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Bioetica

«Sarà come vaccinarli»: il CRISPR-Cas9 e l’ingegneria genetica dei figli

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Il sistema CRISPR-CAS 9 è una tecnica medica moderna contesa fra la Cina e l’America, quest’ultima avendo però ottenuto l’avvallo scientifico dell’esperimento. Trattasi di un bisturi universale che opera sulla genetica secondo il metodo del “taglia e cuci” effettuata sul DNA di embrioni umani, per ora a vantaggio di una malattia genetica ereditaria del cuore: la cardiomiopatia ipertrofica, causa di morte improvvisa per i giovani atleti sportivi. Può certamente essere usato anche su cellule non umane – ed è di fatto questo lo studio iniziale che i ricercatori francesi, Jennifer Doudna e Emmanuelle Charpentier, fecero reingegnerizzando la proteina CAS 9 (CRISPR associated protein) studiando i batteri presenti nello yogurt e calcolando un modo per rendere questi batteri più resistenti al virus, incontrando un sistema che può essere ideale per riscrivere il DNA – ora non più solo delle piante, dei cibi e degli animali, ma anche degli essere umani.

 

L’ufficialità definitiva rispetto a questa nuova tecnica è comunicata dalla prestigiosa rivista inglese “Nature“, raccontando come l’esperimento “taglia e cuci” prodotto su di un embrione affetto, per ereditarietà, dalla suddetta patologia al cuore, è stato condotto dalla Oregon Healt and Science University e dal Salk Institute for Biological Sciences, con la collaborazione di ricercatori e scienziati cinesi e sud coreani. La tecnica utilizzata ha consentito di sostituire il gene malato con quello sano in tutte le cellule embrionali: come si può facilmente intuire, l’obiettivo apparente parrebbe esser quello di eliminare geni difettosi ( gene= frammento di DNA).

Il CRISPR corrisponde invece ad un frammento di RNA che fa da guida: ha il compito di essere complementare al pezzo di DNA che si vuole colpire. Nella sua completezza, come dicevamo poc’anzi, porta il nome di CRISPR-CAS 9, quest’ultimo essendo l’enzima capace di tagliare il DNA. Tagliandolo e quindi rompendolo si provoca l’inattivazione del gene, ma volendo curare malattie genetiche questa abilità di “taglio e cucito” genetico permette di introdurre nuove sequenze.

“La bocca dell’inferno bioetico è stata spalancata da un pezzo e il fondo attira a sé con sempre maggior forza, come una valanga che più scende e più prende velocità aumentando anche di dimensioni”

 

 

L’esperimento adottato sul caso di cardiomiopatia ipertrofica ha bloccato la trasmissione del gene malato su di un embrione nato da ovuli sani e da spermatozoi portatori della mutazione , ed è provato che coloro i quali portano questo gene hanno il 50% di probabilità di trasmetterlo alla propria prole. In questo specifico caso non solo il gene viene disattivato, ma ancor più è stato sostituito con quello sano in tutte le cellule embrionali.

Semplice captare questo nuovo moto dell’ingegneria genetica, pronto ad essere il propulsore per un processo di artificializzazione dell’essere umano, modificandone i tessuti genetici e sperimentando nuove abilità di composizione e competizione genetica a piacimento, secondo il proprio uso e costume.

Il “gene editing” corregge l’alterazione genetica in embrioni umani prima dell’impianto, nelle primissime fasi dello sviluppo ovvero appena dopo che lo spermatozoo ha incontrato l’ovulo. Tutto questo viene fatto su cellule umane coltivate in vitro: ecco il vero “salto di qualità” diabolica. Seppur l’esperimento assuma un carattere quasi preliminare, esso apre a possibilità di vario genere pur nascondendosi sotto l’aurea ambigua della scoperta scientifica che curerà qualsiasi malattia con un semplice “cut and sew“.

Giocare al pericoloso gioco del gene editing comporta però un rischio terribilmente imponente:  il gene nuovo e sano sarò passato a tutte le generazioni successive. La follia del “diritto ad avere un figlio” porta oggi tante coppie a ricorrere a quegli artifizi demoniaci che tanto sanno di “miracoli al contrario”, concessi a persone capaci di tutto e disposte a tutto pur di ottenere non ciò che il Buon Dio e la natura donano, quanto piuttosto ciò che un cinico ed infantile egoismo pretende. E allora al via le inseminazioni artificiali, quella pratica di morte che è la fecondazione in vitro (qui superata) e, dulcis in fundo, l’utero in affitto da una sconosciuta.

