Spirito
«L’inganno di chi crede di spacciare l’Anticristo come vero Messia». Mons Viganò, omelia nella domenica delle Palme
Renovatio 21 pubblica l’omelia di monsignor Carlo Maria Viganò nella seconda Domenica di Passione, o Domenica delle Palme.

Ecce Rex tuus veniet
Omelia nella Domenica II di Passione, o delle Palme
Exsulta satis, filia Sion;
jubila, filia Jerusalem:
ecce rex tuus veniet tibi justus, et salvator:
ipse pauper, et ascendens super asinam
et super pullum filium asinæ.
Esulta grandemente, o figlia di Sion;
giubila, o figlia di Gerusalemme:
ecco, a te viene il tuo re, giusto e salvatore;
egli è povero, e cavalca sopra un’asina
e sopra un puledro figlio di asina.
Zc 9, 9
La Domenica delle Palme commemora l’ingresso trionfale del Re-Messia a Gerusalemme, ossia il mistero liturgico in cui la Santa Chiesa contempla il compimento delle profezie regali dell’Antico Testamento nella Persona di Cristo Signore.
Essa non è mera commemorazione storica, ma atto di fede nella Regalità di Gesù, Re umile e vittorioso, che entra nella Città Santa per consumare la Sua Passione e aprire a noi le porte del Regno eterno. Ma rimane pur sempre un fatto storico, testimoniato da quanti, quel giorno, assistettero alla cerimonia di incoronazione di Nostro Signore Gesù Cristo. Secondo il rituale descritto nel Primo Libro dei Re (1Re 1, 32-40), Davide morente ordina che il figlio Salomone sia consacrato re, fatto montare sulla mula del re Davide (simbolo di pace e successione legittima, non di guerra), condotto alla fonte di Gihon (che si trova ai piedi del Monte degli Ulivi), unto con l’olio sacro dal sacerdote Sadoc e dal profeta Natan. Egli prescrive che si suoni la tromba e il popolo acclami Salomone come re. La processione del nuovo sovrano entra in Gerusalemme tra grida di giubilo, con il popolo che suona flauti e la città che «risuona di clamore» (ibid., 45). Questo rito doveva manifestare in figura il nuovo re come unto del Signore (Messia), legittimo successore davidico, portatore di pace.
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Nostro Signore entra in Gerusalemme sul puledro di un’asina (Mt 21, 2-7; Gv 12, 14-15), adempiendo alla lettera la profezia di Zaccaria (Zc 9, 9). Non è un re terreno con cavalli da guerra, ma il Rex pacificus, il vero Salomone (la cui etimologia significa appunto «pacifico»), qui venit in nomine Domini (Sal 117, 26). I mantelli stesi sulla via (Mt 21, 8) richiamano il rito del Secondo Libro dei Re (2Re 9, 13) per l’unzione di Jehu; le palme e i rami d’ulivo evocano le processioni vittoriose e la festa dei Tabernacoli (Lv 23, 40), ma qui richiamano anche la vittoria pasquale di Cristo sulla morte.
L’ingresso trionfale di Cristo Re dal villaggio sacerdotale di Betfage e dal Monte degli Ulivi (1) non è un dettaglio topografico casuale, ma un atto di adempimento profetico e tipologico che richiama, in modo mirabile, i luoghi sacri della regalità davidica e salomonica. Esso manifesta Cristo come vero Rex et Sacerdos — Re davidico e Sacerdote eterno secondo l’ordine di Melchisedech — che entra in Gerusalemme per regnare dalla Croce, compiendo e superando i riti di incoronazione dell’Antico Testamento (2). Quando la processione esce dalla chiesa (immagine di Betfage) e rientra cantando Gloria, laus et honor, noi siamo portati a rivivere misticamente questo ingresso: come il popolo antico, anche noi acclamiamo il Re che viene dal monte sacro e dalla casa sacerdotale per regnare nella nuova Gerusalemme, la Santa Chiesa.
