Pensiero
Gli elettori americani rifiutano l’aborto fino alla nascita. Mentre il papa incontra Emma Bonino
Trump ha ottenuto la valanga di voti che avevano predetto i più ottimisti, ribaltando il colore degli Stati democratici e umiliando la campagna Harris in altri.
Tuttavia, un altro dato non ha mancato di allarmare i media dell’establishment: gli elettori della Florida, oltre a eleggere il loro conterraneo The Donald, ha votato in massa no ad un referendum che estendeva grandemente la tempistica degli aborti. La proposta avrebbe consentito i cosiddetti aborti «prima della vitalità», solitamente intorno alle 24 settimane di gravidanza.
La legislazione floridiana vieta la maggior parte degli aborti dopo sei settimane, prima che molte donne sappiano di essere incinte.
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La misura proposta dai democrats in Florida, nota come Emendamento 4, ha ottenuto il 57% dei voti, non raggiungendo il 60% richiesto per l’approvazione. Si tratta di una vittoria politica per il governatore Ron DeSantis, che nel 2022 aveva promulgato il bando degli aborti di 15 settimane, portando nel 2023 il divieto a 6 settimane. In precedenza, la Florida aveva consentito aborti fino a 24 settimane ed «era considerata una destinazione per le donne di altri stati del sud con leggi più severe», scrive il quotidiano neoeboraceno.
L’emendamento 4, detto «Emendamento per limitare l’interferenza del governo con l’aborto», affermava che «nessuna legge proibirà, penalizzerà, ritarderà o limiterà l’aborto prima della vitalità o quando necessario per proteggere la salute del paziente, come determinato dal medico curante del paziente». Esso avrebbe richiesto che l’aborto fosse consentito per qualsiasi motivo prima della «vitalità» fetale e avrebbe reso i divieti successivi alla «vitalità» di fatto privi di significato esentando qualsiasi aborto che un abortista afferma essere per motivi di «salute».
In pratica, se fosse passato, l’Emendamento 4 avrebbe consentito l’aborto dopo la vitalità per qualsiasi motivo ritenuto correlato alla salute da un operatore sanitario da quando il feto ha 23 settimane alla nascita.
Si trattava di una proposta radicale, con lo stesso DeSantis che ha dichiarato che, secondo il testo dell’emendamento, gli aborti potevano essere legalmente consentiti «fino alla nascita».
Ad un passo, notiamo noi, dall’infanticidio, pardon, dall’«aborto post-natale».
La sconfitta, pur non essendo inaspettata, ha interrotto quella che era stata una serie ininterrotta di vittorie per i gruppi per i diritti all’aborto sulle misure elettorali da quando la Corte Suprema ha annullato la sentenza Roe v. Wade nel 2022, scrive il New York Times. Gli elettori si sono schierati a favore dei diritti all’aborto in tutti e sette gli stati che avevano domande elettorali sulla questione prima di quest’anno, in stati diversi come Kansas e California.
Gli organizzatori della campagna chiamata «Yes on 4» avevano raccolto più di 100 milioni di dollari per far sì che la misura venisse inserita nella scheda elettorale e per fare campagna a favore.
Il presidente Donald J. Trump, ora residente in Florida, si era opposto all’emendamento 4, dopo aver inizialmente lasciato intendere che avrebbe potuto sostenerlo.
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Come noto, la Roe v. Wade – cioè l’aborto inteso come «diritto federale» non regolabile dai singoli Stati dell’Unione – è stato ribaltato da una Corte Suprema costituita da giudici indicati da Trump, cui quindi può andare il merito di aver, di fatto, rovesciato la legge abortista in USA, una promessa fatta nel 2016 ai gruppi pro-life che è riuscito a mantenere.
Al contempo, lo smacco delle elezioni midterm del 2022, quando ci si aspettava una red wave (cioè un’ondata di vittorie di candidati repubblicani), portò il pensiero che il Grand Old Party non aveva raccolto i consensi che ci si aspettava a causa del mancato voto delle donne «offese» dalla fine del libero aborto in vari Stati.
