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Immigrazione

Il miraggio della Meloni e del blocco navale. La realtà dell’anarco-tirannide dell’invasione kalergista

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Si potrebbe sperare che chi l’ha votata ora capisca. I sondaggi dicono che no, il gradimento diventa alto.

 

Giorgia Meloni riesce a stare a galla nonostante il tradimento totale delle sue promesse elettorali pluriennali – quelle sull’immigrazione, la vera raison d’etre di un partito che si vorrebbe, in teoria, populista, sovranista, etnonazionalista, o qualcosa del genere. La fiammella ancora presente del simbolo di Fratelli d’Italia dovrebbe collegarsi a tempi non troppo antichi in cui erano gli italiani ad andare in Africa – per fare un impero – e non gli africani a venire in Italia – per creare ghetti e degrado assassino.

 

Il tanto atteso blocco navale non si farà, e non si capisce perché. Forse perché poi per Giorgia andare a Bruxelles, al G20 e al G7, diventa più difficile: e insomma, fare gli occhi dolci a Biden e Trudeau e Zelens’kyj di persona è meglio che mantenere le promesse elettorali e difendere il proprio popolo stremato.

 

C’è da immaginarselo: metti le navi militari a proteggere la costa (e cos’altro dovrebbero fare, in effetti?) e poi eccoti le condanne internazionali, figure politiche internazionali, anche le più oscure, a dire che c’è il ritorno del fascismo in Italia (mentre foraggiano di miliardi e armamenti i tatuati neonazisti ucraini).

 

Eh sì che mica ci sarebbe da andare indietro nel tempo ai tempi della bella abissina (dove, ripetiamolo ancora una volta, era l’Italiano che andava in Africa, spesso a lavorare la terra con famiglia al seguito). Basterebbe prendere il modello australiano: deportazioni senza fine e navi che bloccano le imbarcazione che vengono dal resto dell’Asia, il cui sbarco viene impedito, e senza tanti complimenti. Sì, la «democratica» Australia, che di fatto per il COVID ha massacrato il suo popolo e costruito campi di concentramento, ma né il PD né Fratelli d’Italia se ne sono accorti.

 

Ripetete anche voi il mantra: il blocco navale «è irrealizzabile». Ce lo ripetono, in realtà, da un anno varie consorterie giornalistiche, catto-migrazioniste, euro-oligarchiche: «Il blocco navale è irrealizzabile, viola il diritto internazionale» tuonava nell’agosto 2022 a reti unificate l’ex comissario UE Dimitris Avramopoulos, quello che negoziò con Gheddafi l’intesa che fermò gli sbarchi a fine anni 2000: poi, come sappiamo, due dei maggiori Paesi europei bombardarono Tripoli e trucidarono il rais, con il risultato di una crisi migratoria di proporzioni incalcolabili.

 

Ora sono arrivati 122 mila immigrati illegali da inizio anno, il doppio rispetto al 2022, quando al potere c’era non un partito nazionalista, ma l’eurocrate Mario Draghi.

 

Pensiamo bene a questa cifra: centoventiduemila persone. È indicativamente la popolazione di Monza, o Trento, Sassari, Bergamo, Forlì, Siracusa, Ferrara, Salerno, Vicenza. In pratica è una nuova città. O meglio: una nostra città, ma interamente sostituita.

 

Però fermi: parlare di sostituzione etnica mica si può. Lo abbiamo visto, quando la parola scappò al cognato della premier, e fu sommerso di improperi dai giornali dell’oligarcato dello Stato-partito piddino, cosa che deve averlo ferito molto – si rimangiò tutto, precisando: il conte Kalergi? Chi era costui?

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Questo è uno dei maggiori problemi dell’ora presente: l’impossibilità di discutere di quello che sta accadendo, comprovata dal fatto che il vecchio progetto che spiega dettagliosamente cosa sta accadendo all’Europa in merito all’immigrazione – cioè il piano Kalergi, che è sotto i nostri occhi – non può essere nominato pubblicamente, nemmeno dagli uomini di destra (includiamo la Lega, che quella volta prese le distanze da Lollobrigida: del resto, il coraggio, diceva il Manzoni di Don Abbondio, uno non se lo può dare. La cultura, aggiungiamo noi, nemmeno.

 

 

E così eccoci davanti alle immagini devastanti di Lampedusa, senza nessuna guida alla comprensione. Gli africani invadono l’isola, creano il caos, tutto va fuori controllo. Quelli che ne hanno il cuore cercano di unire i puntini: oggi Lampedusa, domani le banlieues come quelle che abbiamo visto prendere fuoco in Francia nel corso dell’estate, tra razzie, spari di kalashnikov, grida ritmate «Allahu Akbar».

 

Chi ha presente cosa è diventata zona San Siro a Milano, chi ha visto cosa è successo al capodanno in Duomo, chi ha presente l’invasione di Peschiera (o di Riccione, e di chissà quante località «aperte» da orde immigrate in questi anni di infallibile spirale del silenzio) non può non capire che siamo davanti ad una situazione di gravità totale, il single point of failure dell’intera civiltà italiana… Abbiamo solo un Paese, un solo territorio, e se lo roviniamo, abbiamo rovinato l’Italia pure come idea e ricordo, qualcosa di cui ai nazionalisti, etno-nazionalisti, post-nazionalisti dovrebbe importare qualcosa.

 

Invece, niente.

