Storia
Maradona, la verità
«Children, fools, and drunkards tell the truth» dice il proverbio inglese. «I bambini, gli sciocchi e gli ubriachi dicono la verità». Maradona è probabilmente stato tutte e tre le cose, se consideriamo per ubriachezza l’effetto della droga nasale e se anche a voi il suo corpo minuto, con le gambette e poco collo, sembrava quello di un bambino.
Certo, un bambino d’oro, un «bambino-idolo», direbbe qualche psicanalista: un essere adorato da chi gli sta intorno nonostante i suoi capricci malvagi. Ma non dell’infantilismo del personaggio – e del suo potere di rendere tutti noi i suoi genitori permissivi – che dobbiamo qui parlare.
Un «bambino-idolo», direbbe qualche psicanalista: un essere adorato da chi gli sta intorno nonostante i suoi capricci malvagi
Ci preme qui ammettere che Diego Armando Maradona è stato, più o meno involontariamente, una creatura della verità. Non è cosa da poco per qualcuno che ha vissuto il XX e il XXI secolo – cioè il Kali Yuga, l’era quaternaria infame in cui gli uomini non dicono più il vero – soprattutto perché el Diego lo ha fatto su ogni livello immaginabile.
Per prima cosa, voglio dire una cosa vera io: Diego Maradona non mi è mai piaciuto. Sono stato un bambino, ragazzo, uomo dell’Alta Italia, è difficile trovare qualche mio conterraneo che ami alla follia questa icona partenopea. Appunto, per anni, il mio convincimento infantile è stato che Maradona fosse napoletano, poi avrei capito che il fenomeno è ben più profondo, è regale: Maradona è Napoli, così come il Re di Francia poteva dire l’État c’est moi.
Una prima, grande verità è questa: pure nell’evo del disincanto e della finta democrazia, è ancora possibile un’identificazione popolare totale come quella che l’argentino ha offerto ai napoletani. Un fenomeno cittadino, persistente quanto lo può essere un culto di un Santo, tant’è vero che i maestri del presepe di San Gregorio degli Armeni da decenni non fanno mancare la statuetta di Maradona nelle loro vetrine. Questo sentimento popolare, nato con probabilità da meccaniche divine, non ha eguali da nessuna parte, nemmeno nella Roma che circondava con centinaia di persone urlanti («tòccame, cabidàno!») le pizzerie in cui si infilava sperando di farla franca Francesco Totti.
Ammettiamo che Diego Armando Maradona è stato, più o meno involontariamente, una creatura della verità
A cavallo dei millenni dal «DASPO SPQR» alla Camorra
No, Maradona ci ha regalato anche questa verità millenaria: il tifo definisce una città più di qualsiasi altra cosa, soprattutto delle leggi e dell’identità dei poteri dominanti. I napoletani lo sanno sin da quando il Vesuvio pietrificò i pompeiani: nel 59 a.C. Pompei, neanche vent’anni prima del cataclisma, aveva come unico grande problema civile il fatto che l’imperatore Nerone, per mezzo del Senato, decretò la squalifica del campo per 10 anni a seguito degli scontri tra tifoserie dopo il derby gladiatorio tra il Pompeii e il Nocera.
«Dapprima si scambiarono insulti e volgarità con l’insolenza propria dei provinciali, poi passarono alle sassate e alla fine ricorsero alle armi. I tifosi di Pompei, più numerosi dato che lo spettacolo si svolgeva a casa loro, ebbero la meglio. Molti uomini di Nocera furono riportati a casa feriti e mutilati, e non pochi piansero la morte di un figlio o di un genitore», scrive Tacito negli Annales (XIV, 1). Quindi, DASPO SPQR per tutti?
Da Pompei a Napoli: quale verità diacronica il pibe ha indovinato, e cavalcato: il giocatore ha il cuore del popolo, quindi ha controllo sulla città
Maddeché. Vedendo che il popolo non poteva vivere senza i suoi giuochi, il Senato ridusse la pena da 10 a 2 anni. Ora potete capire meglio quale verità diacronica il pibe ha indovinato, e cavalcato: il giocatore ha il cuore del popolo, quindi ha controllo sulla città.
È per questo che Maradona si è permesso di slatentizzare i rapporti con un altro elemento profondo e persistente nella storia di Napoli, la Camorra. Eccotelo nella foto, seduto in una vasca da bagno di marmo a forma di ostrica assieme ai fratelli della criminalità partenopea degli anni Ottanta. Il sorriso non è esattamente di circostanza. Lui può permetterselo, perché anche quella è una verità a cui non si sfugge: ci sta dicendo, se stai a Napoli a quei livelli in qualche modo li incontri – verità ancora oggi indicibile, e chissà quanti insulti mi prenderò per averlo scritto.
Ma non pensiamo solo a Napoli, pensiamo, per esempio al Giappone. Maradona ha avuto modo di dire una verità imbarazzante anche su quel lontano Paese – il quale forse poi ha inviato in risposta da San Gennaro un suo cittadino con la maglia del Napoli per dire «sono giapponese».
In Giappone con una battuta il Diego parlò di quella verità – la cedevolezza dell’Impero verso l’occidentalizzazione e l’impotenza militare dinanzi agli yankee– per cui ha fatto seppuku Yukio Mishima
Bombe atomiche e «Pelé gay»
Tokyo gli negò il visto di entrata ai mondiali nippocoreani del 2002. Lui rispose «non ho mica ucciso qualcuno. Non potevano far passare proprio me da criminale, dopo aver permesso agli americani di giocare la Coppa, loro che hanno tirato la bomba atomica su Hiroshima». Forse il lettore non se ne rende conto, ma Diego qui parla di quella verità – la cedevolezza dell’Impero verso l’occidentalizzazione e l’impotenza militare dinanzi agli yankee– per cui ha fatto seppuku Yukio Mishima. Tanti estremisti di destra giapponesi, che il sabato improvvisano comizietti in giro per la città, sottoscrivono ogni virgola. Perché abbiamo gli americani in casa, visto che ci hanno nuclearizzato due città e cambiato radicalmente la nostra bella società tradizionale? Verità che il Diego può lanciare al mondo con indifferenza.
La verità su Pelè, fatto monumento e santo in vita. «avrei preferito (…) che si occupasse di Garrincha e non lo lasciasse morire nell’indigenza». Come noto, Garrincha morì di cirrosi epatica. La questione fra i due storici fuoriclasse andò avanti: quando nel 2009 Pelè ebbe qualcosa da dire sui comportamenti non-esemplari fuori dal campo di gioco, Maradona rispose ai giornalisti :«Che volete che vi dica, Pelé ha perso la verginità con un uomo». E non era nemmeno la prima volta che Diego alludeva a questa storia, finita sui tabloid britannici, di «O Rei» quattordicenne con un uomo più grande, forse, scrive il Guardian nel 2000, il suo coach.
«Che volete che vi dica, Pelé ha perso la verginità con un uomo»
La FIFA? «Piuttosto che appartenere alla famiglia FIFA preferisco essere orfano»
Su Moggi: «con me è sempre stato un signore. Contro di lui non ho nulla di dire. Anzi, conservo un bel ricordo. Se ha delle colpe, sicuramente non saranno le uniche, le sue».
Chavez inchinato
La scena, davvero rivelatrice, in cui il compianto Chávez arringa al popolo in modo semplice e geometrico: «Que viva el pueblo! Que viva Maradona!»
Era già imbarazzante all’epoca, non oso immaginare ora, vedere il documentario di Emir Kusturica dedicato a Maradona. Sì, Emir Kusturica: il sostenitore di Milosevic finito – sinistra ebete e smemorata – ad essere un campione dell’industria culturale Repubblica/Feltrinelli col risultato di avere anni di Goran Bregovic tra le palle (ma poi giunse la vendetta via Elio: «La musica balcanica ci ha rotto i coglioni / è bella e tutto quanto ma alla lunga / rompe i coglioni»).
