Connettiti con Renovato 21

Pensiero

Il Corriere e Lavrov, apice del cringe giornalistico italiano

Pubblicato

il

In un episodio imbarazzante come pochi altri per la stampa nazionale italiana, il Corriere della Sera ha rifiutato di pubblicare un’intervista esclusiva con il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov.

 

L’incredibile sviluppo è stato ridicolizzato dal portavoce del ministero degli Esteri di Mosca Maria Zakharova, che, facendo ridere i presenti ad un briefing a Mosca, ha raccontato che quando il ministero russo ha chiesto come mai l’intervista non fosse stata pubblicata il Corriere avrebbe risposto che non c’era spazio; la Zakharova ha proseguito dicendo che, visiti i «problemi con la Carta che deve avere l’Italia», era stato proposto dal Cremlino di pubblicarla sul sito, ma sarebbe stato risposto da via Solferino che non c’era spazio nemmeno su internet. Infine, non si sa quanto scherzando, la portavoce dice che è stato ulteriormente proposto all’antico quotidiano italiano di pubblicare un link ad una pagina esterna, ma sarebbe stato detto che non c’era spazio nemmeno per quello.

 

È finita che l’intervista la ha pubblicata il sito del ministero degli Esteri russo e dell’ambasciata russa in Italia.

 


Iscriviti al canale Telegram

Se le parole della Zakharova non fossero per ischerzo saremmo davanti ad un fatto di gravità – professionale, diplomatica, umana – sconcertante. Il racconto della portavoce racconta di una vetta di cringe giornalistico senza precedenti.

 

Nelle scorse ore il giornale della borghesia italiana ha tentato di rispondere, giustificando la mancata pubblicazione di uno dei vertici della massima superpotenza atomica planetaria (possiamo dire «censura»?) con i contenuti dei discorsi del Lavrov, che con evidenza il giornale ed i suoi padroni non condividono – ma dei quali i lettori dovrebbero essere informati.

 

«Le risposte del ministro contenevano anche molte affermazioni del tutto discutibili e dal chiaro intento propagandistico» scrive il Corriere in un articolo. Come, ad esempio, il passaggio sul «cruento colpo di Stato anticostituzionale a Kiev del febbraio 2014, organizzato dall’amministrazione Obama» (in via Solferino forse erano in vacanza quando uscì l’audio di Victoria Nuland che oltre che a parlare degli investimenti USA e decidere il premier di Kiev proclamava in maniera indimenticabile «Fuck the EU»), oppure quello sul «regime di Kiev» che definisce «subumani» o «terroristi» gli abitanti delle quattro regioni ucraine annesse illegalmente dalla Russia» (anche qui, forse il giornalone era in letargo negli anni dal 2014 al 2022, e quanto alle annessioni illegali, magari ricordare che ci sono stati dei referendum in zone quasi totalmente russofone sarebbe stata una cosa bella e «giornalistica»)

 

Il Corriere mica desiste: ha cancellato la pubblicazione dell’intervista al decano della diplomazia mondiale perché «in altre parti, Lavrov arriva a sostenere che, “a differenza degli occidentali”, l’esercito russo protegge “le persone, sia civili che militari” e che le “nostre forze armate” agiscono “con massimo senso di responsabilità, sferrando attacchi di precisione esclusivamente contro obiettivi militari e relative infrastrutture di trasporto ed energetiche”».

 

Qui sarebbe bello che il giornalissimo dimostrasse che non è così, facendoci vedere, chessò, Kiev e Kharkov ridotte in macerie come Baghdad e Beirut – perché non è che ci voglia un genio per vedere quanto la guerra condotta dalla Russia sia diversa da quelle fatte da USA, NATO e compagni in Iraq, Libano, Afghanistan, Siria, Libia e pure in Serbia… Diverso è il caso di Donetsk, città che dicono essere ucraina, ma che l’Ucraina, per qualche ragione, bombarda, anche a Natale e a Pasqua vicino alle chiese, nei mercati, nei centri commerciali, con le ondate di sangue civile che conosciamo: ma guarda chi li fa, i massacri degli innocenti.

 

Al Corrierone, come a tutte le testate occidentali possedute da camerieri atlantici o peggiobrucia ancora che Bucha non sia riuscita col buco, e di questa presunta «strage» che doveva fungere da casus belli per mandare i nostri soldati a morire in Ucraina non se ne è fatto più nulla. Voi avete più sentito nulla? Chissà perché.

 

Ma non basta: il Corriere è disturbato assai dal fatto che il Lavrov «dichiara che «il nazismo sta rialzando la testa in Europa». Lo scrive il giornale dove in prima pagina, con corsivi non esattamente imperdibili, scrive per qualche ragione uno che in TV andò a dire che un generale vicino al Battaglione Azov è «giusto» come Schindler e Perlasca. Lo scrive il giornale il cui inviato a Kiev riprese un militare nazi-odinista dichiarare la sua fede pagana dinanzi all’assedio dei monaci della Lavra. È stato detto, giustamente, che il Corriere in quell’occasione era riuscito, senza volerlo, a realizzare l’apice della propaganda ucraina e pure russa nello stesso momento.