Tale idea ha spinto anche la campagna Harris, che ha investito sino all’ultimo sul tema dei «diritti riproduttivi» (cioè, il feticidio, e in seconda battuta la riproduzione artificiale in provetta) minacciati da Trump, sicuri del fatto che il tema avrebbe sicuramente fatto breccia nel cuore di tante donne che, pur repubblicane, avrebbero quindi evitato di votare per un potere antiabortista.
Non è andata così: la valanga di voti per Trump, e per i repubblicani che ora controllano sia la Camera che il Senato, c’è stata comunque. Non sappiamo se a ciò ha contribuito l’insistenza di Trump e dei suoi uomini (tra cui mettiamo pure Elone Musk) nel ripetere che Trump come 47° presidente si sarebbe opposto frontalmente ad una messa al bando federale dell’aborto.
Come riportato da Renovatio 21, è leggibile in questo senso anche l’uscita del libro di Melania di questi giorni, dove la bellissima slovena si dichiara pienamente abortista: certo, può essere la verità, ma al contempo si trattava con certezza di una manovra elettorale, come lo è stato l’appoggio in questi mesi dichiarato da Trump alla fecondazione in vitro, pratica di morte massiva entrata in crisi con una sentenza dell’anno scorso della Corte Suprema dell’Alabama che dichiara gli embrioni come persone. Un altro colpo prima impossibile senza il ribaltamento di Roe v. Wade.
L’aborto, quindi, è stato un tema dominante della campagna elettorale 2024, come lo sono stati immigrazione o l’inflazione.
Abbiamo già scritto qui come Trump, di fatto, rappresenti l’unica forza politica che in cinquant’anni è riuscita non solo a toccare, ma a cancellare una delle legislazioni sul feticidio libero spuntate, chissà perché quasi simultaneamente in tutto il mondo, negli anni Settanta.
La questione dell’aborto ha guidato di certo anche il voto cattolico americano, con vescovi e cardinali intervenuti, a vario titolo, con indicazioni di voto in merito – e la definizione, data dal vescovo texano Joseph Strickland, di Trump che, in quanto non integralmente pro-life, era da votare come «male minore».
Uno dei temi cattolici più importanti, quindi, era sulla scheda elettorale nel voto di uno dei Paesi di maggiore importanza al mondo – anche per la presenza di popolazione cattolica, che si conta negli USA in circa 71 milioni di fedeli.
La cosa, tuttavia, non è sembrata interessare Roma in alcun modo. Il Sacro Palazzo si è tenuto sideralmente distante dalle elezioni, e soprattutto da Trump, dopo che nel 2016 Bergoglio era entrato a gamba tesa nella corsa con Hillary definendo Trump «non cristiano» per la sua proposta di creare un muro al confine con il Messico.
Stavolta, tuttavia, il papa è riuscito a fare peggio.
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Nel giorno delle elezioni americane – dove, ripetiamo, il feticidio era anche fisicamente sulla scheda elettorale – Bergoglio è andato a trovare la persona che più di ogni altra ha incarnato la battaglia per il libero aborto in Italia, Emma Bonino.
Ecco infatti che il romano pontefice suona a sorpresa il campanello della leader radicale, «appena dimessa dopo un ricovero che le aveva fatto temere il peggio per una crisi respiratoria», scrive il giornale dei vescovi Avvenire.
I giornali sono pronti a scattare e pubblicare le foto dell’evento. Il gesuita bianco scende sorridente dalla macchina, poi eccotelo in terrazza con la radicale, entrambi – in una significativa, paurosa simmetria – in carrozzella.
«La foto di Francesco e della storica leader radicale attorno a un tavolino entrambi in sedia a rotelle mostra la condivisione della fragilità fisica, il simbolo di una fraternità che non si lascia imprigionare dalle appartenenze e dalle identità, che evidentemente restano» continua il quotidiano episcopale.
Stamane, con enorme sorpresa e piena di emozione, Sua Santità mi ha fatto una graditissima visita.
