Politica
Il ministro sionista Ben Gvir infiamma i religiosi: «ho pregato sulla Spianata, lo status quo è cambiato»
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Proprio mentre Netanyahu è a Washington il ministro della Sicurezza leader dell’ultradestra incoraggia i nazionalisti israeliani a recarsi a pregare pubblicamente al «monte del Tempio», dove oggi sorge la moschea di al Aqsa. La polizia: «Nessuna autorizzazione». Gli stessi leader religiosi ultra-ortodossi contrari. Sullo sfondo le pressioni per entrare nel gabinetto di guerra.
Punta tutto sul discorso di questa sera al Congresso Benjamin Netanyahu, che si trova a Washington per il viaggio da lui tanto agognato durante il quale difenderà le proprie posizioni sulla guerra a Gaza davanti al presidente Joe Biden, ma anche a Kamala Harris e a Donald Trump.
Intanto, però, in queste ore da Gerusalemme l’ennesima sfida alla portata reale della sua leadership in Israele arriva da Itamar Ben Gvir, il ministro della Sicurezza interna, leader dell’ultradestra nella fragile coalizione di governo.
In un post pubblicato su X e in un discorso a un gruppo di sostenitori, Ben Gvir ha dichiarato pubblicamente di aver pregato durante una visita compiuta la scorsa settimana (scortato dalla polizia) al «monte del Tempio», la spianata nel cuore di Gerusalemme dove un tempo sorgeva il luogo più sacro degli ebrei e che oggi è dominata dalla moschea di al Aqsa, il sito islamico più venerato della Città Santa.
Nel delicatissimo gioco di equilibri su cui si fonda la convivenza a Gerusalemme da quando nel 1967 Israele ne ha assunto il controllo pieno, le regole dello «status quo» – che fu Moshe Dayan stesso a prescrivere di rispettare – prevedono che gli ebrei che lo desiderano possano visitare in alcuni orari la spianata, ma senza compiere nessun gesto ostentato di preghiera. Proprio questa prescrizione, dunque, viene messa nel mirino da Ben Gvir con una nuova prova di forza.
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Già il mese scorso, il ministro della Sicurezza pubblica aveva dichiarato che, per quanto lo riguardava, la preghiera ebraica era ora consentita sul «monte del Tempio», provocando una rapida reazione da parte dell’ufficio di Netanyahu, che si era affrettato a dichiarare che lo status quo era invariato. Ben Gvir, però, va avanti per la sua strada: «Ho pregato sul monte del Tempio e stiamo pregando sul monte del Tempio» ha ribadito oggi. «Io faccio parte della classe politica e la classe politica permette la preghiera ebraica sul monte del Tempio».
Una prospettiva del genere sarebbe un ulteriore cerino nella polveriera delle relazioni con la popolazione musulmana di Gerusalemme. Ma le reazioni più sdegnate alle dichiarazioni del ministro che guida l’ala più oltranzista del governo Netanyahu, sono arrivate dallo stesso mondo religioso ebraico.
A differenza da quanto sostengono i nazionalisti, infatti, il Gran Rabbinato ortodosso dice che gli ebrei non dovrebbero affatto entrare nel complesso, per non correre il rischio di calpestare il «Santo dei Santi», la parte più sacra del Tempio, le cui rovine potrebbero trovarsi sotto la spianata.
Il ministro degli Interni Moshe Arbel – che è un politico ultra-ortodosso – ha dichiarato oggi alla Knesset che «la grande blasfemia che è stata commessa non può passare sotto silenzio», esprimendo «protesta» per il comportamento di Ben Gvir.
«Chiedo al primo ministro di non permettere che lo status quo cambi sul monte del Tempio e, se ci saranno cambiamenti, di chiudere il monte del Tempio agli ebrei», ha dichiarato Moshe Gafni, il presidente di Degel Hatorah, un altro dei partiti religiosi ebraici.
Da parte sua anche Eyal Avraham, il comandante dell’Unità per i siti sacri della Polizia israeliana (che pur dipende da Ben Gvir), in un video pubblicato sul sito di informazione israeliano Walla ha ribadito che «la preghiera ebraica non è consentita sul monte del Tempio».