Il documentario su Maradona è un residuo dei tempi dei No Global e Porto Alegre, e infatti quella roba si vede tutta – balcanino+latinoamericano: incubo dei tormentoni radiofonici degli anni 2000! – compresa la scena, davvero rivelatrice, in cui il compianto Chávez arringa al popolo in modo semplice e geometrico: «Que viva el pueblo! Que viva Maradona!».
Proprio così: il popolo è Maradona. Chávez, che chissà se era stato a Napoli e chissà se aveva capito il capolavoro di volksgeist che aveva realizzato el pibe, ci era arrivato anche lui.
Il Popolo è Maradona, el Pueblo è el Diego.
Il Popolo è Maradona, el Pueblo è el Diego. La lotta popolare – quella socialista, comunista, terzomondista, comunque sudamericana – è Maradona.
Non crediate che fu un’illuminazione del solo caudillo venezuelano. Un amico che faceva il rappresentante di shampoo aveva una serie di aneddoti irresistibili sulle sue clienti, le parrucchiere, specie quelle di Paese. Una di queste al volgere dell’estate gli raccontò del suo viaggio a Cuba. Disse al mio amico di essere rimasta colpita dal fatto che su un palazzo avevano issato un’immane immagine di Maradona. Si dovette mostrare al ragazzo una foto perché egli realizzasse che si trattava del Museo de la Revolución in Plaza de la Revolución, dove campeggia gigantografato il volto di Che Guevara. Con evidenza, la coiffeuse considerava interscambiabile il Che con Maradona. Non una cosa da poco: donne, camorra, cocaina e Ferrari nera ma alla fine sia il Presidente della Republica Bolivarista de Venezuela che l’acconciatrice di provincia ti riconosce come Libertador, un eroe del popolo.
Altra verità: quel posto, forse a livello mondiale era stato lasciato vacante. Nessun politico, né Chávez né Castro né Lula né Morales né nessun presidente sudamericano poteva assurgere al ruolo, e gli stessi sedicenti eredi di Bolivar lo capivano. Lo sapeva? Sì, alla manifestazione di cui stiamo parlando, andò e dal pueblo el pibe fu acclamato.
Donne, camorra, cocaina e Ferrari nera ma alla fine sia il Presidente della Republica Bolivarista de Venezuela che l’acconciatrice di provincia ti riconosce come Libertador, un eroe del popolo
Epperò, sempre nel documentario del serbo, si rimane elettrizzati quando si scopre che Diego aveva pure un’altra lettura di verità assoluta nel cuore: la lotta contro la Juventus era in realtà una lotta contro gli Agnelli, e ogni goal nella porta bianconera era un colpo al sistema industriale settentrionale – in particolare, era fermo all’asse MiTo, Milano Torino – che schiacciava (simbolicamente, perché tenuti in piedi da operai immigrati) i meridionali.
Contro il Papato con Wanda Nara
Il Papato non è stato risparmiato dal bambino d’oro, e già nel 1985, quando era un fringuello. Con Giovanni Paolo II «si ci ho litigato perché sono stato in Vaticano, e ho visto i tetti d’oro, e dopo ho sentito il Papa dire che la Chiesa si preoccupava dei bambini poveri. Allora venditi il tetto, amigo, fai qualcosa!».
È con il conterraneo Bergoglio che il nostro diede il massimo – e non poteva essere altrimenti
Tuttavia è con il conterraneo Bergoglio che il nostro diede il massimo – e non poteva essere altrimenti. 1° settembre, il Vaticano appronta la «Partita interreligiosa per la Pace». El pibe è invitato. Si profila un incontro etico, il Papa del Pallone con il Papa nel Pallone – ambedue argentini. Abituato a planare nello stivale una volta l’anno per gabbare la RAI o chiunque gli stacchi un assegno a 5 zeri per una ospitata qualsiasi, Dieguito sarà stato sorpreso dal fatto che questa volta il suo giretto in Italia non lo ha dovuto fare per la Carrà o Biscardi, ma per il Papa.
Probabilmente, grazie al salvacondotto Vaticano, quella volta el Diego non ha nemmeno avuto noie con la Guardia di Finanza, che reclama da lui una cosa come 40 milioni di euro e si apposta per trollarlo già in aeroporto (memorabile quando gli sequestrarono un orecchino…).
L’incontro dei due è fotografato da ogni angolazione. Non risulta scatto della genuflessione del campione calcistico, e per fortuna nemmeno della genuflessione del campione ecclesiastico (cosa che, dopo i baciamani a popi e rabbini e gli inchini a masse varie, poteva pure capitare, anzi sarebbe stato perfino più legittimo che capitasse sul piede magico del Diego Armando).
Maradona, come sempre, smaschera tutti e fa vedere cosa è oggi un evento organizzato dalla chiesa cattolica: un porcaio
Sembrava più Maradona che riceve Bergoglio, che il contrario. E Maradona, che è bene ricordare che ha ripudiato l’Italia finita la carriera, giocava pure fuoricasa.
Poi ecco la Partita ecumenica per la Pace, dove il campione scende in campo nel clamore in generale. In diretta, intervistato a bordo campo, Maradona più che degli sfollati siriani e le stragi ISIS, chiarisce che la cosa che lo tocca nel profondo è un’altra: «per me Icardi non doveva giocare». Ha rotto il codice d’onore dei calciatori, una volta questa cosa nel calcio non era nemmeno immaginabile, tuona el Diego. Mauro Icardi, apprendiamo, è un calciatore argentino che ha rubato la moglie ad un altro giocatore sudamericano, l’allora attaccante del Chievo Maxi López: la mitica Wanda Nara. La Nara in Argentina diviene famosa nel giro televisivo prima per aver dichiarato ripetutamente di essere vergine (per poi ammettere pubblicamente che si trattava di uno «scherzo») e poi per il rumor del rapporto con Maradona, che invece nega. Un altro rumor vuole che vi sia in giro un un sex-tape, cioè uno di quei video intimi che, purtroppo, finisce in rete, ma lei nega con decisione che sia autentico.
Capite: sarebbe in teoria lì per il messaggio geogoscista del Papa – la guerra, il terrorismo, le stragi, etc. etc. Lui appena parla ci dipinge in testa però un’altra storia: il triangolo tra la Nara, Icardi e Maxi López, anzi magari un quadrilatero se ci mettiamo dentro anche lui. Maradona, come sempre, smaschera tutti e fa vedere cosa è oggi un evento organizzato dalla chiesa cattolica: un porcaio.
Dimostrò l’inesistenza de facto dell’Unità d’Italia
Maradona antirisorgimentale: dividere l’Italia in poco più di 90′
Vi è tuttavia un momento ancora più incredibile nella storia di Maradona. Egli, e fece tutto davvero da solo, dimostrò l’inesistenza de facto dell’Unità d’Italia.
È incredibile se ci pensate. Non ha dovuto creare partititelli regionali. Non ha dovuto minacciare le vallate della Bergamasca che stanno «oliando i kalashnikov». Non ha dovuto assaltare il campanile di San Marco con il tanko. Non ha dovuto sciorinare le glorie del Regno delle due Sicilia. Non ha dovuto scrivere libri per dire che i meridionali sono fantastici e perseguitati. Niente di tutto questo.
«Io voglio solo il rispetto dei napoletani (…) io e la mia nazionale sappiamo che il napoletano è italiano, solo che gli italiani devono capire che il napoletano è anche italiano». Seguirono, innegabili, i fischi del San Paolo durante l’inno di Mameli. Inaudito. Enorme. Disarmante. Grandioso.
