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Bioetica

Benvenuti nel Kali Yuga bioetico

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In sanscrito è chiamato Kali Yuga. L’era quaternaria, il tempo della massima decomposizione della società. Per millenni gli indù hanno associato a questa era finale il vertice del progresso tecnico, corrispondente però al totale degrado spirituale. In essa, è conosciuto solo il mendacio; le vite umane vengono falciate via. Il suo segno è quello della disintegrazione, della morte massiva.

 

Ebbene, in questa Italia dell’anno del Signore 2014 siamo entrati ufficialmente nel Kali Yuga bioetico. Un tempo di massacro e di falsità. E non per metafora: si faranno milioni di morti, mentre le menzogne necessarie a coprire l’ecatombe corrono già sulla bocca degli uomini (e delle donne) senza più pietà né onore. Senza Dio.

 

 

Oltre la catastrofe della legge 40

Com’era previsto e prevedibile, la Corte Costituzionale, alacre «legislatore di sostegno», ha reso legale anche in Italia la fecondazione in vitro eterologa. Il piano di liberalizzazione progressiva della fabbricazione di esseri umani in laboratorio, inaugurato nel 2004 dal mondo prolife ufficiale con la legge 40, si sta compiutamente realizzando sotto i nostri occhi. La legge 40 fu pensata, approvata e difesa dal potere para-cattolico post-democristiano: per questa legge, frutto malsano di contrattazioni sulla vita e per ciò stesso intrinsecamente iniqua (e ne è prova lampante l’originario limite convenzionale di tre embrioni producibili in provetta, spia inequivoca della fallacia e della falsità dell’impianto iniziale), si spesero movimenti, partiti e associazioni della galassia catto-prolife più o meno legati alle sostanze della CEI ruiniana, la quale pose alfine il suo infallibile imprimatur.

 

Uno ad uno, i «paletti» che avrebbero dovuto arginare il famoso «Far West procreatico», nel lungimirante programma di prevenzione del peggio vengono abbattuti a colpi di sentenza e, nel dissesto del sistema normativo ordinario e costituzionale, si infilano ora le trionfali fughe in avanti dei «governatori» regionali. Tana libera tutti.

 

In questo teatrino del Caos, i sedicenti prolife mettono in scena un copione concordato. La soluzione, ci dicono, è quella d’inventarne di nuovi, di paletti, aggiornati all’assetto giuridico sopravvenuto. Gli «impalettatori» di professione, magari forti di mandato democratico, sembrano avere una gran fretta di arrendersi docili docili ai diktat dei magistrati legislatori.

 

 

Intervistata dal sito ciellino Il Sussidiario, l’ex radicale Eugenia Roccella, ora piazzata curiosamente a capofila dei deputati episcopali (nonostante i suoi manuali sull’aborto fai-da-te e i recenti assist transregionali alla RU486), sul provvedimento annunciato dal ministro Lorenzin, è stata tranchant: «innanzitutto chiariamo che il decreto è obbligato a recepire la sentenza della Consulta».

 

La voce della legge, dunque, va incontestabilmente rispettata: dura lex, sed lex. La pax bioetica – con i «laici», con i radicali, con le «coppie» che vogliono il figlio di qualcun altro fatto su misura, con gli apprendisti stregoni che si spacciano per medici – deve scoppiare al più presto, costi quel che costi.

 

Il commercio con la “necrocultura” pare insomma l’unico orizzonte politico-religioso percorribile.

 

Il tarlo vorace del positivismo ha corroso ogni resistenza e determinato la ritirata da ogni battaglia sui princìpi. Ed eccoci tutti lanciati all’inseguimento del sempre maggiore «male minore» lungo l’irreversibile pendio scivoloso dove la strada del Bene non è più segnalata da nessuno, nemmeno da un Papa. Eppure, c’erano una volta i princìpi non negoziabili…

 

Nella realtà, la famigerata legge 40/2004, considerata pervicacemente a tutt’oggi il «capolavoro» dei catto-prolife (c’è chi la definisce «la Cappella Sistina di Carlo Casini»), ha iniziato e consacrato la perversa spirale di reificazione e mercificazione di esseri umani innocenti, fatta digerire al popolo (incluso quello «cattolico») come cosa lecita e quindi automaticamente buona e giusta.

