Eutanasia
La tragica fine di una giovane donna dichiarata «cerebralmente morta»
Amber Ebanks non ce l’ha fatta. Avevamo visto il suo caso pochi giorni fa.
Il 30 luglio 2024, Amber, una studentessa di economia di 23 anni originaria della Giamaica residente a Nuova York, ha subito un ictus intraoperatorio e un’emorragia subaracnoidea durante il tentativo di embolizzazione di una malformazione artero-venosa (MAV) nel cervello.
I medici dell’ospedale hanno dichiarato la sua «morte cerebrale» dieci giorni dopo, anche se aveva ancora una funzionalità cerebrale parziale.
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Un articolo di LifeSiteNews scrive che «nonostante la testimonianza di un esperto secondo cui con un trattamento appropriato Amber avrebbe probabilmente recuperato ulteriori funzioni cerebrali e forse anche la coscienza, il suo team di assistenza si è rifiutato di fornire tali trattamenti. L’ospedale si è anche rifiutato di nutrire Amber o di fornire l’igiene di base al punto che sua sorella ha dovuto rimuovere i vermi dai suoi capelli».
«Dopo essere stata affamata e trascurata per un mese in un ospedale americano, il cuore di Amber alla fine cedette ed è morta il 6 settembre 2024. La sua storia dimostra l’estrema crudeltà del paradigma della morte cerebrale, che etichetta le persone con disabilità neurologiche come “già morte”» commenta il sito pro-life canadese. «Le persone dichiarate morte non hanno diritti civili, lasciando le persone “cerebralmente morte” e le loro famiglie indifese contro dottori, ospedali e tribunali».
Kay Ebanks, la sorella di Amber, ha descritto la prova affrontata.
«Mia sorella Amber è arrivata in ospedale il 30 luglio, guidando da sola per una procedura che le era stata spiegata come di routine nelle visite precedenti dopo la rottura della MAV a febbraio. Era nervosa, quindi sono andata con lei per darle supporto. Ancora oggi, il senso di colpa che provo è schiacciante perché le avevo rassicurato che sarebbe andato tutto bene. Tuttavia, dal momento in cui è uscita da quella procedura, che è andata terribilmente male, i dottori sembravano aver rinunciato a lei. Hanno chiarito fin dal primo giorno che non si aspettavano che si svegliasse e, se lo avesse fatto, hanno detto che non sarebbe mai stata la stessa Amber che avevo visto il giorno prima».
Kay scrive che quel primo giorno, un rappresentante di un’organizzazione per la donazione di organi, era già presente: «perché si sarebbero presentati così presto? Anche se non ci hanno contattato immediatamente, era chiaro dove le cose stavano andando».
«Abbiamo avuto tre incontri di follow-up con i dottori e abbiamo chiarito fin dall’inizio che non avevamo intenzione di staccare Amber dal supporto vitale. Crediamo in un Dio che può fare l’impossibile. I dottori avevano detto che ci sarebbe stata una riunione etica prima di eseguire un test di morte cerebrale, ma quella riunione non è mai avvenuta».
«Ci hanno anche detto che il farmaco usato per indurre il riposo cerebrale e ridurre il gonfiore avrebbe impiegato circa 14 giorni per essere eliminato dal suo organismo prima che potessero effettuare un test accurato per la morte cerebrale. Ma hanno continuato e hanno eseguito il test solo 10 giorni dopo l’operazione».
«Il giorno in cui hanno eseguito il test per la morte cerebrale, io non ero in ospedale; era presente solo mia nonna di 70 anni. Quando le hanno detto che credevano che Amber avesse superato il test e volevano fare il test, ha acconsentito, senza capire appieno cosa significasse. Quello che non avevamo capito all’epoca era che accettare questo test significava che non avrebbero più offerto ad Amber ulteriori cure o supporto, incluso persino un rinvio per il trasferimento in un’altra struttura».
«Non hanno mai parlato con noi del test di apnea né ci hanno spiegato in dettaglio cosa significasse davvero la morte cerebrale per le cure di Amber. Subito dopo il test, hanno insistito per trasferirla in cure palliative senza il ventilatore. Abbiamo rifiutato e loro hanno accettato con riluttanza di trasferirla con il ventilatore ancora in posizione. Due giorni dopo, Amber è stata trasferita in cure palliative con il ventilatore».
«Nel frattempo, mio padre non è riuscito a ottenere un visto e non gli è ancora stato restituito il passaporto. L’ospedale ci ha fatto pressione senza sosta per staccare Amber dal supporto vitale, venendo da noi a giorni alterni».
