Persecuzioni
Nuovo raid alla Lavra
Gli agenti di polizia ucraini sono nuovamente entrati in forze al monastero della Lavra di Kiev a seguito di una sentenza del tribunale che autorizzava lo sgombero forzato dei monaci dallo storico monastero, ha riferito la Chiesa ortodossa ucraina canonica (UOC).
I monaci della Lavra stanno affrontando un giro di vite senza precedenti da parte delle autorità di Kiev, che lo accusano di legami con la Russia.
L’UOC ha affermato ieri sul suo canale Telegram che gli agenti avevano transennato tre edifici nei locali della Lavra, il più grande monastero ortodosso di Kiev, aggiungendo che avevano già distrutto le serrature e forzato uno di essi.
«Queste abitazioni ospitano non solo pellegrini, ma anche monaci del monastero della Lavra di Kiev», si legge nella dichiarazione.
L’UOC ha caricato un video che mostra una piccola folla riunita davanti a uno degli edifici, con il suono di una smerigliatrice angolare apparentemente udibile in sottofondo.
Maria Zakharova:
The police cordoned off three buildings of the Kiev-Pechersk Lavra, in which pilgrims and monks live, and an assault on the premises began.
The frenzy of the Kyiv regime. pic.twitter.com/dDkYuFsC3s
— Таино (@Omani1love) August 15, 2023
Un’altra clip mostrava diversi ufficiali ucraini che entravano da una porta aperta.
????????⛪ Police stormed three buildings of #Kiev-Pechersk Lavra
This was reported in the canonical UOC.
✖️ The locks of the hotel building of Kiev-Pechersk Lavra were cut off and law enforcers with automatic rifles entered the building. pic.twitter.com/rFjZHM8dL7
— deepankarthish (@deepankarthishb) August 15, 2023
La situazione di stallo tra l’UOC e le autorità ucraine è scoppiata lo scorso anno quando l’agenzia di sicurezza interna del Paese, lo SBU, ha fatto irruzione nel monastero nel tentativo di prevenire presunte «attività sovversive dei servizi speciali russi».
Os ukronazis podem reprimir! O ocidente cala e consente! Os crentes resistem
This is how the Orthodox faithful of the Lavra pray in the shutter. Someone talks about the catacombs and "worries" about the canons, sitting in a cool studio, and someone is already in the catacombs. pic.twitter.com/XxCFoyYNIb
— Brandão José Gonçalves Alves (@BrandoGonal1) August 13, 2023
A marzo, il governo del presidente ucraino Vladimir Zelens’kyj ha ordinato lo sgombero dei monaci della Lavra mentre si muoveva per rescindere il contratto di locazione che aveva consentito all’UOC di gestire il monastero. Il governo ha citato presunte violazioni dei termini di utilizzo, sebbene l’UOC abbia respinto la richiesta.
Allo stesso tempo, Kiev ha permesso ai monaci di rimanere nel monastero a condizione che lasciassero l’UOC e si unissero alla Chiesa ortodossa ucraina sostenuta dal governo, che è considerata scismatica dalla Chiesa ortodossa russa.
At Lavra monastery in Kiev, Police won't let
a woman enter who is mentally ill. Several years ago, she came there and found shelter.Working there and praying gave her peace & the meaning of life.
People try to explain that it's her home, she has no other place to live. pic.twitter.com/61Jxi5xRje
— Dean O'Brien (@DeanoBeano1) August 13, 2023
Ukrainian police begin arresting Orthodox Christian pilgrims at the Kiev/Pechersk Lavra ☦️
Zelenskyy’s war against the Church continues ???????? pic.twitter.com/itj6ji2Zov
— Orthodox Canonist (@OCanonist) August 13, 2023
La scorsa settimana, un tribunale ucraino ha confermato la risoluzione del contratto di locazione, aprendo la strada allo sgombero del clero. Nikita Chekman, un avvocato che rappresenta l’UOC, ha condannato la decisione come «una delle più vergognose» nella storia moderna dell’Ucraina, suggerendo che la sentenza della corte è stata presa sotto la pressione del governo.
????????☦️ Ukrainian Orthodox Christians praying outside of a court room in Kiev.