 

Reificazione, mercificazione, nonché – alla lettera – sterminio.

 

Perché il costo umano dell’applicazione della 40 già nella sua versione originaria era di circa 130-140 mila embrioni scartati e distrutti in un anno. Vale a dire, il raddoppiamento secco dei numeri dell’aborto di Stato procurato in applicazione della legge 194.

 

Nella realtà, il presunto iato tra la fecondazione in vitro omologa e quella eterologa dal punto di vista logico non esiste: entrambe applicazioni prometeiche di una pratica tributata dalla zootecnia che disincarna la procreazione umana e spalanca le porte al «supermarket della vita». Una volta che i bambini sono non più generati ma prodotti, non più accolti ma ordinati, non c’è modo né ragione di scandalizzarsi se sono anche sottoposti a controllo di qualità, selezionati, congelati, scartati, scambiati, assemblati, all’occorrenza soppressi (in applicazione della parimenti genocida legge 194) o smembrati per ricerche mediche pubblicizzate da beoti che si tirano secchiate d’acqua in testa.

 

L’adulto onnipotente, titolare dello ius vitae ac necis, si sente legittimato a privare le sue creature di radici, di memoria, di identità e a scagliarle nell’orbita di un futuro sperimentale. Perché esse sono cose, non persone, agli occhi dei loro proprietari così come dell’agorà circostante. E infatti, nessuno si cura più dei costi della FIVET. E non si parla qui del prezzo in denaro da pagare ai bio-negromanti in cambio di un ipotetico «bimbo in braccio» (cioè il capriccio, che grava ora sulle tasche del contribuente, di un piccolo essere umano «chiavi in mano»), ma del prezzo esorbitante in termini di vite umane addebitato a una società già in avanzato stato di decomposizione.

 

Su dieci embrioni prodotti uno solo vede la luce, gli altri sono destinati a morire come effetto collaterale del procedimento. Una micromorte massiva di magnitudine devastante.

 

Ma una morte incruenta, non inflitta sul corpo di una madre; dunque, una uccisione non percepita perché pulita, asettica, visibile solo al microscopio. Il delitto perfetto. Un’evoluta strage degli innocenti senza spargimento di sangue.

 

Per questo, ignorata impunemente da tutti. Dai giudici. Dalle «coppie». Dagli «intellettuali». Dai politici. Da chierici e laici di vario ordine e grado.

 

 

La fantascienza fatta realtà: eugenismo ed incesti di massa

Ed eccoci all’improvviso planati in uno scenario da fantascienza distopica, che si sta ora realizzando a grandi passi senza che il mondo politico, intellettuale, ecclesiastico pongano la pur minima resistenza.

 

Qualcuno ricorderà, oramai di qualche anno fa, il film Gattaca. La pellicola descriveva un mondo a venire con due categorie di esseri umani: quelli naturali e quelli creati in laboratorio. I secondi sottoposti a un serrato controllo di qualità coessenziale al loro sistema di produzione, i primi soggetti alla imprevedibile e talvolta impietosa lotteria della natura, che – si sa – contempla nel suo seno anche le imperfezioni. Per forza di cose, questi ultimi, erano destinati ad essere emarginati e a soccombere.

 

Fuori dal cinema, guardiamo la realtà odierna: già adesso i genitori refrattari a sottoporsi a diagnosi prenatali invasive oramai di routine sono tacciati di egoismo, di irresponsabilità; diviene pubblicamente intollerabile, e da colpevolizzare, l’idea stessa di far nascere una creatura destinata a una scarsa «qualità della vita»; lo stigma per chi si assoggetta alla roulette russa biologica sarà invincibile, e ciò varrà tanto per i genitori quanto per i figli. In futuro il concepimento attraverso l’atto di amore tra un padre e una madre verrà identificato esso stesso come un rischio assurdo: potendo selezionare il figlio perfetto, perché rifiutare i vantaggi del progresso?

