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I sindaci si arrendono a Fleximanno. Lo Stato moderno non lo farà mai

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Fleximan è l’eroe del momento, la cosa è indiscutibile.

 

I giornali ieri dicono che sarebbe arrivato a quota 13. A Villa del Conte, in provincia di Padova, sarebbe stata lasciata anche una rivendicazione, una minaccia, un annuncio: «Fleximan sta arrivando». Ha colpito in Veneto, Lombardia, Emilia Romagna. In una sola settimana è riuscito a colpire cinque volte.

 

L’uomo che col flessibile, sterminatore di autovelox, è divenuto popolare come nessuno. Fleximan, che noi vogliamo chiamare Fleximanno (perché Norman–>Normanno; Herman –>Ermanno; Batman –>Batmanno) sembra trionfare nel cuore del popolo italiano.

 

Le discussioni nei bar d’Italia, città e campagna finalmente all’unisono, non possono vertere su altro. Giornali e telegiornali lo chiamano «vandalo», ma al popolo pare non importare.

 

I social traboccano di suoi ammiratori, tanto che un giudice ha già detto che potrebbe configurarsi per tutti il reato di apologia di reato: il lettore è avvisato, sapete che da lustri oramai si può venire rinviati a giudizio per un like, e in massa, e non scherziamo. (Va detto che vi sono avvocati in rete che dicono che, secondo una sentenza di qualche anno fa, il danneggiamento di autovelox comporterebbe invece una multa, peraltro di entità inferiore a molte multe per eccesso di velocità)

 

Siti e organizzazioni hanno prodotto con l’Intelligenza Artifiziale quantità di immagini del supereroe stradale padano, e anche Renovatio 21, come vedete qui sopra, ci ha dato dentro come poteva. (Apprezzerete la nostra versione, che prevede un elmo stile cavaliere medievale al neon, stile crociato del secolo XXI, e ovviamente il mantello, che forse è un tabarro portato in maniera ribalda).

 

A Padova è spuntato un murales che lo celebra sotto le forme della figlia dell’oscuro tibetologo consacrato portavoce del Dalai Lama Robert Thurman, Uma, nei panni della spadaccina vendicatrice della pellicola Kill Bill (2004): ornata della tuta giallonera di Bruce Lee ne L’ultimo combattimento di Chen (1978), in una mano tiene la katana, nell’altra un autovelox amputato.

 

 

Sono saltati fuori degli emulatori: quello piemontese però è stato beccato, identificato e denunziato.

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La notizia, tuttavia, è la resa dei sindaci. Testate nazionali riportano che un numero di primi cittadini veneti avrebbe alzato bandiera bianca: il segnale che daranno è che non piazzeranno autovelox nuovi al posto di quelli abbattuti dalla furia fleximanna.

 

Il sindaco di Villanova (PD) rifiuta l’idea di una reinstallazione: «in quella stessa strada ce n’è già un altro, e poi dobbiamo tenere conto anche del dissenso delle persone, se c’è chi arriva a tanto non possiamo ignorarlo».

 

Il sindaco di Cadoneghe Marco Schiesaro: «già non ero molto convinto prima, ora con quello che è successo, le indagini e tutto il resto, ho deciso di non reinstallare nulla».

 

Il sindaco di Tribano Massimo Cavazzana: «dobbiamo fare una riflessione, la nostra strada è battuta da molti camion e le auto vanno spesso in sorpasso, però dobbiamo anche trovare un dialogo con la popolazione, magari potremmo accenderlo a fasce orarie e mettere degli avvisi quando è funzionante».

 

Fleximanno ha vinto per lo meno nel padovano: nel rodigino invece un sindaco ha detto che «non possiamo certo darla vinta a questi criminali», un altro sta cercando di sostituire l’autovelox abbattuto alla viglia di Natale.

