Pensiero
Contrordine: Draghi riapre l’Italia. Solo per i vaccinati
«Nuovo decreto COVID, Draghi riapre l’Italia» titola La Stampa.
«Draghi riapre l’Italia» titola Il Piccolo.
Il momento sa di trionfo. È la fine della guerra. Vien voglia di chiamare i parenti: è finita! È finita! Coriandoli. Parate sulle strade. Marinai che baciano infermiere.
«Vogliamo un’Italia sempre più aperta, soprattutto per i nostri ragazzi» è il virgolettato gioioso che tutte le testate riprendono dal Consiglio dei Ministri.
Il momento sa di trionfo. È la fine della guerra. Vien voglia di chiamare i parenti: è finita! È finita! Coriandoli. Parate sulle strade. Marinai che baciano fanciulle
«I provvedimenti di oggi vanno nella direzione di una ancora maggiore riapertura del Paese» dice Draghi.
È il segnale della libertà. Stiamo facendo come tutti. Come la Danimarca. Come il Regno Unito. Come la Finlandia. Come la Svizzera. Come la Francia. Come gli USA. Come la Spagna. Come tutti.
Ci credete? No.
Vabbè, ci hanno provato. A leggere il Corriere di stamane sembrava fatta. «Draghi: l’Italia sarà più aperta» in prima pagina. Pagina due: «Il premier annuncia la svolta, pronti a superare i divieti». Segue fotina con profilo del premier che pare una statua romana, o di Arno Breker. Pagina 3: «Il contagio si spegne molto velocemente. CTS verso lo scioglimento, serviva pe l’emergenza».
Aguzzate la vista – la vostra vita, dai DCPM di Conte in giù, è diventata del resto una Settimana Enigmistica. SPOILER: la liberazione, nei fatti, riguarda i soli vaccinati.
Solo l’Huffington Post ha il coraggio di scriverlo nel titolo: «La pandemia sta finendo. Draghi riapre l’Italia ai vaccinati».
Avete capito: il Paese tornerà libero, ma solo per i sottomessi al triplice mRNA
Avete capito: il Paese tornerà libero, ma solo per i sottomessi al triplice mRNA.
«Nelle prossime settimane andremo avanti su questo percorso di riapertura. Sulla base dell’evidenza scientifica, e continuando a seguire l’andamento della curva epidemiologica, annunceremo un calendario di superamento delle restrizioni vigenti»: ecco l’altro virgolettato del Draghi piazzato ovunque.
Di grazia, di quale «evidenza scientifica» parla il premier? Quella per cui bastava il 70% dei vaccinati? Dell’immunità di gregge all’80%? Quella del vaccinato che non contagia? Quella del vaccinato (doppio-triplo-quadruplo) che non contagia? Quella del vaccinato liberato dal tampone? Quella della «pandemia dei non vaccinati? Quella che «i nostri problemi dipendono dai non vaccinati»? Quella che il non vaccinato dà la morte? Quella dei vaccinati completi che hanno il COVID «in forma lieve» e non finiscono in terapia intensiva?
Oppure, vogliamo – così, sottovoce, come tocca fare ai no vax – parlare delle evidenze scientifiche attorno alle persone che muoiono, come una stupenda ragazzina ligure, o un ragazzotto 26enne del Sud Dakota? Tanto per citare due casi sui quali comincia a saltar fuori qualche carta.
Ma no, l’«evidenza scientifica» è quella per cui gli anticorpi durano sei mesi (non una settimana di più, non una meno), l’idrossiclorochina, l’ivermectina, l’azitromicina vanno bene forse per gli animali. Forse.
Il tutto, bellissimo, tirando dentro prima i bambini. Come certi pubblicitari terra-terra, che per attirare l’attenzione sanno che nello spot ci va o la tettona, o il cagnolino, o il bambino con gli occhi dolci
Il tutto, bellissimo, tirando dentro prima i bambini. Come certi pubblicitari terra-terra, che per attirare l’attenzione sanno che nello spot ci va o la tettona, o il cagnolino, o il bambino con gli occhi dolci.
Eccerto, bisognava partire dalla DAD, le grandi ingiustizie nelle scuole dei bambini.
Sui bimbi è pronto il teatrino della politica. I ministri della Lega , non avrebbero partecipato al voto delle nuove norme COVID sulla Dad e quarantene scolastiche, perché «discriminano i bambini non vaccinati». Vorremmo ridergli in faccia, ma Salvini, teoricamente vaccinato, ora è in quarantena positivo al COVID, quindi non si può.
