Geopolitica
La Meloni va in Albania a incontrare l’uomo di Soros. E forse anche l’erede di Klaus Schwab
Palazzo Chigi pare non aver dato molte informazioni sul viaggio del presidente del Consiglio Giorgia Meloni in Albania.
Le notizie che sono arrivate sono state contraddittorie, e lacunose. Era una visita turistica, poteva sembrare di primo acchito. Poi si è cominciato a vagheggiare di un «buco» di giorni. La comunicazione dello spostamento del premier oltre l’Adriatico dicono sia stata gestita tutta dalla parte albanese, anzi da Edi Rama in persona, sentenzia qualcuno, perché quello che abbiamo visto è stato «il più grande spot dell’Albania di tutti i tempi».
Già: l’Albania non è il Paese da cui forse provengono tante telefonate di inutile telemarketing che interrompono la vostra giornata, e nemmeno la miccia perennemente accesa di una nuova guerra in Kosovo; non è il Paese delle barche dei disperati degli anni Novanta e di certa criminalità, organizzata o meno, di quegli anni (remember Zani). No, l’Albania è dove il nostro premier si prende una pausa di relax, ospite del gentilissimo, sorridente, fotogenico omologo tiranese.
Rama è noto per il videomessaggio in italiano impeccabile con cui annunziava al nostro popolo che avrebbe mandato nell’Italia dei primi mesi di COVID nel 2020 un gruppo di medici albanesi. Come ricordano le cronache, non finì bene: i dottori inviati generosamente da Tirana furono trovati ubriachi a fare festa in hotel dalle forze dell’ordine, un piccolo incidente nel percorso della guarigione del Paese dal morbo cinese.
Ora Rama torna sul palco della grande stampa mainstream italica: dà intervista a destra e a manca, definisce Giorgia «un’amica», minimizza le differenze politiche tra destra e sinistra («siamo nel 2023), racconta di averla ospitata nella sua residenza, di aver cenato unendo le due famiglie, garantisce per la bontà della leader della Garbatella.
A questo punto, è giusto ricordare al lettore chi è Edvin Kristaq Rama.
Altissimo ex giocatore di basket, pittore, scrittore, cattedratico, Rama ha una lunga, densa carriera alle spalle – e, come evidente, non è ancora finita. Già sindaco di Tirana con vittoria schiacciante, nei primi anni 2000 si prende anche il Partito Socialista d’Albania, succedendo a Fatos Nano. Sta qualche anno all’opposizione del Partito Democratico di Albania di Sali Berisha, poi mel 2013 diviene premier, coprendo anche il ruolo di «ministro per l’Europa e gli affari esteri».
E gli affari esteri di fatto vanno bene: lo fanno presidente dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OCSE) tra il 2020 e il 2021. Attualmente fa parte del board consultivo dell’UNDP, il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo.
Soprattutto, Edi Rama è noto per la sua prossimità con un nome che dice tanto, tantissimo: anzi, come lo ha definito qualcuno «l’unico uomo al mondo ad avere una sua propria politica estera»: George Soros.
Non è un mistero: Rama è stato nel direttivo della celebre Open Society Foundations, l’ente «filantrocapitalista» del discusso finanziere speculatore internazionale George Soros. Il premier albanese era anche uno degli invitati all’esclusivissima festa per il terzo matrimonio di Soros nel 2013, la cui lista degli invitati era praticamente una mappa dei personaggi mondialisti ficcati nella politica di ogni Paese possibile – più Bono Vox, ovviamente.
A quanto dicono, Edi avrebbe un bel rapporto anche con Alex Soros, l’erede designato dell’impero umanitario dello speculatore, che sta tuttavia abbandonando l’Europa («missione compiuta»?) e licenziando il 40% della forza lavoro – magari con benedizione dell’ONG più coriacea, quella del papa, che lo ha ricevuto poche settimane fa con Bill Clinton, che nonostante lo scandalo Epstein e le sue allucinanti ramificazioni si fa ancora vedere in circolazione.
Ma non ci sono solo i Soros nel mondo di Rama. Gli USA sono una presenza costante nell’Albania di questi decenni, e sembrano particolarmente affezionati a Rama.
Nel maggio 2021, il segretario di Stato americano Antony Blinken aveva annunciato una serie di sanzioni nei confronti del grande rivale di Rama, Sali Berisha, per «atti corrotti» che «hanno minato la democrazia in Albania». Il linguaggio qui è assai riconoscibile.
