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Politica

Gatekeeper vs Houserunner: il disastro dei partiti degli infiltrati e degli scappati di casa

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C’è un semplice calcolo che nessuno sembra aver fatto.

 

Lo scenario da tener presente è il seguente: la Repubblica Italiana, uno Stato democratico che in teoria aiuta la libera associazione dei cittadini (non ridete),  deve giocoforza controllare che queste non costituiscano un pericolo per lo Stato stesso.

 

Da sempre, lo Stato infiltra le associazioni di cittadini in odore di sovversione, e forse non solo quelle.

 

Lo Stato può piazzare segretamente  i suoi uomini in ogni forma organizzazione civile. È naturale che sia così, perché come ogni organismo, lo Stato vuole proteggere se stesso, o più prosaicamente, i controllori devono proteggere i loro stipendi.

 

Questo processo è definito con una parola semplice: infiltrazione. Se preferite, potete chiamarle «operazioni sotto copertura».

 

Possiamo immaginare che grandi quantità di insiemi di cittadini, dai Centri sociali ai circoli estremisti etc., siano infiltrati dallo Stato italiano per controllo ed eventuale repressione.

 

Bisogna comprendere che non c’è solo un ufficio che svolge questo lavoro. Ci sono plurimi dipartimenti nei plurimi enti atti all’ordine: immaginiamo che abbiano un ramo per le infiltrazioni i Carabinieri, la Polizia, la Guardia di Finanza, la Direzione Investigativa Antimafia, soprattutto i servizi segreti.

 

Parliamo quindi non di un ufficio, ma di tanti. Tanta, tanta gente, palazzine intere magari – che, ovviamente, non comunicano fra loro, o comunicano a enti esterni ed oscuri, come quando si parlava di «servizi segreti deviati» – dedite a infiltrare gruppi di cittadini.

 

Ora, senza parlare di sovversione, è chiaro che lo Stato che nel biennio pandemico ha negato la sua stessa base materiale – la Costituzione – non può che vedere nella protesta attuale (no-vax, no-green pass, chiamatela come volete), un oggetto di interesse.

 

Quindi, il lettore deve calcolare: quanti dei nuovi partiti che intendono raccogliere il voto della protesta sono infiltrati dallo Stato contro cui dovrebbero protestare in Parlamento?

 

Di più: ci sono per caso dei partiti, tra questi che scalpitano per il voto dei no-green pass, che potrebbero essere stati creati direttamente dallo Stato per inscatolare il dissenso e reprimere la protesta tramite la pratica dell’«opposizione sintetica»?

 

In pratica, lo Stato manovra i suoi stessi avversari, aiutando e innalzando leader e strutture partitiche fintamente contrarie, di modo che il popolo dissidente finisca a volare lì, nella carta moschicida, così da essere individuato, schedato e, infine, «normalizzato»: il partito della protesta cede, quei cittadini divenuti militanti seguono, altri invece sprofondano in un’amarezza paralizzante, e da lì riparte la giostra – si cerca un nuovo leader, un nuovo partito, mentre il dissenso è destinato ad un altro ciclo di impotenza, anni senza rappresentanza vera, l’agenda del potere portata avanti senza intoppi.

 

Abbiamo visto da vicino questo processo in forma macroscopica, potrebbe dire qualcuno, con il Movimento 5 Stelle. Chi scrive è stupito di come nessuno si rende conto che il disegno di Schwab, Draghi, Colao – la decrescita, la virtualizzazione informatica dell’esistenza, la trasformazione dello Stato in piattaforma di controllo elettronico dell’identità e del danaro, da cui si è perennemente dipendenti, pena l’emarginazione totale – fosse quello di cui discuteva Casaleggio.

 

Ora, riguardiamo il panorama dei partitini, che dovrebbero raccogliere centinaia di migliaia di firme e certificarle nel mese di agosto. Qualcuno ce la farà pure: ci sono in giro gabole alla Tabacci per cui, magari, le firme non dovranno nemmeno raccoglierle – fidatevi.

 

Tuttavia, ci chiediamo, davvero: è possibili che ci siano partiti di infiltrati, creati in laboratorio dal potere?

 

Mica lo sappiamo, noi. Abbiamo visto però come, all’apparire di certe figure durante gli episodi di protesta più delicati, il dissenso si sgonfiava…

 

Ecco che salta fuori l’espressione gergale americana, usatissima negli anni del complottismo duro e puro: gatekeeper. Il gatekeeper (in inglese, guardiano del cancello) è colui che controlla l’accesso al sistema: setaccia, filtra, ferma le informazioni, decide chi può entrare davvero nel processo politico.

 

Secondo la vulgata, il potere costituito crea gatekeeper – camuffandoli da giornalisti, attivisti, politici vicini ai temi della protesta – per controllare e contenere il processo sociale.

 

Gatekeeper è la parola che sentiamo in questi giorni spessissimo nelle accuse contro i partitini, i quali stanno dando uno spettacolo grottesco fino all’improbabile.

