Connettiti con Renovato 21

Geopolitica

Funzionario esercito USA: le armi inviate in Ucraina finiscono al mercato nero

Pubblicato

il

Alcuni giorni fa la CNN ha pubblicato un articolo intitolato «Cosa succede alle armi inviate in Ucraina? Gli Stati Uniti non lo sanno davvero». Lo riporta la testata governativa russa Sputnik, il cui sito è ora irraggiungibile dall’Italia.

 

L’emittente all news americana ha citato funzionari statunitensi e fonti del Pentagono che hanno affermato che «gli Stati Uniti hanno pochi modi per tracciare la sostanziale fornitura di armi anticarro, antiaeree e altre armi che hanno inviato oltre il confine in Ucraina».

 

«Abbiamo fiducia nel breve periodo, ma quando si entra nella nebbia della guerra, ne abbiamo quasi zero», ha detto alla CNN una fonte con familiarità con la questione. «Finiscono  in un grande buco nero e non ne abbiamo più idea dopo un breve periodo di tempo».

 

Secondo i funzionari statunitensi, il rischio è che, a lungo termine, «alcune di quelle armi finiscano nelle mani di altri eserciti e milizie che gli Stati Uniti non intendevano armare». Da parte sua, l’Ucraina «ha un incentivo a fornire solo informazioni che rafforzeranno la loro tesi per maggiori aiuti, più armi e più assistenza diplomatica».

 

L’ex funzionario dell’amministrazione Reagan Paul Craig Roberts ha affermato molte armi straniere vengono distrutte dall’esercito russo,  suggerendo che «qualsiasi cosa non distrutta viene venduta per arricchire i funzionari ucraini che possono controllare le armi». Pertanto, secondo il Roberts, grandi depositi di armi non raggiungono nemmeno il campo di battaglia.

 

Il Roberts ricorda altresì gli strampalati traffici di armi degli USA degli ultimi tempi. «Le armi rimaste in Afghanistan avrebbero dovuto equipaggiare le forze governative afghane contro i talebani», dice Roberts, aggiungendo che le armi statunitensi finite nelle mani dei jihadisti siriani, compresa l’ISIS, erano in realtà destinate a questi terroristi per rovesciare il presidente siriano Bashar al-Assad.

 

Fino a prima del conflitto, l’Ucraina era ritenuta dal Global Organized Crime Index «uno dei più grandi mercati del traffico di armi d’Europa», ha scritto Taylor Giorno del Quincy Institute nel suo editoriale di marzo per Responsible Statecraft. Nel pezzo era descritto come i «civili come i soldati» ucraini sarebbero soliti incanalare armi «in una vasta rete di traffico illecito di armi».

 

«Sebbene l’Ucraina abbia intensificato le indagini sul furto di proprietà militari nel 2014, la diversione di armi leggere e grandi è continuata», ha scritto la Giorno . «Un briefing di Small Arms Survey sui flussi illeciti di armi nel 2017, ad esempio, ha rilevato che, delle oltre 300.000 armi leggere scomparse dall’Ucraina dal 2013 al 2015, solo il 13% circa è stato recuperato… Il furto e la diversione non si limitano a armi leggere o ladri civili. Nel 2019, ad esempio, due soldati ucraini hanno tentato di vendere 40 granate RGD-5, 15 razzi RPG-22 e 2.454 cartucce di armi da fuoco per soli 75.000 grivna ucraine (circa $ 2.900)».

 

Jacobin, una rivista statunitense di sinistra, osserva , commentando l’articolo di aprile della CNN, che questa non è la prima volta che funzionari della difesa ed esperti di sicurezza statunitensi hanno espresso preoccupazione per il fatto che le armi straniere inviate in Ucraina potrebbero finire nelle mani sbagliate. Questo solleva la questione delle reali intenzioni di Washington, secondo la rivista.

 

«Lo scopo delle spedizioni di armi è rafforzare la mano dell’Ucraina nel raggiungere una soluzione negoziata del conflitto, un processo dal quale l’amministrazione Biden e i governi alleati si sono finora tenuti lontani?» chiede Branko Marcetic di Jacobin.