 

E lo si era capito dalla significativa scelta di tener lontano dal ministero dell’Interno l’unico uomo che – è innegabile – nel suo anno al Viminale di fatto fermò l’invasione attraverso il Mediterraneo: Matteo Salvini. Di lui è lecito pensare quel che si vuole, specie dopo i disastri pandemici, il tradimento del green pass, etc. Tuttavia è innegabile che quel lavoro – bloccare l’immigrazione – aveva dimostrato di saperlo fare. Forse proprio per questo, e non per meri calcoli elettorali (la popolarità del «Capitano» è sempre in agguato…) vien da pensare, la Meloni lo ha tenuto lontano dalla stanza dei bottoni?

 

In questi giorni, un’operazione interregionale che ha interessato Veneto, Lombardia, Emilia, l’Antimafia e i carabinieri hanno arrestato una quantità nigeriani che gestivano una rete di spaccio di eroina e cocaina. Chi scrive sa di cosa parla: a pochi metri da casa le istituzioni hanno creato un micro-ghetto, nell’unico piccolo condominio di una tranquilla via residenziale. A quanto si apprende, dei 22 che ne hanno arrestati in giro per l’Italia, un po’ li hanno portati via da lì, dalla bidonville migratoria incistatasi davanti casa, dove famiglie e nonnine che fino a qualche anno fa vivevano negli appartamenti sono state via via sostituite da gruppi di maschi neri in età militare, con vestiti costosi e monopattini elettrici, TV 65 pollici e oltre, telefonini, etc.

 

Non è chiaro se il network che i giornali dicono ora «sgominato» (dopo un’indagine di due anni) sia composto di elementi propriamente appartenenti alla cosiddetta «mafia nigeriana» – il fatto che sia stata la Direzione Distrettuale Antimafia di Venezia ad occuparsene sembrerebbe suggerirlo.

 

Nel caso si trattasse di «mafia nigeriana», cioè di movimenti che in patria chiamano «cultist» («sette»), se leggete Renovatio 21 sapete di cosa si tratta: organizzazioni criminali ramificate in tutto il mondo, che non disdegnano sacrifici umani, squartamenti, riti animisti con pezzi di corpo umano.

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Mettetevi, per un secondo, nei panni di qualcuno che deve pensare di poter avere davanti casa qualcosa del genere. Provate a pensare, oltre al rischio di pallottole vaganti (dove c’è droga, ci sono regolamenti di conti, specie tra mafie «nuove, appena insediate), ai bambini che devono crescere a pochi metri da tutto questo.

 

Siate pure veniali, per un momento, e pensate al valore immobiliare di tutte le case intorno, mutui pagati con decenni di duro lavoro, abitazioni che tengono viva la memoria di persone che non ci sono più.

 

Tutto è risucchiato nel buco nero: la sicurezza, la dignità, il benessere, la memoria.

 

Di questi buchi neri sono ovunque, in ogni città italiana. Vi dicono che dovete tollerarli perché sono grandi dimostrazioni umanitarie, sono spazi abitati da brave persone che «scappano dalla guerra» (quale?). Invece, sono i vostri quartieri conquistati pezzo per pazzo da sette infernali – e non è un’iperbole, è la realtà. Provate a ricordare quanto emerse con il caso di Pamela Mastropietro, il suo corpo sezionato con una perizia che, disse l’anatomopatologo, non si era mai vista…

 

Ora, anche questo dovrebbe essere noto a Giorgia Meloni. Perché da valchiria dell’opposizione, paladina dell’autoctonismo e nemica acerrima dell’invasione gommonautica, Giorgia, in teoria, scrisse sull’argomento un intero libro assieme allo psichiatra Alessandro Meluzzi, il primo che negli anni scorsi aveva lanciato l’allarme sulla presenza delle cosche massonico-esoteriche di Lagos nel territorio italiano, e della loro natura ferale.

 

Il libro si intitola direttamente Mafia nigeriana. Origini, rituali, crimini (2019) e lancia un allarme tragico e sconvolgente: «ci troviamo di fronte al più clamoroso esempio di come la presenza della mafia nigeriana stia progressivamente modificando il contesto della criminalità organizzata in Italia nelle sue manifestazioni più sanguinose» scrive la Meloni con Meluzzi.  «Un fenomeno globale che affonda le radici in rituali cannibalici e si mescola con l’anomia sovranista occidentale».

 

Ora che è al potere, ora che può fare qualcosa per guarire l’anomia, l’anemia di sovranità di cui soffriva lo Stato eurosottomesso dei Draghi e dei Conte, la Meloni si ricorderà di queste parole, in teoria scritte da lei stessa? Da cittadino alle cui finestre cui è inflitto lo spettacolo della distruzione nigeriana della società (non è finito, tutti ne siamo certi), dobbiamo rispondere: no.

 

Giorgia Meloni segue un’agenda che non è quella di difendere il proprio popolo: e lo avevamo capito quando nel 2011 votò la calata degli alieni di Mario Monti al governo, uno degli eventi politici più scioccanti della nostra vita, oltre esempio massimo dell’«anomia sovranista occidentale» con cui fino a qualche anno fa la ragazza si riempiva la bocca.

 

Il progetto è ovviamente quell’altro: come da visione del Kalergi e delle logge connesse, trasformare radicalmente la popolazione europea mischiandola con l’Africa e il Medio Oriente (il conte ci aveva la mamma giapponese, e secondo noi la cosa lo ha psicologicamente segnato, inabissandolo in un complesso di inferiorità totalmente razzista e autocommiserante, che può essere intuito leggendo i suoi scritti).

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Il progetto va portato avanti. Però, prima di avere l’europeo meticcio (il Kalergi lo chiama così), vi toccherà subirvi il macello della vostra esistenza tramite la società sconvolta e capovolta: ecco che sarà caricata, grazie agli squartatori nigeriani, agli spacciatori maghrebini, agli stupratori senegalesi, ai para-terroristi islamici di quartiere, quella che si chiama anarco-tirannia.