Inside those ‘lawless walls’ the future of the Kiev-Pechersk Lavra monastery is being decided. pic.twitter.com/ba4FQWnwFv
— Orthodox Canonist (@OCanonist) August 10, 2023
Le autorità ucraine hanno accusato per mesi l’UOC di essere uno strumento russo, nonostante abbia interrotto i legami con Mosca poco dopo l’inizio del conflitto ucraino nel febbraio 2022. La Russia ha ripetutamente criticato la repressione religiosa di Kiev, suggerendo che sia stata alimentata dagli Stati Uniti.
Come riportato da Renovatio 21, Zelens’kyj a inizio anno aveva tolto la cittadinanza a sacerdoti della Chiesa Ortodossa d’Ucraina (UOC). Vi era stato quindi un ordine di cacciata dalla cattedrale della Dormizione dell’Abbazia delle Grotte di Kiev proprio per il Natale ortodosso. Una tregua di Natale sul campo di battaglia proposta da Putin era stata sdegnosamente rifiutata da Kiev.
Il regime di Kiev si è spinto a vietare le preghiere in russo.
Il regime Zelens’kyj da mesi sostiene la repressione religiosa, annunciando nuove misure volte a vietare le istituzioni religiose ritenute avere legami con la Russia nel tentativo di salvaguardare «l’indipendenza spirituale» della nazione.
Il mese scorso il Patriarca di tutte le Russie Kirill aveva inviato un appello a papa Francesco, Tawadros II di Alessandria (leader della Chiesa copta ortodossa), all’arcivescovo di Canterbury Justin Welby (leader della Comunione anglicana), all’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani e ad altri rappresentanti di organizzazioni internazionali, per chiedere il loro aiuto e porre fine alla persecuzione del vicegerente della Lavra, il metropolita Pavel, ora liberato con una cauzione di circa 820 mila euro.
Come riportato da Renovatio 21, la scorsa settimana il metropolita Gionata della diocesi di Tulchin è stato condannato a cinque anni di carcere e alla confisca dei beni da un tribunale di Vinnitsa (città centro-occidentale del Paese) per vari presunti reati contro lo Stato ucraino.
Tornando a Kiev, si conferma che le immagini di resistenza dei fedeli e dei religiosi allo sfratto dal monastero della Lavra continuano ad essere di ispirazione in tutto il mondo.
Immagine screenshot da Twitter
Persecuzioni
La FSSPX esclusa dalla Basilica di Assisi
La Fraternità Sacerdotale San Pio X, in occasione del suo ciclico pellegrinaggio umbro di settembre, giunta alla Basilica di San Francesco per la preghiera conclusiva, si è vista negare l’ingresso. Lo riporta il Corriere dell’Umbria.
La Fraternità attribuisce il diniego al «nuovo status ecclesiale in seguito alle consacrazioni del 1° luglio: in quanto cioè scismatici e scomunicati».
Il no dei frati assisani sembra che sia invece dettato dalla mancata richiesta di poter celebrare una messa o un momento di preghiera come gruppo religioso: «Comprendiamo il disappunto e la delusione per non aver potuto portare a termine il pellegrinaggio nel modo desiderato, ma è doveroso chiarire che nella Basilica di San Francesco nessuno può pregare pubblicamente in maniera autonoma, dal momento che nel luogo sacro si svolgono già delle celebrazioni pubbliche a orari stabiliti. Inoltre la Basilica è un luogo di culto cattolico e per questo sono ammesse solo celebrazioni liturgiche da parte di fedeli appartenenti alla Chiesa cattolica in piena comunione con il Romano Pontefice».
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La FSSPX ha diramato un comunicato di risposta: a religiosi e fedeli tradizionalista sarebbe stato «consentito di entrare a piccoli gruppi per una preghiera privata, e non in quanto comunità con preghiera pubblica. Il Superiore del Distretto italiano, don Gabriele D’Avino, ha allora rifiutato di accondiscendere a una simile concessione: ha tenuto l’esortazione conclusiva del pellegrinaggio proprio davanti alle porte della Basilica e lì, sul sagrato, è stato intonato il Credo in testimonianza pubblica di fede cattolica.».