Di Papa Francesco emerge sempre l’aspetto umano straordinario. Già dai presenti che ha voluto donarmi, un meraviglioso mazzo di rose e dei cioccolatini.
Sono rimasta molto… pic.twitter.com/8ldZ3K9Gwn— Emma Bonino (@emmabonino) November 5, 2024
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«Con enorme sorpresa e piena di emozione, Sua Santità mi ha fatto una graditissima visita. Di papa Francesco emerge sempre l’aspetto umano straordinario» ha detto la Bonino, raccontando l’argentino le ha regalato «un meraviglioso mazzo di rose e dei cioccolatini. Sono rimasta molto colpita dalla forza e comprensione dimostratami già dal suo saluto “cerea” tipico piemontese, per le nostre origini comuni. E avermi detto di essere “un esempio di libertà e resistenza” mi ha riempito di gioia».
Non si tratta della prima volta che i due si incontrano. «Il Papa ed Emma Bonino si erano incontrati più volte negli anni scorsi intessendo un dialogo soprattutto sul tema dei migranti. Tanto che Francesco nel 2016 aveva detto che Bonino “ha offerto il miglior servizio all’Italia per conoscere l’Africa”» continua Avvenire.
Non ci è chiaro cosa avrebbe fatto la Bonino per l’Africa: sappiamo che per un periodo si era trasferita al Cairo, dove si diceva stesse studiando l’arabo; qualche cristiano copto incontrato in quegli anni rivelò inquietudine per la presenza in Egitto negli anni turbolenti della «Primavera Araba» della Bonino, notoriamente legata al finanziere internazionale Giorgio Soros, al punto da essere tra gli happy few invitati al suo terzo matrimonio anni fa.
Ma ci sono ancora più episodi: chi scrive ricorda l’oltraggio di tanti sostenitori che, recatisi alla Marcia per la Vita il 10 maggio 2015 – camminata che per qualche ragione terminava a San Pietro con l’Angelus del Bergoglio che la snobbava – si ritrovavano sui giornali, l’indomani, la foto della Bonino col turbante che abbracciava il pontefice in Vaticano ad una qualche iniziativa per i bambini. Più che ai bambini trucidati nel grembo materno, al papa interessavano i bambini dell’iniziativa «Fabbrica della pace» da presentare alla FAO.
Ora, siccome non lo fa Avvenire, tocca a noi ricordarci come i cattolici ricordano la Bonino – vera, grande eroina del feticidio in Italia, ben prima che esso fosse legalizzato dalla legge 194/78.
Neera Fallaci, sorella minore della più famosa Oriana, nel 1976 intervistava la giovine Bonino per la rivista Oggi: «tra il febbraio e la fine di dicembre del 1975, gli interventi per aborto del CISA [Centro Italiano Sterilizzazione ed Aborto, il nome preso dalla villa per volontà di Marco Pannella, ndr] sono stati 10.141».
Secondo quanto riportato, agli aborti la Bonino provvede di persona – ciò sarebbe dimostrato da una oramai notissima fotografia che circola da decenni, per l’aborto la Bonino si serviva di uno strumento fai-da-te, la pompa di una bicicletta.
Il bambino abortito prima di finire nella spazzatura veniva aspirato dentro un vasetto della marmellata opportunamente svuotato: «alle donne non importa nulla che io non usi un vaso acquistato in un negozio di sanitari, anzi, è un buon motivo per farsi quattro risate».
Come noto, sugli aborti di quel tempo scrisse un libro-manuale l’attuale ministro della Famiglia del governo Meloni Eugenia Roccella, l’indimenticato Aborto Facciamolo da noi. La Roccella è poi entrata in tutt’altro giro, quel sempiterno network democristiano di vescovi Family Day che è riuscito ad infiltrarsi anche nell’attuale compagine di governo. Resta il fatto che l’abolizione della 194 non è reclamata né dal ministro né da vari minion del sedicente mondo pro-life italiano.