Gli è bastato, quel giorno a Napoli dove al San Paolo si sarebbe disputata la semifinale Italia-Argentina ai nostri mondiali di Italia ’90, rivolgersi direttamente al popolo partenopeo, cioè a se stesso. Si ebbe la risposta: i napoletani avrebbero tifato Maradona, non per Baggio e Schillaci, non per gli Azzurri. Sappiamo come andò a finire: l’Italia, grande favorita che giocava in casa, eliminata.
Poco prima della partita, disse alle TV: «io voglio solo il rispetto dei napoletani (…) io e la mia nazionale sappiamo che il napoletano è italiano, solo che gli italiani devono capire che il napoletano è anche italiano». Seguirono, innegabili, i fischi del San Paolo durante l’inno di Mameli. Inaudito. Enorme. Disarmante. Grandioso.
Ovviamente è partita la smentita storica, è un falso assoluto, una fake news persistente, quella dei napoletani che tifarono per il Diego e non per il Paese occupante – l’Italia. Per fortuna, esiste qualcuno che invece ha il coraggio di scriverlo ancora oggi, magari addolcendo la posizione: «Io, napoletano, ho tifato Maradona, non per l’Argentina né contro l’Italia». Il succo non cambia: se Maradona è più forte della Patria italiana, ma che cos’è la Patria italiana?
Mazzini e Garibaldi travolti dal pibe: ma quale Italia «una e indivisibile». A Maradona sono bastati poco più di 90′ per dividere l’Italia
Voi capite, dopo un’impresa come questa, il Risorgimento è spazzato via in ogni sua possibile retorica. Tutte le paginette imparate a scuola, tutta la propaganda dei giornali (ricordate, gli sputi ideologici dei giornaloni verso la Lega fino a pochi anni fa?) sono state bruciate in una sola partita. Mazzini e Garibaldi travolti dal pibe: ma quale Italia «una e indivisibile». A Maradona sono bastati poco più di 90′ per dividere l’Italia. Cavour, spostati. E anche tu, Bossi.
Il bambino del Re nudo
Quello che rappresentava Maradona mi fa schifo, anche se ora che è morto posso tranquillamente fare due conti e accodarmi anche io al gregge: sì, era il più grande calciatore di tutti i tempi, perché mi ricordo ancora quella palla incredibile che passò a Caniggia – ancora oggi cantata nel coro immortale dei tifosi argentini «Brasil decime que se siente...», dove si ricorda peraltro che «Maradona es màs grande que Pelé...»
Mi ha fatto impressione, sempre nel documentario di Kusturica, vederlo in Argentina esibirsi in un locale a cantare una canzone su stesso. Grottesco, patetico, una scena di un narcisismo senza confini.
Mi dava il vomito quando il calciatore dissoluto miliardario andava a Cuba da Castro – adorare il bambino d’oro è umano, è un fenomeno che non conosce cortina di ferro. E ricordo, da qualche parte nei decenni, in una intervista alterata si rivolse a Shilton – il portiere inglese di Messico ’86 – per dire che sì, il gol della Mano de Dios era fatto proprio con quella mano, che in quel momento mostrava il dito medio.
E chi si è dimenticata la cavalcata verso le telecamere fatta a USA ’94, con gli occhi fuori dalle orbite che più che di aerospazio parlavano di qualcos’altro? E i bambini seminati in giro? (A proposito: quello che gli somigliava come una goccia d’acqua che giocava a pallone, che fine ha fatto?)
E vabbè, l’importante qui è altro: è che c’è stato un uomo in grado di diventare l’incarnazione di un intero popolo, di sfanculare chiunque, e vivendo come gli pare, di dividere l’Italia in pochi minuti. Un campione vero, e dello sport qui non ci frega niente.
Per dire che il Re è nudo ci vuole un bambino
Ci importano le tante volte in cui el pibe, il bambino, ha detto la verità – anche orrida, grottesca, ridicola – al mondo intero: per dire che il Re è nudo ci vuole infatti un bambino.
Incosciente, capriccioso. Non mi mancherà, anche se di tante cose, che non riguardano il calcio, dovremmo essergli grati.
Addio al «bambino pazzo e ubriaco» che tante volte ha detto, senza nemmeno volerlo, la verità.
Roberto Dal Bosco
Storia
Scoperto nei Paesi Bassi un enorme e lussuoso complesso termale romano
Il più grande complesso termale romano mai scoperto è emerso nei Paesi Bassi, gettando nuova luce sulla ricchezza e l’importanza dell’antica città romana di Ulpia Noviomagus, corrispondente all’odierna Nimega (Nijmegen).
I ricercatori delle società archeologiche RAAP e BAAC stavano conducendo indagini di routine nel quartiere Waalfront di Nimega, un’area destinata a un nuovo sviluppo residenziale. Gli scavi, iniziati a settembre dello scorso anno e che si concluderanno a luglio, hanno portato alla luce un bagno pubblico, blocchi residenziali, lussuose dimore, strade e una torre risalenti a quasi 2.000 anni fa.
«Per anni, le tracce del passato romano in questo luogo sono rimaste invisibili, nascoste nelle profondità della terra. Ora che stiamo realizzando un nuovo ambiente abitativo, il passato è diventato visibile», ha dichiarato Joost Mulder, direttore regionale di BPD per la regione Nord-Est e Centrale, in un comunicato stampa.
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Il complesso termale, in latino thermae, si estendeva su almeno 4.900 metri quadrati, risultando il secondo complesso termale pubblico romano più grande mai scavato nei Paesi Bassi. Nonostante secoli di rimozione e riutilizzo di pietre successivi al periodo romano, alcune parti della struttura si sono conservate in modo eccezionale.
Le dimensioni del complesso riflettono l’importanza di Ulpia Noviomagus, la città romana che un tempo sorgeva in questo luogo e che si ritiene abbia ricevuto il suo status ufficiale dall’imperatore Traiano intorno al 100 d.C: il prefisso Ulpia deriva dal suo nome di famiglia (Marco Ulpio Traiano). I ritrovamenti suggeriscono che quest’area della città rimase attiva fino al III secolo d.C.
Il complesso termale era riccamente decorato. Le pareti interne erano rivestite di marmo. I pavimenti erano lastricati con piastrelle di pietra calcarea bianche e nere. Altre stanze presentavano stucchi colorati e dipinti. Modanature decorative in pietra calcarea e arenaria adornavano le facciate dell’edificio, mentre colonne realizzate con gli stessi materiali ne esaltavano lo splendore.
Gli archeologi hanno anche portato alla luce estesi sistemi di drenaggio, pavimenti e un ipocausto, un sofisticato sistema romano di riscaldamento a pavimento sorretto da pilastri in mattoni. Questa tecnologia faceva circolare aria calda sotto un pavimento rialzato, come riportato da Archaeology News. Due fondamenta in pietra, alte quasi due metri, sono ancora visibili e rappresentano alcuni degli esempi meglio conservati di muratura romana a Nimega.
Decine di migliaia di reperti rinvenuti nel sito testimoniano lo stile di vita agiato di cui godevano gli abitanti durante il II e il III secolo d.C.
Tra i reperti rinvenuti figurano frammenti di statue in bronzo, anelli con sigillo, una collana con chiusura in oro, monete e centinaia di forcine in osso utilizzate nelle elaborate acconciature romane. In particolare, due delle forcine presentavano notevoli incisioni di gatti: una seduta e una in piedi.
