Guerra cibernetica
Hacker di Stato e Spyware, dietro all’accordo fallito per l’acquisizione dell’israeliano Pegasus da parte degli USA
Un appaltatore della difesa statunitense, L3Harris, ha interrotto i colloqui con la nota società di spionaggio informatico israeliana NSO per l’acquisto dell’azienda di hacking informatico a causa dell’opposizione della Casa Bianca all’accordo.
Si tratta di un fatto rilevante, perché la NSO è divenuta controversa negli ultimi anni, e perché il suo prodotto – un software di spionaggio per gli smartphone – è un’arma di rara potenza e sofisticazione, desiderato ed acquistato da molti governi del mondo, e forse non solo dai governi.
La testata governativa russa si chiede perché l’appaltatore militare americano si fosse impegnato in trattative commerciali con una società di spyware che era entrata in una blacklist nell’autunno 2021.
I negoziati tra NSO e L3Harris erano stati riportati congiuntamente dal giornale britannico Guardian, dal Washington Post e dall’israeliano Haaretz lo scorso 14 giugno. All’epoca, il Guardian aveva citato un alto funzionario della Casa Bianca: «Una tale transazione, se dovesse aver luogo, solleva seri problemi di controspionaggio e sicurezza per il governo degli Stati Uniti».
Il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti aveva inserito nella lista nera l’azienda israeliana NSO Group nel novembre 2021 per aver fornito uno spyware chiamato Pegasus a governi stranieri che «hanno utilizzato questi strumenti per prendere di mira maliziosamente» giornalisti, lavoratori dell’ambasciata e attivisti.
Secondo l’amministrazione Biden, la NSO ha agito «contrariamente alla sicurezza nazionale o agli interessi di politica estera degli Stati Uniti».
«Pegasus è uno strumento di hacking “zero clic” che può estrarre in remoto qualsiasi cosa dal telefono cellulare di un bersaglio, inclusi messaggi, contatti, foto e video senza che l’utente debba fare clic su un collegamento di phishing per concedergli l’accesso remoto», ha scritto The New York Times, aggiungendo che il poderoso strumento di spionaggio israeliano potrebbe anche trasformare il telefono cellulare della persona spiata «in un dispositivo di localizzazione e registrazione».
Ciononostante, riporta sempre il quotidiano di Nuova York, L3Harris ha avviato colloqui segreti con la NSO, sostenendo che i funzionari dell’intelligence statunitense hanno appoggiato silenziosamente i suoi piani per l’acquisto della tecnologia spyware di base dell’azienda, nonché un possibile trasferimento del personale della NSO all’appaltatore della difesa americana.
Inoltre, la tecnologia di NSO sarebbe stata a lungo «di intenso interesse» per l’FBI e la CIA, dice il giornale.
Pertanto, nel marzo 2022, il direttore dell’FBI Christopher Wray ha testimoniato al Congresso che l’agenzia aveva acquistato lo spyware Pegasus della NSO, sostenendo che l’agenzia ha acquisito lo strumento per la valutazione ma non lo ha utilizzato.
I negoziati L3Harris-NSO sono proseguiti in segreto fino a giugno 2022, quando la stampa mainstream statunitense e israeliana ha fatto trapelare informazioni sulla possibile vendita, suscitando una tempesta di critiche da parte della Casa Bianca.
Secondo il Guardian, Washington ha negato che la comunità dell’Intelligence statunitense fosse mai stata di «sostegno» all’accordo. Tuttavia, questa possibilità non può essere esclusa, secondo l’analista del Pentagono Karen Kwiatkowski.
«La protesta dei cittadini e dei media statunitensi per la sorveglianza illegale e dannosa da parte del gruppo NSO ha guidato le sanzioni Biden; i burocrati della comunità dell’Intelligence i loro appaltatori hanno interessi molto diversi, vogliono utilizzare gli strumenti di monitoraggio e monitoraggio del software più capaci (e convenienti) là fuori», spiega.