I racconti del pre-1978 – prima della legalizzazione dell’aborto in Italia con la 194 – descrivevano una bella villa sui colli, dove un ginecologo a nome Giorgio Conciani eseguiva clandestinamente aborti in quantità. Il Conciani dopo aver allargato il campo con battaglie per l’eutanasia, finirà radiato dall’ordine dei medici e poi suicida, impiccato in cantina, nel 1997.
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La Bonino farà una carriera politica incredibile: Parlamento plurime volte (anche, secondo una foto che circolava in rete tempo, fa con i voti della Lega), Commissione Europea, ministeri della Repubblica italiana vari, tra cui, di recente, quello degli Esteri.
E poi, diventa partecipante del Bilderberg, ma ancora più significativamente, e poi ancora come membro del board di Open Society Foundations del già citato Giorgio Soros, il quale prese perfino la tessera di un partito-ircocervo radical-socialista spuntato fuori ad un certo punto, la non memorabilissima Rosa nel Pugno.
Va detto anche che la spinta della Bonino per l’aborto non era fatta con la storia dei migliaia di feti aspirati clandestinamente. Non tutti ricordano che l’aborto sbarcò in Italia sulle ali di un grande caso mediatico, quello di Seveso.
Nel 1976, cioè due anni prima che arrivasse la 194, la deputata del Partito Repubblicano Italiano (un partito che qualcuno dice vicino alle famose logge «laiche») Susanna Agnelli chiese al ministro della Sanità l’autorizzazione all’aborto per le madri di Seveso, cioè quelle donne incinte al tempo del disastro chimico che colpì la cittadina lombarda.
La richiesta della Agnelli, ovviamente, si univa a quella della deputata radicale Bonino. Sconvolge vedere come il mondo pro-life si sia scagliato negli anni contro Emma, ma mai contro la sorellona di Gianni Agnelli.
Per l’Agnelli, insomma, questa anteprima nazionale del feticidio di Stato doveva farsi per forza. La diossina di Seveso era un’occasione troppo ghiotta.
Il Ministro De Falco concesse la deroga, non prima di aver avuto il placet del Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, esattamente l’uomo che due anni dopo avrebbe firmato la legge genocida 194.
Gli aborti invocati dalla Agnelli vennero operati alla clinica Mangiagalli di Milano (tuttora in funzione) e al nosocomio Desio. Furono fatti degli studi sui poveri resti dei bambini massacrati: i resti degli aborti furono inviati in un laboratorio di Lubecca, in Germania, per essere analizzati; nella relazione stilata nel 1977 dai tedeschi si dice che in nessuno di quei resti umani fosse evidente un segno di malformazione.
Altre donne di Seveso portarono a termine le loro gravidanze senza problemi, i loro figli, che vivono tutt’oggi non mostrarono segni di malformazioni evidenti. Qualcuno magari sta pure leggendo queste righe.
Il disastro di Seveso non fu altro che il casus belli necessario all’avvento della legge 194, che arrivò firmata dal governo democristiano Andreotti IV. Pannella e la Bonino avevano vinto la loro battaglia.
Un’immagine a foto doppia pubblicata in un articolo pro-aborto del giornale degli Agnelli La Repubblica la mostra con il medesimo cartello dal 1978 al 2022: «abbiamo tutte abortito». Rammentiamo inoltre le scritte da sandwich umano «No Vatican no Taliban»: San Pietro come Kabul, il santo padre come il mullah Omar – allora, per i radicali, i mangiapreti partitici più accaniti, andava così.
Ora il sommo talebano vaticano va a trovare la leader radicale direttamente a casa. Din-don. Sorrisoni, solidarietà visibile sin dall’effetto speculare delle sedie a rotelle l’una dinanzi all’altra.
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Tutto questo avviene mentre in America torna al potere Donald Trump, l’uomo che, prima della controversa elezione 2020, aveva rilanciato la lettera aperta che gli aveva scritto monsignor Carlo Maria Viganò, l’arcivescovo già nunzio apostolico USA ora scomunicato dal Bergoglio.