L’odore di zio Sam a Tirana è tale che il Paese ha problemi con gli iraniani: sia cioè con la Repubblica Islamica (con supposto attacco hacker ed incidente diplomatico) sia con l’organizzazione, solitamente molto supportata dagli americani, che è nemica giurata degli ayatollah, il MEK, che pure era ospitato anche dagli albanesi.
Ricordiamo quindi un’altra cifra americana che passa per Tirana. Nella mappa della Terza Guerra Mondiale, che passa per l’Ucraina, Taiwan e il Niger, sappiamo che un pezzo non indifferente potrebbe toccare proprio vicino a noi: il Kosovo.
E da che parte può stare Edi Rama nella questione della costruzione di uno Stato satellite albanese (quindi, americano), in terra serba? Possiamo dire che sappiamo, quantomeno, come potrebbe pensarla suo fratello.
Torniamo ad uno scandalo balcanico-calcistico forse dimenticato, ma tanto rivelatore dell’ottobre 2014. A Belgrado si giocava la partita di qualificazione per gli Europei 2016 Serbia-Albania. A cinquanta minuti dal fischio di inizio, entra in campo un drone con issata una bandiera albanese con la scritta Kosovo Libero e una mappa in cui l’Albania si mangia quella parte della Serbia.
È la bandiera di quella che chiamano la «Grande Albania».
Il giocatore serbo Stefan Mitrovic acciuffa il drone e la bandiera. Su di lui quindi si avventano due giocatori albanesi: è rissa. Entrano in campo i tifosi locali, che non vanno per il sottile: lo stadio in cui si gioca è quello del Partizan Belgrado. La partita viene fermata una volta per tutte.
Viene arrestato subito Orfi Rama, il fratello di Edi, presente in tribuna VIP: lo accusano di essere l’organizzatore della scenata. Quaranta minuti dopo lo rilasciano. A Pristina, capitale dello staterello albanese leader nel traffico d’organi e nel numero di miliziani ISIS pro-capite, si era nel frattempo scatenata la festa: «Albania, Albania» grida la gente scesa in strada, tra petardi e cori.
Il ministro degli Esteri servo dell’epoca, Ivica Dacic, dichiarò che si trattava di una «provocazione politica premeditata». È chiarissimo che tale grande pagliacciata, che reca seco enormi rischi geopolitici e umani, è fatta da qualcuno che sente di avere le spalle coperte.
Quindi, ecco chi ha visitato Giorgia nelle ultime ore – rammentando che è quella che ora abbraccia Biden con occhio dolce e gli ubbidisce supinamente. Sì, è la stessa che andava oltreoceano a prendersi gli applausi ai CPAC repubblicani, cioè di chi in larga parte non crede nemmeno che il vegliardo demente del Delaware, l’uomo che ci sta portando verso l’abisso atomico, sia il legittimo presidente.
Giorgia è quella che toglie all’Italia armi, carri e missili (difficilmente sostituibili, magari, come i SAMP-T) su ordine della Casa Bianca, per darli alla banda di Kiev.
E quindi, da che parte ci aspettiamo starà il governo italiano, quando riscoppierà la guerra in Kosovo? In parte, la risposta l’abbiamo già avuta quando la Meloni tuonò contro il ferimento di nostri soldati della forza di pace durante manifestazioni in loco tre mesi fa.
La domanda da farsi, quindi, è: anche di questo hanno parlato i due premier in questi giorni? L’Italia è già automaticamente schierata, per ordine americano, per l’Albania e contro la Serbia, come con il governo D’Alema nel 1999?
Non sono questioni da poco.
Tuttavia, potrebbe non essere tutto. Qualche giornalista tira fuori l’idea: non è che la Meloni, nel misterioso viaggio albanese, ha visto anche Tony Blair?
L’ex premier britannico di fatto era in Albania, proprio ospite dell’amico Edi Rama, negli stessi momenti. Rama, che si dilunga in sperticate lodi anche per lo scozzese, dice che no, Tony e Giorgia non si sono visti, perché Blair è partito per il Medio Oriente il mattino presto, Giorgia, dice, sarebbe arrivata dopo.
Gli crediamo oppure no, la possibilità va comunque esplorata, per il significato che assumerebbe: Tony Blair, divenuto dopo gli anni a Downing Street una sorta di agente mondialista che traffica ovunque, è stato da alcuni indicato come possibile successore di Klaus Schwab al World Economic Forum.