La Kwiatkowski non ha dubbi sul fatto che se la tecnologia di hacking NSO fosse stata acquisita, sarebbe stata utilizzata su cittadini americani. Inoltre, non esclude che «sia già in uso, come prima delle sanzioni, e l’acquisto è in parte finalizzato a garantire che il suo utilizzo possa continuare ed essere ampliato».
Apparentemente quindi, tale accordo «ipocrita ed egoista» è stato rallentato e interrotto a causa del fatto che è stato ampiamente pubblicizzato, secondo l’ex analista del Pentagono.
Nel frattempo, si dice che il gruppo NSO sia coinvolto in un’ampia campagna di lobbying negli Stati Uniti per uscire dalla lista nera di Washington, secondo l’organizzazione di giornalismo investigativo senza scopo di lucro ProPublica e Shomrim, un’organizzazione di notizie apartitica con sede in Israele.
«NSO ha investito centinaia di migliaia di dollari nell’ultimo anno in pagamenti a lobbisti, società di pubbliche relazioni e studi legali negli Stati Uniti, nella speranza di annullare la decisione dell’amministrazione Biden di novembre, secondo i registri pubblici archiviati ai sensi del Foreign Agent Registration Act e conversazioni con persone che hanno familiarità con lo sforzo», hanno riferito ProPublica e Shomrim il 12 luglio.
Inoltre, la NSO avrebbe cercato di sollevare la questione durante l‘incontro tra il presidente degli Stati Uniti Joe Biden e il primo ministro israeliano Yair Lapid di pochi giorni fa.
«Finora, la campagna di lobbying ha generato poca risposta», afferma l’articolo.
Come riportato da Renovatio 21, la stampa israeliana 5 mesi fa aveva affermato che la polizia aveva utilizzato lo spyware NSO Pegasus contro addirittura l’ex premier del Paese Benjamin Netanyahu.
La potenza del software è tale che la NSO pare aver rifiutato di avrebbe rifiutato di vendere una l’arma cibernetica ai governi di Ucraina ed Estonia, per paura che questi lo usino contro la Russia.
La NSO, come tante aziende tecnologiche israeliane, è una società dove è forte la presenza di personale ex Mossad ed ex dell’Unità 8200, il corpo d’élite di hacker dell’Esercito dello Stato Ebraico.
Qualcuno potrebbe pensare che si tratti di una forma di hacking di Stato sotto la copertura dell’azienda privata. Il confine tra hacker ed hacker di Stato è tuttavia sempre più labile: e questa è un accusa che sempre più spesso sentiamo fare contro la Russia.
Ricordiamo al lettore italiano di Renovatio 21 che durante i primi giorni del coronavirus il governo, su spinta dell’allora ministro di Grazia e Giustizia pentastellato Alfonso Bonafede, estese la possibilità per gli inquirenti di utilizzare i Trojan, cioè gli spyware che come il Pegasus prendono il totale controllo (possono ascoltare conversazioni, leggere email e messaggini, scaricare foto, nonché agire anche da microfono-spia e da geolocalizzatore anche quando il dispositivo è spento) del telefono della persona obbiettivo.
Sempre rimanendo in Italia, vogliamo ricordare come un concorrente italiano di NSO, il milanese Hacking Team, nel 20014 fu vittima di uno stranissimo colpo degli hacker che portarono via quantità impressionanti di dati altamente riservati dell’azienda (circa 400 giga) e li piazzarono su piattaforme peer-to-peer come BitTorrent, con rilancio su WikiLeaks.
Secondo i resoconti dell’epoca, anche Hacking Team, come NSO, aveva clienti in tutto il mondo, e, sempre come NSO e i suoi aspiranti compratori, legami con i servizi di sicurezza.
Guerra cibernetica
Hacker attaccano AfD
Il partito più popolare in Germania, Alternativa per la Germania (AfD), ha subito un massiccio attacco informatico: hacker sconosciuti avrebbero rubato e pubblicato centinaia di migliaia di email interne, mentre l’establishment politico del paese cerca pretesti per mettere al bando il partito di opposizione.