Tuttavia, un busto di bronzo raffigurante Bacco, il dio romano del vino, ha attirato maggiormente l’attenzione degli archeologi. Essi ritengono che l’oggetto facesse originariamente parte di una brocca o di un mobile, prima di essere successivamente adattato per essere utilizzato su una bilancia.
Gli archeologi hanno inoltre recuperato numerose monete risalenti al regno dell’imperatore Postumo, che regnò tra il 260 e il 269 d.C., fornendo una rara testimonianza di un’occupazione continuativa durante un periodo relativamente poco documentato.
Secondo quanto riportato da Archaeology News, gli sviluppatori e i funzionari comunali intendono integrare il patrimonio romano del sito nel futuro quartiere.
«Il legame con il passato rimarrà visibile anche in futuro. Ad esempio, diversi edifici residenziali saranno caratterizzati da un’area pedonale coperta con file di colonne. Un colonnato proprio come ai tempi dei Romani. E i costruttori intendono chiamare la piazza verde nel cuore del quartiere Thermenplein, ispirandosi alla pianta del complesso termale. Un riferimento diretto al luogo di ritrovo romano che sorgeva qui circa 2000 anni fa», conclude il comunicato stampa.
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La bellezza delle terme romane era stata decantata anche da Thermae Romae (in originale Terumae Romae), un celebre fumetto della mangaka Mari Yamazaki, che ha studiato a Firenze e vive in Italia, pubblicato tra il 2008 e il 2013. La trama unisce l’antica Roma e il Giappone moderno, celebrando l’amore per i bagni termali che unisce entrambi i popoli.
Il protagonista è Lucius Modestus, un ingegnoso architetto romano dell’era di Adriano in forte crisi creativa. Attraverso una misteriosa fessura temporale sul fondo di una vasca, viaggia nel tempo fino al Giappone odierno. Qui scopre le grandi innovazioni tecnologiche dei bagni nipponici, scambiando i locali per schiavi «dalla faccia piatta». Tornato nel passato, applica queste idee rivoluzionarie ottenendo un enorme successo.
L’opera brilla per una comicità basata sul divario culturale, arricchita da dettagli storici. Il manga vinto il prestigioso premio Manga Taishō nel 2010 e eil premio miglior storia breve al quattordicesimo Premio culturale Osamu Tezuka. L’opera è stata tradotta nel 2012 in un anime in tre episodi, per poi divenire anche un film live-action nello stesso anno. Nel 2022 Netflix ha riadattato la storia con il nome Thermae Romae Novae.
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Storia
Béchir Gemayel, eroe del Libano cristiano
La famiglia Gemaiel
Il 10 novembre 1947, la casa dei Gemayel era in festa: il sesto figlio di Pierre e Geneviève era appena nato ad Achrafieh, lo storico quartiere cristiano di Beirut. Il piccolo Béchir fu subito portato a essere battezzato nella chiesa di San Michele nel villaggio di Bikfaya, la roccaforte di famiglia incastonata tra le montagne vicine. Da lì, fin dal XVII secolo, questa stirpe di personaggi illustri era fiorita, ancorata a una solida casa di pietra tramandata di generazione in generazione, ognuna delle quali aveva dato i natali a grandi uomini: ufficiali militari, medici, avvocati, giornalisti, diplomatici… È vero che i massacri di cristiani perpetrati tra il 1858 e il 1860 dai Drusi sotto l’influenza britannica costrinsero parte della famiglia all’esilio. Il clan si stabilì a Mansourah, una grande comunità libanese in Egitto, dove l’economia era in piena espansione grazie alla recente apertura del Canale di Suez. Il nonno paterno di Béchir tornò in Libano all’inizio del XX secolo come medico; tra i suoi pazienti a Beirut figuravano molte personalità influenti in Libano. Devoto maronita, il dottor Amine era noto per la sua fede e la sua integrità morale. Il padre, Pierre, nacque nel 1905 a Bikfaya. Aveva nove anni quando la sua famiglia fu costretta all’esilio per la prima volta, questa volta a Mansourah, a causa della carestia che gli Ottomani inflissero al Libano durante la Prima Guerra Mondiale. A tredici anni tornò in Libano e continuò gli studi presso i Gesuiti. Meno dotato a livello accademico rispetto al padre, divenne farmacista a Place des Canons, a Beirut. La sua fama crebbe come grande sportivo: fondò la Federazione Libanese di Calcio e la rappresentò alle Olimpiadi di Berlino del 1936. Profondamente colpito da ciò che vide lì, al suo ritorno diede un forte impulso alle Falangi Libanesi, un movimento sportivo che divenne rapidamente uno strumento di azione politica per i giovani nazionalisti libanesi. Pierre Gemayel fece pressione sulle autorità francesi per ottenere l’indipendenza del suo paese, che era sotto mandato dal 1918. Manifestò senza lasciarsi intimidire dalle minacce e raggiunse il suo obiettivo il 22 novembre 1943, approfittando delle divisioni interne tra le fazioni di Vichy e golliste durante la Seconda Guerra Mondiale. Il primo esemplare della nuova bandiera libanese fu creato nella casa dei Gemayel, disegnato direttamente sul pavimento e cucito da Geneviève, la madre di Béchir. Geneviève aveva 25 anni quando sposò Pierre nel 1934. Donna dalla forte personalità, questa libanese era nata nel 1908 a Mansourah, in una famiglia esiliata in Egitto, e tornava in patria solo per le vacanze, durante le quali conobbe suo marito. Ben preparata per la sua missione, era abile in ogni tipo di lavoro manuale, così come nelle arti – musica e pittura – ricevendo diversi riconoscimenti dal re Fouad d’Egitto. Tenace e audace, ottenne segretamente la patente di guida a 16 anni e il brevetto di pilota a 20. I coniugi Gemayel ebbero quattro figlie e poi due figli maschi, Amine e Béchir. Madre devota, preparò le figlie a diventare mogli esemplari e colte, capaci di gestire una casa e crescere i figli. Si dedicò con attenzione agli studi dei ragazzi, ma Béchir, troppo birichino e irrequieto, sarebbe sempre stato uno studente mediocre. Pierre esercitò la sua autorità paterna; i pasti in famiglia si consumavano in assoluto silenzio; dopo la messa, le domeniche erano dedicate a lunghe passeggiate. Al suo fianco, Béchir imparò il significato del servizio, dell’integrità e dell’amore per il Libano. Per tutta la vita, si sarebbe rivolto al padre in piedi, per rispetto.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
La giovinezza di un leader
La giovinezza di Béchir fu turbolenta; non sopportava di essere disciplinato quando la percepiva come ingiusta. Suo padre dovette disciplinarlo severamente, correggendo i suoi capricci e la sua testardaggine. Testardo, birichino e paladino della giustizia, fu spesso sottoposto a punizioni e convocazioni, fino a essere espulso a 12 anni dal collegio gesuita di Jamhour. Dopo un percorso scolastico caotico, conseguì finalmente il diploma di maturità in lettere a 20 anni. Va detto che, dopo aver lasciato il collegio, Béchir si era dedicato all’attivismo politico con le Kataeb, le Falangi Libanesi, un impegno ben più stimolante. Come leader, riunì attorno a sé un gruppo di amici e prestò loro libri ben informati. Le sezioni studentesche di Kataeb intrapresero un addestramento paramilitare in montagna, aiutarono i più poveri, parteciparono ai principali eventi locali e condussero incursioni e scontri di strada contro le azioni antipatriottiche dei militanti di sinistra filo-palestinesi e dei musulmani panarabisti. Questi giovani strinsero amicizie e legami di lealtà duraturi; in seguito avrebbero servito fianco a fianco nel Consiglio militare delle forze libanesi. Nel 1966, durante le attività della sezione, conobbe una graziosa ragazza di sedici anni, Solange, studentessa presso la scuola del convento delle suore francescane dove imparava il mestiere di segretaria. Si frequentarono sinceramente per undici anni prima di decidere di sposarsi e mettere su famiglia nel marzo del 1977. Precedentemente mediocre e indisciplinato, Béchir iniziò a lavorare con impegno e nel 1971 conseguì la laurea in diritto francese e libanese presso l’Università di San Giuseppe, laureandosi con lode. Insegnò anche educazione civica in una delle sue ex scuole, il Modern Institute of Lebanon. I suoi studenti impararono il senso di responsabilità; rimasero colpiti dalla sua calma, dalla sua franchezza e dalla sua capacità di ascolto. Dopo aver completato gli studi, Béchir scelse di diventare avvocato e svolse dei tirocini negli Stati Uniti prima di fondare il proprio studio legale ad Achrafieh nel 1974. Ma gli eventi presero una svolta drammatica…Sostieni Renovatio 21