Il grido «Osanna al Figlio di Davide!» (Mt 21, 9) è l’acclamazione regale messianica (3). Il popolo ebraico — con la significativa eccezione dei suoi capi temporali e spirituali — riconosce a Cristo il titolo ereditario al regno davidico: Egli è il Re promesso, erede legittimo del trono di Davide, in quel momento vacante (4) così come era di fatto vacante il potere sacerdotale (5). L’esclusione dell’autorità civile e religiosa da questa solenne liturgia giudaica ci mostra come il Signore voglia ricapitolare in Sé Monarchia e Sacerdozio, essendo per diritto divino, di stirpe e di conquista l’unico e il vero Re e Pontefice della casa di Israele. Israël es tu Rex, davidis et inclyta proles
Nostro Signore Gesù Cristo adempie i riti di incoronazione veterotestamentari (unzione, acclamazione, ingresso solenne) in modo sovreminente, spirituale ed eterno. Ma questo Messia — il vero e l’unico Messia divino — non è il leader politico di un partito suprematista che aspettavano i Farisei, ma il Princeps pacifer che chiama a Sé tutte le Nazioni, al di là di ogni razza e di ogni lingua.
Commenta infatti Sant’Agostino: «Il puledro dell’asina, sul quale nessuno era mai montato, è il popolo dei Gentili, che nessuno prima di Cristo aveva sottomesso. L’asina invece è la plebe che veniva dal popolo d’Israele, già da tempo sotto il giogo della Legge. […] Cristo Re umile, sedendo sull’asina e sul puledro, significa entrambe le plebi: quella dei Giudei già domata e quella dei Gentili non ancora cavalcata. […] E come Re pacifico viene non su un cavallo da guerra, ma sull’asina, che è segno di pace». (6)
Lo conferma anche San Paolo: An Judæorum Deus tantum? nonne et gentium? Immo et gentium: quoniam quidem unus est Deus, qui justificat circumcisionem ex fide, et præputium per fidem. Forseché soltanto dei Giudei è Dio? No, anche delle Genti; sicuro, anche delle Genti, se è unico Dio quello che giustificherà i circoncisi grazie alla fede, come i non circoncisi mediante la fede. (Rom 3, 29-30)
E ancora: Omnes enim filii Dei estis per fidem, quæ est in Christo Jesu. Quicumque enim in Christo baptizati estis, Christum induistis. Non est Judæus, neque Græcus: non est servus, neque liber: non est masculus, neque femina. Omnes enim vos unum estis in Christo Jesu. Si autem vos Christi, ergo semen Abrahæ estis, secundum promissionem hæredes. Siete tutti figli di Dio per la fede in Cristo Gesù; quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non vi è più Giudeo né Greco, non vi è schiavo né libero; non maschio o femmina, ma tutti voi siete uno solo in Cristo Gesù. E se voi siete di Cristo, siete seme di Abramo, eredi secondo la promessa (Gal 3, 26-29). (7)
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È al nuovo Israele che lo zelo di vera Carità della Chiesa di Cristo chiama gli Ebrei, secondo i voti che — su iniziativa dei fratelli Lémann — 510 Padri del Concilio Vaticano umiliarono a Pio IX nel 1870, «affinché il povero popolo degli Ebrei, stanco di una lunghissima ed inutile aspettazione, si affretti a riconoscere il Messia Salvatore nostro, veramente promesso ad Abramo e preannunziato da Mosè: così perfezionando e coronando la religione mosaica, non mutandola». (8)
I sacerdoti Joseph e Augustin Lémann, convertiti dall’Ebraismo e instancabili apostoli della causa di Israele in Cristo, vedono nell’Osanna l’acclamazione che il Sinedrio avrebbe dovuto fare propria, ma che divenne invece preludio al rifiuto – un monito perenne affinché Israele riconosca il suo Re.
Tutto ruota intorno a Cristo Re e Pontefice. Tutto si decide sulla base del Suo riconoscimento come Messia, Salvatore e Liberatore. E finché il resto di Israele non piegherà il ginocchio al suo Signore, non avverrà il Giudizio finale. La conversione di questo resto precederà la venuta di Elia, ritarderà il giudizio e porterà alla «resurrezione del mondo» (Rm 11, 15). (9)
Questa consapevolezza e una retta interpretazione della Sacra Scrittura ci inducono a considerare anche quanto accade oggi alla luce del piano mirabile della Provvidenza. Nemo vos seducat (Ef 5, 6): non lasciamoci trarre in inganno da chi si illude di poter spacciare l’Anticristo come vero Messia, o di poter affrettare la fine del mondo edificando con le pietre quel Tempio che misticamente Nostro Signore ha edificato una volta per tutte nel proprio Corpo Mistico. Cerchiamo piuttosto, con la nostra coerenza di vita e con la Grazia di Dio, di renderci credibili testimoni del divino Messia, del Verbo Incarnato, di Colui che di qui a pochi giorni contempleremo assiso sul trono della Croce: Regnavit a ligno Deus. (10)
E così sia.