 

«O è, come hanno suggerito alcuni funzionari statunitensi e britannici, trasformare l’Ucraina in un pantano simile all’Afghanistan per la Russia, indebolendola e forse anche innescando un cambio di regime, mentre nel frattempo invia un messaggio alla Cina?»

 

Paul Craig Roberts considera questi suggerimenti non realistici. «Dato che le forze ucraine sono circondate, non c’è modo per le armi di attraversare le linee russe», dice. «Anche se le armi sono passate, l’esercito ucraino non è più in grado di compiere azioni offensive».

 

Varie voci hanno subito detto che le armi che venivano distribuite al popolo di Kiev trovavano immediatamente la via verso la criminalità organizzata, con varie sparatorie intra-ucraine emerse nei video dei primi giorni del conflitto.

 

Una delle persone che ha testimoniato da vicino il fenomeno, lo youtuber americano-cileno Gonzalo Lira, è stato di recente prelevato da uomini armati dello SBU, i servizi segreti ucraini, ed è stato fatto sparire per circa una settimana.

 

Come scritto da Renovatio 21, il vero dubbio che dobbiamo temere è se queste armi, profuse a piene mani anche dall’Italia, non troveranno la via per tornare qui da noi assieme a orde di combattenti neonazisti, che una volta perduta la guerra si rifugeranno dalla zia badante in Italia, dove potrebbero costituire una rete sotterranea come quelle viste durante le violentissime rapine in villa degli anni Novanta ad opera dei veterani balcanici.

 

Il risultato potrebbe essere una «zona di barbarie» estesa dall’Ucraina all’Europa, il sogno di chi vuole la disgregazione del tessuto sociale europeo.

 

Di queste cose di cui vi stiamo parlando, c’è qualche politico che se ne occupa? Qualche altro giornale?

 

 

 

 

 

 

Continua a leggere

Geopolitica

La NATO considera la Russia e la Cina minacce alla sua sicurezza e ai suoi valori

Pubblicato

il

Da

In una conferenza stampa ieri a Madrid, il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg ha anticipato ciò che l’alleanza si aspetta dal vertice iniziato oggi a Madrid.

 

«Il nostro nuovo concetto [strategico] ci guiderà in un’era di competizione strategica», ha affermato. «Mi aspetto che chiarirà che gli alleati considerano la Russia la minaccia più significativa e diretta alla nostra sicurezza. Per la prima volta affronterà la Cina e le sfide che Pechino pone alla nostra sicurezza, ai nostri interessi e ai nostri valori».

 

Stoltenberg ha annunciato che gli alleati hanno concordato una massiccia espansione della Forza di risposta della NATO.

 

«Trasformeremo la Forza di risposta della NATO e aumenteremo il numero delle nostre forze ad alta prontezza a ben oltre 300.000».

 

La «trasformazione» accompagnerà un «aumento» della capacità della NATO, anche con «equipaggiamento più preposizionato e scorte di rifornimenti militari, capacità più avanzate, come difesa aerea, comando e controllo rafforzati e piani di difesa aggiornati , con forze preassegnate a difendere specifici Alleati».

 

Per quanto riguarda il conflitto in corso, la NATO «accetterà un pacchetto di assistenza globale rafforzato per l’Ucraina», ha affermato Stoltenberg.

 

«Ciò includerà consegne sostanziali di supporto in aree come comunicazioni sicure, sistemi anti-droni e carburante. A lungo termine, aiuteremo l’Ucraina a passare dall’equipaggiamento militare dell’era sovietica al moderno equipaggiamento della NATO e rafforzeremo ulteriormente le sue istituzioni di difesa e sicurezza».

 

Come riportato da Renovatio 21, l’alto papavero danese della NATO dieci giorni fa aveva dichiarato di non sapere se la guerra in Ucraina potesse durare anni.