 

Esiste un antico adagio Internet chiamato «legge di Godwin». Esso afferma che «a mano a mano che una discussione online si allunga, la probabilità di un paragone riguardante i nazisti o Hitler tende ad 1». Cioè, i dibattiti online di qualsiasi tipo, alla lunga, prima o poi generano un riferimento da parte di qualcuno a Hitler e ai nazisti, come paragone, altro. (La cosa deve valere anche per i robot: come noto, l’Intelligenza Artificiale di Microsoft, messa su Twitter dopo pochi minuti inneggiava a Trump e a Hitler).

 

Ora, nel dissenso del XXI secolo, introduciamo la «legge di Giorgio». Essa afferma che «a mano a mano che una discussione online sul gatekeeping si allunga, la probabilità di veder citato Giorgio Soros tende a 1».

 

Ecco che fioccano le accuse: leaderini della protesta (magari anche solo a livello virtuale, magari wannabe leaderini) al servizio del miliardario magliaro magiaro?

 

Il bello è che potrebbe pure essere. Non è sbagliato pensare che i servizi interni dei Paesi europei siano allineati a Soros: la cosa è evidente riguardo al tema dell’immigrazione, che invece che essere combattuta dai servizi di sicurezza, è lasciata andare liberamente, come da volontà delle ONG sorosiane che «aiutano» la grande migrazione. Mica dimentichiamo quando il Soros incontrò, out of the blue, il premier Gentiloni (come Draghi che ha incontrato Schwab). Pensare che lo Stato profondo non possa no essere allineato con i miliardi e le politiche delle Fondazioni dello squalo ungherese che distrusse lira e sterlina, non è un’eresia.

 

Tuttavia, non è questo il punto a cui volevamo arrivare.

 

Vogliamo dire qualcosa di nuovo: certo, ci sono i gatekeeper. Che sono infidi, e pericolosi, e personalmente ci fanno ribrezzo – il lettore lo sa, perché magari pure capisce telepaticamente di chi parliamo.

 

Ci sono però anche gli houserunner. Non cercate il termine su Google, questa è una parola inventata da noi: houserunner sta per «scappati di casa».

 

Ebbene sì: una quantità di partitelli del dissenso sono creati e riempiti da houserunner, da scappati di casa. Lo «scappato di casa»  è espressione di origine incerta (qualcuno dice Genova, qualche decennio fa) che si riferisce a qualcuno incompetente, inaffidabile, impresentabile, inaffrontabile, inguardabile, tendenzialmente cretino.

 

Ora, gli houserunner dominano completamente il discorso politico del dissenso che vuol farsi parlamentare, e con probabilità superano di numero i gatekeeper.

 

Anzi, si potrebbe qui consumare il paradosso per cui anche i partiti dei gatekeeper sono in realtà gestiti da houserunner. Cioè, anche i guardiani messi lì dallo Stato profondo sono in realtà degli scappati di casa. La cosa potrebbe avere un suo senso strategico piuttosto acuto.

 

Molte delle cose che stiamo vedendo a destra e a manca – scissioni, candidature improbabili, marchi ridondanti, insulti, discorsi osceni, sindromi di Munchausen elettorali – ce lo stanno a dimostrare: il domofugismo, il fenomeno degli scappati di casa, vince in ogni dove.

 

Gli houserunner sono pericolosi tanto quanto i gatekeeper, se non di più. Sono, più o meno involontariamente, diabolici. Perché, come dice l’antico adagio medievale, «lo stupido è la cavalcatura del diavolo».

 

Avevamo pensato di iniziare a scrivere una sorta di bestiario elettorale, per dare cronaca delle cose che stiamo vedendo, che sono al livello delle celeberrime «cose che voi umani…», ma ci siamo accorti che è ancora troppo presto, perché la velleità tossica di capetti e gruppetti deve ancora dare il meglio (il peggio) di sé.

 

Il pudore, la coerenza, la decenza sembrano per sempre dimenticate nell’orgia di houserunning in corso. Non c’è vergogna alcuna, nemmeno quando il grottesco diventa parossistico, e le figure da cioccolataio titaniche.

 

Ora, avrete capito che questo pezzo di analisi è stato scritto con la volontà di ridere un po’, di fare un po’ di satira.

 

Purtroppo ritengo che ci sia poco da ridere. Parlo proprio di un pensiero personale, una valutazione, amarissima, fatta su più di un decennio di concrete osservazioni personali.

 

Chi scrive una decina di anni fa uscì con uno dei primi libri sul M5S, Incubo a 5 stelle. Grillo Casaleggio e la Cultura della Morte.

