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«L’inganno di chi crede di spacciare l’Anticristo come vero Messia». Mons Viganò, omelia nella domenica delle Palme

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Renovatio 21 pubblica l’omelia di monsignor Carlo Maria Viganò nella seconda Domenica di Passione, o Domenica delle Palme.

 

 

Ecce Rex tuus veniet

Omelia nella Domenica II di Passione, o delle Palme

 

Exsulta satis, filia Sion;

jubila, filia Jerusalem:

ecce rex tuus veniet tibi justus, et salvator:

ipse pauper, et ascendens super asinam

et super pullum filium asinæ.

 

Esulta grandemente, o figlia di Sion;

giubila, o figlia di Gerusalemme:

ecco, a te viene il tuo re, giusto e salvatore;

egli è povero, e cavalca sopra un’asina

e sopra un puledro figlio di asina.

Zc 9, 9

 

 

La Domenica delle Palme commemora l’ingresso trionfale del Re-Messia a Gerusalemme, ossia il mistero liturgico in cui la Santa Chiesa contempla il compimento delle profezie regali dell’Antico Testamento nella Persona di Cristo Signore.

 

Essa non è mera commemorazione storica, ma atto di fede nella Regalità di Gesù, Re umile e vittorioso, che entra nella Città Santa per consumare la Sua Passione e aprire a noi le porte del Regno eterno. Ma rimane pur sempre un fatto storico, testimoniato da quanti, quel giorno, assistettero alla cerimonia di incoronazione di Nostro Signore Gesù Cristo. Secondo il rituale descritto nel Primo Libro dei Re (1Re 1, 32-40), Davide morente ordina che il figlio Salomone sia consacrato re, fatto montare sulla mula del re Davide (simbolo di pace e successione legittima, non di guerra), condotto alla fonte di Gihon (che si trova ai piedi del Monte degli Ulivi), unto con l’olio sacro dal sacerdote Sadoc e dal profeta Natan. Egli prescrive che si suoni la tromba e il popolo acclami Salomone come re. La processione del nuovo sovrano entra in Gerusalemme tra grida di giubilo, con il popolo che suona flauti e la città che «risuona di clamore» (ibid., 45). Questo rito doveva manifestare in figura il nuovo re come unto del Signore (Messia), legittimo successore davidico, portatore di pace.

 

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Nostro Signore entra in Gerusalemme sul puledro di un’asina (Mt 21, 2-7; Gv 12, 14-15), adempiendo alla lettera la profezia di Zaccaria (Zc 9, 9). Non è un re terreno con cavalli da guerra, ma il Rex pacificus, il vero Salomone (la cui etimologia significa appunto «pacifico»), qui venit in nomine Domini (Sal 117, 26). I mantelli stesi sulla via (Mt 21, 8) richiamano il rito del Secondo Libro dei Re (2Re 9, 13) per l’unzione di Jehu; le palme e i rami d’ulivo evocano le processioni vittoriose e la festa dei Tabernacoli (Lv 23, 40), ma qui richiamano anche la vittoria pasquale di Cristo sulla morte.

 

L’ingresso trionfale di Cristo Re dal villaggio sacerdotale di Betfage e dal Monte degli Ulivi (1) non è un dettaglio topografico casuale, ma un atto di adempimento profetico e tipologico che richiama, in modo mirabile, i luoghi sacri della regalità davidica e salomonica. Esso manifesta Cristo come vero Rex et Sacerdos — Re davidico e Sacerdote eterno secondo l’ordine di Melchisedech — che entra in Gerusalemme per regnare dalla Croce, compiendo e superando i riti di incoronazione dell’Antico Testamento (2). Quando la processione esce dalla chiesa (immagine di Betfage) e rientra cantando Gloria, laus et honor, noi siamo portati a rivivere misticamente questo ingresso: come il popolo antico, anche noi acclamiamo il Re che viene dal monte sacro e dalla casa sacerdotale per regnare nella nuova Gerusalemme, la Santa Chiesa.

 

Il grido «Osanna al Figlio di Davide!» (Mt 21, 9) è l’acclamazione regale messianica (3). Il popolo ebraico — con la significativa eccezione dei suoi capi temporali e spirituali — riconosce a Cristo il titolo ereditario al regno davidico: Egli è il Re promesso, erede legittimo del trono di Davide, in quel momento vacante (4) così come era di fatto vacante il potere sacerdotale (5). L’esclusione dell’autorità civile e religiosa da questa solenne liturgia giudaica ci mostra come il Signore voglia ricapitolare in Sé Monarchia e Sacerdozio, essendo per diritto divino, di stirpe e di conquista l’unico e il vero Re e Pontefice della casa di Israele. Israël es tu Rex, davidis et inclyta proles

 

Nostro Signore Gesù Cristo adempie i riti di incoronazione veterotestamentari (unzione, acclamazione, ingresso solenne) in modo sovreminente, spirituale ed eterno. Ma questo Messia — il vero e l’unico Messia divino — non è il leader politico di un partito suprematista che aspettavano i Farisei, ma il Princeps pacifer che chiama a Sé tutte le Nazioni, al di là di ogni razza e di ogni lingua.