 

È facilmente immaginabile la «peer pressure» destinata a svilupparsi attorno al fenomeno dei bambini sintetici. Come non fare un bambino in vitro se lo fanno tutti gli amici? Come resistere alla pretesa del partner di generare i figli in laboratorio, anche se ciò significa uccidere qualche manciata di embrioni fratelli? Come respingere quell’esprit du temps irradiato da ogni medium e modello sociale, per cui il figlio naturale è tendenzialmente lebensumwertens leben («vita indegna di essere vissuta»), secondo il lessico dei precursori nazisti dell’odierna necrocultura?

 

Ancora in tema di filmografia fantascientifica, si rammenterà, una diecina di anni fa, la pellicola intitolata Codice 46. Nel futuro prossimo ivi rappresentato, la fecondazione in vitro e il traffico di gameti sono così globalmente diffusi che le autorità si vedono costrette ad adottare misure contro le probabilità di «incesto involontario da IVF»: due persone che condividono lo stesso DNA perché figlie di un medesimo donatore possono infatti incontrarsi, amarsi e procreare. Nel film, lo Stato impone in questi frangenti l’aborto legale immediato e la cancellazione della memoria.

 

Anche questa ipotesi non è più astratta, tanto che i neodemocristiani accorrono a puntellarla con il ridicolo paletto dell’etichettatura delle provette onanistico-donatorie, anzi è già realtà: in Inghilterra – ci informaLifesitenews – esiste una top 500 di donatori con almeno 6000 figli sparsi randomicamente per il regno. L’onorevole Roccella, nella sua lettera in dieci punti ai colleghi parlamentari che funge sostanzialmente da rampa di lancio delle piroette circensi del ministro Lorenzin, lo definisce un problema da «discutere». C’est-à-dire: sono aperte ufficialmente le trattative.

 

Avremo dunque miriadi di casi di incesto da IVF, con gravidanze annesse. Nel giro di tre o quattro lustri, tra figli della stessa provetta potrà scattare la scintilla: «ci conosciamo? Hai qualcosa di famigliare…». Si sa, per questa generazione perduta il miglior modo di rompere il ghiaccio è finire a letto insieme. E alla scoperta della traumatica verità, facile immaginare il pubblico epilogo. I giornali titoleranno: «siamo fratelli, ma non ne abbiamo colpa. Ci amiamo». E tutti già sappiamo cosa si deve pensare oggi: «love is love». Punto.

 

Quindi anche l’incesto, retaggio arcaico indissolubilmente legato all’idea stessa di famiglia, percorrerà la via della «normalizzazione». Edipo non dovrà più accecarsi. La hybris antica torna e, armata degli strumenti fiammanti della tecnologia più avanzata, non lascia più nemmeno cogliere al nuovo prometeo l’entità della propria trasgressione.

 

Questa prospettiva raccapricciante è alla nostra portata nel giro di poco tempo, e con evidenza – come ci conferma la strisciante cultura popolare che ha inaugurato a suon di film e di serie televisive il filone del sesso tra consanguinei – i poteri forti sono all’opera per far digerire omeopaticamente anche questo abominio estremo e contribuire a inserirlo, dolcemente, nel quotidiano.

 

Eliminare il tabù dell’incesto significa una volta per tutte disintegrare la base antropologica profonda della famiglia e della società intera: l’istituto famigliare, base naturale prepolitica e pregiuridica del consesso umano, perde d’un tratto struttura identità e senso. Il paradigm shift della sua dissoluzione finale è stato innescato.

 

Alla luce di tutto questo, rimane un mistero anche come la Chiesa – ora così drammaticamente afasica – potrà ancora parlare di un Dio che è Padre, del Figlio di Dio, di Sua Madre, del fratello prossimo tuo, ad un mondo così sovvertito sin dalle sue radici.

