Psicofarmaci
Domanda: il presunto assassino patriarcale assumeva psicofarmaci?
Filippo Turetta, il presunto assassino di Giulia Cecchettin, sta tornando ora in Italia dalla Germania, dove era stato arrestato. Atterrerà a Venezia con un volo militare, perché, è stato riferito, si temeva che con un volo di linea potevano ingenerarsi problemi, con magari gruppi di passeggeri pronto a realizzare un linciaggio in volo.
Il trasporto su velivoli dello Stato, così come il minuto di silenzio inflitto ai nostri figli piccoli, fanno capire quanto la storia sia fondamentale per il potere centrale. Immaginiamo l’atmosfera del processo, non così diversa, per pressione assoluta delle istituzioni e dell’opinione pubblica, da quella di Derek Chauvin, il poliziotto condannato per la morte di George Floyd, accoltellato ieri in carcere (come sa il lettore di Renovatio 21, certi referti autoptici emersi recentemente in tribunale scrivono che Floyd morì non per strangolamento, sconfessando quindi la sentenza).
I casi due sono tuttavia diversissimi, e diciamo subito che, per quanto ci riguarda, se considerato colpevole, propenderemo per possibilità giuridiche peggiori dell’ergastolo, purtroppo non attualmente contemplate dal nostro ordinamento. La questione, come abbiamo visto, è che questo non basta: la punizione totale del ragazzo non è abbastanza, perché il problema è l’uomo, l’umanità maschile e la società così come la conosciamo, il patriarcato, di cui Filippo, è stato detto, «è un figlio sano».
È impressionante la quantità di dettagli che stanno uscendo su questa vicenda, di cui di fatto si sa pochissimo. Erano stati chiamati i carabinieri, che non sarebbero intervenuti (lo abbiamo saputo solo ora, dopo giorni). Filippo dormiva con l’orsacchiotto, e il padre dice che la loro non era una famiglia patriacale (il problema, ha detto qualche commentatore, potrebbe essere quindi proprio quello). L’avvocato di Turetta ha lasciato sui social in passato certi commenti ritenuti inopportuni, ed è stato per questo cambiato dalla famiglia (anche qui, notare come l’aria intorno al processo sia già innocente).
Vi sono minuzioserie delle ricostruzioni che si sono dimostrate avventate, inesatte, per non dire false. Per esempio, era stato detto, da agenzie riprese da tutti i giornali, che Giulia era stata «buttata in un dirupo». «Giulia Cecchettin gettata da un dirupo alto 50 metri. Il corpo trovato da un cane della Protezione civile» ha titolato il Quotidiano Nazionale, che ha aggiunto che «zona impervia è molto frequentata dai lupi, ma il cadavere della ragazza non è stato attaccato».
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Sui giornali era uscito pure che la ragazza non era morta quando veniva lanciata nel crepaccio. «Giulia Cecchettin, per la Procura Turetta l’ha “gettata agonizzante nel dirupo”» è il titolo che ha fatto Il Tempo. «Filippo Turetta si sarebbe sbarazzato del corpo agonizzante della ex fidanzata gettandolo nel dirupo», scrive l’AGI.
Sei giorni fa Il Giornale scriveva invece che «secondo la ricostruzione delle forze dell’ordine Filippo Turetta avrebbe trascinato il corpo di Giulia sul ciglio della strada per poi lasciarlo rotolare lungo un dirupo per oltre una cinquantina di metri di profondità, fino a quando il corpo della ragazza si è fermato in un canalone». L’immagine è assai diversa da quella che ci avevano dipinto nella mente poco prima, quella di un uomo che lancia in un abisso una donna, l’icona perfetta dell’assassino patriarcale. L’orrore sostanziale, lo sottolineiamo, non cambia: una ragazza accoltellata a morte, brutalmente. Tuttavia qui quello che vogliamo sottolineare non riguarda il delitto, ma lo spin che ne si è dato, l’ottica mediatica utile alla narrazione dominante.
Poi la storia del sangue. Secondo il TG La7 (quello di Mentana) tracce ematiche sarebbero state trovate sotto casa di Giulia. Altre testate sostengono che tracce di sangue si sarebbero trovato fuori dall’azienda Christian Dior, dove la videocamera avrebbe ripreso l’aggressione di Filippo contro Giulia. I giornali tre giornali fa scrivevano che Turetta era stato arrestato in Germania tutto sporco di sangue.
Poi ieri la notizia: «non ci sono tracce evidenti di sangue nella vettura». I pochi che prestano attenzione potrebbero avere la mente che vacilla, o persino peggio: no, non fate tornare su le storie di scarpe e impronte sangue, la bicicletta, e tutto il buco nero di quell’antico delitto lombardo… No, Garlasco no, vi preghiamo, non un’altra volta.
È curioso, e come sempre indicativo, che tra tutta questa marea di dettagli sul caso – veri, falsi, giusti, incongrui – manchi la domanda più centrale, la solita domanda che nessuno osa porre dopo delitti in famiglia e stragi di ultraviolenza casuale: il presunto assassino stava assumendo qualche droga?
Riformuliamo per il benpensante, che non ha ancora capito che nella farmacia sotto casa può comprare, su ricetta data abbastanza facilmente, sostanze psicoattive totalmente legali, che alterano la psiche in maniera potente, ma che – per ragioni politiche e commerciali che possiamo comprendere – non chiamiamo «droghe»: gli psicofarmaci.
Quindi, ripetiamo la domanda che i media non stanno facendo, e non faranno mai: Filippo Turetta stava assumendo psicofarmaci?
Il ragazzo era sotto l’influsso di qualche sostanza che gli era stata prescritta? In ipotesi, potrebbe essere che il ragazzo fosse andato in cura per lo stato di malessere patito quando era stato lasciato da Giulia? Non che ci voglia un gran processo terapeutico: «dottore sono depresso»; eccoti la sertralina.