 

Commenta infatti Sant’Agostino: «Il puledro dell’asina, sul quale nessuno era mai montato, è il popolo dei Gentili, che nessuno prima di Cristo aveva sottomesso. L’asina invece è la plebe che veniva dal popolo d’Israele, già da tempo sotto il giogo della Legge. […] Cristo Re umile, sedendo sull’asina e sul puledro, significa entrambe le plebi: quella dei Giudei già domata e quella dei Gentili non ancora cavalcata. […] E come Re pacifico viene non su un cavallo da guerra, ma sull’asina, che è segno di pace». (6)

 

Lo conferma anche San Paolo: An Judæorum Deus tantum? nonne et gentium? Immo et gentium: quoniam quidem unus est Deus, qui justificat circumcisionem ex fide, et præputium per fidem. Forseché soltanto dei Giudei è Dio? No, anche delle Genti; sicuro, anche delle Genti, se è unico Dio quello che giustificherà i circoncisi grazie alla fede, come i non circoncisi mediante la fede. (Rom 3, 29-30)

 

E ancora: Omnes enim filii Dei estis per fidem, quæ est in Christo Jesu. Quicumque enim in Christo baptizati estis, Christum induistis. Non est Judæus, neque Græcus: non est servus, neque liber: non est masculus, neque femina. Omnes enim vos unum estis in Christo Jesu. Si autem vos Christi, ergo semen Abrahæ estis, secundum promissionem hæredes. Siete tutti figli di Dio per la fede in Cristo Gesù; quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non vi è più Giudeo né Greco, non vi è schiavo né libero; non maschio o femmina, ma tutti voi siete uno solo in Cristo Gesù. E se voi siete di Cristo, siete seme di Abramo, eredi secondo la promessa (Gal 3, 26-29). (7)

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È al nuovo Israele che lo zelo di vera Carità della Chiesa di Cristo chiama gli Ebrei, secondo i voti che — su iniziativa dei fratelli Lémann — 510 Padri del Concilio Vaticano umiliarono a Pio IX nel 1870, «affinché il povero popolo degli Ebrei, stanco di una lunghissima ed inutile aspettazione, si affretti a riconoscere il Messia Salvatore nostro, veramente promesso ad Abramo e preannunziato da Mosè: così perfezionando e coronando la religione mosaica, non mutandola». (8)

 

I sacerdoti Joseph e Augustin Lémann, convertiti dall’Ebraismo e instancabili apostoli della causa di Israele in Cristo, vedono nell’Osanna l’acclamazione che il Sinedrio avrebbe dovuto fare propria, ma che divenne invece preludio al rifiuto – un monito perenne affinché Israele riconosca il suo Re.

 

Tutto ruota intorno a Cristo Re e Pontefice. Tutto si decide sulla base del Suo riconoscimento come Messia, Salvatore e Liberatore. E finché il resto di Israele non piegherà il ginocchio al suo Signore, non avverrà il Giudizio finale. La conversione di questo resto precederà la venuta di Elia, ritarderà il giudizio e porterà alla «resurrezione del mondo» (Rm 11, 15). (9)

 

Questa consapevolezza e una retta interpretazione della Sacra Scrittura ci inducono a considerare anche quanto accade oggi alla luce del piano mirabile della Provvidenza. Nemo vos seducat (Ef 5, 6): non lasciamoci trarre in inganno da chi si illude di poter spacciare l’Anticristo come vero Messia, o di poter affrettare la fine del mondo edificando con le pietre quel Tempio che misticamente Nostro Signore ha edificato una volta per tutte nel proprio Corpo Mistico. Cerchiamo piuttosto, con la nostra coerenza di vita e con la Grazia di Dio, di renderci credibili testimoni del divino Messia, del Verbo Incarnato, di Colui che di qui a pochi giorni contempleremo assiso sul trono della Croce: Regnavit a ligno Deus. (10)

 

E così sia.

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

29 marzo MMXXVI

Dominica II Passionis seu in Palmis

1) L’indicazione è riportata in Mt 21, 1; Mc 11, 1; Lc 19, 29. Betfage era situato sul versante orientale del Monte degli Ulivi, ai confini di Gerusalemme: è il luogo sacerdotale per eccellenza, da cui il Messia-Re, vero Sacerdote, inizia la sua processione regale. Durante la rivolta di Assalonne, il re Davide, umiliato e fuggitivo, «salì il monte degli Ulivi, salendo e piangendo» (2Sam 15, 30: ascendit autem David in ascensum Olivarum, ascendens et flens). Qui Davide, figura del Cristo sofferente, versa lacrime sul tradimento del figlio e del popolo. Cristo, vero Figlio di Davide, discende invece dal medesimo monte in trionfo, non per fuggire ma per consegnarsi alla Passione. Egli rovescia la sorte del padre Davide, trasformando l’umiliazione in gloria regale.

 

Il monte era legato all’unzione. La fonte di Gihon, ai piedi del Monte degli Ulivi, fu il luogo dell’unzione di Salomone (1R 1, 33-38): il sacerdote Sadoc unse il re con l’olio d’oliva, e la processione salì verso Gerusalemme tra acclamazioni. L’olio d’oliva – frutto stesso del monte – era il crisma della regalità (cfr. 1Sam 16, 13 per Davide). Cristo, vero Salomone pacifico (Pacificus), cavalca l’asina proprio da questo monte dell’olio: Egli è l’Unto per eccellenza, consacrato dallo Spirito Santo al Giordano. I Santi Padri (Agostino nel Tractatus in Joannem 51; Beda nella Catena) vedono qui il compimento perfetto: il Monte degli Ulivi, da cui la gloria del Signore era partita (Ez 11, 23) e su cui tornerà (Zc 14, 4), diviene il pulpito da cui Cristo Re proclama la sua regalità. La liturgia, con l’antifona della processione Cum appropinquaret Dominus, evoca proprio questo ingresso dal monte sacro.

