Pensiero
Papa Francesco ha avuto un «malore»?
Dalla voce che correva ieri fuori dalle mura leonine, che ora sarebbe smentita dei fatti, non parleremo – anche perché, credeteci, una notizia del genere non vorremmo mai essere i primi a darla. Bergoglio è già tornato in pista, va a trovare i bambini del nosocomio (le foto con i piccoli, ricordiamo, sono immancabili nel profilo dei dittatori). Dice che alla domenica delle Palme ci sarà, i riti della Settimana Santa avverranno in sua presenza, era stato detto il contrario.
Possiamo parlare, tuttavia, di quello che, in un turbine di confusione crescente, stanno dicendo giornali, agenzie stampa, siti.
Tre giorni fa la Sala Stampa della Santa sede comunicava che «il papa si trova da questo pomeriggio al Gemelli per alcuni controlli precedentemente programmati».
Poi arrivano notizie contraddittorie: non si tratta di «controlli programmati». No, Bergoglio si sarebbe sentito male nella mattinata di mercoledì, dopo l’udienza generale. «Dall’ospedale si fa sapere che il pontefice, giunto in ambulanza a seguito di un malore, ha avuto problemi cardiaci e un affaticamento respiratorio nella tarda mattinata e per sicurezza è stato portato per controlli al reparto cardiologia» scriveva il Corriere.
I giornali giovedì cominciano a battere a senso unico la storia dell’infezione respiratoria, magari ricordando che proprio un’infezione gli fece perdere cinquanta anni fa l’uso del polmone destro. (E magari, anche la tremenda sciatalgia, che gli impedisce di inginocchiarsi di fronte al Santissimo, ma gli permette di lavare i piedi agli immigrati alla grandissima durante il Giovedì Santo).
Anche qui, è una nota della Sala Stampa del Vaticano a dettare la linea:
«Nei giorni scorsi Papa Francesco ha lamentato alcune difficoltà respiratorie e questo pomeriggio si è recato presso il Policlinico A. Gemelli per effettuare alcuni controlli medici. L’esito degli stessi ha evidenziato un’infezione respiratoria (esclusa l’infezione da COVID-19) che richiederà alcuni giorni di opportuna terapia medica ospedaliera. Papa Francesco è toccato dai tanti messaggi ricevuti ed esprime la propria gratitudine per la vicinanza e la preghiera».
Bella la precisazione: non è il COVID. Del resto il papa è pluridosato mRNA, anzi, è il sacro testimonial del vaccino genico sperimentale, figurarsi se si ammala. E poi sai che disdetta: una quarantena fuori tempo massimo in Settimana Santa?
Quindi: non è in Ospedale per un checkup di routine, ma perché sta male, ha qualcosa ai polmoni. OK.
Poche ore dopo, salta fuori l’inarrestabile Dagospia, e fa una rivelazione: «altro che “infezione respiratoria”…. Le voci che si rincorrono in Vaticano, invece, vanno in un’altra direzione: “Infarto”».
Sono voci che Dagospia raccoglie da chissà quali fonti oltretevere, ma non è difficile pensare che ne abbia di buone. I responsabili della comunicazione vaticana, scrive il sito sarebbero «stati tenuti ai margini del problema di salute di Bergoglio» e che starebbero «annaspando nel “controllare” il flusso di notizie da Oltretevere». Essi, «secondo le malelingue, avrebbero un po’ “improvvisato” i due comunicati stampa diffusi di ieri mettendo in imbarazzo la Segreteria di Stato».
Le rivelazioni sul cuore del papa, anzi no. «Da quanto trapela il Papa è stato ricoverato non per la fibrillazione atriale in sé, ma per una insufficienza respiratoria legata a questa» dice un eminente cardiologo interpellato da La Stampa.
Insomma, cuore o polmoni? Dobbiamo dire polmoni perché quella è stata la prima versione dell’ufficio stampa, una volta sbugiardato sul fatto che il romano pontefice non era in ospedale per controlli?