La notizia può sembrare esagerata, tuttavia Davos o meno, il Blair in questi anni non ha perso tempo per annunciare la bontà di sistemi di tracciamento continuo degli esseri umani. Come riportato all’epoca da Renovatio 21, Blair aveva iniziato due anni fa a parlare di microchip per identificare i cittadini e tracciare il loro «stato di malattia» poi ha continuato dichiarando che i passaporti vaccinali sono «inevitabili». In pratica, un apostolo del green pass globale ed eterno.
En passant, segnaliamo suoi discorsi nel corso dell’ultimo anno in cui in scioltezza parlava dell’uso delle atomiche occidentali nel conflitto russo-ucraino, cioè tra l’Occidente e l’Ucraina.
Lo abbia incontrato o meno, la Meloni è da quella parte della storia che si sta mettendo: lo dimostra la sua firma, a Bali, per il passaporto vaccinale digitale internazionale, o gli abbracci a Zelens’kyj, a Roma, a Kiev e – molto in tema – ad Hiroshima.
Noi avevamo già dato ai lettori altri puntini da unire, per esempio il plateale, vergognoso inchino a Moloch: prima cosa da fare quando eletti, dichiarare che non si toccherà l’aborto.
Oppure gli imbarazzi sull’immigrazione, cioè la sostituzione etnica, concetto non più nominabile nemmeno da un partito e da un governo di destra.
Oppure l’assist alla Corte Costituzionale sull’obbligo vaccinale: Renovatio 21 vi disse immediatamente di cosa si trattava.
Da un governo che si prende come ministro della Sanità un tizio del Comitato Tecnico-scientifico che ci ha chiuso in casa e costretti alla vaccinazione mRNA, cosa volevate aspettarvi?
Accusano la Meloni, bonariamente, di essere divenuta democristiana, dicono che sogna di prendere il posto della Merkel negli equilibri europei.
La DC, lo sappiamo, è il partito che ha spalancato le porte dell’Inferno su questo Paese. Compromesso dopo compromesso, l’Italia è divenuta, degradata nella morale e nella materia, la catastrofe che è sotto i nostri occhi, un pericolo mortale, fatto di anarco-tirannia e terapie geniche forzate, per il futuro dei nostri figli.
Ora abbiamo un potere democristiano che non deve nemmeno più dirsi tale, liberandosi per sempre della finzione «democratica» e «cristiana».
E un potere che non è democratico, e non è cristiano, come volete chiamarlo?
Roberto Dal Bosco
Immagine screenshot da YouTube
Geopolitica
«Ya viene Giacarta»: la CIA in Indonesia
Il 19 giugno 1966 James Reston (1909-1995), uno dei più influenti editorialisti americani, intitolava il suo articolo Una luce di speranza in Asia. La luce veniva dall’Indonesia, dove l’esercito aveva appena annientato uno dei più grandi partiti comunisti del mondo. Nei mesi precedenti centinaia di migliaia di persone erano state uccise, spesso con coltelli, machete e lance di bambù.
Agli occhi di Washington, quel massacro rappresentava una delle più importanti vittorie della Guerra fredda.
Da questa contraddizione parte il giornalista americano Vincent Bevins nel suo The Jakarta Method (tradotto in italiano da Einaudi con il titolo Metodo Giacarta, 2020) che ricostruisce la distruzione violenta dei movimenti comunisti nel mondo postcoloniale. Secondo Bevins, questa distruzione avvenne spesso con il sostegno o la complicità degli Stati Uniti.
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Bisogna tornare al 1945, quando l’Indonesia proclamò l’indipendenza dai Paesi Bassi. Il suo leader, Sukarno (1901-1970), immaginava un Paese libero dal colonialismo europeo e indipendente da entrambi i blocchi. Nel 1955 riunì a Bandung ventinove nazioni asiatiche e africane, gettando le basi del movimento dei non allineati.
L’Indonesia rappresentava un problema strategico per Washington. Era un Paese immenso, ricco di materie prime, collocato lungo rotte commerciali fondamentali. Ospitava inoltre il PKI, il Partito Comunista Indonesiano, con milioni di iscritti e simpatizzanti. A differenza dei comunisti vietnamiti, il PKI perseguiva prevalentemente una strategia politica, partecipando alla vita pubblica e sostenendo Sukarno.
