Pensiero
Il dottor Stefano Montanari scrive a Mario Draghi
Egr. sig. Draghi,
Ieri mi è capitato di ascoltarla per qualche secondo.
Prudentemente protetto dalla mascherina d’ordinanza, lei pronunciava un discorso che, senza bisogno di commenti, pareva rifarsi a quello che Vittorio Emanuele II, il 10 gennaio 1859, pronunciava nel suo opinabile italiano al parlamento di Torino: «Nel mentre rispettiamo i trattati non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d’Italia si leva verso di noi».
Come forse ricorderà, si trattava di una provocazione rivolta all’Impero austro-ungarico per farsi dichiarare la guerra, così come pretendevano gli accordi segreti di Plombières stretti con la Francia l’estate precedente.
Trascinare l’Italia in uno stato di conflitto può essere vantaggioso per chi il vantaggio lo trae da stati di emergenza, veri o presunti tali che quegli stati siano. Ma, da uomo della strada che con il suo lavoro contribuisce al sostentamento della Nazione (Costituzione, articolo 53), non vedo proprio come un popolo intero possa ricavare anche un solo minimo vantaggio dalla situazione corrente e da come la si sta incanalando.
Pur essendo perfettamente conscio della sua inutilità, stanti i numerosi precedenti, mi permetto di ricordarle l’articolo 11 di quella che fu la Costituzione, vale a dire la garanzia inalienabile che i governanti, anche quelli forti di zero voti popolari come è il suo caso, prestano ai governati: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…»
Da quanto mi è dato capire, il suo discorso parrebbe preludere a qualcosa che stride con quell’impegno.
Per quello che vale il mio parere, l’Italia ha bisogno di uomini diversi da lei e da quelli che siedono in un Parlamento svuotato del confronto indispensabile tra maggioranza e opposizione, e che non rappresenta altro se non se stesso.
Il disastro al quale il suo governo ha portato il mio paese è sotto gli occhi di chiunque non sia stato accecato dalla propaganda incessante, beffardamente finanziata da chi ne è bersaglio.
Mi consenta di ricordarle alcuni dati ufficiali relativi alla gestione della cosiddetta pandemia, una gestione dai risultati che dal bene comune, unico scopo della politica propriamente intesa, sono divisi da un oceano invalicabile:
Secondo l’OMS, al 27 febbraio scorso, in due anni, l’Italia, con le contromisure che ha adottato, ha contato 154.560 decessi. Il Giappone, con ben altre contromisure, di vittime ne ha contate 23.270. Per sua memoria, le rammento che quel Paese ha una popolazione un po’ più che doppia rispetto alla nostra, distribuita in una superficie di poco superiore a quella italiana.
Al 18 febbraio scorso, l’ISS ha comunicato che il cosiddetto green pass, sulla cui interferenza con la dignità umana non vale la pena perdere tempo, oltre due milioni di persone sono state contagiate (Tabella 4A, pag. 24).
Secondo Eventi Avversi News, nel 2021 si sono verificati oltre 20.000 casi di arresto cardiaco in eccesso rispetto agli anni precedenti. Se lei avesse qualche competenza in materia, capirebbe che cosa quel dato significhi e ne fornirebbe una spiegazione che non offenda l’intelligenza sua e di chi l’ascolta.
Potrei continuare a lungo riportando altri dati ufficiali, tutti molto eloquenti, conservando personalmente il dubbio della sottostima.
Aggiungo solo che da ieri, chi vuole e ha tempo e onestà per farlo, può consultare le prime (prime!) 10.000 pagine dei documenti riservati Pfizer che qualcuno è riuscito ad ottenere. Magari, dia un’occhiata e fornisca spiegazioni senza mascherina.
E, nell’occasione, potrebbe pure spiegare come mai non solo quei dati sono segreti, ma perché è vietato analizzare i prodotti, e perché i contratti con i fornitori non sono resi pubblici.
Le ricordo che denaro e salute appartengono a noi, i protagonisti di tutta la Costituzione, e dei primi 12 articoli in particolare.