La guerra inevitabile
La guerra civile libanese, ben più di una guerra civile, fu una guerra di liberazione, poiché gran parte della popolazione si schierò con potenze straniere in nome dell’Islam. Dal 1948, la società libanese aveva in gran parte accolto i palestinesi espulsi dalle loro case dalla creazione dello Stato di Israele a beneficio degli ebrei sionisti. I maroniti, noti per la loro generosità, accolsero con favore questi rifugiati di confine, che ben presto si sentirono a casa. Dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967 in poi, furono massicciamente armati dall’Unione Sovietica e dai Paesi arabi. Lo Stato libanese, troppo debole, fu in gran parte sopraffatto e perse ogni controllo; cedette zone extraterritoriali all’interno del proprio territorio, nelle quali l’esercito non poté più entrare. Béchir aveva 22 anni quando, nel 1969, i cristiani libanesi furono costretti a riconoscere di essere invasi dai rifugiati. Nel 1975, i rifugiati erano oltre 600.000 su una popolazione di due milioni. Insieme ai musulmani libanesi, i palestinesi crearono uno Stato nello Stato, esercitando una propria forza di polizia, rapendo cristiani che torturavano ed estorcevano denaro, e molestando e violentando donne cristiane nei loro campi. Nel 1970, Béchir Gemayel ne fu testimone diretto, venendo detenuto per ventiquattro ore. Il suo orgoglio esplose; decise di resistere e liberare il suo paese dall’immigrazione occupante con cui socialisti, comunisti, sunniti e drusi libanesi avevano cospirato. La strada islamica si unì attorno al fucile palestinese, pronta a cacciare i cristiani e a sottometterli, come incita il Corano. Bisognava agire: «Dopo, sarà troppo tardi!», dichiarò Béchir. Le prime forze armate Kataeb, composte da 80 combattenti, marciarono nel 1973. Due anni dopo, contavano 3.000 giovani cristiani, addestrati in segreto sulle montagne vicino a Jounieh. Gli assalti alle posizioni dell’OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, molto più pesantemente armata, rappresentarono il loro battesimo del fuoco. «Il 13 aprile 1975 fu il giorno di una cospirazione il cui obiettivo principale era eliminare il ruolo politico e culturale dei cristiani e trasformare il Libano in uno stato islamico. La resistenza del popolo cristiano ha sventato questo progetto. Non abbiamo assolutamente alcuna intenzione di vivere in sottomissione a nessuno». Queste sono le parole di Bashir per spiegare cosa accadde in quella splendida giornata di sole ad Ain el-Remmaneh, un sobborgo meridionale di Beirut, dove le milizie palestinesi aprirono il fuoco sui cristiani riuniti nel cortile della chiesa di Bon-Secours il giorno della sua inaugurazione. Questa fu la goccia che fece traboccare il vaso: scoppiò la guerra. Gli uomini presero le armi e non lasciarono in vita nessuno dei 25 fedayn provocatori. Un’ora dopo, il leader druso Kamal Jumblatt invocò la mobilitazione dei musulmani contro i cristiani, e una pioggia di proiettili si abbatté sulla chiesa di Bon-Secours e sul quartiere circostante. Il bombardamento scatenò immediatamente una mobilitazione cristiana, nonostante le scarse risorse militari a disposizione. I combattenti lottarono ferocemente per la sopravvivenza: gli scontri di strada causarono 120 morti in quattro giorni. Ogni uomo si affidò a Dio e alla Vergine Maria, consapevole che lo attendeva un esito fatale contro un nemico che raramente faceva prigionieri.Iscriviti al canale Telegram ![]()
Operazione di sopravvivenza
Vennero formati commando cristiani d’élite, guidati dal formidabile Béjin, addestrati da soldati libanesi e da un ex ufficiale francese del 2° Reggimento Paracadutisti Stranieri (2e REP), François Borella. Data l’urgenza della situazione, ogni fucile era indispensabile, e Jocelyne Khoueiry formò un battaglione femminile. Béchir si guadagnò il rispetto nelle battaglie urbane; il suo autocontrollo, il suo innato genio militare e la sua umiltà gli valsero la lealtà dei combattenti e della popolazione. Fu così che gradualmente ottenne posizioni di crescente importanza, culminate nel comando supremo dei Kataeb, che rappresentavano il 60% delle milizie cristiane. I quartieri cristiani di Beirut, assediati e bombardati, devono essere protetti e le famiglie in lutto devono ricevere assistenza. I combattenti falangisti lottano con tale ferocia per la loro sopravvivenza che la determinazione del nemico spesso vacilla. Riescono a resistere per mesi, con una manciata di uomini, contro un avversario pesantemente armato e numericamente superiore. Alcuni studenti francesi si uniscono a loro. A volte interi settori cadono, come il 16 gennaio 1976 a Damour, dove gli aggressori saccheggiano, violentano e uccidono gli abitanti: la Croce Rossa conta 580 cristiani morti, tra cui decine di corpi smembrati. Seguono numerose battaglie – nel quartiere degli hotel, nella zona di quarantena, a Dbayeh, a Tall el-Zaatar e altrove – caratterizzate da impressionanti successi difensivi. L’esercito nazionale libanese è ormai ridotto a un cadavere, poiché i soldati musulmani hanno disertato in massa – il 60% dei suoi ranghi – portando con sé le armi per unirsi alla coalizione islamica, l’Ummah. Bashir comprende che, in inferiorità numerica di trenta a uno e armato solo di Kalashnikov e lanciarazzi, la sua lotta non può continuare. Poiché nessun Paese occidentale è disposto a sostenerlo, stringe un’alleanza pragmatica con Israele per procurarsi armi pesanti, un accordo reciprocamente vantaggioso. Infuriati, i musulmani intensificarono i loro attacchi terroristici nel 1977 e la Siria invase gran parte del Paese sotto le spoglie di una forza fantoccio di deterrenza araba, l’ADF. Arafat aveva detto dei cristiani libanesi: «Ne elimineremo un terzo, un altro terzo fuggirà e l’ultimo terzo si sottometterà». Ora è troppo tardi: la guerra ha forgiato una squadra eccezionalmente forte attorno a Béchir. Nel 1978, i Kataeb arrivarono persino a liberare una caserma dell’esercito libanese assediata dai siriani. Il presidente libanese, Elias Sarkis, comprese che il futuro del paese era ormai nelle mani del giovane leader cristiano. Per cento giorni, Bashir e la sua milizia furono accerchiati dall’esercito professionale siriano ad Ashrafieh; un bombardamento infernale, con 2.000 proiettili al giorno, si abbatté sulla popolazione civile, intere famiglie perirono e gli interventi chirurgici furono eseguiti al buio negli ospedali. Ma, con grande stupore della stampa mondiale, i cristiani resistettero: i siriani furono sconfitti e si ritirarono con pesanti perdite. Béchir, esausto, esultò. Le Nazioni Unite chiesero un cessate il fuoco; la vittoria politica internazionale fu significativa.Aiuta Renovatio 21