La fiammata religiosa di Ben Gvir arriva – non a caso – mentre nel governo Netanyahu è in corso uno scontro politico acceso sul gabinetto di guerra, nel quale il ministro della Sicurezza interna preme per entrare dopo l’uscita dall’esecutivo di Benny Gantz.
A quest’eventualità si oppone fermamente il ministro della Difesa Yoav Gallant. La mossa sul monte del Tempio sembrerebbe, dunque, l’ennesimo segnale identitario in un governo scosso da profonde tensioni. Dove con il sostegno di soli 64 deputati su 120 alla Knesset, ormai ogni forza politica può tenere sotto scacco il premier.
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Immagine di Shay Kendler via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons CC0 1.0 Universal Public Domain Dedication
Politica
Fine dell’era Trump
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Militaria
Trump annuncia la sospensione di 4 miliardi aiuti ad Israele nel giorno delle elezioni: è per lasciare che attacchi l’Iran?
Gli Stati Uniti interromperanno dal prossimo anno gli aiuti militari annuali di 4 miliardi di dollari a Israele, ha annunciato il presidente Donald Trump. Il Paese non necessita di queste risorse e la questione viene strumentalizzata dalla sinistra per danneggiare l’immagine del governo americano all’interno, ha dichiarato martedì a Fox & Friends, mentre gli elettori si recavano alle urne per le elezioni di medio termine.
Trump ha affermato di aver raggiunto un’intesa sulla questione con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e che l’iniziativa sarebbe partita dallo stesso premier.
«Diamo loro più di chiunque altro, e non ne hanno più bisogno. Lo facciamo da anni. Io lo faccio, ma Israele è un Paese molto prospero. Non ne hanno bisogno», ha detto Trump in un’intervista telefonica a Fox. «Abbiamo fatto un accordo mesi fa per interrompere gli aiuti», ha aggiunto, precisando che Washington «li manterrà» se Gerusalemme Ovest dovesse ancora averne necessità.
Il riferimento era alla somma prevista dal Memorandum d’intesa del 2016 tra Israele e l’amministrazione dell’allora presidente Barack Obama. La Casa Bianca aveva definito quell’accordo, che impegnava Washington a versare complessivamente 38 miliardi di dollari all’esercito israeliano in dieci anni, «il più grande impegno di assistenza militare nella storia degli Stati Uniti». L’intesa sarebbe scaduta nel 2028. Al momento dell’annuncio di Trump, le rate annuali erano destinate interamente all’acquisto di armamenti di produzione statunitense.
Il presidente ha riconosciuto che la decisione ha anche una valenza politica. «La sinistra usa il pagamento di 4 miliardi di dollari, di cui tutti sono a conoscenza… come segnale di ingiustizia, e non possiamo permetterlo», ha affermato. «Perché dovremmo subire le angherie di pazzi come El-Sayed quando non ne hanno bisogno? È un pessimo argomento di discussione».
Trump alludeva ad Abdul El-Sayed, candidato democratico al Senato del Michigan, che durante la campagna ha criticato duramente gli aiuti militari americani a Israele.
Diversi sondaggi pubblicati quest’anno hanno inoltre evidenziato un calo del sostegno pubblico statunitense agli aiuti di Washington a Israele. Secondo un’indagine del Chicago Council on Global Affairs dello scorso mese, il 56% degli americani ritiene che l’assistenza militare a Israele debba essere ridotta o abolita, contro il 38% del 2012. Lo stesso numero di intervistati ha dichiarato che Washington non dovrebbe schierarsi nel conflitto israelo-palestinese.
Un sondaggio di luglio di AP-NORC ha indicato che il 40% degli americani considera gli Stati Uniti troppo favorevoli a Israele, rispetto al 37% di inizio 2024. Anche l’opinione generale su Israele e sul suo governo tra gli americani è in costante declino, secondo un rapporto del Pew Research Center dello stesso mese: il 62% degli americani aveva un’opinione sfavorevole del governo israeliano nel 2026, contro il 43% del 2022, mentre la quota di chi lo valutava positivamente è scesa dal 47% al 32%.