Chi è nuovo non sa che quella contro gli SSRI – gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina – e gli psicofarmaci in generale è una battaglia che portiamo avanti da anni su Renovatio 21.
Segnaliamo il tremendo pericolo non per una questione morale, religiosa e nemmeno solo medica – gli effetti sulla salute sono orrendi, dall’anedonia (incapacità di provare piacere, anche sessuale) alla dipendenza più acuta, dai rischi per le donne in gravidanza (sempre sottovalutati), dal torpore esistenziali alle crisi che ha confessato di recente il cantante Fedez.
Non c’è solo il danno alla persona: c’è da considerare il danno alla società. Perché l’idea che i delitti e le stragi più insensate siano frutto del consumo di psicofarmaci avanza sempre più, nonostante la censura dei media – e il motivo è facile da comprendere: senza il budget pubblicitario farmaceutico, quale TV, quale giornale, può sperare di campare? Quanta politica – in USA, soprattutto, dove è possibile la pubblicità diretta da parte di Big Pharma, ma non solo – foraggiata da «lobbysti» perderebbe qualcosa, se fosse solo posta la domanda?
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Il fatto è che dietro ad ogni strage di cui avete sentito parlare, anche in Italia, potrebbe esserci uno psicofarmaco. Notate: vi dicono, di solito, che l’assassino era «in cura», ma non vi dicono come. Giornalisti d’inchiesta americani scrivono che a volte ci vogliono mesi per riuscire a capire quale farmaco prendesse il mostro, un dettaglio che diviene disponibile dopo pochi minuti: basta guardargli nell’armadietto in bagno. Tuttavia, in vari casi l’informazione non esce, neanche lontanamente.
Ai giornali, quelli che fanno soldi dipingendo scene di sangue, e che per deontologia dovrebbero cercare radicalmente la verità, pare non interessare l’origine del crimine, anche quando è evidente che se proprio se ne occupassero i giornalisti, il problema potrebbe diminuire drasticamente.
Facciamo qualche esempio, tratto dalle cronache degli USA, dove più di qualcuno, fuori dal mainstream, ha da tempo iniziato ad unire i puntini.
Eric Harris, il perpetratore del massacro della scuola Columbine (1999) era sotto Zoloft, cioè la sertralina, ed anche Luvox, fluvoxamina.
Un anno prima, un quindicenne di nome Kip Kinkel ha sparato ai suoi genitori e a dozzine di compagni di classe: era sotto fluoxetina, cioè Prozac.
Nel 2005, un sedicenne di nome Jeff Weise ha ucciso suo nonno e dieci bambini in Minnesota. Prozac.
Idem per il 27enne Steven Kazmierczak che ha ucciso sei persone alla Northern Illinois University (2008). Fluoxetina.
Ricorderete il massacro di Aurora, in Texas, nel 2012, quando un tizio vestito da Joker entrò in un cinema dove proiettavano l’ultimo Batman e massacrò 82 spettatori: si trattava del 25enne James Holmes, che era sotto Zoloft.
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La lista è molto, molto più lunga di così. Tuttavia non parliamo per aneddoti. Timidi studi sull’associazione tra SSRI e violenza sono stati fatti negli anni scorsi. Un gruppo di ricercatori svedesi nel 2017 ha pubblicato uno studio chiamato «Associazioni tra inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina e criminalità violenta negli adolescenti, nei giovani e negli anziani».
La ricerca «identificava individui a cui era stato somministrato un inibitore selettivo della ricaptazione della serotonina (SSRI) di età compresa tra 15 e 60 anni nel periodo 2006-2013, utilizzando i registri nazionali svedesi. Il risultato è stato una condanna per reato violento. Le principali analisi statistiche hanno valutato i rischi di criminalità violenta durante i periodi di trattamento con SSRI rispetto a quelli di disattivazione all’interno degli individui».
Lo studio conclude dicendo che «sebbene permangano dubbi sulla causalità, questi risultati indicano che potrebbe esserci un aumento del rischio di crimini violenti durante il trattamento con SSRI in un piccolo gruppo di individui. Può persistere durante i periodi di terapia, tra i gruppi di età e dopo l’interruzione del trattamento».
Uno studio dell’Università di Cambridge del 2022 aveva un titolo ancora più esplicito e promettente: «inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina e criminalità violenta: gli SSRI uccidono o curano?».
«Gli SSRI sono costantemente associati a eventi violenti nella popolazione adulta. (…) Diversi studi recenti attirano l’attenzione su questa ipotesi mentre sono stati ispirati da diversi assassini di massa negli Stati Uniti» scrivevano gli scienziati cantabrigiensi, i quali concludevano che tutto sommato gli psicofarmaci erano «sicuri per la popolazione» (dov’è che abbiamo già sentito questa espressione?). Niente da vedere qui, circolare. Tuttavia, «Tuttavia, è stato osservato un aumento del rischio di comportamento violento nei giovani e in quelli con una storia di crimini violenti».
Si tratta, per la comunità scientifica, di una prima, lieve ammissione che riveste un’importanza enorme.
Fino a poco fa, il problema della violenza SSRI era stato «inscatolato» nella questione del suicidio. Nei bugiardini americani della sertralina, ad esempio, era stato introdotto un «black box warning» («avvertimento da scatola nera»), il babau di ogni casa farmaceutica: è una parte evidenziata del libretto che indica un effetto avverso particolarmente grave, che in questo caso era l’ideazione suicidaria.
In pratica: prendi lo psicofarmaco per non suicidarti, e invece finisci proprio per progettare la tua morte. E magari riuscirci.
Come sia stato possibile che la comunità scientifica, politica, sanitaria abbia accettato una cosa del genere – un farmaco che può portarti ad ucciderti? Una pillola della morte? – rimane un grande mistero.