Lasciando da parte i palesi fallimenti di tutta la legislatura e ritornando al suo discorso «neo-sabaudo», lei ha menzionato la libertà, la democrazia e la loro difesa. Mi domando che cosa abbia voluto intendere, stante il fatto che le loro tracce si stanno rapidamente perdendo.
Mi rendo conto che aspettare una risposta equivale a ripetere il vecchio Godot di Samuel Beckett, ma io ci ho provato.
Con ossequi,
Stefano Montanari
Scienziato imbavagliato e cittadino privato di diritti fondamentali
Articolo pubblicato su Freehealthacademy.
Pensiero
La vera storia di Jean-Paul Sartre e del maggio ’68
Renovatio 21 pubblica la traduzione del testo scritto su X dall’imprenditore e attivista francese Brivael Le Pogam, di cui avevamo pubblicato il mese scorso un denso articolo di sintesi sui danni mondiali fatti dalla filosofia parigina dei Foucault, Deleuze e Derridda. Le Pogam è ingegnere informatico e sviluppatore francese, noto soprattutto per essere il co-fondatore e CTO di Argil, una startup innovativa supportata dall’acceleratore americano Y Combinator. Sartre era un tempo un nome conosciutissimo, e il suo «esistenzialismo» era considerato una cosa seria. Leggere i suoi libri rappresentava il non plus ultra dello status di persona colta in epoca boomer. Consideriamo quindi la fortuna di aver visto la figura di questo strabico fumatore svanire come fumo nell’aria. Oggi, per fortuna, pochi se lo filano ancora.
Sartre non era un filosofo che sbagliava. Era un uomo che scelse. Prima il campo dei carnefici. Poi il campo di coloro che abusano dei bambini. E la Francia lo portò trionfante. Lo analizzeremo per A + B. Non per l’atmosfera. Per le azioni.
A. Il comunista. Sartre non ebbe mai bisogno di una tessera di partito. Fece di meglio. Mise il prestigio della Francia al servizio degli stati che commettono omicidi, pur rimanendo l’intellettuale «libero» di Saint-Germain. 1952. Diventa un simpatizzante del Partito Comunista Francese. Scrive I comunisti e la pace. Pronuncia la frase che riassume l’uomo: «Ogni anticomunista è un cane». Presiede l’Associazione Francia-URSS.
1954. Primo viaggio a Mosca. Il Gulag è noto. Kravchenko ha già testimoniato a Parigi, sotto giuramento, nel 1949. Sartre lo sa. Ritorna. Concede una serie di interviste. Dichiara che il cittadino sovietico gode di «completa libertà di critica». Cinque anni dopo il processo. Un anno dopo Stalin. Non è un errore. È una menzogna al servizio di uno Stato che uccide.
1956. I carri armati schiacciano Budapest. Lui li condanna. Rompe con il Partito Comunista Cinese. Pensiamo che sia finita. Non lo è. Tornerà. Undici viaggi in URSS tra il 1954 e il 1966. Il marxismo, scrive, rimane «la filosofia insuperabile del nostro tempo». Scrive la prefazione a I dannati della terra e legittima la violenza. Va a trovare Castro.
Sartre n’était pas un philosophe qui s’est trompé.
C’était un homme qui a choisi. Le camp des bourreaux. Puis le camp de ceux qui touchent les enfants. Et la France l’a porté en triomphe.
On va le prendre par A + B. Pas par l’ambiance. Par les actes.
A. Le communiste.
Sartre… https://t.co/QYE7W5bigO pic.twitter.com/Np6Rh5qxOA
— Brivael Le Pogam (@brivael) August 27, 2026
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Nel 1973, quando Solženicyn pubblica Arcipelago Gulag, Sartre trova ancora il modo di definirlo un elemento dannoso. 1970. A 65 anni, il filosofo più famoso di Francia diventa direttore di La Cause du peuple, un giornale maoista. Lo vende sugli Champs-Élysées. Si avvicina agli uomini della Sinistra Proletaria. Nel 1973, con Serge July e Benny Lévy, fonda Libération. Il figlio prediletto del Maggio ’68. Ecco il comunista. Non un militante di cellula. Un commissario di prestigio. Non ha premuto il grilletto. Ha coperto chi l’ha fatto.