 

2) Il Golgota, luogo dell’azione sacerdotale di Nostro Signore — il Suo Sacrificio — si trova significativamente fuori da Gerusalemme.

 

3) Mons. Francesco Spadafora (1903-1992), ordinario di Esegesi alla Pontificia Università Lateranense e strenuo difensore dell’esegesi tradizionale contro il modernismo, tratta il passo nel suo Dizionario Biblico. Sotto la voce «Osanna» egli afferma: «Acclamazione trionfale messianica: “Hosanna al Figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!” (Mt 21, 9). È il grido di riconoscimento del Re d’Israele, legato al Salmo 117 e alla liturgia ebraica della festa delle Capanne (Lv 23, 40). Il popolo, mosso dallo Spirito, acclamava il Re promesso, il vero Figlio di Davide che entra in Gerusalemme per regnare». Spadafora, in linea con la Scuola Romana anti-modernista, insiste sul senso letterale e tipico: l’evento è storico e profetico insieme, adempimento di Zc 9, 9 e dei Salmi regali, senza riduzioni razionalistiche.

 

4) Dopo la morte di Erode il Grande (4 a.C.), il regno fu diviso da Augusto tra i figli (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche 17, 188-249). La Giudea propriamente detta (con Gerusalemme) toccò ad Archelao come etnarca, ma la sua tirannia provocò rivolte che portarono alla deposizione romana nel 6 d.C. (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità 17, 342-354; Guerra Giudaica 2, 111). Da quel momento la Giudea divenne provincia procuratoria romana, governata direttamente da prefetti/procuratori di rango equestre, dipendenti dal legato di Siria e dall’Imperatore. Erode Antipa (tetrarca di Galilea e Perea, 4 a.C.-39 d.C.) non aveva alcuna giurisdizione civile in Giudea. Era un vassallo romano, privo del titolo di rex sulla Città Santa (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità 18, 27). Durante la Passione, Pilato lo consultò solo perché Gesù era galileo (Lc 23, 6-12), ma Antipa non esercitava potere a Gerusalemme e Lo rinviò a Pilato. Non esisteva dunque un «re» ebreo legittimo a Gerusalemme; il trono davidico era vacante da secoli, occupato da stranieri o da fantocci imperiali.

 

5) Il sommo sacerdozio, istituito da Dio come ereditario e vitalizio nella discendenza di Aronne (Es 28-29; Nm 25, 10-13), era divenuto sotto i Romani uno strumento di controllo politico. Gli abiti pontificali erano custoditi nella fortezza Antonia dai Romani e consegnati solo per le festività (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità 18, 93-95; 20, 6-9), segno tangibile della sottomissione. Anano (Annas) fu nominato da Quirinio (governatore di Siria) nel 6 d.C. e deposto da Valerio Grato nel 15 d.C. (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità 18, 26.34). Caifa (Giuseppe, detto Caifa), genero di Anano, fu nominato da Valerio Grato nel 18 d.C. e rimase in carica fino al 36/37 d.C. (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità 18, 35: «Grato… nominò sommo sacerdote Giuseppe, detto Caifa»). Fu dunque un puro funzionario romano, mantenuto da Pilato per stabilità politica. Giuseppe Flavio elenca esplicitamente i quattro Sommi Sacerdoti precedenti nominati e deposti da Grato in pochi anni: Ismaele, Eleazaro (figlio di Anano), Simone, poi Caifa – tutti emissari di Roma. Tra il 6 e il 41 d.C. i procuratori romani nominarono e destituirono almeno 18 sommi sacerdoti (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità 20, 247-251), spezzando la successione legittima. Il Talmud babilonese (Yoma 9a) e gli esegeti tradizionali lamentano questa «corruzione» del sacerdozio: i sommi sacerdoti non erano più «unti» secondo la Legge, ma comprati con denaro o favori imperiali.

 

6) S.cti Augustini In Joannis Evangelium Tractatus 51, 6-7 (ed. CCL 36, p. 437-438) – «Pullus asinæ, in quo nemo sederat, populus gentium est, quem nemo ante Christum subegerat. Asina vero, plebs ejus quæ veniebat ex populo Israë, sub jugo legis jam diu erat. […] Christus autem, Rex humilis, sedens super asinam et pullum, utramque plebem significat: Judæorum jam domitam et Gentium nondum insessam. […] Et sicut rex pacificus venit, non equo bellico, sed asina, quæ pacis est signum».