Kay racconta che l’organizzazione per l’espianto di organi «alla fine ci ha contattato qualche giorno dopo che Amber era stata trasferita in cure palliative, suggerendo che i suoi organi avrebbero potuto salvare molte vite. Abbiamo detto loro inequivocabilmente che non lo avremmo mai permesso. Amber è la nostra amata e non la “macelleremmo” mai in quel modo».
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«Abbiamo avuto un altro incontro con il medico di cure palliative e l’assistente sociale. L’assistente sociale ha suggerito a mio padre, che non vedeva Amber da tre anni e mezzo, di salutarla tramite FaceTime o di aspettare che il suo corpo venisse rispedito in Giamaica. Ho spiegato i desideri di Amber all’ospedale: voleva essere trattata come un codice completo e non avrebbe mai voluto essere ricoverata in cure palliative per morire. L’ospedale ha risposto che curano pazienti vivi, non morti».
«In risposta, abbiamo deciso di intraprendere un’azione legale per ottenere più tempo per trasferire Amber in una struttura che le avrebbe dato una possibilità. Tuttavia, nessuna struttura l’avrebbe accettata con la diagnosi di morte cerebrale, fatta eccezione per New Beginnings, di proprietà di Allyson Scerri. Ma Allyson aveva bisogno di tempo per organizzare le cose per affrontare un caso così complesso. Durante tutto il processo in tribunale, il medico di cure palliative mi ha detto che quando il cuore di Amber si fosse fermato, l’avrebbero staccata dal supporto vitale, indipendentemente da come ci sentivamo al riguardo».
«Un giorno, ho trovato dei vermi nei capelli di Amber e mi sono indignata. Ho preteso di sapere come potessero permettere una tale negligenza. Perché non avrebbero almeno curato la sua infezione con antibiotici? Il medico ha risposto freddamente che non avrebbero fatto nulla di più di quanto ordinato dal tribunale. Tuttavia, dopo le mie lamentele, hanno iniziato a pulire la ferita più a fondo e l’odore, che era stato insopportabile, è migliorato».
«Il giorno in cui il cuore di Amber si è fermato, ho ricevuto una chiamata da un rappresentante dei pazienti di una casa di cura che mi diceva che erano disposti a prendere in considerazione l’idea di accettarla. Tuttavia, l’ospedale si è rifiutato di fornire il referto necessario perché la casa di cura si trovava a New York ed era soggetta alle stesse leggi sulla morte cerebrale» sostiene la sorella.
«Alle 16:00, un medico è entrato per controllare il cuore di Amber e non mi ha detto nulla. Alle 17:00, sono entrati due medici, hanno controllato di nuovo il suo cuore e mi hanno detto che si era fermato. Hanno detto che avrebbero dovuto staccarla immediatamente dal respiratore. Li ho implorati per altri 30 minuti, ma si sono rifiutati. Sono rimasta con Amber per tutto il processo, tenendola in braccio. Mi hanno dato un’ora prima che mandassero il suo corpo all’obitorio, ma mi sono rifiutata di lasciarli toccarla di nuovo. Con l’aiuto di Allyson, ho organizzato il trasferimento di Amber in un’agenzia di pompe funebri a Long Island».
Tali parole sono state raccolte dalla dottoressa, Heidi Klessig, un’anestesista in pensione e specialista nella gestione del dolore che scrive e parla sull’etica del prelievo e del trapianto di organi, e citate nell’articolo di LifeSite.
«Le persone “cerebralmente morte” non sono morte: i loro cuori battono, i loro polmoni assorbono ossigeno e rilasciano anidride carbonica e il loro cervello può persino avere un funzionamento parziale in corso secondo le più recenti linee guida sulla morte cerebrale dell’American Academy of Neurology» scrive la dottoressa Klessig.
«I diritti civili di Amber Ebanks alla vita e alle cure mediche sono stati rimossi senza cuore e illegalmente: non soddisfaceva lo standard legale per la morte cerebrale a New York o ai sensi dell’Uniform Determination of Death Act che richiede la “cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’intero cervello, incluso il tronco encefalico”» ritiene la dottoressa nel suo articolo per LSN.
Amber «ha combattuto per la sua vita da sola, circondata da un sistema medico che la considerava meno che umana» afferma la Klessig.
«La “morte cerebrale” manca di fondamenti morali, medici e legali e non è la morte, ma piuttosto una forma nascosta di eutanasia».