“la riproduzione della specie verrà rimpiazzata dalla riproduzione artificiale, (…) e “la tirannia della famiglia biologica sarà finalmente spezzata”

— Shulemith Firestone

Anche per il CRISPR-CAS 9 nessuno porrà il limite, e anzi l’esperimento di cui abbiamo parlato funge solo da cavallo di Troia; la “malattia” sarà interpretata secondo criteri soggettivi: si potrà così curare l’obesità ereditaria, il capello castano del papà, la mandibola lunga della mamma e via di scorrendo. D’altronde soleva scriverlo già la vera e grande ideologa del gender Shulemith Firestone anni orsono, “la riproduzione della specie verrà rimpiazzata dalla riproduzione artificiale, (…) e “la tirannia della famiglia biologica sarà finalmente spezzata”.

 

Si potranno dunque creare esseri su misura secondo un principio di nuova  eugenetica. Anche i comportamenti a base ereditaria sarà possibile modificarli geneticamente, con il papà drogato che potrà continuare a drogarsi oltremodo durante la fase prima e dopo il concepimento, sicuro di poter poi vedere estirpata al figlio questa predisposizione voluta. Potremo altresì avere figli più muscolosi ed atletici – sui topi si attuano già modifiche genetiche per migliorare le prestazioni dei muscoli – in grado di renderci orgogliosi della nostra prole OGM.

 

“Se dovessi fare una previsione direi che i miei nipoti verranno da embrioni selezionati e modificati geneticamente, e per l’umanità non cambierà niente. Sarà come vaccinarsi”

— Dan MacArthur

Tutte queste probabili mostruosità insite nella rivoluzione del nostro tempo – la rivoluzione genetica, questa sì, l’ultima e vera rivoluzione – avverranno come se nulla fosse. A rendercelo noto è il professore di genetica a Harvard, Dottor Dan MacArthur, il quale così parlava poco tempo fa’: “Se dovessi fare una previsione direi che i miei nipoti verranno da embrioni selezionati e modificati geneticamente, e per l’umanità non cambierà niente. Sarà come vaccinarsi”. La correlazione e il paragone fra mutazioni genetiche silenziose e vaccinazioni di massa provocano un turbolente brivido lungo la schiena: non bastano più i morti dell’aborto, per il ritorno alla renovatio del sacrificio umano i necrocultori moderni hanno bisogno di altri mezzi. Mezzi silenziosi, che compiono il loro mestiere in modo sopraffino, preciso e veloce, al passo con la nuova eugenetica. D’altronde la fecondazione in vitro è già eugenetica – si sceglie l’embrione migliore fra tutti e si ammazzano gli altri -, il CRISPR aggiunge solo un’inequiparabile precisione e funzionalità. Occorre tener bene alla mente che oggi giorno, anno 2017, il numero di aborti è molto inferiore rispetto a quello di embrioni ammazzati dalla legge 40 – quella tanto bramata e voluta dalla Donna CEI, Sig.ra Eugenia Rocella.

 

La bocca dell’inferno bioetico è stata spalancata da un pezzo e il fondo attira a sé con sempre maggior forza, come una valanga che più scende e più prende velocità aumentando anche di dimensioni. Si pensi a ciò che potremmo definire il “dopo Charlie Gard”, con la proposta indecente che già fu presentata ai coniugi Gard poco tempo dopo l’assassinio del figlioletto:  la “Three Parents IVF” silenziata dal mondo della bioingegneria tecnica, ovvero il programma per la fecondazione in vitro a tre genitori. La madre Connie, essendo portatrice sana della sindrome di deplezione mitocondriale, veniva già circuita dai maghetti e le maghette della “procreazione assistita”. In provetta, sono pronti a creare il bambino a tre genitori e il caso di Charlie voleva essere il trampolino di lancio. Come? Facendo fecondare uno spermatozoo con un ovulo che ha il nucleo della “madre” e i mitocondri di un’altra “madre”. Geneticamente parlando il bambino potrà essere figlio non di uno, non di due, ma bensì di 3 genitori. Il prof. John Zhang, medico cino-americano, ha creato un soggetto con questa tecnica, in Messico.

 

Il concepito non dovrà più esistere, e l’essere umano dovrà essere prodotto. Questo è il fine del CRISPR-CAS 9! produrre umani, selezionarli, perfezionarli, renderli insomma come si vuole.