 

La vostra vita diventerà un inferno, perché continui scoppi di violenza renderanno insicuro lo stesso camminare per strada, mentre la proprietà (il vostro negozio, la vostra auto, la vostra casa) potrà ciclicamente essere attaccata da orde incontrollate. Sì, è esattamente quello che abbiamo visto nelle città francesi con le rivolte etniche di luglio, ma possiamo dirlo di averlo osservato benissimo, in un contesto in cui ciò sembrava ancora più artificialmente provocato, durante i moti razziali degli USA del 2020, Black Lives Matter, George Floyd etc.

 

Tuttavia lo Stato, nel frattempo, non rinuncerà a perseguitarvi se ritiene che non avete pagato le tasse, non smetterà di multarvi, magari anche di imbavagliarvi sui social e altrove. Furti, vandalismi, stupri da parte dell’orda afroislamica non saranno puniti, tuttavia la vostra soggezione di forze dell’ordine e tribunali rimarrà invariata, o forse aumenterà, visto che gli ordini che riceverete saranno sempre più contradditori, come lo sono già: mantieni questo Stato, anche se esso lavora per la tua distruzione.

 

Più l’orda ti tormenterà, e più spariranno in te pulsioni di cambio di sistema, perché sarai impegnato a difendere fisicamente la tua vita quotidiana, la tua famiglia, il tuo pezzo di pane che arriva col lavoro sempre più rado. Come nell’esperimento del cane, scosse continue ti deprimeranno al punto in cui nemmeno più cercherai la soluzione. Incasserai e basta. Ti spegnerai, con la depressione o il cancro.

 

Tutto questo sta accadendo. Tutto questo ti sta accadendo. Tutto questo ti sta accadendo perché parte di un piano preciso, ora davvero visibile ad occhio nudo.

 

La destra al governo è, oltre ogni ragionevole dubbio, complice: ha venduto miraggi, e ora prepara l’anarco-tirannide, fatta di diktat totalitari e caos sanguinario programmato tramite l’immigrazione di massa.

 

Per voi, per i vostri figli, stanno aprendo una prospettiva infernale: del resto questo è il governo che ha iniziato con l’inchino a Moloch, annunciando la continuazione del sacrificio degli italiani non nati.

 

Ora sta continuando organizzando il massacro di quelli che restano.

 

Roberto Dal Bosco

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Animali

I migranti di Ceuta picchiano a morte un cucciolo di delfino: la mente progressista in cortocircuito

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Dalla Ceuta invasa dai nordafricani arrivano immagini in grado di stimolare il raccapriccio persino tra goscisti ed immigrazionisti. Un tabù enorme è stato toccato, anzi forse due: la violenza contro i cetacei e pure quella contro i cuccioli di animale.   Le immagini hanno fatto il giro del mondo in un battibaleno: un gruppo di migranti è stato accusato di aver estratto dal mare un cucciolo di delfino per poi ucciderlo a bastonate   Come riportato dal quotidiano locale El Faro de Ceuta, mercoledì un piccolo di tursiope era stato notato mentre nuotava in prossimità della riva, sulla spiaggia di El Trampolin, prima che alcuni uomini lo tirassero fuori dall’acqua; uno di loro avrebbe colpito l’animale alla testa con un bastone, provocandone la morte.   Un addetto alla sorveglianza della spiaggia sarebbe intervenuto per fermare il gruppo, intimando di non toccare il delfino e di avvisare i servizi preposti alla tutela della fauna selvatica. Gli uomini avrebbero quindi provato a rimettere l’animale in mare, ma a quel punto sembrava già privo di vita.   Il blogger di Ceuta Juan Ruiz ha ripreso con la videocamera alcuni membri del gruppo mentre si avvicinavano sollevando il delfino come se fosse un trofeo. «Non potete prenderlo, è un delfino, non si mangia!», ha gridato Ruiz, chiedendo poi con insistenza chi fosse stato a ucciderlo.  

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Di fronte all’affermazione di alcuni presenti secondo cui l’animale sarebbe morto già in acqua, Ruiz ha replicato con tono sarcastico: «Certo, è morto in acqua da solo, no?».   L’associazione ambientalista locale DAUBMA ha sporto denuncia presso le forze dell’ordine spagnole, sollecitando le autorità ad aprire un’indagine sull’accaduto e a individuare i responsabili.   La diffusione del video ha scatenato una vasta ondata di sdegno sui social media del mondo intero, con numerosi utenti spagnoli che invocavano procedimenti penali nei confronti dei responsabili e la loro espulsione dal territorio nazionale. Questa reazione si è inserita in un clima già segnato da un più ampio sentimento anti-immigrazione a Ceuta, città in cui i residenti avevano già manifestato pubblicamente chiedendo espulsioni e scandendo cori come «Fuori gli invasori».   Le immagini sono davvero difficili da guardare: il povero cucciolo di delfino privo di vita mentre viene portato da un gruppo di nordafricani sghignazzanti. Dobbiamo dire che Renovatio 21 aveva già veduto immagini simili: in un lago belga, alcuni ragazzini immigrati avevano catturato un grosso pesce, e tra risate e cachinni lo avevano portato in giro a mo’ di trofeo e gettato per uno scivolo acquatico, non si sa sé ancora vivo o già morto. Il video su YouTube o X non si trova più, perché – pensate un po’ – violave le linee guida di entrambe le piattaforme contro la diffusione e la promozione di contenuti legati al maltrattamento degli animali. Tuttavia se volete dare un’occhiata una testa fiamminga ancora lo mostra.   Il cortocircuito della mente progressista, davanti all’immagine di abuso del cetaceo, vacilla. Quindi, la storia degli abusi sugli animali perpetrati dagli immigrati – come diceva durante la campagna elettorale 2024 Donaldo TrumpThey’re eating the dogs / They’re eating the cats / They’re eating the pets») raccogliendo le testimonianze in Ohia e in altre varie aree USA, e come sanno tanti italiani che osservano parchi e zone di verde della loro città – è vera, e a questo punto incontrovertibile.  