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Immagine screenshot da LifesiteNews/Gofundme
Eutanasia
La festa della morte in Veneto
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Bioetica
Morte a Venezia. E inferno sulla Terra senza soprannaturale
Il consiglio regionale del Veneto ha votato per la Morte. Il cosiddetto «fine vita», espressione di pudicizia orwelliana per definire l’eutanasia e il suicidio assistito, è passato con 32 favorevoli, 14 contrari, 5 astenuti.
Il Veneto diviene la quarta regione a intervenire, seguendo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna. Il dato politico è che si tratta della prima regione governata dal centrodestra. Il segnale – morale, politico, religioso, storico – è chiarissimo. Il Veneto non è più la «sacrestia d’Italia» – anche perché se non esiste la Chiesa come può esistere la sacrestia?
La regione più cattolica del mondo, alcuni dicevan così, non è più tale. È stata conquistata dall’Impero della morte, che ha ottenuto un trofeo non da poco.
Ha vinto Luca Zaia, il vero protagonista di questo ostinato raid della Necrocultura. Il quale Luca Zaia, ricordiamo, appena eletto governatore con un plebiscito impressionante nel 2010 mise al bando negli ospedali, in concordia con gli altri due governatori leghisti di Lombardia e Piemonte freschi di elezione(Maroni e Cota), la pillola RU486, ossia la pasticca che uccide i feti e poi li fa espellere magari nel water. Era un segnale chiaro, perché l’operazione non sembrava dare vantaggi politici. Ci sembrava un vero atto morale, spirituale.
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Avevamo applaudito Zaia anche nel 2017 quando, unica figura politica in Italia, si oppose alla legge Lorenzin sull’obbligo dei vaccini pediatrici – quella per cui i nostri figli non possono andare a scuola senza essere sottomessi a 10 sieri – presentando ricorso alla Corte Costituzionale e chiedendo formalmente di sospendere gli effetti del decreto prima del giudizio di merito.
In seguito lo Zaia avrebbe perso interesse per questa battaglia, anche perché sul piatto della Consulta aveva la questione della costituzionalità dell’autonomia differenziata referendum. Che volete farci: la politica pesa più delle vite dei bambini, altrimenti non esisterebbe le legge su aborto, provette etc.
Tuttavia nemmeno con una visione di cinismo politico si riesce a spiegarsi questa ostinazione assoluta dello Zaia, divenuto paladino della Necrocultura, al punto da tornare a spingere per una manovra che lo aveva scottato nel 2024, quando il Consiglio regionale respinse il primo tentativo di introdurre la legge.
Vuole davvero essere ricordato per questo, lo Zaia? Probabilmente sì. E allora, ci chiediamo, come tutti, cosa gli è successo? Da cosa deriva questa «conversione»? Abbiamo raccolto ipotesi da ambienti vicini alla Regione, ma nulla è pubblicabile.
Ricordiamo ancora una pubblicità per le TV locali (all’epoca la comunicazione politica si faceva soprattutto lì…) della campagna che portò Zaia a Palazzo Ferro-Fini 16 anni fa. Il video si apriva con Zaia che scendeva da una macchina della polizia: un’operazione di sicurezza notturna, con cui il già presidente della provincia di Treviso indicava la sua priorità.
Nella réclame elettorale seguiva un’inquadratura, fugace ma efficace, del futuro governatore mentre stava probabilmente ad una Messa o a qualcosa del genere, un evento in cui entrava anche la religione: al suo fianco si intravede appena uno zucchetto colorato (un vescovo?) dove, con un microscopico cenno, portava su il capo chino, il volto serio, lo sguardo pieno di rispetto, di gravitas. Come a dire: io sono qui a rispettare il fondamento religioso della nostra terra. Tipo: io mi inchino…
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Ora anche Zaia, dopo tre lustri al vertice incontrastato della politica veneta, può aver compreso che la religione non conta più nulla. Nemmeno in Veneto. La Balena Bianca è morta, fiocinata da mille capitani Achab, nutriti dallo Stato moderno, dalla sua democrazia farlocca, e dai noi stessi, dalla nostra stessa tolleranza, la nostra incapacità di reagire alla catastrofe che sapevamo sarebbe arrivata.
La questione, quindi, è eminentemente religiosa. Anzi, più specificatamente: è soprannaturale. Più nessuno crede al soprannaturale. Più nessuno crede all’invisibile. Più nessuno crede.
Basta vedere quale resistenza è stata fatta alla legge della morte veneta: nessuna, a parte il gruppetto creato dall’indomito attivista Alberto Zelger, che con probabilità nel 2024 aveva contribuito a far fallire il putsch eutanasico regionale. Di fatto, non si è visto niente altro. Il cattolicesimo organizzato è non pervenuto. Anzi: sappiamo che la chiesa moderna sia d’accordo, perché il compromesso cattolico con i padroni della Morte va molto oltre l’aborto.