 

Iscriviti al canale Telegram

 

Ma non è finita. Il giornalone nelle mani del venditore di pubblicità proprietario del Torino calcio alza il ditino con boria e pervicacia: «il ministero degli Esteri russo ha risposto alle domande inviate preliminarmente dal Corriere della Sera con un testo sterminato pieno di accuse e tesi propagandistiche. Alla nostra richiesta di poter svolgere una vera intervista con un contraddittorio e con la contestazione dei punti che ritenevamo andassero approfonditi il ministero ha opposto un rifiuto categorico».

 

Un’intervista scritta con il contraddittorio? Ma di cosa stanno parlando? Il compito dell’intervistatore è sentire quello che dice il più alto diplomatico della superpotenza oppure salvaguardare la mente dei lettori dalla possibilità di sentire l’altra campana – cioè il lavoro che dovrebbe fare il giornalismo?

 

Lavrov, accusa il Corrierissimo, «Evidentemente pensava di applicare a un giornale italiano gli stessi criteri di un Paese come la Russia dove la libertà d’informazione è stata cancellata». A questo punto non è più possibile trattenere le risate. «Quando il ministro Lavrov vorrà fare un’intervista secondo i canoni di un giornalismo libero e indipendente saremo sempre disponibili».

 

Il Corriere «libero e indipendente»? Eccerto. Ce lo ricordiamo in pandemia, quando, dopo decenni di abbonamento (chi scrive ha letto quel giornale quotidianamente da quando aveva praticamente 15 anni) abbiamo mollato il colpo, ché le menzogne (per esempio sull’ivermectina farmaco per cavalli) erano divenute intollerabili. Anche dopo, con la guerra ucraina e la lista dei putiniani italiani, con per soprammercato la stupenda affermazione che la stampa russa avrebbe usato come manifesto un articolo di Manlio Dinucci: le giornalistissime in cima al massimo quotidiano italiano non si era ovviamente peritata di comprendere o approfondire nulla – Dinucci riprendeva uno studio della Rand Corporation, citato varie volte anche da Renovatio 21, dipingendo quindi l’84 geografo italiano come faro della politica di Putin… eh?

 

Vabbè, qualche lettore lo sa: con il Corriere per Renovatio 21 ci può essere stata qualche screzio in passato. Come quando un video un po’ minaccioso di Bill Gates e consorte (col COVID stavano ancora assieme) trovato e sottotitolato da Renovatio 21 comparve per magia, senza credito alcuno, talis et qualis sul sito del Corriere.

 

Faccia il lettore il confronto. L’unica vera differenza e che noi – che abbiamo realizzato i sottotitoli, sistemato l’audio e finalizzato – non ci abbiamo messo la pubblicità.

 

 


Aiuta Renovatio 21

O quella volta che, ci segnalarono tanti lettori, c’era nelle pagine di cultura quella lenzuolata della celeberrima romanziera Susanna Tamaro sulla scuola che sembrava, a detta di molti, un pochino somigliante ad un articolo di Elisabetta Frezza pubblicato sulle colonne di Renovatio 21. 

 

Pressati dal nostro pubblico, scrivemmo all’altezza del Natale 2022 alla redazione di via Solferino. Siamo in grado qui di riprodurre la missiva.

 

Gentili signori della redazione del Corriere,

abbiamo ricevuto diverse segnalazioni riguardo una possibile somiglianza tra l’articolo comparso sul Vostro giornale lo scorso mercoledì 21 dicembre a firma di Susanna Tamaro («Perché dico no alla Scuola 4.0») e l’articolo di Elisabetta Frezza pubblicato da Renovatio 21 in data  14 dicembre 2022 (ore 15:56) con il titolo «L’abisso del Piano Scuola 4.0».
(…) Le simiglianze segnalateci dai lettori sono varie, tra cui, ad esempio, il curioso uso dell’espressione «Giovani Marmotte», che ricorre nel successivo pezzo della Tamaro, che i lettori ci ricordano essere stata impiegata in altri discorsi della dott.ssa Frezza, come l’articolo pubblicato da Renovatio 21 «Scuola, cosa ci aspetta a settembre», del 13 luglio 2020.
Più in generale, ci segnalano una certa corrispondenza fra i due articoli nella disposizione degli argomenti.
Chiederemmo dunque, se possibile, un Vostro commento a riguardo.
In attesa di Vostre,
Auguriamo a tutta la Redazione del Corriere e alle rispettive famiglie Buon Natale.

 

Secondo voi i colleghi del Corriere dei grandi ci risposero? Maddeché – neppure agli auguri di Natale.

 

Gli auguri a questo punto glieli facciamo noi: perché, se continuano così, quanto avanti potrà andare ancora avanti il giornalismo italiano?

 

Roberto Dal Bosco

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

Arte

Sorrentino, Mattarella, eutanasia, Pulcinella

Pubblicato

il

Da

Qualche settimana fa il celebre regista Paolo Sorrentino ha fatto discutere con una dichiarazione sconcertante. Il presidente della nostra amata Repubblica riceveva i rappresentanti del mondo dello spettacolo. Una certa enfasi è stata data all’occasione, quasi a sfiorare l’avvenimento, che in realtà si ripete tutti gli anni. Fra le prerogative del presidente della Repubblica c’è anche quella di intrattenersi semel in anno con le categorie più popolari, come gli sportivi e appunto cantanti attori registi, ricevendo ossequio e porgendo belle parole di sostegno e conforto.   Da qualche tempo il presidente è molto presente: va in tram, dove raccoglie orsacchiotti, fa selfie con influencer truccatissime o con rapper affetti da sigmatismo. Si porge come un buon nonno, il nonno degli italiani, quasi a suggerire che all’età avanzata sia connaturata la bontà e la saggezza. E con ciò lancia un assist anche in favore della terza età.   Come che sia, alla cerimonia non poteva mancare il Paolo Sorrentino, il premio Oscar osannato per aver mostrato, sessant’anni dopo La dolce vita, che il Bel Paese è una latrina e Roma è la sua cloaca: cosa che dal XVI secolo piace sempre ai protestanti, maxime agli anglosassoni. Paolo Sorrentino, che da sempre irride la religione cattolica, il papa, i santi, la fede, l’Italia. Paolo Sorrentino, che sputa nel piatto ma con eleganza, apparecchiando inquadrature impeccabili per accompagnare l’ovvio che piace.