B. L’altro dossier. Non lo abbelliremo. Ci limiteremo a citare. Il 26 gennaio 1977, una petizione appare su Le Monde e Libération. Difende tre uomini accusati di abusi sessuali su minori di 12 e 13 anni. Il testo parla di «carezze» e «baci». Si afferma che i bambini fossero «consenzienti». Si pone questa domanda: «Se una ragazzina di 13 anni ha diritto alla pillola, a cosa serve?».
Sartre firma. Ha 71 anni. Beauvoir firma. Deleuze firma. Barthes firma. Lyotard firma. Philippe Gavi, cofondatore di Libération, firma. Nel maggio del 1977, una seconda lettera. Chiede che la legge riconosca «il diritto dei bambini e degli adolescenti di avere rapporti con chiunque scelgano». Sartre firma di nuovo. Foucault firma. Derrida firma. Non si tratta di una svista serale. È una posizione.
Il filosofo ufficiale della sinistra francese ha apposto la sua firma in calce a un testo che chiede che i rapporti sessuali con bambini di 12 anni smettano di essere considerati un crimine. E non era piovuto dal cielo. Anni prima, Beauvoir aveva pescato durante le sue lezioni al liceo. Bianca Bienenfeld ha sedici anni. Beauvoir la prende con sé, poi la «passa» a Sartre. Bianca scriverà più tardi: a sedici anni subì abusi.
Natalie Sorokin: Beauvoir viene licenziata nel 1943 per corruzione di minore. Olga Kosakiewicz, una studentessa, entra a far parte di quella che veniva chiamata «la famiglia». Sartre aveva un termine per definire ciò che faceva: «deflorazione». Il sistema era consolidato. Prima le ragazze delle scuole superiori. Poi la piattaforma. Lo stesso software.
Il vero crimine è il tabù borghese. Quindi infrangiamo il tabù. Incluso quello che protegge una bambina di dodici anni.
Ora la vita, tutta intera. 1905. Nascita borghese a Parigi. Padre ufficiale, morto prematuramente. Infanzia nella biblioteca del nonno Schweitzer. Liceo Louis-le-Grand. École Normale Supérieure. Agrégation (il concorso pubblico più selettivo della scuola francese, ideato per abilitare all’insegnamento superiore e universitario).
La Nausea nel 1938. L’essere e il nulla nel 1943. L’esistenzialismo diventa una moda, una cantina, un cappotto. Rifiuta il Nobel nel 1964 – l’unico gesto elegante in una carriera pubblica. Muore nel 1980. Cinquantamila persone seguono la bara fino a Montparnasse.
Tra queste due date, cosa fa dell’intelligenza che gli è stata donata? Costruisce il personaggio dell’intellettuale impegnato. L’uomo che parla in nome della Storia. L’uomo la cui firma vale un esercito. E mette questo personaggio al servizio del peggio.
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Foucault, Derrida, Deleuze, Barthes, Lyotard hanno filosoficamente abbandonato il suo umanesimo. Non hanno abbandonato il suo tribunale. Sono cresciuti nella sua corte. Hanno imparato, osservandolo, che un filosofo francese non deve rispondere alla realtà, ma solo alla causa. Hanno firmato gli stessi testi. Hanno occupato le stesse riviste, le stesse case editrici, le stesse cattedre.
Sartre non ha scritto «La teoria francese». Ha creato la funzione. L’angolo della strada. L’impunità morale delle caste. Senza Sartre, queste idee sarebbero rimaste confinate ai seminari. Con Sartre, sono diventate un’istituzione. Gallimard. I tempi moderni. Vincennes. Libération. Il liceo. L’ultimo anno. Lo Stato.
Il secolo ha dato ragione a Camus punto per punto. L’URSS è crollata. I Khmer hanno ucciso. Solženicyn aveva ragione. La petizione del 1977 è oggi indifendibile. Sartre si sbagliava su tutto ciò che contava, e ha contribuito a coprire, con il prestigio della sua firma, tutto ciò che meritava di essere combattuto.