 

7) Cfr. anche Eph 2, 11-22: Propter quod memores estote quod aliquando vos gentes in carne, qui dicimini præputium ab ea quæ dicitur circumcisio in carne, manu facta: quia eratis illo in tempore sine Christo, alienati a conversatione Israël, et hospites testamentorum, promissionis spem non habentes, et sine Deo in hoc mundo. Nunc autem in Christo Jesu, vos, qui aliquando eratis longe, facti estis prope in sanguine Christi. Ipse enim est pax nostra, qui fecit utraque unum, et medium parietem maceriæ solvens, inimicitias in carne sua, legem mandatorum decretis evacuans, ut duos condat in semetipso in unum novum hominem, faciens pacem: et reconciliet ambos in uno corpore, Deo per crucem, interficiens inimicitias in semetipso. […] Ergo jam non estis hospites, et advenæ: sed estis cives sanctorum, et domestici Dei. Rm 11, 11-15 e 25-26: Dico ergo: Numquid sic offenderunt ut caderent? Absit. Sed illorum delicto, salus est gentibus ut illos æmulentur. […] Si enim amissio eorum, reconciliatio est mundi: quæ assumptio, nisi vita ex mortuis? […] Nolo enim vos ignorare, fratres, mysterium hoc […], quia cæcitas ex parte contigit in Israël, donec plenitudo gentium intraret, et sic omnis Israël salvus fieret.

 

8) ut et miserrimam Hebræorum gentem paterna quadam invitatione dignetur prævenire: scilicet votum exprimere, ut tandem longissima inutilique expectatione lassati, ad Messiam salvatorem nostrum, vere promissum Abrahæ et a Mose prænunciatum, festinent accedere: sic perficientes coronantesque religionem mosaïcam, non mutantes. Postulatum pro Hebræis. Cfr. Joseph et Augustin Lémann, La cause des restes d’Israël introduite au Concile Œcuménique du Vatican, 1912 – https://livres-mystiques.com/partieTEXTES/Lemann/La_Cause/Cause_des_restes.pdf

 

9)«Dans cette période finale doivent trouver place la conversion des restes d’Israël, la réjouissance qui s’en fera dans l’Église catholique, la venue du saint prophète Elie qui doit restaurer toutes choses, l’unique bercail sous l’unique Pasteur annoncé par le Christ, le combat gigantesque contre l’antéchrist, et enfin, dans la nature et le soleil les signes précurseurs de la fin du monde».

 

10) San Venanzio Fortunato, Vexilla Regis, Carme II, 6.

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Né scismatici né disobbedienti

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Di fronte alla profusione di dichiarazioni, articoli e interviste in cui la Fraternità San Pio X viene ritenuta responsabile di una frattura all’interno della Chiesa, di una gravissima disobbedienza nei confronti del Santo Padre, di un vero e proprio scisma, riteniamo opportuno scrivere qualche riga per cercare di fare chiarezza. Il nostro metodo sarà sempre lo stesso: non le impressioni, non i «sentito dire», non le elucubrazioni dell’opinionista di turno, ma la teologia cattolica, attinta alle sue fonti: il Magistero perenne della Chiesa e l’insegnamento dei grandi teologi e canonisti.

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1. La Fraternità San Pio X non è scismatica

Il cardinale Tommaso de Vio (detto il Gaetano, 1469-1534), uno dei più insigni teologi di tutti i tempi, dice esplicitamente: «Disobbedire, anche ostinatamente, al Sommo Pontefice non costituisce uno scisma. Ciò che costituisce uno scisma, è non voler sottomettersi a lui come capo di tutta la Chiesa» (Commento alla Somma Teologica di S. Tommaso, II-II, q. 39, a. 1, n. III).
 
Che differenza c’è fra una disobbedienza semplice, che non comporta scisma, e una disobbedienza con ribellione, che implica mancanza di sottomissione e comporta scisma? Il card. Gaetano lo spiega chiaramente. Io posso disobbedire a un ordine del papa per tre motivi: 1) perché non mi piace o trovo ingiusto ciò che mi comanda; 2) perché penso che ce l’abbia ingiustamente con me; 3) perché non lo riconosco come mio superiore. Nei primi due casi non c’è scisma, nel terzo sì (ibid., n. VII).
 
La differenza è palese. Se non riconosco il papa come mio superiore, non sarò pronto ad ubbidirgli in nessun caso, a prescindere da che cosa mi ordini. Se invece riconosco il papa come mio superiore, posso certo disobbedirgli in questa o quella cosa, ma resto comunque pronto ad obbedirgli, e quindi non sono scismatico. Altrimenti chiunque disobbedisse a un precetto del papa, per esempio rifiutando di digiunare nei giorni previsti o di andare a Messa la domenica, sarebbe scismatico.   Il che è assurdo. «Succede spesso, infatti, che uno non voglia eseguire gli ordini del proprio superiore, pur continuando a riconoscerlo come superiore» (ibid.). Questa dottrina del card. Gaetano è seguita da tutti i canonisti e teologi posteriori, senza eccezione.
 
Ora, se si tiene conto dell’atteggiamento della Fraternità e delle dichiarazioni dei suoi superiori, risulta evidente che essa disobbedisce al papa non perché non lo riconosca come proprio superiore, non perché non voglia sottomettersi a lui, ma perché il papa comanda delle cose che la Fraternità non può accettare. Ci troviamo di fronte al caso n. 1 del card. Gaetano. La Fraternità, infatti, recita il nome del papa nella Messa (attestando così che lo riconosce come proprio superiore) e ubbidisce alla Santa Sede nelle materie per le quali non vi sia né certezza né probabilità di modernismo (ad esempio, per le riduzioni dei sacerdoti allo stato laicale, per la richiesta di dispense e grazie che solo il papa può dare, per l’indizione dei giubilei, ecc.) ed è pronta ad ubbidire al papa in tutto, quando egli dia ordini che non suppongono l’adesione alle dottrine moderniste del Vaticano II e del postconcilio.
 