Sostieni Renovatio 21

L’opera dell’artista napoletano, ci pare, incarna un poco lo spirito di Pulcinella, che ride fingendo di piangere, lancia frizzi, si piega all’andazzo sia pure con una qualche sprezzatura e tira alla pagnotta. Un Pulcinella moderno, raffinato; un Pulcinella con gli scopettoni.   E così, prendendo la parola nel consesso, il Sorrentino Paolo se ne è uscito con una denuncia, come si diceva, sconcertante e anche imbarazzante: «se il mondo fosse abitato solo da lei e dagli artisti, presidente, vivremmo gioiosi e pacifici. Ma purtroppo» ha aggiunto sospirando «ci sono anche gli altri».   Ohibò, ci venne fatto di pensare, ma che corbelleria è mai questa?   Posto che si possano con un battito di mani eliminare tutti quelli che non sono il presidente e artisti, come andrebbe dal punto vista materiale e, si perdoni la volgarità, economico? Il presidente è certamente benestante, è un buon nonno che non si accontenterebbe di dare i soldini per il gelato. Ma vogliamo credere che davvero abbia la possibilità finanziaria e perché no, la voglia di comprare e ascoltare tutti i dischi, andare a tutti gli spettacoli, comprare tutti i biglietti per vedere tutti i film, e insomma mantenere da solo l’industria discografica, teatrale e cinematografica italiana? Tra l’altro, il nonno degli italiani tiene una certa età. Non so lui – ci diceva un amico – ma mio nonno a una cert’ora voleva andarsene a dormire, altro che film, concerti e teatro.   Se ci fossero al mondo solo gli artisti e Mattarella, come camperebbero i cantanti, gli attori, i registi, e Paolo Sorrentino, quindi?   E poi, la noia. Dopo un’ora di sorrisi, esaurite le poesie da declamare e stancati i saltimbanchi, cantata in coro per l’ultima volta Io e te da soli di Mina, probabilmente il presidente e la torma di artisti finirebbero per essere un poco tediati l’uno degli altri. Al primo languorino di pancia, c’è da scommettere che qualcuno tra i meno abbienti inizierebbe a preoccuparsi, a palesare inquietudine, a guardarsi intorno in cerca degli «altri», cioè l’invisa plebe che gli dava da mangiare, bere e vestir panni.   E ancora: pacifici de che? Tutti sanno che il mondo dello spettacolo è un verminaio, dove ci si fa la forca l’un l’altro. Invidie, rancori, rivalse e vendette sono all’ordine del giorno. I sorrisi sono in genere fatti da denti che mordono, la mano che si tende al collega in favore di pubblico nasconde spesso una lametta sul palmo. Di che parliamo?   E quanto al presidente, egli è uomo di pace ma ha dimostrato di saper fare anche la guerra. Sorrentino è nato, apprendiamo, nel 1970. Nel 1999, quando Mattarella era ministro degli esteri, era già ventinovenne. Forse il successo è una seconda nascita che cancella il passato. E siccome Sorrentino è nato alla gloria nel 2013, con La grande bellezza, e Mattarella è stato eletto nel 2015, è possibile che il regista tenda a far coincidere i ricordi e la felicità con il mandato del presidente.   Va bene, concludemmo provvisoriamente: una pulcinellata. È stata solo un’innocente esagerazione per compiacere l’illustre ospite, il quale deve aver sorriso come si sorride ai poeti che la sballano grossa.   Il punto è che Sorrentino ha da poco girato un film, La grazia.

Aiuta Renovatio 21

La pellicola gira intorno all’eutanasia, e non certo per biasimarla. C’è infatti un presidente cattolico, la cui fede è però un impiccio e non fa che renderlo irresoluto per due ore e mezza. C’è un papa amico del presidente, guarda un po’, che lo conferma non nella fede ma nel dubbio. C’è una grazia – non una Grazia – da concedere. C’è una donna che ha ucciso il marito violento, e che è convinta di aver agito per il suo bene, liberandolo dalla sua ossessione. C’è un uomo che, sempre per compassione, ha soppresso la moglie malata di Alzheimer.   Sullo sfondo, c’è il dibattito parlamentare sull’eutanasia, che tira per le lunghe perché siamo un Paese riluttante, corrotto e ignorante. Per non far mancare nulla, come un’oliva nel Martini, si parla anche di corna e di omosessualità.   Il film titilla un po’ tutti i recettori pseudo-intellettuali dell’ominide contemporaneo. Dovunque vada a toccare è certo di suscitare un muggito di approvazione. L’ispirazione per il soggetto, lo ha spiegato Sorrentino, è venuta dalla grazia accordata proprio dal presidente Mattarella nel 2019 a un uomo condannato, appunto, per aver ucciso la moglie con il morbo di Alzheimer.   Apprendiamo oggi che l’opera ha sbancato i Nastri d’argento. Oltre cento giornalisti le hanno conferito i premi per il miglior film, la migliore regia, la migliore sceneggiatura, il migliore attore protagonista, la migliore attrice protagonista, la migliore attrice non protagonista, la fotografia e il sonoro.   Tutto si tiene, nel festino della Necrocultura, tutto fa l’occhiolino a tutto. Otto festosi Nastri d’argento cadono, come stelle filanti, sulla pellicola.   Apriamo a caso Ennio Flaiano – che sceneggiò La dolce vita, quella vera – e leggiamo: «Pulcinella quando protesta ruba un piatto di maccheroni».   Avv. Renzo Magalozzi

