Politica
Gatekeeper vs Houserunner: il disastro dei partiti degli infiltrati e degli scappati di casa
C’è un semplice calcolo che nessuno sembra aver fatto.
Lo scenario da tener presente è il seguente: la Repubblica Italiana, uno Stato democratico che in teoria aiuta la libera associazione dei cittadini (non ridete), deve giocoforza controllare che queste non costituiscano un pericolo per lo Stato stesso.
Da sempre, lo Stato infiltra le associazioni di cittadini in odore di sovversione, e forse non solo quelle.
Lo Stato può piazzare segretamente i suoi uomini in ogni forma organizzazione civile. È naturale che sia così, perché come ogni organismo, lo Stato vuole proteggere se stesso, o più prosaicamente, i controllori devono proteggere i loro stipendi.
Questo processo è definito con una parola semplice: infiltrazione. Se preferite, potete chiamarle «operazioni sotto copertura».
Possiamo immaginare che grandi quantità di insiemi di cittadini, dai Centri sociali ai circoli estremisti etc., siano infiltrati dallo Stato italiano per controllo ed eventuale repressione.
Bisogna comprendere che non c’è solo un ufficio che svolge questo lavoro. Ci sono plurimi dipartimenti nei plurimi enti atti all’ordine: immaginiamo che abbiano un ramo per le infiltrazioni i Carabinieri, la Polizia, la Guardia di Finanza, la Direzione Investigativa Antimafia, soprattutto i servizi segreti.
Parliamo quindi non di un ufficio, ma di tanti. Tanta, tanta gente, palazzine intere magari – che, ovviamente, non comunicano fra loro, o comunicano a enti esterni ed oscuri, come quando si parlava di «servizi segreti deviati» – dedite a infiltrare gruppi di cittadini.
Ora, senza parlare di sovversione, è chiaro che lo Stato che nel biennio pandemico ha negato la sua stessa base materiale – la Costituzione – non può che vedere nella protesta attuale (no-vax, no-green pass, chiamatela come volete), un oggetto di interesse.
Quindi, il lettore deve calcolare: quanti dei nuovi partiti che intendono raccogliere il voto della protesta sono infiltrati dallo Stato contro cui dovrebbero protestare in Parlamento?
Di più: ci sono per caso dei partiti, tra questi che scalpitano per il voto dei no-green pass, che potrebbero essere stati creati direttamente dallo Stato per inscatolare il dissenso e reprimere la protesta tramite la pratica dell’«opposizione sintetica»?
In pratica, lo Stato manovra i suoi stessi avversari, aiutando e innalzando leader e strutture partitiche fintamente contrarie, di modo che il popolo dissidente finisca a volare lì, nella carta moschicida, così da essere individuato, schedato e, infine, «normalizzato»: il partito della protesta cede, quei cittadini divenuti militanti seguono, altri invece sprofondano in un’amarezza paralizzante, e da lì riparte la giostra – si cerca un nuovo leader, un nuovo partito, mentre il dissenso è destinato ad un altro ciclo di impotenza, anni senza rappresentanza vera, l’agenda del potere portata avanti senza intoppi.
Abbiamo visto da vicino questo processo in forma macroscopica, potrebbe dire qualcuno, con il Movimento 5 Stelle. Chi scrive è stupito di come nessuno si rende conto che il disegno di Schwab, Draghi, Colao – la decrescita, la virtualizzazione informatica dell’esistenza, la trasformazione dello Stato in piattaforma di controllo elettronico dell’identità e del danaro, da cui si è perennemente dipendenti, pena l’emarginazione totale – fosse quello di cui discuteva Casaleggio.
Ora, riguardiamo il panorama dei partitini, che dovrebbero raccogliere centinaia di migliaia di firme e certificarle nel mese di agosto. Qualcuno ce la farà pure: ci sono in giro gabole alla Tabacci per cui, magari, le firme non dovranno nemmeno raccoglierle – fidatevi.