 

Ora, che i sindaci indicano la ritirata è un segno potente: l’autorità, sentita la vox populi, arretra. Mica capita spesso, anzi. Ma è facile capire cosa stia succedendo: i sindaci dei piccoli comuni non sono solitamente scarrozzati da autoblu con lampeggiante. Sono, cioè, politici non divorziati dalla realtà – anche dalla realtà stradale – come lo sono quelli romani, quelli che fanno leggi e decreti, e poi calpestano il traffico con il macchinone la scorta.

 

Il sindaco del piccolo comune, sempre a differenza di molti politici romani, non è stato sempre sindaco: e quindi si ricorda come anche lui, negli anni, è stato molestato dagli automi implacabili che misurano la tua velocità – e vogliamo dire che proprio da quelle parti c’è un Paese dove, se vi si passa, è impossibile non prendere una multa (lo scrivente, che è uno che tendenzialmente guida pianissimo, ne ha prese due a distanza di pochi giorni) e una tangenziale dove possono arrivarti more per eccesso di 1 chilometro all’ora sul limite.

 

Insomma, il sindaco, nonostante sia entrato dentro il meccanismo dello Stato italiano, potrebbe essere d’accordo: con gli autovelox si è esagerato.

 

L’idea di essere multati senza nessun contatto umano – ti controlla una macchina, una vera Intelligenza Artificiale ante litteram – è snervante per chiunque, per alcuni estremisti non dovrebbe nemmeno essere legale. E i casi di autovelox truccati sono noti: nel 2011 si parlava di 146 comuni coinvolti, centinaia di indagati, una cifra di almeno 82 mila multe emesse ingiustamente.

 

C’è la questione poi del costo: una multa, per molti di noi, è qualcosa che ti cambia l’economia del mese. Il popolo che arranca per arrivare a fine mese apre tremando al postino che porta la raccomandata. Non è così, invece per gli abbienti: anzi, possono considerare la mora come un costo compreso nello spostamento.

 

Un caso del genere lo si è visto a Vicenza pochi giorni fa: un signore con una stupenda Lamborghini ha parcheggiato dinanzi a Piazza dei Signori, Sancta Sanctorum della pedonalità della città più pedonale d’Italia, piazza dove in teoria nemmeno le biciclette potrebbero transitare. Quando i vigili gli hanno detto che dovevano procedere con la multa di ben 100 euro, il ricco personaggio «avrebbe immediatamente mostrato una certa insofferenza e cominciato a darsi delle arie con gli agenti della pattuglia che gli chiedevano di esibire patente e libretto», e poi «avrebbe deriso anche quella cifra, sottolineando che l’avrebbe pagata senza battere ciglio perché per lui sarebbe un importo irrisorio» ha scritto Il Giornale di Vicenza.

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Insomma, le multe, come le tasse, sono un mezzo per spremere i poveri facendoli soffrire, mentre i ricchi possono permettersi di pagarle – o di non pagarle.

 

Il gettito delle multe non è, per lo Stato, una voce da sottovalutare: nel 2022 il «mercato» valeva 3 miliardi, con città come Milano che incassano 150 milioni di euro in un anno dalle contravvenzioni.

 

Lo Stato può rinunziare ad una simile manna? Sono cifre da piccola manovra, sono quello che si definisce nel linguaggio politico-giornalistico un «tesoretto».

 

E quindi: no, il governo non può rinunziarvi, sono tanti soldi. O forse… anche sì?

 

Ipotizziamo: se montasse una vera ondata di malcontento, non è impossibile che l’autorità possa iniziare a considerare di smetterla di depredare le tasche dei cittadini con un sistema percepito via via sempre più come un sopruso. Scelte antieconomico in passato sono già state fatte: pensate dalla denuclearizzazione del Paese seguita al referendum del 1986.

 

È possibile, quindi, che anche al governo possano iniziare a pensarla come i sindaci padovani, i quali, va ricordato, si arrendono al Fleximanno lasciando sul piatto il gruzzoletto annuo delle multe.