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di Paolo Benegiamo via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0
Continua a leggere

Geopolitica

Ecco l’articolo censurato di Lavrov

Pubblicato

il

Da

Lo scorsa settimana il ramo europeo della testata Politico ha rifiutato un articolo vergato dal ministro degli Esteri della Federazione Russa Sergej Lavrov. Renovatio 21 ne pubblica qui la traduzione del testo poi apparso sulla stampa russa. Non si è trattato della prima volta che era una simile censura si è abbattuta sulle parole del Lavrov: l’anno passato era stato il Corriere della Sera a rifiutare la pubblicazione di un’intervista al ministro russo che via Solferino aveva chiesto ed ottenuto. Anche in quel caso, Renovatio 21 aveva tradotto il testo una volta rilasciato dal Cremlino.

 

Alcune riflessioni sulla risoluzione della crisi ucraina, sull’Europa e sulla sicurezza globale

In un incontro tenutosi a Londra il 7 giugno 2026, i leader di Gran Bretagna, Francia e Germania, insieme a Volodymyr Zelens’kyj, hanno delineato cinque precondizioni affinché la Russia possa garantire una «pace giusta e duratura» in Ucraina. Europa Unita presenta ora questo elenco di richieste come base per il dialogo con Mosca.

 

Sfondo

Oltre vent’anni di negoziati con l’Europa, in quanto parte dell’Occidente collettivo, portano a un’unica conclusione: il dialogo con la Russia è servito da cortina fumogena diplomatica per l’espansione geopolitica delle istituzioni occidentali, soprattutto NATO e Unione Europea, verso est, fino ai confini della Russia.

 

La complicità dell’Europa nell’alimentare la crisi ucraina è innegabile. Insieme agli Stati Uniti, i paesi europei hanno orchestrato la Rivoluzione Arancione a Kiev nel 2004. Per creare una testa di ponte anti-russa in Ucraina, hanno trascorso anni a corrompere politici e interi partiti, a riscrivere la storia e i programmi scolastici, a coltivare e alimentare il nazionalismo ucraino e a fare di tutto per allontanare l’Ucraina dalla Russia.

 

Nel 2013, l’Unione Europea ha respinto categoricamente la nostra proposta di compromesso sull’accordo di associazione, un accordo che Bruxelles premeva da tempo affinché Viktor Yanukovich firmasse. Vale la pena ricordare che all’Ucraina era stata offerta un’apertura unilaterale del mercato senza impegni reciproci, condizioni che si sarebbero rivelate incompatibili con la permanenza di Kiev nella zona di libero scambio della CSI. Quando Viktor Yanukovich chiese un rinvio, gli europei fomentarono disordini di piazza che sfociarono rapidamente nel colpo di stato di Kiev del febbraio 2014.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Germania, Francia e Polonia si sono poi dimostrate altrettanto sleali. Dopo aver garantito il rispetto dell’accordo raggiunto tra l’opposizione e Viktor Yanukovich, se ne sono lavate le mani nel momento stesso in cui quella stessa opposizione, da loro stessi creata, è salita al potere. «La democrazia», ​​hanno affermato con una scrollata di spalle, «prende svolte inaspettate».

 

L’Europa ha quindi dato il suo appoggio alle nuove autorità. A Odessa, il 2 maggio 2014, il rogo di decine di innocenti sostenitori di legami più stretti con la Russia non ha suscitato una sola parola di condanna da parte delle capitali europee.

 

In qualità di co-garanti degli accordi di Minsk del 2015, Francia e Germania hanno di fatto incoraggiato il regime ucraino a sabotare i propri impegni. Come ammisero in seguito Angela Merkel e François Hollande – dopo l’inizio dell’operazione militare speciale – l’attuazione da parte di Kiev degli accordi di Minsk, approvati all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, non era mai stata realmente prevista. L’obiettivo, ammisero, era semplicemente quello di guadagnare tempo: rafforzare le forze armate ucraine e inondarle di armamenti occidentali.

 

La Russia, dal canto suo, ha esplorato ogni via diplomatica per disinnescare la crisi di sicurezza europea. Tuttavia, nel gennaio 2022, gli Stati Uniti e la NATO hanno respinto la proposta russa di garanzie di sicurezza reciproca giuridicamente vincolanti. I membri europei della NATO hanno appoggiato attivamente tale rifiuto.

 

In seguito all’avvio dell’operazione militare speciale, l’Europa unita ha appoggiato gli sforzi del primo ministro britannico volti a sabotare i negoziati di Istanbul tra Russia e Ucraina. L’appello di Boris Johnson a Kiev – «non firmate nulla, combattete e basta» – ha chiuso la porta a qualsiasi forma di diplomazia autentica per il prossimo futuro.