Tuttavia, ci chiediamo, davvero: è possibili che ci siano partiti di infiltrati, creati in laboratorio dal potere?
Mica lo sappiamo, noi. Abbiamo visto però come, all’apparire di certe figure durante gli episodi di protesta più delicati, il dissenso si sgonfiava…
Ecco che salta fuori l’espressione gergale americana, usatissima negli anni del complottismo duro e puro: gatekeeper. Il gatekeeper (in inglese, guardiano del cancello) è colui che controlla l’accesso al sistema: setaccia, filtra, ferma le informazioni, decide chi può entrare davvero nel processo politico.
Secondo la vulgata, il potere costituito crea gatekeeper – camuffandoli da giornalisti, attivisti, politici vicini ai temi della protesta – per controllare e contenere il processo sociale.
Gatekeeper è la parola che sentiamo in questi giorni spessissimo nelle accuse contro i partitini, i quali stanno dando uno spettacolo grottesco fino all’improbabile.
Esiste un antico adagio Internet chiamato «legge di Godwin». Esso afferma che «a mano a mano che una discussione online si allunga, la probabilità di un paragone riguardante i nazisti o Hitler tende ad 1». Cioè, i dibattiti online di qualsiasi tipo, alla lunga, prima o poi generano un riferimento da parte di qualcuno a Hitler e ai nazisti, come paragone, altro. (La cosa deve valere anche per i robot: come noto, l’Intelligenza Artificiale di Microsoft, messa su Twitter dopo pochi minuti inneggiava a Trump e a Hitler).
Ora, nel dissenso del XXI secolo, introduciamo la «legge di Giorgio». Essa afferma che «a mano a mano che una discussione online sul gatekeeping si allunga, la probabilità di veder citato Giorgio Soros tende a 1».
Ecco che fioccano le accuse: leaderini della protesta (magari anche solo a livello virtuale, magari wannabe leaderini) al servizio del miliardario magliaro magiaro?
Il bello è che potrebbe pure essere. Non è sbagliato pensare che i servizi interni dei Paesi europei siano allineati a Soros: la cosa è evidente riguardo al tema dell’immigrazione, che invece che essere combattuta dai servizi di sicurezza, è lasciata andare liberamente, come da volontà delle ONG sorosiane che «aiutano» la grande migrazione. Mica dimentichiamo quando il Soros incontrò, out of the blue, il premier Gentiloni (come Draghi che ha incontrato Schwab). Pensare che lo Stato profondo non possa no essere allineato con i miliardi e le politiche delle Fondazioni dello squalo ungherese che distrusse lira e sterlina, non è un’eresia.
Tuttavia, non è questo il punto a cui volevamo arrivare.
Vogliamo dire qualcosa di nuovo: certo, ci sono i gatekeeper. Che sono infidi, e pericolosi, e personalmente ci fanno ribrezzo – il lettore lo sa, perché magari pure capisce telepaticamente di chi parliamo.
Ci sono però anche gli houserunner. Non cercate il termine su Google, questa è una parola inventata da noi: houserunner sta per «scappati di casa».
Ebbene sì: una quantità di partitelli del dissenso sono creati e riempiti da houserunner, da scappati di casa. Lo «scappato di casa» è espressione di origine incerta (qualcuno dice Genova, qualche decennio fa) che si riferisce a qualcuno incompetente, inaffidabile, impresentabile, inaffrontabile, inguardabile, tendenzialmente cretino.
Ora, gli houserunner dominano completamente il discorso politico del dissenso che vuol farsi parlamentare, e con probabilità superano di numero i gatekeeper.
Anzi, si potrebbe qui consumare il paradosso per cui anche i partiti dei gatekeeper sono in realtà gestiti da houserunner. Cioè, anche i guardiani messi lì dallo Stato profondo sono in realtà degli scappati di casa. La cosa potrebbe avere un suo senso strategico piuttosto acuto.