Eppure è ancora lui che lasciamo al centro. Camus nella sezione di letteratura. Sartre nel Pantheon morale. Dobbiamo invertire. Sartre in cantina. Non per spirito di vendetta. Per igiene.
Una civiltà che confonde quest’uomo con una coscienza non può difendersi.
Brivael Le Pogam
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Immagine di Finnish Heritage Agency via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International; immagine tagliata
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Lo Stato Moloch, l’italiano cattivo e i sanitari che ballano. La tragedia della bambina «no-vax» di Palermo
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Pensiero
Dall’aborto alla strage figlicida, il ritorno della strega Medea
Avevamo visto, pochi giorni fa, il clamore per la decisione dello Stato del Massachusetts, che ha di fatto autorizzato – come tanti altri Stati, non solo americani… – l’aborto sino alla nascita.
Avevamo spiegato: un feto è considerato «a termine a sette mesi», quindi ucciderlo a nove è uccidere un bambino, non è ancora un aborto post-natale, ma la differenza qual è? Avevamo quindi parlato del solito pendìo scivoloso: è chiaro che stiamo andando incontro al figlicidio vero e proprio. Non ci piove: tempo qualche anno, ed uccidere bambini già belli cresciuti sarà ritenuto legittimo (lo è già con l’eutanasia infantile, partita in Canada e nel Benelux, partendo magari dai bambini autistici).
La realtà ci ha superati nel giro di poche ore: l’America è rovesciata dal caso Lindsay Clancy la madre che ha ucciso tutti e tre i suoi figli, e sembra essere diventata l’eroina della porzione progressista della popolazione non solo statunitense. Abbiamo mandato su Renovatio 21 le immagini pazzesche della folla di donne rosavestite che accolgono la sua macchina fuori dal tribunale dove sta venendo giudicata. Ora vi sarebbe già un caso copycat, una madre che ha emulato uccidendo i suoi piccoli.
È incredibile ma una fetta gigante del popolo USA, quello intossicato dal femminismo e dal progressismo oltranzista, radicalizzato dagli algoritmi dei social media, ritiene la donna innocente. Eppure la dinamica sembra proprio quella non di un omicidio appetitivo diretto dalla rabbia o dalla follia, ma quello di una strage assai pianificata. La donna aveva chiesto al marito Patrick di uscire di casa per ritirare una cena da asporto e acquistare dei medicinali (ancora…), cosa che lui ha prontamente fatto. Rimasta sola, la donna ha aggredito i tre figli: Cora (5 anni), Dawson (3 anni) e Callan (8 mesi). Lindsay Clancy ha ucciso i suoi tre figli strangolandoli con delle fasce elastiche per l’allenamento.
Cora e Dawson sono morti sul colpo per asfissia, mentre il piccolo Callan è deceduto qualche giorno dopo in ospedale per le complicazioni. Subito dopo aver commesso il triplice infanticidio, Lindsay Clancy si è tagliata i polsi e si è gettata da una finestra del secondo piano della casa. È rimasta paralizzata: davanti al giudice compare in sedia a rotelle, elemento che forse contribuisce alla visione dell’assassina come inerme.
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La Clancy era sotto una quantità di psicofarmaci impressionante, tuttavia non è questo il motivo per cui le piccole fan scatenate ne chiedono la liberazione – anzi, a questo tipo di persona non sfiora nemmeno il dubbio che le droghe psichiatriche, pensate per alterare il pensiero e il comportamento, alterino davvero il pensiero e il comportamento, magari in senso omicidiario e suicidario, come del resto scritto nel Black Box Warning, il testo bene evidenziato per legge nel bugiardino.
È chiaro che, in fondo, dietro all’improvvisa causa della «psicosi post-partum» abbracciata dalla massa democratico-femminoide, c’è l’idea che la strage figlicida, se non un ancora diritto, sia al momento, una debolezza sulla quale chiudere un occhio.
È il ribaltamento infernale: il carnefice diventa vittima. È, sul serio, il Regno Sociale di Satana.