+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
29 marzo MMXXVI
Dominica II Passionis seu in Palmis
1) L’indicazione è riportata in Mt 21, 1; Mc 11, 1; Lc 19, 29. Betfage era situato sul versante orientale del Monte degli Ulivi, ai confini di Gerusalemme: è il luogo sacerdotale per eccellenza, da cui il Messia-Re, vero Sacerdote, inizia la sua processione regale. Durante la rivolta di Assalonne, il re Davide, umiliato e fuggitivo, «salì il monte degli Ulivi, salendo e piangendo» (2Sam 15, 30: ascendit autem David in ascensum Olivarum, ascendens et flens). Qui Davide, figura del Cristo sofferente, versa lacrime sul tradimento del figlio e del popolo. Cristo, vero Figlio di Davide, discende invece dal medesimo monte in trionfo, non per fuggire ma per consegnarsi alla Passione. Egli rovescia la sorte del padre Davide, trasformando l’umiliazione in gloria regale.
Il monte era legato all’unzione. La fonte di Gihon, ai piedi del Monte degli Ulivi, fu il luogo dell’unzione di Salomone (1R 1, 33-38): il sacerdote Sadoc unse il re con l’olio d’oliva, e la processione salì verso Gerusalemme tra acclamazioni. L’olio d’oliva – frutto stesso del monte – era il crisma della regalità (cfr. 1Sam 16, 13 per Davide). Cristo, vero Salomone pacifico (Pacificus), cavalca l’asina proprio da questo monte dell’olio: Egli è l’Unto per eccellenza, consacrato dallo Spirito Santo al Giordano. I Santi Padri (Agostino nel Tractatus in Joannem 51; Beda nella Catena) vedono qui il compimento perfetto: il Monte degli Ulivi, da cui la gloria del Signore era partita (Ez 11, 23) e su cui tornerà (Zc 14, 4), diviene il pulpito da cui Cristo Re proclama la sua regalità. La liturgia, con l’antifona della processione Cum appropinquaret Dominus, evoca proprio questo ingresso dal monte sacro.
2) Il Golgota, luogo dell’azione sacerdotale di Nostro Signore — il Suo Sacrificio — si trova significativamente fuori da Gerusalemme.
3) Mons. Francesco Spadafora (1903-1992), ordinario di Esegesi alla Pontificia Università Lateranense e strenuo difensore dell’esegesi tradizionale contro il modernismo, tratta il passo nel suo Dizionario Biblico. Sotto la voce «Osanna» egli afferma: «Acclamazione trionfale messianica: “Hosanna al Figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!” (Mt 21, 9). È il grido di riconoscimento del Re d’Israele, legato al Salmo 117 e alla liturgia ebraica della festa delle Capanne (Lv 23, 40). Il popolo, mosso dallo Spirito, acclamava il Re promesso, il vero Figlio di Davide che entra in Gerusalemme per regnare». Spadafora, in linea con la Scuola Romana anti-modernista, insiste sul senso letterale e tipico: l’evento è storico e profetico insieme, adempimento di Zc 9, 9 e dei Salmi regali, senza riduzioni razionalistiche.
4) Dopo la morte di Erode il Grande (4 a.C.), il regno fu diviso da Augusto tra i figli (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche 17, 188-249). La Giudea propriamente detta (con Gerusalemme) toccò ad Archelao come etnarca, ma la sua tirannia provocò rivolte che portarono alla deposizione romana nel 6 d.C. (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità 17, 342-354; Guerra Giudaica 2, 111). Da quel momento la Giudea divenne provincia procuratoria romana, governata direttamente da prefetti/procuratori di rango equestre, dipendenti dal legato di Siria e dall’Imperatore. Erode Antipa (tetrarca di Galilea e Perea, 4 a.C.-39 d.C.) non aveva alcuna giurisdizione civile in Giudea. Era un vassallo romano, privo del titolo di rex sulla Città Santa (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità 18, 27). Durante la Passione, Pilato lo consultò solo perché Gesù era galileo (Lc 23, 6-12), ma Antipa non esercitava potere a Gerusalemme e Lo rinviò a Pilato. Non esisteva dunque un «re» ebreo legittimo a Gerusalemme; il trono davidico era vacante da secoli, occupato da stranieri o da fantocci imperiali.