 

Situazione attuale

Cosa ha spinto i leader europei a cambiare improvvisamente retorica e a iniziare a parlare di negoziati, e cosa si prefiggono di ottenere con queste dichiarazioni? Ad esempio, l’Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas, ha affermato che lo scopo di qualsiasi dialogo con la Russia è quello di dettare le condizioni all’Europa. Queste includono il pagamento di «risarcimenti» all’Ucraina; il ritiro delle truppe dalla Transnistria e dal Caucaso meridionale; l’abolizione della legge sugli «agenti stranieri»; e l’accettazione di limiti rigorosi alle dimensioni delle forze armate della Federazione Russa.

 

Secondo la sua interpretazione, «non può esserci una pace giusta e duratura senza che la Russia risponda delle proprie azioni». Durante la sessione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del 19 maggio 2026, un rappresentante dell’UE ha ribadito il concetto in modo inequivocabile: «Sostenere militarmente l’Ucraina non contraddice la ricerca della pace, ma rappresenta piuttosto un prerequisito fondamentale per qualsiasi negoziato credibile e in buona fede».

 

Il piano dell’Europa è quello di dialogare con la Russia, portando avanti al contempo una campagna di azioni legali orchestrata attraverso il Consiglio d’Europa. All’interno di quest’organizzazione, un tempo rispettata, si sta creando un’intera infrastruttura con lo scopo esplicito di «chiedere conto alla Russia»: un registro dei danni, una Commissione per i risarcimenti e un Tribunale speciale.

 

Anche l’Unione Europea ha dato il via libera al fermo di navi mercantili in alto mare. Diversi episodi si sono già verificati nel Mar Baltico e nell’Atlantico. Allo stesso tempo, l’Occidente distoglie accuratamente lo sguardo dagli atti terroristici di sabotaggio perpetrati dalle Forze Armate ucraine nel Mar Nero e nel Mar Mediterraneo.

Sostieni Renovatio 21

Il vero obiettivo dei leader europei, quindi, non è negoziare con la Russia. È piuttosto quello di consolidare il regime di Zelens’kyj e preservarlo come trampolino di lancio per un continuo confronto con la Russia. Con questo in mente, i leader europei si affannano per ottenere un cessate il fuoco il più rapidamente possibile e per un’unica ragione: impedire il collasso delle Forze Armate ucraine sul campo di battaglia. Il piano è quello di «congelare» il conflitto senza affrontarne le cause profonde, per poi schierare rapidamente sul suolo ucraino contingenti militari della «coalizione dei volenterosi» anglo-francese.

 

È risaputo che le élite europee hanno investito il loro «capitale politico» nello scontro con la Russia, stanziando centinaia di miliardi di dollari per sostenere il regime di Kiev e incrementare i bilanci militari degli Stati membri dell’UE e della NATO. L’Europa punta ora a raggiungere la «prontezza difensiva» contro la Russia entro il 2030. Fino ad allora, intende guadagnare tempo con ogni mezzo a disposizione. In una dichiarazione sorprendentemente schietta rilasciata lo scorso aprile, il capo di stato maggiore belga ha affermato senza mezzi termini: «abbiamo ancora qualche anno. Grazie al coraggio e al sangue degli ucraini, che ci stanno dando questo tempo».

 

L’Europa unita continua a sognare l’espansione. Intende assorbire l’Ucraina e la Moldavia, trascinando al contempo l’Armenia nella sua sfera d’influenza. La NATO si è già espansa verso est, inglobando Finlandia e Svezia. Quanto all’Ucraina, viene sempre più considerata come il «pugno d’arme» di una futura forza militare europea, indipendente dagli Stati Uniti e dalla NATO.

 

Rischi per la sicurezza globale

Questa situazione rappresenta una seria minaccia per la sicurezza globale. Uno scontro diretto tra la NATO e la Russia potrebbe rapidamente degenerare in uno scambio di attacchi nucleari, con conseguenze catastrofiche.

 

Sotto la bandiera dell’ «autonomia strategica», l’Europa sta assistendo a un significativo rafforzamento delle proprie capacità militari, anche in ambito nucleare. L’intenzione di Parigi di estendere il suo «ombrello nucleare» a diversi Stati membri dell’UE e della NATO è fonte di profonda preoccupazione. Ciò non contribuirà in alcun modo a rafforzare la sicurezza della Francia stessa né dei beneficiari della sua cosiddetta protezione.

 

Nonostante tutto, l’establishment politico e militare europeo continua ad attribuire alla Russia piani aggressivi, piani che, a loro dire, si estendono ben oltre l’Ucraina. Il presidente russo ha affermato in numerose occasioni che tutto ciò è una sciocchezza, una provocazione e disinformazione, finalizzata unicamente a ottenere fondi di bilancio per la lotta contro la Russia. Questo non è certo il clima adatto per un dialogo costruttivo.

Aiuta Renovatio 21

La posizione della Russia

Per quanto riguarda i negoziati, Vladimir Putin ha ribadito al Forum economico internazionale di San Pietroburgo che la Russia non è contraria ai contatti con nessuna parte. Consideriamo tuttavia l’Europa come una parte intenzionata a sconfiggere la Russia – una posizione che gli stessi europei dichiarano apertamente. Il dialogo con l’Europa, pertanto, non può essere condotto come se fosse un osservatore terzo e imparziale.