Quindi la Fraternità non è in nessun modo scismatica. È però disobbediente? Si può infatti non essere scismatici, ma gravemente disobbedienti. A questa domanda risponderemo al punto n. 3.

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2. Le consacrazioni episcopali compiute senza mandato apostolico non sono un atto scismatico e non rendono la Fraternità scismatica

Bisogna, innanzi tutto, ricordare che fino al Basso Medioevo, la consacrazione episcopale non era riservata al papa. Ciò significa che, ordinariamente, il papa non nominava i vescovi e neppure confermava la nomina fatta da altri. La riserva papale della nomina o della conferma dei vescovi risale alla fine del XIII sec. e si afferma soltanto a partire dal secolo successivo.
 
Qualcuno potrebbe obiettare che, nell’antichità, le consacrazioni episcopali avvenivano senza l’intervento del papa, ma non contro la sua volontà. Anche questo non è sempre vero. All’epoca di S. Agostino abbiamo l’esempio di vescovi ordinati come coadiutori di una diocesi che aveva già il proprio vescovo ordinario oppure di vescovi trasferiti da una sede all’altra, contro le prescrizioni dei Concili ecumenici e quindi contro la volontà del papa, che quei Concili aveva approvati. Molti hanno fatto osservare l’irregolarità, ma nessuno ha parlato di scisma. In epoca più recente, nel XII e XIII secolo, abbiamo il caso di vescovi, provenienti soprattutto dagli Ordini mendicanti, che venivano consacrati senza rispettare la regolare procedura canonica, trasgredendo quindi la volontà del papa. Anche in questo caso, la Santa Sede intervenne per mettere ordine, ma nessuno fu trattato da scismatico. Tornerò su questo argomento in un articolo apposito.
 
Da tutto ciò si evince che la riserva al papa della consacrazione episcopale non è di diritto divino, ma di diritto ecclesiastico. Ciò che è diritto divino, è che il vescovo sia in comunione col papa. Ma abbiamo appena visto al n. 1 che i vescovi della Fraternità, non essendo scismatici, sono, a tutti gli effetti, in comunione col papa.
 
Nessun teologo o canonista (almeno fino al Vaticano II) menziona la consacrazione episcopale senza mandato apostolico tra gli esempi di atti scismatici. Nel diritto canonico tradizionale, fino al 1951, la consacrazione episcopale senza mandato era punita semplicemente con una sospensione: essa, quindi, non era considerata uno scisma, che era sanzionato con la scomunica. Anche dopo il 1951, quando la pena fu aggravata da sospensione a scomunica, nessun teologo o canonista sostenne che qualunque consacrazione episcopale senza mandato costituisse uno scisma. L’idea che la consacrazione episcopale senza mandato sia un atto scismatico è stata formulata per la prima volta in occasione delle consacrazioni di mons. Lefebvre nel 1988, e non ha precedenti nella tradizione canonica o teologica.
 
Da ultimo, si potrebbe forse considerare scismatica o almeno tendente allo scisma una consacrazione senza mandato che avesse la pretesa di conferire al nuovo vescovo il potere di giurisdizione episcopale, cioè che volesse conferirgli il potere di essere a capo di una diocesi e di governare sacerdoti e fedeli. Poiché, secondo la dottrina chiaramente insegnata da Pio VI e Pio XII, il vescovo riceve il proprio potere di giurisdizione non attraverso la consacrazione, ma attraverso la missione canonica del papa (il Vaticano II, invece, insegna il contrario…), pretendere di conferire a un vescovo il potere di giurisdizione contro la volontà del papa sarebbe un’usurpazione dei suoi poteri e quindi tenderebbe verso lo scisma.
 
La Fraternità San Pio X, però, non ha mai avuto la pretesa di conferire ai suoi vescovi il potere di giurisdizione. I vescovi della Fraternità non hanno, in quanto vescovi, nessun potere sui fedeli o sui sacerdoti. Hanno solo il potere d’ordine, quello cioè di amministrare i sacramenti (cresima, ordine sacro) e i sacramentali riservati ai vescovi. Ora, questo potere lo ricevono non dal papa, ma direttamente da Dio, mediante la consacrazione. Di conseguenza, non c’è nessuna usurpazione di un potere proprio del papa e nessuna tendenza allo scisma.

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3. La Fraternità San Pio X non è neppure disobbediente

L’obbedienza, nella dottrina cattolica, non è un assoluto. Neppure quella al Sommo Pontefice. Come insegna San Tommaso, «l’abuso d’autorità può avvenire […] perché ciò che viene comandato dal superiore è contrario al fine per il quale l’autorità è stata istituita, come quando egli ordina un atto peccaminoso, contrario alla virtù che l’autorità è destinata a promuovere e custodire; e in tal caso non solo non si è tenuti a obbedire al superiore, ma si è anche tenuti a non obbedirgli, come i santi martiri affrontarono la morte per non obbedire agli ordini empi dei tiranni» (II Sent., d. 44, q. 2, a. 2). La stessa cosa è insegnata da Leone XIII nell’enciclica Diuturnum illud (29 giugno 1881).
 