5) Il sommo sacerdozio, istituito da Dio come ereditario e vitalizio nella discendenza di Aronne (Es 28-29; Nm 25, 10-13), era divenuto sotto i Romani uno strumento di controllo politico. Gli abiti pontificali erano custoditi nella fortezza Antonia dai Romani e consegnati solo per le festività (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità 18, 93-95; 20, 6-9), segno tangibile della sottomissione. Anano (Annas) fu nominato da Quirinio (governatore di Siria) nel 6 d.C. e deposto da Valerio Grato nel 15 d.C. (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità 18, 26.34). Caifa (Giuseppe, detto Caifa), genero di Anano, fu nominato da Valerio Grato nel 18 d.C. e rimase in carica fino al 36/37 d.C. (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità 18, 35: «Grato… nominò sommo sacerdote Giuseppe, detto Caifa»). Fu dunque un puro funzionario romano, mantenuto da Pilato per stabilità politica. Giuseppe Flavio elenca esplicitamente i quattro Sommi Sacerdoti precedenti nominati e deposti da Grato in pochi anni: Ismaele, Eleazaro (figlio di Anano), Simone, poi Caifa – tutti emissari di Roma. Tra il 6 e il 41 d.C. i procuratori romani nominarono e destituirono almeno 18 sommi sacerdoti (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità 20, 247-251), spezzando la successione legittima. Il Talmud babilonese (Yoma 9a) e gli esegeti tradizionali lamentano questa «corruzione» del sacerdozio: i sommi sacerdoti non erano più «unti» secondo la Legge, ma comprati con denaro o favori imperiali.
6) S.cti Augustini In Joannis Evangelium Tractatus 51, 6-7 (ed. CCL 36, p. 437-438) – «Pullus asinæ, in quo nemo sederat, populus gentium est, quem nemo ante Christum subegerat. Asina vero, plebs ejus quæ veniebat ex populo Israë, sub jugo legis jam diu erat. […] Christus autem, Rex humilis, sedens super asinam et pullum, utramque plebem significat: Judæorum jam domitam et Gentium nondum insessam. […] Et sicut rex pacificus venit, non equo bellico, sed asina, quæ pacis est signum».
7) Cfr. anche Eph 2, 11-22: Propter quod memores estote quod aliquando vos gentes in carne, qui dicimini præputium ab ea quæ dicitur circumcisio in carne, manu facta: quia eratis illo in tempore sine Christo, alienati a conversatione Israël, et hospites testamentorum, promissionis spem non habentes, et sine Deo in hoc mundo. Nunc autem in Christo Jesu, vos, qui aliquando eratis longe, facti estis prope in sanguine Christi. Ipse enim est pax nostra, qui fecit utraque unum, et medium parietem maceriæ solvens, inimicitias in carne sua, legem mandatorum decretis evacuans, ut duos condat in semetipso in unum novum hominem, faciens pacem: et reconciliet ambos in uno corpore, Deo per crucem, interficiens inimicitias in semetipso. […] Ergo jam non estis hospites, et advenæ: sed estis cives sanctorum, et domestici Dei. Rm 11, 11-15 e 25-26: Dico ergo: Numquid sic offenderunt ut caderent? Absit. Sed illorum delicto, salus est gentibus ut illos æmulentur. […] Si enim amissio eorum, reconciliatio est mundi: quæ assumptio, nisi vita ex mortuis? […] Nolo enim vos ignorare, fratres, mysterium hoc […], quia cæcitas ex parte contigit in Israël, donec plenitudo gentium intraret, et sic omnis Israël salvus fieret.