Ma ancora più enigmatico, pensiamo, è il fatto che tutti le persone coinvolte, dai dottori ai pazienti agli enti regolatori, si siano bevuti la questione per cui tale effetto paradosso riguardi solo la propria morte e non anche quella delle persone che ci stanno intorno.
Se ammettiamo che la psicodroga legale possa alterarti il cervello al punto dal percepire odio per la vita, come è possibile che questo riguardi solo la propria?
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Esattamente come altre droghe, la mente alterata dal farmaco può generare pensieri abnormi, sensi di persecuzione, sentimenti indicibili per cui la morte è preferibile alla vita. Le stragi in famiglia, dove il genitore uccide il consorte e i figli, possono spiegarsi così, con il rivoltamento morale definitivo dell’animo umano, la sua inversione. Il padre ammazza i cari che deve proteggere, la madre uccide i bambini a cui ha dato la vita: tanti casi così, in cui la mente umana sembra improvvisamente rovesciata. Lo stesso, e tremano i polsi a dirlo, potrebbe essere vero per i piloti che schiantano al suolo l’aereo con a bordo centinaia di persone.
Non si tratta, badi bene, di sola modifica dell’umore del soggetto, ma di un radicale cambiamento del suo pensiero: spinto nei suoi convincimenti apocalittici, lo psicodrogato programma, medita, premedita. La «cura», lo sappiamo, può andare avanti per mesi, anni, può andare avanti per sempre. Quanti medici di famiglia prescrivono lo psicofarmaco senza nemmeno visitare davvero il paziente?
Anni fa, ricordiamo ancora, era possibile vedere una trasmissione che citava la possibile correlazione tra violenza e psicofarmaci su un canale TV pubblica italiana. Oggi, come ovvio, il panorama si è arricchito decisamente della censura farmaceutica, e con il COVID abbiamo imparato che non è consentito criticare aziende che magari hanno alle spalle processi con multe miliardarie – magari, in certi casi, qualche paziente morto nel percorso.
Quindi, non aspettiamoci che, fuori dal povero sito di Renovatio 21, qualcuno farà questa domanda. Vi diranno di che colore è l’orsetto di pelouche di Filippo Turetta, ma mai e poi mai faranno una domanda sui farmaci che il ragazzo potrebbe aver preso.
Del resto, non dovete pensare che, come per i vaccini, anche questo non rientri in un grande piano globale, che però vi riguarda da vicino. Se non ci credete, c’è un libro che fa al caso vostro: Il mondo nuovo di Aldous Huxley, l’uomo erede di una famiglia di aedi del Nuovo Ordine Mondiale.
I più credono che si tratti di un romanzo distopico, ma basta leggere il testo che in genere vi è accluso (Ritorno al mondo nuovo, nelle edizioni italiane) per capire invece che per Huxley si trattava invece di un manifesto per la riformulazione del mondo sotto un sistema di tecnocrazia totale, con l’esistenza umana gestita dalla produzione in provetta di embrioni selezionati alla cremazione eutanatica.
Ebbene, c’è questo elemento che colpisce nel Mondo nuovo huxleyano: i cittadini, divisi in caste genetiche e distratti con continue orge (hanno abolito la proprietà privata, e con essa la monogamia), vengono costantemente drogati dal soma, una pillola che ne alza e ne stabilizza l’umore. Drogati e felici per ordine dello Stato tecnocratico.
Del resto, se gli psicofarmaci fanno bene, e sono, come dicono gli esperti, sicuri per la popolazione, perché non dovremmo prenderli tutti? Perché non dovremmo concederci una vita felice con la tecnologia psicochimica?
Non ho idea se Filippo prendesse o meno psicofarmaci. Ma davanti a questa tragedia, sono queste le questioni che mi pongo. Perché, per rasoio di Occam, a rendere qualcuno violento, più che il patriarcato, potrebbe essere stata una sostanza che altera la mente.
Non è un dettaglio. È una faccenda centrale per una società che vuole proteggersi, che vuole vivere. La nostra lo è ancora?
Roberto Dal Bosco
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Immagine elaborata a partire da immagini Envato
Psicofarmaci
L’epidemia nascosta degli psicofarmaci. Ritalin a 7 anni e 20 droghe psicotropiche entro i 20: il racconto di una donna
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«Dietro a tutto questo si cela una corruzione enorme»
Nel settembre 2025, il rapporto strategico MAHA della Casa Bianca ha indicato l’eccessiva medicalizzazione come uno dei principali fattori scatenanti dell’epidemia di malattie croniche tra i bambini statunitensi. Secondo il rapporto, si registra una «tendenza preoccupante» alla prescrizione eccessiva di farmaci ai bambini. I conflitti di interesse nella ricerca medica, nella regolamentazione e nella pratica medica sono alla base di questa tendenza, che ha portato a «trattamenti non necessari e rischi per la salute a lungo termine». Gansky ha affermato di far parte di quella che ha definito la «epidemia nascosta» di bambini che hanno sofferto a causa di farmaci psicotropi. Ha criticato l’industria medica per la tendenza a prescrivere farmaci troppo frettolosamente, senza valutare i possibili effetti negativi sui bambini, soprattutto a lungo termine. «Questo sta accadendo a milioni di persone, e dietro a tutto ciò si cela una corruzione enorme», ha affermato.Aiuta Renovatio 21
Milioni di bambini come Gansky assumono farmaci per l’ADHD