«Il 27 ottobre 2026», ha ricordato don D’Avino, «i membri e i rappresentanti di tutti i falsi culti», dalle confessioni protestanti all’Islam, dall’ebraismo alle credenze orientali e animistiche, «pregheranno pubblicamente nelle chiese della città di Assisi», come già avvenuto, del resto, nel 1986 e proprio per celebrare il 40° anniversario di quella riunione ecumenica presieduta da Giovanni Paolo II.
La FSSPX ha pubblicato online il video dell’esortazione conclusiva di don D’Avino.
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Dal canto loro la comunità dei frati minori conventuali del Sacro Convento di San Francesco in Assisi, per bocca di fra Giulio Cesareo, ribadisce le scelte e le ragioni di tale divieto, rimarcando l’ospitalità che riserveranno alle altre religioni il prossimo mese, secondo le loro regole: «In occasione del prossimo 40° anniversario dello Spirito di Assisi – il grande incontro di preghiera interreligioso per la pace promosso e guidato da papa Giovanni Paolo II il 27 ottobre 1986 – le chiese locali (e in particolare la Basilica) non ospiteranno dei momenti di preghiera pubblici da parte di uomini e donne di fede non cristiana».
«Sarà nostra gioia, infine, se nella Basilica – cantata dalla liturgia come ‘uomo tutto cattolico e apostolico” – e altrove potremo continuare a celebrare insieme dei momenti di preghiera ecumenica – cioè tra fedeli cristiani di diverse confessioni, compresi noi cattolici – per chiedere a Dio nostro Padre il dono della pace, dell’unità e della piena comunione ecclesiale».
Assisi, città della pace, sembra proprio non offrire pace e comunione.
Come dichiara la FSSPX nella sua nota, «ancora una volta c’è accoglienza per tutti, fino ai pagani più remoti del globo, ma non per quanti vogliono restare figli della Chiesa Cattolica Apostolica Romana senza compromessi».
Francesco Rondolini
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Immagine di Jessyangeli90 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Persecuzioni
L’UE potrebbe ordinare alla Chiesa cattolica la cancellazione dei registri battesimali
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Persecuzioni
Sulla scia della Rivoluzione francese: i martiri di settembre
Il 2 e 3 settembre 1792, mentre risuonavano La Marsigliese, Ah! ça ira , La Carmagnole e altri canti adottati dalla Rivoluzione francese, folle fanatiche massacrarono numerosi sacerdoti e religiosi a Parigi. Considerati nemici della nazione e dichiarati estranei al corpo nazionale, furono messi a morte per la loro lealtà alla Chiesa. Il loro sangue, ritenuto «impuro» dalla logica rivoluzionaria, divenne il sangue dei martiri. Un fatto storico che non deve essere dimenticato.
Il 2 settembre, a mezzogiorno, il cannone d’allarme tuonò sul Pont-Neuf; una grande bandiera nera fu issata sul Municipio di Parigi. Questo spettacolo era presumibilmente inteso a radunare legioni di eroi contro le truppe austriache e prussiane che si avvicinavano alla capitale. Il suo scopo principale, tuttavia, era quello di mobilitare una banda di assassini contro i prigionieri della Comune.
I massacri all’abbazia
La maggior parte dei sacerdoti arrestati di recente era stata condotta o alla prigione dell’abbazia di Saint-Germain o a quella del convento carmelitano. Erano trascorse circa due ore da quando la campana aveva smesso di suonare. Gli assassini e la folla fanatica si erano radunati nel cortile del monastero, in attesa dell’arrivo dei prigionieri.
«Arrivammo all’abbazia», scrisse l’abate Sicard. «Il cortile era gremito di una folla immensa. Le nostre carrozze furono circondate; uno dei nostri compagni pensò di poter fuggire; aprì la portiera e si precipitò in mezzo alla folla; fu immediatamente massacrato. Un secondo uomo fece lo stesso tentativo; si fece strada tra la folla e stava per scappare; ma i carnefici si avventarono su questa nuova vittima, e altro sangue sgorgò. Neanche un terzo uomo fu risparmiato. La carrozza si diresse verso la sala del comitato; anche un quarto uomo cercò di uscire, e ricevette un colpo di sciabola… I carnefici si accanirono con la stessa furia sulla seconda carrozza» (1).