8) ut et miserrimam Hebræorum gentem paterna quadam invitatione dignetur prævenire: scilicet votum exprimere, ut tandem longissima inutilique expectatione lassati, ad Messiam salvatorem nostrum, vere promissum Abrahæ et a Mose prænunciatum, festinent accedere: sic perficientes coronantesque religionem mosaïcam, non mutantes. Postulatum pro Hebræis. Cfr. Joseph et Augustin Lémann, La cause des restes d’Israël introduite au Concile Œcuménique du Vatican, 1912 – https://livres-mystiques.com/partieTEXTES/Lemann/La_Cause/Cause_des_restes.pdf
9)«Dans cette période finale doivent trouver place la conversion des restes d’Israël, la réjouissance qui s’en fera dans l’Église catholique, la venue du saint prophète Elie qui doit restaurer toutes choses, l’unique bercail sous l’unique Pasteur annoncé par le Christ, le combat gigantesque contre l’antéchrist, et enfin, dans la nature et le soleil les signes précurseurs de la fin du monde».
10) San Venanzio Fortunato, Vexilla Regis, Carme II, 6.
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Spirito
Né scismatici né disobbedienti
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1. La Fraternità San Pio X non è scismatica
Il cardinale Tommaso de Vio (detto il Gaetano, 1469-1534), uno dei più insigni teologi di tutti i tempi, dice esplicitamente: «Disobbedire, anche ostinatamente, al Sommo Pontefice non costituisce uno scisma. Ciò che costituisce uno scisma, è non voler sottomettersi a lui come capo di tutta la Chiesa» (Commento alla Somma Teologica di S. Tommaso, II-II, q. 39, a. 1, n. III).Sostieni Renovatio 21
2. Le consacrazioni episcopali compiute senza mandato apostolico non sono un atto scismatico e non rendono la Fraternità scismatica
Bisogna, innanzi tutto, ricordare che fino al Basso Medioevo, la consacrazione episcopale non era riservata al papa. Ciò significa che, ordinariamente, il papa non nominava i vescovi e neppure confermava la nomina fatta da altri. La riserva papale della nomina o della conferma dei vescovi risale alla fine del XIII sec. e si afferma soltanto a partire dal secolo successivo.Iscriviti al canale Telegram ![]()
3. La Fraternità San Pio X non è neppure disobbediente
L’obbedienza, nella dottrina cattolica, non è un assoluto. Neppure quella al Sommo Pontefice. Come insegna San Tommaso, «l’abuso d’autorità può avvenire […] perché ciò che viene comandato dal superiore è contrario al fine per il quale l’autorità è stata istituita, come quando egli ordina un atto peccaminoso, contrario alla virtù che l’autorità è destinata a promuovere e custodire; e in tal caso non solo non si è tenuti a obbedire al superiore, ma si è anche tenuti a non obbedirgli, come i santi martiri affrontarono la morte per non obbedire agli ordini empi dei tiranni» (II Sent., d. 44, q. 2, a. 2). La stessa cosa è insegnata da Leone XIII nell’enciclica Diuturnum illud (29 giugno 1881).Aiuta Renovatio 21
4. La Fraternità ha agito rettamente a causa dello stato di necessità in materia di fede
Ora, si può dire che l’ordine del papa al quale la Fraternità ha rifiutato di obbedire sia «di per sé cattivo» o addirittura «peccaminoso»? Dopo tutto, rinunciare a delle consacrazioni episcopali non è un atto cattivo. Di conseguenza, decidendo di procedere comunque, la Fraternità forse non è caduta nello scisma, ma ha comunque commesso un atto gravissimo di disobbedienza.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Gender
Leone nomina vescovo che aveva approvato le «benedizioni» omo e affermato che la sodomia «non è peccaminosa»
Papa Leone XIV martedì ha nominato monsignor Christian Würtz, vescovo ausiliare della diocesi di Friburgo in Brisgovia, in Germania, noto per il suo sostegno alle «benedizioni» omosessuali e per le sue posizioni contrarie all’insegnamento della Chiesa sull’omosessualità, come nuovo vescovo di Eichstätt.
Monsignor Würtz, 55 anni, era tra i 38 vescovi tedeschi che nel 2023 votarono a favore di un documento che sanciva le «benedizioni» per le «coppie» omosessuali, nonché per i divorziati risposati.