 

Tuttavia, bisogna capire che se mai si farà a meno all’autovelox, sarà per istituire un sistema di controllo più. Perché lo Stato moderno non può esistere senza il controllo – diffuso, capillare, digitale, totale – sul cittadino.

 

Il controllo, numerico e biologico, è il fondamento dello Stato moderno. Lo Stato che in realtà è «piattaforma», e il cittadino «utente», dove non ci sono diritti, ma «accessi», tutto sotto la gestione del sistema che richiede non la cooperazione del cittadino, ma la sua sottomissione.

 

Ne abbiamo avuto la prova con il green pass: lo Stato che controllava la tua persona a livello biomolecolare, e che a seconda di esso ti proibiva di uscire e di lavorare, rispetto agli abusi delle contravvenzioni automatiche è avanti di anni luce in fatto di sorveglianza totale.

 

La realtà è che parlare di autovelox, oggi, è come parlare di carrozze e cavalli invece che di auto elettriche. Già vi sono mille sistemi più pervasivi, e non abbattibili, non fleximannabili, per controllare non solo quanto veloce correte, ma dove andate, quante volte, quando, perché.

 

Ci sono i satelliti, ci sono le telecamere intelligenti, magari con il riconoscimento facciale, ci sono i droni – anche quelli visti durante i lockdown, prova generale per la società del controllo, per la tecnocrazia che l’élite sogna di infliggere al resto dell’umanità almeno dai tempi della Repubblica di Platone.

 

Ci sono, soprattutto, i vostri telefonini: lo sapete, vi seguono, vi tracciano, prevedono i vostri spostamenti – e rivendono l’informazione a qualcuno che sui vostri dati lucrerà.

 

Di più: sapete anche che i vostri telefonini vi ascoltano, anche se hanno pure il coraggio di negarlo. Orwell in 1984 raccontava degli incontri dei protagonisti nei boschi, dove si sperava non vi fossero i microfoni del Grande Fratello, anche se il dubbio c’era. Nel XXI secolo, i microfoni del potere totalitario li portiamo appresso da noi, si chiamano smartphone, e che ci spiano senza pietà oramai è cosa che abbiamo perfino accettato, come il protagonista nel tremendo finale del romanzo.

 

Vogliono controllare ogni parte della vostra vita: vogliono stabilire quello che potete e non potete dire su internet (lo fanno già da anni), vogliono stabilire quello che dovete mangiare (dite addio alla carne) , quanto dovete spostarvi (perché, anche solo respirando, emetterete CO2, la sostanza che sta alla base della vita), cosa dovete comprare, quando dovete farlo, dove potrete farlo (le CBDC, l’euro digitale, sono qui) vogliono entrarvi nel cervello con microchip che renderanno le elezioni inutili, dice Klaus Schwab.

 

La tecnocrazia ha già messo i sensori in ogni ambito della nostra vita, e glielo abbiamo lasciato fare, con i computer e con il COVID.

 

Che cosa potrà mai essere, quindi, un autovelox abbattuto, se il mondo intero sta divenendo un’immane, ineludibile, matrice di controllo?

 

Quale Fleximan occorre, per fermare l’incubo biototalitario che si sta caricando in tutto l’Occidente?

 