Avete capito? La discriminazione dei bambini. I genitori sono alla fame, i genitori li hanno ritirati da scuola – quanti casi ci sono di bambini in istituti privati che ora non frequentano più perché i genitori, sospesi senza stipendio, sono sul lastrico? Pensate agli asili pubblici, dove, grazie alla legge Lorenzin (grande esperimento politico prodromico del presente pandemico) la famiglia contraria ai vaccini già non poteva mandare i bambini, perché vigente l’obbligo di vaccinazione: l’unica possibilità era l’asilo privato, che è difficile permettersi se si è senza stipendio.
Quella della DAD, con i bambini nel cuore del premier che fu sovrano della torre BCE passando per Goldman Sachs e panfilo Britannia, è come abbiamo detto una strategia pubblicitaria, è fumo negli occhi.
Ma non solo: sanno che esistono dei genitori, che per un ragionamento francamente stupido, dicono «io accetto il rischio del vaccino, ma non per mio figlio». Quelle che accettano la roulette russa mRNA, ma «mai per i piccoli».
Una percentuale dice così al momento, poi magari pian piano vede erodersi il suo eroismo genitoriale e offre allo Stato pandemico anche il piccolo deltoide della prole. (Non dite loro che se la roulette russa butta male, gli amati figli si possono ritrovare con un genitore danneggiato al punto magari di non poter più far il genitore, oppure si risvegliano proprio orfani)
Un’altra porzione di genitori contrari alla siringa sui piccoli, invece, potrebbe rimanere dell’idea: e questo è un rischio che non si può correre, la trasformazione dei vaccinati in no vax non è accettabile per le logiche della pièce in scena.
Quindi: liberiamo i bambini, dimentichiamoci dei contagi tra i piccoli, del resto lo Stato vuole loro bene: e loro lo sanno, i ringraziano con tentati suicidi, suicidi realizzati, anoressie precoci, disturbi dell’apprendimento, malattie mentali, violenze pubbliche di ogni tipo.
Ma non è finita. Perché ad una certa hanno fatto parlare Roberto Speranza.
«La certificazione verde COVID-19 ha validità a far data dalla medesima somministrazione senza necessità di ulteriori dosi di richiamo». Tutti con i cappellini a cono e le trombette: chi ha il green pass, almeno loro, lo avranno indefinitamente? Yeeee…
Leggete bene le avvertenze prima dell’uso.
«Prolunghiamo la vigenza del green pass dopo il booster: oggi è di 6 mesi. La valutazione del governo è di non porre limiti al green pass per chi ha il booster, che oggi conta 34 milioni di italiani».
Avete letto. Rileggete, magari dal sito dell’ANSA.
«La bozza del decreto prevede dunque che, per chi ha completato il ciclo vaccinale e anche per chi si è contagiato e è guarito dopo essersi vaccinato, il pass ha validità “senza necessità di ulteriori dosi di richiamo”. Dunque, illimitata. Per chi, invece, si è contagiato dopo la prima dose, il certificato varrà 6 mesi». Corsivo nostro.
Se siete guariti, magari dopo aver preso il virus in questo tsunami ancora in corso, avrete il green pass senza scadenza solo se siete guariti dopo essere stati vaccinati
Quindi, chiariamoci subito: se siete guariti, magari dopo aver preso il virus in questo tsunami ancora in corso, avrete il green pass senza scadenza solo se siete guariti dopo essere stati vaccinati.
Cioè, se siete stati gabbati – vi siete vaccinati per non prendere la malattia, l’avete presa lo stesso, magari finendo in terapia intensiva – sarete premiati, è pronto per voi un ristoro che vi ridà qualche (qualche) libertà in più.
Se invece avete preso il COVID da non vaccinati, pare di capire, non avrete nulla: green pass a scadenza come i vostri anticorpi, anche se sono identici a quelli del vaccinato guarito.