 

La guerra è assoluta e mira a distruggere l’immagine del concepito, quella immagine in che in fondo altro non può essere se non il riflesso di Dio e del Suo Prediletto Figliolo.

 

Nel nome di Cristo e nel nome della Vita siamo chiamati a combattere questa battaglia, e non ci sarà concesso fermarci fino a quando non saremo certi di aver fatto tutto ciò che potevamo fare.
Cristiano Lugli

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Bioetica

La bambina risucchiata dal bocchettone della piscina e la morte cerebrale

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Ci risiamo. Un’altra bambina, un’altra piscina e un’altra corsa disperata verso un reparto di terapia intensiva. E infine un altro titolo che, puntualmente, troviamo identico su tutti i giornali: «È morta la bambina risucchiata dal bocchettone della piscina».

 

Il lettore scorre una notizia di questo tipo e crede di aver capito tutto. Immagina una vittima che, dopo l’incidente, «non ce l’ha fatta». È la conclusione naturale della tragedia. Fine della storia.

 

E invece no. La prassi in questi casi è molto più complessa e nessun mezzo di informazione avverte la necessità di raccontarla.

 

Il paziente di questo tipo, infatti, non arriva in ospedale da cadavere: il cuore batte, il sangue circola e il suo organismo viene sostenuto dai medici che riescono a stabilizzarlo. Le condizioni sono molto critiche, ma si tratta tecnicamente di un paziente ricoverato in terapia intensiva, non un corpo senza vita consegnato all’obitorio.

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A un certo punto, però, al percorso terapeutico se ne affianca un altro: quello dell’accertamento della cosiddetta morte con criteri neurologici convenzionali. Dopo il periodo di osservazione previsto dalla legge, una commissione medica dichiara la morte dell paziente. Solo da quel momento diventa giuridicamente possibile procedere al prelievo degli organi, al quale i parenti, travolti dal dolore, acconsentono.

 

Tutto questo, però, nel racconto mediatico scompare; la notizia viene compressa in una formula tanto semplice quanto ingannevole: morti per l’incidente. Ma è davvero questo che è accaduto? Perché esiste una differenza enorme tra dire che una persona è morta in conseguenza di un annegamento o un incidente d’auto e dire che, dopo pochissimi giorni di terapia intensiva, una commissione medica ne ha accertato la morte secondo i criteri neurologici previsti dall’ordinamento italiano.

 

Non è un sofisma, è la differenza tra un evento naturale e un atto medico. Eppure, questa differenza viene sistematicamente cancellata dal linguaggio dell’informazione.

 

Si tratta di uno schema che si ripete con impressionante regolarità. Ogni volta che un bambino o un giovane arriva in ospedale dopo un arresto cardiaco rianimato, soprattutto quando il danno cerebrale appare importante, il percorso clinico segue ormai una sequenza ben nota: si stabilizza il paziente, si valutano le sue condizioni neurologiche e, qualora ne ricorrano i presupposti, si avvia il protocollo per l’accertamento della morte encefalica. Se quest’ultima viene confermata dai risultati di determinati test diagnostici, si apre immediatamente la possibilità della donazione degli organi. 

 

Cos’è la morte cerebrale, quali sono i suoi presupposti scientifici, filosofici e antropologici? Chi decide quali siano le procedure volte a stabilire la morte di un paziente e sulla base di quali criteri? Esiste da parte della comunità scientifica un consenso unanime a riguardo? Ancora: perché affrettare le procedure di accertamento, invece di continuare a prendersi cura del paziente? La bambina, avrebbe potuto riprendersi se adeguatamente trattata?

 

A queste domande non si cerca mai di dare una risposta. Anzi, si lavora per occultarle, come se fossero dei dettagli irrilevanti, mentre invece rappresentano il cuore della questione. Si preferisce una narrazione rassicurante: la bambina è morta, i genitori hanno compiuto un gesto d’amore e la vita continua in altre persone bisognose di un trapianto. Chiuso il sipario.

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Tuttavia proprio questa banalizzazione della notizia dovrebbe insospettire, perché quando una questione bioetica di capitale importanza viene ridotta a poche formule ripetute identiche da tutti i mezzi di informazione, significa che il linguaggio ha già svolto il suo compito: non quello di descrivere la realtà, ma di interpretarla prima ancora che il lettore possa farsene un’idea.

