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Politica

Gatekeeper vs Houserunner: il disastro dei partiti degli infiltrati e degli scappati di casa

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C’è un semplice calcolo che nessuno sembra aver fatto.

 

Lo scenario da tener presente è il seguente: la Repubblica Italiana, uno Stato democratico che in teoria aiuta la libera associazione dei cittadini (non ridete),  deve giocoforza controllare che queste non costituiscano un pericolo per lo Stato stesso.

 

Da sempre, lo Stato infiltra le associazioni di cittadini in odore di sovversione, e forse non solo quelle.

 

Lo Stato può piazzare segretamente  i suoi uomini in ogni forma organizzazione civile. È naturale che sia così, perché come ogni organismo, lo Stato vuole proteggere se stesso, o più prosaicamente, i controllori devono proteggere i loro stipendi.

 

Questo processo è definito con una parola semplice: infiltrazione. Se preferite, potete chiamarle «operazioni sotto copertura».

 

Possiamo immaginare che grandi quantità di insiemi di cittadini, dai Centri sociali ai circoli estremisti etc., siano infiltrati dallo Stato italiano per controllo ed eventuale repressione.

 

Bisogna comprendere che non c’è solo un ufficio che svolge questo lavoro. Ci sono plurimi dipartimenti nei plurimi enti atti all’ordine: immaginiamo che abbiano un ramo per le infiltrazioni i Carabinieri, la Polizia, la Guardia di Finanza, la Direzione Investigativa Antimafia, soprattutto i servizi segreti.

 

Parliamo quindi non di un ufficio, ma di tanti. Tanta, tanta gente, palazzine intere magari – che, ovviamente, non comunicano fra loro, o comunicano a enti esterni ed oscuri, come quando si parlava di «servizi segreti deviati» – dedite a infiltrare gruppi di cittadini.

 

Ora, senza parlare di sovversione, è chiaro che lo Stato che nel biennio pandemico ha negato la sua stessa base materiale – la Costituzione – non può che vedere nella protesta attuale (no-vax, no-green pass, chiamatela come volete), un oggetto di interesse.

 

Quindi, il lettore deve calcolare: quanti dei nuovi partiti che intendono raccogliere il voto della protesta sono infiltrati dallo Stato contro cui dovrebbero protestare in Parlamento?

 

Di più: ci sono per caso dei partiti, tra questi che scalpitano per il voto dei no-green pass, che potrebbero essere stati creati direttamente dallo Stato per inscatolare il dissenso e reprimere la protesta tramite la pratica dell’«opposizione sintetica»?

 

In pratica, lo Stato manovra i suoi stessi avversari, aiutando e innalzando leader e strutture partitiche fintamente contrarie, di modo che il popolo dissidente finisca a volare lì, nella carta moschicida, così da essere individuato, schedato e, infine, «normalizzato»: il partito della protesta cede, quei cittadini divenuti militanti seguono, altri invece sprofondano in un’amarezza paralizzante, e da lì riparte la giostra – si cerca un nuovo leader, un nuovo partito, mentre il dissenso è destinato ad un altro ciclo di impotenza, anni senza rappresentanza vera, l’agenda del potere portata avanti senza intoppi.

 

Abbiamo visto da vicino questo processo in forma macroscopica, potrebbe dire qualcuno, con il Movimento 5 Stelle. Chi scrive è stupito di come nessuno si rende conto che il disegno di Schwab, Draghi, Colao – la decrescita, la virtualizzazione informatica dell’esistenza, la trasformazione dello Stato in piattaforma di controllo elettronico dell’identità e del danaro, da cui si è perennemente dipendenti, pena l’emarginazione totale – fosse quello di cui discuteva Casaleggio.

 

Ora, riguardiamo il panorama dei partitini, che dovrebbero raccogliere centinaia di migliaia di firme e certificarle nel mese di agosto. Qualcuno ce la farà pure: ci sono in giro gabole alla Tabacci per cui, magari, le firme non dovranno nemmeno raccoglierle – fidatevi.

 

Tuttavia, ci chiediamo, davvero: è possibili che ci siano partiti di infiltrati, creati in laboratorio dal potere?

 

Mica lo sappiamo, noi. Abbiamo visto però come, all’apparire di certe figure durante gli episodi di protesta più delicati, il dissenso si sgonfiava…

 

Ecco che salta fuori l’espressione gergale americana, usatissima negli anni del complottismo duro e puro: gatekeeper. Il gatekeeper (in inglese, guardiano del cancello) è colui che controlla l’accesso al sistema: setaccia, filtra, ferma le informazioni, decide chi può entrare davvero nel processo politico.

 

Secondo la vulgata, il potere costituito crea gatekeeper – camuffandoli da giornalisti, attivisti, politici vicini ai temi della protesta – per controllare e contenere il processo sociale.