In realtà, non rileva. È già abbastanza che abbiano cominciato a scriverlo loro, i giornali servi del sistema, che hanno gonfiato il distruttore argentino sin dal primo giorno. «Malore». Sissì, proprio così. «Malore».
Chi segue Renovatio 21 sa cosa significa. Oramai c’è un’ampia parte della popolazione per cui «malore» è il codice per dire altro, per dire quello che non si può dire, pena esclusioni dalle piattaforme social, e magari pure la pubblica censura. Questi «malori», la cui crescita spaventosa è verificabile da voi con pochi click (fino a che Google non modificherà anche quello) sono parte del biototalitarismo caricatosi definitivamente negli ultimi tre anni. La neolingua orwelliana vuole che li chiamiamo così, con questo termini leggero, «malori»: sappiamo perfettamente, invece, di cosa potrebbe trattarsi. Specie se parliamo del cuore, dove di dubbi, con questa bizzarra miocardite rampante che colpisce sportivi e bambini, non ce ne sono più.
Vogliamo ricordare che il Vaticano si è trasformato per volere di Bergoglio in un monolite fatto di vaccino Pfizer? Da quanto abbiamo appreso, la Città del Vaticano offriva quell’unica opzione ai suoi: vaccino Pfizer o vattene. Ricorderete lo scoop che fece Renovatio 21 intervistando una guardia svizzera che rifiutò il vaccino e per questo se ne dovette andare. Ci disse che il suo capitano, affranto, glielo confessò: non possiamo farci niente, è una decisione presa ben più in alto che la Segreteria di Stato – sopra la quale, ovvio, c’è solo il papa.
Bergoglio ha incontrato segretamente il CEO di Pfizer, Albert Bourla, quello che rifiuta di presentarsi al Parlamento Europeo, e di rispondere alle domande dei giornalisti che a Davos gli hanno chiesto anche dei malori, mentre messaggia tranquillo di dosi da vendere alla UE con Ursula Von der Leyen (moglie di un medico esperto, fatalità, in terapie geniche), ma gli SMS sono magicamente spariti.
Il papa che ha reso il Vaticano il posto più vaccinato della terra è, rammentiamo, quello che ha ordinato che il primo volo di soli vaccinati della storia fosse organizzato dal papato due anni fa, quando chiese ai giornalisti che volevano seguirlo nel viaggio apostolico Iraq la prova di avvenuta vaccinazione. La cosa continua ancora oggi, e con accenti piuttosto grotteschi: è stata chiesta la vaccinazione totale anche di coloro che avrebbero accompagnato il viaggio in Africa di pochi mesi fa, compresi quelli che non andavano con lui: se in Sud Sudan ci arrivavi in macchina, per partecipare agli eventi dovevi comunque avere in corpo plurime dosi di mRNA sintetico.
Non abbiamo idea degli accordi tra Pfizer e il Vaticano. Sappiamo tuttavia che, da rivelazioni fatte in altri Paesi, l’azienda pone ai Paesi condizioni notevoli, talvolta anche «beni pubblici come collateral» ha scritto il Washington Post. Immobili e opere d’arte la chiesa ne ha, in effetti.
Bergoglio ha agito come il più alto promotore del vaccino al mondo. Ha mostrato di essersi vaccinato lui stesso, ha definito il siero mRNA «un atto d’amore». Non si è nemmeno avvicinato al tema dell’uso di linee cellulari da feto abortito, con cui, come in una sorta di stregoneria rinata e distribuita globalmente, è stata prodotta la pozione anti-COVID.
Pamela Acker, la biologa cattolica che più a fondo ha trattato il tema dei vaccini in chiave religiosa, ad un certo punto lo aveva detto: «ha senso anche se ci pensi considerando la legge naturale. Se fai una cosa così atroce come l’iniettarti i residui di qualcuno che è stato assassinato, ci sarà una conseguenza naturale a questo. Non puoi farlo e non avere alcun effetto negativo».
È un giudizio morale, da credente, di qualcuno che, a differenza della gerarchia cattolica, ritiene ancora che esista il bene e il male, e che le nostre azioni hanno conseguenze, terrene e celesti.