Cioè, se siete stati gabbati – vi siete vaccinati per non prendere la malattia, l’avete presa lo stesso, magari finendo in terapia intensiva – sarete premiati, è pronto per voi un ristoro che vi ridà qualche (qualche) libertà in più
Sicuro: questa è un’evidenza scientifica. Il guarito vaccinato vale più del guarito non vaccinato. Non scherziamo: sappiamo che questo è (in modo strisciante, perché hanno paura di farlo davvero alla luce del sole) il cambio di paradigma a cui ci hanno preparato, e che è già subdolamente praticato da tanti Stati in tutto il mondo: l’immunità naturale non esiste, non conta – conta solo l’immunità vaccinale.
Il lettore di Renovatio 21 lo ricorda quando lo segnalammo un anno fa: in modo un po’ furtivo, qualcuno aveva cambiato la definizione di immunità di gregge sul sito dell’OMS. «L’immunità di gregge si ottiene proteggendo le persone da un virus, non esponendole ad esso» ora sta scritto nel sito dell’ONU della Sanità. «L’immunità di gregge esiste quando viene vaccinata un’alta percentuale della popolazione». È inutile dirvi che ciò contraddice decenni di immunologia, giusta o sbagliata che fosse.
In pratica, l’unico anticorpo che la Repubblica accetta, è quello Pfizer, Moderna, AZ, J&J.
Se invece avete preso il COVID da non vaccinati, pare di capire, non avrete nulla: green pass a scadenza come i vostri anticorpi, anche se sono identici a quelli del vaccinato guarito
È così ovunque: gli obblighi di vaccinazione semplicemente ignorano chi ha già avuto il COVID. Ti fai la sprizza mRNA, ebbasta: non ci importa se il tuo corpo è già protetto.
Ancora. Speranza va avanti, con sincerità encomiabile.
«Se una regione finisce in zona rossa, le limitazioni connesse non riguarderanno le persone vaccinate”». Traduciamo: lockdown per i non vaccinati.
Quindi: urrà, «l’Italia riapre. Ma con il green pass e con l’Apartheid biotica realizzata, in attesa magari dei lager, come in Australia e come parrebbe voglia indicare la legge austriaca.
In pratica, l’unico anticorpo che la Repubblica accetta, è quello Pfizer, Moderna, AZ, J&J.
Vi stupite che si finisca a parlare di repressione, confinamenti? Forse vi dimenticate che Speranza, passato indenne tra Conte e Draghi nonostante gli scandali internazionali (e nonostante abbia un partito che vale forse il 3%) è de facto un poliziotto più poliziotto dei poliziotti, al punto che il capo di questi gli aveva ricordato, quando voleva mandare le volanti a controllare le festicciole in casa a seguito delle delazioni dei vicini, che una cosa del genere non si può fare, forse nella Repubblica di Weimar…
A questo punto vi farete la solita domanda: perché?
A questo punto, vi diamo la solita risposta.
Dovrebbe esservi chiaro che siamo dinanzi alla fotocopia di quello che abbiamo visto in Francia, con il furbo premier Castex a dichiarare che avrebbe sì riaperto, ma tenendo per un po’ il pass sanitario.
Ricordate? Il presidente Macron aveva giurato di volere rendere la vita dei non vaccinati impossibile («immerdarli», secondo la traduzione che bisognerebbe dare). Preparano altre regole di clausura generale. Poi, quattro giorni dopo, ecco che premier e ministro della Salute di Francia tirano fuori un piano di liberazione graduale, tanto che riaprono le discoteche nel picco di Omicron.
Urrà, «l’Italia riapre. Ma con il green pass e con l’Apartheid biotica realizzata, in attesa magari dei lager, come in Australia e come parrebbe voglia indicare la legge austriaca
Solo una cosa, il pass francese resta. «Applicheremo il pass vaccinale per tutto il tempo necessario, ma non più del necessario». Insomma, il pass è più importante dei contagi.
In Italia è lo stesso. Anzi: in Italia è dove l’esperimento del fascismo elettronico verde (lo ha chiamato più o meno così un articolo del Wall Street Journal di recente) è andato più a fondo. Più a fondo perfino di Israele, che il green pass lo ha inventato, e ora invece vuole liberarsene.
No. Il green pass resta in piedi, in Italia. A quelli obbedienti, ai bovini vaccini, sarà esteso. Ma non sarà tolto.
Il lettore di Renovatio 21 sa perché.
Sul green pass correrà l’euro digitale. Cioè l’abolizione del contante. Cioè la certificazione economica ed informatica del vostro nuovo status di esseri umani: la schiavitù
Sul green pass correrà l’euro digitale. Cioè l’abolizione del contante. Cioè la certificazione economica ed informatica del vostro nuovo status di esseri umani: la schiavitù.