Molte delle cose che stiamo vedendo a destra e a manca – scissioni, candidature improbabili, marchi ridondanti, insulti, discorsi osceni, sindromi di Munchausen elettorali – ce lo stanno a dimostrare: il domofugismo, il fenomeno degli scappati di casa, vince in ogni dove.
Gli houserunner sono pericolosi tanto quanto i gatekeeper, se non di più. Sono, più o meno involontariamente, diabolici. Perché, come dice l’antico adagio medievale, «lo stupido è la cavalcatura del diavolo».
Avevamo pensato di iniziare a scrivere una sorta di bestiario elettorale, per dare cronaca delle cose che stiamo vedendo, che sono al livello delle celeberrime «cose che voi umani…», ma ci siamo accorti che è ancora troppo presto, perché la velleità tossica di capetti e gruppetti deve ancora dare il meglio (il peggio) di sé.
Il pudore, la coerenza, la decenza sembrano per sempre dimenticate nell’orgia di houserunning in corso. Non c’è vergogna alcuna, nemmeno quando il grottesco diventa parossistico, e le figure da cioccolataio titaniche.
Ora, avrete capito che questo pezzo di analisi è stato scritto con la volontà di ridere un po’, di fare un po’ di satira.
Purtroppo ritengo che ci sia poco da ridere. Parlo proprio di un pensiero personale, una valutazione, amarissima, fatta su più di un decennio di concrete osservazioni personali.
Chi scrive una decina di anni fa uscì con uno dei primi libri sul M5S, Incubo a 5 stelle. Grillo Casaleggio e la Cultura della Morte.
Il tomo, di circa 300 pagine, è ancora oggi citato nelle bibliografie di Wikipedia sul partito (un tempo era brevissima, ora sono arrivati tutti). Era stata un’analisi lunga e sentita, perché avevo cominciato ad osservare con inquietudine il movimento di Grillo anni prima – anzi posso dire la data, 7 settembre 2007, quando Grillo lanciò un raduno oceanico in Piazza Maggiore a Bologna – il «Vaffa Day» – e c’era talmente tanta gente invasata che il comico si lanciò sulla folla con un gommone, e questa lo sorreggeva mentre lui rideva felice.
Il libro, per questioni dell’editore, uscì con un po’ di ritardo. Il M5S era già in Parlamento, sia pur all’opposizione, con incredibili milionate di voti. Tuttavia, nel testo scrivevo di tante cose che potevano aiutare a capirne le dinamiche culturali, nonché l’identità profonda tra quella che sembrava la «cultura» profonda del partito e i diktat del globalismo.
Qualcuno, del mio libro, parlò: grazie a Camillo Langone, finii in prima pagina su Il Foglio, quando ancora c’era Ferrara, con una lunga e sentita intervista dove riuscii a dire cose che mi costarono attacchi da tutte le parti (ma davvero l’Italia è diventata più povera da quando c’è la rete? Qualcuno si è sconvolto…). Fui chiamato perfino a La Zanzara, per il consueto trappole di Cruciani, da cui mi difesi come potevo.
Un amico che aveva letto il libro e si era impaurito, con certe entrature dentro un grosso partito, mi chiese delle copie da mostrare ai papaveri partitici con i quali aveva relazioni. La cosa non ebbe alcun effetto.
Il libro perse quota, si inabissò. Il grande studio sulle origini culturali del Reich dei Meetup in fondo non interessava a nessuno – anche se questi avevano preso un mostruoso 25,5%, che sarebbe divenuto 35,6% nell’elezione successiva.