Roberto Dal Bosco

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Il fascismo evergreen

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Oggi, nel giorno dell’anniversario della strage di Sant’Anna di Stazzema, il presidente della Repubblica Mattarella tuona contro il «ritorno di logiche di dominio e nuove ombre di guerra».   Senza nulla togliere alla drammaticità di quell’evento, le dichiarazioni del presidente potrebbero apparire contraddittorie a chi ricordasse che Mattarella è il principale supporter istituzionale dell’Unione Europea, e cioè di un apparato sempre più incline a derive totalitaristiche e guerrafondaie, come dimostra la cronaca degli ultimi anni, almeno dal COVID in poi.   Ma, per fortuna del Capo dello Stato, e tutto sommato anche nostra, a parte gli iscritti al PD sono sempre meno quelli che hanno tempo di seguire le notizie del mainstream e ancor meno quelli in grado di cogliere la contraddizione in questione.   Del resto, «ribadire il NO al fascismo», come ha fatto nella stessa occasione anche un ex presidente del Consiglio, è praticamente esilarante, se non fosse strumentale ad altri obiettivi.   Definito dal coevo Dizionario Enciclopedico Moderno Labor (Milano, 1943, tomo II, pag. 601) come il «movimento politico italiano creato da Benito Mussolini», senza ulteriori aggettivazioni, tentare ricorrentemente di fornirne una definizione, o prenderne le distanze, a più di 100 anni dalla sua creazione, e a più di 80 anni dalla morte del suo fondatore e unico capo, può avere molti scopi di cui il principale è forse questo: ridicolizzare, etichettare e ostracizzare sbrigativamente chi non la pensa o non si comporta come la massa rintronata dalle logiche demo-liberal-globaliste propagandate dal capitalismo ultra-finanziario e digitale di matrice giudaico-massonica.   Non sei woke? Non sei europeista? Non sostieni le politiche di genere? Non credi nel cambiamento climatico? Non ti sei vaccinato?   Sei un fascista di merda.   Con tanti saluti dai nazi-arcobaleno.   Prof. Luca Marini   Articolo previamente apparso su Il futuro è mia nonna  

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 Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia  
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Ecco l’Odissea demo-woke-global-giudaico-massonica

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Non è difficile: più il mainstream pompa un prodotto, più quel prodotto è demo-woke-global-giudaico-massonico.

 

Anche il solito cieco si renderebbe conto che il film che ci sta sfraganando i maroni in questi giorni torna utile, di fatto, a distruggere archetipi, simboli, valori e ideali su cui è nata e si è sviluppata per millenni la cultura occidentale, riscrivendo storia e letteratura in chiave progressista.

 

Depotenziare l’eroe, banalizzare la patria, le radici, l’amicizia e la fedeltà, in particolare, torna utile, di fatto, a sabotare la formazione dei più giovani che – complice la mirata, progressiva scomparsa degli studi classici – in futuro non disporranno più degli strumenti necessari a distinguere storia (e cultura) dal letame.

 

Del resto, dal punto di vista storico, poteva andare peggio. Pensate se la nostra amicona, invece che nera, fosse stata trans…

 

Un’ultima osservazione. Vi siete chiesti chi ha prodotto il film? Facile: l’Universal Picture. E vi siete chiesti di chi è l’Universal Picture? Facile: della NBCUniversal. E vi siete chiesti di chi è l’NBC Universal? Facile: della Comcast. E vi siete chiesti di chi è la Comcast?

 

Andate a vedere.

 

Shalom.

 

Prof. Luca Marini

 

Articolo previamente apparso su Il futuro è mia nonna

 

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Immagine: Testa di Ulisse proveniente da un gruppo scultoreo raffigurante Ulisse che acceca Polifemo. Marmo, greco, probabilmente del I secolo d.C. Villa di Tiberio a Sperlonga. Conservata nel Museo Archeologico Nazionale di Sperlonga.

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; immagine tagliata

 

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Perché a San Lorenzo dobbiamo ricordarci l’oscena poesia massonica?