Sei mesi prima, il Würtz aveva appoggiato il documento eterodosso del Cammino sinodale tedesco sulla «Rivalutazione dottrinale dell’omosessualità», che definiva erroneamente gli atti omosessuali «non peccaminosi» e «non intrinsecamente malvagi».
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«Non vedo l’ora di iniziare il mio nuovo incarico», ha dichiarato Würtz (a sinistra nella foto) in un comunicato ufficiale della diocesi.
«È una splendida coincidenza che la mia nomina avvenga nel giorno della festa di San Willibaldo, patrono della diocesi di Eichstätt. Spero che, con la mia esperienza e le mie capacità, potrò contribuire anch’io alla costruzione del Regno di Dio a Eichstätt e camminare al fianco della gente di questa diocesi», ha aggiunto. «Ringrazio papa Leone per la fiducia che mi ha accordato e non vedo l’ora di conoscere le persone di questa diocesi».
Würtz è nato il 31 maggio 1971 a Karlsruhe, nell’Arcidiocesi Metropolitana di Freiburg im Breisgau. Ha conseguito la Laurea in Giurisprudenza presso l’Università statale di Heidelberg. Dopo essere entrato nel Collegium Borromaeum a Friburgo, ha studiato Filosofia e Teologia presso le Università di Friburgo e di Erbipoli (che i tedeschi, e purtroppo anche gli italiani, chiaman Würzburg). Successivamente, ha conseguito il Dottorato in utroque iure.
Il 26 aprile 2019 è stato nominato Vescovo titolare di Germania di Dacia e Ausiliare di Friburgo in Brisgovia, ricevendo l’ordinazione episcopale il 30 giugno successivo.
Poco dopo la sua ordinazione episcopale, monsignor Würtz ha tenuto un incontro con i membri del movimento Maria 2.0, nato in Germania per chiedere varie riforme nella Chiesa, tra cui l’accesso delle donne al sacerdozio. Dopo aver conversato con le manifestanti, ha consegnato loro una lettera personale e un gomitolo di filo rosso come simbolo del dialogo, un gesto che è stato valutato positivamente dalle rappresentanti del movimento.
Nel maggio 2025, come rettore del seminario di Friburgo, ha ricevuto le richieste simboliche di ammissione presentate da nove studentesse di Teologia che protestavano contro la riserva del sacerdozio ministeriale agli uomini.
Würtz ha definito quell’iniziativa «un buon segnale dell’impegno e della serietà con cui queste donne affrontano la loro vocazione e il loro cammino nella Chiesa», pur ricordando che non poteva ammetterle a causa della normativa vigente della Chiesa. Successivamente ha tenuto un incontro con le studentesse, che entrambe le parti hanno descritto come rispettoso e costruttivo.
In seno alla Conferenza Episcopale Tedesca, è Membro della Commissione Pastorale e di quella per le questioni caritative. Finora, Rettore del Seminario Maggiore Collegium Borromaeum di Friburgo e Vicario episcopale per le Alte Scuole.
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Nel settembre 2022 ha votato a favore del documento che proponeva una rivalutazione dottrinale dell’omosessualità, in cui si affermava che l’orientamento omosessuale non costituisce una scelta personale e si chiedeva una maggiore accoglienza e integrazione delle persone omosessuali nella vita ecclesiale.
In quella stessa assemblea ha sostenuto anche il testo sulla cosiddetta «diversità di genere», che invitava le diocesi a rivedere vari aspetti pastorali e amministrativi per facilitare l’inclusione delle persone transgender e intersessuali.
Mesi dopo, nel marzo 2023, ha nuovamente votato a favore del documento che proponeva l’introduzione di celebrazioni di benedizione per coppie dello stesso sesso e per divorziati risposati, una delle iniziative più controverse del Cammino Sinodale.
Oggi monsignor Würtz assume la diocesi di Eichstätt, suffraganea dell’arcidiocesi di Bamberga, fondata a metà dell’VIII secolo e che ha come patrono san Willibaldo. Attualmente conta 334.517 cattolici, distribuiti in 253 parrocchie, organizzate in 74 unità pastorali e otto decanati.
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Immagine di Andreas Schwarzkopf via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Satira
Scomuniche, la grande profondità teologica della TV dei vescovi e del vostro 8 per mille
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