La verità è che, al di là di tutto, alla politica, e all’establishment mediatico, la questione dell’ascesa del partito di grillo non interessava. Le spiegazioni che mi davo erano essenzialmente due:
1) Destra e sinistra interpretavano il M5S come un congelatore di voti, comodo assai perché concentrava il voto di protesta, per quanto gargantuesco, in un unico punto, pronto ad essere scongelato per tornare all’ovile dei grandi partiti storici. Il succo era «sappiamo che facciamo schifo, sappiamo che quegli elettori adesso non ci voteranno mai, perché effettivamente facciamo schifo, ma non abbiamo voglia di riconquistarli, per cui mettiamoli nel frigo a cinque stelle»
2) Più oscuro: in fondo, da qualche parte qualcuno sapeva che i 5 stelle sarebbero stati digeriti dal potere, ci avrebbero fatto governi insieme, vuoi perché dei parlamentari ragazzini (anche qui) scappati di casa prima o poi cedono; vuoi perché forse l’origine dello stesso partito era, come dire, controllata.
Anche qui, la legge di Giorgio non perdonò, e il nome di Soros saltò fuori: «Sarà pure un caso, ma l’unico studio scientifico di decine di pagine fatto finora sul Movimento 5 Stelle nel febbraio 2013 è stato commissionato al think tank inglese Demos. Il supporto è stato dato proprio dalla Open Society di Soros» scrisse in un suo libro dell’epoca il mitico faccendiere Luigi Bisignani.
A questo punto devo dirvi che, a differenza, di un tempo non mi interessa in alcun modo l’origine del M5S e la sua matrice culturale.
Quello che mi sta a cuore è vedere che sono passati dieci anni. Mi fermo. Guardo. Vedo un film sconcertante. Guardate anche voi.
Un decennio completamente perso, dove la protesta contro l’establishment è stata surrogata e disintegrata senza problemi. Ricordate? Votavano Grillo, in massa, perché lì era l’unico posto, ad esempio, dove si parlava, sia pur confusamente, di vaccini, di uscita dall’euro, di politica corrotta.
Una decade perduta. Questo è l’effetto congiunto di gatekeeper e houserunner, qualora lasciati liberi di raggiungere il Parlamento.
Noi adesso un altro decennio da buttare non ce lo abbiamo. Se dal 2013 abbiamo visto la distruzione delle banche popolari, l’mRNA obbligatorio, l’annullamento dei diritti costituzionali, cosa vedremo con altri dieci anni di opposizione sintetica?
Non ce lo possiamo permettere, per nessun motivo.
Quindi, chiediamo al lettore, dal cuore: attenti agli infiltrati venduti, e ai cretini scappati di casa.
Perché in gioco c’è più di un’elezione. Ci sono le ore fondamentali per la sopravvivenza della libertà umana, della dignità umana, della vita umana stessa.
Roberto Dal Bosco
Immagine di Ivw115 via Deviantart pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 3.0 Unported (CC BY-NC-ND 3.0)
Politica
Quasi la metà degli americani vuole che Benjamin Netanyahu venga arrestato
Secondo un recente sondaggio, circa il 49% degli americani ritiene che gli Stati Uniti dovrebbero arrestare il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per crimini di guerra. Dopo tre anni di guerra in Medio Oriente, il sostegno di cui Israele godeva un tempo negli Stati Uniti è crollato.
Alla domanda se gli Stati Uniti dovrebbero dare esecuzione al mandato di arresto emesso dalla Corte penale internazionale (CPI) nei confronti di Netanyahu, il 49% degli intervistati in un sondaggio Economist/YouGov pubblicato martedì ha risposto «sì», mentre il 27% ha risposto «no» e il 23% si è dichiarato incerto.
La Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso il mandato di arresto nel 2024, accusandolo di aver utilizzato «la fame come metodo di guerra», di crimini contro l’umanità e di aver diretto intenzionalmente attacchi contro la popolazione civile di Gaza. Tuttavia, la CPI non dispone di alcun mezzo per far rispettare il mandato, poiché né Israele né gli Stati Uniti ne riconoscono l’autorità.
Il sondaggio, condotto su un campione di 1.500 adulti americani, ha rilevato che il 47% ritiene Netanyahu «colpevole di crimini di guerra a Gaza», mentre il 24% non è d’accordo e il 29% è indeciso.