Unificare il fucile cristiano
Nel 1979, gli attentati contro i cristiani continuarono con il pretesto di «punizione»; diversi loro leader furono assassinati da autobombe. Tra questi c’era Maya, la figlia di Béchir di soli 20 mesi, che morì tragicamente insieme a sette guardie del corpo. Con la moglie Solange, Béchir pianse davanti alla piccola bara bianca: «La mia piccola Maya è una delle nostre martiri e non sarà caduta invano. Noi andiamo avanti!». Uno degli altri problemi che Bashir dovette affrontare quell’anno fu la necessità di sottomettere militarmente, tramite incursioni di commando, altre milizie cristiane non appartenenti al clan Kataeb. Tra queste milizie, alcuni combattenti cedettero alle tentazioni, insite in ogni guerra civile, di comportarsi da criminali. Di fronte a questo grave dilemma morale, il 7 luglio lanciò un attacco contro di loro e, come gesto di buona volontà, in seguito integrò, senza distinzione, i membri onesti di tutte le milizie esistenti sotto un unico comando pluralista: le Forze Libanesi. L’esercito cristiano è ora unificato, con 20.000 uomini in stato di allerta permanente, i suoi squadroni corazzati, i suoi cannoni da 155 mm, i suoi porti privati e la sua pista di atterraggio. Ordine, disciplina, onestà e condotta esemplare sono le parole d’ordine di Bashir, applicate alla lettera. I musulmani prendono sul serio questo principio con questa dimostrazione di forza: Bashir esige integrità dai suoi amici cristiani. Essendo diventato il rappresentante numero uno indiscusso del fronte cristiano, dovette preparare con cura i suoi discorsi, perché il mondo intero lo ascoltava. I suoi discorsi erano semplici e diretti. Uomini esperti e studiosi lo circondavano per consigliarlo: Selim Jahel, Charles Malek e padre Selim Abou. Senza compromessi, disse la verità con cortesia e fermezza a diplomatici e politici, arrivando persino a rimproverare il Vaticano per il suo sostegno ai palestinesi a scapito dei cristiani d’Oriente. Va detto che all’inviato di Béchir a Roma era stato detto dal rappresentante della Santa Sede: «Andate a parlare con i russi!», nonostante Mosca avesse condannato a morte il leader cristiano. L’ambasciatore americano fu informato che i piani degli Stati Uniti per i libanesi, elaborati senza il loro contributo, non avrebbero avuto successo, perché «solo i libanesi possono decidere per sé stessi». Non aveva senso pianificare il loro disarmo: «Sappiamo quando abbiamo bisogno dell’esercito e quando no». Fiducioso nella propria forza militare, Bashir si fece beffe delle visioni utopiche americane del suo paese: «Non abbiamo bisogno di soldati americani per difenderci; sta a noi morire per la nostra patria, come hanno già fatto 4.000 martiri». Incoraggiò i suoi uomini, dichiarandosi orgoglioso di essere tra loro, ammirando il loro spirito di sacrificio e gli insegnamenti che offrivano al mondo. Spettacolari parate li riunivano, mettendo in mostra la loro perfetta organizzazione; così, il 22 ottobre 1980, in occasione della Festa dell’Indipendenza, si rivolse a 40.000 persone riunite nello stadio Jounieh: «Siamo i santi di questo Oriente e dei suoi demoni, la sua croce e la sua punta di lancia, la sua luce e il suo fuoco. Siamo capaci di bruciarlo se ci bruciano le dita, di illuminarlo se le nostre libertà vengono rispettate».Sostieni Renovatio 21
Il punto di svolta di Zahle
Nel dicembre del 1980, le truppe siriane decisero di conquistare Zahle, una città cristiana nella valle della Bekaa con una popolazione di 200.000 abitanti. Le milizie delle Forze Libanesi impedirono loro l’ingresso; assalti supportati da pesanti bombardamenti di artiglieria si abbatterono sulle case. Iniziò l’assedio della città. La neve ostacolò le operazioni su larga scala e i commando cristiani Maghawir di Joe Eddé si distinsero per la loro brillante azione, conquistando una decina di posizioni nemiche. Umiliati da questa inaspettata resistenza, i siriani inviarono ingenti rinforzi, ma senza successo. Nell’aprile del 1981, l’opinione internazionale fu influenzata da questa impresa. Bashir divenne molto popolare; lo si sentì alla radio RMC: «Incredibili atti di eroismo si sono verificati tra le montagne. I nostri giovani sono stati costretti a marciare per 48 ore nella neve, trasportando munizioni sulle spalle fino ai loro compagni a Zahle. I combattenti sono morti di stenti mentre erano di guardia tra le montagne». La popolazione cristiana sopportò mesi di incrollabile resistenza in condizioni estreme, sotto continui bombardamenti. Gli Stati Uniti, governati da Ronald Reagan dal gennaio 1981, cambiarono atteggiamento nei confronti dei cristiani libanesi, che avevano imparato a rispettare: l’obiettivo non era più quello di sacrificarli all’Islam, ma di proteggerli. Anche in Francia, François Mitterrand era stato appena eletto e, paradossalmente, considerava la protezione dei cristiani libanesi una tradizione millenaria da preservare. Una missione diplomatica delle Forze Libanesi fu aperta a Parigi e lo stesso Michel Rocard si recò in Libano per rendere omaggio a Bécir. Grazie a tale sostegno, i siriani furono costretti a togliere l’assedio alla città. Con grande sorpresa di tutti, quando le truppe delle Forze Libanesi, stremate da cinque mesi di combattimenti, uscirono vittoriose dalle loro trincee il 30 aprile, erano rimasti solo 95 combattenti. Questa battaglia di Zahle, ampiamente pubblicizzata, fu un trionfo per Bashir; la comunità cristiana lo acclamò ovunque. Divenne popolare persino tra i musulmani libanesi, ai quali tese una mano di riconciliazione. Béchir fu accolto negli Stati Uniti nell’agosto del 1981 insieme alla moglie Solange. I siriani, sostenuti dall’URSS, furiosi, si vendicarono assassinando l’ambasciatore francese a Beirut, Louis Delamare, il 4 settembre 1981.Aiuta Renovatio 21
La «ridotta cristiana»
Un altro aspetto che ha colpito la stampa internazionale è il netto contrasto tra le aree amministrate dalle milizie cristiane e quelle controllate dai musulmani. «La zona cristiana», scrive un giornale, «è la Costa Azzurra con un incredibile boom immobiliare!». In queste aree, le milizie, dal 1976, hanno preso il controllo di tutti i settori, con un’efficienza persino superiore a quella dello Stato stesso. Sostenuto da comitati di base, il Partito Kataeb sovrintende a tutto: dai trasporti pubblici alla manutenzione delle condutture idriche, dalla rete elettrica al servizio postale rapido. Bashir partecipa alle riunioni in loco, che trattano un’ampia gamma di argomenti. Centoventisei comitati si occupano dell’istruzione, organizzando ripetizioni gratuite per gli studenti in difficoltà; gli ospedali sono riforniti in modo impeccabile di medicinali; i rifugi sono arredati e mantenuti. Una casa di riposo per veterani si prende cura dei feriti e dei disabili a spese delle Forze Libanesi, che provvedono anche al sostentamento delle loro famiglie. I combattenti trascorrono quattro giorni alla settimana al lavoro o all’università e tre al fronte. L’enclave cristiana di un milione di abitanti su 2.000 chilometri quadrati, inclusa Beirut Est, appariva nel 1981 come un piccolo paradiso libanese, ed era difficile immaginare che la guerra infuriasse ogni giorno a pochi passi di distanza. Le Forze Libanesi imponevano tasse inferiori a quelle statali; nuove attività commerciali venivano create continuamente, a volte da espatriati che erano tornati «nel paese di Béchir» per beneficiare del successo. Nasce un vero e proprio Stato, ma Béchir ripete che si tratta solo di uno Stato pilota per il nuovo Libano che dovrà essere costruito sui suoi 10.452 km² di territorio: «Non si tratta di accontentarsi di 50 km di costa e 20 km di montagne. Libereremo tutto, altrimenti tutto ciò che abbiamo fatto sarà stato vano».Iscriviti al canale Telegram ![]()