 

Gatekeeper è la parola che sentiamo in questi giorni spessissimo nelle accuse contro i partitini, i quali stanno dando uno spettacolo grottesco fino all’improbabile.

 

Esiste un antico adagio Internet chiamato «legge di Godwin». Esso afferma che «a mano a mano che una discussione online si allunga, la probabilità di un paragone riguardante i nazisti o Hitler tende ad 1». Cioè, i dibattiti online di qualsiasi tipo, alla lunga, prima o poi generano un riferimento da parte di qualcuno a Hitler e ai nazisti, come paragone, altro. (La cosa deve valere anche per i robot: come noto, l’Intelligenza Artificiale di Microsoft, messa su Twitter dopo pochi minuti inneggiava a Trump e a Hitler).

 

Ora, nel dissenso del XXI secolo, introduciamo la «legge di Giorgio». Essa afferma che «a mano a mano che una discussione online sul gatekeeping si allunga, la probabilità di veder citato Giorgio Soros tende a 1».

 

Ecco che fioccano le accuse: leaderini della protesta (magari anche solo a livello virtuale, magari wannabe leaderini) al servizio del miliardario magliaro magiaro?

 

Il bello è che potrebbe pure essere. Non è sbagliato pensare che i servizi interni dei Paesi europei siano allineati a Soros: la cosa è evidente riguardo al tema dell’immigrazione, che invece che essere combattuta dai servizi di sicurezza, è lasciata andare liberamente, come da volontà delle ONG sorosiane che «aiutano» la grande migrazione. Mica dimentichiamo quando il Soros incontrò, out of the blue, il premier Gentiloni (come Draghi che ha incontrato Schwab). Pensare che lo Stato profondo non possa no essere allineato con i miliardi e le politiche delle Fondazioni dello squalo ungherese che distrusse lira e sterlina, non è un’eresia.

 

Tuttavia, non è questo il punto a cui volevamo arrivare.

 

Vogliamo dire qualcosa di nuovo: certo, ci sono i gatekeeper. Che sono infidi, e pericolosi, e personalmente ci fanno ribrezzo – il lettore lo sa, perché magari pure capisce telepaticamente di chi parliamo.

 

Ci sono però anche gli houserunner. Non cercate il termine su Google, questa è una parola inventata da noi: houserunner sta per «scappati di casa».

 

Ebbene sì: una quantità di partitelli del dissenso sono creati e riempiti da houserunner, da scappati di casa. Lo «scappato di casa»  è espressione di origine incerta (qualcuno dice Genova, qualche decennio fa) che si riferisce a qualcuno incompetente, inaffidabile, impresentabile, inaffrontabile, inguardabile, tendenzialmente cretino.

 

Ora, gli houserunner dominano completamente il discorso politico del dissenso che vuol farsi parlamentare, e con probabilità superano di numero i gatekeeper.

 

Anzi, si potrebbe qui consumare il paradosso per cui anche i partiti dei gatekeeper sono in realtà gestiti da houserunner. Cioè, anche i guardiani messi lì dallo Stato profondo sono in realtà degli scappati di casa. La cosa potrebbe avere un suo senso strategico piuttosto acuto.

 

Molte delle cose che stiamo vedendo a destra e a manca – scissioni, candidature improbabili, marchi ridondanti, insulti, discorsi osceni, sindromi di Munchausen elettorali – ce lo stanno a dimostrare: il domofugismo, il fenomeno degli scappati di casa, vince in ogni dove.

 

Gli houserunner sono pericolosi tanto quanto i gatekeeper, se non di più. Sono, più o meno involontariamente, diabolici. Perché, come dice l’antico adagio medievale, «lo stupido è la cavalcatura del diavolo».

 

Avevamo pensato di iniziare a scrivere una sorta di bestiario elettorale, per dare cronaca delle cose che stiamo vedendo, che sono al livello delle celeberrime «cose che voi umani…», ma ci siamo accorti che è ancora troppo presto, perché la velleità tossica di capetti e gruppetti deve ancora dare il meglio (il peggio) di sé.

 

Il pudore, la coerenza, la decenza sembrano per sempre dimenticate nell’orgia di houserunning in corso. Non c’è vergogna alcuna, nemmeno quando il grottesco diventa parossistico, e le figure da cioccolataio titaniche.

 

Ora, avrete capito che questo pezzo di analisi è stato scritto con la volontà di ridere un po’, di fare un po’ di satira.

 

Purtroppo ritengo che ci sia poco da ridere. Parlo proprio di un pensiero personale, una valutazione, amarissima, fatta su più di un decennio di concrete osservazioni personali.