Come sa il lettore di Renovatio 21, monsignor Viganò si è ripetuto quest’anno, con un appello ai cattolici americani per il voto a Trump, dove definiva Kamala Harris «mostro infernale che obbedisce a Satana». La lettera ha fatto il giro della stampa statunitense ed internazionale, probabilmente aiutando, in una qualche misura, il voto cattolico a Trump.
Viganò ieri ha celebrato apertamente la vittoria del presidente come «battuta di arresto per il piano criminale del Nuovo Ordine Mondiale», benedicendo l’America tutta.
Per cui ci chiediamo: non è che il nuovo presidente possa preferire l’ex nunzio apostolico a Washington «scomunicato» all’amico della Bonino e dei migranti, del cambiamento climatico e dell’internazionale woke? Quella figura che, a differenza di Viganò, aveva detto pubblicamente di non sapere se si dovesse votare per la sfidante (abortista radicale, persecutrice di pro-life oltre che dei conservatori tout court) Kamala Harris?
Perché, con una politica estera USA che potrebbe essere in gran parte ribaltata, alcuni nodi potrebbero venire al pettine… E a quel punto potremmo cominciare a vedere scene interessanti.
Chissà.
Roberto Dal Bosco
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Immagine dal profilo Twitter di Emma Bonino
Pensiero
Gli uomini invisibili di Crans-Montana
🚨🇨🇭 Tragedy in the Alps: 47 DEAD AND 115 INJURED AFTER NIGHT CLUB CAUGHT ON FIRE AT NEW YEARS EVE
New Year’s celebration turned nightmare at Le Constellation nightclub in Crans-Montana. A flaming sparkler on a champagne bottle—held too close to the wooden ceiling—sparked a… pic.twitter.com/C8Syteq0pH — Svilen Georgiev (@siscostwo) January 2, 2026
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Ecco come ha avuto inizio l’incendio…
Ci sono responsabilità evidenti.#Crans_Montana pic.twitter.com/xwwYSKOwkR — IL RISOLUTORE ®️🇮🇹 (@ilrisolutoreIT) January 1, 2026
🇨🇭 Around 40 Dead, 115 Injured in Deadly New Year’s Fire at Swiss Ski Resort Bar
A devastating fire broke out at Le Constellation bar in the Swiss ski resort of Crans-Montana during a crowded New Year’s Eve party on January 1, 2026, around 1:30 a.m. Authorities report… pic.twitter.com/b5dB8Rn8GT — World In Last 24hrs (@world24x7hr) January 1, 2026
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Minga è finita: ad una certa neurologia e psicologia, biologia neuronale ed emozione adolescienziale si danno la mano nel finale capolavoro di quest’analisi: «quando un ragazzo riprende invece di fuggire, non sempre sta facendo una scelta consapevole. Spesso sta cercando, nel modo che conosce, di proteggersi da un’esperienza che il suo sistema emotivo non è pronto a elaborare». In pratica sono innocenti al punto che ci chiediamo se possiamo parlare di libero arbitrio dei minori – e certi lettori sanno dove questo discorso può andare a parare. «La sicurezza non è una responsabilità dei ragazzi» tuona lo psicologo. «La sicurezza dei minori è un compito degli adulti, delle strutture, delle organizzazioni, delle istituzioni». Ora, è proprio qui che saltano fuori gli uomini invisibili, e i loro danni mortali. Dire che un ragazzo non è responsabile di nulla significa lasciarlo in un limbo da cui non gli sarà mai possibile uscire, significa renderlo incapace di qualsiasi cosa – significa metterlo in pericolo.CRAS-MONTANA ROGO DEL LOCALE: 6 VITTIME TUTTE IDENTIFICATE
Sono Sofia Prosperi, 15 anni, e Riccardo Minghetti di 16, le ultime vittime italiane accertate della strage di Capodanno a Crans-Montana, in Svizzera, durante il rogo nella festa del locale Le Constellation. Deceduti… pic.twitter.com/ssgFvMgOQ6 — Claudia Sani 🍉 (@cla_sani0521) January 5, 2026