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In quasi tre anni dall’inizio dei bombardamenti israeliani su Gaza, in risposta a un attacco a sorpresa dei militanti di Hamas, il conflitto si è trasformato in uno scontro su più fronti. Israele ha colpito Iraq, Libano, Siria e Yemen, ed è attualmente impegnato in una grave guerra regionale con l’Iran. Il conflitto ha eroso la reputazione di Israele negli Stati Uniti: un sondaggio Gallup di febbraio ha rilevato che, per la prima volta nella storia, un numero maggiore di americani simpatizza con i palestinesi rispetto agli israeliani.
Negli Stati Uniti, il sostegno a Israele è tradizionalmente più forte tra i repubblicani e gli anziani boomer consumatori di TV. Tuttavia, secondo un sondaggio di martedì, il 43% degli over 65 ora è favorevole all’arresto di Netanyahu. Il sostegno all’arresto del primo ministro israeliano è più basso tra i repubblicani che si definiscono «MAGA» (Make America Great Again), attestandosi al 21%.
Il leader israeliano è arrivato a Washington questa settimana per incontrare il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e partecipare al funerale del senatore Lindsey Graham, un convinto sostenitore di Israele. Prima dell’arrivo di Netanyahu, il sindaco di New York Zohran Mamdani aveva dichiarato che avrebbe valutato la possibilità legale di arrestare il primo ministro israeliano quando si sarebbe recato in città per l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a settembre.
In seguito, Mamdani ha riconosciuto di non avere alcuna autorità legale per dare esecuzione al mandato della CPI e ha invitato l’amministrazione Trump a farlo al suo posto.
«Credo che il primo ministro Netanyahu debba stare all’Aia», ha detto Mamdani, riferendosi alla città olandese dove ha sede la Corte penale internazionale. «È un criminale di guerra incriminato dalla Corte penale internazionale, e vedrete che questa è un’opinione condivisa da molti, proprio per via di ciò che le sue azioni hanno provocato negli ultimi anni».
Parlando a Fox News domenica, Netanyahu ha liquidato il caso della CPI contro di lui come «falso» e ha accusato Mamdani di «incitare all’odio» contro gli ebrei. «Andrò a New York», ha detto al conduttore di Fox Sean Hannity. «Dirò la verità di fronte a questo funzionario eletto che diffonde odio e che sta mettendo un gruppo di newyorkesi contro gli altri. Li sta aizzando contro gli ebrei di New York».
Come riportato da Renovatio 21, in settimana la CPI ha registrato la defezione di un Paese firmatario del Trattato di Roma nel 2006, il Ciad.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Politica
Trump vuole che il presidente della FIFA Infantino guidi l’ONU
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Gender
Hunter Biden: una «mafia cripto-omosessuale» controlla Washington: ricordando il «pagegate»
Il figlio dell’ex presidente Joe Biden sostiene che una «mafia gay nascosta», composta principalmente da repubblicani, gestisce il governo federale.
La conversazione tra Hunter Biden e Jennifer Welch, conduttrice del podcast I’ve Had It, è diventata sempre più bizzarra nel corso dell’intervista di un’ora. Hunter è, per qualche ragione, in grande spolvero mediatico, in ispecie fra i contenuti del lato politico opposto al suo: dapprima è apparso sul fluviale, e seguitissimo, podcast dell’ex soldato delle forze speciali Navy Seals Sean Ryan, molto frequentato dalla destra americana. Poi si è mostrato nel podcasto di Candace Owens, dando vita ad una conversazioni a tratti convincente e persino struggente. A breve si attende il rilascio di una discussione con il giovanissimo leader indiscusso della destra groyper (cioè, su internet apertamente americanista, razzista ed antisemita – quantomento a parole) Nick Fuentes.
Su sollecitazione della intervistatrice, dopo una breve discussione sul suo famigerato PC portatile, Biden jr. ha indicato i tre «PC portatili MAGA» che vorrebbe esaminare.