Lo si capisce perfino leggendo la nota, in teoria «dolente», in realtà molto rivelatrice, del patriarcato di Venezia, l’istituzione cattolica che nei secoli è servita come trampolino di lancio per il papato. Il patriarca – un genovese, a Venezia: una nomina che molti hanno ritenuto un segno di quanto il papato di Ratzinger fosse divenuto disfunzionale – non si è mai visto nei giorni precedenti al voto, ma poi ha emanato questa letterina, che vale la pena di leggere.
«A seguito dell’approvazione della legge regionale sul suicidio assistito, si esprime amarezza poiché, in tal modo, si afferma un modello culturale e un modello di sanità che possono portare ad una deriva difficilmente controllabile» scrive la dichiarazione del patriarca cardinale Moraglia. Fate bene attenzione alle parole: «amarezza», tipo quando perde la squadra del cuore. E poi «modello di sanità»: la chiesa pensa a ospedali ed amminstrazioni. Non pensa ai poveretti che ora verranno uccisi dallo Stato. Non pensa alle sue pecore sacrificate a Baal. Non pensa ai figli di Dio – pensa alle strutture burocratiche.
La «deriva difficilmente controllabile» non è nel futuro, Sua Eminenza: la deriva è già qui. Uno Stato che uccide i suoi cittadini è già dentro all’Inferno, cardinale!
Poi è un raffica di frasette cosparse di forme attenuative. «La percezione della dignità della vita umana appare da oggi meno tutelata». La percezione? Ma dice seriamente? Tipo «la percezione che l’acqua sia bagnata»?
«C’è soprattutto grande preoccupazione per le persone fragili e sole» scrive ancora la noterella patriarcale. «Preoccupazione», certo: non la certezza di quello che accadrà, come stiamo vedendo in Belgio, Olanda, Canada, dove a farsi uccidere (o ad essere uccisi pure contro la loro volontà…) sono i malati, i depressi, i poveri, i disabili… e bambini. Ma comprendiamo anche qui l’uso della parola di attenuazione: «preoccupazione», come quella dei polacchi quando Hitler invase nel 1939.
Il cardinale patriarca fa comprendere quindi di aver assimilato la posizione e il linguaggio del fronte della Morte: «l’impegno è di accompagnare le persone, sempre più e con i mezzi tecnici che oggi la scienza ci offre. Non ci si riferisce – è chiaro – ad alcuna forma di accanimento terapeutico ma, piuttosto, a quelle cure palliative di provata efficacia nel ridurre il dolore». Eccerto: la cura del malato diviene «accanimento terapeutico», come da manuale della battaglia eutanatica.
Non poteva mancare la bandiera definitiva del compromesso con il male: ecco «l’auspicio che l’obiezione di coscienza sia davvero garantita in tutti i momenti e in tutti i soggetti interessati da tali protocolli sanitari». Ecco: uccidete pure, ma lasciate in pace quei colleghi, che stanno nell’altra stanza a tapparsi le orecchie, gli occhi, la bocca, o che non fanno nemmeno quello: poi andranno a pranzo assieme agli assassini, magari pure vi si accoppieranno a certe cene di Natale furbette. È la realtà della buffonata genocida dell’obiezione di coscienza, il feticcio catto-politico a cui vi ordinano di attaccarvi mentre nel retrobottega loro avanzano con il programma della Morte.
Infine, il patriarca offre il capolavoro: «oggi non ha vinto o perso qualcuno, ma, certo, un modello di vicinanza umana è stato, in qualche modo, ferito e limitato». Capito? Non ha vinto o perso nessuno: no, ci rassicura il porporato, alla fine la Cultura della Morte non ha segnato un punto che costerà migliaia di vite innocenti, anche dei fedeli del patriarcato. Macché: è stato colpito «un modello di vicinanza umana», cioè un’astrazione ricoperta di un’etichetta da Unità Pastorale, da chiesa ONG del postconcilio.
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Insomma, per la massima autorità spirituale veneziana (cioè, genovese…), la figura che nei millenni ha guidato le sorti dei milioni di anime venete, non è in fondo successo niente di che. È stata una cosa incruenta, un bisticcio ideologico, una partita a briscola bioetica finita male.