L’intenzione viene dritta dalla BCE, che lo ha annunciato tante volte, lo ha dichiarato «inevitabile» , ora sappiamo che sta studiando come il green pass servirà a giudicarci per come paghiamo le tasse – ed è la stessa BCE sulla cui torre prima si posavano Draghi.
Gli stessi Draghi che parteciparono attivamente alle «privatizzazioni» delle industrie pubbliche del Paese – cioè alla sua svendita.
Non credo che serva un disegnino. Per lo meno ai lettori di Renovatio 21.
È in atto la desovranizzazione definitiva del vostro Paese, ma non solo. L’attacco ora è arrivato fin dentro le vostre cellule, a livello biomolecolare: la vostra sovranità biologica è stata espugnata dal potere costituito
È in atto la desovranizzazione definitiva del vostro Paese, ma non solo.
L’attacco ora è arrivato fin dentro le vostre cellule, a livello biomolecolare: la vostra sovranità biologica è stata espugnata dal potere costituito.
Andranno oltre. Il controllo di estenderà su ogni ramo della vostra vita, con modalità alle quali nemmeno Pechino è arrivata.
Non stiamo dicendo per ischerzo.
Andranno oltre. Il controllo di estenderà su ogni ramo della vostra vita, con modalità alle quali nemmeno Pechino è arrivata
A breve, non ci sarà niente da ridere. Per i non vaccinati, per i vaccinati. Per tutti.
Non avete idea di quale contratto sia stato firmato con la vostra paura e la vostra indifferenza.
E ora lasciate che l’Italia riapra, ma solo per la schiavitù.
Roberto Dal Bosco
Pensiero
Maldini, povera Italia
Siamo un Paese vittima dell’odio e del risentimento nei confronti di chi cerca un piano culturale superiore, in qualsiasi campo, compreso quello sportivo. Una vendetta verso coloro che riescono a emergere, verso chi fa quel qualcosa in più che lo eleva dal mare di mediocrità massificata in cui gran parte del Belpaese è immerso.
Il caso Maldini, ultimamente onnipresente sulle pagine di tutti i giornali nazionali – sportivi e non – mi ha fatto tornare alla mente quell’odio atavico dell’italiano medio per chi, per cultura o capacità, riesce a spiccare. Paolo Maldini è uno dei nostri calciatori più rispettati e conosciuti a livello internazionale, e vanta un palmares e una carriera da giocatore del Milan che pochissimi altri al mondo possono solo vagamente sognare.
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Si è letto di tutto in questi giorni sul toto-CT della Nazionale italiana di calcio. Pare che Maldini – affiancato dal sempreverde Leonardo – esponendo un piano per rilanciare l’esanime struttura calcistica italiota, sia stato messo tempestivamente da parte in favore di quello che di fatto è uno status quo inscalfibile: il neopresidente FIGC Malagò ha imposto il nome di Roberto Mancini, il quale fuggì dall’Italia dopo l’amara esclusione dai Mondiali attratto da dorate sirene arabeggianti. Una sorta di mossa di badogliana memoria.
Dopo aver sondato il terreno sfoggiando profili d’immagine per la piazza quali Pep Guardiola e Carletto Ancelotti, Paolino e Leo hanno annunciato di volere il «maestro» Andrea Pirlo alla guida della selezione azzurra.
Nome che, giustamente, ha fatto storcere il naso ai più, in quanto il curriculum del bresciano come coach è poca cosa rispetto alle figure sopracitate, compreso lo stesso Mancini. Non dobbiamo dimenticarci che Luis de la Fuente, fresco campione del mondo con la Spagna, e Lionel Scaloni, vice campione del mondo con l’Argentina e campione del mondo con l’albiceleste nel 2022, al momento del loro approdo sulle panchine delle rispettive nazionali avevano un modesto curriculum da coach.
Per rimanere a casa nostra, Enzo Bearzot e Azeglio Vicini, non erano certo mister blasonati prima di dirigere la Nazionale (il primo campione del mondo nel 1982 e il secondo ci ha portato a un passo dal sogno a Italia Novanta).
Pirlo è stato fatto fuori dal palazzo e prontamente bollato come «filorusso», per suoi legami commerciali con una società di scommesse sportive che parla la lingua di Dostoevskij, Fonbet.