 

La Russia preferirebbe raggiungere gli obiettivi dell’operazione militare speciale attraverso la diplomazia.

 

Ciò richiede di garantire in modo affidabile la sicurezza lungo i confini occidentali della Russia e di assicurare rispetto e dignità ai nostri cittadini e compatrioti, compreso il diritto di parlare la propria lingua madre, il russo, e di praticare la fede cristiana ortodossa. Un’ulteriore espansione militare, politica ed economica da parte dell’Occidente è inaccettabile: è contraria agli imperativi di un mondo multipolare.

 

I leader europei dovrebbero riconoscere che il modello di sicurezza regionale costruito in Europa nel corso dei decenni, sin dall’adozione dell’Atto finale di Helsinki nel 1975, è stato distrutto dalle loro stesse mani. E non potrà mai essere ricostruito. Dobbiamo ora muoverci verso la creazione di un’architettura di sicurezza continentale aperta a tutti i paesi eurasiatici e che rispecchi l’odierna realtà multipolare.

 

Il principio di sicurezza uguale e indivisibile, calpestato dagli euro-atlanticisti, può trovare incarnazione in una nuova architettura eurasiatica. Quando i tempi saranno maturi, anche l’Europa potrà unirsi a questo grande sforzo.

 

Il punto cruciale è che un dialogo significativo richiede il ripristino della fiducia, infranta dalle azioni anti-russe dell’Occidente, e dell’Europa in quanto parte di esso, nell’era post-Guerra Fredda. La fiducia può essere recuperata solo attraverso passi concreti che dimostrino un sincero impegno ad abbandonare l’uso della diplomazia come copertura per ambizioni espansionistiche. La fiducia non può essere ripristinata, né il dialogo può essere ripreso, attraverso ultimatum come quello rivolto alla Russia a Londra il 7 giugno 2026.

 

PS È degno di nota che l’ultimatum di Londra sia stato riaffermato inequivocabilmente dagli ambasciatori di Gran Bretagna, Francia e Germania durante l’incontro al Ministero degli Esteri russo l’11 giugno 2026, un incontro che avevano richiesto con tanta insistenza. Questo era l’unico scopo della loro visita al ministero.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di Duma.gov.ru via Wikimedia Creative Commons Attribution 4.0 International

 

Continua a leggere

Pensiero

Trump contro Meloni, il deal dietro la discordia

Pubblicato

il

Da

Con il passare delle ore è divenuto chiaro che non si è trattato di un lapsus: l’intento del presidente degli Stati Uniti era di fatto quello di ferire, umiliare il presidente del Consiglio italiano. L’escalation è stata tale che ora ci sembra che il nostro rappresentante ci stia chiedendo pietà.   Giorgia, di suo, ci ha messo dapprima tutta l’insipienza diplomatica possibile, con tono lamentoso di chi si deve difendere, invece che quello baldante di chi attacca. Il video-selfie acidulo in cui risponde immediatamente è, quello sì, un errore ormonale, uno sbaglio di incontinenza di quelli che, un po’ stupidamente, si ascrivono a Trump.  
 
Visualizza questo post su Instagram
 

Un post condiviso da Giorgia Meloni (@giorgiameloni)

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

E poi la valanga di disdette: il ministro degli Esteri Tajani cancella il viaggio negli USA, il collega Giorgetti non va all’assemblea della Camera di Commercio americana a Milano, e tutto prima che sia convocato l’ambasciatore, come dovrebbe essere prassi. Lo stesso ambasciatore che, di qui a due settimane, per il 4 luglio invita l’universo mondo politico a Villa Taverna per servire succulenti hamburgerri ai rappresentati dello Stato a sovranità limitata.   È un vero incidente diplomatico, anzi non è nemmeno un incidente, perché, pare chiaro, è stato provocato da una delle due parti.   C’è una manovra precisa – possibilmente un futuro deal – dietro la mossa di Trump. Possono definirlo, come stanno facendo i giornaloni italiani appecoronati, come un narciso egomane. Può darsi: resta il fatto che in fondo alla strada della discordia The Donald vede sempre un accordo da fare. Ask Repubblica Islamica dell’Iran, ask famiglia Khamenei: c’è aggressione e distruzione, violenza anche indicibile, poi però arriva l’affare.   Il Corrierone, impagabili nello sparare in queste ore in ogni direzioni filogovernativa possibile, svela un retroscenone: «sembra che siano stati diffusi troppi video di Meloni e Trump, troppi e non tutti autorizzati dallo staff americano. In primo luogo uno in cui la premier italiana gesticola e sembra, con l’indice puntato verso Trump, volergli spiegare qualcosa. È diventato virale negli Stati Uniti tra gli elettori democratici».  