 

 

Ecatombe

L’eugenismo e l’incesto di massa saranno presto realtà. Ma l’emergenza più immediata dell’apocalisse bioetica che sta spazzando via ogni appiglio naturale e morale della generazione umana resta l’ecatombe quotidiana.

 

Eliminata la foglia di fico dei tre embrioni producibili e accollata la spesa delle operazioni frankesteiniane alla comunità – urgerebbe, almeno, una rivolta fiscale! – si verificherà con certezza un aumento esponenziale di esseri umani fabbricati ed uccisi, o cannibalizzati a fini «scientifici». Le 130 mila vittime innocenti della 40 prima facie, diverranno presto milioni. Di fatto, si moltiplicano gli effetti esiziali della 194: l’aborto di Stato, a questo punto, è solo un sottoinsieme nemmeno prioritario di questo immane scenario di morte.

 

Milioni di creature indifese annientate legalmente, a spese del contribuente.

 

Nell’affannarsi a inventare virtuosistici paletti – paletti primi, paletti al quadrato, paletti multipli – per la nuova eterologa, presa pretestuosamente a bersaglio degli strali del mondo prolife ufficialmente accreditato, nessuno più si ricorda di questo «dettaglio». Anzi. Nel mostrarsi tutti (moderatamente) scandalizzati per la deriva scatenata dall’ultima sentenza costituzionale, tutti fanno più o meno esplicitamente risaltare per contrasto la bontà dell’impianto originario della legge 40: la fecondazione omologa da essa introdotta nell’ordinamento italiano, utilizzando gameti provenienti dalla coppia ordinante, è pratica da benedire. E chi se ne importa di quanti embrioni siano perduti nel perseguimento del desiderio spasmodico del figlio à la carte.

 

Eppure a qualcuno dovrebbe sovvenire che, recitando il Credo niceno, c’è un passaggio durante il quale, in teoria, ci si dovrebbe genuflettere, come sempre avveniva durante la Messa antica: «e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria… et homo factus est». L’embrione di Gesù Cristo, del Dio che si fa uomo nel grembo di una madre, è citato nel simbolo della religione cattolica e dinanzi a questa verità, per millenni, il fedele è stato chiamato a inginocchiarsi per esprimere la devozione più alta e il più commosso stupore.

 

L’embrione umano è Imago Dei ed ogni offesa che gli è arrecata è un offesa diretta a Dio. Ma oggi il nuovo dogma della modernità (e del modernismo) ha visibilmente preso il sopravvento, ed anche la Chiesa, ripudiati i valori non-negoziabili, per lo più se ne fa una ragione. E non si inchina. E tace.

 

Così, nel silenzio assordante dei pastori, il gregge è smarrito e la necrocultura avanza indisturbata. Anzi, addirittura, si è creata una opposizione sintetica, programmata per essere innocua, e disegnata nella cifra del compromesso col Male.

 

Gli stati generali di questa opposizione «in vitro» nel Kali Yuga post-40 si terranno a Verona il prossimo 20 settembre. La melassa buonista fatta di teorici dell’abortismo umanitario e di fabbricanti di paletti che sguazzano nel degrado bioetico si riunirà sotto il nome ecumenico e conciliante della neonata associazione «Vita è…». A siglare la nuova pax bioetica ci saranno politici, giuristi, medici, scienziati, filantropi, attivisti pseudo-spontaneisti. L’intero esercito dei “normalizzatori”, uniti tutti dall’invidiabile spirito irenista espresso sotto pseudonimo da uno degli organizzatori del blob neodemocristiano: «Chi lo ha detto che siamo messi così male?».

 

C’è da giurarci: così moderati, così aperti, così ottimisti, così per nulla «fissati» né «inespressivi», non stenteranno certo a guadagnarsi la benevolenza curiale e il buffetto dei vescovi galantiniani.

 

La loro missione, del resto, è una e una sola: non disturbare il manovratore. Nonostante l’urlo silenzioso dei milioni di morti innocenti.

 

 

Roberto Dal Bosco

Elisabetta Frezza

 

 

 

Articolo previamente pubblicato su EFFEDIEFFE.COM

 

 

Immagine di Zeiss Microscopy via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)

 

 

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Bioetica

Stiamo già vivendo in una realtà transumanista?