Già nel 1958, sotto Dwight Eisenhower (1890-1969), la CIA finanziò e armò una ribellione contro il governo di Giacarta. Alla guida dell’Agenzia c’era Allen Dulles (1893-1969), mentre il fratello John Foster Dulles (1888-1959) era al Dipartimento di Stato. L’operazione fallì quando il pilota americano Allen Pope (1928-2020) venne abbattuto e catturato.
La svolta arrivò tra il 30 settembre e il 1° ottobre 1965. Un gruppo di ufficiali sequestrò e uccise sei generali dell’esercito, gettandone i corpi in un pozzo. Le responsabilità dell’operazione restano controverse, ma il generale Suharto (1921-2008), non preso di mira dai congiurati, ne attribuì subito la colpa ai comunisti. La propaganda dell’esercito diffuse anche il racconto di militanti comuniste che avrebbero mutilato gli ufficiali. Le autopsie ordinate dallo stesso Suharto, che lo studioso Benedict Anderson (1936-2015) pubblicò nel 1987, non riportavano né occhi cavati né mutilazioni: solo ferite d’arma da fuoco e i traumi della caduta nel pozzo. L’esercito avviò una campagna di repressione che si trasformò rapidamente in sterminio.
Iscritti al PKI, sindacalisti, contadini, insegnanti e semplici sospetti furono arrestati o uccisi. L’esercito eseguì direttamente molte esecuzioni; in altre regioni incoraggiò milizie civili e gruppi religiosi anticomunisti. Le stime più citate parlano di circa mezzo milione di morti, ma alcune valutazioni arrivano a un milione.
L’11 ottobre 1965, dieci giorni dopo l’inizio della crisi, il corrispondente da Washington Max Frankel (n. 1930) pubblicò un articolo intitolato «Gli Stati Uniti rincuorati dalla sconfitta dei rossi». L’amministrazione di Lyndon Johnson (1908-1973), scriveva Frankel, intravedeva una straordinaria nuova opportunità. Riteneva inoltre che l’esercito potesse indebolire, forse distruggere, il comunismo indonesiano come forza politica.
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Il 17 dicembre 1965 TIME riferiva di comunisti uccisi a migliaia insieme alle loro famiglie. A Giava orientale e nel Nord di Sumatra lo smaltimento dei cadaveri era diventato un problema sanitario e chi tornava da quelle zone parlava di corsi d’acqua «letteralmente intasati di cadaveri».
Cinque mesi dopo il primo articolo, il 13 marzo 1966, Frankel tornò sull’argomento. I funzionari americani, dopo mesi di «prudente silenzio» e una lunga azione diplomatica a favore dei militari, erano elated: entusiasti. Faticavano a nascondere la propria soddisfazione per le notizie che arrivavano dall’Indonesia.
Nel frattempo, dal Paese arrivavano resoconti sempre più atroci.
Il 15 luglio 1966 il settimanale TIME dedicò all’Indonesia la copertina, con il volto di Suharto, e un lungo servizio non firmato: Vendetta con il sorriso.

Copertina di TIME, voll. 88, 15 luglio 1955. Diritti di TIME magazine
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Il reportage raccontava che a Kediri, nella Giava orientale, circa 25.000 sospetti comunisti erano stati trascinati fuori dalle case. Molti erano stati decapitati e le loro teste infilzate su pali davanti alle abitazioni, perché mogli e figli le vedessero. I cadaveri gettati nel fiume Brantas erano così numerosi che gli abitanti avevano paura di mangiarne il pesce.
Lo stesso articolo descriveva il nuovo corso in termini favorevoli. Sukarno veniva presentato come un leader screditato, responsabile di vent’anni di governo personalistico. Suharto appariva invece come un generale determinato, alla guida di un regime definito «scrupolosamente costituzionale». La fine dello scontro con la Malaysia e il distacco da Pechino venivano descritti come una reazione a catena di pace. La rivista concludeva che si trattava della migliore notizia per l’Occidente in Asia da anni.
Anche sul New York Times comparvero valutazioni analoghe. Il 5 aprile 1966 un editoriale giudicava positivamente la cautela con cui i militari gestivano la transizione. L’8 aprile il commentatore Cyrus Leo Sulzberger (1912-1993), membro della famiglia proprietaria del giornale, scriveva che quasi tutti erano soddisfatti dei cambiamenti in corso.