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La metafisica piddina va in cortocircuito: è possibile tenere insieme l’agenda ecologica (con le sue vacche sacre, pardon, cetacei sacri) con quella immigrazionista? Il marocchino che se la ride mentre espone il cadavere del cucciolo di tursiope lo nega per sempre.   Il cittadino sincero-democratico e progressista precipita nel vuoto, se si mette a pensare alla probabile dinamica dell’accaduto: il piccolo di delfino si allontana dalla sua mamma perché, birbante, voleva giocare con gli uomini che vedeva sguazzare poco più in là nella spiaggia… essi magari lo hanno pure attirato. Per poi massacrarlo senza nessuna pietà, con una violenza contro i cuccioli che non possiamo dire sia naturale – tutti prima o poi lo abbiamo pensato: le forme «carine», occhi grandi, musetti tondi, che hanno i piccoli di ogni specie servono proprio a depotenziare l’aggressività delle belve adulte.   Si tratta del Kindchenschema formulato per la prima volta dall’etologo premio Nobel Konrad Lorenz nel 1943, che descriveva un insieme di caratteristiche fisiche tipiche dei cuccioli — sia umani che animali — che attivano una risposta biologica automatica negli adulti che comprende la stimolazione immediata dell’istinto di cura parentale e protezione. Chi ha mai visto un gattino piccolo sa di cosa parliamo. Pure guardando queste immagini del cucciolo di delfino morto tale reazione senz’altro si attiva. Da qui il cortocircuito ancora più poderoso.   A questo punto ammettiamo pure che anche Renovatio 21 ha qualche difficoltà. Chi ci segue conosce la nostra indomita battaglia contro la specie cetacea, i suoi comportamenti osceni, e i suoi privilegi: delfini e orche sono armi totemiche dell’ecofascismo antiumanista, quello per cui l’uomo può pure morire sacrificato all’idolatria del mammifero pisciforme, come insegna il caso della teppa orcina che incrocia al largo di Gibilterra, che non è tanto lontana da Ceuta, in effetti.   Al contempo, riteniamo, con ancora più evidenza sulla nostra vita quotidiana, che anche l’immigrato sia un’arma, sparata con milioni di cartucce umane, contro l’Europa e la Civiltà, cioè contro di noi. Un ordigno sociogeopolitico (la definisce così l’accademico statunitense Kelly M. Greenhill nel suo libro Armi di migrazione di massa) , concetto storico-politico ben noto agli studiosi del fenomeno e ai suoi praticanti – un tempo, Muhammar Gheddafi (che negoziò con la fine della tratta umana mediterranea la fine dell’embargo antilibico, per poi essere tradito e travolto sino ad essere impalato), poi Receps Erdogan (che ottenne, sempre dalla UE, 5 miliardi per tenersi gli immigrati della grande ondata del 2015, quella del bambino curdo Aylan fotografato morto sulla spiaggia) ora con probabilità il Regno del Marocco con i suoi probabili fiancheggiatori israeloamericani.

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Gli immigrati, abbiamo ripetuto su questo sito tante volte, sono lo strumento di un piano per distruggere non solo il vostro benessere e la vostra incolumità biologica, ma lo stesso sistema morale cristiano, come perfettamente enunciato dal conte Coudenohove-Kalergi. Essi servono ad attivare nelle nostre città quello che chiamiamo anarco-tirannia, un sistema dove il cittadino è oppresso non solo dalla violenza barbarica randomatica dell’immigrato, ma pure dallo Stato divenuto impossibilmente esoso e incredibilmente repressivo, totalitario davvero, verso il contribuente autoctono – il green pass serva da esempio, e aspettate di vedere cosa vi farà l’euro digitale, o anche solo con l’ID digitale UE – mentre l’immigrato è lasciato libero di gozzovigliare tranquillo e sanguinario in quella che le rivolte inglesi di questi anni hanno chiamato «two tier society», società a due livelli. Privilegio e tolleranza per il migrante, repressione totale poliziesca e giudiziaria per l’autoctono.   Ora, il gioco della torre immigrati contro cetacei davvero non ce l’aspettavamo, per cui non fateci decidere. Si tratta di due maschere della Necrocultura, due idoli osceni del mondo moderno, due progetti pensati per distruggere le vostre vite.   Poi, va bene, il solito disgustoso paradosso persiste: alcuni protestano per il delfinino morto, ma per le ragazzine sistematicamente stuprate dagli immigrati (come a Ceuta…) non una parola. Come niente da dire per i milioni di bambini abortiti, cui si aggiungono, in questi giorni, i bimbi strangolati dalle loro madri, che le femministe americane vogliono libere.   Le torme a sostegno della figlicida Lindsay Clancy sotto processo (e delle sue emulatrici, già all’opera) sono le stesse majorette dell’immigrazione di massa, e che dicono che la «grande sostituzione» non esiste, è solo un mito inventato dalla destra xenofoba e razzista e pure antiabortista.   Dispiace doverlo comunicare alle femministe ed ai femministi: grazie al vostro impegno perverso, sarete sostituiti, pure voi, da eserciti di abusatori di delfini.   E ci rendiamo conto che – rileggiamola – quest’ultima frase pare pure surrealismo, fantascienza, teatro dell’assurdo.   Invece è l’amara realtà. Per noi tutti, per voi e i vostri amici pinnati.   Roberto Dal Bosco  

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Gran Bretagna, carcerati bianchi costretti a convertirsi da bande musulmane

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Le carceri britanniche stanno diventando un terreno favorevole al reclutamento di bande islamiche, con detenuti bianchi che si convertono sotto minaccia di violenza, mentre il sistema libera in anticipo i terroristi, tiene i manifestanti in cella più a lungo dei pedofili e destina centinaia di milioni all’ospitalità di detenuti stranieri. Lo riporta Modernity News.