«Credo che il problema più grande in America, a Washington, DC, con il governo federale non sia l’oligarchia», ha detto Biden. «È la ‘”closetocracy” [traducibile come “il potere dei cripto-omosessuali”, ndr], come la chiamo io».
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«Parlo sul serio. Posso fare una lista», ha detto Biden. «Non so se queste affermazioni siano vere, ma cominciamo con [il senatore repubblicano] Josh Hawley». L’intervistatrice ha quindi mostrato una foto di Hawley che attraversava un campo da football con il kicker dei Kansas City Chiefs, Harrison Butker, e ha commentato: «Sembra la foto di un fidanzamento gay». «Questi due non pensano alle donne», ha aggiunto la Welch. Butker è un devoto cattolico, marito e padre, nonché oppositore delle restrizioni COVID. I goscisti USA lo hanno a lungo preso di mira perché è un convinto sostenitore della vita e della famiglia e perché partecipa regolarmente alla messa tradizionale in latino.
Hunter ha poi citato il senatore Ted Cruz, suggerendo che emana vibrazioni «perverse». «Potrebbe essere gay. Potrebbe non esserlo», ha detto Biden, «e potrebbe anche coinvolgere gli animali» ha aggiunto oscuramente.
L’ex figlio del presidente ha poi criticato il presidente della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, Mike Johnson, per aver utilizzato app che impediscono la visione di materiale pornografico sui dispositivi elettronici della sua famiglia.
La sua ospite ha detto che il soprannome che usa per lo Speaker è «Piccolo Mosè Mike Grindr Johnson». Come noto ai lettori di Renovatio 21, Grindr è l’app per gli incontri gay in grado di incastrare tantissime figure politiche e religiose, come successo in Italia e crediamo pure in Vaticano. Curiosamente, l’app, che Trump chiese ai cinesi che l’avevano comprata di essere restituita agli USA (e i cinesi, magari forti di qualche hard disco riempito, assentirono), ha tenuto una festa alla Casa Bianca proprio di recente.
Biden jr. ha affermato di aver trascorso gran parte della sua vita a contatto con i politici di Washington. «Tutti sanno che a Washington, DC, esiste questa mafia gay nascosta, in gran parte repubblicana, e tutti conoscono ognuno di loro che è gay», ha detto Biden.
«Lo so per certo e non sto scherzando», ha aggiunto. «Lo sanno tutti a Washington. Tutti sanno chi sono. Tutti», ha ribadito più volte, aggiungendo: «Per quanto riguarda Lindsey Graham, tutti sanno che Lindsey Graham era gay».
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Il senatore Graham, probabilmente il massimo falco per le guerre USA all’estero, era stato a lungo chiacchierato per supposte tendenze celate all’opinione pubblica.
In molti hanno speculato sulla lealtà assoluta che Graham aveva, più che verso i suoi elettori nella Carolina del Sud, di cui parlava poco, verso Kiev e Tel Aviv, ipotizzando che alla base vi sia un qualche ricatto di natura sessuale.
Nel 2020 un attore pornografico omosessuale, Sean Harding, accusò un senatore di iniziali LG di aver impiegato «ogni prostituto di mia conoscenza». Come riporta il Washington Post, «l’hashtag #LadyGraham è esploso sui social (…) l’hashtag, insieme alla forma abbreviata “Lady G”, si riferisce presumibilmente al soprannome di Graham tra i lavoratori del sesso maschile».
La conduttrice TV Chelsea Handler si è quindi riferita al senatore come ad un omosessuale non dichiarato. Graham è considerato dal mondo omosessualista di aver passato legislazioni «omofobiche». Il Graham non si è mai sposato ma di recente aveva detto, non si sa con quanta ironia, che poteva anche accadere
Insinuazioni sul legame della presunta omosessualità celata e la sete di sangue sono stati fatti ripetutamente dal giornalista Tucker Carlson, che lo accusava pure di disprezzare neanche tanto segretamente Trump, pur essendone alfiere zelota.