Gansky non è certo un caso isolato. Secondo un’analisi dei dati federali, nel 2022 circa 7,1 milioni di bambini statunitensi di età compresa tra i 3 e i 17 anni hanno ricevuto una diagnosi di ADHD. Circa la metà di loro assumeva farmaci per curare l’ADHD. Dopo aver iniziato con il Ritalin, Gansky ha provato altri farmaci per l’ADHD, tra cui Daytrana, Concerta e Adderall. Le pillole la rendevano lunatica, agitata e instabile, «il che era completamente insolito per me, perché ero una bambina molto felice, dolce, sciocca e spensierata», ha ricordato. Invece di considerare i suoi sintomi come effetti collaterali dei farmaci, i suoi medici hanno ipotizzato che ci fosse «qualcos’altro che non andava» in lei, ha detto Gansky. Quando aveva ancora 7 anni, i medici le hanno prescritto il Prozac, un SSRI, in aggiunta ai farmaci per l’ADHD. «Questo è diventato un vero e proprio schema ricorrente nella mia vita», ha detto. «Ogni volta che avevo difficoltà o dicevo di non sentirmi bene, la loro risposta non era mai quella di mettere in discussione le droghe in sé». Al contrario, i dosaggi sono stati aumentati e i farmaci sono stati sostituiti o aggiunti. La droga le aveva trasformato la vita in un incubo, ha detto. A volte si sentiva «completamente a terra, insensibile e come uno zombie». Altre volte, gli stimolanti la rendevano «molto agitata, in preda al panico, incapace di dormire», ha ricordato. «Ripensandoci ora, stavo sperimentando effetti collaterali davvero avversi come l’acatisia, ma non avevo le parole per descriverli».Iscriviti al canale Telegram ![]()
«Ero talmente sedato che non riuscivo a svegliarmi e ad arrivare in tempo a scuola»
Riusciva solo a dire di sentirsi ansiosa, “strana” o “male”. Durante le scuole medie, perse circa 36 chili a causa del digiuno. «I medici continuavano a prescrivermi farmaci sempre più spesso», ha detto. «Non avevo le parole né l’autorità per contestare ciò che mi veniva detto». I medici le hanno diagnosticato ansia e disturbo ossessivo-compulsivo (DOC). Quando Gansky aveva 14 anni, i medici le prescrissero l’ Abilify, un farmaco antipsicotico, sebbene non fosse psicotica. A 15 anni, le furono prescritti diversi dosaggi e combinazioni di farmaci, tra cui Prozac, Concerta, Wellbutrin, Xanax e Risperidone, un antipsicotico che fece stare male Gansky e la portò al ricovero in ospedale. «Ad un certo punto, al liceo, mi davano dosi così alte di Xanax che ho rischiato di marinare la scuola perché ero talmente sedato che non riuscivo a svegliarmi e ad arrivare in tempo». La scuola chiese un certificato medico al suo psichiatra per giustificare le assenze e permetterle di diplomarsi in tempo. Il medico scrisse il certificato e aumentò la dose di Prozac.Aiuta Renovatio 21
Il medico di Gansky nega i danni causati dagli antidepressivi.
Quando Gansky iniziò l’università, aveva smesso di assumere farmaci per l’ADHD, ma prendeva ancora antidepressivi. Sebbene i suoi medici avessero in gran parte escluso l’ipotesi che molti dei suoi sintomi potessero essere indotti dai farmaci, Gansky iniziò a fare ricerche per conto proprio. Si imbatté in forum clandestini gestiti da pazienti, comunità su Reddit e un sito chiamato Surviving Antidepressants, una rete di supporto tra pari per coloro che stavano riducendo gradualmente l’assunzione di antidepressivi e che stavano sperimentando la sindrome da astinenza. «Ho trovato online molte persone che descrivevano i danni causati dagli antidepressivi e si scambiavano informazioni perché non riuscivano a ottenere aiuto dal sistema sanitario», ha affermato. Gansky ha affrontato la questione con il suo medico. Gli ha chiesto se il farmaco che stava assumendo potesse in qualche modo influenzare lo sviluppo del suo cervello o se potesse causare danni cerebrali. «Lui disse: “No, è impossibile”», ha ricordato lei. «In pratica, era l’esperto. Pensava di saperne di più».Astinenza da antidepressivi: «è stato così doloroso e non riuscivo a sfuggire»
Da allora, Danielle ha provato due volte a smettere di prendere l’antidepressivo. Entrambe le volte ha manifestato gravi sintomi di astinenza che l’hanno costretta a riprendere il farmaco. La prima volta che ha interrotto la terapia, il medico le ha consigliato di ridurre gradualmente il dosaggio in sole 6 settimane. Sebbene le indicazioni del medico non si discostassero dalle linee guida mediche standard, il periodo di riduzione graduale era decisamente troppo breve per una persona che assumeva antidepressivi da così tanto tempo come Gansky. Interrompere l’assunzione troppo bruscamente può danneggiare il sistema nervoso di una persona, ed è proprio quello che è successo a lei, ha detto Gansky. Durante la disintossicazione, ha sperimentato un livello di tormento fisico e mentale che non credeva umanamente possibile. «Essere viva nel mio stesso corpo mi faceva sentire come in un’emergenza. Era così doloroso e non potevo sfuggirgli. Ero completamente costretta a letto. Non potevo lavarmi. Non potevo prendermi cura di me stessa. Ho perso 9 chili perché non potevo mangiare. È un’emergenza costante. È assolutamente terrificante». Durante la sua seconda crisi di astinenza, si rivolse a un medico che ipotizzò che Gansky soffrisse di un disturbo dell’umore e le prescrisse Zyprexa, un potente antipsicotico. Gansky ha assunto Zyprexa solo per 9 giorni a causa di una grave reazione avversa. Non riusciva a pensare né a parlare. «Mi è sembrato di subire una lobotomia chimica», ha affermato. Col senno di poi, secondo Gansky, il medico non avrebbe dovuto prescriverle quel farmaco. «Quando si è in fase di astinenza da antidepressivi, il sistema nervoso è estremamente sensibilizzato», ha affermato. «Pertanto, assumere ulteriori farmaci psichiatrici in aggiunta a questi è molto pericoloso e può addirittura peggiorare la situazione». Ora Gansky sta collaborando con uno psichiatra specializzato nell’aiutare le persone a ridurre gradualmente il dosaggio degli antidepressivi. Sta diminuendo la dose di un decimo di milligrammo ogni pochi mesi. Tuttavia, ci vogliono mesi prima che si stabilizzi dopo ogni riduzione. Uno studio del 2025 pubblicato su Psychiatry Research ha rilevato che un uso prolungato di antidepressivi è associato a un maggior rischio di sintomi gravi e persistenti. Gli autori dello studio hanno anche scoperto che un uso prolungato rende più difficile l’interruzione dell’assunzione di antidepressivi.Aiuta Renovatio 21