 

«Nessuno lo sa. Dobbiamo prepararci al fatto che potrebbero volerci anni. Non dobbiamo smettere di sostenere l’Ucraina. Anche se i costi sono elevati, non solo per il supporto militare, ma anche per l’aumento dei prezzi dell’energia e dei generi alimentari»

 

Lo Stoltenbergo aveva altresì già incluso nei suoi discorsi anche la Cina.

 

«Anche la Cina apparirà per la prima volta sulla carta. Perché l’ascesa della Cina è una sfida ai nostri interessi, ai nostri valori e alla nostra sicurezza».

 

 

 

 

Continua a leggere

Geopolitica

Jeddah: il piano di sviluppo lascia oltre 500mila persone senza casa

Pubblicato

il

Da

Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di Asianews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Un rapporto di Amnesty International parla di demolizioni indiscriminate e insensibili. Colpiti almeno 558mila abitanti, agli stranieri negati anche i risarcimenti promessi dallo Stato. Dietro l’immagine di nazione «progressista e sfarzosa» emergono «storie orribili di abusi e violazioni». 

Le demolizioni indiscriminate e «insensibili» avviate dalle autorità saudite nel piano di sviluppo e rilancio della città portuale di Jeddah, che coinvolgono almeno 558mila abitanti, sono «discriminatorie» e violano le norme internazionali in tema di diritti umani.

 

A lanciare l’accusa in un rapporto pubblicato nei giorni scorsi è Amnesty International, secondo cui gli sgomberi forzati e gli abbattimenti per far posto a un nuovo progetto di urbanizzazione in chiave moderna hanno colpito duramente i lavoratori migranti stranieri.

 

Fra la fine del 2021 e l’inizio del 2022, i vertici amministrativi hanno cacciato centinaia di migliaia di persone dalle loro case. Dai documenti della municipalità di Jeddah emerge che agli espropri dovrebbero corrispondere una serie di risarcimenti, promessi a titolo compensativo; tuttavia, da questa norma sono esclusi gli stranieri e gli immigrati che costituiscono, in realtà, il 47% del totale di quanti sono costretti a cercare una nuova sistemazione.

 

Diana Semaan, vice-direttrice ad interim di Amnesty International per il Medio oriente e il Nord Africa, sottolinea che «dietro l’immagine progressista e sfarzosa che l’Arabia Saudita sta cercando di presentare al mondo, ci sono storie orribili di abusi e violazioni».

 

«Non solo – prosegue l’attivista – hanno cacciato i residenti dalle loro case, senza alcuna sensibilità e dando loro il tempo di andarsene o risarcimenti adeguati per trovare un’alternativa, ma hanno anche discriminato centinaia di migliaia di cittadini stranieri escludendoli dal regime di compensazione».

 

Alcuni abitanti di Jeddah interpellati da Middle East Eye nel gennaio scorso hanno detto di essere stati colti «di sorpresa» dalle demolizioni e di aver avuto «pochissimo tempo» per trovare un’altra sistemazione o di salutare i vicini, con i quali hanno convissuto per generazioni. Alcuni sono stati costretti ad abbandonare i mobili all’aperto, trovando rifugio sotto i ponti. Una ricerca del gruppo attivista ALQST pubblicata ad aprile conferma che le demolizioni sono state mal gestite, con oltre il 71% degli intervistati che ha rivelato di non aver ricevuto alcuna forma di sostegno.

 

Jeddah è la seconda città per numero di abitanti del regno wahhabita e ospita fino a 4,5 milioni di persone. È un importante centro economico e la porta d’accesso alla Mecca per milioni di fedeli musulmani, ogni anno, sulla strada dell’Hajj (il pellegrinaggio maggiore). I quartieri sinora oggetto di demolizione si trovano a sud, in un’area vista da molti come il cuore e l’anima stessa della città che affaccia sul mar Rosso.

 

Il settore meridionale è stato a lungo relegato ai margini dei grandi progetti di sviluppo, mentre tutti i piani e gli investimenti si concentravano a nord. Tuttavia, la zona sud di Jeddah presenta delle peculiarità che la rendono unica, per il suo essere vivace a livello sociale e multietnica, per il flusso migratorio che da decenni ha determinato una profonda commistione urbana.