Anzi, se l’ordine ingiusto del superiore può costituire un pericolo per la fede, anche la disobbedienza dev’essere pubblica. È sempre San Tommaso che lo afferma: «C’è da dire che, quando vi fosse un pericolo imminente per la fede, anche i prelati dovrebbero essere ripresi pubblicamente dai loro sudditi. Per questo S. Paolo, che era sottoposto a S. Pietro, lo rimproverò pubblicamente a motivo dell’imminente pericolo di scandalo riguardo alla fede. E, come dice la Glossa, riferendo le parole di S. Agostino, a commento del II capitolo dell’Epistola ai Galati, “Pietro stesso offrì ai superiori un esempio: che, qualora si fossero allontanati dalla retta via, non disdegnassero di essere corretti anche da coloro che sono loro inferiori”» (Summa theologiae, II-II, q. 33, a. 4, ad 2).
 
Il grande teologo domenicano Juan de Torquemada (1388-1468) sintetizza quanto abbiamo detto finora, dicendo: «Se il Romano Pontefice comanda qualcosa che è di per sé cattivo, cioè contrario alla legge divina, alla fede o alla salvezza delle anime, in tali casi la separazione dal Romano Pontefice mediante la disobbedienza non è illecita e, di conseguenza, non deve essere chiamata scisma» (Summa de Ecclesia, l. IV, p. I, c. 1). Non si potrebbe essere più chiari. E, lo ripetiamo, non si tratta della dottrina di un teologo isolato, ma dell’insegnamento unanime di tutti.

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4. La Fraternità ha agito rettamente a causa dello stato di necessità in materia di fede

Ora, si può dire che l’ordine del papa al quale la Fraternità ha rifiutato di obbedire sia «di per sé cattivo» o addirittura «peccaminoso»? Dopo tutto, rinunciare a delle consacrazioni episcopali non è un atto cattivo. Di conseguenza, decidendo di procedere comunque, la Fraternità forse non è caduta nello scisma, ma ha comunque commesso un atto gravissimo di disobbedienza.
 
Rispondiamo che l’atto di rinunciare a delle consacrazioni episcopali, preso in sé e astrattamente, non è cattivo; se invece lo consideriamo nelle sue circostanze attuali e concretamente, allora è cattivo e peccaminoso. Nella situazione presente della Chiesa, se la Fraternità San Pio X non avesse proceduto alle consacrazioni del 1° luglio, si sarebbe trovata di fronte a un dilemma: o scomparire, o accettare, almeno di fatto, la nuova liturgia e le false dottrine del Vaticano II e del postconcilio.
 
Senza le consacrazioni del 1° luglio, la Fraternità, fra qualche anno, sarebbe rimasta priva di vescovi, per morte naturale di coloro che attualmente rivestono questa carica. Senza vescovi, niente ordinazioni sacerdotali e quindi, a lungo andare, niente Messa tradizionale, niente sacramenti tradizionali, niente insegnamento della dottrina cattolica nella sua integralità. L’unica alternativa sarebbe stata quella di chiedere dei vescovi a Roma, oppure di far ordinare i sacerdoti da vescovi diocesani oppure ancora di mandare i fedeli dai sacerdoti delle parrocchie.   In ciascuna di queste alternative, sarebbe stato necessario accettare, almeno di fatto, le false dottrine del Concilio e del postconcilio. Lo vediamo anche ora. Il Dicastero della Dottrina della Fede, in appendice al decreto di scomunica pubblicato il 2 luglio, impone a tutti coloro che vogliono tornare «in comunione con Roma» di firmare un formulario nel quale si dichiara di accettare il Vaticano II nell’interpretazione data dal Magistero attuale e ci si impegna a non criticare mai gli insegnamenti del papa.
 
Di conseguenza, senza le consacrazioni episcopali, la Fraternità sarebbe stata costretta ad accettare dottrine come la libertà religiosa, l’ecumenismo, la collegialità, l’illiceità della pena di morte, la possibilità che due divorziati risposati ricevano la comunione o che una coppia omosessuale venga benedetta; o almeno ad accettarle di non criticarle pubblicamente. Si capisce, dunque, che l’ordine del papa, considerato nelle sue circostanze concrete, comanda un atto che è cattivo in sé e peccaminoso, poiché non è mai lecito accettare o rinunciare a criticare ciò che va contro la fede.
 
A questo riguardo, è bene ricordare che le posizioni dottrinali della Fraternità non sono opinioni. Non sono preferenze, sensibilità, gusti. Sono la dottrina cattolica, insegnata in modo definitivo dal Magistero ecclesiastico di sempre. Basta leggere gli atti di tutti i Papi e di tutti i teologi preconciliari per rendersene conto. Non è possibile rinunciarvi, perché fanno parte del patrimonio della fede. Quando il papa ci chiede il contrario, è chiaro che il suo ordine, come dice Torquemada, è contrario «alla legge divina, alla fede o alla salvezza delle anime». E quindi non solo possiamo, ma dobbiamo disobbedirgli.
 
Rispondiamo a un’ultima obiezione: «voi non siete nessuno per dire che alcuni insegnamenti del Concilio e del postconcilio si oppongono alla dottrina tradizionale: questo giudizio spetta solo all’autorità suprema, cioè al papa». Ma, se così fosse, che senso avrebbero le parole di Torquemanda e di tutti gli altri teologi, i quali affermano che qualunque cristiano ha il diritto di disobbedire al papa quando questi comanda qualcosa di oggettivamente cattivo?   Quando Alessandro VI, sotto pena di scomunica, proibì alla sua amante Giulia Farnese di abbandonare la convivenza con lui e di ricongiungersi al legittimo sposo, ella era forse tenuta ad obbedirgli, perché non spettava a lei giudicare la conformità degli atti papali con la legge divina? E ancora: quando i cattolici conservatori si oppongono alla comunione ai divorziati risposati o all’approvazione degli atti omosessuali, usurpano forse un potere che compete solo al papa?
 