 

Chi scrive una decina di anni fa uscì con uno dei primi libri sul M5S, Incubo a 5 stelle. Grillo Casaleggio e la Cultura della Morte.

 

Il tomo, di circa 300 pagine, è ancora oggi citato nelle bibliografie di Wikipedia sul partito (un tempo era brevissima, ora sono arrivati tutti). Era stata un’analisi lunga e sentita, perché avevo cominciato ad osservare con inquietudine il movimento di Grillo anni prima – anzi posso dire la data, 7 settembre 2007, quando Grillo lanciò un raduno oceanico in Piazza Maggiore a Bologna – il «Vaffa Day» – e c’era talmente tanta gente invasata che il comico si lanciò sulla folla con un gommone, e questa lo sorreggeva mentre lui rideva felice.

 

Il libro, per questioni dell’editore, uscì con un po’ di ritardo. Il M5S era già in Parlamento, sia pur all’opposizione, con incredibili milionate di voti. Tuttavia, nel testo scrivevo di tante cose che potevano aiutare a capirne le dinamiche culturali, nonché l’identità profonda tra quella che sembrava la «cultura» profonda del partito e i diktat del globalismo.

 

Qualcuno, del mio libro, parlò: grazie a Camillo Langone, finii in prima pagina su Il Foglio, quando ancora c’era Ferrara, con una lunga e sentita intervista dove riuscii a dire cose che mi costarono attacchi da tutte le parti (ma davvero l’Italia è diventata più povera da quando c’è la rete? Qualcuno si è sconvolto…). Fui chiamato perfino a La Zanzara, per il consueto trappole di Cruciani, da cui mi difesi come potevo.

 

Un amico che aveva letto il libro e si era impaurito, con certe entrature dentro un grosso partito, mi chiese delle copie da mostrare ai papaveri partitici con i quali aveva relazioni. La cosa non ebbe alcun effetto.

 

Il libro perse quota, si inabissò. Il grande studio sulle origini culturali del Reich dei Meetup in fondo non interessava a nessuno – anche se questi avevano preso un mostruoso 25,5%, che sarebbe divenuto 35,6% nell’elezione successiva.

 

La verità è che, al di là di tutto, alla politica, e  all’establishment mediatico, la questione dell’ascesa del partito di grillo non interessava. Le spiegazioni che mi davo erano essenzialmente due:

 

1) Destra e sinistra interpretavano il M5S come un congelatore di voti, comodo assai perché concentrava il voto di protesta, per quanto gargantuesco, in un unico punto, pronto ad essere scongelato per tornare all’ovile dei grandi partiti storici. Il succo era «sappiamo che facciamo schifo, sappiamo che quegli elettori adesso non ci voteranno mai, perché effettivamente facciamo schifo, ma non abbiamo voglia di riconquistarli, per cui mettiamoli nel frigo a cinque stelle»

 

2) Più oscuro: in fondo, da qualche parte qualcuno sapeva che i 5 stelle sarebbero stati digeriti dal potere, ci avrebbero fatto governi insieme, vuoi perché dei parlamentari ragazzini (anche qui) scappati di casa prima o poi cedono; vuoi perché forse l’origine dello stesso partito era, come dire, controllata.

 

Anche qui, la legge di Giorgio non perdonò, e il nome di Soros saltò fuori: «Sarà pure un caso, ma l’unico studio scientifico di decine di pagine fatto finora sul Movimento 5 Stelle nel febbraio 2013 è stato commissionato al think tank inglese Demos. Il supporto è stato dato proprio dalla Open Society di Soros» scrisse in un suo libro dell’epoca il mitico faccendiere Luigi Bisignani.

 

A questo punto devo dirvi che, a differenza, di un tempo non mi interessa in alcun modo l’origine del M5S e la sua matrice culturale.

 

Quello che mi sta a cuore è vedere che sono passati dieci anni. Mi fermo. Guardo. Vedo un film sconcertante. Guardate anche voi.

 

Un decennio completamente perso, dove la protesta contro l’establishment è stata surrogata e disintegrata senza problemi. Ricordate? Votavano Grillo, in massa, perché lì era l’unico posto, ad esempio, dove si parlava, sia pur confusamente, di vaccini, di uscita dall’euro, di politica corrotta.

 

Una decade perduta. Questo è l’effetto congiunto di gatekeeper e houserunner, qualora lasciati liberi di raggiungere il Parlamento.

 

Noi adesso un altro decennio da buttare non ce lo abbiamo. Se dal 2013 abbiamo visto la distruzione delle banche popolari, l’mRNA obbligatorio, l’annullamento dei diritti costituzionali, cosa vedremo con altri dieci anni di opposizione sintetica?

 

Non ce lo possiamo permettere, per nessun motivo.

 

Quindi, chiediamo al lettore, dal cuore: attenti agli infiltrati venduti, e ai cretini scappati di casa.