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Togli gli uomini, e quello che ottiene è il controllo assoluto sul genere umano: ecco che le persone si fanno pascolare e portare al macello come bovini, e qui abbiamo parlato appunto di massa vaccina. Sembra ridicolo, ma quello che dobbiamo chiedere ai ragazzi è di non esserlo più. Dobbiamo chiedere ai bambini di essere uomini. Dobbiamo portarli, per mano, a divenirlo. Dobbiamo farlo per il loro bene. E per il nostro. Perché questo è ciò che serve per la continuazione dell’umano. È la prima tradizione che serve. Roberto Dal BoscoJ’accuse Jessica et Jacques Moretti, propriétaires et gérants du bar “Le Constellation” à Crans-Montana de meurtre de masse et d’avoir le 1er Janvier 2026 mis volontairement la vie en danger d’autrui et faits aggravants, en l’espèce, de mineurs !#cransmontana #leconstellation pic.twitter.com/8kELRFA9bZ
— catsnmouse (@catsnmouse) January 2, 2026
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Geopolitica
FAFO Maduro, dottrina Donroe e grandi giochi di prestigio – Europa compresa
«Fuck Around and Find Out» (FAFO) è una delle espressioni internet più gettonate dell’anno. L’acronimo viene usato dappertutto su Tiktok, X, YouTube e sta a significare qualcosa come «Fai lo stupido e scopri le conseguenze», «Prova a fare il furbo e vedi cosa succede» o «Gioca col fuoco e ti bruci». Del resto lo aveva annunziato tra gli alberi di Natale una settimana fa: «Maduro deve fare attenzione al suo culo». Detto, fatto.
Siccome i meme sono ora al potere, la versione più chiara di quanto accaduto nelle ultime ore in Venezuela l’ha data proprio Washington: «Maduro effed around and found out» ha detto il segretario alla Difesa, pardon, segretario alla guerra Pete Hegseth.
Prima di cercare di enucleare lo sconvolgimento generale – storico, metastorico, politico, geopolitico, metapolitico – vorremmo spendere qualche secondo per apprezzare il presidente venezuelano, quantomeno per la bellezza della foto in cui, in manette circondato da agenti DEA, tira su i pollici, o la perp walk rimbalzata dai canali social della Casa Bianca in cui Maduro dice «Felice Anno Nuovo» davanti ai fotografi mentre gli operativi dell’antidroga lo portano via in catene. Torneremo a dirlo: c’è una bella differenza, e da ambo le parti, con i casi tragici di Noriega, Saddam, etc. (E adesso per favore non si dica che è perché Maduro è di origine ebraico-sefardita).
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Il mondo con Trump è divenuto un teatro che non solo ha colpi di scena pazzeschi (ricordate l’attentato di Butler?) ma pure si riempi di personaggi irresistibili.
È così: l’ho già detto, lo ripeto, viviamo tutti in una fantasia di Trump, in una fantasia che lui stesso ci ha fatto generare, e che ora manovra e popola come vuole.
E quindi: chi dice di averci capito qualcosa di quanto sta accadendo è un bugiardo, o un pallone gonfiato, o un ebete, o tutte e tre le cose insieme. Chi pontifica ora non può avere contezza di quello che dice – perché una manovra del genere non si era mai vista.
Perché chiariamoci: Trump non ha condotto un regime change. Ha solo decapitato il vertice colombiano, e la moglie (interessante dettaglio), con le accuse di narcoterrorismo – il lettore di Renovatio 21 sa che la mossa immediata di Trump arrivato al potere è stato quello di piazzare i narcocartelli nella lista FTO, le organizzazioni straniere terroriste. Su questa testata abbiamo scritto decine di articoli sulle ramificazioni concrete di questo atto.
Cioè, la catena di comando del Venezuela è rimasta, da quello che capiamo, intatta: il potere passa alla numero due, la Dulcy Rodriguez. Dettaglio non da poco, il fatto che l’oppositrice più popolare all’estero, quella Machado che aveva «soffiato» il Nobel per la Pace a Trump, è stata scagata immantinente da Trump, che ha detto che «non ha sostegno né rispetto».