Proprio pensando all’Inferno, o meglio, letteralmente all’Ade, che ci viene in mente la figura che può risolvere la dissonanza cognitiva che ci provoca la visione delle donne che celebrano non solo l’uccisione dei bambini, ma dei propri figli.
Ecco che pensiamo a Medea. Il suo nome, in greco Μήδεια, significa esattamente «la pianificatrice».
Secondo la tragedia di Euripide Medea uccide i figli per vendicarsi del marito Giasone, che, arrampicatore sociale, vuole sposare Glauce, figlia del re, e quindi ereditare il potere sulla città di Corinto.
Medea, che veniva dalle barbare terre della Colchide (il Caucaso tra la Georgia, l’Armenia, la Turchia attuali) e che aveva aiutato Giasone a recuperare il Vello d’Oro innamorandosene al punto da tradire la sua stessa famiglia, procede con la vendetta più mostruosa: con un maleficio, brucia Glauce facendole indossare una corona e un abito da sposa che di colpo sprigionano una fiamma che consuma le carni della rivale come pure del padre re di Corinto accorso ad aiutarla.
Poi, l’atto ancora più centrale del suo piano: uccide due figli avuti da Giasone, Mermero e Fere, e fugge a bordo del mitico carro solare trainato da draghi alati. La vendetta è compiuta: il suo uomo non avrà più discendenza. Lei invece, rifugiata ad Atene, sposa il re Egeo dandogli un figlio, Medo.
Il mito, ho sempre pensato, ci racconta di qualcosa di cui abbiamo contezza nel corso della nostra esistenza: la capacità estremamente distruttiva dell’energia femminile, che è in grado di trasformare una madre nel suo opposto, la «madre terribile».
C’è questo aspetto ctonio e terrifico che vive nel femminile. Nel saggio L’archetipo della Madre (1938), Carlo Gustavo Jung descrive l’archetipo del femminile con un elenco di qualità opposte e ambivalenti: accanto a saggezza e protezione, vi è il segreto, l’occulto e il tenebroso, l’abisso e il mondo dei morti, ciò che divora, seduce e intossica, ciò che genera angoscia e ineluttabilità.
Il punto centrale in Jung è proprio questa ambivalenza strutturale: la Grande Madre non è mai solo nutrice, ma sempre anche «madre terribile». E cioè – pensate alla favola di Hansel e Gretel, diviene una strega.
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Per quanto nelle trasposizioni contemporanee, tra teatro e film, la questione sia sorvolata, ricordiamo che Medea , nella mitologia greca, è considerata una strega (φαρμακίς, pharmakís, maga, avvelenatrice) per eccellenza. Medea è nipote di Elios (il Sole) e nipote della maga Circe, sorella di suo padre Eete, re della Colchide. Appartiene quindi a una stirpe direttamente connessa alla stregoneria: è sacerdotessa di Ecate.
Ecate, per la mitologia greca, è la dea della magia, della notte, degli incroci e degli Inferi, protettrice dei passaggi e delle soglie.
La continuità dell’archetipo della figlicida con il mondo delle streghe è dichiarata. Di qui possiamo interrogarci sull’appropriazione che le femministe ancora negli anni della contestazione fecero della questione – «Maschi / Tremate / Le streghe son tornate» – facendo percolare la simpatia per le maghe nel sentire pubblico, per cui, oggi, è impensabile dire pubblicamente qualcosa di diverso da: «le streghe erano solo delle povere donne perseguitate dalla Chiesa e dal patriarcato per la loro libertà, sono vittime di persecuzione bigotta e maschilista, etc.»
Anche qui, guardiamo l’inversione: il carnefice diventa vittima. Perché che le streghe fossero cattive, come nelle favole, era chiaro a tutti. Chi ha parenti non urbanizzati che hanno vissuto il primo Novecento (fino, praticamente, al boom e al disastro sociale conseguente) può confermare che storie sulle streghe di Paese ancora circolavano.
E cosa fanno queste streghe? Malefici, sussurrano, sacrifici animali, forse peggio. Invidiano, maledicono altre donne, altre famiglie. Agiscono la magia (le ligature, si chiamano ancora da qualche parte in Italia) di conseguenza. Ma non solo questo.