 

Le parole non sono mai neutrali, il linguaggio è diventato il primo e più efficace strumento della necrocultura trapiantista: prima ancora dei protocolli, prima ancora delle leggi. Perché se si riesce a far coincidere, nell’immaginario collettivo, la dichiarazione di morte con la morte nel senso comune del termine, il problema è già risolto e nessuno sentirà più il bisogno di interrogarsi.

 

È forse proprio questa la trasformazione più inquietante: non si ridefinisce soltanto la morte, si ridefinisce l’uomo. E quando perfino le parole vengono accuratamente scelte per impedire che le persone comprendano ciò che realmente accade, allora il problema non riguarda più soltanto la bioetica. 

 

Riguarda la verità.

 

Alfredo De Matteo

 

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Bioetica

Si fa largo l’idea delle sanzioni penali per le donne che abortiscono

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Oltre 60 leader e personalità influenti del movimento pro-vita e conservatore auspicano l’introduzione di sanzioni penali per le donne che ricorrono all’aborto. Lo riporta LifeSite.   Il fenomeno mostra come la cosiddetta Finestra di Overton si stia muovendo in senso opposto a quanto visto nelle ultime decadi.   Guidata da Seth Gruber e dalla White Rose Resistance, la «Dichiarazione a sostegno della tutela dei diritti uguali» sostiene che la crescente diffusione dei farmaci abortivi chimici ha minato le leggi statali a tutela della vita. I firmatari, tra cui l’ex dipendente di Planned Parenthood convertita di attivista pro-life Abby Johnson, la nuotatrice attivista contro i trans nello sport femminile Riley Gaines, il commentatore di Turning Point USA Alex Clark e diversi pastori protestanti, sostengono che siano necessarie sanzioni penali per le donne che abortiscono al fine di fermare l’uccisione di bambini innocenti.   «La parità di trattamento richiede che chiunque tolga consapevolmente e volontariamente la vita a un bambino non ancora nato – compresi gli autori principali, i complici e i co-cospiratori – sia soggetto a responsabilità legale», dichiara la risoluzione. Allo stesso tempo, lascia spazio alla discrezionalità del pubblico ministero, affermando: «Le leggi giuste distinguono tra coloro che agiscono per ignoranza, paura o coercizione e coloro che agiscono con piena consapevolezza, volontà e intenzione».

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La dichiarazione formula fermamente due risoluzioni:   «Affermiamo il principio di pari protezione per i nascituri, riconoscendo che le stesse leggi che proteggono le persone nate dalla violenza e dalla distruzione, o leggi che forniscono un grado di protezione sostanzialmente equivalente, devono proteggere anche i bambini non ancora nati; e che i legislatori dovrebbero eliminare le immunità legali che consentono che l’uccisione intenzionale dei bambini non ancora nati continui, e promulgare leggi che garantiscano una protezione piena e uguale, ai sensi della legge, dalla violenza e dalla distruzione, fin dal momento del concepimento».   Tra gli altri firmatari di spicco figurano altri nomi dell’attivismo pro-vita Mark Lee Dickson, fondatore di Sanctuary Cities for the Unborn; Trevor e Christen Pollo di Protect Life Michigan; e Catherine Short, fondatrice della Life Legal Defense Foundation.   Personalità influenti del mondo conservatore, tra cui Allie Beth Stuckey, Eric Metaxas, Kaitlin Bennet e Maison Dechamps (il cosiddetto «Spiderman pro-life», che si arrampica sui grattacieli per riportare attenzione sulla tragedia dell’aborto), hanno anch’esse appoggiato la dichiarazione.   Le richieste di penalizzare le donne che ricorrono all’aborto si inseriscono nel contesto di un nuovo rapporto della Society for Family Planning, secondo il quale nel 2025 si sono verificati circa 1,13 milioni di aborti. Di questi, circa 180.000 sarebbero stati praticati illegalmente in Stati con leggi anti-aborto, stando all’analisi della stessa organizzazione.   La dichiarazione ha suscitato l’interesse del New York Times, che l’ha contrapposta alla posizione prevalente tra i sostenitori del movimento pro-vita, secondo cui le donne non dovrebbero essere perseguite per aver abortito.   Il giornale neoeboraceno riportava che «un numero crescente di leader conservatori sta iniziando a sostenere che l’unico modo per impedire alle donne di interrompere la gravidanza potrebbe essere quello di arrestarle».