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Poche ore dal cielo notturno più bello dell’anno: la Terra attraversa lo sciame meteorico delle Perseidi, una densa nube di polveri e detriti lasciati lungo l’orbita della cometa Swift-Tuttle, che ogni 133 anni compie un giro intorno al Sole, perdendo ghiaccio e polveri lungo il suo cammino.   Tali frammenti, grandi come granelli di sabbia, si incendiano istantaneamente per l’impatto con l’aria, consumandosi prima di toccare il suolo.   In pratica, siamo pronti per le stelle cadenti, spettacolo del quale, nei decenni, mai siamo paghi. Chi non ricorda una notte di San Lorenzo passata con i propri genitori a contare le stelle che cadono? Magari con gara annessa, dove l’avvistamento del satellite era un falso allarme che non valeva punti. Chi non ricorda almeno un’estate in cui, guardando le stelle, non ci si è sdraiati su un prato con la persona del batticuore, magari sperando di suggellare le stupende lagrime celesti con un bacio?   Il fatto è che tutte queste belle memorie devono essere difese da un tremendo nemico che vuole spodestarle: la letteratura italiana. Specialmente quella inflitta a tutti i bambini, noi compresi, senza che nemmeno si possa pensare che essa faccia schifo o, ancora peggio, nasconda neanche tanto bene cose che non vanno tanto bene, e che magari, se approfondite neanche di tanto, farebbero capire certe dinamiche occulte e tossiche della storia dell’Italia post-risorgimentale, e di come la scuola dell’obbligo non abbia smesso di iniettarle nell’animo dei cittadini sin da infanti.   Ci riferiamo, ovviamente, alla poesia X agosto di Giovanni Pascoli (1855-1912), composta nel 1896 in memoria della morte del padre Ruggero Pascoli, morto 32 anni prima.   Tutti la conoscono, perché nella scuola dell’obbligo italiana vi sono stati, e probabilmente vi sono ancora insegnanti che pretendono che gli scolari la imparino a memoria.   San Lorenzo, io lo so perché tanto di stelle per l’aria tranquilla arde e cade, perché sì gran pianto nel concavo cielo sfavilla

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Abbiamo il diritto di dire che, già in partenza, questa poesia fa schifo? Le rime sono idiotissime, la forma ebetissima («lo so perché tanto di stelle» era cringe già nell’Ottocento; il «concavo cielo» che «sfavilla» non se lo sarebbero sognati di scrivere neanche quelli che hanno fatto l’adattamento per il doppiaggio de I cavalieri dello Zodiaco).   Ma non è solo la forma ad inquinare la bellezza della notte di San Lorenzo. Pascoli, e con lui la scuola italiana, vuole che associamo le stelle cadenti al decesso del genitore (metodo per individuare un idiota: stasera, davanti al cielo, si mette a recitare i versi pascoleschi a memoria, così per sembrare colti senza contare la nota funebre che rovina tutto).   Perché in classe ti fanno una testa così: guardate qua, la bellezza della metafora ornitologica. L’idea geniale del Pascoli è quella di paragonare suo padre ad un uccello.   Ritornava una rondine al tetto: l’uccisero: cadde tra i spini: ella aveva nel becco un insetto: la cena de’ suoi rondinini   Il cringiometro anche qui va fuori scala, e con «rondinini» abbiamo toccato il fondo, uno pensa. Ma ce n’è ancora. A parte l’augello, il poeta inserisce tra i versi anche delle bambole, dei props di scena che dovrebbero commuovere il lettore, ma che nemmeno gli sceneggiatori de Gli occhi del cuore (la mitologica fiction fittizia dell’irresistibile serie Boris) sognerebbero di proporci.   Menzione speciale per quel «cadde tra spini». «I» spini? Con la «i»? Ma come parla il poeta? Portate pazienza: l’italiano che vi fanno studiare a scuola, sulla cui playlist di autori vi diremo a breve, sembra in ogni momento negare se stesso.   Vi fanno studiare la sua grammatica bizantina (un dramma, specie chi viene dalle meravigliose lingue regionali, il veneto, il napoletano, il siciliano, il ladino etc.) per poi decantarvi scrittori che la violano ad ogni momento, e non per licenza poetica, ma, crediamo per ignoranza, o inesistenza di una vera lingua italiana, un costrutto convenzionale recente e asimmetrico che al primo soffio cade come un castello di carte – con buona pace di Crusca ed altre granaglie.   Tuttavia, è sul finale non esattamente edificante che richiamiamo l’attenzione. La sua negatività, confessiamo, ci aveva colpiti ancora da bambini. Il poeta, nella tragedia, non trova una possibile abreazione, una comprensione del dolore, del disegno più grande a cui, talvolta, capita di pensare anche a noi quando muore un nostro caro.   Macché: Pascoli diventa depressivo, vinto… o ancora, diventa gnostico.   E tu, Cielo, dall’alto dei mondi sereni, infinito, immortale, oh! d’un pianto di stelle lo inondi quest’atomo opaco del Male!