 

Nuovi dati del ministero della Giustizia britannico hanno messo in luce una realtà dura all’interno delle prigioni di Inghilterra e Galles. Un musulmano su cinque in carcere è bianco, quasi quattro volte la quota del 5,8% osservata nella popolazione generale. Il numero di detenuti musulmani bianchi è passato da 2.767 nel 2022 a 3.218 alla fine di giugno 2025, con un incremento del 16%.

 

Nel complesso, i detenuti musulmani sono cresciuti del 14% nello stesso arco di tempo, da 14.037 a 16.051, arrivando a rappresentare circa il 18% della popolazione carceraria, sebbene i musulmani siano solo il 6,5% della popolazione del Paese. Il ministro della Giustizia ombra Nick Timothy ha presentato i dati e le conseguenze che ne derivano. «La percentuale di musulmani bianchi nelle nostre carceri è talmente superiore a quella della popolazione generale da sollevare seri interrogativi», ha affermato.

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«Sappiamo che gli esperti hanno ripetutamente messo in guardia contro le conversioni forzate che avvengono dietro le sbarre, perpetrate da bande islamiche. Dobbiamo essere onesti e ammettere che qualcosa non va: il Partito Laburista deve indagare con urgenza ed estirpare le conversioni forzate nelle carceri», ha esortato il ministro.

 

I consulenti governativi registrano questo schema da anni. Jonathan Hall KC, revisore indipendente della legislazione antiterrorismo, ha descritto i terroristi islamici come «autoproclamati emiri» che controllano i prigionieri attraverso «leadership e reclutamento». Ciò comprendeva il prendere di mira «detenuti vulnerabili o soli, utilizzando la guida, la condivisione di cibo o doni materiali» e la «conversione supportata da violenza implicita o esplicita».

 

Usman Khan, l’attentatore di London Bridge, mentre era detenuto, spingeva i prigionieri ad assumere nomi musulmani e a indossare abiti musulmani, cercando al contempo di convertire altri.

 

Ian Acheson, che ha studiato l’estremismo islamico nelle carceri, ha dichiarato che le conversioni avvengono spesso «come risposta pragmatica a chi controlla il potere e lo spazio nelle nostre prigioni». Soprattutto negli istituti di massima sicurezza, la sicurezza è un bene prezioso e un gran numero di giovani violenti cerca un senso di appartenenza. «Quindi, in questo caso, l’Islam assume caratteristiche tipiche delle bande criminali».

 

Un’indagine commissionata dal governo nel 2023 e condotta da Colin Bloom ha accertato che le gang imponevano ai nuovi arrivati di convertirsi all’Islam, pena gravi conseguenze. «Non dichiararsi musulmano significava che, nella migliore delle ipotesi, al nuovo detenuto veniva negata la ‘protezione’ da parte della gang musulmana dominante in quel braccio del carcere, o, nella peggiore, veniva sottoposto a violenze e intimidazioni da parte della stessa gang».

 

Un avvocato che visita di frequente i penitenziari di massima sicurezza ha riferito che il processo inizia quasi subito. «È qualcosa che accade poche ore dopo il loro arrivo in un braccio del carcere. Appena giungono in prigione, vengono inseriti nella gerarchia delle gang. In alcuni casi ci sono interi piani dominati da gang musulmane».

 

Alcune conversioni sono opportunistiche: «musulmani di convenienza» che cercano più tempo per la preghiera o cibo halal migliore. Altre sono forzate. I Corani lasciati sui letti veicolano un messaggio chiaro. Il ministero della Giustizia ribadisce di non tollerare intimidazioni o coercizioni basate sulla religione e sostiene che le carceri intervengono tempestivamente. Eppure i numeri continuano a salire, e ora ci sono 140 cappellani musulmani rispetto agli 87 della Chiesa d’Inghilterra.

 

Si tratta dello stesso sistema carcerario che continua a ospitare migliaia di detenuti stranieri a un costo enorme per il contribuente britannico. Le cifre indicano 10.487 criminali stranieri che costano 629 milioni di sterline (135 milioni di euro) all’anno: una somma che potrebbe finanziare 16.500 agenti di polizia o 15.000 infermieri del Servizio Sanitario Nazionale (NHS). L’Albania è in cima alla lista, seguita da Irlanda e Polonia. Le espulsioni procedono lentamente, ostacolate da documenti mancanti, Paesi di origine non collaborativi e rivendicazioni ai sensi della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

 

Vanessa Frake, consulente per le carceri di Reform UK, ha definito il conto «sbalorditivo». Ha sottolineato la lunga procedura: passaporti scartati, lentezza nella corrispondenza diplomatica, rifiuti da parte dei Paesi di origine e richieste di tutela della vita familiare ai sensi dell’articolo 8. Persino l’accordo per il rimpatrio di 200 detenuti albanesi prevedeva condizioni e pagamenti giornalieri all’Albania inferiori a quelli che il Regno Unito versa per mantenerli.