 

Il tomo, di circa 300 pagine, è ancora oggi citato nelle bibliografie di Wikipedia sul partito (un tempo era brevissima, ora sono arrivati tutti). Era stata un’analisi lunga e sentita, perché avevo cominciato ad osservare con inquietudine il movimento di Grillo anni prima – anzi posso dire la data, 7 settembre 2007, quando Grillo lanciò un raduno oceanico in Piazza Maggiore a Bologna – il «Vaffa Day» – e c’era talmente tanta gente invasata che il comico si lanciò sulla folla con un gommone, e questa lo sorreggeva mentre lui rideva felice.

 

Il libro, per questioni dell’editore, uscì con un po’ di ritardo. Il M5S era già in Parlamento, sia pur all’opposizione, con incredibili milionate di voti. Tuttavia, nel testo scrivevo di tante cose che potevano aiutare a capirne le dinamiche culturali, nonché l’identità profonda tra quella che sembrava la «cultura» profonda del partito e i diktat del globalismo.

 

Qualcuno, del mio libro, parlò: grazie a Camillo Langone, finii in prima pagina su Il Foglio, quando ancora c’era Ferrara, con una lunga e sentita intervista dove riuscii a dire cose che mi costarono attacchi da tutte le parti (ma davvero l’Italia è diventata più povera da quando c’è la rete? Qualcuno si è sconvolto…). Fui chiamato perfino a La Zanzara, per il consueto trappole di Cruciani, da cui mi difesi come potevo.

 

Un amico che aveva letto il libro e si era impaurito, con certe entrature dentro un grosso partito, mi chiese delle copie da mostrare ai papaveri partitici con i quali aveva relazioni. La cosa non ebbe alcun effetto.

 

Il libro perse quota, si inabissò. Il grande studio sulle origini culturali del Reich dei Meetup in fondo non interessava a nessuno – anche se questi avevano preso un mostruoso 25,5%, che sarebbe divenuto 35,6% nell’elezione successiva.

 

La verità è che, al di là di tutto, alla politica, e  all’establishment mediatico, la questione dell’ascesa del partito di grillo non interessava. Le spiegazioni che mi davo erano essenzialmente due:

 

1) Destra e sinistra interpretavano il M5S come un congelatore di voti, comodo assai perché concentrava il voto di protesta, per quanto gargantuesco, in un unico punto, pronto ad essere scongelato per tornare all’ovile dei grandi partiti storici. Il succo era «sappiamo che facciamo schifo, sappiamo che quegli elettori adesso non ci voteranno mai, perché effettivamente facciamo schifo, ma non abbiamo voglia di riconquistarli, per cui mettiamoli nel frigo a cinque stelle»

 

2) Più oscuro: in fondo, da qualche parte qualcuno sapeva che i 5 stelle sarebbero stati digeriti dal potere, ci avrebbero fatto governi insieme, vuoi perché dei parlamentari ragazzini (anche qui) scappati di casa prima o poi cedono; vuoi perché forse l’origine dello stesso partito era, come dire, controllata.

 

Anche qui, la legge di Giorgio non perdonò, e il nome di Soros saltò fuori: «Sarà pure un caso, ma l’unico studio scientifico di decine di pagine fatto finora sul Movimento 5 Stelle nel febbraio 2013 è stato commissionato al think tank inglese Demos. Il supporto è stato dato proprio dalla Open Society di Soros» scrisse in un suo libro dell’epoca il mitico faccendiere Luigi Bisignani.

 

A questo punto devo dirvi che, a differenza, di un tempo non mi interessa in alcun modo l’origine del M5S e la sua matrice culturale.

 

Quello che mi sta a cuore è vedere che sono passati dieci anni. Mi fermo. Guardo. Vedo un film sconcertante. Guardate anche voi.

 

Un decennio completamente perso, dove la protesta contro l’establishment è stata surrogata e disintegrata senza problemi. Ricordate? Votavano Grillo, in massa, perché lì era l’unico posto, ad esempio, dove si parlava, sia pur confusamente, di vaccini, di uscita dall’euro, di politica corrotta.

 

Una decade perduta. Questo è l’effetto congiunto di gatekeeper e houserunner, qualora lasciati liberi di raggiungere il Parlamento.

 

Noi adesso un altro decennio da buttare non ce lo abbiamo. Se dal 2013 abbiamo visto la distruzione delle banche popolari, l’mRNA obbligatorio, l’annullamento dei diritti costituzionali, cosa vedremo con altri dieci anni di opposizione sintetica?

 

Non ce lo possiamo permettere, per nessun motivo.

 

Quindi, chiediamo al lettore, dal cuore: attenti agli infiltrati venduti, e ai cretini scappati di casa.

 

Perché in gioco c’è più di un’elezione. Ci sono le ore fondamentali per la sopravvivenza della libertà umana, della dignità umana, della vita umana stessa.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

Immagine di Ivw115 via Deviantart pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 3.0 Unported (CC BY-NC-ND 3.0)

 

 

 

Politica

Il Likud accusa i politici arabi di aver truccato le elezioni israeliane

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La polizia israeliana non ha trovato prove a sostegno delle affermazioni del partito Likud del Primo Ministro Benjamin Netanyahu, secondo cui i partiti arabi avrebbero truccato le elezioni parlamentari di martedì. Lo riporta la stampa locale dello Stato Ebraico

 

La polizia ha ricevuto 48 denunce relative a sospetti di frode e sostituzione di persona al voto, circa il 40% in meno rispetto alle elezioni precedenti. Nessuna prova investigativa o di intelligence ha indicato frodi diffuse, ha riportato i24NEWS giovedì.