Sostieni Renovatio 21

Eccerto, la spiegazione è la personalità narcisoide dell’Uomo della Casa Bianca. Eccertissimo: ecco che il giornalissimo di via Solferino tira fuori pure Mary Trump, psicologa e nipote del presidente (è figlia del fratello maggiore Fred junior, morto alcolizzato: il motivo per cui Donald non tocca nulla di alcolico, né fuma), un grande classico di quando si vuole attaccare sul piano personale e psicopatologico l’uomo: la signora, esperta in «razzismo sistemico», ha qualche problema con la famiglia, e non parla con lo zio presidente dal 2017, epperò ha scritto un libro di sputtanation famigliare nel 2020, che l’altro zio, Robert Trump, tentò pure di bloccare.   Quando dice «un uomo in declino, cognitivamente, psicologicamente ed emotivamente (…) Donald è un misogino. Non rispetta le donne, ha dei problemi con loro, in particolare con quelle forti» consideriamo un po’ la fonte. Comunque, il fine da ottenere è evidente: buttarla nella caciara psicologica, ed estromettere la politica, dove invece l’amato governo sarebbe tenuto a rispondere dinanzi ad una crisi diplomatica simile.   Dito e Luna. Macché narcisismo e psichiatria. Guardate invece alla politica, alla geopolitica. Il presidente statunitense nelle successive dichiarazioni di attacco ha specificato apertis verbis nelle ultime ore la sua irritazione con l’Italia che non gli ha concesso le basi per Ormuzzo. Ora che la crisi parrebbe risolta, passa all’incasso.   «La premier italiana Gigiorgia [sic] Meloni mi ha chiesto ripetutamente di fare una foto con lei durante il vertice del G7 in Francia» ha scritto su Truth. «La sua popolarità in Italia è scarsa, forse perché ha rifiutato l’offerta degli Stati Uniti d’America, un Paese che ama e protegge veramente l’Italia, quando si è trattato di impedire all’Iran di ottenere o sviluppare un’arma nucleare (ma lo ha fatto anche la NATO, del resto!). Non ci ha nemmeno permesso di usare le piste di atterraggio italiane, un enorme inconveniente logistico, e questo nonostante gli Stati Uniti contribuiscano con centinaia di miliardi di dollari all’anno alla protezione dell’Italia e di altri cosiddetti alleati della NATO. Ora, dopo la sconfitta militare dell’Iran da parte degli Stati Uniti, vuole tornare ad essere amica per “aumentare i suoi consensi”. No grazie!!! Presidente DJT»   La sparata contro l’alleato romano può servire, effettivamente, a trattare sul prezzo: come con Corea e Giappone, già dal primo mandato, il Donaldo rovescia la questione delle basi militari su suolo straniero: noi stiamo lì a difendere, quindi pagate. Schiaffi diplomatici, per poi dire: facciamo un deal. In questo senso vanno lette pure le parole del fido segretario della Guerra Peter Hegseth, proferite poche ore dopo la scenata di Trump: diminuzione delle truppe in Europa, anche in Italia.

Iscriviti al canale Telegram

Donald sa perfettamente che minacciare di togliere i soldati dalle basi italiane, o le basi stesse, non rappresenta un processo indolore per gli italiani: vi sono decine di migliaia di cittadini impiegati, decine di migliaia di italiani che affittano – a prezzi altissimi – la casa ai soldati USA, ci sono ancora più connazionali che lavorano in un indotto di servizi e forniture che vale almeno mezzo miliardo l’anno, e in cui in passato si era detto si era piazzata anche qualche coop rossa, coinvolta negli appalti miliardari per la costruzione e l’ampliamento delle basi militari – esempio, la base costruita sull’aeroporto Dal Molin a Vicenza: 2008 la gara internazionale bandita dal governo statunitense per l’edificazione del mega-complesso militare fu vinta da una joint venture che includeva colossi storici della Legacoop (la lega nazionale storicamente vicina ai partiti della sinistra).   La torta è grossa, anche se non si vede. Donald lo sa, così come immagina che non c’è tutta questa fregola sovranista per vedere l’occupante – che dalla Caduta del Muro di Berlino sta qui senza più una vera ragione – che se ne va.   Come dire che il pungolo è prima verbale, poi fisico: non aver fatto quello che dovevi fare, ti costa, e non solo in reputation. Tra un po’, Donald dirà: torniamo al tavolo. È una tecnica di cui parla nel suo libro Art of the Deal («L’arte dell’accordo»). È la walkway scene, la scena in cui la contrattazione va in stallo e tu fingi di volertene andare, lasciando la negoziazione. Quante volte lo ha fatto già, The Donald?   Leggiamo fra le righe del suo messaggio. È evidentissimo, anche dalle parole di insulto alla Meloni, che al contempo c’è un’altra questione perennemente sul piatto di Trump: la NATO, e la mancata spesa militare promessa dagli alleati europei. Abbiamo visto, in passato, scenate ancora più sgradevoli riguardo a questo fatto. Ricordiamo l’allora segretario atlantico Jens Stoltenberg preso a pesci in faccia fino a renderlo pessimista e depresso sul futuro dell’alleanza.  