Su Renovatio 21 lo avevamo chiamato «il papa del Battesimo di Satana», e il fondo demoniaco di tutta questa storia c’è ancora tutto.
Il tizio potrebbe non averci pensato: se apri le porte dell’Inferno, è difficile che non ti tirino dentro. Del resto sono lì per quello, fanno il loro lavoro. È il pontefice che invece non fa il suo lavoro, è il papa che opera, oggi, contro il suo ruolo, contro la natura stessa del papato, che combatte il Male e protegge il suo gregge.
Di papi all’Inferno Dante ne aveva messi un po’, e per peccati che, di fronte all’ecatombe globale sotto i nostri occhi, ci paiono robette, mentre tutto intorno i malori fanno scomparire innumeri persone, come in una piccola anteprima del tempo dell’Apocalisse.
Roberto Dal Bosco
Immagine di Yakov Fedorov via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0)
Pensiero
Arriva la «scomunica marinata»?
Nel momento in cui il Vaticano bombarda 600 mila e più persone con lo scomunicone anti-FSSPX, diviene naturale rifugiarsi nei sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863), che da romano vero conoscitore della Città der papa non poteva non aver trattato il tema nella sua poesia in vernacolo romanesco.
Havvi, ad esempio, Er cedolone der vicario, sonetto scritto il 22 aprile 1834, che bene illustra la minaccia di scomunica e le pene per chi trattiene i beni ecclesiastici. Si parla di un «cedolone», cioè un manifesto pubblico, affisso a Roma. Il cedolone era un avviso ufficiale del vicario del papa che imponeva, pena la scomunica, la restituzione dei beni di un sacerdote defunto. La scomuniica è quindi qui intesa come strumento di pressione burocratica e poliziesca.
La scummunica è uguale ar marfrancese,
Che tte penetra l’osse a la sordina,
E tte manna a fà fotte in men d’un mese.
Chi ssarà ll’animaccia ggiacubbina
Che nnun ridìi le cose che ss’è pprese,
Doppo der cedolon de stammatina?
Notare come, con sprezzo totale, il Belli paragona la scomunica al «marfrancese» – cioè alla sifilide – una malattia che agisce «a la sordina» (di nascosto) consumando da dentro l’individuo: il poeta vuole qui parlarci della devastante azione dello Stato Pontificio sulla vita interiore dei cittadini posti sotto la minaccia di essere scomunicati. «Animaccia ggiacubbina», era l’etichetta usata per indicare chiunque si opponesse all’autorità ecclesiastica, che oggi che li giacobini sono al comando dello Stato pontificio, suona buffissima.
L’espressione «sta ffresco» evidenzia la rassegnazione del popolo di fronte alla potenza ecclesiastica dotata della superarma scomunicante, il cui effatto megatonico sull’animo umano è ancora brandito con sicumera dal (già) Sant’Uffizio.
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Evvi poi un ulteriore sonetto del Belli riguardo al tema della scomunica. Si tratta di quello intitolato, appunto, La scummunica, scritto il 25 agosto 1825.
La scummunica inzomma è una parola
Che ddisce er Papa, e appena Iddio l’ha intesa,
L’ubbidissce ar momento, e vve conzola
Cór cacciàvve dar gremmo de la Cchiesa.
Abbasta una scummunica, una sola,
Pe’ sbattezzavve; e gguai chi sse l’è ppresa!
Pò vvenì Ggesucristo co’ la stola
A bbenedillo, bbutta via la spesa.
Domenica er Curato l’ha spiegata,
E ha detto: “Iddio ne guardi, si pprennete
La scummunica nata e mmarinata.
Un libbro, un c…., un scappellotto a un prete,
Un sputo, una scorreggia, una pissciata
Ve pò scummunicà cquanno volete.„
Nelle prime quartine si satireggia sul paradosso teologico: le gerarchie universali sono invertite: il papa comanda e Dio esegue cecamente. La scomunica diventa una formula magica o un atto burocratico a cui persino Nostro Signore deve «ubbidire al momento». Nemmeno Gesù Cristo in persona, scendendo sulla terra con tanto di paramento liturgico, avrebbe il potere di annullare la scomunica del papa. La grazia divina viene così sottomessa alla burocrazia eclesiastica.