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Renovatio 21 traduce questo articolo di Bioedge.

 

 

L’anno scorso un esperto di transumanesimo di Oxford ha pubblicato Future Superhuman: Our transhuman lives in a make-or-break century.

 

Elise Bohan, un’australiana, ha sostenuto che i «sacchi di carne dal cervello di scimmia» (ovvero gli esseri umani) devono essere aggiornati con la tecnologia per affrontare le sfide del 21° secolo.

 

Il suo libro ha offerto l’occasione per un interessante dibattito con Mary Harrington , editorialista di Unherd, un magazine online britannico.

 

Harrington è una scettica transumanista. Dice che viviamo già in una società transumanista in cui ci affidiamo alla tecnologia per soddisfare i bisogni primari. E l’esperienza è stata del tutto negativa.

 

«Questa era è iniziata a metà del ventesimo secolo, con un’innovazione biomedica che ha cambiato radicalmente ciò che significa essere un essere umano, nell’ordine sociale umano: la tecnologia riproduttiva».

 

«La pillola è stata la prima tecnologia transumanista: si proponeva di non correggere qualcosa che non andava nella “normale” fisiologia umana – nel senso migliorativo della medicina fino a quel momento – ma invece ha introdotto un paradigma completamente nuovo. Si proponeva di interrompere la normalità nell’interesse della libertà individuale».

 

«Quasi ogni donna adulta nel mondo sviluppato ha implicitamente accettato la convinzione che la piena personalità femminile adulta dipenda strutturalmente da tecnologie che interrompono la normale fertilità femminile. E secondo la definizione con cui ho aperto, ciò rende quasi ogni donna adulta nel mondo sviluppato una transumanista».

 

L’autrice sserva che la tecnologia, nonostante le sue promesse liberatorie, è una merce rara che è governata dal dominio del mercato:

 

«E laddove la tecnologia viene utilizzata per “liberarci” dal tipo di dati – come la normale fertilità femminile – che prima erano gestiti, pragmaticamente, da norme sociali o legali, ciò che la sostituisce non è una “persona” umana libera dalla “natura”, ma un mercato in cui quella ‘natura’ diventa un insieme di problemi di domanda e offerta»

 

«Siamo già nell’era transumanista. Ma la storia finora suggerisce che, lungi dal fornire utopia, ciò che offre principalmente è una mercificazione del corpo umano che avvantaggia in modo sproporzionato coloro che hanno già potere e privilegi».

 

Harrington sottolinea inoltre che il transumanesimo è incompatibile con l’umanesimo vecchia maniera. Se il transumanesimo dovesse prevalere, ci sarebbe una massiccia rivoluzione culturale ed etica:

 

«Non puoi avere il transumanesimo senza buttare via l’umanesimo. E se le persone sono solo “sacchi di carne dal cervello di scimmia” come descrive Elise, che hanno urgente bisogno di essere migliorate, quale possibile ragione potremmo avere per opporci a un mercato di organi umani? O all’infanticidio? O all’ingegnerizzare geneticamente le masse perché siano  più docili? Tutti questi sono repellenti solo se messi contro un’antropologia umanista».

 

 

Michael Cook

 

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

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Aborto dei down, il 95% delle irlandesi interrompe la gravidanza se il bambino ha la sindrome

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Renovatio 21 traduce questo articolo di Bioedge.

 

 

L’aborto è stato legalizzato in Irlanda solo nel 2018. Una delle conseguenze è che il Rotunda Hospital di Dublino, un importante ospedale per la maternità, riferisce che il 95% delle donne che credono che il loro bambino avrà la sindrome di Down abortisce. La cifra equivalente nel 2018 era del 50%.

 

Tecnicamente, questo è illegale secondo la legislazione attuale, quindi le madri devono andare all’estero. L’Irish Times riferisce che

 

«La Rotunda effettua attualmente circa 30-40 interruzioni all’anno che comportano un’anomalia fatale del feto. In altri 20-30 casi l’anomalia fetale non soddisfa i criteri previsti dalla legislazione e le donne coinvolte si recano all’estero per abortire».