Iscriviti al canale Telegram

Viene da pensare che, in un disegno ancora più grande e complesso – gli scacchi 5D di cui vagheggiano i Trump-credenti rimasti – gli insulti alla Meloni servano proprio alla NATO, ma per distruggerla.   È un vecchio progetto di Trump, primo NATO-scettico alla Casa Bianca, erede di una tradizione non evidentissima ma ben presente nel pensiero politico-diplomatico americano, da George Kennan in giù.   Irritare gli alleati (il nostro presidente del consiglio non è il primo) per forsennare l’Alleanza, e far saltare, un’incazzatura alla volta, l’intero Patto Atlantico. Chissà se è qualcosa che ha proposto, o vuole proporre, a Putin – al quale nelle ultime ore ha riaperto la porta del G7-G8. L’arte del deal di Trump è multidimensionale e, lo abbiamo appena visto con l’Iran ed Israele, imprevedibile totalmente.   La NATO disintegrata apre infinite possibilità di redenzione della crisi mondiale. L’Italia, Paese anomalo capace di alleanze varie e in apparenza contraddittorie (pensiamo ai saldi giri mondiali e terzomondiali di Mattei, o, in altro ambito, alle parole di Andreotti: «l’Italia ha una moglie americana e un’amante russa… »), potrebbe giovarne non poco, e pensiamo, innanzitutto, alle bollette delle famiglie, e delle aziende, massacrate dalla follia della guerra ucraina e dal megaterrorismo delle sanzioni e del Nord Stream.   Fine della NATO, fine dell’Occidente…? Ma che davvero davvero?   Massì: fine della finzione dell’Occidente laico, cioè decristianizzato, cioè massonico. Fine del giogo euroamericano. Fine, magari, anche della bufala del giudeo-cristianesimo. Immaginiamo la liberazione: l’Italia libera di trattare con chi vuole, per il gas o il legno, per l’uranio (prima o poi arriva il momento…) o per le nostre esportazioni che languono da anni di masochismo atlantico: il calcolo fatto dal 2014 è di una contrazione diretta del proprio export verso la Russia stimata in circa 3-4 miliardi di euro all’anno rispetto ai massimi storici precedenti all’avvio delle sanzioni contro Mosca. Nel 2013 l’export italiano verso Mosca aveva raggiunto il picco storico di 10,7 miliardi di euro.   Secondo l’esperto di politica e internet Mike Benz, è proprio da manovre più o meno occulte della NATO che, sempre all’altezza del fatale 2014 della riannessione della Crimea, e poco dopo della sorpresa della Brexit, è partito il sistema di censura sui social e non solo culminato con il bavaglio inferto a tutti noi durante il biennio pandemico. Benz sostiene che in ambienti atlantici sarebbe maturato un cambio di paradigma particolarmente significativo: difendere la democrazia non significherebbe più difendere il popolo e il suo volere, ma difendere le «strutture democratiche», cioè le istituzioni esistenti, anche a costo di reprimere il popolo che in teoria dovrebbero servire.   Fuori dalla NATO, quindi, il nostro Paese può riprendersi più dimensioni sovranità vitali per il popolo italiano. E quindi, dite, Roma dovrebbe assecondare questo movimento delle cose… no?

Aiuta Renovatio 21

Qui casca tutto. Perché nella suo video-selfie stizzito di risposta al vertice della superpotenza atomica (il formato giusto, non c’è che dire) Giorgia accusa Trump di non essere un vero leader dell’Occidente, di essere deboli con i nemici dell’Occidente.   Non so francamente perché il presidente degli Stati Uniti si comporti così con i propri alleati e non è del resto la prima volta che accade» Dice la Meloni nel grandangolone del telefonino messo in verticale. «Posso solo dire che dispiace che non abbia la stessa determinazione con i nemici dell’Occidente, con i nemici degli Stati Uniti, con leadership con le quali invece si dimostra molto più accondiscendente».   Cos’è? Un attacco a Trump perché ha fatto la pace con l’Iran? E allora perché non ha concesso le basi?   Oppure è un attacco, classico per l’eurosinistra che si è evidentemente pappata anche l’eurodestra, per i rapporti con Putin? (A proposito: possibile che non esista una foto della Meloni assieme a Putin? Quando il russo calava a Roma, o in Sardegna, per incontrare l’amico Silvio Berlusconi al governo, possibile che non gli sia mai stato fatto incontrare a favor di flash l’allora ministro della Gioventù?)   Riascoltiamo il videino: pare balbetti quasi, che si stia arrampicando sugli specchi, come se fosse in cerca di un insulto con cui controbattere, ma decisamente non ha il talento del boss. Per cui, eccoci che perfino nel momento del decoupling, la Repubblica Italiana tira fuori il suo ruolo servile, invoca questo astratto padrone più grande, «l’Occidente», pigola dimostrandosi logicamente incapace di pensarsi come indipendente, o di più, come potenza – e si tratterebbe dell’erede che all’Italia aveva fornito, per quanto nel placido mondo delle faccette nere-belle-abissine, di un impero multicontinentale.   Ecco perché l’insulto di Trump, rivolto alla serva Italia, ha centrato il segno, più che mai. È un’offesa centrata nel profondo della psicologia della Repubblica Italiana, quella nata dalla Resistenza, cioè dalle bombe angloamericane e da James Jesus Angleton. Il biondo offende perché vuole qualcosa dall’Italia repubblicana: vuole che si sieda al tavolo a rinegoziare – in realtà, è già più di quanto hanno fatto tanti altri presidente, che facevano calare sull’Italia, nell’oscurità e nel silenzio, i loro ordini, assieme alle loro armi nucleari da fare stazionare sul nostro territorio.   Trump nel suo libro sugli affari lo spiega: devi giocare con la fantasia del tuo interlocutore, devi essere in grado di guidarla, di modo da ottenere un deal migliore. Qui sta esattamente il nostro problema: è palese che la classe politica italiana di fantasia non ne ha più, e da decenni.   Crediamo che il problema del Paese sia essenzialmente questo: senza fantasia, quindi senza volontà, senza futuro. E dobbiamo ringraziare Donaldo che ce lo ha ricordato.   Roberto Dal Bosco  

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
Continua a leggere

Più popolari