La salita finale
Il 6 giugno 1982, gli israeliani invasero il Libano meridionale: si trattava dell’Operazione «Pace per la Galilea», volta a costringere i palestinesi, nemici dell’OLP, ad abbandonare il Libano e a stroncare un focolaio di terrorismo ai confini dell’entità sionista. Il 26 luglio, Béchir annunciò alla radio la sua candidatura ufficiale alle elezioni presidenziali libanesi. Per lui, tutti gli occupanti stranieri – siriani, palestinesi, israeliani, ecc. – non avevano più alcun ruolo in Libano; era giunto il momento di riprendere il controllo del paese. Fece del ritorno di tutti i cristiani alle loro case un principio inviolabile e rimase intransigente di fronte alle arroganti richieste di Israele, il suo principale fornitore di armi. Il leader palestinese Arafat comprese che le masse musulmane libanesi si stavano allontanando da lui e si stavano avvicinando sempre più a Bashir. Richiese quindi una flotta internazionale – americana, anglo-italiana e francese – che arrivò il 18 agosto e, nel giro di due settimane, imbarcò 70.000 palestinesi diretti verso altre destinazioni. Il 23 agosto, il Parlamento libanese si riunì e, su 63 membri, Béchir ottenne 59 voti contro 4 astensioni: anche i musulmani votarono per lui. Fu un trionfo. Il presidente senza potere che Bashir avrebbe dovuto succedere, Elias Sarkis, pianse di gioia: «Questo è il giorno più felice della mia vita, Bashir è stato eletto! È la ricompensa per sei anni di sofferenza». Chiamò immediatamente Bashir, chiedendogli di barricarsi nel palazzo presidenziale, poiché era diventato il bersaglio numero uno del terrorismo internazionale. Bashir non lo ascoltò: voleva dedicarsi al suo popolo, all’immensa folla che gridava di gioia. Tutti erano convinti che la rinascita del Libano stesse finalmente per iniziare; i funzionari pubblici si precipitarono al lavoro; la corruzione scomparve in massa. Prima di entrare in carica, Bashir volle riunire per l’ultima volta la sua squadra originale. Il 14 settembre uscì di casa per trascorrere parte della giornata al Convento della Croce, dove incontrò sua sorella Arze, una suora, e sua moglie Solange. Verso le 16:00, si trovava negli uffici di Kataeb ad Achrafieh e aveva appena iniziato la riunione quando una violenta esplosione fece saltare in aria l’edificio: palestinesi e siriani si erano vendicati. Il corpo del leader cristiano è stato identificato tra le macerie grazie alla fede nuziale al dito. Bashir ha così reso l’anima a Dio all’età di 34 anni, Presidente del Libano, lasciando una vedova di 32 anni e due figli, oltre a un popolo libanese inconsolabile: «Mai nella storia del Libano un uomo ha suscitato tanta speranza né ha fatto scorrere tante lacrime», ha scritto un giornalista.Aiuta Renovatio 21
Il monaco-soldato
È una coincidenza che quest’uomo sia morto nella festa della Santa Croce, il 14 settembre? Noi non lo crediamo. Poche ore prima dell’attentato, aveva detto in un discorso: «Quando si tenta di eliminarci o di cancellarci dalla mappa, Cristo stesso ci chiede di morire testimoniando per Lui, ed è ciò che sta accadendo in Libano. Spero che tutti all’estero lo capiscano. Oggi testimoniamo per tutti i cristiani del mondo, proprio come i primi cristiani, in epoca romana, morirono per testimoniare la fede e la religione cristiana». Bashir ritiene che decenni di menzogne e codardia siano la vera causa della guerra civile: «Solo la verità ci permetterà di proteggerci e di camminare a testa alta». La negazione della realtà, «per il Libano, ha causato 100.000 morti». La lotta per la verità è quindi essenziale: «Non riusciremo mai a uscire da questa crisi se non avverrà in ognuno di noi un’autentica rivoluzione interiore, prerequisito per una riforma generale». Mettendo in pratica il quarto comandamento di Dio, Béchir ricordò ai suoi compatrioti il dovere di proteggere e far crescere l’eredità ricevuta, affinché potessero trasmetterla ai loro discendenti. Per fare ciò, dovevano riprendere il controllo del proprio paese; gli interessi del Libano dovevano avere la precedenza sull’immigrazione incontrollata e ostile. Nel febbraio del 1982, disse ai giovani soldati delle Forze Libanesi: «Dovete essere estremamente ben preparati, in modo da poter essere soldati su cui possiamo contare. Sarete la forza che impedirà al deserto di inghiottirci». Proprio il giorno della sua morte, difese l’onore del suo paese contro gli arroganti globalisti occidentali, precursori dell’odierno«wokismo»: «Abbiamo 6.000 anni di storia di cui siamo orgogliosi e sappiamo cosa dobbiamo fare per preservare questo patrimonio. Non abbiamo lezioni di civiltà o cultura da ricevere da nessuno. Siamo orgogliosi di ciò che possediamo! Siamo orgogliosi di tutto il nostro patrimonio!» L’istruzione scolastica deve essere «un’istruzione che scaturisca dalla nostra civiltà e da programmi di studio che riflettano il cuore delle nostre vite. Vogliamo che i libri di storia insegnino la nostra visione della storia». Egli sa che «ogni sradicamento crea un vuoto psicologico, un intenso disorientamento nel cittadino e, al tempo stesso, apre una breccia abbastanza ampia da poter essere sfruttata da un’occupazione straniera». Di fronte alla dhimmitudine che i musulmani cercano di imporre con la forza ai cristiani del Libano, Béchir è intransigente: «Vogliamo vivere qui e camminare a testa alta! Vogliamo rimanere in questo Oriente, affinché le campane delle nostre chiese continuino a suonare quando vogliamo, nelle gioie e nei dolori! Vogliamo poter battezzare come vogliamo; vogliamo poter praticare le nostre tradizioni e i nostri riti, la nostra fede e le nostre convinzioni, come vogliamo». Di fronte ai sacrilegi dei musulmani, Béchir non trema: «Ricostruiremo la chiesa di Damour, anche se l’hanno profanata, deturpata e saccheggiata!». Non si fa illusioni sull’ecumenismo suicida praticato dal Concilio Vaticano II in poi: «Il mio problema non è vedere uno sceicco e un prete abbracciarsi, o una moschea e una chiesa che chiamano alla preghiera con un muezzin. Questi sono simboli esteriori che non hanno alcuna importanza ai miei occhi». Avverte Papa Giovanni Paolo II che «i cristiani del Libano non sono materiale di prova per il dialogo cristiano-musulmano nel mondo». Sa che le masse musulmane bramano costantemente l’Ummah, la sottomissione della terra alla comunità islamica, ma, fatalisticamente, tendono a baciare la mano che non possono tagliare, quella del più forte. È ben consapevole dell’atteggiamento attendista dei musulmani: «È impossibile sapere con certezza cosa pensino. Del resto, mi chiedo se lo sappiano nemmeno loro stessi; sono in uno stato di completa confusione ideologica». Con la vittoria di Béchir in guerra, hanno capito che è meglio per loro scegliere l’interesse nazionale del Paese. È così che il deputato sciita Mohsen Slim osserva che, dopo le elezioni, «i musulmani in Libano, più dei cristiani, sostengono il