 

«Non c’è nulla di drammatico», ha dichiarato il maggiore generale Boaz Blatt, capo della divisione investigativa e di intelligence della polizia, secondo quanto riportato da Kan News.

 

La Commissione elettorale centrale israeliana ha dichiarato di aver ricevuto circa 10.000 segnalazioni di presunte irregolarità elettorali, ma circa l’80% è stato archiviato in quanto non correlato all’integrità del processo elettorale, incluse denunce false o classificate in modo errato. Le segnalazioni includevano accuse di fotografie scattate nei seggi elettorali, manomissione delle schede e interruzioni delle operazioni di voto.

 

Nessuno dei due principali blocchi politici ha ottenuto la maggioranza parlamentare nelle prime elezioni israeliane dallo scoppio della guerra con Hamas a Gaza nel 2023.

 

Si prevedeva che l’alleanza Lista Araba Unita e il partito islamista Ra’am avrebbero ottenuto complessivamente 19 seggi, quasi il doppio della loro precedente rappresentanza.

 

I cittadini arabi costituiscono circa il 21% della popolazione israeliana e i loro rappresentanti potrebbero svolgere un ruolo decisivo nei negoziati di coalizione volti a sostituire Netanyahu, che rimane primo ministro ad interim.

 

Poco dopo la diffusione dei primi risultati, il Likud ha affermato che i partiti arabi avrebbero rubato le elezioni attraverso «gravi reati penali quali corruzione, minacce, violenza, falsificazione e utilizzo di software illegali per mobilitare gli elettori».

 

Il partito ha dichiarato di aver raccolto centinaia di testimonianze e prove di presunte irregolarità nei seggi elettorali delle comunità arabe e ha chiesto un’indagine da parte della polizia e dell’agenzia di Intelligence interna, lo Shin Bet.

 

I partiti arabi hanno respinto le accuse. Il leader della Lista Unita, Yousef Jabareen, ha accusato il Likud di tentare di delegittimare gli elettori arabo-israeliani, liquidando le sue affermazioni di frode come «parole di perdenti». Anche Ra’am ha negato qualsiasi illecito, accusando le autorità di arresti a sfondo politico e di tentativi di sopprimere la partecipazione al voto degli arabi.

 

Nel 2021 il partito islamista Ra’am, guidato da Mansour Abbas, è diventato il primo partito arabo indipendente ad aderire formalmente a una coalizione di governo israeliana, sostenendo un’ampia alleanza guidata da Naftali Bennett e Yair Lapid.

 

La coalizione ha posto fine ai 12 anni consecutivi di Netanyahu come primo ministro, ma crollò nel 2022, aprendo la strada al suo ritorno al potere in seguito alle elezioni di quell’anno.

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 Immagine di Nizzan Cohen via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International

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Politica

Caos per l’emendamento sul reintegro dei medici definiti «no-vax». Intervista al dottor Dario Giacomini

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La Camera dei Deputati ha approvato il Ddl di riforma delle professioni sanitarie. Al suo interno c’è un emendamento che prevede l’archiviazione dei procedimenti disciplinari a carico dei sanitari che, durante il periodo COVID, contestarono le politiche sanitarie di allora. Sul provvedimento, sulle reazioni politiche e sui prossimi passi abbiamo sentito l’associazione ContiamoCi!, che si è battuta per migliorare il testo dell’emendamento ed è impegnata in una raccolta firme per modificare un altro articolo dello stesso Ddl.   ContiamoCi! è stata ringraziata dall’onorevole Buonguerrieri (FDI), prima firmataria: «oggi, grazie a un emendamento di Fratelli d’Italia a mia prima firma alla riforma delle professioni sanitarie, poniamo fine a un’ingiustizia che si protraeva da troppi anni. I medici e gli operatori sanitari radiati durante la pandemia di COVID, per la sola ‘colpa’ di curare i pazienti in scienza e coscienza rifiutando protocolli che si sono spesso rivelati scientificamente infondati, potranno tornare a esercitare il loro lavoro. Contestualmente, un mio ordine del giorno impegna il governo a reintegrare i professionisti sospesi prevedendo l’archiviazione, da parte degli Ordini o degli organi disciplinari competenti, dei procedimenti ancora aperti a loro carico. Ringrazio per il supporto tutte le associazioni che hanno partecipato alla redazione dei testi presentati, in particolare l’associazione ContiamoCi!, che si batte per la libertà di cura e di scelta».