«Devono essere tutti uccisi, sono dei mascalzoni!» gridarono gli astanti. La quarta carrozza conteneva solo cadaveri… I corpi dei morti furono gettati nel cortile. I dodici prigionieri ancora in vita scesero per entrare nella commissione civile; due furono immolati non appena misero piede a terra. La commissione non ebbe il tempo di condurre nemmeno il più piccolo interrogatorio. Una moltitudine armata di picche, spade e sciabole si precipitò dentro, afferrò e uccise i prigionieri… Erano le cinque del pomeriggio. Arrivò Billaud-Varenne, il viceprocuratore della Comune. Camminò sui cadaveri, fece un breve discorso alla folla e concluse così: « Popolo , state immolando i vostri nemici; state facendo il vostro dovere» (2).
Ventuno sacerdoti erano appena periti in questo modo, al loro arrivo nel cortile dell’abbazia.
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I massacri al Carmelo
Nel carcere di Carmes, il posto di guardia era stato cambiato a partire da mezzogiorno. Le nuove guardie erano uomini dall’aspetto sinistro, con berretti rossi e armati di picche. Alle due, il commissario di sezione ordinò ai prigionieri di recarsi in giardino per la passeggiata quotidiana. Persino gli anziani e i malati furono costretti ad uscire.
«Ci ritirammo», disse un prigioniero, «in fondo, dietro un pergolato; altri si rifugiarono in un piccolo oratorio in un angolo del giardino, dove iniziarono a recitare i vespri » (3). Improvvisamente, si udirono grida provenire dalla direzione di Rue Cassette e Rue Vaugirard. « A questo punto, Vostra Grazia», esclamò l’Abbé de la Pannonie, rivolgendosi a Monsignor du Lau, Arcivescovo di Arles, «penso che ci uccideranno». «Mio caro amico», rispose l’arcivescovo, «se questo è il momento del nostro sacrificio, ringraziamo Dio di dovergli offrire il nostro sangue per una causa così nobile » .
I prigionieri non si sbagliavano. Pochi istanti prima, nella chiesa di Saint-Sulpice, trasformata in sala delle deliberazioni della sezione del Lussemburgo, un commerciante di vino, Louis Prière, era balzato sul pulpito, che allora fungeva da tribuna, e aveva dichiarato che non si sarebbe mosso finché i prigionieri, e soprattutto i sacerdoti detenuti nel convento carmelitano, non fossero stati liberati. Di conseguenza, l’assemblea aveva deciso, a maggioranza, «di purificare le prigioni versando il sangue di tutti i detenuti» (4). Una folla di uomini furiosi si riversò quindi fuori dalla chiesa in disordine e si imbatté in un gruppo di uomini armati di sciabole e picche insanguinate che provenivano dall’abbazia. I due gruppi si unirono e fecero irruzione nel convento carmelitano.
«Vedemmo per primi sette o otto giovani entrare furiosi», scrisse l’abate Berthelet. «Ognuno di loro aveva una cintura foderata di pistole, oltre a quella che teneva nella mano sinistra, mentre nella destra brandiva una sciabola» (5). Gli assassini colpirono dapprima l’abate de Salins con le sciabole, mentre era assorto nella lettura; poi, ferendo o uccidendo chiunque incontrassero sul loro cammino, si precipitarono verso il fondo del giardino, gridando: «l’ arcivescovo di Arles! L’arcivescovo di Arles! ». Monsieur du Lau era inginocchiato davanti all’oratorio. Si alzò e si rivolse agli assalitori: «sono io quello che cercate », disse loro. Un violento colpo di sciabola lo colpì in fronte. Un secondo colpo, proveniente da dietro, gli spaccò il cranio. Altri tre colpi lo fecero cadere a terra, dove rimase privo di sensi. Poi una picca gli fu conficcata nel petto e gli assassini lo calpestarono. (6)
Mentre gli assassini organizzano una vera e propria caccia all’uomo nel giardino, un buon numero di prigionieri entra in chiesa. Si mettono in fila vicino all’altare, si danno l’assoluzione a vicenda e recitano le preghiere per i moribondi.
Nel frattempo, uno dei capi si sedette a un tavolino vicino alla porta che dava sul giardino. Fece portare la lista dei sacerdoti imprigionati, chiamò a sé i nomi dei prigionieri, chiese a ciascuno se si rifiutasse ancora di prestare giuramento e, ricevuta una risposta affermativa, lo rimandò in giardino, dove il prigioniero fu immediatamente massacrato tra urla furiose, tra le quali si poteva udire il grido: «viva la nazione!».