 

Perché in gioco c’è più di un’elezione. Ci sono le ore fondamentali per la sopravvivenza della libertà umana, della dignità umana, della vita umana stessa.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

Immagine di Ivw115 via Deviantart pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 3.0 Unported (CC BY-NC-ND 3.0)

 

 

 

Politica

«Il tradimento dei chierici»: quelli che volevano la Bonino presidente

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Lo scrittore Camillo Langone ha ricordato sul Foglio la grande campagna politico-pubblicitaria del 1999 per portare al Quirinale Emma Bonino.

 

«Scrivere quello che penso di una persona appena morta non è possibile. Magari fra un mese, in sede di trigesimo, e però fra un mese prego di avere qualcosa di più divertente da scrivere» scrive Langone. «Mi piacerebbe nondimeno elencare tutti coloro che nel 1999 firmarono affinché la persona appena morta diventasse presidente della Repubblica e intitolare questo elenco “Il tradimento dei chierici”, volendo stare alto, oppure “Il culturame contro la vita”, abbassando un po’ il livello».

 

«Passati 27 anni, molti dei firmatari sono defunti e a loro non posso più rinfacciare nulla, a cominciare da Indro Montanelli (comunque a novant’anni sarai pur libero di andare all’aceto)» continua lo scrittore parmigiano.

 

«Però sono vivi sostenitori come Achille Bonito Oliva e Alessandro Cecchi Paone, Margherita Buy (Jasmine Trinca non era ancora su piazza) e Cristina Comencini (Carlo Calenda era ancora alla Ferrari), tutti abbastanza prevedibili, così come i quasi (quasi) imprevedibili Franco Cardini, Ernesto Galli della Loggia, Eugenia Roccella».

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«In quell’antico, degradante appello la firma che mi dispiace di più è quella di Pupi Avati: tu quoque, Pupi? Brutta cosa il gregarismo. Fra un mese la cosa più bella sarebbe scrivere l’elenco di coloro che, pur interpellati, non firmarono» conclude l’autore del Manifesto della destra divina.

 

Orbene, prima di arrivare a quanti, eroicamente, non misero la firma per la superabortista al tribunale (10 mila bambini eliminati con le sue proprie mani, vantava), ci siamo chiesti se vi era ancora da qualche parte la lista completa dei firmatari: online, cercandola pure a fondo, non l’abbiamo trovata.

 

Abbiamo potuto mettere insieme un po’ di nomi ricavandoli dagli infiniti «coccodrilli» di questi giorni e da altri articoli comparsi negli anni. La lista non è lunghissima, ma comunque interessante. Caveat: non siamo sicuri di tutti questi nomi, perché in rete non c’è traccia della lista completa.

 

  • Indro Montanelli — decano del giornalismo italiano, cantore a suo tempo del colonialismo italiano
  • Angelo Panebianco — politologo, editorialista del Corriere della Sera (il giornale del conservatorismo italiano, tipo)
  • Rita Levi-Montalcini — scienziata, Premio Nobel, senatrice a vita, attivista abortista
  • Raffaele La Capria — scrittore napoletano
  • Antonio Baldassarre — costituzionalista, ex presidente della Corte Costituzionale
  • Maurizio Costanzo — presentatore e giornalista, già nelle liste della P2
  • Lucio Dalla — indimenticato cantautore felsineo, associato talvolta all’omosessualità (mai dichiarata) o all’Opus Dei (smentito)
  • Margherita Hack — astrofisica televisiva, ateissima, figlia di pionieri italiani della Teosofia
  • Umberto Veronesi — oncologo «laico», già ministro, teorizzatore di un futuro bisessuale con il laboratorio come unica forma di riproduzione di individui sani
  • Danielle Mitterrand — vedova del noto presidente francese (cioè la vedova-vedova, non una delle amanti)
  • Franca Rame — attrice e moglie di Dario Fo, poi eletta al Senato nel 2006 con il partito biodegradabile Italia dei Valori (IdV) guidato da Antonio Di Pietro.
  • Edoardo Bennato — popolare cantante partenopeo
  • Franco Battiato — esoterico cantante etneo
  • Raffaele La Capria — scrittore e sceneggiatore dei film di Francesco Rosi
  • Oliviero Toscani — fotografo e pubblicitario dei Benetton, figlio del fotografo che fece gli scatti dei cadaveri appesi di Mussolini e della Petacci in piazzale Loreto
  • Caterina Caselli — cantante e soprattutto discografica milanese
  • Bernardo Bertolucci — regista premio Oscar, con alcuni film che ci chiediamo come possano essere passati sugli schermi per i contenuti allucinanti (e non parliamo di Ultimo Tango a Parigi, ma, ad esempio, de La luna)
  • Catherine Spaak — attrice, cantante, conduttrice televisiva e ballerina belga naturalizzata italiana
  • Claudia Koll — attrice di una pellicola di Tinto Brass, poi convertitasi al medjugorismo.
  • Iva Zanicchi — cantante detta «l’Aquila di Ligonchio», storica conduttrice della trasmissione di Rete 4 «Ok il prezzo è giusto»
  • Mario Monicelli — regista, poi finito suicida
  • Claudia Cardinale — attrice italo-tunisina, moglie di un regista senatore di Alleanza Nazionale
  • Vittorio Gassman — attore, che dichiarava la depressione e la sua cura psichiatrica apertis verbis.
  • Marco Tardelli — ex calciatore trionfatore del Mundial del 1980
  • Giorgio Celli — etologo televisivo bolognese
  • Salvatore Veca — filosofo della politica punto di riferimento filosofico della sinistra non marxista
  • Ernesto Illy — fedele valdese e imprenditore del caffè