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Ecco, la Terra per il poeta impostoci dallo Stato italiano è un «atomo opaco del Male». Facciamo l’analisi che a scuola non ci è stata offerta: «atomo» richiama una visione materialista, che di lì a breve, proprio con gli atomi, avrebbe ottenuto risultati davvero inquietanti; «opaco» aggiunge una semantica di incomprensione, di mancanza di lucidità dichiarata, oltre che di impotenza e tristezza; infine attenzione al «Male» con la maiuscola, come se il poeta, che tanto cristiano non sembra, creda che esso possa essere un concetto supremo, o perfino un essere personale.   Pascoli con evidenza odia la Terra. Detesta il mondo e le sue dinamiche, cioè la legge naturale, la quale certo non preserva l’uomo e le altre creature dal dolore e dall’ingiustizia. Il poeta non lo può concepire: per questo è impressionato dal cielo «infinito, immortale» che gli sembra indifferente.   E quindi, Pascoli non crede al Cielo. Siamo nell’ateismo più palmare, con evidenze pulsioni anti-cosmiste, cioè gnostiche: l’universo è stato creato da un dio cattivo, l’esistenza è una prigione. Chi conosce le religioni sa che lo gnosticismo (Don Ennio Innocenti, pace all’anima sua, sulla questione aveva scritto volumi definitivi) è la tendenza segreta o pubblica di tutti i culti, meno che quello cristiano. Lo gnosticismo, dove la divinità odia l’uomo, è l’esatto opposto del cristianesimo.   Ora, sveliamo quello che la scuola dell’obbligo non vi ha detto. Giovanni Pascoli fu iniziato alla massoneria il 22 settembre 1882 nella loggia «Rizzoli» di Bologna, introdotto dal maestro Giosuè Carducci, già autore dell’Inno a Satana pure presente in certe nostre antologie, anche lui poeta pessimo (stormi di uccelli neri / Com’esuli pensieri /Nel vespero migrar) inflitto alla popolazione post-unitaria nonché (chissà perché) premio Nobel.   La prova fondamentale del legame del Pascoli con la setta verde è il suo «testamento massonico» autografo a forma di triangolo, con le risposte tradizionali sui doveri verso la patria («La vita»), l’umanità («D’amarla») e se stesso («di rispettarsi»).   L’adesione del Pascolazzo alla massoneria rappresenta uno dei capitoli più dibattuti della sua biografia. Per molti anni questa appartenenza è rimasta in ombra, quasi nascosta dalla critica letteraria tradizionale, per poi essere riscoperta e documentata in modo inconfutabile attraverso il ritrovamento di documenti d’archivio.   Per il giovane Pascoli, l’ingresso nella loggia rappresentava una continuazione naturale del suo impegno civile e delle sue aspirazioni di giustizia sociale, dopo gli anni giovanili segnati dall’attivismo anarchico e socialista che gli erano costati anche tre mesi di carcere nel 1879.   Il poeta rielaborò in chiave intimistica e poetica i valori massonici nella celebre poetica del «Fanciullino», anche quella irrogata ai poveri, indifesi studenti di medie e superiori.   E quindi, visto che abbiamo fatto questa piccola scoperta di retroscena, possiamo farci qualche semplice domanda sulla morte del padre? Si tratta di un vero cold case, lasciato completamente insoluto: rammentiamo quanto ci colpiva come ci facessero memorizzare la poesia ma non vi fosse intenzione di spiegare l’assassinio. Tipo, luna e dito.   Tipo che, come, come abbiamo altre volte scritto, farsi prendere dalla tarantola di un omicidio (penso ai tanti che stanno sotto con i serial killer nostrani e non, dal Mostro di Firenze a Son of Sam, etc.) è un fenomeno naturale per un uomo sano, volontario o involontario che sia, perché nella mente entra automaticamente una dissonanza che chiede di essere risolta affinché la propria esistenza, e quella della comunità, siano al riparo da un bestia sanguinaria misteriosa.   E invece, mai una parola su chi ha ammazzato il Pascoli senior. Il lettore comincia a capire. Però no, non vi sono prove che Ruggero Pascoli (1815-1867) fosse massone. E il poco che dicono gli studiosi di letteratura è che forse dietro c’era solo una bega professionale, un tizio benestante del luogo che voleva assumere il ruolo di Pascoli padre, che era amministratore di una tenuta dei principi di Torlonia. Il rivale Pietro Cacciaguerra, ad ogni modo, dopo l’omicidio quel posto lo ottenne.   Gli esecutori sarebbero balordi violenti della zona, ma anche qui non v’è certezza. Come neanche in una puntata de I Simpsons, sono stati poi sospettati negli anni il veterinario, l’ingegnere, il postino. Anzi no: sarebbero stati i contrabbandieri di sale, all’epoca mestiere criminale terrificante. Anzi no: è stato un delitto d’onore, una vendetta privata per storie personali.