È il momento in cui tiriamo fuori il Malleus Maleficarum, il «martello delle streghe», il manuale pubblicato in Germania dall’inquisitore Heinrich Krämer nel 1486, poco prima che lì esplodesse la peste luterana. Leggiamo la Quaestio XI del Malleus, che recita: «quod obstetrices malefice conceptus in utero diversis modis interimunt aborsum procurant et ubi hoc non faciunt demonibus natos infantes offerunt». E cioè: «Le streghe ostetriche in diversi modi uccidono nell’utero i concepiti, provocano l’aborto, e se non fanno questo, offrono ai diavoli i bambini appena nati».
Ebbene, le streghe uccidevano bambini. Erano mammane, e non solo facevano aborti, ma uccidevano i bambini appena nati. Sì, esattamente come succedere per legge o coram populo, ora. Negli anni abbiamo descritto altri sorprendenti parallelismi con il mondo moderno, in ispecie riguardo ai vaccini: il Malleus parla anche di pedofagia stregonesca, i bambini venivano uccisi e mangiati – proprio come nelle favole. I sieri, tra cui quelli anti-COVID, fatti con feti abortiti sono delle pozioni fatte con pezzi di questi bambini sacrificati e resi indegno cibo, inflitto a tutta l’umanità in quello che sappiamo essere un progetto infernale.
Rendere Medea, la mater terribilis, come paradigma della maternità – con lanci pubblici di coriandoli di menadi che inneggiano alla stragista figlicida – significa, più in profondo, cambiare il mondo pure nella sua visione umana. Se anche l’essere che esprime l’amore più puro e gratuito, la madre, diviene mostruosa e assassina, il mondo diventa solo sofferenza e sacrificio al più forte, diventa orrore e piena accettazione del Male inevitabile, divinamente programmato. Ecco la «Natura matrigna» di Leopardi, fatta imparare ai nostri figli da una scuola il cui canone letterario è stato creato ad arte dai massoni.
Il bambino, ragazzo uomo che studia per alla «Natura matrigna» è una creatura pronta a farsi sacrificare, alla madre terribile o a qualsiasi altro dio – incluso il dio vaccino.
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Osannare la madre che uccide i figli è un attacco atto a demolire la legge naturale. È proclamare che l’essere umano, pure nella sua fase più innocente, non è al sicuro mai. Notate: in tutti i casi in cui accade, da Medea alla Clancy e alle sue copycat, il padre, guardiano della sua famiglia, è allontanato per procedere all’assassinio dei bambini. Il padre, il protettore, è escluso per il tempo necessario a eliminare la sua discendenza: il maschio, privato del suo ruolo primigenio di difensore, è punito e umiliato. Anche fuori dalle storie di sangue, lettore può pensare da solo come il divorzio giochi dentro questo disegno malvagio.
Siamo quindi davanti al tratto finale della lotta femminista. Come per Medea, come per le streghe, è il patriarcato ad essere colpito la cuore. E quindi, quello che stiamo vedendo emergere qui, nei fiumi di sangue dei figli uccisi, è un primo assaggio del ritorno del Matriarcato, con la sua violenza crudele ed inspiegabile, la violenza femminile tellurica, la violenza infernale di Ecate. Lasciata libera di scorrere senza più il contrasto del principio maschile, l’energia femminile diviene massacro.
Dovrebbe essere chiaro: se il mondo non torna in sé, quello che stiamo vedendo con il caso Clancy e con gli epigoni non è cronaca nera, è una sbirciata nel futuro mostruoso che ci aspetta.
È l’Umwertung aller Werte, la «trasmutazione di tutti i valori» di cui parlava Nietzsche, chissà perché anche quello fatto studiare nelle nostre aule. Tutto è invertito, persino l’amore materno.
Nel mondo della Necrocultura, le mamme divengono quindi streghe assassine. E non è una metafora, né una fiaba, né un mito. È la nostra realtà.
Roberto Dal Bosco
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Immagine:
Eugène Delacroix (1798–1863), Medea (1838), Palais des Beaux-Arts, Lille
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; modificata
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