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Ci colpiscono qui i nomi non dei para-intellettuali salariati dal sistema, non delle dive di passaggio, non degli artisti perversi, non dei ricconi parastatali, ma di figure ascritte alla destra italiana.

 

Segno che, anche quella, era già tre decadi fa catturata totalmente dalla Necrocultura: anche i «conservatori» volevano presidente degli italiani una tizia che rivendicava di averne abortiti più di 10 mila. Un’esercito di futuri cittadini spariti nel sangue a colpi di pompa della bicicletta. Loro, e i loro figli – italiani.

 

Abbiamo scritto che è giusto che la Bonino abbia funerali di Stato – perché lo Stato moderno è fondato sulla Morte.

 

Forse era giusto pure che la Bonino divenisse presidente della Repubblica. Le cose più si slatentizzano, meglio è.

 

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Politica

Trump: l’Irlanda sarà riunificata

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha predetto che la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord, che fa parte della Gran Bretagna, finiranno per riunirsi.   La Repubblica d’Irlanda divenne indipendente dalla Gran Bretagna nel 1922, mentre sei contee del Nord-Est rimasero nel Regno Unito e formarono l’Irlanda del Nord.   Dopo l’incontro di sabato a Dublino con il primo ministro irlandese Micheál Martin, Trump ha detto ai giornalisti che gli piacerebbe «vedere l’Irlanda riunificata». «Penso che sarebbe un grande successo per tutti se ciò accadesse. Accadrà prima o poi. Tanto vale che accada ora», ha aggiunto, indicando in Martin «l’uomo giusto… per dare il via al processo».   Pur ammettendo che «il Regno Unito avrà ovviamente qualcosa da dire al riguardo», Trump ha ribadito che un’Irlanda unita «sarebbe una cosa fantastica», aggiungendo di essere «amico» con il primo ministro irlandese e definendo i rapporti tra Washington e Dublino i migliori di sempre.   Più tardi, nella residenza dell’ambasciatore statunitense, Trump ha riconosciuto che le sue parole potevano essere controverse, osservando che «è una di quelle domande per cui, a prescindere da ciò che si dice, non esiste una risposta valida».

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All’inizio dell’anno aveva già parlato di una possibile «fusione» tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord, richiamando il buon rapporto tra Martin e la vice prima ministra dell’Irlanda del Nord Emma Little-Pengelly.   I predecessori di Trump alla Casa Bianca hanno sostenuto lo status quo fissato dall’Accordo di Belfast del 1998, mediato dagli Stati Uniti e noto anche come Accordo del Venerdì Santo. Quell’intesa mise in gran parte fine a circa trent’anni di violenza politica in Irlanda del Nord tra l’IRA e altri gruppi minori favorevoli alla riunificazione con l’Irlanda, i gruppi lealisti che volevano restare nel Regno Unito e le forze di sicurezza britanniche.   L’accordo prevede un percorso verso la riunificazione se la maggioranza in Irlanda del Nord lo sostenesse. In quel caso il Segretario di Stato per l’Irlanda del Nord dovrebbe indire un referendum.   Sabato, in un post su X, Gavin Robinson, leader del Partito Unionista Democratico, ha criticato le ultime parole di Trump. «Il presidente Trump sa meglio di chiunque altro che le elezioni contano… L’Irlanda del Nord fa parte del Regno Unito perché questa è la volontà democratica consolidata del suo popolo», ha scritto. L’Irlanda del Nord «continuerà a scegliere il Regno Unito e la sicurezza che offre».   Durante la sua prima visita in Irlanda del Nord il mese scorso, anche il primo ministro britannico Andy Burnham ha definito un referendum sulla riunificazione «fuori discussione».