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Il quotidiano di Nuova York ha fatto notare che l’idea ha suscitato critiche da parte di alcuni direttori di centri per la gravidanza, i quali sostengono che le donne sarebbero meno propense a rivolgersi a loro per chiedere aiuto, per timore di essere perseguite penalmente. Anche i gestori delle cliniche che praticano l’aborto, ovviamente, si oppongono alle sanzioni, scrive il NYT.   Nel frattempo, due organizzazioni nazionali pro-vita mantengono la loro posizione contraria alle sanzioni. «Non sosteniamo alcuna legge che preveda sanzioni penali per le donne e le renda passibili della pena di morte», ha dichiarato al Times Kelsey Pritchard, direttrice della comunicazione di Susan B. Anthony Pro-Life America. «Nessuna legge statale pro-vita prevede questo e la situazione non cambierà, dato che nessuna di queste proposte di legge è mai stata approvata da un’assemblea legislativa statale».   «Il mio messaggio è “non ora”, ma non sto dicendo ‘mai’», ha dichiarato al NYT Kristan Hawkins, presidente di Students for Life of America.   Tuttavia, altri sono entusiasti dell’idea. «Sono incredibilmente orgoglioso di essere menzionato in questo articolo del NYT», ha scritto Alex Clark su X in risposta all’articolo. «Avanti tutta sulla criminalizzazione dell’aborto».   L’idea di sanzioni penali nei confronti delle donne che abortiscono costituiva, anche nel mondo pro-life, una pura bestemmia sino a pochi anni fa. Poi arrivò Donald Trump, che da candidato presidente, nel 2016, si lasciò sfuggire l’opzione. Alla domanda riguardante l’eventuale galera per le donne che abortiscono, The Donald rispose che alcuni nel Partito Repubblicano lo pensavano.  

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«Ci deve essere una qualche forma di punizione per le donne che abortiscono» aveva dichiarato in uno scambio di battute televisivo sul canale MSNBC. Gli stessi pro-life americani rimasero in larga parte scioccati, e molti – si era ancora nel periodo in cui si pensava impossibile una vittoria di Trump nella corsa alla Casa Bianca – non persero l’occasioni di attaccare il presidente che aveva mostrato di essere più pro-vita dei pro-vita.   In breve, il candidato presidente aveva dimostrato apertura alla faccenda. Secondo le dinamiche ideo-politiche descritte dal compianto sociologo statunitense Joseph P. Overton (1960-2003), si trattava del fondamentale passaggio dalla categoria dell’«impensabile» a quella del «radicale». La nuova spinta pare portare la criminalizzazione dell’aborto dal «radicale» all’«accettabile».   In pratica Trump aveva dimostrato, e con una certa disinvoltura, la possibilità di aprire la Finestra di Overton in senso contrario: a passare da essere impensabili ad essere leggi dello Stato non sono solo leggi contrarie alla vita (e quindi considerate nella società della Necrocultura come «progressiste»). Ogni sentimento politico, in realtà, può seguire il percorso verso la piena espressione sociale e legale.   È stata la Corte Suprema popolati di giudici scelti da Trump ad abbattere, nel 2022, la sentenza Roe v. Wade, che garantiva il feticidio come «diritto federale» da applicarsi in tutti gli Stati.   Non si capisce quindi come ciò si spieghi con le ultime dichiarazioni di Tucker Carlson, che in un podcast ha sostenuto come in privato Trump sia molto disturbato dai cristiani e dalla loro opposizione all’aborto.   Come riportato da Renovatio 21, la moglie Melania Trump durante la campagna elettorale si era dichiarata convintamente abortista, e qualcuno speculò sul fatto che dietro vi fosse una manovra per attrarre le elettrici deluse dai democratici.  

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Immagine di Franciscans of the Immaculate via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
 
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Bioetica

Primo caso di eutanasia sotto i 12 anni, ecco la profonda trasformaziona antropologica della morte cerebrale

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La notizia proveniente dai Paesi Bassi secondo cui, per la prima volta, è stata praticata l’eutanasia su un bambino di età inferiore ai dodici anni, rappresenta molto più di un fatto di cronaca. Essa costituisce un passaggio simbolico di straordinaria importanza, in quanto mostra fino a che punto sia giunta una determinata concezione dell’essere umano.

 

Come sempre accade in questi casi, l’attenzione dell’opinione pubblica viene focalizzata sul singolo dramma: la malattia, la sofferenza, l’assenza di prospettive terapeutiche. Tuttavia, la questione vera che rimane sullo sfondo è un’altra: quali sono i presupposti antropologici che rendono oggi non solo possibile ma anche solo pensabile la soppressione medicalmente assistita di un minore?