La questione gli era stata rinfacciata personalmente da un giornalista che aveva cercato di intercettarlo a Washington: «Senatore, perché non ammette semplicemente di essere gay così non la ricattano più)».
“Hey Lindsey, why don’t you just admit that you’re gay, and then people won’t blackmail you anymore?”
– Patrick Howley @HowleyReporter to Lindsey Graham pic.twitter.com/sVs8nqd0xs— Molly Ploofkins (@Mollyploofkins) January 29, 2026
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In una bizzarrissima scena di qualche mese fa, il senatore, nel mezzo di una crisi politica nazionale ed internazionale, fu ripreso nel parco di divertimenti floridiano Disney World, con in mano una bacchetta magica. La cosa fece sghignazzare moltissimi, perché nel gergo americano «fairy» («fata») è un termine semidispregiativo, forse un po’ desueto, per definire gli omosessuali.
L’intervistatrice goscista ha persino tirato in ballo il nome del giudice conservatore della Corte Suprema Samuel Alito, insinuando che la forza trainante del «nazionalismo cristiano» sia il desiderio degli uomini MAGA di «cancellare la propria omosessualità» – il tropo più classico e superficiale della propaganda LGBT, quella di accusare tutti di «omosessualità repressa».
La conduttrice Welch ha citato Steve Schmidt, ex collaboratore di George W. Bush, il quale ha affermato che «il 90% degli uomini repubblicani che lavoravano alla Casa Bianca quando lui era gay». Qualche ragione, tuttavia, qui vi potrebbe essere, specie se, come Renovatio 21, si ha la memoria che arriva fino a rimembrare il cosiddetto «pagegate».
Il pagegate fu lo scandalo, esploso nel 2006, che coinvolse il repubblicano Mark Foley, deputato della Florida. Emerse che aveva inviato e-mail e messaggi a sfondo sessuale a giovani page («paggi», assistenti adolescenti del Congresso a Washington), resi pubblici da Washington Post. Foley si dimise il 29 settembre, dichiarandosi alcolista e poi ammettendo di essere gay. Emerse che almeno dal 2005 i leader repubblicani della Camera (tra cui il Speaker Dennis Hastert) erano a conoscenza di comportamenti inappropriati, ma avevano gestito la questione in modo opaco, limitandosi a un monito interno.
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L’affaire del pagegate colpì duramente i repubblicani, già in difficoltà, e contribuì alla loro sconfitta alle elezioni midterm di novembre, con la perdita della maggioranza alla Camera. La vicenda travolse la leadership del Grand Old Party: il presidente della Camera Dennis Hastert dichiarò pubblicamente di assumersi la responsabilità, mentre la commissione etica della Camera approvò dozzine di citazioni per testimoni e documenti. Alcuni funzionari erano stati informati della condotta di Foley anni prima ma non intervennero.
L’inchiesta interna della Camera e le indagini dell’FBI non portarono a accuse penali, ma la ferita politica fu enorme: i democratici usarono lo scandalo per accusare i repubblicani di ipocrisia e di aver privilegiato la protezione del partito rispetto alla tutela dei giovani. Il caso contribuì in modo significativo alla sconfitta del GOP, che perse la maggioranza alla Camera dopo 12 anni.
Secondo voci, il giro dei repubblicani pedofili poteva godere un tempo di assoluta copertura, addirittura si narra che l’istituto psichiatrico dell’Ospedale di Washington possedesse una unità specifica per trattare i casi dei minorenni e delle minorenni abusati e sconvolti. Un po’ come una certa clinica che, in una città dell’Alta Italia, secondo la leggenda metropolitana seguirebbe subitaneamente ogni «problema» (tipo: overdose) di certi rampolli, anche se certe cronache sembrano indicare che non sempre tale misterico ente sia chiamato per tempo.
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