 

Il medico responsabile, il professor Fergal Malone, cerca di essere «non direttivo».

 

«Il 95% che sceglie di viaggiare prende quella decisione da solo. Non sosteniamo assolutamente la risoluzione. La realtà è che la stragrande maggioranza sceglie di terminare. Non ho idea se sia la cosa giusta. Non lo sosteniamo, questa è solo l’esperienza vissuta».

 

Niall O’Dowd, il fratello del fondatore del media Irish Central, ha un figlio con sindrome di Down, Conor. È costernato dalla statistica.

 

«Ciò che è davvero scioccante, tuttavia, è che non vi è stata alcuna dichiarazione al riguardo da parte del governo irlandese, delle organizzazioni per i disabili in generale o del gruppo di sostegno Down Syndrome Ireland in particolare. Una nuova politica sociale, l’eliminazione dei bambini Down, sembra essere stata creata sotto i nostri occhi, tramite interviste, senza commenti, domande o interventi».

 

 

Michael Cook

 

 

 

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I laureati in medicina e i loro giuramenti

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Renovatio 21 traduce questo articolo di Bioedge.

 

 

Un’indagine sui giuramenti prestati da studenti di medicina negli Stati Uniti e in Canada nel 2014 e nel 2015 suggerisce che i medici stanno iniziando la loro carriera con nozioni vaghe, confuse e incoerenti di etica medica.

 

In un articolo su The New Bioethics, tre medici hanno analizzato i giuramenti di 150 di tutte le 153 scuole mediche statunitensi e canadesi e li hanno confrontati con i giuramenti prestati nel 2000.

 

La maggior parte (54,7%) di essi sono varianti dell’antico giuramento di Ippocrate, anche se un numero crescente (14,9%) chiede solo giuramenti scritti dagli stessi studenti.

 

Nel 1989 nessuna scuola di medicina chiedeva un giuramento scritto dagli studenti.

 

Ci sono stati alcuni cambiamenti interessanti negli ultimi 15 anni:

 

  • I giuramenti a una divinità sono diminuiti dal 17,7% al 7,7%, ma i giuramenti a se stessi sono aumentati a oltre il 40%.

 

  • Resta invariato l’impegno al rispetto del diritto positivo (34,0% delle scuole) ma calano vertiginosamente le promesse di aderire alle «leggi dell’umanità», dal 39,7% al 16,7% delle scuole.

 

  • Gli impegni ad astenersi da comportamenti sessuali scorretti con i pazienti e le loro famiglie erano bassi nel 2000 e in realtà sono scesi al 2%.

 

  • I divieti di omicidio intenzionale sono diminuiti drasticamente e sono recitati solo nel 2% delle scuole, anche se la percentuale in cui gli studenti promettono di rispettare il valore della vita umana rimane invariata al 30,7%.

 

  • I divieti di aborto sono quasi inesistenti all’1,3%.

 

  • L’impegno a sottoporre la propria coscienza alle regole dei governi e delle istituzioni o la preferenza del paziente sono stati inclusi dal 24,7% delle scuole. Ma una percentuale altrettanto ampia si è impegnata a obbedire sempre alla propria coscienza (28,7%) ea praticare secondo giudizio il 35,3%.

 

Le incoerenze e le differenze nei giuramenti indicano maggiori divisioni e incertezze nella cultura occidentale, affermano gli autori.

 

«Forse non dovrebbe sorprendere che il discorso bioetico sia dominato da dibattiti controversi che ruotano essenzialmente attorno alla domanda: “Che cosa il medico pretende di fare e non fare per il suo paziente?” È abbastanza chiaro dal nostro studio che i giuramenti moderni non rispondono in modo coerente o coerente a questa domanda. Un quadro morale comune per la medicina rischia di scomparire».

 

 

Michael Cook

 

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

 

Immagine di Wellcome images via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)

 

 

 

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