Non tutti i giornalisti interpretarono gli eventi soltanto come una vittoria anticomunista. Il 24 agosto 1966 il corrispondente Seymour Topping (1921-2020), dopo aver attraversato Giava e Bali, pubblicò un reportage intitolato «Il massacro dei rossi lascia all’Indonesia una cupa eredità». Topping descriveva una repressione dalle forme diverse: in alcune zone erano stati i soldati a condurre le esecuzioni. Altrove gruppi di civili sostenuti o incoraggiati dalle autorità avevano ucciso con armi da taglio e lance di bambù. Le violenze comprendevano decapitazioni e mutilazioni. Secondo quanto ricordò poi lo stesso Topping, Johnson mostrava i suoi dispacci ai visitatori come prova che la fermezza americana in Vietnam aveva incoraggiato i generali indonesiani.
Il reportage contraddiceva la rappresentazione del massacro come esplosione spontanea di odio popolare: la violenza aveva avuto un’organizzazione politica e militare.
Per Bevins è questo il punto centrale. La distruzione del PKI fu una vittoria strategica ottenuta dagli Stati Uniti senza impiegare direttamente le proprie truppe. Mentre Washington combatteva in Vietnam, in Indonesia un movimento comunista di massa veniva eliminato dall’esercito locale e dalle milizie anticomuniste.
Gli Stati Uniti non furono gli esecutori materiali del massacro. Nel 1990, però, alcuni ex funzionari dell’ambasciata e della CIA dichiararono di aver compilato elenchi di migliaia di dirigenti e quadri comunisti, consegnati all’esercito. Raccontarono anche di aver poi segnato i nomi di chi veniva ucciso o catturato. Uno di loro affermò di avere probabilmente molto sangue sulle mani, aggiungendo che non era del tutto un male.
Nel 2017 la desecretazione di migliaia di pagine dell’archivio dell’ambasciata di Giacarta ha mostrato che i diplomatici americani seguivano l’andamento delle uccisioni. Una funzionaria dell’ambasciata definì il cambio di potere un «fantastico ribaltamento» avvenuto in dieci settimane.
Il risultato fu la distruzione del PKI e la progressiva estromissione di Sukarno. Suharto instaurò una dittatura militare che sarebbe durata fino al 1998, e l’Indonesia divenne uno dei principali alleati anticomunisti dell’Occidente nel Sud-est asiatico.
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La tesi più originale del libro di Bevins riguarda ciò che avvenne dopo: Giacarta divenne il nome di un metodo.
Il libro si apre con la storia di Ing Giok Tan, una ragazza che nel 1962 fuggì da Giacarta verso il Brasile, ritenendolo un Paese lontano dalla Guerra fredda. Due anni dopo, anche il Brasile ebbe il suo colpo di Stato militare.
Negli anni successivi il riferimento al massacro indonesiano cominciò a circolare negli ambienti anticomunisti latinoamericani. In Brasile, governato dai militari dopo il colpo di Stato del 1964, Giacarta divenne un riferimento per la repressione del Comunismo. In Cile, tra il 1972 e il 1973, sui muri di Santiago comparve la scritta Ya viene Djakarta, rivolta ai sostenitori di Salvador Allende (1908-1973).
Bevins non sostiene che tutte le dittature latinoamericane abbiano copiato un unico piano elaborato a Giacarta. La sua ricostruzione mostra piuttosto la diffusione internazionale di una pratica che tendeva ad eliminare fisicamente le organizzazioni politiche considerate incompatibili con l’ordine anticomunista. Il Brasile aveva preceduto l’Indonesia; il Cile e altri Paesi ne ripresero simboli e strumenti. A collegarli era una rete di apparati militari, servizi di intelligence e interessi politici ed economici.
Le conseguenze andarono oltre la scomparsa dei partiti comunisti. In molti Paesi vennero distrutti sindacati, organizzazioni contadine e movimenti nazionalisti che avevano cercato una strada autonoma dopo la fine del colonialismo.
Bevins propone così di rileggere l’intera Guerra fredda. La vittoria occidentale non fu soltanto il risultato della superiorità economica americana, della deterrenza nucleare o del collasso sovietico. Fu anche il prodotto della repressione violenta di movimenti politici che avrebbero potuto dare ai Paesi postcoloniali un futuro diverso.