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Politica

Sì, vogliamo i funerali di Stato per Emma Bonino

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Vogliamo i funerali di Stato per Emma Bonino, esattamente come ha detto il presidente del Consiglio dei Ministri Giorgia Meloni.

 

Ci teniamo, perché deve essere significato un concetto di fondo: lo Stato moderno, basato sulla Necrocultura, non può che onorare eroi come Emma, 11 mila e passa aborti fatti con le sue proprie mani, più diversi milioni indirettamente cagionati dalla legge che aveva lottato per ottenere.

 

Lo sappiamo, non è solo l’aborto. C’è l’eutanasia, c’è un po’ di geopolitica oscura, c’è molto altro nella storia della cocca di Soros e Bergoglio. La sostanza rimane la stessa: sappiamo quali padroni, forse un livello ancora più su,  i radicali italiani hanno servito in tante decadi.

 

Un po’ di storia.

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La giovane Bonino, si racconta, ad un certo punto va in cerca di qualcuno che le procuri un aborto illegale per un prezzo minore di quello che le hanno chiesto in precedenza. Si troverà in Toscana, dove in una bella villa sui colli un ginecologo, Giorgio Conciani esegue, contra legem, «innumeri interruzioni di gravidanza». È qui che la ragazza apprende i principi del Partito Radicale: ma, una volta aderito completamente alla cultura feticida, non si farà bastare la propaganda della dottrina del libero aborto: passa all’azione con i compagni radicali.

 

Così, in questa bella villa toscana si istituisce – per volere di Marco Pannella e di Adele Faccio -–il CISA, Centro Italiano Sterilizzazione e aborto.

 

In un articolo sul settimanale Oggi del 1976, la Bonino spiega che «tra il febbraio e la fine di dicembre del 1975, gli interventi per aborto del CISA sono stati 10.141». Alle operazioni la Bonino provvede di persona. Come testimoniato da una famosa fotografia, per il feticidio delle carovane di madri che attira nella villa si serve della pompa di una bicicletta. Il bambino abortito prima di finire nella spazzatura veniva aspirato dentro un vasetto della marmellata svuotato per la bisogna: «Alle donne non importa nulla che io non usi un vaso acquistato in un negozio di sanitari, anzi, è un buon motivo per farsi quattro risate» assicurò Bonino a Neera Fallaci, giornalista sorella di Oriana.

 

Per dare un’idea dell’ambientino delle mammane radicali a metà anni Settanta si può leggere un’intervista fatta da un’altra sorella Fallaci, Paola, a Eugenia Roccella, attuale ministro della Famiglia del governo Meloni: «la pompa di bicicletta è soltanto lo strumento che può utilizzare chi non ha I’aspiratore elettrico, difficile da procurarsi e molto costoso. Non c’è nulla di stregonesco in questo, né di anti-igienico, né di agghiacciante

 

Il dottor Conciani, dopo aver espanso le sue attività anche nel campo delle eutanasie illegali, finirà suicida, impiccato in cantina.

 

La Bonino invece, farà una carriera politica folgorante: le vengono dati incarichi di massimo prestigio, compreso quello di Commisario Europeo. Di lei si parlò varie volte come figura ideale per la presidenza della Repubblica, con campagne infinite che arrivarono a stampare immensi cartelli pubblicitari nelle città italiane e pure costosissimi spot TV («Una come Emma…»).

 

Il suo ruolo nella trasformazione dell’Italia in Stato abortista non può essere sottovalutato, perché non è fatto solo di propaganda e referendum.

 

Il programma di dissoluzione non poté che attrarre l’interesse del distruttore globale Giorgio Soros. Nel 1976, cioè due anni prima che arrivasse la 194, la deputata del Partito Repubblicano Italiano (notoriamente, il partito della massoneria) Susanna Agnelli chiese al Ministro della Sanità l’autorizzazione all’aborto per le madri di Seveso, cioè quelle donne incinte al tempo del disastro chimico che colpì la cittadina lombarda.

 

L’iniziativa di Suni Agnelli coniugata Rattazzi – che, volto e erremoscia copincollati geneticamente dal fratello inventore dell’orologio sopra il polsino, avrebbe poi dato il meglio di sé come ministro degli Esteri del governo Dini (1995-1996) – si univa, ovviamente ad una proposta lanciata dalla conterranea piemontese Bonino. Riteniamo profondamente ingiusto vedere come oggi il mondo pro-life si scagli quasi unicamente contro la ciclo-abortista radicale e non contro la erremosciata infanta industrialista.