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In realtà, le autorità all’epoca, un po’ come facciamo noi ora, credeva alla possibilità di una pista politica. Il Ruggero, un tempo di simpatie «repubblicane», aveva accettato di collaborare con il neonato governo monarchico, venendo percepito da alcuni estremisti locali come un «voltagabbana». Insomma, questioni «repubblicane» («laiche», è l’eufemismo orwelliano di oggi con cui ci si riferisce ai grembiulini) nella Romagna appena uscita dalla Legazione delle Romagne, cioè dallo Stato Pontificio del papa re, e già dentro al Regno d’Italia a totale trazione massonica, famiglia regnante compresa.   Di questa pista politica, cioè di una pista massonica, nessuno alla scuola dell’obbligo vi ha mai parlato davvero – l’importante è mandare a memoria la poesiola orrenda sorbendone subliminalmente la visione atea, gnostica, disperata.   Non si tratta dell’unico caso della letteratura scolastica dove ai giovini alunni viene spacciato per capolavoro un qualche componimento agrammaticale dove trionfa una visione gnostica ed anticristiana. Pensiamo al caso più emblematico, quello di Giacomo Leopardi (1798-1837).   Leopardi, se non lo avete ancora capito, è il prototipo dello sfigato, dall’etimo ex privativo e figa, cioè privo di compagnia femminile: A Silvia è un inno incel, anzi è peggio, perché almeno gli incel hanno fatto una qualche riflessione sulla distribuzione della sessualità femminile dopo la dissoluzione dei costumi (voluta chissà da chi), mentre il Giacomino resta a guardare la bella ragazza popolana senza trovare il coraggio di approcciarla – e da conte, da proprietario del villaggio, la cui vita spontanea lo scrittore invidiava nell’altro suo componimento intollerabile, Il Sabato del villaggio, appunto. Sfigato davvero.   Con evidenza, in nessuno dei libri che leggeva, e che lo hanno reso gobbo e triste, vi era scritto come fare. Lo studio «matto e disperatissimo» non gli insegnava come avvicinare una ragazza. E allora a cosa serve lo studio? A nulla, o quasi: quando arrivai all’università uno studioso di letteratura, che, va detto, non faceva molto per nascondere le sue brame omosessuali, mi raccontò che in realtà con i libri Leopardi ci si masturbava, chiudendosi la verga tra le pagine – ecco, mi disse, cosa intendeva davvero quando parlava di «sudate carte».   È evidente come la verve paganeggiante, orientaleggiante (tanti richiamano lo Schopenauer, cioè l’ingresso del pensiero buddista e induista in Europa, tema di cui ho scritto lustri fa in Contro il buddismo) del tizio di Recanati sia stata considerata utile come solvente occulto dei principi cristiani: la vita è dolore, e allora? Il dolore è voluto da Dio, lui stesso vi è passato attraverso – la Croce, dove si incontrano, metafisicamente, fisicamente, il Cielo e la Terra. E il Signore ci dà anche la gioia, terrestre ed eterna. Tutte guide esistenziali sconosciute al Leopardo, che oggi sarebbe sotto Zoloft, e quindi magari pure impotente al punto di non potere «sudare» nemmeno sulle carte.   Un amico scomparso, il filosofo cattolico Piero Vassallo (1933-2022) scriveva che la scuola dell’obbligo di un Paese sano, invece di farlo studiare, «avrebbe dovuto insegnare il disprezzo del gobbo». Vassallo aveva lavorato con il cardinale Siri a Genova negli anni Sessanta alla rivista Renovatio, dove, tra le risate dei benpensanti, si scriveva a chiare lettere che di lì a breve sarebbe arrivato il «diluvio gnostico». Una catastrofe spirituale collettiva preparata anche sui banchi di scuola dallo studio obbligato di gnostici sfigati. (Piero, quanto mi mancano le tue telefonate!)   Tutto vero: una nazione, abbiamo detto, è tale perché, sempre nell’etimo, vi nascono delle persone. Gli sfigati, per una questione tecnica, non possono mandare avanti una nazione, perché la sfiga quando organizzata diventa uno strumento della Necrocultura (homo sine figa est imago mortis). E allora, capiamo che l’effetto della letteratura nazionale è anticoncezionale, cioè antinazionale. Paradosso solo apparente, per un Paese creato con squadra e compasso.