Quando Bevins chiese a un sopravvissuto indonesiano come l’Occidente avesse vinto, la risposta fu: Ci avete uccisi.
Marco Dolcetta Capuzzo
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Geopolitica
Il Cremlino: Kiev nelle «ultime manifestazioni di agonia»
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Geopolitica
L’Egitto promette supporto militare all’Arabia Saudita contro gli Houthi
L’Egitto si è impegnato a sostenere l’Arabia Saudita nel conflitto in escalation con i ribelli Houthi, appoggiati dall’Iran, nello Yemen, secondo quanto annunciato dal massimo organo di sicurezza del Paese.
Riad ha fatto pressioni sugli alleati affinché fornissero assistenza in seguito agli attacchi degli Houthi contro aeroporti e impianti petroliferi sauditi, in rappresaglia per le sue operazioni militari in Yemen. Il gruppo ha chiesto all’Arabia Saudita di revocare il blocco degli aeroporti e dei porti yemeniti, definendo il suo approccio «occhio per occhio».
Il Consiglio di Difesa Nazionale egiziano, presieduto dal presidente Abdel Fattah al-Sisi, ha annunciato la decisione domenica, il giorno dopo aver richiesto l’autorizzazione parlamentare per il dispiegamento di truppe e attrezzature militari all’estero. Il Consiglio ha promesso «ogni possibile forma di sostegno» per aiutare l’Arabia Saudita a difendere la propria sicurezza, ma non ha specificato quale tipo di assistenza avrebbe fornito l’Egitto.
Il rinnovato scontro è iniziato a luglio, quando le forze governative yemenite sostenute dall’Arabia Saudita hanno attaccato l’aeroporto di Sana’a, controllato dagli Houthi, ponendo fine ad anni di relativa calma seguiti alla tregua mediata dalle Nazioni Unite nel 2022.
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Gli Houthi hanno reagito con attacchi missilistici, hanno dichiarato un blocco marittimo e hanno conquistato territori lungo la costa yemenita del Mar Rosso, tra cui Mokhaa e le isole dello stretto di Bab el-Mandeb. Di conseguenza, Riyadh ha intensificato i suoi attacchi aerei e ha appoggiato una controffensiva del governo yemenita riconosciuto a livello internazionale.
Secondo le autorità saudite, gli attacchi degli Houthi contro l’aeroporto internazionale Re Khalid di Riad, avvenuti tra il 10 e l’11 ottobre, hanno causato almeno 14 morti e oltre 300 feriti. La scorsa settimana, le forze a guida saudita hanno colpito depositi di petrolio a Sana’a.
Un raid aereo contro un’abitazione nella provincia settentrionale yemenita di Saada ha ucciso almeno nove persone, tra cui cinque bambini e due donne, e ne ha ferite 19 domenica, secondo quanto riferito dal ministero della Salute controllato dagli Houthi. Il ministero ha accusato l’Arabia Saudita, che non ha rilasciato commenti immediati. Dall’altra parte del confine, le autorità saudite hanno affermato che un proiettile lanciato dagli Houthi ha ferito sei persone in una zona residenziale della provincia di Najran.
Il capo negoziatore degli Houthi, Mohamed Abdulsalam, ha attribuito a Riad la responsabilità dell’escalation e l’ha accusata di ostacolare gli sforzi di mediazione. Ha affermato che l’Oman ha proposto una tregua di cinque giorni per facilitare i colloqui e che i ribelli hanno accettato di interrompere gli attacchi se l’Arabia Saudita soddisferà richieste umanitarie non specificate.
La scorsa settimana un diplomatico saudita ha fornito una versione contrastante dei fatti, affermando che il regno aveva proposto colloqui in Oman a luglio per risolvere le divergenze, ma che gli Houthi si erano rifiutati di parteciparvi.
Come riportato da Renovatio 21, in settimana gli Houthi hanno lanciato un attacco missilistico contro il palazzo presidenziale nella città meridionale di Aden, dove ha sede il governo riconosciuto a livello internazionale e sostenuto dall’Arabia Saudita.
Come riportato da Renovatio 21, il presidente statunitense Donaldo Trump ha lasciato intendere che gli USA potrebbero unirsi ai sauditi negli attacchi contro gli Houthi. Anche il presidente francese Emanuele Macron ha parlato di invio di truppe in Arabia Saudita. Parimenti, la Siria, ora gestita da islamisti, starebbe valutando un intervento in Yemen.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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