milanesi.
Ma non è tutto qui. Il tempismo e il genio risolutore delle istituzioni si sono magicamente manifestati – stavolta sub specie Malagò – anche nei confronti del bambino, al quale è stato offerto un ruolo nella cerimonia di apertura delle olimpiadi a titolo di compensazione. Motivazione a favor di telecamera: «per scaldargli il cuore». Famiglia entusiasta, dice festante la mamma: «siamo increduli, dalle stalle alle stelle». Da una scarpinata, insomma, è nata una star: giornaloni, trasmissioni TV, parti in commedia (occhio ora al San Remo all’orizzonte), foto, luci e sipari.
Dalla favola resta fuori l’autista, privato dello stipendio in attesa del verdetto della ditta di cui è dipendente. Non escludiamo che in questo tripudio di gioie, una volta scontata un po’ di graticola, ne uscirà graziato, e l’immagine dell’azienda lucidata a festa anche lei. Perché le Olimpiadi rendono tutti più buoni e più belli, dentro e fuori, come dice la pubblicità. Certo è che, nel mentre, il signor Russotto sta materialmente pagando: paga il proprio zelo spinto fin oltre il dovuto.
E qui sommessamente ricordiamo che, come lui, hanno agito tanti suoi colleghi in tempo di altri lasciapassare, quando ai bambini senza tessera verde era impedito di salire sul bus, o addirittura venivano costretti a scendere a corsa iniziata, magari in mezzo al nulla. Eppure, nessuno allora si stracciava le vesti. Anzi, la gente plaudiva ai bravi controllori, ai diligenti gregari rispettosi delle regole, perché è così che si fa: gli infedeli al culto di Stato andavano puniti in modo esemplare, senza limiti di età. Ai bambini si poteva infliggere impunemente ogni sorta di vessazione e infatti ogni sorta di vessazione è stata loro inflitta, nell’invasamento orgiastico fomentato da raffiche di dpcr e dalla loro libera interpretazione a senso unico non alternato. Si stava celebrando un altro rito, allora, i cui effetti devastanti sono oggi manifesti, e sono incalcolabili.
Evidentemente quella lezione lì qualcuno l’ha imparata, senza accorgersi che nel frattempo la scena era mutata, che ora vige in via provvisoria un’altra religione, e che i suoi sacerdoti preferiscono indossare la maschera dei difensori dell’infanzia perché si porta bene, e poi perché nella nuova fiction ecumenica manca un nemico oggettivo sul quale sfogare sadismi repressi, manca l’elemento dissenziente sul quale infierire: manca il mostro – o mostriciattolo – no vax.
La piega pedolatrica olimpica serve a lavarsi la coscienza, ad autoconvincersi e a convincere il pubblico pagante che questa società, pedofoba e pedofila, è una società che difende i bambini.
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E invece i bambini sono le sue prede privilegiate e fuori dalle quinte degli spettacoli di distrazione di massa continuano a essere programmaticamente maltrattati, indottrinati, manipolati, strappati alle loro mamme e ai loro papà se refrattari alle liturgie. Continuano a soffrire, defraudati di tutto quanto dovrebbe spettare all’età dello stupore e della scoperta.
Il paradigma con cui dobbiamo fare i conti non è, come vorrebbero farci credere, la bella festa di Riccardo, eroe olimpico per caso e per magnanimità dei potenti. Il vero paradigma è il Forteto, è l’infinita serie di famiglie dilaniate dai servizi sociali, è la scientifica distruzione della casa nel bosco e di mille altre case sui cui muri gli addetti alla sorveglianza hanno individuato una crepa attraverso la quale far penetrare la zampa del lupo, più o meno travestito. Storie dove manca il finale in cui vissero tutti felici e contenti grazie a un intervento dall’alto.
Nessuna carica istituzionale interverrà a fermare i lupi (che non sono gli autisti di autobus) e a consolare quel fiume carsico di dolore allo stato puro che scorre ovunque sotto di noi; nessuno arriverà mai a «scaldare il cuore» di quei bambini.
La vera guerra da cui proteggere i corpi e le anime dei nostri piccoli è una guerra silenziosa che ci tocca combattere da soli, a mani nude.
Elisabetta Frezza
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Immagine generata artificialmente
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