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A questo punto emerge la domanda. Ma questi chi li ha scelti ? Chi ha deciso , in ultima istanza, gli scrittori da far studiare e generazioni di italiani?   La risposta è facilotta anche qui. Sebbene il canone letterario italiano venga fatto nobilmente risalire a Boccaccio e Pietro Bembo, a mettere insieme la hitlist degli scrittori meritevoli di interesse accademico è stato un libro chiamato Storia della letteratura italiana (prima edizione 1870), compilato dal critico e politico irpino Francesco Saverio de Sanctis (1817-1883), anche lui figlio di piccolo proprietari terrieri e, soprattutto, anche lui massonissimo.   Formatosi culturalmente e politicamente nel pieno del Risorgimento italiano, un periodo storico in cui l’adesione alla massoneria era estremamente comune tra intellettuali e membri della classe dirigente che aveva apparentemente sconfitto il papato e il Sacro Romano Impero (quest’ultimo liquidato poi con l’ulteriore guerra massonica, la Prima Guerra Mondiale, concepita proprio alla bisogna, appena morto il santo antimassonico San Pio X), l’appartenenza del de Sanctis alla libera muratoria è rivendicata apertis verbis dal Grande Oriente d’Italia.   Fatta l’Italia (massonica), bisognava fare gli italiani, cioè massonicizzarli, cioè de-cattolicizzarli: ed eccoti scodellata la serqua di scrittori atei e gnostici, panzuti e baffuti, tristi (pardon, pessimisti cosmici) e tronfi, che siamo a subire, per inerzia o cospirazione plurisecolare, ancora ora, perfino nella sera con il cielo più bello dell’anno.   Va ben tutto, capiamo che questo Paese lo hanno fatto loro, e da qualche parte credono ancora di comandarlo.   Ma perché i massoni devono rovinarci anche la notte delle stelle cadenti?   Roberto Dal Bosco  

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