La violazione, riportata per la prima volta da Bild martedì, avrebbe esposto 421.179 email per un totale di 281 gigabyte, tra cui corrispondenza che coinvolge la co-presidente dell’AfD Alice Weidel, il presidente onorario Alexander Gauland e altre figure di spicco del partito.
Il materiale trapelato includerebbe, a quanto pare, fotografie di documenti d’identità, estratti conto bancari, fatture, domande di iscrizione e liste interne del partito. Il quotidiano Bild ha dichiarato di aver esaminato un piccolo campione dei documenti, tra cui una carta d’identità appartenente a Markus Frohnmaier, vicecapogruppo dell’AfD al Bundestag.
L’identità e le motivazioni degli hacker sono sconosciute e l’autenticità del materiale pubblicato non è stata verificata in modo indipendente.
L’AfD ha confermato che un fornitore di servizi di hosting che collabora con il partito è stato vittima di un attacco informatico a settembre, ma ha smentito le ipotesi secondo cui i suoi attuali sistemi di comunicazione sarebbero stati compromessi.
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«Solo poche caselle di posta elettronica sono state copiate illegalmente, la maggior parte delle quali non veniva utilizzata da anni», ha dichiarato un portavoce del partito al quotidiano Bild, aggiungendo che gli account di posta elettronica attualmente in uso presso i partiti federali non sono stati interessati.
L’AfD ha condannato la violazione definendola un «attacco al sistema partitico tedesco e quindi alla democrazia» e ha affermato di aver segnalato l’attacco informatico alle autorità di sicurezza.
Nella mattinata di mercoledì, non era ancora giunta alcuna dichiarazione da parte degli inquirenti né alcuna condanna della violazione da parte di alti funzionari governativi.
La corrispondenza trapelata ha già attirato l’attenzione degli attivisti che chiedono la messa al bando del partito. Valentina Chiofalo, rappresentante dell’organizzazione tedesca per i diritti civili Gesellschaft für Freiheitsrechte, ha dichiarato all’agenzia TAZ che le email rubate potrebbero rafforzare le argomentazioni a favore della messa al bando dell’AfD, mentre la loro pubblicazione e l’analisi giornalistica potrebbero anche influenzare negativamente l’opinione pubblica nei confronti del partito.
L’attacco si inserisce in una crescente campagna da parte dei partiti politici tedeschi consolidati per isolare e potenzialmente mettere al bando l’AfD. Il partito euroscettico, che sostiene controlli più severi sull’immigrazione e si oppone al sostegno militare di Berlino all’Ucraina e alle sanzioni contro la Russia, ha raggiunto il 30% dei consensi nell’ultimo sondaggio INSA per Bild, con un vantaggio di 12 punti percentuali sul blocco CDU/CSU del cancelliere Friedrich Merz, sceso al 18%.
All’inizio di questo mese, l’AfD ha ottenuto per la prima volta la presidenza del Parlamento regionale della Sassonia-Anhalt, infrangendo il «muro» politico mantenuto dai partiti tradizionali. La sua ascesa ha spinto i leader parlamentari socialdemocratici a chiedere la creazione di un gruppo di lavoro federale-regionale per esaminare un possibile divieto, accusando l’AfD di minacciare la democrazia dall’interno e di promuovere l’estremismo.
Anche l’agenzia di Intelligence interna tedesca BfV ha cercato di classificare il partito come un’organizzazione di estrema destra confermata, ma un tribunale di Colonia ha bloccato tale designazione a febbraio, in attesa di ulteriori procedimenti legali.
L’AfD ha respinto le accuse, descrivendo il divieto proposto come un tentativo di sovvertire la volontà di milioni di elettori ed eliminare la competizione politica.
L’anno scorso il leader AfD Tino Chrupalla è stato assaltato e punto con una misteriosa siringa. Poco prima, aveva rivelato di essere stato debancarizzato: Postbank, una divisione bancaria al dettaglio del grande istituto finanziario Deutsche Bank, avrebbe chiuso il suo conto perché membro dell’AfD, ha lamentato il politico. Altri membri del partito hanno subìto la chiusura del conto corrente da parte delle banche.