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Mentre i criminali stranieri e le reti islamiste si infiltrano nel sistema, le autorità hanno mostrato una diversa urgenza quando si tratta di concedere la libertà anticipata. Zahid Iqbal, condannato nel 2013 per aver pianificato un attentato dinamitardo contro una base dell’esercito utilizzando un manuale di Al-Qaeda, ha ottenuto la libertà vigilata con tre anni di anticipo, nonostante precedenti violazioni delle condizioni di libertà vigilata e avvertimenti da parte dei responsabili del carcere e delle autorità comunitarie.

 

Colin Sutton, consulente per la criminalità di Reform UK, ha definito la decisione «sconcertante». «Non si trattava di un tizio che tramava qualcosa nella sua camera da letto. Si trattava di qualcuno che organizzava addestramenti. Aveva legami con al-Qaeda. Era un vero terrorista.» I più ampi programmi di rilascio anticipato del Partito Laburista hanno accelerato lo svuotamento delle celle per gestire il sovraffollamento. Migliaia di detenuti, compresi quelli condannati per reati violenti, sono stati rilasciati prima di quanto consentito dalle precedenti normative.

 

Anche dopo le pause parziali e le esclusioni per alcuni reati sessuali, la direzione intrapresa rimane chiara: la gestione della capienza delle carceri ha la priorità sulla costante tutela della sicurezza pubblica, scrive Modernity News. Si confronti questo con il trattamento riservato ai cittadini britannici che protestano contro le conseguenze dell’immigrazione di massa o che esprimono la propria opinione online.

 

Lucy Connolly, già incarcerata per un singolo post su X dopo gli attentati di Southport, ha rischiato di essere nuovamente incarcerata per aver ripubblicato un commento satirico su Donald Trump e Keir Starmer. Gli agenti della libertà vigilata hanno considerato la battuta come «incitamento alla violenza» in seguito a una denuncia anonima.

 

Nell’Essex, sono scoppiate proteste fuori da un hotel che ospitava il migrante etiope Hadush Kebatu, dopo che quest’ultimo aveva aggredito sessualmente una ragazza di 14 anni e una donna. Kebatu è stato condannato a 12 mesi di carcere.

 

I manifestanti britannici coinvolti nei disordini successivi hanno ricevuto pene detentive ben più severe. Charlie Land è stato condannato a 32 mesi. Jonathan Glover a 30 mesi.

 

Lee Gower, un padre di famiglia del posto e allenatore di football giovanile, ha ricevuto una condanna a due anni e nove mesi. Altri residenti locali hanno ricevuto condanne da 22 a 33 mesi. Le pene detentive complessive per molti di loro hanno superato i 17 anni, un periodo più lungo di quello inflitto all’autore dei disordini. I giudici hanno sottolineato che la violenza contro la polizia è inaccettabile. Eppure la disparità di pena è innegabile.

 

«Gli abitanti del luogo che reagiscono a un’aggressione sessuale su un minore da parte di un uomo arrivato con una piccola imbarcazione trascorrono più tempo in casa rispetto all’uomo che ha commesso l’aggressione» conclude Modernity News.

 

Il carcere costituisce un terreno fertile per la radicalizzazione islamica a causa dell’isolamento, della crisi identitaria e del bisogno di protezione e appartenenza. Molti detenuti, soprattutto quelli con lunghe condanne o origini di emarginazione, vivono una «crisi della presenza» che li rende recettivi alle narrative estremiste. Il processo si articola in fasi successive.

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Nella pre-radicalizzazione fattori di rabbia, frustrazione e ricerca di senso predispongono l’individuo. Nell’identificazione egli cambia abitudini visibili, intensifica le preghiere, si fa crescere la barba e frequenta nuovi compagni allontanandosi dai precedenti riferimenti. Segue l’indottrinamento, in cui detenuti carismatici o autoproclamati imam approfondiscono interpretazioni salafite-jihadiste che presentano l’Occidente come nemico e legittimano la violenza.

 

L’ultima fase è la jihadizzazione, con l’accettazione dell’azione violenta anche dopo la scarcerazione.

 

In Francia il carcere è da anni considerato un incubatore della radicalizzazione islamista. Al 1° maggio 2025 risultavano detenuti 754 individui segnalati per radicalizzazione: 351 condannati o indagati per terrorismo islamista (detti TIS) e 403 detenuti di diritto comune che si sono radicalizzati in cella (detti DCSR, detenuti sospettati di radicalizzazione).

 

Oltre la metà del totale, quindi, ha compiuto il percorso ideologico dietro le sbarre. Il processo segue dinamiche analoghe a quelle osservate in Italia: isolamento, crisi identitaria, ricerca di protezione e di un nuovo status. Reclutatori carismatici, spesso ex criminali diventati autoproclamati imam, individuano i più fragili e li avvicinano prima con la solidarietà, poi con un’interpretazione salafita-jihadista che giustifica la violenza contro la società considerata infedele.

 

La Francia ha risposto con un dispositivo specifico: i Quartiers d’évaluation de la radicalisation (QER), dove per quindici settimane un’équipe pluridisciplinare osserva il detenuto, seguito dai Quartiers de prise en charge spécifique (QPCR) o dall’isolamento. Nonostante il sovraffollamento cronico, il tasso di recidiva terroristica dopo la scarcerazione resta bassissimo. Casi come Mehdi Nemmouche, radicalizzato in carcere prima di unirsi all’ISIS, o Chérif Chekatt, mostrano però che il rischio non è eliminato. Ogni anno decine di TIS escono e i profili più recenti sono considerati più pericolosi perché legati a fatti violenti o progetti di attentato.