Interessante l’elenco, messo in bocca ad un parroco durante l’omelia domenicale, dei motivi per cui si può essere scomunicati: leggere un «libbro» proibito, aggredire un sacerdote («un scappellotto a un prete»), così come atti di volgarità corporale: uno sputo, un peto, una minzione («una pissciata»). La lista grottesca serve ad indicare come all’epoca (solo all’epoca?) la Chiesa utilizzasse l’arma della scomunica in modo indiscriminato: la scomunica serviva a punire sia il dissenso intellettuale sia, volendo, i comportamenti triviali, riducendo un grave provvedimento spirituale ad uno strumento di sottomissione politica continua.
Tra i peccati qui listati non vi è, curiosamente, la consacrazione dei vescovi senza mandato.
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Vi è poi da rivelare al lettore cosa il poeta intenda con «scummunica nata e marinata»: si tratta di come il popolano, soggetto enunciante della poesia bellica, capisce l’espressione «scomunica Maranathà», ossia la scomunica usque Dominus veniet (tradotto letteralmente: «fino a quando verrà il Signore»), la forma estrema e permanente di sanzione religiosa utilizzata storicamente dalla Chiesa cattolica, inflitta per colpe considerate talmente gravi da non poter essere perdonate da nessuna autorità umana terrena. La rimozione della scomunica veniva rimandata direttamente al Giudizio Universale, lasciando il verdetto finale a Dio, con il colpevole colpevole escluso in modo perpetuo dalla comunità dei fedeli e dai sacramenti – una scappatoia di perdonanza terrena, dicono dalla regia, da qualche parte c’era comunque.
La scomunica Maranathà veniva riservata a reati eccezionali, come le eresie ostinate, le profanazioni estreme o i gravi crimini contro la figura del papa. Si trattava di una scomunica che poteva prevedere anche un preciso cerimoniale di maledizione, sempre presente nel pontificale romano, benché caduto in disuso praticamente già nell’età moderna, con rare eccezioni.
Interessante pure ricordare come, in epoca pre-codiciale – cioè antecedente al Codice di Diritto Canonico (Codex Iuris Canonici), promulgato nel 1917 da Papa Benedetto XV – chi ordinava vescovi senza mandato pontificio veniva semplicemente sospeso fino a dispensa – di fatto, ‘na bazecola. Anzi, la scomunica per la consacrazione illecita di vescovi è perfino successiva, è stata introdotta da Pio XII in risposta alle ingerenze del regime comunista in Cina, che oggi invece, nella Chiesa invertita, ordina i vescovi che gli pare senza incorrere in scomunica e ricevendo poco dopo, dopo un mezzo silenzio di qualche ora, la ratifica del Sacro Palazzo.
A questo punto ci chiediamo quanto vescovi, sacerdoti e fedeli FSSPX siano andati vicini alla scomunica marinata. La quale, sì, è sparita con l’arrivo del Codice, ma col Fernandezzo non si sa mai, magari resuscita pure quella per far danno ai mostri tradizionalisti.
Il cardinale orgasmologo infatti, in punta di diritto positivo assoluto, potrebbe usare le parole del sonetto belliano Li soprani der monno vecchio (21 gennaio 1831), rese immortali dal Marchese del Grillo del democristiano Alberto Sordi.
C’era una vorta un Re cche ddar palazzo
Mannò ffora a li popoli st’editto:
“Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo,
Sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.”
Eccoci che torniamo alla grande saggezza del poeta vernacolare, che visse i suoi 72 anni sotto sei papi, descrivendo una città sordida e in abbandono, di plebi tra le più incolte d’Italia, dove il papa era anche temuto, ha scritto un critico, «come capo della fatiscente società del putrido Stato pontificio».
I tempi sono cambiati, o forse, nella Rroma eterna e nelle sue cloache umane, no.
Anvedi.