È bastata questa scusa per mandare in aria il piano Maldini e timbrare quello già probabilmente preconfezionato del presidente Malagò. Il marchio di «filorusso» è ancor oggi sinonimo di emarginazione da qualsivoglia dibattito. Un po’ come l’etichetta di «no-vax», tirata da sempre fuori per impallinare persone apparentemente scomode al sistema e metterle ai margini.
Vale la pena leggere l’articolo de La Gazzetta dello Sport per comprendere da dove arriva il fuoco amico.
«Fonbet è infatti una società russa e la Russia come noto è un Paese da cui l’Italia ha preso le distanze dopo l’attacco all’Ucraina. «Chi fa o ha fatto propaganda per la Russia dopo il 2022 non dovrebbe ricoprire cariche nazionali», ha commentato il leader di Azione, Carlo Calenda, scrive la Gazza.
«Dopo l’ennesima disfatta e un’altra qualificazione mondiale mancata, il calcio italiano avrebbe avuto bisogno di una rivoluzione culturale, etica e gestionale. La scelta di Andrea Pirlo – ha postato su X la vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno – va nella direzione opposta. Pirlo è stato un campione straordinario. Da allenatore, fin qui, ha mostrato ben poco. E c’è un tema che non può essere liquidato come irrilevante».
«Non interessa se Pirlo sia filorusso o meno. Conta ciò che ha scelto di fare: prestare, liberamente e ripetutamente, il proprio prestigio a un’operazione di normalizzazione del regime di Putin, partecipando a iniziative sfruttate dalla propaganda del Cremlino mentre l’Ucraina veniva bombardata. Per questo la scelta di Pirlo è stata un grave errore. E la scelta della FIGC lo è ancora di più. Non il piano B di Guardiola. Il piano Z del calcio italiano».
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Arriva poi il deputato di +Europa, Benedetto Della Vedova: «Pirlo pochi mesi fa ha fatto una scelta per me incomprensibile e sbagliata, quella di diventare ambasciatore nel mondo di Fonbet, prima agenzia di scommesse in Russia. Il settore delle scommesse non è colpito dalle sanzioni europee, ma questo non toglie che un personaggio pubblico della levatura di Andrea Pirlo dovrebbe riflettere sul significato pubblico di scelte private e di affari».
«Personalmente mi auguro che il nuovo CTdella Nazionale senta l’esigenza di rescindere il contratto con Fonbet, anche considerando la posizione attuale dell’Italia nei confronti della Russia. Anzi, voglio pensare che lo abbia già fatto».
Arriva quindi anche Mauro Berruto, responsabile Sport nella segreteria del Partito Democratico ed ex CT della nazionale maschile di pallavolo: «i auguro con tutto il cuore che se Pirlo fosse scelto come ct la prima cosa che farà sarà quella di risolvere questo imbarazzo rinunciando a questo suo ruolo. Parla a un movimento, a un mondo, ha un ruolo istituzionale che richiede una modalità di esecuzione esemplare».
C’è da aggiungere, come sottolineato da Sky TG24, che «un eventuale incarico come commissario tecnico degli Azzurri avrebbe posto infatti un evidente problema di compatibilità con il contratto sottoscritto con un operatore di scommesse», ma sarebbe bastato semplicemente risolvere quel contratto e avrebbe potuto serenamente allenare.
Sul piano etico il discorso potrebbe anche reggere, ma basta aprire un qualsivoglia sito per vedere calciatori che prestano liberamente il proprio volto ad agenzie di scommesse. C’è di più: due dei nostri big azzurri, quali Sandro Tonali e Nicolò Fagioli, sono stati travolti da un giro di scommesse clandestine con pesanti sanzioni comminate ad entrambi. La moralità e l’etica vengono spesso tirate per la giacchetta a seconda delle convenienze e degli interessi del momento.
Evidenzio inoltre che l’etica e la moralità nel calcio sono da sempre patinate e a tratti fortemente ipocrite. Come ha sottolineato il giornalista Giorgio Terruzzi proprio su Renovatio 21, il calcio è l’antitesi della correttezza: «non ho interesse per uno sport che tratta i simulatori come normali, che tratta gente che protesta con l’arbitro come normale, oppure gli allenatori che fanno continuamente queste scene a bordo campo inutili. Aggiungo anche che i rapporti tra alcuni uomini di calcio e gli ultras mi fanno schifo».