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L’introduzione dell’emendamento ha suscitato polemiche di vastità imprevista. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, senza dire esattamente di cosa parlasse, ha dichiarato che va contrastato chi «avvelena le opinioni sui vaccini», definendo tali posizioni come «distruttive e sconcertanti».   Gli ha fatto eco Stefania Craxi, figlia dello statista morto esule in Tunisia, che ha promesso «modifiche al Senato» per la legge che reintegrerebbe i medici etichettati come «no-vax», ma che magari, semplicemente, consideravano contrario ai loro studi (e magari al giuramento di Ippocrate) il vaccinare con un siero sperimentale un immunodepresso, una donna incinta o un malato di cancro.   Abbiamo intervistato il dottor Dario Giacomini, presidente dell’associazione ContiamoCi!, fondatore del sindacato DI.CO.SI, medico già primario di radiologia.   Dottor Giacomini, cosa è successo ieri alla Camera? Ieri pomeriggio è stato approvato il Ddl, e al suo interno c’era l’emendamento che aveva fatto tanto rumore già a luglio, a firma Buonguerrieri. In commissione era già stato approvato, ieri è stato portato in Aula e votato. Come ContiamoCi! ci eravamo spesi per migliorarne ulteriormente il testo, in modo che tutti i sanitari che sono, o sono stati, oggetto di provvedimenti disciplinari per aver contestato le politiche sanitarie del periodo COVID vedessero archiviate le loro posizioni.   In concreto, cosa significa? Significa che se in quel periodo eri un sanitario, un medico o altro, e avevi contestato in scienza e coscienza terapie promosse con circolari del ministero della Salute ma che non ritenevi idonee all’iter diagnostico e terapeutico di quello specifico paziente, oppure avevi contestato l’obbligo vaccinale o il green pass, e per questo eri sotto procedimento disciplinare da parte dell’Ordine, quelle posizioni vengono archiviate. È un grandissimo successo e sta creando un gran putiferio, già da ieri sera e da stamattina. Cosa ha detto il presidente della Repubblica? Non è entrato direttamente nella questione, ma guarda caso proprio questa mattina, in occasione di un evento al Quirinale ha affermato, come riportato da Repubblica e dai telegiornali nazionali, che anche la vaccinazione è un presidio fondamentale e che ci sono canali di informazione che stanno inquinando la percezione di queste terapie nella popolazione. In sostanza ha detto che chi fa questo non rende un servizio alla scienza, ma compie un’operazione pericolosa.   Voi come rispondete? Lo contestiamo, e oggi ho fatto un video proprio su questo. Non stiamo discutendo la validità di un farmaco o di una terapia in sé, ma l’applicazione pratica che ne è stata fatta in quegli anni. Sono state tolte ai cittadini la libertà di scelta, sancita dalla Costituzione che il presidente dovrebbe conoscere molto bene, e al medico la libertà di operare secondo scienza e coscienza e secondo il giuramento di Ippocrate. Erano violati dei capisaldi per noi sacri, e continuiamo a contestare anche queste affermazioni.   Come legge tutto questo? La narrazione sul COVID, nonostante la commissione parlamentare d’inchiesta, deve restare monolitica e non può essere messa in discussione. Allora sorgono delle domande: si vuole davvero difendere la salute dei cittadini, o si vogliono difendere apparati e poteri che su quell’impalcatura hanno costruito la loro realtà e la loro storia?   C’è un legame con quanto accaduto in commissione COVID? Sì, c’è una continuità con quello che è successo in commissione due giorni fa, quando è stato audito Speranza. È stata una lunga audizione, che mi sono ascoltato. Speranza ha aperto la sua relazione rivendicando che tutta la gestione COVID è stata, lo ha detto lui, una gestione politica di due governi, il Conte 2 e il Draghi, con maggioranze anche diverse. Per me questo fa tutta la differenza del mondo, perché è quello che dicevamo da sempre: non era una questione sanitaria, ma una scelta di indirizzo politico, a nostro parere di un totalitarismo sanitario. Sentirlo dall’ex ministro della Salute è una certificazione.   Con quali conseguenze? Se erano scelte politiche, a fronte delle quali si è deciso di chiudere le scuole, fare i lockdown, danneggiare l’economia dei cittadini, imporre obblighi vaccinali, espellere dal lavoro prima i sanitari e poi altre professioni, espellere gli over 50, introdurre un lasciapassare basato sulla vaccinazione, allora cambia l’ambito. Chi ha subito quelle imposizioni è stato perseguitato politicamente – è divenuto un perseguitato politico. In quel caso non basta una commissione d’inchiesta parlamentare: forse serviranno altri tribunali, altre sedi. Se in una democrazia c’è una persecuzione politica, c’è qualcosa di diverso: siamo in uno Stato, se non dittatoriale, quantomeno totalitario.   Come si stanno muovendo le forze politiche? Di sicuro c’è stata una levata di scudi di tutto il centrosinistra: da Calenda al PD, molti hanno subito stigmatizzato il centrodestra.