Roberto Dal Bosco
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Pensiero
Peter Thiel: Benedetto XVI «credeva di vivere negli ultimi tempi»
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Palantir Founder Peter Thiel makes his first appearance on South Park, mocking his recent lectures in San Fransisco on the Antichrist pic.twitter.com/8leMiG4IBV
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Pensiero
Ecône e il vero ordine mondiale
Quando lo ho compreso, imbottigliato nel traffico, mi è scappata una risata. Sì, avevo finalmente visto l’Europa Unita. In Svizzera. In realtà, avrei capito poi, era persino qualcosa di più, era il mondo unito, o perfino oltre: era il vero ordine cosmico che si manifestava, tuonando e pregando, dinanzi a me e alla storia.
La mattina del primo luglio ero, ovviamente, ad Econe per le consacrazioni dei vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, la realtà dentro la quale sto crescendo i miei figli.
Ecône è considerata la sede della FSSPX, perché vi, adagiato sulla montagna che scende con dolcezza verso la valle verde e calmissima, il seminario internazionale creato da monsignor Lefebvre. Vi è in pratica una sola superstrada che attraversa il Canton Vallese, e quel giorno, alle sei della mattina, era già intasata. Vi era una fila infinita di macchine con ogni sorta di targa: c’erano le station wagon francesi, c’erano i pulmini tedeschi, e ancora auto spagnole, svedesi, ceche, britanniche, olandesi, belghe, slovacche – e italiane, chiaro. Gli americani, si suppone, erano quelli che le corriere scaricavano in grande copia. Più tardi avrei veduto anche brasiliani, messicani e africani.
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Ho, senza rendermene conto, riso: eccotela l’unione europea, eccoti le nazioni unite. Solo basate sul contrario di quello su cui sono basate le istituzioni che portano questi nomi – basate cioè su Gesù Cristo. Ho sorriso pensandoci: i democristiani che azzardano con timidezza riguardo le radici cristiane dell’Europa, negate a Brusselle, dovrebbero vedere questo ingorgo fedele, dove ci sono non solo le radici, ma anche il tronco, i rami, le foglie, i fiori, i frutti.
Usciti dalla coda (dopo aver incontrato ad ogni rondò un giovane volontario FSSPX in pettorina fluorescente che dispensava direttive per il parcheggio), diretti a piedi verso il grande prato delle consacrazioni, l’effetto diventa ancora più evidente: l’albero della Fraternità, cioè di ciò che rimane della Chiesa vera, è fatto di famiglie, famiglie stupende.

Le famiglie felici, diceva Leone Tolstoj, si assomigliano tutte. È la verità: il maschio, spesso giovane, è in giacca e cravatta, magari con un elegante cappello di paglia in testa, mentre i figli – in genere quattro o più – gli corrono biondissimi innanzi, sotto lo sguardo attento della madre, che, fasciata in un tipo di mise che qualcuno chiama lefebvrian-hippy-chic (cioè vestito leggero lungo con stampa, apparentemente spensierato e al contempo estremamente femminile, materno. Va anche aggiunto: le persone in sovrappeso sono pochissime. Persone con sguardo triste praticamente non ci sono.
È una pianta viva, vitale, sana, rigogliosa. La sua energia, moltiplicata a migliaia, è travolgente.
Ho passato buona parte delle sei ore di cerimonia di consacrazione a pochi metri dall’altare, dove avevano messo, invisibile a tutti, un gabbiotto per la stampa. Se dico «gabbiotto» è perché in effetti era una vera prigione per i giornalisti – sì, una razza infida: conveniamo – accreditati. In pratica si era a poche file di suore di distanza dall’altare, ma non si poteva uscire: se beccavano un giornalista sul prato, i ragazzotti bénévoles, frutto dell’esercito elvetico dove militano almeno 20 giorni l’anno, lo rimandavano indietro scortato.
«On se sent controllés», mi ha sussurrato sardonica la vecchia inviata del giornale ultragoscista e rothschildiano Libération. Ho realizzato, tuttavia, che con questa precisione logistica e di sorveglianza, se volessero fare un golpe in Vaticano potrebbero compierlo in trenta minuti netti.