 

Tanto per concludere la storia della psy-op abortista di Seveso, furono poi fatti degli studi sui poveri resti dei bambini massacrati. I resti degli aborti furono inviati in un laboratorio di Lubecca, in Germania, per essere analizzati; nella relazione stilata nel 1977 dai tedeschi si dice che in nessuno di quei resti umani fosse evidente un segno di malformazione. Altre donne di Seveso portarono a termine le loro gravidanze senza problemi, i loro figli, che vivono tutt’oggi non mostrarono segni di malformazioni evidenti. Qualcuno magari sta pure leggendo queste righe.

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La Bonino, mandata da Berlusconi a fare il Commissario Europeo negli anni Novanta – con i suoi coraggiosi viaggi nell’Afghanistan dei Talebani sparati in copertina dai settimanali – dovette sembrare a Soros anche l’interlocutore ideale per entrare nelle stanze dei bottoni di Bruxelles e Strasburgo. In quegli anni si segnalarono numerosi viaggi dell’Emma a Nuova York per incontrare il magnate.

 

Al matrimonio di Soros del 2013 (il terzo), senza che lo si dicesse a nessuno (se lo lasciò scappare Pannella in una diretta di Radio Radicale da Nuova York), tra gli invitati vi erano Giacinto detto Marco ed Emma. La Bonino in particolare era ministro degli esteri: ogni suo spostamento produce un lancio stampa, per il voletto su Nuova York a mangiare la torta nuziale dell’amico miliardario palindromo neanche un rigo. E sì che con Emma c’era un bel parterre: il premier albanese Edi Rama (vecchia conoscenza di Soros, nuova amicizia della Meloni), la presidente della Liberia Ellen Johnson Sirleaf, il Presidente dell’Estonia Hendrik Toomas Ilves, la leader democratica Nancy Pelosi, l’allora governatore di Nuova York Andrew Cuomo (poi malamente spodestato, e non per le stragi COVID), il governatore della California Gavin Newsom (che molti ora vedono come futuro candidato presidente per il Partito Democratico USA), la direttrice del FMI Christine Lagarde, il presidente della Banca Mondiale Jim Yong Kim, i finanzieri Paul Tudor Jones e Julian Robertson, e il cantante degli U2 Bono.

 

Di più Soros prese addirittura la tessera della Rosa nel Pugno, e sostenne il Partito Radicale Transnazionale. È lecito interrogarsi sulla possibilità che la mano di Soros vi sia anche negli affari che nel dopo-muro i radicali intrattenevano nei paesi orientali: lo speculatore vi investiva miliardi di euro in affari filantropici, i radicali aprivano uffici nelle capitali slave, e gli toccherà persino di vedere la triste morte di uno dei loro missionari, probabilmente assassinato dagli eredi del KGB.

 

Se nella sua storia di pasionaria dello strano partito radicale italiano – attivistico come un partito di sinistra, ma filoamericano, filoisraeliano, anticinese, antisindacale, antistatalista – è possibile vedere con chiarezza che il suo nemico è sempre stato l’autorità cattolica e la morale cristiana in generale («No Vat», «Vatican Taliban», «decidi tu o il Vaticano»?) solo fino ad un certo punto.

 

Ad un certo punto, cominciò a vedersi la foga dei vertici della DC, e della Chiesa stessa, per associarsi ai radicali. Il segnale che molti sottovalutarono probabilmente è la laurea honoris causa che fu assegnata dall’Università di Bologna di Romano Prodi a George Soros nel 1995. Appena due anni prima, Soros aveva effettuato una manovra di gargantuesca speculazione internazionale che aveva messo in ginocchio l’Italia (e la Gran Bretagna, e la Malesia, etc.) svalutandone la moneta, la lira. Ministro degli Esteri era all’epoca Beniamino Andreatta, figura democristiana la cui oscurità è misconosciuta, che nel governo precedente, l’Amato I, aveva ricoperto il ruolo di ministro del Bilancio e della programmazione economica.

 

Un retropensiero sugli alleati democristiani di Soros – o peggio, wannabe alleati – confesso che mi è venuto anche quando ho visto la Bonino invitata a presentare il meeting di CL nel 2013. Forse che il movimento di Don Giussani, che le mani in pasta in diversi paesi (Sud America compreso) le ha, immagini di bussare alla porta di George?

 

A questo punto un ricordo personale: accadde a quel tempo che dovetti andare al Meeting ciellino di Rimini, perché era stato dato appuntamento in una saletta appartata per un ritrovo di un’iniziativa pro-life che finì, come tutte, nel nulla rivoltante contornato da salamelecchi a qualche stronzo politico di passaggio. C’erano due amiche da accompagnare, e allora dissi che sì, sarei andato, ad una condizione: epperò avrei, un po’ stile radicale, lo ammetto, solcato la Woodstock del Ciellistan con al collo la copertina di Tempi (rivista cielloide che non sappiamo se esista ancora) che aveva pensato bene di mettere la Bonino in prima pagina.