nuovo regime, il regime dello sceicco Béchir Gemayel. I fatti lo dimostrano». È come un fratello che Béchir mette in guardia il nostro Occidente apatico: «C’è una decadenza evidente in Occidente, forse una nuova definizione delle cose… Un giorno l’Occidente sentirà il bisogno di tornare qui, alle sue radici. L’Occidente deve rinnovarsi. C’è una decadenza dei grandi valori umani che hanno creato l’influenza dell’Occidente. Questa decadenza di costumi, valori e morale conduce necessariamente alla decadenza politica, mentre ad affrontarla c’è un blocco monolitico, una società assoggettata a un sistema totalitario». Béchir era abituato a ricevere da Dio le grazie necessarie. Sua moglie Solange ricorda: «Béchir non andava mai a dormire senza pregare, e senza pregare in ginocchio! Sapevo che pregava perché lo faceva in ginocchio. Avrebbe potuto farlo discretamente a letto. Non me ne sarei accorta, ma quella era la sua fede». Frequentava con piacere l’Università dello Spirito Santo di Kaslik per plasmare le sue scelte politiche e militari. Pregava, si confessava, partecipava alla Messa con i suoi uomini, coltivava la sua cultura e riceveva guida, in particolare da Padre Boulos Naaman, Superiore Generale dell’Ordine Maronita. Padre Mouannès afferma che è per questo che «la Resistenza aveva un fondamento culturale, teologico e spirituale, oltre che una purezza nella sua azione politica». Testimonia: «Ognuno di noi deve portare la propria croce. Bashir fu chiamato alla croce affinché potesse identificarsi con il Signore. Quella chiamata culminò in un’ondata di sangue ad Achrafieh, in un nuovo battesimo che fu un battesimo di sangue». Che Dio ci doni di nuovo uomini come questi! Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Geopolitica
Israele penetra più a fondo in Libano e conquista un castello crociato del Medio Evo
Israele ha preso il controllo del castello di Beaufort, una fortezza crociata di 900 anni e un punto strategico chiave nel Libano meridionale, definendo la conquista una «svolta decisiva» nella campagna in corso.
L’occupazione del sito è stata annunciata domenica, quando lo Stato Ebraico ha diffuso foto di bandiere israeliane e della Brigata Golani che sventolavano sopra la fortezza. Il castello medievale, noto anche come Qalaat al-Chakif, era stato in precedenza utilizzato da Israele come base durante i vent’anni di occupazione del Libano meridionale, terminata nel 2000.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha salutato la cattura come un importante successo, affermando di aver ordinato all’esercito di «ampliare le manovre di terra in Libano». Secondo quanto riportato dai media, le Forze di Difesa Israeliane non hanno trovato armi all’interno del castello.
תיעודים חדשים: כוחות סיירת גולני במבצר הבופור
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— צבא ההגנה לישראל (@idfonline) May 31, 2026
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«Ora il mio obiettivo è consolidare ed espandere il nostro controllo nei luoghi che erano sotto il controllo di Hezbollah. La conquista di Beaufort rappresenta una tappa fondamentale e un cambiamento radicale nella politica che stiamo portando avanti», ha affermato il Netanyahu.
Israele ha inoltre proseguito la sua campagna di bombardamenti nel Libano meridionale, notevolmente intensificatasi negli ultimi giorni. La maggior parte degli attacchi risulta concentrata intorno alla città di Nabatieh e nelle sue immediate vicinanze, che si prevede diventerà il prossimo obiettivo dell’offensiva di terra.
Gli attacchi hanno inflitto gravi danni alle aree residenziali e ai dintorni della città, come documentano le riprese. L’offensiva israeliana continua nonostante il cessate il fuoco dichiarato più di sei settimane fa. Le ostilità in corso tra Israele e il gruppo militante libanese Hezbollah sono una conseguenza del più ampio conflitto nella regione, innescato dall’attacco israelo-americano all’Iran.
Sebbene la tregua sia entrata in vigore il 17 aprile, le ostilità non si sono mai fermate, con Israele e Hezbollah che si sono ripetutamente accusati a vicenda di averla violata. L’Iran ha posto la fine definitiva della guerra in Libano come condizione per i negoziati con Washington, mediati dal Pakistan, in corso dai primi di aprile ma che finora non hanno prodotto risultati concreti.
Il castello di Beaufort, noto in arabo come Qalat al-Shaqif, sorge su uno sperone roccioso a circa 700 metri di altitudine nel Libano meridionale, dominando la valle del fiume Litani. La sua posizione estremamente strategica lo ha reso per secoli un osservatorio militare cruciale e una fortezza contesa, capace di collegare visivamente l’area interna del Libano con il nord di Israele e le alture del Golan. Questa eccezionale rilevanza geografica ha fatto sì che la rocca rimanesse al centro di conflitti armati dal medioevo fino ai giorni nostri.
Le origini della struttura originaria rimangono in parte avvolte nel mistero, con ipotesi che collocano i primi insediamenti difensivi in epoca romana o bizantina, successivamente riadattati dalle forze arabe. La storia documentata della fortezza moderna comincia però nel 1139, quando il re di Gerusalemme, Folco d’Angiò, sottrasse il controllo del sito al governatore di Damasco e lo cedette ai signori crociati di Sidone. Furono proprio i Crociati a fortificare massicciamente la rocca, battezzandola Beaufort, che in antico francese significa bella fortezza.
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Nel 1189 il celebre condottiero musulmano Saladino pose l’assedio alla fortezza. Nonostante la strenua resistenza del signore del luogo, Reginaldo di Sidone, che venne fatto prigioniero, la guarnigione crociata capitolò nel 1190 in cambio della sua liberazione. Nei decenni successivi il castello cambiò mano più volte attraverso patti politici; tornò temporaneamente ai cristiani nel 1240 e fu venduto ai Cavalieri Templari vent’anni più tardi.
Il dominio dei Templari fu però breve, poiché nel 1268 il sultano mamelucco Baybars espugnò definitivamente la rocca. Sotto i Mamelucchi e il successivo Impero Ottomano, Beaufort visse secoli di relativa calma alternati a parziali distruzioni, per poi subire gravi danni strutturali a causa del forte terremoto della Galilea nel 1837, venendo in seguito abbandonato e ridotto a rifugio per pastori.
Il valore militare di Beaufort è riemerso prepotentemente nella storia contemporanea. Durante la guerra civile libanese, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina di Yasser Arafat occupò le rovine, sfruttando i bunker sotterranei per lanciare attacchi missilistici verso il nord di Israele. Nel 1982, in concomitanza con l’invasione del Libano, le forze armate israeliane conquistarono la fortezza dopo una violenta battaglia notturna condotta dalla brigata Golani. Israele stabilì una base fortificata all’interno del sito archeologico per diciotto anni, fino al ritiro definitivo avvenuto nel maggio del 2000.
Dopo l’abbandono israeliano, l’area è passata sotto l’influenza della milizia di Hezbollah e ha vissuto una parziale fase di restauro turistico, ottenendo anche uno status di protezione speciale da parte dell’UNESCO nel 2024 per preservarne il valore storico. Tuttavia, come vediamo ora, la stabilità è durata poco.
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Immagine di Julien Harneis via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
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