 

Nei Paesi Bassi l’eutanasia viene praticata sui bambini gravemente malati la cui morte appare imminente e le autorità, all’indomani dell’introduzione della legge, hanno tenuto a precisare che i casi di minori coinvolti nella cosiddetta morte compassionevole sarebbero stati pochissimi, forse cinque o dieci all’anno. Ma la storia degli ultimi decenni insegna che i numeri iniziali dei morti ammazzati non sono indicativi né tantomeno definitivi: ciò che conta infatti è il principio che viene introdotto, la cui coerente applicazione conduce inevitabilmente a una spirale di morte non controllabile. 

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Nel caso olandese, la vita del bambino può essere «interrotta» quando sussistano sofferenze ritenute insopportabili e senza prospettive di miglioramento. Il criterio decisivo non è dunque l’appartenenza alla specie umana, né la semplice esistenza biologica, ma una valutazione circa la qualità dell’esistenza. In altri termini, il valore della vita viene associato alla presenza o meno di determinate condizioni funzionali. E questa logica non nasce oggi.

 

Quando si ripercorrono le vicende come quelle di Charlie Gard o Alfie Evans emerge una dinamica analoga: anche in quei casi il conflitto non riguardava semplicemente le cure, ma il valore che si attribuisce all’essere umano. I genitori ritenevano che la vita del figlio avesse un valore intrinseco nonostante le menomazioni fisiche e/o intellettive; le istituzioni sanitarie e giudiziarie ritenevano invece che la prosecuzione delle cure non fosse più nel migliore interesse del minore, sulla base di criteri valutativi calati dall’alto e stabiliti a tavolino.

 

La medesima domanda si ripresenta oggi: chi stabilisce quando una vita abbia ancora un valore sufficiente per essere vissuta?

 

La bioetica contemporanea tende sempre più a identificare la persona con alcune funzioni: coscienza, autonomia, capacità relazionali, qualità della vita, possibilità di provare esperienze significative. Quando tali funzioni risultano gravemente compromesse, la persona rischia di trasformarsi da soggetto di diritti a oggetto di valutazione.

 

In questo senso, il criterio della morte cerebrale ha inaugurato una nuova antropologia, introducendo il concetto, indimostrato e indimostrabile, che la perdita di determinate funzioni cognitive coincida con la morte della persona. L’organismo biologicamente vivente viene reinterpretato alla luce di un criterio funzionale: il cervello diventa il luogo dell’identità.

 

Almeno all’apparenza, l’eutanasia dei bambini non c’entra nulla con la morte cerebrale. Eppure, ad uno sguardo attento non può sfuggire il fatto che tali omicidi di stato sembrano condivire con il criterio encefalico il medesimo orizzonte antropologico, in cui il valore della vita dipende sempre meno dall’essere e sempre più dal funzionare.

 

Particolarmente inquietante appare inoltre il meccanismo giuridico previsto nei Paesi Bassi, dove prima l’eutanasia viene praticata e soltanto successivamente le autorità competenti verificano se il medico abbia rispettato le «linee guida» e abbia agito con la necessaria diligenza professionale. Il controllo giuridico non precede l’atto: lo segue. Il giudizio arriva dopo che la sentenza di morte è già stata emessa.

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Nella tradizione medica e giuridica occidentale, quando è in gioco un bene indisponibile come la vita umana, il dubbio favorisce sempre la conservazione del bene stesso. Nel modello olandese, invece, la logica viene rovesciata e l’atto irreversibile precede la valutazione.

 

Evidentemente, quando il valore della vita viene associato alle funzioni, all’autonomia o alla qualità dell’esistenza, i soggetti più fragili diventano i più esposti: il malato terminale, il disabile grave, il paziente in stato vegetativo, il bambino gravemente malato.

 

Per tale motivo, il primo caso olandese di eutanasia su un bambino sotto i dodici anni non rappresenta una semplice eccezione, ma costituisce l’ennesimo segnale di una trasformazione antropologica profonda, in cui la medicina non si limita più a curare o accompagnare la vita, ma assume sempre più il potere di stabilire quando una vita possa ancora essere considerata degna di essere vissuta. 

 

Alfredo De Matteo

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Immagine di Franciscans of the Immaculate via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic

 

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