«È uno sport che non si modernizza. Se un presidente fosse veramente evoluto, ogni suo giocatore che prende un’ammonizione per proteste dovrebbe pagare cinquecento mila euro di multa, vedrai poi che non succede più. Ognuno che simula, cento mila euro di multa. Ma purtroppo ciò non accade».
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Questo direttivo della FIGC, che oggi vuole moralizzare oltremodo tacciando Andrea Pirlo come sgradito per un discorso d’immagine, forse un piccolo esame di coscienza dovrebbe farselo.
L’intervento del giornalista Paolo Bargiggia sui suoi canali social va più al fondo della questione. «Il progetto di Maldini e Leonardo era un progetto veramente profondo che avrebbe potuto forse con pazienza cambiare il calcio italiano. Chi lo ha visto, chi ha capito come sarebbe andato, dava fastidio. A chi dava fastidio? Dava fastidio soprattutto ai club di serie A, alle persone che muovono più le fila, De Laurentiis, Marotta e poi si è aggiunto Cairo, il presidente del Torino. Dava fastidio alla Lega e anche all’Assocalciatori, guarda caso i due grandi elettori di Giovanni Malagò alla presidenza della Federcalcio. Perché dava fastidio direte voi? Perché andava a spostare i privilegi, lo status quo, la gestione delle convocazioni, dei raduni, dei giovani… avrebbe in pratica smosso un sistema incrostato da anni, marcio, ma di potere e di finanza che contraddistingue tutto il calcio italiano e i suoi apparati».
«Il progetto era molto buono, quantomeno era un progetto abbastanza sostanzioso visto che qui non se ne fanno da oltre dieci anni. Poi esce il nome di Pirlo. Si scatenano le penne armate; cominciano a scrivere contro Pirlo un po’ tutti i giornali, ma in particolare il Corriere della Sera e La Gazzetta dello Sport. Hanno attaccato Pirlo […] per attaccare Maldini e Leonardo e attaccare quel progetto e metterli nella condizione di andarsene. Perché questo fuoco di fila si è scatenato in particolare sul Corriere della Sera e sulla Gazzetta? L’editore di questi due giornali è Urbano Cairo, […] perché essendo un presidente di un club di serie A, ha i suoi interessi o la sua volontà a fare convergenza di opinioni. Malagò per non far partire Maldini e Leonardo ha aperto all’ingaggio di Thiago Motta, perché era la seconda scelta di Maldini e Leonardo. Maldini e Leonardo bene hanno fatto, capito qual è l’aria impestata, capito che il calcio italiano non vuole cambiare, capito che è un ambiente pericolosissimo e scivoloso, se ne sono andati. Malagò […] avrebbe dovuto tenere il punto e prendere Pirlo. Malagò è ostaggio dei suoi grandi elettori».
Si ha la netta sensazione che Paolo Maldini sia stato prontamente messo da parte perché la sua idea era troppo a lungo termine, con una visione di rifondazione del sistema orientata al dopodomani e non al domani del «tutto e subito». Mi pare abbia alzato lo sguardo a qualcosa di serio, di programmato con uno scadenzario che con molta probabilità avrebbe richiesto più tappe e più tempo; basta osservare i risultati della Nazionale e il livello del campionato di Serie A per capire che viviamo un tempo di arretratezza, di mediocrità, di crisi economica, di crisi d’identità e di consapevolezza.
Invece c’è uno sport ideologico praticato da troppe persone: quello del discredito, dell’autocommiserazione e della vacua autocritica fine a se stessa. Molti italiani pare godano nel piangersi addosso e nel sentirsi masochisticamente inferiori agli altri. Un malcostume le cui radici andrebbero ricercate a qualche decennio fa. Lascio ai sociologi volenterosi questa palla avvelenata.
Questo perenne clima svalutante si riverbera nello sport, tant’è che molti campioni nostrani sono stati, e sono, oggetto di pareri da bar che tendono a svilire e infangare l’immagine di tali fuoriclasse.
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Andando indietro di pochi anni, ricordo il campionissimo di ciclismo Marco Pantani: tutti lo hanno applaudito dopo le prodezze eterne dell’estate 1998, per poi crocifiggerlo ed etichettarlo come dopato dopo il blitz notturno al Giro d’Italia dell’anno successivo.