In conclusione, la Fraternità non è né scismatica né disobbediente. Le scomuniche lanciate contro di essa non hanno nessun effetto, perché, laddove non c’è delitto, non ci può essere neppure la pena corrispondente. La ferita c’è, ma non siamo noi ad averla causata.   Siamo fiduciosi, anzi, siamo certi – in virtù delle promesse che Gesù ha fatto alla sua Chiesa – che un giorno le autorità della Chiesa torneranno all’autentica dottrina cattolica e riconosceranno la nostra completa innocenza.
 
Don Daniele Di Sorco FSSPX
  Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Gender

Leone nomina vescovo che aveva approvato le «benedizioni» omo e affermato che la sodomia «non è peccaminosa»

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Papa Leone XIV martedì ha nominato monsignor Christian Würtz, vescovo ausiliare della diocesi di Friburgo in Brisgovia, in Germania, noto per il suo sostegno alle «benedizioni» omosessuali e per le sue posizioni contrarie all’insegnamento della Chiesa sull’omosessualità, come nuovo vescovo di Eichstätt.

 

Monsignor Würtz, 55 anni, era tra i 38 vescovi tedeschi che nel 2023 votarono a favore di un documento che sanciva le «benedizioni» per le «coppie» omosessuali, nonché per i divorziati risposati.

 

Sei mesi prima, il Würtz aveva appoggiato il documento eterodosso del Cammino sinodale tedesco sulla «Rivalutazione dottrinale dell’omosessualità», che definiva erroneamente gli atti omosessuali «non peccaminosi» e «non intrinsecamente malvagi».

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«Non vedo l’ora di iniziare il mio nuovo incarico», ha dichiarato Würtz (a sinistra nella foto) in un comunicato ufficiale della diocesi.

 

«È una splendida coincidenza che la mia nomina avvenga nel giorno della festa di San Willibaldo, patrono della diocesi di Eichstätt. Spero che, con la mia esperienza e le mie capacità, potrò contribuire anch’io alla costruzione del Regno di Dio a Eichstätt e camminare al fianco della gente di questa diocesi», ha aggiunto. «Ringrazio papa Leone per la fiducia che mi ha accordato e non vedo l’ora di conoscere le persone di questa diocesi».

 

Würtz è nato il 31 maggio 1971 a Karlsruhe, nell’Arcidiocesi Metropolitana di Freiburg im Breisgau. Ha conseguito la Laurea in Giurisprudenza presso l’Università statale di Heidelberg. Dopo essere entrato nel Collegium Borromaeum a Friburgo, ha studiato Filosofia e Teologia presso le Università di Friburgo e di Erbipoli (che i tedeschi, e purtroppo anche gli italiani, chiaman Würzburg). Successivamente, ha conseguito il Dottorato in utroque iure.

 

Il 26 aprile 2019 è stato nominato Vescovo titolare di Germania di Dacia e Ausiliare di Friburgo in Brisgovia, ricevendo l’ordinazione episcopale il 30 giugno successivo.

 

Poco dopo la sua ordinazione episcopale, monsignor Würtz ha tenuto un incontro con i membri del movimento Maria 2.0, nato in Germania per chiedere varie riforme nella Chiesa, tra cui l’accesso delle donne al sacerdozio. Dopo aver conversato con le manifestanti, ha consegnato loro una lettera personale e un gomitolo di filo rosso come simbolo del dialogo, un gesto che è stato valutato positivamente dalle rappresentanti del movimento.

 

Nel maggio 2025, come rettore del seminario di Friburgo, ha ricevuto le richieste simboliche di ammissione presentate da nove studentesse di Teologia che protestavano contro la riserva del sacerdozio ministeriale agli uomini.

 

Würtz ha definito quell’iniziativa «un buon segnale dell’impegno e della serietà con cui queste donne affrontano la loro vocazione e il loro cammino nella Chiesa», pur ricordando che non poteva ammetterle a causa della normativa vigente della Chiesa. Successivamente ha tenuto un incontro con le studentesse, che entrambe le parti hanno descritto come rispettoso e costruttivo.

 

In seno alla Conferenza Episcopale Tedesca, è Membro della Commissione Pastorale e di quella per le questioni caritative. Finora, Rettore del Seminario Maggiore Collegium Borromaeum di Friburgo e Vicario episcopale per le Alte Scuole.

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Nel settembre 2022 ha votato a favore del documento che proponeva una rivalutazione dottrinale dell’omosessualità, in cui si affermava che l’orientamento omosessuale non costituisce una scelta personale e si chiedeva una maggiore accoglienza e integrazione delle persone omosessuali nella vita ecclesiale.

 

In quella stessa assemblea ha sostenuto anche il testo sulla cosiddetta «diversità di genere», che invitava le diocesi a rivedere vari aspetti pastorali e amministrativi per facilitare l’inclusione delle persone transgender e intersessuali.

 

Mesi dopo, nel marzo 2023, ha nuovamente votato a favore del documento che proponeva l’introduzione di celebrazioni di benedizione per coppie dello stesso sesso e per divorziati risposati, una delle iniziative più controverse del Cammino Sinodale.