 

E quindi eccomi, con una fotocopia della prima del giornale, primissimo piano di Emma, cui forse, nello stile grafico che conoscete bene in Renovatio 21, avevo fatto gli occhi rossi: sì, ero divenuto un sandwich umano antiboninico. In mezzo ai ciellini. Il risultato fu quello atteso: gente che mi guardava imbarazzata, preoccupata, irritata, rassegnata… La dissonanza cognitiva era tanta anche per quanti, col giussanismo, avevano messo il cervello in gestione conto terzi (cit. Mario Palmaro).

 

Tuttavia un avventore, alto e con la pelle ambrata, mi si avvicinò durissimo: «è colpa sua il casino che sta succedendo a casa mia» disse. Era un egiziano cristiano copto, il popolo che colpevolmente – come in Libano, Siria, Iraq – l’Europa post-cristiana ha definitivamente abbandonato. Non ho mai capito cosa volesse dirmi, perché non riuscii a fermarmi a parlarci. Erano gli anni post-primavera araba, cioè rivoluzioni colorate parasorosiane indette dal potere profondo americano, che, apertis verbis, voleva provare a piazzare con Mohammed Morsi un movimento terrorista (i Fratelli Musulmani: il capostipite del jihadismo globale, come ammette perfino il manuale dell’ISIS La gestione della barbarie) a capo di un grande Stato Arabo – manovra che infine è recentemente riuscita, meglio che in Egitto dove l’islamista è stato spodestato dal «laico» al-Sisi, nella Siria del tagliagole ricercato al-Jolani.

 

Sì, la Bonino era conosciuta in Egitto, vi si era trasferita. Non è mai stato chiaro cosa abbia fatto al Cairo la Bonino, ma finì per essere nominata professore all’Università. Più di così non sappiamo.

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Questo per dire che la figura della Bonino è andata molto oltre il tema dell’aborto, dell’eutanasia, delle droghe, etc. E pure oltre l’Italia. Tipo anche, in Vaticano.

 

Sì perché il papato Bergoglio portò la Bonino nel Sacro Palazzo, col pontefice di origini piemontesi che la salutava con un bel «Cerea!» e si complimentava con lei come una «grande figura italiana dimenticata».

 

Chi ha fatto negli anni la battaglia contro l’aborto poteva anche rimanerne sconvolto, ma doveva farci l’abitudine. Il sottoscritto ricorda bene come, all’indomani di una Marcia per la Vita a Roma (tanto per dire quanto servivano…) il papa la ospitò in Vaticano in un’iniziativa a caso che riguardava, eccerto, i bambini. Via con la photo-opportunity, con la tizia che definiva il Vaticano «talebano» a stringere le mani grata, sorridentissima, al romano pontefice.

 

Il favore del vecchio si arricchì di un ulteriore episodio due anni fa, appena dopo la rielezione di Trump: il papa, in carrozzella, va a trovare l’Emma, in carrozzella. La foto, con i due che sorridono pacifici, è scattata sul terrazzo di Casa Bonino.

 

Niente di tutto questo ha tuttavia veramente importanza ora, se dobbiamo pensare ai funerali di Stato: esequie organizzate e finanziate dallo Stato italiano per onorare personalità che hanno ricoperto cariche istituzionali di massimo rilievo o che si sono distinte per meriti eccezionali nei confronti della Nazione.

 

Lo Stato premia la donna che ha avviato e avallato il genocidio di milioni di suoi cittadini. Se la Nazione è tale perché prevede, come dall’etimo latino, la nascita, la Bonino rappresenta la figura più antinazionale possibile.

 

E se pensate che il nazionalismo professato (a parole, mentre lascia che milioni di immigrati ci invadano, a spese del contribuente) dai partiti al potere possa capirlo, non sapete nulla: ricordate l’inchino a Moloch del 2022, la dichiarazione ripetuta, per interposta persona, della Meloni – che viene dall’MSI, partito che si oppose frontalmente all’aborto di Pannella e Bonino – che no, una volta al governo non avrebbe toccato il feticidio di Stato. Come se per prendere le redini dello Stato moderno, si dovesse fare prima questa professione di sudditanza all’autogenocidio, al sacrificio di massa, al Male: l’inchino a Moloch, appunto.

 

Niente di nuovo sotto il Sole: con le leggi abortiste, lo Stato moderno ha rivelato la sua natura intima, cioè la profonda, massiva ostilità assassina verso l’essere umano.

 

È giustissimo quindi che la Bonino entri nel Pantheon dell’Italia moderna. Non scandalizzatevi: è un segnale di chiarezza, di cui dovremmo essere grati.

 

Lo Stato moderno è lo Stato anticristiano. Comprendiamolo, una volte per tutte.

 

Roberto Dal Bosco

 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

 

 

 

 

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