Gli aiuti militari statunitensi a Israele non si limitano all’accordo dell’era Obama. Uno studio del 2025 di William Hartung, ricercatore senior presso il Quincy Institute for Responsible Statecraft, ha rilevato che le amministrazioni di Joe Biden e Donald Trump hanno speso complessivamente 21,7 miliardi di dollari in assistenza militare a Gerusalemme Ovest nei due anni successivi all’attacco di Hamas dell’ottobre 2023.
A dare una spiegazione politica della manovra di Trump è stato Joe Kent, ex capo dell’antiterrorismo USA dimessosi in polemica con la guerra in Iran.
«Con la sua dichiarazione pubblica di voler interrompere gli aiuti a Israele, il presidente Trump sta cercando di imporre una narrazione: qualsiasi azione intrapresa da Israele contro l’Iran non riguarda gli Stati Uniti. Questo gli offre una “via d’uscita” politica nel caso in cui Israele colpisca infrastrutture civili o utilizzi un’arma nucleare contro l’Iran» scrive Kent.
In publicly stating that he’s cutting off aid to Israel, President Trump is attempting to set a narrative: whatever action Israel takes against Iran has nothing to do with the U.S. It gives us a political “out” if Israel targets civilian infrastructure or uses a nuclear weapon on Iran.
Unfortunately, Iran will not see it this way. Just as they’ve hit us when Israel has initiated attacks in the past, Iran will retaliate against us & our gulf partners if Israel engages in further acts of aggression.
The reality is that it’s going take more than a public statement to meaningfully restrain Israel, especially when that statement highlights the still-heavy influence Netanyahu has on these decisions.
Bibi, Israeli officials, & their American surrogates have known for some time now that the days of unconditional support from the U.S. are reaching an end, and have resorted to misdirection: get everyone focused on Trump ending the cash funding & weaponry provisions, while in the background shifting their own efforts to push the far more lucrative— but harder to detect— “partnership” that’s on the cusp of being codified into law within the NDAA.
If POTUS is genuinely serious about cutting off aid to Israel, he must demand that Congress remove all proposed programs that will give the Israeli defense & intelligence apparatuses unfettered access to our own defense & intelligence R&D.
Protect American interests, put Americans first.
— Joe Kent (@joekent16jan19) November 3, 2026
«Purtroppo, l’Iran non la vedrà in questo modo. Proprio come ci ha colpito in passato quando Israele ha sferrato attacchi, l’Iran reagirà contro di noi e i nostri partner del Golfo se Israele si renderà protagonista di ulteriori atti di aggressione. La realtà è che ci vorrà ben più di una dichiarazione pubblica per frenare significativamente Israele, soprattutto considerando la forte influenza che Netanyahu esercita ancora su queste decisioni» continua l’ex soldato delle forze speciali, che ha perso la moglie in un attentato ad una base USA in Siria.
«Bibi, i funzionari israeliani e i loro rappresentanti americani sanno da tempo che i giorni del sostegno incondizionato degli Stati Uniti stanno per finire e hanno quindi fatto ricorso a una strategia diversiva: concentrare l’attenzione di tutti sulla decisione di Trump di porre fine ai finanziamenti in denaro e agli aiuti per gli armamenti, mentre dietro le quinte si spostano i propri sforzi per promuovere la ben più redditizia – ma più difficile da individuare – “partnership” che sta per essere formalizzata per legge nell’ambito dell’NDAA (National Defense Authorization Act)».
Qui il Kent si riferisce all’incredibile progetto di fusione militare tra Stati Uniti e Stato Ebraico, un piano ritenuto essere un parto del progetto di Netanyahu, che ha già iniziato il suo iter al Congresso USA.
«Se il Presidente degli Stati Uniti è davvero intenzionato a interrompere gli aiuti a Israele, deve esigere che il Congresso elimini tutti i programmi proposti che consentirebbero agli apparati di difesa e Intelligence israeliani di accedere senza restrizioni alla nostra ricerca e sviluppo in materia di difesa e Intelligence» scrive l’ex vertice dell’antiterrorismo.
«Proteggere gli interessi americani, mettere gli americani al primo posto» conclude Kent.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
Politica
Il blocco israeliano del «cambiamento» progetta un «governo di emergenza nazionale» per destituire Netanyahu
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