Penso infine alle due fazioni create da Valentino Rossi, leggenda del motociclismo: una sequela di tifosi accaniti contro uno stuolo di detrattori altrettanto feroci.
Oggi c’è il tennista Jannik Sinner che sta facendo numeri assoluti in una disciplina sportiva che per troppi anni è stata nell’ombra a livello internazionale, rinvigorendo fortemente un sistema che oggi richiama numerosissimi giovani. Sinner stesso è tacciato di non essere italiano per via delle sue origini altoatesine, della sua freddezza caratteriale, della residenza a Montecarlo per non pagare le draconiane gabelle di Stato e persino per non aver partecipato ad alcuni tornei.
Con questo non dico che tutti dobbiamo o dovremmo tifare i nostri sportivi, ma quantomeno evitare di affossarli gratuitamente, anche perché tengono alto il nome del nostro Paese con risultati e prestigio riconosciuti in tutto il mondo.
Concludo tornando a Maldini. Non c’è da stupirsi per ciò che è avvenuto, perché sembra proprio che l’elevazione culturale di questa povera Italia non esista più. La politica stessa – a cui andrebbe attribuito questo compito, di concerto con le altre istituzioni – ha svuotato il suo respiro culturale a favore di gretti clientelismi. Il calcio, che è lo sport più nazional-popolare che abbiamo, è lo specchio perfetto delle storture italiane che pervadono ogni ganglio della nostra società e della nostra quotidianità.
Francesco Rondolini
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Geopolitica
Le bande degli stupratori pakistani e oltre. Intervista video al direttore di Renovatio 21
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Pensiero
Arriva la «scomunica marinata»?
Nel momento in cui il Vaticano bombarda 600 mila e più persone con lo scomunicone anti-FSSPX, diviene naturale rifugiarsi nei sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863), che da romano vero conoscitore della Città der papa non poteva non aver trattato il tema nella sua poesia in vernacolo romanesco.
Havvi, ad esempio, Er cedolone der vicario, sonetto scritto il 22 aprile 1834, che bene illustra la minaccia di scomunica e le pene per chi trattiene i beni ecclesiastici. Si parla di un «cedolone», cioè un manifesto pubblico, affisso a Roma. Il cedolone era un avviso ufficiale del vicario del papa che imponeva, pena la scomunica, la restituzione dei beni di un sacerdote defunto. La scomuniica è quindi qui intesa come strumento di pressione burocratica e poliziesca.
La scummunica è uguale ar marfrancese,
Che tte penetra l’osse a la sordina,
E tte manna a fà fotte in men d’un mese.
Chi ssarà ll’animaccia ggiacubbina
Che nnun ridìi le cose che ss’è pprese,
Doppo der cedolon de stammatina?
Notare come, con sprezzo totale, il Belli paragona la scomunica al «marfrancese» – cioè alla sifilide – una malattia che agisce «a la sordina» (di nascosto) consumando da dentro l’individuo: il poeta vuole qui parlarci della devastante azione dello Stato Pontificio sulla vita interiore dei cittadini posti sotto la minaccia di essere scomunicati. «Animaccia ggiacubbina», era l’etichetta usata per indicare chiunque si opponesse all’autorità ecclesiastica, che oggi che li giacobini sono al comando dello Stato pontificio, suona buffissima.
L’espressione «sta ffresco» evidenzia la rassegnazione del popolo di fronte alla potenza ecclesiastica dotata della superarma scomunicante, il cui effatto megatonico sull’animo umano è ancora brandito con sicumera dal (già) Sant’Uffizio.
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Evvi poi un ulteriore sonetto del Belli riguardo al tema della scomunica. Si tratta di quello intitolato, appunto, La scummunica, scritto il 25 agosto 1825.
La scummunica inzomma è una parola
Che ddisce er Papa, e appena Iddio l’ha intesa,
L’ubbidissce ar momento, e vve conzola
Cór cacciàvve dar gremmo de la Cchiesa.
Abbasta una scummunica, una sola,
Pe’ sbattezzavve; e gguai chi sse l’è ppresa!
Pò vvenì Ggesucristo co’ la stola
A bbenedillo, bbutta via la spesa.
Domenica er Curato l’ha spiegata,
E ha detto: “Iddio ne guardi, si pprennete
La scummunica nata e mmarinata.