La cerimonia è durata più di cinque ore. La precisione liturgica, la ricchezza di paramenti sacri, la potenza del canto gregoriano che risuonava in tutta la valle, erano solo alcuni degli elementi che rendevano questa cerimonia come la più impressionante mai vista. Un sacerdote della Fraternità mi ha raccontato che, tra i riti perduti con il Concilio, c’è proprio quello della consacrazione dei vescovi, che ora nella Chiesa modernista è liturgicamente corrotto.

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C’è stato quindi un momento davvero metafisico, o meteocinetico, che ha colpito tantissimi – specie i non fedeli. A scriverne, paradossalmente, sono state solo testate «laiche» di fact-checker, che annusando quello che si scriveva in rete in diretta si sono buttati sul bizzarro caso.

Il celebrante, monsignor De Gallareta (il vescovo più anziano rimasto degli ordinati da monsignor Lefebvre) stava consacrando l’ostia. Il cielo da qualche minuto era divenuto nerissimo, e pareva di essere dentro una nuvola scura, e del resto siamo praticamente in montagna.
Ecco che quando il vescovo abbassa l’ostia dopo averla consacrata un tuono squarcia l’aria. Il fragore è potentissimo, scuote le ossa delle migliaia di persone. La portata simbolica della scena, con il cielo che urla nel momento più sacro di questa messa così importante, è innegabile, si innesta direttamente nella mente di chiunque.
Io stesso, che ero inginocchiato come altri giornalisti nel gabbiotto-stampa, ricordo di aver tremato. Cosa sta succedendo?
In verità c’era chi stava messo peggio di me. Il tizio di una celeberrima agenzia stampa internazionale, che se ne stava seduto lì a fianco a gambe incrociate, si gira e mi guarda sconvolto: era in cerca, anche da uno sconosciuto, di una spiegazione a ciò che aveva appena vedute. Io, sempre genuflesso, mi sono limitato ad assentire in silenzio, beffardo ed anche soddisfatto, guardandolo di sottecchi per un attimo: «caro mio, benvenuto laddove il Cielo è qualcosa di concreto, e il Cielo reagisce alla Terra. Il Cielo e la Terra sono legati. Il Cielo e la Terra sono ordinati. Benvenuto nella realtà». Era il sottotitolo invisibile che, spero, abbia recepito.
A quel punto si è scatenata una tempesta immane. Pioggia a catinelle, che rimbalzava sul tendone principale e scendeva a cascate sulla sala stampa, obbligando quanti avevano telecamere e macchine fotografiche a spostarsi di colpo. Qualche giornalista fedele resta inginocchiato in mezzo all’acqua, come l’inviata di LifeSite che si inzuppa il gonnellone in maniera irreparabile.

Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/9HLHEUHqhy
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
La cerimonia doveva quindi prevedere la comunione per i 17.000 fedeli partecipanti, ma, con quel tempo avverso, non era possibile. Si è deciso così di procedere con un rosario, che parte cantato da preti, suore e masse di fedeli. Monsignor De Gallareta sta seduto sul trono, irradiando un misto di concentrazione e forza, una gravitas, come mai ho visto prima.
«Ave Maria, grazia plena / dominus tecum…»
Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/xqKM7l2sEe
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
Mi affaccio a guardare le migliaia di fedeli sul prato. Pochissimi sono andati a rifugiarsi nei tendoni preparati per il pranzo. La totalità è rimasta ferma dov’era, inginocchiata nel fango. I fedeli FSSPX non mollano la barca nella tempesta. Questo è il primo significato, direttamente evangelico, che viene alla mente guardando la scena. Esso spiega tutto, illustra tutto, riassume tutto.
Dal Vangelo secondo Matteo (8, 23-27) «Entrato poi nella barca, lo seguirono i suoi discepoli. Ed ecco sollevarsi una tempesta tanto grande che la barca era coperta dalle onde; e siccome egli dormiva, i discepoli gli si accostarono e lo svegliarono, gridando: “Salvaci, o Signore, che siam perduti!”. Gesù disse loro: “Perchè temete, uomini di poca fede?”. E, alzatosi in piedi, comandò ai vènti e al mare, e subito si fece una gran calma. Del che meravigliati, tutti dicevano: “Chi è costui, al quale ubbidiscono anche i vènti e il mare?”».