 

Nelle carceri italiane i musulmani rappresentano circa il 16% della popolazione detenuta e ogni anno si registrano decine di conversioni. Il sovraffollamento e la scarsità di personale facilitano il proselitismo tra i reclusi.

 

Casi come quello di Anis Amri, radicalizzato in istituti siciliani prima dell’attentato di Berlino, illustrano quanto concreto sia il fenomeno: il tunisino, sbarcato a Lampedusa nel 2011, si finse minore e poi finito in carcere divenne jihadista. Attuò la strage dei mercatini di Natale di Berlino del 2016.

 

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Immigrazione

Ceuta in subbuglio: può la carità cristiana ignorare il bene comune?

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A seguito del massiccio afflusso di decine di migliaia di migranti dal Marocco, Ceuta rimane impantanata in una crisi umanitaria, politica e di sicurezza. Attraverso le informazioni e le reazioni della Chiesa, emergono due concezioni significativamente diverse della carità cristiana.   Il 30 luglio 2026, il confine che separa il Marocco dall’enclave spagnola di Ceuta è crollato sotto il peso dell’afflusso di decine di migliaia di persone. Da allora, molti sono stati rimpatriati in Marocco, ma diverse migliaia rimangono in città, dove le strutture di accoglienza sono ancora sovraffollate. InfoVaticana monitora regolarmente le conseguenze di questa crisi e raccoglie le numerose reazioni che ha generato negli ambienti ecclesiastici spagnoli. Questa copertura ci permette di valutare sia la portata del caos sia le profonde divisioni all’interno della Chiesa riguardo alla risposta più appropriata.   In poche ore, la popolazione di questa città di circa 80.000 abitanti è aumentata vertiginosamente. Uomini, donne e minori hanno attraversato il confine o hanno nuotato intorno al valico di Tarajal. La crisi ha rapidamente travolto le autorità locali, sono sorti accampamenti improvvisati sulle spiagge e in alcuni quartieri, mentre i residenti hanno espresso un crescente senso di abbandono. Le attività commerciali hanno chiuso e le famiglie temevano che le loro case venissero invase da persone in cerca di cibo o caricabatterie per cellulari. Secondo le informazioni raccolte da InfoVaticana , sono stati segnalati diversi casi di violenza sessuale, alcuni dei quali ai danni di minori.   La situazione continua a provocare scontri. Il 27 agosto, diverse centinaia di residenti hanno bloccato per oltre due ore un camion della Croce Rossa che stava consegnando rifornimenti a un accampamento allestito sulla spiaggia di Trampolín. I manifestanti ritenevano che la continuazione di questi aiuti contribuisse a mantenere una situazione insostenibile in città. La polizia ha infine permesso al camion di passare, per poi intervenire nuovamente in seguito ad alcuni incidenti avvenuti nei pressi di altri accampamenti.

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Un’operazione politica dietro la tragedia umana

All’interno dello stesso episcopato spagnolo, diverse voci hanno riconosciuto che gli eventi non potevano essere ridotti a una semplice emergenza umanitaria.   L’arcivescovo Luis Argüello di Valladolid, presidente della Conferenza episcopale spagnola, ha usato termini insoliti nel discorso ecclesiastico contemporaneo: «L’invasione di Ceuta è una prova» e «la demografia è un’arma». Ha così denunciato l’uso di intere popolazioni come mezzo per esercitare pressione tra gli Stati; dietro le immagini di sofferenza si cela un’operazione politica in cui gli stessi migranti sono al contempo strumenti e prime vittime. Il bilancio umano tra i migranti a Ceuta è effettivamente pesante: sono stati ufficialmente registrati almeno 97 decessi.   L’arcivescovo Ramón Valdivia, amministratore apostolico di Cadice e Ceuta, ha parlato anche di una «crisi politica internazionale» aggravata da una «tragedia umana». In una lettera pubblicata l’8 agosto, ha descritto senza mezzi termini la situazione in cui versano gli abitanti e la rabbia alimentata dalla «mancanza di protezione» che le autorità avrebbero dovuto impedire. Ha inoltre menzionato i giovani marocchini attirati da «promesse maligne», i bambini abbandonati diventati «carne da cannone per i predatori» e gli adulti che hanno approfittato del caos per sfuggire alla giustizia nel proprio Paese.   Il vescovo Valdivia ha tuttavia difeso l’operato delle parrocchie, della Caritas e del Centro San Antonio, che si sono mobilitati fin dalle prime ore per distribuire acqua e cibo. Ha inoltre richiesto che in tutte le parrocchie della diocesi venga organizzata una veglia di preghiera per «la pace, la stabilità e la giustizia a Ceuta».

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Carità senza prudenza?