«Bambini come me sono diventati oggetto di un esperimento a lungo termine, senza saperlo»
Gansky ritiene che l’uso prolungato di farmaci psicotropi abbia influenzato il suo sviluppo cerebrale in un modo che le rende molto difficile smettere di assumerli. «A quell’età, un bambino non può dare un consenso consapevole all’assunzione di una sostanza psicoattiva che altera la chimica del cervello e la funzione del sistema nervoso, soprattutto quando gli effetti a lungo termine sul cervello in via di sviluppo non sono ancora del tutto chiari» ha detto. «Ci mancano ancora ricerche significative a lungo termine su come questi farmaci influenzino lo sviluppo cerebrale. Quindi, per molti versi, bambini come me sono diventati oggetto di un esperimento a lungo termine, senza saperlo». La fa infuriare il fatto che le sia stata diagnosticata l’ADHD e la necessità di farmaci all’età di 7 anni, solo perché era una bambina irrequieta con una calligrafia disordinata. «Semplicemente non soddisfacevo questo standard esterno di comportamento e rendimento che onorava solo una definizione ristretta di cosa sia un bambino, queste norme predefinite su come un bambino dovrebbe comportarsi in un contesto scolastico» ha detto. «Questa situazione è stata patologizzata e ha portato a una serie di terapie farmacologiche psichiatriche, che mi hanno condotto alla situazione in cui mi trovo oggi». Esistono prove che molti bambini, anche di età inferiore ai 7 anni, assumono farmaci per l’ADHD. Uno studio del 2025 condotto da Stanford Medicine ha rilevato che i farmaci per l’ADHD vengono prescritti troppo frettolosamente ai bambini in età prescolare. Le linee guida dell’Accademia Americana di Pediatria per il trattamento dell’ADHD nei bambini dai 4 ai 6 anni raccomandano la formazione dei genitori sulla gestione del comportamento come prima linea di trattamento, prima di ricorrere a interventi farmacologici. Tuttavia, lo studio del 2025 ha rilevato che a molti bambini in età prescolare venivano somministrati farmaci per l’ADHD senza prima aver tentato un percorso di formazione per i genitori sulla gestione del comportamento. Gli autori hanno citato la carenza di servizi di gestione del comportamento. Suzanne Burdick Ph.D. © 16 marzo 2026, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD. Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Psicofarmaci
PFAS pure nel Prozac e nelle statine per il colesterolo alto
A gennaio è divenuta operativa la normativa dello Stato americano del Minnesota sulle sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche (PFAS), una famiglia di composti sintetici impiegati per conferire resistenza al calore, al grasso, all’olio e all’acqua nei manufatti di consumo. Lo riporta Undark.
Tale legislazione, tra le più rigorose negli Stati Uniti, ha posto al bando queste sostanze in undici settori merceologici, dalle pentole agli imbottiti tessili.
Dal luglio 2026, inoltre, le autorità statali imporranno ai produttori di dichiarare la presenza di PFAS nei propri articoli, mentre dal 2032 vieterebbero la commercializzazione di qualsiasi bene contenente tali elementi aggiunti deliberatamente, salvo limitate deroghe.
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L’obiettivo, stando all’Agenzia per il controllo dell’inquinamento del Minnesota (MPCA), è tutelare «la salute pubblica, l’ecosistema e le finanze dei contribuenti» mediante la contrazione dell’impiego di PFAS.
Una coalizione di imprese farmaceutiche e distributrici di dispositivi medici, il PFAS Pharmaceutical Working Group (PPWG), ha tuttavia contestato la misura, argomentando che le restrizioni estese dello Stato gravano sulle attività produttive e di imballaggio del settore.
Taluni farmaci, come Prozac e Lipitor (una statina per il colesterolo alto), potrebbero rientrare nelle definizioni di PFAS. Sebbene i dispositivi e i medicinali regolati dalla Food and Drug Administration (FDA) siano esentati dal divieto di vendita, le società dovranno nondimeno rivelare dettagli esaustivi su ciascun articolo, inclusi quantità e finalità di ogni composto PFAS utilizzato.
«La portata inedita della legge del Minnesota, applicabile a ogni prodotto immesso sul suo mercato, impone di fatto un divieto nazionale sui PFAS e un obbligo di notifica svincolato dal profilo di rischio, con tempistiche irrealizzabili e norme in contrasto con la legislazione federale», ha scritto il consorzio – che raggruppa colossi come Merck, Pfizer e Roche – in una missiva indirizzata al Dipartimento di Giustizia statunitense.
Inoltre, ha proseguito il PPWG, la frammentazione normativa tra Stati genera un «puzzle regolatorio» per le imprese, che devono conformarsi alla norma più stringente.
La legislazione federale dovrebbe prevalere sui precetti statali, ha concluso il gruppo. Il parere, reso pubblico a settembre, rispondeva all’invito dell’amministrazione Trump a individuare le leggi locali più gravose.
Gli ambientalisti, tuttavia, dubitano che tale frammentazione – o la legge del Minnesota, che non esclude i PFAS nei prodotti sanitari regolati dalla FDA – configuri un onere rilevante per le imprese.