Grazie al caos, diversi sacerdoti riuscirono a fuggire attraversando il giardino e scavalcando il muro di cinta. Quasi 120 sacerdoti persero la vita in meno di due ore.
Il giorno seguente, 76 sacerdoti perirono nel seminario di Saint-Firmin e 3 sacerdoti furono immolati nel carcere di La Force. Scene non meno orribili si verificarono in altre prigioni parigine: il Châtelet, la Conciergerie, la torre di Saint-Bernard, il Bicêtre e la Salpêtrière. (7)
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Circolare inviata dalla Comune di Parigi alle province
Mentre a Parigi scorreva il sangue, il 3 settembre il comitato di esecuzione e vigilanza della Comune inviò la seguente circolare a tutti i comuni di Francia:
«La Comune di Parigi si affretta a informare i suoi fratelli in tutti i dipartimenti che una parte dei feroci cospiratori detenuti nelle carceri è stata messa a morte dal popolo; atti di giustizia che ha ritenuto indispensabili per frenare, attraverso il terrore, le legioni di traditori rinchiusi entro le sue mura, proprio nel momento in cui stava per marciare contro il nemico: e senza dubbio la nazione si affretterà ad adottare questo utilissimo e necessario metodo.» (8)
Insoddisfatta di questa sanguinosa missione, la Comune inviò emissari nei dipartimenti per eseguire i suoi ordini. Il 3 settembre, i rivoluzionari parigini arrivarono a Reims e arrestarono quattro sacerdoti, che furono presto massacrati dalla folla (9) .Il giorno seguente, a Meaux, sette sacerdoti furono messi a morte nelle stesse circostanze (10). Il 3 settembre, a Versailles, fu ordinata l’esecuzione di 44 sacerdoti. Tra questi c’era il vescovo di Mende, M. de Castellane, che, si dice, ascoltò le confessioni di tutti i prigionieri (11).
Su tutte le strade, gruppi di sacerdoti, in fuga dalla furia degli assassini e diretti verso i confini, venivano attaccati, maltrattati, massacrati, percossi con pietre o bastoni e gettati nei fiumi. (12)
«Nei dipartimenti», disse Taine, «giorni come il 2 settembre si contano a centinaia. Ovunque, la stessa febbre, lo stesso delirio indicano la presenza dello stesso virus; e questo virus è il dogma giacobino. Grazie ad esso, l’assassinio si maschera da filosofia politica; i peggiori attacchi diventano legittimi, perché sono atti del sovrano legittimo, incaricato di provvedere al bene pubblico». (13)
NOTE
1) Relation de l’abbé Sicard, riprodotto da Dom Leclercq, Les Martyrs, vol. XI, p. 70
2) Relation de Méhée de Latouche, riprodotto da Lenotre, pp. 178–182
3) Relation de l’abbé Berthelet de Barbot.
4) Il verbale originale di questa sessione fu ritrovato negli Archivi del Palazzo di Giustizia da Dom Leclercq e pubblicato da lui per la prima volta nel 1912, in Les Martyrs, vol. XI, p. 67.
5) Relation de l’abbé Berthelet de Barbot, riprodotto da Lenôtre, p. 253
6) Guillon, Les Martyrs de la foi, vol. III, p. 39
7) Vedi Taine, Les Origines, vol. VI, pp. 56–57; Mortimer-Ternaun, Histoire de la Terreur, vol. III, pp. 399, 592, 602–606. Nel 1901, per ordine di Sua Eminenza il Cardinale Richard, fu avviata un’inchiesta preliminare per la canonizzazione dei sacerdoti messi a morte per la loro fede durante i massacri di settembre del 1792. La ricerca del Vescovo de Teil portò alla presentazione di un elenco di 217 martiri. Vedi questo elenco in Leclercq, op. cit., p. 137 ss.
8) Citato da Papon, Histoire de la révolution vol. VI, pag. 277
9) Picot, Memorie, VI, 220
10) Ibid., 221
11) Ibid., 222
12) Ibid., 223
13) Taine, Les Origines, vol. VI, p. 65
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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