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Vi accusano di essere «no-vax» e di cercarne i voti. Ribadiamo che questa etichetta ci va stretta e non è corretta. Qui non si parla di «sì-vax» o «no-vax», ma di libertà di scelta e di giuramento di Ippocrate, se restiamo nella cornice della professione medica. E se parliamo di cittadini, parliamo di persone che hanno voluto difendere l’articolo 32 della Costituzione, il diritto a decidere sul proprio corpo, voluto da Aldo Moro, un democristiano che non era né «sì-vax» né «no-vax». Le stesse parole di Speranza confermano che non eravamo perseguitati in nome della scienza, ma per un’ideologia di fondo. Cosa ci fosse dietro, si potrebbe fare molta dietrologia, ma la realtà dei fatti è questa.   E gli ordini dei medici? Si sono subito allarmati, mostrandosi dispiaciuti e costernati per quanto sta avvenendo alla Camera. Ho letto anche una dichiarazione della senatrice Craxi, che avrebbe detto che al Senato si cercherà di affossare questo articolo. Si stanno muovendo perché, seppur piccolo, è un primo schiaffo a una narrazione: per la prima volta in un Parlamento italiano si ottiene un passo avanti, e a mio avviso molto più significativo della cancellazione delle multe agli over 50.   Perché è così importante? Perché la campagna vaccinale e il DL 44 che ne è seguito servivano innanzitutto a piegare la volontà dei sanitari e dei medici e ad asservirli alle necessità dei governi allora in carica. Per convincere i cittadini a sottostare all’obbligo vaccinale e al green pass bisognava prima spezzare ogni resistenza della classe medica, perché i cittadini si fidavano ancora dei medici. Se molti medici si fossero mostrati scettici, l’operazione non sarebbe mai partita come volevano. Ancora oggi si cerca di mantenere quel perimetro e di impedire che si formi una crepa.   E adesso cosa succederà? Lo vedremo nei prossimi giorni. Da quello che percepisco dai messaggi che ricevo, ci sono pressioni fortissime, come ce n’erano state perché la commissione d’inchiesta non si avviasse o per modificarne parametri e perimetri, perché certi argomenti non dovevano essere trattati. Figuriamoci ora che non si tratta più di audizioni e testimonianze, ma che si comincia a parlare di leggi dello Stato. È un salto di qualità importante e le risposte saranno altrettanto forti: ci sarà un bel braccio di ferro, e la differenza possiamo farla noi.   Cosa chiede ai cittadini? Dalle pagine di Renovatio 21 sollecito tutti i cittadini sensibili a questi temi, che in un modo o nell’altro hanno subito i ricatti di quegli anni, a fare da cassa di risonanza. Al di là di ciò che raccontano i telegiornali e certi siti, il popolo italiano vuole superare quella fase e ristabilire la verità su quel periodo storico. Una forza parlamentare, per quanto rappresentativa di una parte della popolazione, può essere schiacciata dalla potenza mediatica della controparte: il centrosinistra, lo sappiamo, controlla i grandi gruppi editoriali italiani. La risposta deve partire dal basso.   Per quanto riguarda il sindacato DI.CO.SI., cosa avete in programma? Nel nome dei diritti costituzionali continueremo a batterci perché ai lavoratori siano riconosciuti i danni subiti in quegli anni. I danni morali, psicologici, le pressioni, le persecuzioni non potranno mai essere ripagati. Però il riconoscimento degli emolumenti non percepiti e dei contributi previdenziali non versati è una battaglia che portiamo avanti, e speriamo che questa piccola crepa si allarghi fino a comprenderla.   State raccogliendo firme per modificare un altro articolo dello stesso Ddl. Sì, quello che consente a sanitari stranieri di lavorare in Italia in deroga, con titoli di studio non equiparati a quelli italiani e senza un’adeguata conoscenza della lingua. Con la scusa, ancora una volta, di un’emergenza, in questo caso la carenza di personale, rischiamo di aprire le porte a moltissimi operatori di cui non conosciamo la preparazione né le competenze sanitarie e linguistiche. Si parla di migliaia di infermieri provenienti dall’India e, da notizie che arrivano, pare ci sia un giro importante di lauree infermieristiche vendute in quel Paese.   Rischiamo di ritrovarci con persone che formalmente hanno un titolo, ma le cui competenze non sono verificate, e le verificheremmo sulla pelle dei cittadini. Abbiamo chiesto che le competenze linguistiche siano accertate in modo puntuale, non solo per il dialogo normale ma anche per quello professionale, cioè sulla materia sanitaria.   Quindi l’emergenza COVID ha generato altri casi di questo tipo? Sì, ancora una volta. L’assetto emergenziale creato con il COVID si ripete ora con i sanitari stranieri e si ripeterà in altri casi. È diventato un modus operandi: la democrazia delle emergenze. Ma in emergenza la democrazia non c’è più, perché bisogna decidere in fretta. Ai tempi dei Romani si sospendeva la democrazia, si nominava un console e ci si affidava completamente a lui, l’unico che poteva portarci fuori dalle secche. Oggi lo stiamo facendo sulla pelle e sulla salute dei cittadini italiani, e chissà quante altre emergenze si potranno sviluppare. Per questo siamo nelle piazze di tutta Italia, e anche online, a raccogliere firme per spingere governo e forze parlamentari a modificare questo articolo. Nello stesso Ddl si parla anche di approccio «One Health». Sì, si ribadisce l’importanza di quell’approccio: cambiano i ministri, ma il concetto resta. Speranza è in commissione d’inchiesta per essere audito e gli si punta il dito contro, ma intanto le manine nei ministeri continuano a portare avanti i concetti che lui ha introdotto. È l’apoteosi delle emergenze che diventano paradigma di gestione della cosa pubblica e della vita dei cittadini.   Quali rischi vede? Quando si dice che la salute umana è strettamente collegata a quella ambientale e animale, significa che qualsiasi emergenza può essere proclamata in qualsiasi momento per la salvezza dell’ambiente. Allora ci puoi mettere tutto il green, le guerre, qualsiasi cosa: ogni abitudine umana può essere potenzialmente dannosa per l’ambiente, e in nome della nuova sacralità dell’ambiente, di questo ambientalismo ideologico, in realtà fortemente finanziato e gestito dal capitalismo globalista, potremmo ritrovarci in galera. Ed è gravissimo.   È un percorso nuovo? No, ci sono gli antefatti: la modifica dell’articolo costituzionale sul paesaggio e sulla tutela dell’ambiente per le generazioni future. Ormai c’è un aspetto costituzionale in tutto questo, il che dimostra che la cosa è stata apparecchiata negli anni precedenti al COVID. Queste questioni sono solo il punto di arrivo di un percorso lungo.  