L’approccio olistico del Minnesota e del Maine, che integra obblighi di disclosure, costituisce «una strategia concreta, lineare e sensata a fronte di una sfida immane», ha osservato Anna Reade, direttrice della campagna anti-PFAS al Natural Resources Defense Council (NRDC), organizzazione ambientalista globale. «Viene dipinta come un divieto totale e draconiano su tutti i beni con PFAS, ma la realtà è ben diversa».
La reazione potrebbe celare non solo profili di compliance, ma pure una manovra per eludere regolamentazioni statali più pervasive sui PFAS, ha ipotizzato Albert Lin, docente di diritto ambientale all’Università della California, Davis. «L’industria potrebbe mirare a scongiurare una regolazione statale più ampia sui PFAS».
Queste sostanze, soprannominate «chimiche eterne» per la loro persistenza ambientale (fino a 1.000 anni o oltre), sono sempre più correlate a patologie quali carcinomi, ritardi evolutivi e disfunzioni endocrine.
Attualmente, 30 Stati americani hanno varato politiche sui PFAS, secondo il database di Safer States, coalizione per la salute ambientale negli USA. Il Colorado, ad esempio, proscrive la vendita e la diffusione di carburanti petroliferi e taluni tessuti con PFAS intenzionali.
Stati come Minnesota e Maine, però, hanno innovato ulteriormente, bandendo un’ampia gamma di articoli con PFAS aggiunti e imponendo la segnalazione quando l’uso è ineludibile.
Per le farmaceutiche, tuttavia, l’accumulo di norme «varia per estensione, definizioni, esenzioni e scadenze», lamenta il PPWG nel suo commento.
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Ad agosto, un magistrato ha sospeso le regole di notifica del Minnesota, ritenendole «prive di razionalità» rispetto agli obiettivi della MPCA e eccedenti i poteri dell’ente.
Il giudice ha invitato l’agenzia a emendare e riproporre le norme.
L’MPCA ha eluso commenti sul parere del PPWG, rimandando a una nota in cui si precisa che la rimozione e lo smaltimento dei PFAS dalle acque reflue del Minnesota costerebbe 11-25 miliardi di dollari in vent’anni: perciò, lo Stato privilegia la prevenzione tramite disclosure e fase-out degli usi non essenziali.
Per i promotori, la regolamentazione statale supplisce a un vuoto cruciale nel tracciamento dei PFAS, consentendo a consumatori e autorità di pinpointare fonti di rischio e curando una riduzione attiva dell’esposizione,.
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Psicofarmaci
12enne si suicida tre settimane dopo aver iniziato ad assumere Prozac. La madre: la colpa è di social e antidepressivi
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Le prescrizioni di antidepressivi aumentano vertiginosamente per le ragazze adolescenti
La Citizens Commission on Human Rights, un organismo di controllo del settore della salute mentale, ha lanciato l’allarme questo mese: i medici stanno prescrivendo antidepressivi alle ragazze adolescenti a un ritmo allarmante, creando una «crisi di salute pubblica» alimentata da «conflitti di interesse tra psichiatria e industria farmaceutica». Secondo uno studio del 2024 pubblicato su Pediatrics, tra il 2020 e il 2022 il numero di ragazze statunitensi di età compresa tra 12 e 17 anni a cui sono stati prescritti antidepressivi è aumentato di circa il 130%. Nel 2004 la Food and Drug Administration (FDA) statunitense ha emesso un avviso nel riquadro nero, obbligando le aziende farmaceutiche ad avvisare il pubblico di un aumento del rischio di suicidio nei bambini e negli adolescenti associato all’uso di SSRI. La FDA ha esaminato 24 studi clinici che hanno coinvolto oltre 4.400 giovani pazienti trattati con SSRI. I pazienti trattati con SSRI hanno presentato un rischio di suicidio doppio (4%) durante i primi mesi di trattamento, rispetto al rischio del 2% riportato nei pazienti trattati con placebo. «Per non usare mezzi termini, questo significa che è più probabile che si tenti il suicidio se si assumono questi farmaci rispetto a se si assume un placebo: si tratta di una scoperta schiacciante sull’efficacia e la sicurezza di questi farmaci», ha affermato il dottor Josef Witt-Doerring, psichiatra specializzato nell’identificazione e nel trattamento delle reazioni avverse ai farmaci in ambito psichiatrico ed ex responsabile medico della FDA.Iscriviti al canale Telegram ![]()
«Tutto quello che continuavo a sentirmi dire era che era il farmaco più sicuro in circolazione»
Charay ha affermato che lo psichiatra di Londra non l’ha mai informata dell’avvertimento quando ha raccomandato il Prozac a sua figlia. «Ho ancora la confezione», ha detto. «Non c’era nessun avvertimento sul rischio di ideazione suicidaria. Non c’era nessun avviso sul riquadro nero, niente di tutto ciò. … Tutto quello che continuavo a sentirmi dire era che era il farmaco più sicuro in circolazione». Charay ha esitato a prescrivere a London 10 milligrammi (mg) di SSRI perché sua figlia aveva provato con 5 mg nell’ottobre 2023, ma aveva smesso di usarli perché London le aveva detto che non le piaceva come la faceva sentire. London è stato portato al centro di salute mentale pediatrico Pine Rest di Grand Rapids nell’ottobre 2023 e di nuovo nel luglio 2024. Lo psichiatra del Pine Rest disse a Charay che London non aveva dato al farmaco abbastanza tempo per fare effetto. «Per circa un anno e mezzo le ho dato delle vitamine per cercare di evitare i farmaci, ma noi come società siamo portati a credere che siano gli psichiatri e i medici a saperlo meglio», ha detto Charay. Charay ha acconsentito a far assumere a London il Prozac dopo che lo psichiatra aveva lasciato intendere che avrebbe tenuto London al Pine Rest più a lungo se lei non avesse permesso che London assumesse farmaci. Il 10 luglio 2024, London