Un libbro, un c…., un scappellotto a un prete,
Un sputo, una scorreggia, una pissciata
Ve pò scummunicà cquanno volete.„
Nelle prime quartine si satireggia sul paradosso teologico: le gerarchie universali sono invertite: il papa comanda e Dio esegue cecamente. La scomunica diventa una formula magica o un atto burocratico a cui persino Nostro Signore deve «ubbidire al momento». Nemmeno Gesù Cristo in persona, scendendo sulla terra con tanto di paramento liturgico, avrebbe il potere di annullare la scomunica del papa. La grazia divina viene così sottomessa alla burocrazia eclesiastica.
Interessante l’elenco, messo in bocca ad un parroco durante l’omelia domenicale, dei motivi per cui si può essere scomunicati: leggere un «libbro» proibito, aggredire un sacerdote («un scappellotto a un prete»), così come atti di volgarità corporale: uno sputo, un peto, una minzione («una pissciata»). La lista grottesca serve ad indicare come all’epoca (solo all’epoca?) la Chiesa utilizzasse l’arma della scomunica in modo indiscriminato: la scomunica serviva a punire sia il dissenso intellettuale sia, volendo, i comportamenti triviali, riducendo un grave provvedimento spirituale ad uno strumento di sottomissione politica continua.
Tra i peccati qui listati non vi è, curiosamente, la consacrazione dei vescovi senza mandato.
Aiuta Renovatio 21
Vi è poi da rivelare al lettore cosa il poeta intenda con «scummunica nata e marinata»: si tratta di come il popolano, soggetto enunciante della poesia bellica, capisce l’espressione «scomunica Maranathà», ossia la scomunica usque Dominus veniet (tradotto letteralmente: «fino a quando verrà il Signore»), la forma estrema e permanente di sanzione religiosa utilizzata storicamente dalla Chiesa cattolica, inflitta per colpe considerate talmente gravi da non poter essere perdonate da nessuna autorità umana terrena. La rimozione della scomunica veniva rimandata direttamente al Giudizio Universale, lasciando il verdetto finale a Dio, con il colpevole colpevole escluso in modo perpetuo dalla comunità dei fedeli e dai sacramenti – una scappatoia di perdonanza terrena, dicono dalla regia, da qualche parte c’era comunque.
La scomunica Maranathà veniva riservata a reati eccezionali, come le eresie ostinate, le profanazioni estreme o i gravi crimini contro la figura del papa. Si trattava di una scomunica che poteva prevedere anche un preciso cerimoniale di maledizione, sempre presente nel pontificale romano, benché caduto in disuso praticamente già nell’età moderna, con rare eccezioni.
Interessante pure ricordare come, in epoca pre-codiciale – cioè antecedente al Codice di Diritto Canonico (Codex Iuris Canonici), promulgato nel 1917 da Papa Benedetto XV – chi ordinava vescovi senza mandato pontificio veniva semplicemente sospeso fino a dispensa – di fatto, ‘na bazecola. Anzi, la scomunica per la consacrazione illecita di vescovi è perfino successiva, è stata introdotta da Pio XII in risposta alle ingerenze del regime comunista in Cina, che oggi invece, nella Chiesa invertita, ordina i vescovi che gli pare senza incorrere in scomunica e ricevendo poco dopo, dopo un mezzo silenzio di qualche ora, la ratifica del Sacro Palazzo.
A questo punto ci chiediamo quanto vescovi, sacerdoti e fedeli FSSPX siano andati vicini alla scomunica marinata. La quale, sì, è sparita con l’arrivo del Codice, ma col Fernandezzo non si sa mai, magari resuscita pure quella per far danno ai mostri tradizionalisti.
Il cardinale orgasmologo infatti, in punta di diritto positivo assoluto, potrebbe usare le parole del sonetto belliano Li soprani der monno vecchio (21 gennaio 1831), rese immortali dal Marchese del Grillo del democristiano Alberto Sordi.
C’era una vorta un Re cche ddar palazzo
Mannò ffora a li popoli st’editto:
“Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo,
Sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.”
Eccoci che torniamo alla grande saggezza del poeta vernacolare, che visse i suoi 72 anni sotto sei papi, descrivendo una città sordida e in abbandono, di plebi tra le più incolte d’Italia, dove il papa era anche temuto, ha scritto un critico, «come capo della fatiscente società del putrido Stato pontificio».
I tempi sono cambiati, o forse, nella Rroma eterna e nelle sue cloache umane, no.
Anvedi.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di Dipietroff via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
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