Notate, Dio, il soprannaturale, mai entrano nel discorso del cardinal Moraglia. Eppure, quello dovrebbe essere il suo lavoro: ricordare non il «modello di sanità», ma Iddio, e magari pure la sua ira.
È stato così nei secoli. La Repubblica Veneta è stata, certo, non sempre in linea con il papato. Stampava libri proibiti. I suoi costumi, certo tenuti dietro il velo del pudore, erano ben noti, e desiderati da tutto il mondo: il carnevale, le sue sale da gioco (da dove credete che deriva la parola «casinò»?), i suoi abiti sfolgoranti, le «cortigiane», la cultura libera ed abbondante, come le sue licenze. Chi conosce le Memorie di Casanova, o anche ha solo veduto il capolavoro di Federico Fellini (1976), sa di cosa sto parlando.
Tuttavia, da studioso del tabarro, e suo indossatore seriale, conosco la storia: esso serviva anche, assieme alla maschera (la bauta) a non farsi riconoscere nemmeno nel passo (quindi, a prova di computer vision attuale: la frontiera della sorveglianza IA, invero superata da anni, è il gait, la possibilità di individuarvi da come camminate), ed è stato colpito ciclicamente da leggi suntuarie, cioè leggi sui costumi, piuttosto ignorate da tutte le classi sociali.
Ebbene, il tabarro, che era variopinto, ad un certo punto divenne scuro – lo stesso destino toccato alle gondole, rimaste nere per sempre. Forse si tratta solo di una leggenda popolare, tuttavia si dice che l’abbandono del colore sia stato in segno di penitenza e lutto per la peste del 1630, per la quale costruirono come ex voto Santa Maria della Salute – mezzo secolo prima, per la pestilenza precedente, il Senato della Serenissima aveva commissionato ad Andrea la costruzione della Basilica del Redentore. Gli storici moderni questo non lo possono smentire. Così come non si può smentire che la chiesa costruita per la peste è stata poi chiusa durante il COVID.
Sì, Venezia credeva materialmente nel soprannaturale. Venezia credeva. Me lo ha ripetuto anche un amico venetista qualche giorno fa, spiegandomi che le ville venete prevedevano per forza una cappella che desse all’esterno, perché il popolo non poteva essere privato dei sacramenti. Come dire: lo Stato veneto non osava sfidare Dio, temeva che farlo avrebbe cagionato i semi della sua stessa distruzione, come si era visto con la peste: il potere sapeva che il controllo del proprio destino non esiste, in ultima analisi è la Grazia che fa andare avanti le cose. Le cose sono molto cambiate. Ora le élite, politiche e religiose, credono ad una sola cosa: credono di non credere.
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Il lettore può rimirare la differenza: Venezia un tempo distribuiva al suo popolo i sacramenti, Venezia oggi vuole distribuire ai suoi cittadini la morte. È incontrovertibilmente così, ed è terrificante pure per chi, come noi, sa che il vero principio dello Stato moderno è la sottomissione e l’eliminazione della sua popolazione.
Più nessuno crede che possano esservi delle conseguenze divine alla scelta di infliggere la morte alle persone: punizioni, catastrofi, inferni sulla Terra, o dopo. Non ci credono gli eredi dei dogi e del Maggior Consiglio, non ci credono gli zucchetti. Eppure, il credente sa che ciò sarà inevitabile. Il castigo è nel nostro futuro.
«Dal Veneto una legge di civiltà» ha trionfato lo Zaia, che come noto è senza figli. Ha ragione: è una legge della civiltà della Morte, che spazza via secoli di Civiltà Veneta, di Civiltà cristiana, di Civiltà umana. L’attacco è alla stessa matrice che ci ha generati: la matrice divina della Vita.
La civiltà della Morte è l’anti-civiltà: è il sistema che vuole eliminare l’essere umano, magari per sostituirlo con esseri artificiali. Tutti oramai sapete che questa non è fantascienza, né deve sembrarvi un discorso apocalittico: umanoidi e macchine pensanti sono qui.
Il Leone alato piange. Nel Risiko dell’Inferno, la Necrocultura ha portato a casa una bella partita, si è presa un’icona non da poco, una storia cristiana millenaria.
Tuttavia, fino a che siamo vivi, la battaglia non finisce. Forse è per questo che vogliono ucciderci e sostituirci. Non lo permetteremo: né noi, né i nostri bambini.
Preghiamo, combattiamo contro l’Impero della Morte e i suoi servitori. San Marco ci guida e ci aiuta.
Viva San Marco. Viva.
Roberto Dal Bosco
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Eutanasia
Il Veneto si appresta a votare ancora per il suicidio assistito
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