I fedeli della Fraternità hanno fede nei comandi di Gesù, e nella sua potenza reale.
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Quando finisce il rosario, ecco che la bufera si placa completamente. Partono i sacerdoti per tutto il pratone per dare la comunione al popolo. Il terreno non sembra nemmeno troppo fangoso. Qualcuno, poi, mi ha detto: il Cielo ha voluto quel rosario per ricordarci della Santa Vergine. Che, in effetti, è diventato uno dei punti di contesa con la Chiesa di Fernandez, che l’ha privata, sulla strada della protestantizzazione slatentizzata, del titolo di «corredentrice».
Poco dopo, quando ancora i vescovi stanno eseguendo le ultime parti del rito, il bel tempo arriva. La burrasca è davvero finita. Quando i discendenti degli apostoli escono benedicenti fra la folla il tempo è sereno, è persino caldo.
A fine pomeriggio, durante i vespri, il neovescovo americano Michael Goldade fa una breve omelia. Il sole splende, e gli occhi di questo ragazzo del Kansas brillano pure, nello zelo e in quello che amo chiamare «sorriso lefebvriano» (guardatevi le foto del monsignore, e dei suoi vescovi: sorrisi più autentici non ne troverete).
Monsignor Goldade fa una breve omelia di lucidità assoluta.
New SSPX bishop +Michael Goldade preaching at Vespers:
If the Catholic Church in her Tradition brings forth life, the modernist church is a desert that kills everything that it touches
It kills the supernatural life, the sources of grace & has placed man in the place of God. pic.twitter.com/TaO9hKgEIq
— Michael Haynes 🇻🇦 (@MLJHaynes) July 1, 2026
«Quando si contemplano queste magnifiche cattedrali, si scorgono rappresentazioni artistiche della vita: viti, vegetazione, acqua che scorre. Non si tratta semplicemente di elementi naturali, ma di simboli della vita soprannaturale che ci giunge attraverso la Chiesa cattolica (…) Se la Chiesa cattolica, nella sua Tradizione, genera vita, la Chiesa modernista è un deserto. Uccide, uccide tutto ciò che tocca, uccide la vita soprannaturale, distrugge le fonti della grazia, fa appassire ogni cosa. Perché? Perché ha posto l’uomo al posto di Dio e si è così allontanato dalle fonti stesse della vita».
La potenza divina della vita mi è stata chiara guardando queste migliaia di famiglie stupende, da ogni parte del globo terracqueo, che perseverano nonostante possano piovere su di esse, e sulla propria progenie, tempeste e scomuniche.
Mi è subito evidente la valutazione politica da fare: lo Stato moderno non dispone, e non può disporre, di simili cittadini, e questa è esattamente la sua condanna, la ragione della sua inevitabile disintegrazione. E quindi, lo Stato del futuro, lo Stato che agisca come garante della continuazione della vita umana, non può che essere uno Stato cristiano.
In assenza di un simile popolo, ogni tentativo di creare consorzi nazionali ed internazionali è destinato a fallire nella miseria e nella morte.
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L’ulteriore considerazione da farsi è di carattere metafisico. Quello a cui ho assistito è, in orizzontale e in verticale, la vera religione. La parola, lo sapete, viene dal latino religare, «legare strettamente», cioè «rilegare». Per alcuni la religione rilega, sul piano terrestre, le genti, unendole. Altri, più mistici, ritengono che la parola esprima il vincolo di unione e dipendenza tra l’essere umano e il divino, tra Cielo e la Terra.
Ecco, le genti di tutta la Terra, unite fra loro, unite al Cielo, che parla loro, agisce nelle loro vite, dentro ad un rito, cioè, secondo la radice indoeuropea réi, al principio dell’ordine. Ecco la religione, l’unica vera.
Ecco il vero ordine mondiale. Ecco il vero ordine cosmico. Come in Cielo così in Terra.
E così sia.
Roberto Dal Bosco
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