Ad agosto 2024 la deputata AfD Beatrix von Storch è stata attaccato da un uomo che l’ha imbrattata di escrementi di cane durante un evento nel land della Renania-Palatinato. La Von Stoch è la deputata che tenne un notevole il discorso al Bundestaggo lo scorso 27 aprile in cui sferrava un feroce attacco contro i grandi interessi finanziari dietro i Verdi tedeschi spiegando le dinamiche occulte di tale «piovra verde».
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Immagine di Olaf Kosinsky via Wikimedia pubblicata su licenza CC BY-SA 3.0-de
Guerra cibernetica
Attacco hacker danneggia i frigoriferi dei supermercati francesi
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Guerra cibernetica
Gli hacker dicono di aver rubato i dati di «quasi tutti gli agenti dell’FBI»
Il collettivo di criminali informatici chiamato ShinyHunters ha dichiarato di aver violato i sistemi dell’FBI e di aver sottratto terabyte di dati personali sensibili relativi a quasi tutti gli agenti dell’agenzia e ai rispettivi coniugi, nonché a chi aveva presentato domanda di lavoro presso l’ente.
ShinyHunters è un gruppo di hacker ed estorsori molto attivo, collegato a furti di dati su vasta scala ai danni di grandi aziende e organismi governativi. Lo stesso FBI aveva messo in guardia sul gruppo a maggio.
«Abbiamo compromesso l’FBI. Siamo in possesso di dati molto sensibili su quasi TUTTI gli agenti dell’FBI e sulle persone che hanno presentato domanda di arruolamento presso l’FBI», ha annunciato il gruppo martedì sul proprio sito di fughe di notizie nel dark web. Secondo quanto riportato, ha pubblicato un campione dei dati che sostiene di aver rubato e uno screenshot di un sito di reclutamento dell’FBI alterato.
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Il gruppo ha detto di aver prelevato terabyte di informazioni, tra cui nomi, indirizzi di residenza e numeri di telefono. Reuters ha riferito di aver individuato corrispondenze apparenti per alcune persone presenti in un campione dei dati, ma non è riuscita a stabilire che le informazioni fossero state davvero prelevate dai sistemi dell’FBI.
L’FBI non ha confermato né la violazione né l’entità del presunto furto. Un portavoce avrebbe però detto a 404 Media che l’agenzia era «a conoscenza di segnalazioni relative ad attività non autorizzate che interessavano il sito FBIjobs.gov e che stava attualmente indagando». Martedì il sito dell’agenzia dedicato alle offerte di lavoro e il portale per le candidature di agenti speciali sono risultati temporaneamente irraggiungibili.
Secondo ShinyHunters, l’intrusione è partita dalla compromissione di un server Oracle PeopleSoft, software spesso usato dai dipartimenti delle risorse umane. Gli hacker hanno affermato di essere poi riusciti ad accedere a un ambiente cloud governativo ospitato su Amazon, che conteneva dati del personale dell’FBI e dei candidati. Né l’FBI né le aziende coinvolte hanno confermato pubblicamente questa ricostruzione.
Gli hacker hanno dichiarato che l’attacco «non era motivato da interessi finanziari». Chiedono invece all’FBI di ritirare un avviso di sicurezza informatica diffuso a maggio che, secondo ShinyHunters, contiene accuse infondate sul gruppo.
In quell’avviso l’FBI ha accusato gli hacker legati a ShinyHunters di aver usato minacce, molestie e, in alcuni casi, il cosiddetto «swatting» (segnalazione di emergenza falsa) per colpire le vittime, avvertendo inoltre che i criminali informatici a volte esagerano la quantità di dati in loro possesso.
ShinyHunters non ha precisato cosa intenda fare con le informazioni che sostiene di aver rubato se l’FBI rifiuterà la richiesta.
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