A complicare le cose la dichiarazione di Trump secondo cui «gestiremo il Venezuela sino alla transizione». Transizione… verso cosa?
La realtà è che il mondo intero ha visto un gioco di prestigio condotto su scala emisferica: avete presente, quello per cui togli la tovaglia e tutti i piatti, i bicchieri, le posate apparecchiati restano al loro posto? Trump parrebbe aver fatto una cosa del genere. Tanto per far capire che 1) la tavola è la sua; 2) le cose si possono fare anche senza fare danni; 3) l’operazione potrebbe essere replicata ovunque.
Quest’ultimo punto potrebbe terrorizzare chiunque, ad ogni latitudine: meglio non scherzare col Donaldo. Vediamo ora come continuerà Gustavo Petro, il presidente della Colombia che poche settimane fa aveva fatto uno strano gesto che sembrava alludere all’eliminazione di Trump («sacale a Trump»), e Lula abbiamo visto che subito è salito sulle barricate, anche se a rischiare, viste le sanzioni già applicate, potrebbe essere il vero padrone del Brasile, il giudice De Moraes. E ancora, in Medio Oriente… ?
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Non sbaglia chi vede nell’operazione – eseguita con una precisione spaventosa dai ragazzi della Delta Force, che guadagnano definitivamente punti sui colleghi Navy Seal (è il dualismo simile a quello di «papà, ma se una tigre si scontra con un leone…») – una riedizione dell’assassinio per opera di missili americani del generale Pasdaran Qassem Soleimani: un atto brutale e contrario alla legge internazionale, ma allo stesso tempo un gesto di deterrenza assoluta, forse perfino, ha osato dire qualcuno, un gesto di pace – uccidere il generale per evitare una guerra in piena regola.
Anche qui: chi sa la verità? Chi sa leggere davvero ciò che fa Trump?
Non l’esperto geopolitico lugubre e pelato, che alza il ditino blaterando uno spiegone che tratta The Donald come un idiota avventato. Non chi vede «solo» un atto imperiale, senza considerare come la filosofia politica è qui profondamente cambiata rispetto all’era Bush, Clinton, Bush, Obama. (E stendiamo un velo pietoso sul politico democristo-berlusconian-piddino Pierferdi Casini che si preoccupa per qualche ragione, dopo averlo fatto per l’oligarca russo Khodorkovkij, per i cittadini della Groenlandia minacciati da Trump… pensavamo che la storia del più amato dai vescovi italiani con una giovane donna colombiana, dopo due mogli, fosse finita)
Ora, non è facile capire quanto Mosca e Pechino sapessero – mentre metteteci una pietra sopra, Bruxelles cade dal pero, perché non conta un fico secco.
Secondo una teoria possibile, Putin sapeva, forse giù dall’Alaska, e quindi tutti i pat-pat a Caracas, gli ultimi anche recentissimi, erano una mezza sceneggiata. In cambio, cosa potrebbe aver ricevuto? Il Donbass? Oppure, teme qualcuno ora, un’operazione identica con il vertice di Kiev?
E Pechino? Non è privo di rilievo il fatto che poche ore prima del raid, Maduro stesse incontrando alti dignitari del Dragone. Qualcuno dice persino che gli attacchi diversivi, dove sarebbe stato colpito pure il mausoleo con la salma del Chavez, sarebbero partiti quando ancora gli emissari della Repubblica Popolare erano sul posto. E quindi, cosa farà ora Xi? Cercherà di fare lo stesso con Formosa?
Chi vorrà provare a fare il gioco di prestigio della tovaglia, e al contempo incorrere nel paradigma del FAFO?
Non sappiamo quando lo sapremo, e se lo sapremo mai.