 

Tuttavia, il rapporto di Amnesty mostra come la narrativa di Stato saudita abbia a più riprese stigmatizzato questa caratteristica unica, attaccando gli abitanti dell’area e collegandoli a «malattie, crimini efferati, traffico di stupefacenti e furti».

 

Il piano di sviluppo che ha determinato la cacciata di oltre mezzo milione di persone da Jeddah è parte del programma riformista a livello economico, sociale e culturale chiamato «Vision 2030» e voluto in prima persona dal principe ereditario Mohammad bin Salman (MbS). Un progetto ad ampio respiro che tocca diversi settori della vita del Paese, ma che rischia di relegare ai margini le fasce più povere e deboli come emerge dalla vicenda del «martire di Neom», un eroe della lotta anti-esproprio ucciso dalle forze di sicurezza.

 

 

Invitiamo i lettori di Renovatio 21 a sostenere con una donazione AsiaNews e le sue campagne.

 

 

 

Renovatio 21 offre questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

Continua a leggere

Bizzarria

Deep fake di guerra: sindaci europei a colloquio con un’ingannevole copia digitale del sindaco di Kiev

Pubblicato

il

Da

I sindaci di tre capitali europee – Berlino, Madrid e Vienna – si sono trovati impegnati in videochiamate con un impostore che affermava di essere la loro controparte di Kiev, Vitaly Klitschko.

 

Il sindaco di Berlino, Franziska Giffey, ha concluso la conversazione dopo che una volta colpita dal sospetto che la persona con cui stava parlando non fosse effettivamente Klitschko. La Giffey aveva ragione, come successivamente confermato dall’ambasciatore ucraino Andrej Melnyk.

 

La polizia teutonica starebbe indagando sull’incidente che, secondo l’ufficio del singolo, è apparentemente un video deepfake.

 

I deepfake utilizzano l’intelligenza artificiale per creare volti ultrarealistici animati. È possibile realizzare deepfake di politici, attori, persone di ogni tipo, e quindi simulare con estremo realismo azioni e discorsi che essi mai hanno fatto.

 

La conversazione del sindaco José Luis Martínez-Almeida con il falso Klitschko ha seguito uno scenario simile: il primo cittadino della capitale spagnuola avrebbe interrotto la telefonata sospetta.

 

Il sindaco di Vienna, Michael Ludwig, sarebbe stato l’unico a completare la conversazione. Mercoledì ha annunciato su Twitter di aver parlato con Klitschko. Il post è stato rimosso sabato.

 

Più tardi sarebbe emersa una dichiarazione in cui si affermava che il sindaco Ludwig era diventato vittima di un “grave caso di criminalità informatica” e sottolineava di non essere l’unica vittima.

 

«Non c’erano prove che la conversazione non fosse condotta con una persona reale» ha affermato l’ufficio del sindaco della capitale austriaca. Anche qui, la questione è oggetto di indagine da parte delle autorità cittadine.

 

Vitaly Klitschko, un grande pugile professionista prima di diventare un politico, ha risposto alla notizia del suo falso «gemello», dicendo che “il nemico non si sta calmando e sta muovendo guerra su tutti i fronti” per screditare i politici ucraini. Anche lui ha invitato le forze dell’ordine a indagare sugli incidenti.

 

«A proposito, la guerra ibrida, la disinformazione che viene dalla Russia è uno degli argomenti della tavola rotonda a cui io e mio fratello parteciperemo al vertice della NATO a Madrid la prossima settimana», ha affermato Klitschko, il cui fratello Vladimir è pure un ex campione del mondo della boxe.

 

Cosa ci faccia anche il fratellino Klitschko al vertice NATO non è dato sapere, tuttavia, a questo punto, c’è da augurare alla famiglia di non divenire vittime a loro di deepfake: credono di parlare don Draghi e Stoltenberg, e invece…

 

 

 

 

Continua a leggere

Più popolari