ha iniziato ad assumere il Prozac prescrittole dal suo psichiatra, consultando al contempo uno psicologo e assumendo vitamine per sostenere la sua salute mentale. Charay ha raccontato che lo psichiatra le aveva detto che la prescrizione era per 10 mg di Prozac, ma in seguito ha scoperto che era per 20 mg. Tre settimane dopo, London ha ingerito la serie di pillole. Solo 18 ore prima dell’overdose, London ha inviato messaggi di testo angosciati al suo consulente, implorando aiuto. Il consulente non ha contattato mai la famiglia di London in merito ai messaggi né ha effettuato un controllo del suo stato di salute, ha detto Charay. Charay di solito teneva chiuso a chiave l’armadietto dei medicinali della famiglia, ma a quanto pare London lo scassinò e nascose quattro flaconi di pillole nello zaino. Nella tarda serata del 31 luglio 2024, London iniziò a lamentarsi di mal di stomaco. Alla fine London ammise di aver preso un sacco di pillole. Secondo Charay, sua figlia ha iniziato a urlare: «mi dispiace. Non volevo farlo sul serio». Charay disse a London che dovevano correre al pronto soccorso per una lavanda gastrica. Durante il tragitto verso l’auto, London ha vomitato il 70-80% delle pillole, ha raccontato Charay. Hanno raggiunto il Memorial Healthcare di Owosso, nel Michigan, in meno di 10 minuti. Erano circa le 22.00. Il personale «si muoveva così lentamente», ha detto Charay. «Hanno avuto persino l’audacia di chiederci di sederci in sala d’attesa». Un membro dello staff ha chiamato il Centro Antiveleni e gli è stato detto di aspettarsi una chiamata con le raccomandazioni di un tossicologo. Quando London è morta ore dopo, il Centro Antiveleni non aveva ancora richiamato, ha detto Charay.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Il personale del pronto soccorso si rifiuta di fare la lavanda gastrica a London o di somministrarle carbone attivo
Charay ha implorato il personale di effettuare una lavanda gastrica a London, ma loro hanno rifiutato, dicendo che era «vecchio stile», ha detto. Hanno anche respinto le ripetute richieste di Charay di somministrare a London carbone attivo, che può aiutare a neutralizzare gli avvelenamenti. In seguito, Charay ha appreso che l’ospedale aveva licenziato tutto il personale del pronto soccorso, tranne il medico che supervisionava le cure di London. Il medico era stato trasferito in un altro ospedale. Alle 23:05 è arrivata un’ambulanza per trasportare London all’ospedale di Lansing. Tuttavia, nessuno ha caricato London sull’ambulanza, sebbene Charay avesse firmato i documenti di trasferimento entro le 23:18. Charay ha dichiarato: «Continuavamo a chiedere loro perché non la caricassero sull’ambulanza e il personale continuava a dire che la stavano preparando per il trasporto. Quindi per noi non aveva senso. Non stavano facendo nulla». Alle 00:30, London ha iniziato ad avere convulsioni. I medici le hanno somministrato l’Ativan, che inizialmente arrestò le convulsioni. Quando le convulsioni sono continuate, le somministrarono il Keppra, un anticonvulsivante, e un’iniezione di Versed, un rilassante. Secondo la sua cartella clinica, il personale medico ha intubato London a causa delle convulsioni e delle preoccupazioni relative a un «trasferimento non sicuro». A Londra vennero somministrati altri farmaci, tra cui Fentanyl, Propofol e Levophed. Charay ha chiesto al medico se i farmaci avrebbero «fatto danni» al cuore di London. Il medico ha risposto di no. Circa 10 secondi dopo, London è andata in arresto cardiaco. Inizialmente il personale ha ripristinato il battito cardiaco di London, ma in seguito la donna ha avuto diversi episodi di crisi e non è stato possibile rianimarla. I medici ne dichiararono la morte alle 2:39 del mattino del 1° agosto 2024, indicando sul certificato di morte «effetti tossici del bupropione» come causa del decesso.Sostieni Renovatio 21
Una causa legale sostiene che i prodotti dei social media «intrinsecamente pericolosi» hanno causato morti
Charay si è unito a una causa per conto di London e di altri adolescenti, sostenendo che le aziende di social media sapevano che i loro prodotti erano «difettosi e/o intrinsecamente pericolosi», ma li hanno comunque commercializzati per bambini e adolescenti. Tra i querelanti figurano i genitori sopravvissuti di altri due adolescenti, morti suicidi dopo un uso eccessivo dei social media. Sostengono che le aziende abbiano causato morti ingiuste attraverso un «intenzionale disprezzo per la vita umana». Nel caso di London, tra gli imputati figurano TikTok, Snap, la società madre di Snapchat, e Google, la società madre di YouTube. Gli attori hanno chiesto un processo con giuria e hanno intentato causa per numerosi danni, tra cui spese mediche e funerarie, mancati guadagni e spese legali. Secondo la denuncia depositata il 28 maggio 2025 presso la Corte superiore della California, contea di Los Angeles, le aziende hanno progettato «prodotti difettosi che hanno causato gravi lesioni agli utenti» e non hanno fornito «adeguate avvertenze sui rischi per la salute gravi e ragionevolmente prevedibili derivanti dall’uso del prodotto». London «è sempre stata una bambina dolce e felice» fino all’età di 8 anni, quando ha iniziato a utilizzare i social media nel 2020, durante la pandemia di COVID-19. Nella causa si leggeva anche: «Come conseguenza prevedibile dei progetti di utilizzo prolungato degli imputati e di altri progetti e azioni difettosi e/o intrinsecamente dannosi, London ha sviluppato dipendenze dannose da queste piattaforme, che hanno causato privazione del sonno, depressione, ansia, ideazione suicidaria, altri gravi danni alla salute mentale non sperimentati prima dell’inizio di tale utilizzo e, infine, la