Sappiamo tuttavia che la dottrina Monroe, o dottrina emisferica, è ora incontrovertibilmente riavviata, potenziata, elevata a potenza. Lo ha detto lo stesso Trump nel briefing di ieri: la potete chiamare dottrina Donroe, perché The Donald ha superato di molto il presidente Monroe e la sua idea di tenersi per sé tutto l’emisfero occidentale, che è egemonizzato dagli USA e dove potenze altre non possono sorgere.
I lettori di Renovatio 21 sanno che ne abbiamo già parlato: da qui si arriva al discorso del «destino manifesto» degli USA nel bicontinente americano, già ampiamente udibile a inizio anno con i discorsi di annessione del canale di Panama, della Groenlandia, del Canada e perfino del Messico.
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Già il Messico: non è difficile vedere che è quello il premio più ambito, al momento, per la Washington del biondo del Queens. Il quale ha detto, nelle scorse ore, che la presidente messicana Claudia Sheinbaum è una brava ragazza, ma il Paese è in realtà gestito dai narcocartelli… Fate voi i conti: ripetiamo che Maduro lo hanno esfiltrato proprio per la faccenda narcos, a farlo fotografare in manette non è l’FBI o la CIA o l’esercito ma la DEA, l’agenzia federale antidroga.
E allora, Donaldo decapiterà anche il Messico? Abbiamo visto le risse al Senado di Città del Messico: vi è una fazione politica che se lo augura, e quindi non pensiamo che nessuno, da dentro, darà una mano, né che non ci saranno certe festicciole in piazza che stiamo vedendo con i venezuelani in tutto il mondo.
Lo avevo visto in Cile in un café con piernas («caffè con gambe»), bar caratteristici di Santiago dove vieni servito da ragazze in abiti succinti (o presunti tali): una grande quantità di queste sono immigrate venezuelane, e una mi disse, irradiando come per un momento una tragica, consapevole saggezza, che non sarebbe tornata nel suo Paese forse per venti anni, per la crisi lì era talmente spaventosa che tutti sanno che dieci anni non bastano a mettere le cose a posto – e parliamo di un Paese con immani giacimenti di petrolio, di cui l’amminstrazione Trump ora parla apertis verbis.
Ribadiamo: mente chi vi dice cosa accadrà ora. Potrebbe non aver visto ancora nulla.
Pensate: Trump che va a trovare in cella Maduro, come Wojtyla con Ali Agca. Capacissimo. O ancora: Trump che grazia Maduro. Anzi no: Trump chiede la sedia elettrica, che è stata inventata proprio a Nuova York (dove Maduro sarà processato) ma dove non è più usata, causa incauta abolizione della pena di morte, da una ventina di anni. Mentre il caos e la miseria si scatenano sulle strade delle città venezuelane… oppure no.
Abbiamo, tuttavia, un’idea già più chiara di quello che succederà all’Europa nell’epoca della dottrina Donroe realizzata: abbandonata, derisa, lasciata sola nella tempesta che essa stessa ha invocato, provato. L’Europa non conta più nulla, l’Europa è pronta ad essere predata e smembrata da chiunque – ben oltre il processo kalergista di invasione programmata afroislamica e anarco-tirannia conseguente.
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Guardando quanto accaduto a Caracas, dobbiamo trovare la forza di dirci: no, non possiamo permetterci di aver quei rappresentati a Bruxelles.
No: nessuna Von der Leyen, nessuna Kallas possono stare dove stanno, perché a questo punto abbiamo capito che i tempi sono «interessanti», come nella famosa maledizione cinese.
Bruxelles a questo punto, dovrebbe averci un po’ di fifa, perché il FAFO potrebbe arrivare, oltre che da Washington, anche da Mosca. E se il gioco di prestigio della tovaglia venisse fatto a Bruxelles, e pure tutti quei vetri andassero in frantumo… chi se ne accorgerebbe?
Non è forse il momento di fare noi stessi la magia di far sparire l’UE e la sua burocrazia apocalittica, prima che essa non faccia sparire noi?
Roberto Dal Bosco
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
Pensiero
Natale, abbondanza, guerra, sterminio, sacrificio
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