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Immagine della Presidenza della Repubblica Italiana via Wikimedia; fonte Quirinale.it; immagine modificata
 
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Politica

Flavio Bolsonaro fugge dalla persecuzione immediata di Lula e atterra a Miami

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Dopo ore di confusione, il candidato presidente Flavio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Messias Bolsonaro, è atterrato a Miami, Stati Uniti, dopo che sotto il presidente in carica Lula, che avrebbe vinto il ballottaggio di questa domenica, era partita quella che è sembrata una persecuzione politica immediata.

 

«Sono io il presidente eletto e i criminali che hanno rubato le elezioni in Brasile fanno parte di un’organizzazione criminale che ha instaurato una tirannia» ha scritto in un messaggio. In una nota successiva si è invece definito «leader». «Dirò ciò che voi, laggiù, non potete dire, e mi assumerò i rischi che voi non potete correre» ha dichiarato, promuovendosi a guida dell’opposizione brasiliana dall’esilio statunitense. «Nei prossimi giorni mi rivolgerò regolarmente al popolo brasiliano e presenteremo una strategia per mobilitare l’opposizione».

 


Lunedì, Bolsonaro jr. ha abbandonato l’idea di chiedere l’annullamento delle elezioni e ha affermato che la polizia federale aveva sequestrato il passaporto , impedendogli di lasciare il Brasile. Secondo quanto riporta la stampa internazionale, la fuga sarebbe avvenuta grazie all’aiuto di Milei e ad un passaporto italiano. I Bolsonaro sono infatti originari di Anguillara Veneta, provincia di Padova (il ramo materno è invece di origini lucchesi).

 


Bolsonaro, va ricordato, è indagato dalla Corte Suprema del Brasile per reati di corruzione, riciclaggio di denaro ed evasione fiscale in due distinti casi. Uno riguarda una società di scommesse sportive che sarebbe servita a riciclare detrazioni fraudolente dalle pensioni statali, l’altro un’erogazione di milioni di dollari da parte di un banchiere caduto in disgrazia. La Corte aveva ordinato a Bolsonaro di consegnare il passaporto ordinario e quello diplomatico.

 

Martedì sono emerse notizie secondo cui Bolsonaro avrebbe attraversato l’Argentina per raggiungere gli Stati Uniti, sebbene le autorità argentine abbiano negato il suo ingresso nel Paese. Nella tarda serata di martedì, il quotidiano brasiliano O Globo aveva riportato il suo arrivo a Miami, mentre varie immagini dell’aereo riempivano i social media.

 

L’autorità argentina per l’immigrazione ha dichiarato che Flavio Bolsonaro, sua moglie Fernanda Antunes Figueira Bolsonaro e le figlie Carolina e Luiza hanno varcato il confine nella notte di martedì. Sono entrati attraverso il Ponte internazionale Tancredo Neves, uno dei principali varchi di frontiera che collega il Brasile alla provincia argentina di Misiones. «Coloro che hanno effettuato l’ingresso erano in possesso di documenti di viaggio validi e non hanno incontrato alcun impedimento legale», ha dichiarato l’autorità, precisando che dopo aver superato i controlli di immigrazione i quattro sono saliti a bordo di un volo privato operato dalla compagnia aerea Baires Fly S.A. e diretto in Ecuador.