 

Oggi monsignor Würtz assume la diocesi di Eichstätt, suffraganea dell’arcidiocesi di Bamberga, fondata a metà dell’VIII secolo e che ha come patrono san Willibaldo. Attualmente conta 334.517 cattolici, distribuiti in 253 parrocchie, organizzate in 74 unità pastorali e otto decanati.

 

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Immagine di Andreas Schwarzkopf via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International


 

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Satira

Scomuniche, la grande profondità teologica della TV dei vescovi e del vostro 8 per mille

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TV2000, il canale televisivo della della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) con un servizio giornalistico ci informa, senza nominarli, della situazione dei fedeli della FSSPX.   La clip, che immaginiamo sia passata sull’etere, è visibile sullo YouTubo con il titolo «Lefebvriani, le conseguenze della scomunica: ecco cosa significa». Clicchiamo fiduciosi.   Compare un tizio barbuto e canuto con una camicia scuro-violacea e delle bretelle a pois.   Il giornalista gli porge il microfono episcopale e gli chiede «cosa è la scomunica e perché un cattolico dovrebbe temerla?»   Il signore intervistato, un giardino sullo sfondo con un forte sottofondo di grilli che cantano, risponde: «la deve temere perché significa essere fuori dalla comunione con la chieza. Non riguarda solo chi magari compie gesti particolari di rottura, ma anche chi aderisce a questi gesti». L’accento centroitaliano è forte, ma è un’altra informazione che ci colpisce: il tizio è un prete, anzi, deppiù: un teologo della Pontificia Università Lateranense. Confessiamo che quando parla genericamente di «gesti», non sappiamo a cosa si riferisce: il gesto dell’ombrello? Il gesto delle corna? Un beau geste?   Non importa: l’importante è capire che dentro allo scomunicone tuchone ci sono dentro anche i fedeli, cosa che non sembra turbare il nostro.  

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Il denso minutino di intervista antilefebvriana continua: cosa non può fare uno scomunicato?   «Non può partescipare alla comunione eugaristiga, per ezempio. Né agli altri sacramenti» ammonisce don Barba, mentre il montaggio manda le immagini della folla oceanica di Econe attraversata dall’infinita processioni di religiosi FSSPX, lasciando ancora in sottofondo, per qualche ragione, i grilli. «Ciò che invece deve fare è più importante: cioè deve convertirsi, deve cercare un gammino di riconciliaziòne con la comunità». Eccerto.   «Con lo scisma lefebvriano quindi il rischio c’è non solo per i vescovi ma anche per i fedeli laici» chiede l’invisibile giornalista con una domanda che sgorga spontaneissima, neanche un po’ programmata per terrorizare lo spettatore con tendenze tradizioniste.   Il rischio, dice don bretella, è «per chi aderisce, ovviamende convindamende, poi nella coscienza dell persone penzo che non può andare nessuno, nemmeno il Sant’Uffizio». È un’ammissione oscura che non sappiam bene come prendere.   «Però nel momendo in cui si aderisce, e si sa, consapevolmente, a una comunidà che si sa fuori della Chiesa cattolica, si aderisce e si è sco-municati» continua don camicia, senza metterci troppo significato, ma con la manina che a questo punto va su è giù.   Infine arriva la perla.   Scorrono i filmati della potente cerimonia ad Econe. «La gente è affascinata dalla ricchezza, dalla solennità delle liturgia dei tradizionalisti» attacca il giornalista. «Lei guardando le immagini cosa ha pensato?».   «Ho pensato che… pure è un po’ colpa nostra» risponde il teologo scomunicatore. «Perché forse abbiamo troppo banalizzato la celebrazione… la celebrazione è divendada un momendo quasi insomma di volemose bene.. di ztare insième bbène eccètera».   La microintervista scomunicatrice finisce così, alla grandissima, con la rivelazione che la Chiesa non vuole più il volemose bene almeno non con i lefebvriani, mentre con l’arcivescovessa canterburina, i transessuali di Ostia, i maomettani e i gommonauti afrolampedusani tutti dobbiamo volerse bbèene, e tantissimo.

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Occhei. Solo un dettaglia da specificare al lettore: TV2000 è finanziata in modo significativo attraverso i fondi dell’8 per mille destinati alla Chiesa Cattolica.   La Conferenza Episcopale Italiana (CEI) destina annualmente una quota del gettito totale dell’8 per mille alla gestione dei propri mezzi di comunicazione sociale, raggruppati sotto la società Rete Blu S.p.A. Questo budget serve a coprire i costi di produzione e trasmissione di TV2000, del circuito Radio InBlu e dell’agenzia di stampa Agenzia SIR. Accanto a questi fondi ecclesiastici, il canale si sostiene anche attraverso la normale raccolta pubblicitaria commercializzata sulla propria rete.   Cioè, si prendono le vostre tasse (magari facendo spot pietosi in cui si vedono i preti che aiutano i poveri, i drogati, etc.) e poi si fanno un canale dove c’è pure la réclame, oltre che il terrorismo conciliare.   Come per dire: se non lo avete ancora fatto, dismettete da subito il vostro 8 per 1000 alla Chiesa cattolica. Con la certezza che prima o poi, visto che è quello che solamente gli interessa (assieme all’IMU e alle scuole paritarie: i veri temi che infiammano la chiesa italiana, non l’aborto, la provetta, l’eutanasia) lanceranno, immaginiamo, anche uno scomunicone per i renitenti alla kirchensteuer italica.  

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