morte». London si è recata in ospedale per la prima volta nel 2023 con pensieri autolesionistici. Secondo la denuncia, le sue condizioni sono peggiorate all’inizio del 2024. All’inizio del 2024, London ha completato le pratiche burocratiche con uno studio legale che si occupa di casi di dipendenza dai social media. Quando le è stato chiesto di spiegare se fosse dipendente dai social media, London ha scritto che i social media sono «tutto ciò a cui penso. Mia madre mi chiede di smettere e, in meno di 1-2 minuti, ci torno di nascosto». Dopo che il primo studio legale non è intervenuto, Charay ha contattato lo studio legale che in seguito ha presentato la denuncia del 28 maggio per suo conto. Dopo la morte di London, la sua famiglia ha istituito una borsa di studio a suo nome per aiutare i suoi compagni di classe a realizzare i loro sogni. Secondo la pagina GoFundMe della borsa di studio: «London era un faro di luce nelle nostre vite, nota per il suo amore per la famiglia, la sua risata contagiosa e il suo splendido sorriso che illuminava ogni stanza. La sua passione per il calcio, l’arte e la lettura ispirava chi la circondava, e coltivava il sogno di arruolarsi nell’Aeronautica Militare per diventare pilota commerciale». «Crediamo che l’istituzione di una borsa di studio in suo onore porterà avanti la sua eredità e darà alle generazioni future gli strumenti per perseguire i propri sogni».Iscriviti al canale Telegram ![]()
«I farmaci, se usati, dovrebbero essere l’ultima risorsa»
Il rischio di suicidio nei giovani adolescenti che assumono SSRI è complessivamente basso, «ma reale e clinicamente importante», ha affermato Witt-Doerring. I ricercatori non sono certi se le ragazze siano più esposte a rischi specifici legati ai farmaci rispetto ai ragazzi. I tassi di suicidio più elevati tra le ragazze che assumono SSRI potrebbero essere dovuti al fatto che riportano tassi più elevati di depressione e ricevono più prescrizioni di SSRI rispetto ai ragazzi. Witt-Doerring, che di recente ha parlato in un panel della FDA sulla necessità di aumentare gli avvertimenti sui rischi degli SSRI durante la gravidanza, ha affermato che le famiglie meritano «una comunicazione chiara e semplice sul fatto che, in media, gli SSRI aumentano il rischio di comportamenti suicidi nei giovani». «Francamente, se la maggior parte dei genitori comprendesse queste probabilità, molti non accetterebbero di iniziare a usare una strategia per i propri figli, a meno che tutte le altre non siano fallite», ha affermato. Witt-Doerring ha esortato i genitori a ricorrere, ove possibile, a trattamenti non farmacologici se i loro figli soffrono di depressione o ansia. «Nei casi lievi o moderati, si può iniziare con la psicoterapia, interventi familiari e scolastici, supporto al sonno, nutrizione e igiene digitale», ha affermato. «I farmaci, se utilizzati, dovrebbero essere l’ultima risorsa, e solo come parte di un piano più ampio». Se un bambino o un adolescente assume un SSRI, i genitori devono monitorarlo attentamente per individuare eventuali segnali che indicano un peggioramento dei sintomi. Questi possono includere comportamento impulsivo, pensieri ossessivi, irrequietezza o paranoia. Il dottor David Healy, psichiatra che ha parlato anche al panel della FDA sui rischi degli SSRI in gravidanza, ha affermato che i genitori possono capire entro due o tre giorni se un SSRI sta aiutando il loro bambino. «Se non si nota un effetto benefico già dopo quel momento, è opportuno interromperne l’assunzione», ha consigliato. Witt-Doerring ha anche incoraggiato le famiglie a predisporre un piano di disassuefazione dagli SSRI, poiché questi farmaci possono scatenare sintomi da sospensione. «Più a lungo si continua a prenderli, più difficile può essere sospenderli. Quindi le famiglie dovrebbero avere una strategia di riduzione graduale e supporti non farmacologici fin dal primo giorno», ha affermato.Aiuta Renovatio 21
Studio: tentativi di suicidio per overdose collegati all’uso notturno di schermi, medicina sbloccata
Uno studio presentato la scorsa settimana al convegno annuale dell’American Academy of Child and Adolescent Psychiatry a Chicago ha ripreso i temi del caso di London. I ricercatori della Virginia Tech Carilion School of Medicine hanno intervistato ragazzi di età compresa tra 12 e 17 anni ricoverati in ospedale dopo tentativi di suicidio intenzionali per overdose. Hanno scoperto che i tentativi di suicidio tendevano a verificarsi a tarda notte, mentre i ragazzi utilizzavano gli schermi o poco dopo. «Dobbiamo essere consapevoli che l’accesso a tecnologie come Internet e i social media durante la notte, o per periodi illimitati con un monitoraggio minimo, aumenta il rischio di autolesionismo», ha affermato in una nota il dottor Timothy Ferrebee, uno degli autori dello studio. Lo studio ha inoltre rilevato che spesso erano coinvolti sia farmaci con obbligo di ricetta che farmaci da banco, evidenziando che i genitori dovrebbero mettere al sicuro tutti i farmaci, non solo quelli con obbligo di ricetta. I sospetti tentativi di suicidio tramite avvelenamento tra gli adolescenti sono aumentati di oltre il 30% tra il 2019 e il 2021, secondo quanto riportato dai Centers for Disease Control and Prevention. Tra i bambini di età compresa tra 10 e 12 anni, l’aumento è stato di oltre il 70%. Suzanne Burdick Ph.D. © 29 ottobre, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD. Questo articolo è stato aggiornato per chiarire che il bupropione (Wellbutrin) è un antidepressivo, ma non un SSRI. È un inibitore della ricaptazione della noradrenalina e della dopamina, o NDRI. Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
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