 

Il presidente statunitense Donaldo Trump ha dichiarato mercoledì mattina che avrebbe approvato un viaggio di Bolsonaro negli Stati Uniti, pur credendo che il senatore si trovasse in Argentina. Trump ha denunciato presunti brogli nelle elezioni di ballottaggio in Brasile. «Bolsonaro e la sua famiglia hanno subito un trattamento molto ingiusto», ha detto parlando con i giornalisti in Alaska. Tuttavia, ha pure dichiarato: «non intendo commentare la questione. Non voglio essere coinvolto».

 

Come riportato da Renovatio 21, poche ore fa Trump aveva detto ai giornalisti che le elezioni in Brasile potrebbero essere state truccate.

 

ZeroHedge fa notare che il partito di Bolsonaro domina anche il Senato, e la mossa di Lula di attaccare il suo avversario subito dopo le elezioni suggerisce che la crisi politica è tutt’altro che finita, ma è solo all’inizio.

Anche il padre di Flavio, l’ex presidente Jair Bolsonaro, era fuggito in Florida dopo aver perso le presidenziali del 2022 contro Lula, salvo poi tornare tre mesi dopo. L’8 gennaio 2023, una settimana dopo l’insediamento di Lula, migliaia di suoi sostenitori devastarono la Corte suprema, il palazzo presidenziale e il Congresso nazionale nella capitale federale.

 

I giudici avevano dimostrato che l’ex presidente era a conoscenza di un piano per assassinare il presidente eletto Lula, il vicepresidente Geraldo Alckmin e il giudice della Corte suprema Alexandre de Moraes, considerato acerrimo nemico dei Bolsonaro.

 

Condannato a 27 anni e tre mesi di carcere dalla Corte Suprema brasiliana per il presunto tentativo di colpo di Stato del 2022, Jair Bolsonaro è attualmente agli arresti domiciliari.

 

Dopo essere entrato inizialmente in prigione e aver manifestato problemi di salute (tra cui un ricovero per broncopolmonite), nel marzo 2026 un giudice della Corte Suprema ha concesso all’ex presidente la misura degli arresti domiciliari umanitari.

 

Bolsonaro senior è stato incriminato, inoltre, per falsificazione vaccinale e perfino per molestie ad una balena (!). A giugno l’altro suo figlio, l’ex deputato Eduardo Bolsonaro, è stato condannato sempre dalla Corte Suprema di Brasilia a quattro anni di carcere per aver esercitato pressioni su autorità straniere – ovvero il governo degli Stati Uniti – al fine di ottenere sanzioni contro le istituzioni brasiliane, in particolare la magistratura e alcuni esponenti della Procura Generale. Il dipartimento di Stato USA aveva «blacklistato» l’onnipotente giudice De Moraes, che aveva bloccato un provvedimento che avrebbe ridotto drasticamente la pena detentiva dell’ex presidente

 

A luglio 2025 il presidente statunitense Donald Trump – che durante il suo primo mandato aveva coltivato stretti legami con Bolsonaro – aveva definito la persecuzione dell’ex alleato da parte del governo Lula una «caccia alle streghe», imponendo dazi del 50% su alcuni prodotti brasiliani. Tuttavia, all’inizio di questo mese Washington ha iniziato a mitigare alcune di quelle tariffe.

 

La scorsa estate la Corte federale suprema del Brasile aveva ampliato le restrizioni nei confronti dell’ex presidente Jair Bolsonaro, arrivando a vietare ora la diffusione delle sue interviste sulle piattaforme dei social media. Gli USA erano scesi ora in campo direttamente contro De Moraes, revocandogli la settimana scorsa il visto per il Paese, una mossa inaspettata ed inedita da parte della segreteria di Stato USA guidata da Marco Rubio.

 

Come riportato da Renovatio 21, il giudice supremo De Moraes è da sempre considerato acerrimo nemico dell’ex presidente Jair Bolsonaro, che lo ha accusato di ingerenze in manifestazioni oceaniche plurime. Ad alcuni sostenitori di Bolsonaro, va ricordato, sono stati congelati i conti bancari, mentre ad altri è stata imposta una vera e propria «rieducazione».

 

Elon Musk due anni fa ha dichiarato che il vero potere in Brasile è nelle mani di De Moraes, definito tiranno travestito da giudice, mentre il presidente Lula è solo il suo cane da salotto. «Alexandre de Moraes è un dittatore malvagio che fa cosplay come giudice» aveva detto apertis verbis il Musk.

 

Come riportato da Renovatio 21, 213 città che avevano votato per Bolsonaro al primo turno hanno scelto Lula al secondo. Dato interessante davvero.

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Immagine screenshot da YouTube

 

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