Altri interventi si sono concentrati maggiormente sull’accoglienza dei rifugiati, talvolta al punto da sembrare che ignorassero le cause del disastro e la sofferenza della popolazione locale.   Padre Ángel García, fondatore dell’associazione Mensajeros de la Paz, ha visitato il centro di accoglienza temporaneo per migranti. Parlando alle telecamere dell’emittente televisiva LaSexta, ha descritto i migranti in attesa di entrare come «santi» perché mantenevano la calma e non organizzavano rivolte. Questa descrizione riassume una tendenza terzomondista diffusa nel discorso della Chiesa da oltre sessant’anni: lo straniero, per il semplice fatto di essere un migrante, diventa una figura quasi sacra, mentre qualsiasi preoccupazione per la sicurezza degli abitanti o per il controllo delle frontiere tende a essere dipinta come mancanza di compassione.   Il direttore del Dipartimento Migrazione della Conferenza Episcopale Spagnola, Fernando Redondo Pavón, ha anch’egli chiesto che i migranti non vengano «criminalizzati» né che si generi in loro timore. Ha difeso la regolarizzazione straordinaria recentemente approvata dal governo di Pedro Sánchez, definendola «molto positiva e necessaria», pur negando che abbia avuto alcun effetto deterrente.   L’arcivescovo José Rodríguez Carballo di Mérida-Badajoz ha condannato le mafie e ribadito il diritto dei governi di gestire i flussi migratori nell’interesse comune, ma il suo intervento si è concentrato soprattutto sulla denuncia dello sfruttamento politico della crisi: «sarebbe un peccato gravissimo manipolare e approfittarsi dei poveri». Questo principio deve essere applicato a tutti coloro che sfruttano queste popolazioni, compresi gli Stati che aprono o chiudono le frontiere in base ai propri interessi diplomatici, le organizzazioni che perpetuano l’illusione di un facile passaggio verso l’Europa e i leader politici che si rifiutano di considerare le conseguenze delle loro scelte sulle popolazioni locali.

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«La beneficenza esige questa gerarchia» Padre Jesús Francisco Molina ha parlato proprio da Ceuta, a diretto contatto con la popolazione locale e i migranti. Nato nel 1998 e ordinato sacerdote nel settembre 2023 all’età di 25 anni, è ora vicario parrocchiale del santuario di Santa María de África, nel cuore della città. Interrogato sull’assistenza fornita alle migliaia di migranti che vivono lì, questo giovane sacerdote ha innanzitutto ricordato a tutti che «la Chiesa non è una ONG». Aiutare i bisognosi è certamente uno dei suoi compiti principali, ma non la sua missione primaria: «la Chiesa è lì per rispondere ai bisogni soprannaturali del suo popolo: i sacramenti, la predicazione e il sostegno al popolo di Dio».   Questa priorità non significa in alcun modo abbandonare i migranti che sono realmente bisognosi: «certo, se possiamo aiutare qualcuno in difficoltà, lo faremo». Parrocchie, Caritas e altre istituzioni ecclesiastiche si sono impegnate ad assisterli fin dall’inizio della crisi, ma padre Molina sottolinea che le risorse di Ceuta, come quelle della Chiesa locale, sono insufficienti per prendersi cura di tutti coloro che sono arrivati. Anche prima del loro arrivo, la città aveva già una popolazione povera per la quale le risorse disponibili erano a malapena sufficienti.   L’aiuto ai nuovi arrivati ​​non poteva quindi essere fornito ritirando l’assistenza destinata ai bisognosi di Ceuta: «Se dobbiamo strappare ai nostri poveri, alla nostra gente bisognosa, le risorse che già possediamo, ci troviamo in una situazione molto più complicata». Il sacerdote si appella dunque esplicitamente all’ordine della carità: «È la carità che esige questa gerarchia. Ci prendiamo cura prima del prossimo, cioè di coloro che sono vicini, di coloro che abitano accanto, dei Ceuti, prima di coloro che non lo sono». San Tommaso d’Aquino insegna infatti che la carità, pur estendendosi a tutte le persone, possiede un ordine; nell’assistenza concreta, coloro ai quali siamo più strettamente legati dovrebbero normalmente venire prima, salvo in circostanze eccezionali. (1)

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Per accogliere «per quanto possibile»

Anche il catechismo pubblicato sotto Giovanni Paolo II riconosce questa distinzione, sebbene il suo insegnamento rifletta già un cambiamento. Per secoli non è esistito un «diritto di migrare» indipendente da circostanze specifiche, come le esigenze del paese ospitante, la guerra, la persecuzione o la carestia. Il catechismo numero 2241, tuttavia, continua a esortare le nazioni prospere ad accogliere gli stranieri “per quanto possibile”, ma afferma anche il diritto delle autorità politiche di regolamentare l’immigrazione «per il bene comune affidato alle loro cure». Infine, ricorda agli immigrati il ​​loro dovere di rispettare il patrimonio materiale e spirituale del paese ospitante, le sue leggi e le sue responsabilità civiche.   Tuttavia, come ha dimostrato Laurent Dandrieu in Chiesa e immigrazione: il grande disagio (2), il discorso della Chiesa ha gradualmente sconvolto questo equilibrio. Per diversi decenni, gli interessi del migrante hanno teso a diventare l’unico criterio morale, mentre i diritti delle nazioni europee, la loro identità, la loro sicurezza e la loro continuità storica sono stati relegati in secondo piano. La carità è così separata dalla prudenza, dalla giustizia e dal bene comune, al punto da rendere l’accoglienza dei migranti un imperativo quasi assoluto.   A Ceuta, gli eventi ci hanno brutalmente ricordato questi limiti: una città di 80.000 abitanti non può assorbire decine di migliaia di persone in poche ore senza che l’ordine pubblico, le strutture di supporto e la vita quotidiana vengano sconvolti in modo spettacolare.   Pertanto, contrapporre la compassione per i migranti alla protezione dei residenti è un falso dilemma; la vera carità aiuta le persone in pericolo, ma cerca anche le cause del loro esodo, combatte chi le sfrutta, protegge le comunità minacciate e rispetta le esigenze del bene comune.   Ricordando che «la carità richiede una gerarchia», padre Molina non ha limitato la carità cristiana, bensì le ha restituito l’ordine, la prudenza e il realismo che l’emotività dei media troppo spesso le sottrae.   NOTE 1) Theologica, IIa-IIae, q. 26 e q. 31 2) Laurent Dandrieu, Église et immigration : le grand malaise. Le pape et le suicide de la civilisation européenne, Parigi, Presses de la Renaissance, 2017.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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